Campane a festa

I credenti portatori di scetticismo su un rapido declino di  Trump si rechino nei confessionali delle chiese americane: contriti e recitando il  “mea culpa, mea maxima culpa”, tornerebbero a casa con animo sereno,  per aver mandato giù e digerito il rospo dell’allucinante dissociazione dal dettato costituzionale e aver spedito in un angolo remoto della coscienza la cognizione dei reati commessi dal tycoon, che assolti da magistrati dell’entourage “amico” hanno lo ricollocato come inquilino paranormale nella Casa Bianca. Per tutto il tempo intercorso dalla proclamazione a Presidente Usa fino ai giorni in corso, ecco il contenuto dell’auspicata, salvifica confessione, l’America “Paese più democratico del mondo” ha ignorato il dramma della sua diabolica involuzione. È scivolato via, senza lasciare traccia, il cinico sodalizio del bi-presidente tiranno con il criminale Netanyahu, basato sulla vendita di armi nell’interesse dei grandi elettori produttori di missili e sul comune progetto di deportare l’intero popolo palestrinese per trasformare la Striscia di Gaza, nel paradiso in Terra per il turismo d’élite. Da confessare è anche il ‘peccato’ di aver considerato normale il ‘culo e camicia’ con Elon Musk, poi il rapido ripudio, gli umori ballerini, da squilibrato di Trump (Putin amico-nemico, dazi sì, dazi no, la tragica farsa di “la pace nel mondo in due giorni”, l’epurazione di studenti stranieri dalle Università “nemiche”, lo stop al finanziamento della prestigiosa Harvard, la deportazione di migranti nel lager di Guantanamo, il trucco del suo e dell’arricchimento degli amici sostenitori con l’acquisto di azioni a prezzi stracciati per il contraccolpo dei dazi e fortemente rivalutate con per il dietro front degli stessi dazi).

Il corso degli eventi racconta che sono stati sottovalutati per imperfezione analitica i segnali di insofferenza del popolo americano, le prime manifestazioni di piazza anti Trump. È sembrato improvviso, a torto, il diffondersi negli States di un assordante, piacevole din-don delle campane a festa nel giorno del clamoroso flop della parata militare pro Trump per il 250esimo anniversario dell’esercito e il suo compleanno numero 79. A Washington sono sfilati seimila soldati, carri armati, droni, veicoli militari e hanno assistono alla prova muscolare pochissimi cittadini. Spalti per gli ospiti civili quasi vuoti, l’enorme prato antistante semideserto. Il popolo americano era altrove. Milioni di giovani, donne, democratici hanno gremito e continuano riempire le piazze. da New York a San Diego, da Philadelphia a Boston, Atlanta, Austin. È rivolta oceanica di un’America che finalmente sembra destarsi, di manifestanti del “NoKings” (Nessun Re), del “Go out”, contro l’autoritarismo del tycoon. Come in passato, l’America può, deve profittare dell’aria che tira per riproporre per Trump l’impeachment, strumento istituzionale che in passato ha detronizzato presidenti corrotti e incapaci.


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