LAVORATORI A RISCHIO POVERTÀ

Sarà poi vero che il lavoro conferisce sempre dignità e, soprattutto, autonomia economica? Purtroppo, non è sempre così! Capita sempre più sesso di incontrare lavoratori che non arrivano a fine mese; che non riescono a pagare le loro sempre più esose bollette; che non possono più sostenere le spese per i propri figli o a garantire loro un minimo di attività extra scolastiche, come lo sport o qualche attività ludica. È questa la realtà che emerge dal report Eurostat 2025, riferito ai dati dell’anno 2024.

Gli occupati a tempo pieno con un reddito inferiore al 60% rispetto al reddito medio nazionale al netto di eventuali trasferimenti sociali (indicatore che definisce per l’ISTAT il lavoro povero) sono in aumento del 9% rispetto a quel già misero 8,7% dell’anno precedente. Una percentuale di crescita più che doppia rispetto a quella registrata in Germania. Ma, nonostante questo dato positivo, ancora più di tre milioni di persone vivono in condizioni di deprivazione grave nel nostro Paese. Sale costantemente il rischio-povertà anche tra chi lavora a tempo indeterminato. È quanto emerge dalle tabelle Eurostat secondo le quali, invece, i lavoratori di almeno 18 anni occupati per almeno la metà dell’anno, a rischio povertà sono in aumento rispetto al 2023.

In Spagna, paese di riferimento in questo campo grazie alle sue migliori performance di crescita, la percentuale dei lavoratori impegnati a tempo pieno ma poveri sono del 9,6%. Inoltre, tra i lavoratori con contratto part time, la percentuale di coloro che risultano poveri è in calo di circa due punti di percentuale.

La povertà lavorativa sale invece tra i lavoratori indipendenti, tra questi oltre il 17% ha un reddito inferiore parametro considerato e tra i lavoratori dipendenti la quota è dell’8,4%, un decimo in più di quanto registrato l’anno precedente. Ma per leggere correttamente questo dato bisognerebbe fare la solita correzione italica di scrematura della quota di evasori. In Germania e in Spagna la percentuale di occupati over 18 in condizioni di povertà è diminuita, anche lì, di un decimo di percentuale. Dato che ci indica una inversione di tendenza. In Italia vivono in questa condizione soprattutto giovani tra i 16 e i 29 anni, mentre risulta povero circa il 12 per cento degli occupati a fronte del 9 tra i lavoratori dei 55 ai 64 anni.

Nel determinare la “povertà lavorativa” conta molto il livello di istruzione. Tra i lavoratori che hanno fatto la sola scuola dell’obbligo l’Eurostat registra circa il 18% di occupati poveri mentre la percentuale crolla se si considerano i lavoratori laureati, tra questi solo il 4,5% risulta avere un reddito inferiore ai parametri del lavoro povero. Ma in questo ambito si registra un importante aumento, ossia un lieve calo della povertà tra gli occupati che hanno conseguito un diploma.

Nel 2024 si è riallargato il divario tra chi si trova in una situazione di indigenza e chi risulta più benestante, dopo una significativa riduzione delle distanze nel 2023.

In conclusione, il rischio di povertà in Italia nel 2024 è rimasto stabile a circa il 19% della popolazione. Ma la percentuale, chiaramente, diminuisce tra i minori e aumenta tra gli over 65. Secondo l’Eurostat, dunque, le persone in una situazione di indigenza in Italia sono ormai oltre 11 milioni, qualche migliaio in meno rispetto al 2023, ma è comunque il livello più basso dal 2009. Per i più giovani la percentuale resta più alta di quella dei lavoratori più anziani, a testimonianza della difficoltà persistenti in quelle fasce di età a ricollocarsi nel mondo del lavoro.

Se si considera la popolazione a rischio povertà o di esclusione sociale, ovvero quella che si trova almeno in una delle condizioni di difficoltà considerate come la povertà monetaria, la grave deprivazione materiale, la bassa intensità di lavoro, la quota nel 2024 è in aumento dal 2023.

La deprivazione materiale in Italia nel 2024 scende di oltre un punto di percentuale in un anno, al livello più basso dall’inizio del rilevamento delle serie storiche avviate dal 2015. Parliamo di circa cinque milioni di lavoratori. L’indicatore si riferisce all’incapacità di acquisire una serie di beni, servizi e attività sociali specifici considerati dalla maggior parte delle persone essenziali per una buona qualità della vita. In pratica, nel nostro paese, ci sono circa cinque milioni di persone che non riescono ad affrontare almeno cinque sulle 13 voci di spesa contenute nella lista di indicatori che misurano la qualità della vita:

  1. avere una casa adeguatamente riscaldata,
  2. poter fare almeno una settimana di vacanza,
  3. poter far fronte a spese improvvise,
  4. poter fare un pasto con proteine almeno ogni due giorni,
  5. avere una connessione internet,
  6. avere almeno due paia di scarpe, ecc.

La condizione delle persone in una simile condizione di deprivazione materiale è definibile “grave” (povere), ovvero con difficoltà a rispondere positivamente ad almeno sette voci di spesa sulle 13 indicate dall’ISTAT, sono in calo e risultano essere circa 3 milioni.

In conclusione, nel 2024 oltre il 23% della popolazione è a rischio di povertà e, conseguentemente, di esclusione sociale. È quanto emerge oltre che dal report EUROSTAT, di cui abbiamo parlato, anche da quello ISTAT “Condizioni di vita e reddito delle famiglie italiane, anni 2023 – 2024”.

La quota di persone a rischio di povertà si attesta sullo stesso valore del 2023 e anche quella di chi è in condizione di grave deprivazione materiale e sociale rimane pressocché invariata; si osserva invece un lieve aumento della percentuale di lavoratori che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro.

Infine, concludiamo che dal 2023 il reddito annuale medio delle famiglie (di 37.511 euro) è aumentato in termini nominali ma si è ridotto in termini reali a causa dell’inflazione. E ciò negando nei fatti ogni altra trionfalistica affermazione del governo.

[1] Psichiatra e pubblicista


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