Il Racconto della Domenica

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Il Racconto di Domenica 17 marzo 2019

Esperia ad Alma: “Qua la mano”

Se un fiore sullo stelo, sbocciato dalla pianta, non riceve l’alimento primo della crescita, ovvero l’acqua dal cielo o da un pollice verde, appassisce e muore. Se non si protegge una statua di Michelangelo il tempo l’insulta. Se permetti che un’isola di plastica grande quanto la Spagna e la Francia si appropri di un’area dell’oceano di pari dimensione, ammali il mare  per sempre. Se derubi un Paese, ricco per risorse naturali, quella terra precipita nella povertà, nel  caos, nella disgregazione. Per esempio il Venezuela. 

DI LUCIANO SCATENI

Corre a fatica, l’anca sinistra è più dolente del solito. Anche solo camminare provoca fitte, riflessi su tutto l’arco della schiena a pari livello. Rimediano solo dosi sconsigliate dal fisiatra e dal bugiardino che ha letto augurandosi che esageri i rischi di assunzione e allora oggi niente antinfiammatori, antidolorifici. Il bruciore alla bocca dello stomaco non  lascia dubbi, i danni  di quelle benedette e maledette bustine sembra che minaccino di provocare un ulcera o quanto meno una grave gastrite. Pazienza. Manuela ha dovuto imparare a convivere con il dolore. E allora corre, zoppica, non ha aria da mandare ai polmoni, ansima, gli occhi infiammati da folate impetuose di vento e sabbia spediti dal deserto di Los Medanos. Quanto mancherà per l’ospedale pediatrico di Coro?

Dio dammi la forza  arrivare prima che sia troppo tardi, Madonna mia, aiutami”.

 L’ingresso dell’ospedale, i corridoi, le stanze con le porte spalancate sono al buio. Sulla soglia e oltre pazienti in pigiama, facce stralunate, borbottii, qualche imprecazione a voce alta, lamenti.

“Dottore, il reparto neonatale?

“Lei chi è?”

“La madre di una bambina”

“Non salga, mi segua”

Nella stanza dove il medico precede la donna un paio di candele rischiarano a malapena l’ambiente. Un altro medico siede dietro una scrivania ingombra di cartelle.

“Si accomodi. Sono uno psicologo e l’ospedale mi ha chiesto di assistere le madri come lei”.

“Assistere? Che succede dottore, che accidenti succede?”

“Deve essere forte. Purtroppo quasi tutto il Venezuela è privo di energia elettrica e i bambini prematuri, purtroppo non solo loro, sono morti, per il mancato funzionamento delle culle termiche e delle incubatrici.”

“Dio, che padreterno significa, tutti morti?”

“Maledizione, sì”

Viene meno Manuela e quando si riprende, aiutata dai medici, non versa una lacrima. Urla con quanto fiato ha in corpo, bestemmia, maledice il Venezuela e i nonni, che un secolo prima sono emigrati in Sud America dall’Italia.

“Quel delinquente di Maduro, che un fulmine lo spedisca all’inferno. Se Dio esiste lo sbatterà nel girone dei dannati arsi in eterno tra le fiamme”.

  • §§

Nella stanza da letto, la donna stringe al petto Esperia, la prima figlia.  Finalmente piange.

Antonio ha saputo. La notizia degli ottanta bambini morti negli ospedali pediatrici è una ragione in più che agita il caos in tutto il Venezuela. Lascia sconvolto il corteo nell’Avenida che a Caracas si dirama dalla Piazza Bolivar, autoconvocato  per festeggiare il rientro in patria di Guaidò. Con la moto, rifornita di carburante dopo una fila di ore a uno dei pochi distributori forniti, rientra a casa per abbracciare la moglie e provare a consolarla.

“Manuela, amore, sono disperato quanto te. Dobbiamo farci forza, il Paese ci costringe a reagire, non possiamo lasciare che la morte del piccolo Andrea ci privi della forza necessaria per affrontare questo terribile momento”.

