LA DIFFICILE TRANSIZIONE TERRITORIALE

Sembrava fatta… poi il percorso si è ancora una volta bloccato, a causa dei soliti ostacoli che ne hanno impedito l’avvio. Soliti perché somigliano tanto a interessi di gruppi di potere organizzati, quali sono alcune organizzazioni sindacali dei medici di famiglia, sempre tesi a difendere i privilegi della categoria.

La Riforma della transizione, da una sanità a centralità ospedaliera a una sanità a centralità territoriale fatica ancora una volta a vedere la luce. Eppure, quest’ultimo modello sembrava avviarsi grazie all’impegno del governo Draghi, che lo aveva inserito in un apposito capitolo del PNRR e che, con il Decreto 71, ne aveva disposto l’avvio su tutto il territorio nazionale. Aveva anche disposto la istituzione di una rete di nuove strutture sanitarie di base. Aveva disposto l’apertura delle famose “Case della Comunità”, presidi sanitari di prossimità funzionanti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, destinate ad ospitare anche alcuni medici di famiglia oltre ai preesistenti ambulatori specialistici distrettuali. Queste case della comunità dovevano integrarsi con la rete degli studi medici di medicina generale, dei pediatri di libera scelta e delle strutture territoriali già operative, quali gli ambulatori di psichiatria territoriale, i SerT e i servizi sociali, e poi anche con la rete del volontariato, delle cooperative sociali e delle altre organizzazioni presenti sul territorio, incluse le organizzazioni degli utenti e dei familiari.

Mario Draghi

Invece oggi, caduto il governo Draghi, non se ne parla più. Nessuno si preoccupa nemmeno di elaborare un piano per razionalizzare almeno le risorse della dotazione di servizi ereditata da un Servizio Sanitario Nazionale come il nostro, per favorire lo sviluppo e l’arricchimento della sanità privata.

In quello stesso decreto era disposta l’attivazione di un numero telefonico unico per ricevere assistenza dalla sanità territoriale presso il proprio domicilio, sul modello del 118 ospedaliero. La riforma, contenuta nel PNRR, prevedeva anche l’apertura di laboratori territoriali per analisi cliniche, radiologiche, TAC e l’apertura di servizi dotati delle apparecchiature più avanzate per radio immagini. Si sarebbe così consentito alla medicina di base di funzionare al meglio senza ricorrere come avviene ancora oggi, anche per prestazioni di semplice valenza diagnostica, a inutili e costosi ricoveri ospedalieri. Per realizzare la riforma territoriale si era previsto il reclutamento di nuovi profili sanitari, come gli infermieri di comunità, necessari a rendere possibile la rete dei ricoveri domiciliari. Si trattava di ridefinire ruolo e compiti dell’insieme del personale di assistenza. In aggiunta si procederebbe alla riforma della rete delle farmacie già presenti sul territorio, trasformandole in presidi sanitari di prossimità, attribuendo loro nuovi servizi quali prenotazioni specialistiche, analisi di laboratorio e alcune prestazioni mediche di piccola chirurgia ambulatoriale. Insomma una vera e propria rivoluzione dell’assistenza che prevedeva anche la riforma delle prerogative e delle funzioni dei medici di medicina di famiglia, che dovranno ampliare la loro offerta prestazionale integrandosi nel servizio sanitario e, ripercorrendo la strada del servizio sanitario britannico, attribuire ai medici di base anche la gestione di piccoli budget finanziari, destinati a fornire prestazioni per rispondere al meglio ai bisogni di salute dei cittadini. Si razionalizza così anche la spesa, oltre che la organizzazione dell’insieme delle prestazioni e si riducono anche i costi, spendendo di meno e meglio. Tutto ciò si è arenato di fronte alle resistenze corporative di alcuni sindacati medici che, asserragliati a difesa dei loro contratti, hanno ostacolato la riforma, forti della presenza massiccia tra le loro file di molti politici.

Tutto ciò è stato programmato con estrema chiarezza nel PNRR. Un piano accompagnato da ingenti fondi, elargiti dall’Europa. Fatto eccezionale che ne avrebbe consentito la realizzazione. Ma alcuni politici e le regioni preferiscono continuare a perseguire le loro pratiche di esternalizzazioni per favorire la sanità privata, e lo fanno trasferendo a questa ingenti risorse, sottratte al SSN.


Perché? E, soprattutto, perché proprio le regioni meridionali hanno voluto questa impostazione? E pensare che sono le stesse regioni che trasferiscono tante risorse a quelle più attrezzate del nord, sotto la voce “migrazione sanitaria” di loro cittadini verso quei presidi.

Il punto di forza del PNRR era tutto nelle procedure proposte, rigorose e tese alla integrazione tra servizi sanitari e sociali oggi, in molte regioni, ancora separati e affidati ad Enti diversi.

Questa riforma costa di più come qualcuno ha paventato? Certamente no, anzi si potrebbe finalmente razionalizzare la spesa sanitaria, cancellare alcune inutili duplicazioni prestazionali, riducendo sprechi e, soprattutto, utilizzando meglio il personale già in servizio. Infine, incardinando i medici di famiglia negli Ospedali di Comunità, si otterrebbe una significativa riduzione dell’affollamento dei Pronto Soccorso ospedalieri abbattendo i ricoveri impropri.

Per ottenere questi risultati potrebbero anche bastare i fondi già disponibili, purché si ridefiniscano compiti e procedure prestazionali dei vari profili sanitari.

Purtroppo, non si vuol prendere atto che una simile programmazione va gestita a livello nazionale, delegando alle regioni solo la sua applicazione pratica.

Ce l’ha dimostrato la recente pandemia che, se ha insegnato qualcosa alla politica, è stata la necessità di non riproporre vecchi interessi e antichi pregiudizi corporativi.

 


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