REFERENDUM / TUTTI ALLE URNE

Domenica tutti alle urne per i referendum.

Niente mare, per un giorno, ma santificare la festa per fare il proprio dovere civico, morale e politico.

Per celebrare uno strumento diretto di democrazia, al quale troppo poco si fa ricorso.

Ed anche per un VAFFA DAY contro questo governo di NERI e SFASCISTI che sta portando per mano l’Italia verso il baratro, come può vedere anche un cieco: e siamo plasticamente raffigurati proprio nel mitico quadro di Bruegel, ‘La Parabola dei Ciechi’ che si può ammirare al Museo di San Martino a Napoli: inesorabilmente destinati all’abisso…

Ignazio Benito La Russa

Partiamo dall’inizio. Quando a ridosso del 25 aprile, altra data da non poco ma indigesta ai NERI, il presidente del Senato, Ignazio BENITO La Russa, ha aperto il tema referendario con un invito rivolto a tutti gli italiani: quel giorno, andate al mare. Proprio come miserevolmente fece decenni fa Bettino Craxi in una analoga situazione e venne servito per le feste.

Va detto: tra l’ex premier Craxi e l’attuale primo inquilino di Palazzo Madama c’è un abisso: uno statista comunque il primo, che osò sfidare gli Usa per Sigonella, un episodio che rimane scolpito nella nostra storia.

Mentre del secondo può essere solo, emblematicamente, ricordata la vergognosa sceneggiata a poche settimane dall’insediamento nella sua poltrona maxima: quando, rammentando l‘eccidio nazi di via Rasella, osò parlare di una “banda di musicanti in pensione”. Non lo disse un ubriaco al bar: ma – calpestando la memoria di quei morti – la seconda carica dello Stato. Che se viene un coccolone a Sergio Matterella, ce lo ritroviamo – lui, Benito – assiso sul Colle più alto.

Ai confini della realtà.

Ma ben dentro i confini di uno Stato, il nostro, ormai ridotto in macerie.

Alla frutta.

Ai Meloni.

Eccoci quindi, solo poche ore fa, un secondo invito.

Quello rivolto, sempre al suo popolo bue, dalla ‘Giorgia’ che ormai tutto il mondo ci invidia. Capace di sussurrare all’orecchio – o forse all’ombelico – di Donald Trump. Di cinguettare con il ‘ritrovato’ Emmanuel Macron. Di far da ago della traballante bilancia tra la povera UE e l’eterno alleato Usa. Altissime performance di equilibrismo allo stato puro: non una parola, per non farsi nemici tra le lobby che contano, sul genocidio a Gaza, nessuna iniziativa per dare una sculacciata al boia-nazista di Tel Aviv, né per disturbare la corrotta (vedi alla voce ‘Pfizergate’) presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen.

Ebbene, l’imperturbabile Giorgia, appunto poche ore fa, con un tocco di bacchetta magica, da vera fatina, ha indicata la via da seguire: recarsi alle urne, quel maledetto 8 giugno, e non ritirare la scheda. Metodo elaborato a tavolino dai suoi scienziati della politica, dopo lunghi studi e meningi fumanti.

Sono subito fiorite, tra i social, una serie di varianti in stile primavera avanzata.

Andare al seggio, fare una capriola, il gesto dell’ombrello e via.

Oppure, come alternativa, una piroetta, la ‘presa’ della scheda e poi con quella farne un aeroplanino, come ai tempi delle elementari.

Ancora. Entrare in pompa magna al seggio, esibirsi in un inchino, trattenere il fiato e fare una pernacchia, in perfetto stile Totò.

Infine. Introdursi nel seggio, farsi consegnare una ventina di schede, presentando un certificato medico di ‘bulimia politica’, e poi vomitarci sopra.

Questa opzione è stata tra le più votate.

Torniamo a cose serie. Che purtroppo Lorsignori del Palazzo NERO oggi non sono più abituati a fare, da quando si sono insediati, come i Lanzichenecchi, a bivaccare tra le stanze della loro ‘Democrazia’.