“E’, che quando e se finirà, non potremo provare a fare un altro figlio. Già la gravidanza di Andrea, alla mia età è stato un miracolo a sentire il  ginecologo. Ha detto anche ‘irripetibile’”

  • §§

Il peggio lentamente passa. Il Venezuela sceglie di essere governato da Guaidò e Maduro lascia il Paese con il tesoro messo insieme con tangenti milionarie. La rivoluzione del neo presidente è a centottanta gradi. Il controllo sulla risorsa dell’oro nero erode progressivamente il cumulo del debito pubblico e fanno il resto gli investimenti oculati in settori trainanti  dell’economia messa in ginocchio dai governi dei corrotti.

Antonio rimette in sesto l’attività di commerciante di alimentari e riprende a fornire la grande distribuzione con i prodotti della terra ereditata dalla moglie. Il tempo e il paziente, rivoluzionario lavoro di Guaidò, restituiscono a Santa Ana de Coro parte della normalità sconvolta negli anni del caos politico e sociale.

“Antonio, stamattina sono andata nel centro di accoglienza dei bambini che la guerra civile ha reso orfani. Il governo ha emanato un provvedimento che rende agile l’iter burocratico per le adozioni. Li vedessi questi bambini, si legge sulle loro faccine sconforto, tracce della solitudine,  la tristezza di occhi che non hanno motivo di sorridere. Ti prego, quando puoi accompagnami a quel centro di solidarietà”.

“Manu, a che pensi?

“No, ora non te lo dico. Tu accompagnami.

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La casa dei ninos è una vecchia caserma abbandonata per scelta del nuovo governo. Un tempo è servita a rinchiudere gli oppositori di regimi dittatoriali in attesa di essere giustiziati. In alcune celle, non ristrutturate, i le pareti conservano scritte di prigionieri disperati, slogan anti governativi, messaggi a mogli, figli, compagni di lotta.

“Antonio, guarda quella bambina, guarda quant’è dolce il suo visetto, guarda l’espressione intelligente degli occhi, i riccioli biondi, disordinati, bellissimi”.

“Manu, attenta, non fare l’errore di innamorarti di quella bambina. Perché siamo venuti qui?”

“Fingi di non  saperlo? Mi conosci troppo bene per chiedermi il perché”

“Attenta, adottare un bambino non è così semplice. E a questo che pensi, no?”

  • §§

L’iter è davvero complesso, a tratti scoraggiante, ma Manuela è disposta a dedicare tempo e pazienza per superare ogni difficoltà.

Preparare Esperia.  Deve essere coinvolta in questo mutamento, nell’idea di dividere l’affetto dei genitori con un fratello o una sorella.

“Piccola, non puoi ricordarlo, eri troppo piccola. Abbiamo attraversato anni difficili, di più, devastanti. Molti uomini e donne hanno perso la vita per colpa di lotte sanguinose che hanno messo i venezuelani gli uni contro gli altri. Ne hanno fatto le spese  tanti bambini, rimasti senza genitori. Noi,  te l’ho raccontato, abbiamo perso un bambino, morto in ospedale. Ora io e papà abbiamo pensato di darti un fratellino, una sorellina, di dargli i genitori che non hanno più. Vogliamo sapere se sei d’accordo, se ti fa piacere”.

La bimba non  risponde subito. Snocciola una serie di perché, come, quando. Si chiude per più di un’ora in un silenzio che mette ansia alla madre. Lo interrompe con un abbraccio che dice più di parole per lei difficili.

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Alma è frastornata. Osserva incantata la camera di Esperia, le pareti azzurro pastello, i disegni infantili fissati con scotch blu alle ante del grande armadio dirimpettaio del letto a castello, i giocattoli che tracimano dal cesto di vimini, la scrivania ingombra di album, bricchi colmi di pastelli, l’orologio a muro a forma di sole con la lancetta dei secondi  che avanza a scatti. La grande finestra inquadra il parco giochi del ‘barrio’, l’altalena, gli scivoli. Esperia le cinge le spalle, le carezza i capelli di un nero totale, le porge la bambola che tiene stretta al petto al momento di addormentarsi.

