Continua senza tregua il vergognoso rituale per celebrare e commemorare Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ammazzati il 20 marzo 1984 a Mogadiscio.
Le solite parole, i consueti bla bla sempre più stucchevoli, il peggio del peggio per continuare a coprire gli occhi, chiudere le orecchie e non aprire le bocche, se non per dire sciocchezze che faranno certo rivoltare nella tomba le due povere vittime. Ormai calpestate, oltraggiate e vilipese da oltre un trentennio.
Perché la verità è – tragicamente – una e una sola. Nessuno in realtà vuole che vengano fatte Verità e Giustizia. Forse non conviene a nessuno: perché gli scheletri negli armadi sono troppi e molto ingombranti. E tirano in ballo responsabilità istituzionali, di Stato, di vertici allora marci e corrotti che, di tutta evidenza, condizionano ancora il nostro presente.
Fino a che non verrà spezzata, in modo netto, una volta per tutte, questa catena di omertà, collusioni e complicità che passano trasversalmente tra politica, istituzioni, Servizi e media, non vi sarà mai la possibilità di vedere prima processati e poi in galera esecutori e, soprattutto, mandanti della duplice esecuzione di Mogadiscio in cui persero la vita i due coraggiosi reporter.
I quali hanno avuto la colossale colpa di alzare il velo su indicibili traffici di armi, rifiuti super tossici tra Italia e Somalia, utilizzando a man bassa i maxi fondi della cooperazione internazionale.
Traffici in cui erano protagonisti pezzi grossi di affari e politica di casa nostra: un’altra Tangentopoli in piena regola. Ma stavolta vera, come quella Mafia e Appalti (a base di Alta Velocità) scoperta da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che proprio per questo vennero trucidati a Capaci e via D Amelio. Certo non la farsa di Mani Puliteorchestrata da Antonio Di Pietro in combutta con la CIA alla Procura di Milano, mentre provvedeva con gran lena ad insabbiare il maxi scandalo TAV, come la Voce ha più volte dettagliato e denunciato.
Partiamo dalle news. E proprio per questo dalla nota messa in rete da RaiNews24. Che recita in questo modo: “Era il 20 marzo 1994: sono passati esattamente 31 anni dalla barbara uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin avvenuta a Mogadiscio, in Somalia, in circostanze mai chiarite. Il loro ricordo, in tutti i giornalisti della Rai e del Tg3 in particolare, è vivo e non sbiadisce”.
E prosegue: “Lo scorso marzo la decisione di realizzare un murale sulla facciata principale della palazzina del Tg3 al Centro Rai di Saxa Rubra, a Roma. Un progetto affidato alla street artist Laika dal sindacato dei giornalisti Usigrai. Oggi la inaugurazione per onorare la memoria della giornalista 33enne uccisa a Mogadiscio assieme al suo collega operatore, e per ricordare che ancora mancano verità e giustizia”.
A questo punto, dopo tanti anni di depistaggi (giudiziari, politici e istituzionali) e di sceneggiate (mediatiche), cerchiamo di afferrare i tori per le corna, ben affilate.
Come mai i vertici del Giornalismo di casa nostra, le autorità sindacali di categoria, invece di esibirsi in bla bla, celebrazioni e murales, non decidono di prendere il loro strumento in mano, computer, laptop o penna che sia, per tirare fuori quelle verità che invece si vogliono custodire nei cassetti, sotto quintali di naftalina…
Perché le carte, i documenti, le prove, le pistole fumanti sono a disposizione, sotto gli occhi di chi appena abbia voglia di vedere.
Si tratta dei faldoni relativi al processo che si svolse a Perugia nel 2017 e che vide la piena assoluzione del povero somalo che si era beccato – e ha scontato – la bellezza di 1 anni di galera da perfetto innocente e del tutto estraneo ai fatti di Mogadiscio.
Ecco il vero punto di svolta: perché quella storica sentenza di Perugia denunciava in modo netto il gigantesco Depistaggio di Stato – solo al pari di quello per la strage di via D Amelio – indicava nomi cognomi e indirizzi dei depistatori, forniva prove e piste da battere per inchiodare killer e mandanti di quella carneficina costata la vita ad Ilaria e Miran.
A questo punto era un gioco da ragazzi, per la procura di Roma, avocare a sé quel fascicolo, fare le dovute indagini, individuare i responsabili, istruire il processo e finalmente fare giustizia.
E invece è successo quanto di più incredibile non si può. Una dirty story giudiziaria davvero ai confini della realtà e che la Voce ha tante volte illustrato denunciato.
Per ben due volte il pm della procura capitolina, Elisabetta Ceniccola, tra il 2017 e il 2019, ha chiesto la archiviazione definitiva del procedimento. E per due volte il gip incaricato, Andrea Fanelli, ha respinto la richiesta formulata dal pm e controfirmata dal procuratore capo, allora, della procura capitolina, Giuseppe Pignatone, poi andato in pensione e subito nominato al vertice del Tribunale del Vaticano.
Ceniccola ha motivato le sue richieste in questo modo. La prima: “non appare possibile risalire ai mandanti e agli esecutori materiali del duplice delitto. Né esiste la prova di alcun depistaggio”. Poi la seconda: “i nuovi elementi vagliati sono privi di ogni consistenza”.
Parole che non lasciano scampo ad alcun dubbio.
Ma il gip Fanelli è cocciuto. E il 4 ottobre 2019 chiede per la terza volta un supplemento di indagini e, soprattutto, che venga acquisito agli atti il fascicolo del caso del giornalista Mauro Rostagno, eliminato dalla mafia (il solito esecutore degli omicidi politico-istituzionali) nel 1988.
Come accade ritualmente, il gip ha 180 giorni per fare le sue indagini e quindi chiedere di nuovo al pm di procedere: o istruendo il processo oppure – come già successo due volte – chiedere la ennesima archiviazione del caso.
Ma da allora è letteralmente calato il sipario. Nessuna notizia. Il buio più totale. Un black out senza fine. Un silenzio che più tombale non si può.
Se andate in rete e digitate il nome del gip ANDREA FANELLI potrete constatare di persona che da ben sei anni non vi sono più notizia sul caso. Come del resto non esiste su wikipedia un profilo, con le ultime date, sul magistrato. Scomparso nel nulla, volatilizzato, desaparecido o cosa?
Come mai, invece dei bla bla, i vertici del Sindacato dei giornalisti non rivolgono una domandina semplice semplice alla Procura di Roma: che fine ha fatto il fascicolo di Ilaria e Miran; che esito hanno mai avuto, sei anni fa, le indagini del gip Fanelli?
Non possiamo che constatare, a questo punto, la morte della Giustizia, celebrata in quello storico Porto della Nebbie – la procura capitolina of course – che si è man mano trasformato in un Cimitero. Dove sono ormai sepolte Verità e Giustizia.
Altro che Murales.
Ecco un paio di ultimi pezzi messi in rete dalla Voce sul giallo.
Del 20 marzo 2024,
ILARIA ALPI / UCCISA CON 30 PUGNALATE DALLA NOSTRA “GIUSTIZIA”
E, del 24 marzo 2025,
ILARIA ALPI / LA GIORNALISTA CHE MORI’ DUE VOLTE
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