Una considerazione-constatazione terra terra, per cominciare. Da anni e anni, ormai, stiamo osservando, senza batter ciglio, la morte progressiva di quella che un tempo chiamavamo ‘democrazia liberale’. Ogni anno che passa in Italia sempre meno cittadini vanno a votare, di tutta evidenza nauseati e disgustati dalla offerta politica che si presenta davanti a loro. Proprio come succede al ristorante: sul menù trovo sempre la stessa minestra riscaldata, ci vado una volta, due, poi smetto di andarci. Lo stesso succede con le nostre percentuali di astensione sempre crescenti, ormai una vera valanga di non voto, di voti non espressi, di italiani che non scelgono più niente perché non trovano più niente e quindi non hanno più alcun santo a cui – è proprio il caso di dire – votarsi.

Negli altri paesi succede ma molto meno. Osservate cosa è appena accaduto in Polonia per le presidenziali. Oltre il 70 per cento al voto, da noi il 40 per cento è ormai una chimera.

Si sa che ai referendum le percentuali si abbassano ancora. Quindi, in un momento come questo, con una disaffezione crescente per questa politica (di merda), per questi partiti che rappresentano ormai neanche il 2 di briscola, è davvero difficile resistere alla tentazione e mandare tutti a quel paese, in termini british. Buttare il tavolo all’aria, perché il gioco è taroccato: voti e non cambia mai niente.

Stavolta, almeno per una volta, è diverso.

Non tanto per il contenuto dei referendum, il cui esito non rivoluzionerà la vita degli italiani.

Ma per 3 ragioni ben precise. Che in modo molto succinto cerchiamo di spiegarvi.

Primo. Scrivere SI sulle schede è comunque un segnale positivo, perché i temi al centro dei quesiti riguardano le bollenti questioni del lavoro, soprattutto, e della immigrazione. I cadaveri nei cantieri e nei campi, le migliaia di morti bianche, la totale non sicurezza sui posti di lavoro, la altrettanto totale irresponsabilità di chi ammazza e non paga il conto, i subappalti criminali e via di questo passo sono cose da paese di settimo mondo e un qualsiasi freno è solo il “minimo sindacale” che si possa fare. Ma certo non basta. Può essere solo il principio di un cammino per una vera sicurezza del lavoro e galera assicurata a chi sgarra.

Una manifestazione per ricordare i tanti morti sul lavoro

Secondo. Se addirittura la seconda carica dello Stato e il primo ministro invitano a non andare alle urne, significa che abbiamo toccato il fondo. Abbiamo raggiunto il NERO fondo del barile, che può NERO non si può. E dove, a questo punto, possiamo aspettarci di tutto. La domandina: come fanno, con quale FACCIA minima lorsignori possono invitare i cittadini a non svolgere un loro diritto-dovere istituzionale. Dicono, gli sfascisti: è solo un diritto, quindi può liberamente non essere esercitato. Ma con quale diritto Lorsignori siedono su quelle poltrone, fino a prova contraria pubbliche, invitando al tempo stesso i cittadini a disertare… Poi parlano pure di Patria…. Ma fateci il piacere come diceva il mitico Totò.

Terzo motivo. Il VAFFA DAY per il governo sfascista e fascista, come si dimostra per la ennesima volta in questa circostanza referendaria. Andare alle urne significa dire NO ai NERI, al loro esecutivo che se ne strafotte degli italiani, della loro salute con una sanità pubblica ormai allo sfascio come chiunque può constatare ogni giorno sulla propria pelle. Che se ne strafotte dei pensionati ridotti alla fame con le minime da paese del settimo mondo, 535 euro al mese come erano ai tempi del Berlusconi 1 che le portò ad 1 milione di lire e da allora (quasi 25 anni fa, udite udite): da allora nulla è cambiato (gli spiccioli in più, neanche 10 euro in un ventennio, sono solo gli automatici aumenti Istat, altro che Meloni). Che se ne strafotte del lavoro, dei disoccupati, dei giovani senza futuro, dei precari pagati pochi euro all’ora e ridicolmente sbandiera qualche percentualucola Istat nel mare di cifre al collasso. Che se strafrega dei prezzi alle stelle, le bollette impossibili, le tariffe da incubo, il carrello spesa che diventa una chimera, nonostante le mance governative. Ignoranti, a digiuno della minima conoscenza di economia come nemmeno un ripentente ai corsi di recupero, e pure arroganti, tronfi, petto in fuori. Portabandiera la nostra Lady Giorgia, solo alle prese con quotidiane nuove mise, abitini griffati, scarpette da Biancaneve.

Solo che è NERA come la PECE. E con lei tutto il governo SFASCISTA che ci sta portando al CRAC.


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