Manuela  è commossa. Antonio finge di no. Accende la radiolina a transistor che porta con sé allo stadio per conoscere in tempo reale i risultati delle altre partite.

“…il presidente Guaidò ha presentato alla stampa il progetto  del governo  per la ripresa dell’economia, gli investimenti,  il piano per il lavoro, ha firmato il decreto che destina ingenti risorse ai sussidi per i senza lavoro. Disdetti tutti i contratti con imprese straniere per l’estrazione del petrolio Giacimenti nazionalizzati, rimborso in vent’anni per le compagnie, da rimborsare in vent’anni alle compagnie straniere espropriate”.

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Bellissima Esperia e più di lei Alma. A 19 anni è proclamata miss Venezuela nello scenario hollywoodiano del Teatro Teresa Carreñodi Caracas.

  • §§

Nell’Avenida Bolivar avanza il corteo del Sul, sindacato unico dei lavoratori. E’ il primo Maggio, la comunità dei nostri connazionali lo festeggia a Casa Italia. Gruppi folcloristici si esibiscono in balli e canti delle regioni, che più di altre hanno fatto grande il numero degli immigrati. Sul maxi schermo nella grande sala dell’“accoglienza”, passano le immagini e l’audio dell’intervista ad Alma e Casa Italia è in festa. Anche per questo.

 

 

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Il Racconto di Domenica 10 marzo 2019

Sogno o son desto

DI LUCIANO SCATENI

E’ antico il vezzo di catalogare l’accumulo di “cose” utili, superflue, nocive alla salute mentale, dimenticate, obsolete, consumate dall’usura, programmate da chi le produce per emettere l’ultimo respiro a breve termine, barattoli di sottaceti stracolmi di chiodi, viti, rondelle, bulloni, chiavi, spilli, guarnizioni; cassette di vini in legno, doni natalizi messi in disparte “che vedrai, verrà un giorno serviranno” e infatti conservano in mazzi legati con elastici due set di giravitini piccolissimi, medi, maxi, tenaglie e pinze, una morsa made in China, tre saldatori elettrici, martelli, lime e raspe, rotoli di fil di ferro, pacchi di carta vetrata, taglierini, mega spillatrice, trapano Bosh, mini sega a pile, metro metallico, ganci per quadri; nell’ampio contenitore di dodici bottiglie del Brunello di Montalcino, riserva 1998, scolate in allegre serate goderecce, lampadine tradizionali e led , rotoli di nastro isolante, spine, prese singole e multiple, perette aperte e mai richiuse in corto circuito, spezzoni di fili elettrici, decine di pile stilo, cilindriche, cariche e scariche…vatti a ricordare; in scatole metalliche di cioccolatini Lindt una ventina di auricolari, sette cellulari old style, alimentatori, libricini con le istruzioni d’uso, tre vecchi cordless, accessori del computer fuori uso, ventotto dvd per l’installazione di web cam e altri congegni, quattro mouse con annessi tappetini logori, calcolatrici tascabili, chiavette con giga saturi di foto ricordo e file di articoli pubblicati negli anni, bozze di sceneggiature mai trasformate in fiction, una marea di account e password scaduti, copie di lettere, sette mailing list mai unificate, disegni da replicare in stamperia, scritti di qualità acquisiti con il copia-incolla; nello scatolo, dove all’atto dell’acquisto erano allineati venti preziosi esemplari di classici della letteratura in piccolo formato, rilegati in pelle, si affollano cd e dvd con tanto di etichette per informare sul contenuto di fotografie, musica leggera e classica, copie di documenti; sui ripiani laterali della scrivania uno sull’altro un pacco di carta copiativa, un secondo di carta fotografica, in memoria di quando nacque il raptus della stampa domestica del bianco e nero, album di immagini catalogate per avvenimenti: matrimonio, anniversari, panorami, gite, ‘istantanee belle’ , ‘strane’, ‘curiose’ ‘di Napoli’, ‘viaggi’, ‘vacanze’, ‘parenti’, ‘amici’; in un paio di mensole della libreria, copie in cassetta di programmi televisivi realizzati in venticinque anni di Rai, la serie “Capolavori della Campania in dieci capitoli”, lo scatolo con tutto quello che serve per accedere in aeroporto alla sala vip, dono della banca di riferimento, quattro boccali per la birra residuo di un October Fest, zeppi di bic, stilografiche, matite, pennarelli, un tagliacarte d’acciaio, forbicine, clip, gomme, l’esemplare di penna da scuola elementare con pennino da intingere nell’inchiostro, tre foto tessera sfocate; in un mobile a muro senza ante, barattoli di colori primari acrilici, spry di fissaggio, in un involucro di cannucce strette da cotone robusto pennelli in decine di dimensioni, un armamentario di righe, compassi, oggetti di varia foggia utilizzati per disegni geometrici; poggiato alla parete di fronte un cavalletto professionale, da studio e poggiate in terra tele made in France di ogni dimensione, un paio di quadri in attesa da mesi di essere incorniciati; sulle pareti decine di quadri, datati dl 1990 al 2019, molti residuali di mostre, alcuni in attesa di essere cancellati con il bianco denso di una vernice coprente per essere riutilizzati; in un armadietto che ha perso gran parte del colore lucido originale, in ventitré cartelle è custodita la storia di mezzo secolo raccontata dalla bollette di acqua, luce, gas, telefono, telepass, da alcuni anni di Sky, resoconti bancari, documenti vari, lettere, recensioni di libri e mostre, cartoline da tutto il mondo, vecchie pagelle, moduli vergini per stilare il testamento biologico, disposizione post mortem: “Cremazione, no funerali”, il menù di un pranzo che ha riunito tutta la famiglia in una borgata dei Castelli romani; eccetera, eccetera, eccetera.

Due chance: far finta di niente, ovvero bere due bicchieri in più di robusto aglianico e mandar via dalla mente l’idea di selezionare con animo di giustiziere l’ottanta percento di quanto si è accumulato, senza moderazione e discernimento tra essenziale e superfluo, o telefonare a “Ciro, svuoto case e cantine, cellulare 335….571”, e adottare la filosofia del ‘change’, cioè brindare a un nuovo modello di vita, tutto proiettato oltre i limiti della stanza dove dipingere e disegnare, scrivere articoli quotidiani, racconti, saggi, romanzi, dove confinare le relazioni esterne con il surrogato di Skipe, dove dialogare con il personal computer e in sottofondo la cascata di invenzioni di Keith Jarrett, genio del pianismo jazz, per fortuna presente su You Tube con il suo strabiliante virtuosismo.

L’effetto del doppio aglianico si esaurisce con una dormita pomeridiana anomala e subentra una sorta di sogno incubo a occhi aperti.

[Il furgone di Ciro ha percorso tutto il viale. Pochi metri e sarà alla porta di casa, un pacco di scatoloni di cartone in testa, da ricomporre e riempire fimo a spogliare lo studio fino all’ultima spilla.

“E no, Ciro, la macchina fotografica no. La mia Nikon ha scoperto a Venezia che frammenti di muri sono opere d’arte spontanee a saperli guardare.

La mia Nikon ha indagato Napoli, quella del labirinto di vicoli dove scopri una vecchia porta dipinta da un ignoto, geniale grafitaro, presidiata da una vecchina di ottant’anni che ne dimostra centotrenta e potrebbe fornire il titolo di apertura al capitolo sulla donna più longeva del mondo, quellal della città che dai bastioni di Castel Sant’Elmo, piomba sull’ordito di case senza respiro tra l’una e l’altra, sovrastate all’80 per cento da sopraelevate abusive, che sbirciano a sinistra il profilo del grande vecchio, l’imponenza del Vesuvio e di fronte la sagoma di Capri, la “bella del golfo”, a destra le propaggini collinari di Pausillipon in picchiata sul blu dipinto di blu del mare nostrum.

No, la Nikon no. Ha esplorato Roscigno, quasi irraggiungibile, nel Cilento interno, luogo di pietre fantasma, tronchi svuotati di linfa, mura sbrecciate, dell’inesistente vigilato da un matusalemme canuto, con il suo intrigo di rughe celate dalla corona di lunghi peli bianchi, terra spinta giù senza radici che ne trattengano l’inconsistenza.

La mia Nikon no, ha inglobato l’ovale di un volto nobilmente etereo, della mia donna, come neppure Hamilton avrebbe saputo raccontare.

“Smartphon, tablet?” “Please, Ciro sono tuoi, nessun rimpianto e bye, adieu, ciao”. Sembra che respiri a fatica il motore del furgone, che trattenga il fiato nel misurarsi con la ripida discesa del parco, traballante sotto il carico in eccesso, una sembianza sempre più piccola nel procedere. Infine un punto, niente di più. Troppo presto, per sempre.

Ora è il luogo della mia vita di solitario, è un cubo inanimato, pareti desnude, solo pavimento e solaio, evanescenza, bisbigli del vuoto, passi incerti, privi di memoria senza i noti riferimenti di destra, sinistra, alto, basso. Dalla finestra spalancata a mandar via polveri e odori di antico, penetra la scia di un drrrrrrrrr irriconoscibile fino al momento che tra un’alta palma e l’antenna di un ripetitore di telefonia si inoltra un drone ronzante. Avessi una carabina, di quelle a pallini di piombo, la punterei contro. Nessuna speranza di abbatterlo, ma il gusto di impallinarlo, di provarlo della superbia con cui esibisce un’idea di futuro].

Fine della finzione: clicco su word, seleziono Times New Roman, corpo 16. Ovvero, tutto come prima.

PD RINATO? C’E’ CHI CI CREDE

Zingaretti, nel ragusano, terra di Montalbano, fa il pieno di voti.

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Il Racconto di Domenica 3 marzo 2019

ESTRELITA

Molto simili una all’altra, le grandi famiglie circensi tramandano in via diretta da padri e madri a figli e figlie un’arte ricca di fascino, coinvolgente. A distanza di decenni l’identico cognome spicca in risalto sui manifesti che pubblicizzano l’arrivo del circo nelle città e nei paesi di mezzo mondo. Ma c’è chi interrompe il rito dell’ereditarietà, attratto da altro. 

DI LUCIANO SCATENI

Perché Estrelita? Perché questo nome che pretende di calzare un essere di eccelsa statura estetica, di livello etico superiore, di straordinaria empatia, perché? Nascere in uno dei mille luoghi del mondo dove Romeo Nasti ha piantato le tende del suo circo itinerante, non è normale, specialmente se a metterti la mondo è una donna che vigila da mattina a sera sulla sostenibilità economica di acrobati, pagliacci, trapezisti, domatori, inservienti, autisti, ballerine. Le doglie, la rottura delle acque colgono mamma Rosa nel bel mezzo del numero clou di una serata riservata ai bambini delle scuole di Castelleda Marina. Romeo affida al suo vice la scaletta del programma messo giù per il maggior gradimento dei piccoli spettatori e fila veloce in auto in direzione dell’unico ospedale con un reparto di ostetricia, distante venti chilometri da Castelleda.  La bimba nasce con difficoltà. Problemi di respirazione, il battito irregolare del cuoricino, è sottopeso. Alla bimba la mamma vuole regalare un nome che sa di speranza, dell’auspicio di lasciarsi alle spalle l’inizio non felice della vita, di diventare una trapezista, com’è nella tradizione familiare.

  • §§

Previsione smentita. La vocazione di Estrelita va in tutt’altra direzione. Per il gioco che l’ha catturata all’età di otto anni, adatta un grembiulino a camice da dottoressa e coinvolge amici e amiche, ingaggiati come  ammalati da curare.

  • §§

“Perché Estrelita”, chiede a mamma Rosa quando a scuola un bambino a sua volta si pone il perché di nome “strano”.

“A suo tempo diventerai la nostra stella, la nostra star che farà faville nel nostro circo”.

  • §§

Una stellina, certo, e complimenti da tutti, coccole della mamma, vani i tentativi del padre di interessarla al mondo circense. Alla figlia, divenuta una ragazza da far girare la testa a coetanei e adulti, del circo piace da morire l’umorismo surreale di Guelfo, il clown autore di un monologo irresistibile, forse troppo sofisticato per il pubblico che ogni sera affolla il tendone per assistere con il fiato sospeso alle evoluzioni dei trapezisti e al numero del dominatore che avvicinava la faccia alla bocca del leone.

Della ragazza si invaghisce Oreste, figlio della donna cannone, un ragazzo dal fisico scultoreo, con il destino segnato di acrobata comune ai due fratelli più grandi, ma Estrelita ha altro per la testa, impegnata anima e corpo per ottenere il massimo dei voti all’esame di maturità, condizione per ottenere la borsa di studio e affrontare le spese dell’università al Policlinico del capoluogo.

  • §§

Un studentessa bella come una miss non passa inosservata e sono in molti a provarci, senza ottenere che rifiuti decisi, ma cortesi e un sorriso beffardo.

Il docente di anatomia patologica, etichettato come don Giovanni dalla comunità universitaria, ci prova con tutte le studentesse di bell’aspetto, compensate con voti generosi al momento delle sedute di esame.

“Come si chiama signorina?”

“Romeo”

“No, di nome…”

“Estrelita”

“Sia benedetta sua madre, ha messo al mondo una bella creatura”

“Professore, ho chiesto di parlarle dell’esame”

“E parliamone. Lei sa certamente che promozioni e voti alti non ne regalo”

“E non vorrei mai regali”

“Tutti sanno che il mio è forse l’esame più difficile di tutto il corso di laurea”

“Le chiedo solo se per lei conta la nozionistica o l’interpretazione dei sintomi, l’anamnesi delle malattie”.

“Né l’una, né l’altra, ma per farti capire meglio come affrontare l’esame abbiamo bisogno di più tempo. Vieni stasera a casa mia”

  • §§

Gli l’hanno detto e ridetto.

“Attenta, il prof ci prova con tutte”.

“Non con me” risponde sicura Estrelita, che ci pensa su e invia un messaggio al giovane trapezista del circo. “Oreste, so che stasera e domani non devi lavorare, non c’è spettacolo. Vieni a trovarmi? Ti aspetto nella libreria Dante alle sette”.

  • §§

“Cosa non va? Perché mi hai chiesto di venire?”

“Un favore, grande. Devo vendicare tutte le ragazze vittime di un docente che pensa di poter profittare del suo ruolo. Ti spiego…”

  • §§

A quest’ora il professore è come sempre ancora all’università. Sul retro della villetta la porta finestra è chiusa con un serratura che il giovane trapezista apre senza difficoltà con la lama di un temprino multiuso. L’esplorazione richiede poco tempo e Oreste memorizza la pianta della casa.

  • §§

All’indomani nella villetta non c’è nessuno oltre il professore, che ha concesso alla vecchia domestica un paio di giorni per recarsi a trovare la figlia e i nipoti che non vede da tempo. La villetta è contornata di aiuole e di piante esotiche.In una grande fontana la statua di una sirena riceve gli zampilli a diverse altezze d’acqua riciclata.

  • §§

“Brava Estrelita, ti aspettavo, hai fatto bene a venire, entra”.

Oreste forza la porta dell’ingresso posteriore che dà accesso alla grande cucina e s’intrufola in casa. Si avvicina silenziosamente allo studio dove il professore ha introdotto la ragazza. Alla parete di fronte all’imponente scrivania è addossato un lettino da psicanalisi.

“Quanti anni hai?

“Diciannove”

“Forse te ne hanno parlato. Una della lacune del corso di laurea in medicina è l’impossibilità di confermare verificare l’apprendimento teorico di discipline fondamentali, come l’anatomia. Il numero elevato di studenti non consente loro di esaminare i pazienti e le loro patologie. Con alcuni di voi mi adopero per colmare questa lacuna. Ecco, per questo ti ho chiesto di venire da me. Non devi vergognarti se ti chiedo di spogliarti. Oltre che docente sono anche medico e fai conto di essere una paziente da visitare.”

“Professore, mi ha preso per una delle ragazze di cui abusa in cambio di un bel voto al suo esame?”

“Ma sentila…hai fatto forse il voto di castità, sei ancora vergine, mi consideri vecchio, che altro?

“Te lo dico, mi fai veramente schifo, sei un pervertito, un vigliacco, un animale”

“Ragazzina, basta chiacchiere, vieni qua. Ora ti spogli, con le buone o con le cattive”

“Oreste…”

Accorre il giovane trapezista. Ha ascoltato con il ricevitore auricolare quanto è successo dalla stanza dove si è appostato. Irrompe nello studio e si avventa sul professore che ha bloccato i polsi della ragazza e sta per spingerla sul lettino.

“Brutto animale, non ti spacco la faccia, mi fa schifo perfino metterti le mani addosso, ma hai finito di fare il porco, anzi qui finisce anche la tua carriera di docente. Estrelita digli perché”.

La ragazza libera il trasmettitore dal cerotto che lo fissava al petto e lo mette sotto il naso del professore.

“Vedi, bestia che non sei altro, abbiamo registrato tutto e c’è un giornale nazionale interessato a pubblicare parola per parola”.

  • §§

Il titolo è in prima pagina:

Cade nella trappola tesa da una studentessa

“Finite a letto per un trenta e lode”

Abusi sessuali di un docente universitario

 

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Il Racconto di Domenica 24 febbraio 2019

Lo iettatore dei cinque milioni

Un episodio, se evento sporadico, passi. Ma tre, uno dietro l’altro, trasformano la casualità in dato statistico significativo

DI LUCIANO SCATENI

Giacomo esce dalla bottega di Ermete, storico tabaccaio di Forcella, regno dell’illecito su cui hanno regnato i Giuliano e s’inchioda sul quadrato di porfido vesuviano, appena oltre la soglia. “Acc…, il cellulare, dove cavolo l’ho perso?” Si fruga in tutte e tasche, sbircia nella busta dove tiene due stecche di aromatiche Dunhil e spera “l’ho lasciato da Ermete”. Dietrofront e un sospiro di sollievo, lo smartphone è sul banco, mezzo nascosto dall’espositore di cartoline con le bellezze della città. Esce frettolosamente dal negozio e urta involontariamente un’anziana signora malferma sulle gambe, costretta a un passo di lato. Dal cornicione viene giù un blocco di intonaco e finisce dritto sulla testa della donna che si affloscia sul marciapiedi. Dalla profonda ferita sgorga molto sangue, per lei non c’è più niente da fare. Una ragazza è testimone del dramma e commenta l’episodio con il capannello di curiosi richiamati dall’incredibile episodio. “E che iella, senza quella spinta, beninteso, involontaria, la donna si sarebbe salvata”. C’è chi cerca nel libro della smorfia i numeri per un terno al lotto e chi non dimentica quanto è successo.

  • §§

Claudio ha fama di abile cercatore di funghi e la stagione è propizia per una battuta sulle alture della Sila. A sera, dopo una giornata in compagnia con il fido Thor, che ne ha scovata una buona quantità, i porcini si trifolano in una grande padella, ricoperti d’olio. Cotti al punto giusto, sono serviti in grandi piatti decorati con disegni floreali. Giacomo, ospite abituale di Claudio, non resiste al bis e si sazia, come il comune amico Vincenzo. Sicuro delle capacità di giudizio acquisite in tanti anni di spedizioni a funghi, il padrone di casa ha evitato di sottoporli alla valutazione dell’esperto della Asl. Chiede Giacomo “Siamo sicuri? Garantisci tu? Ho i miei dubbi”.

Crampi, sempre più dolorosi, vomito, diarrea, un cerchio opprimente tra fronte e nuca, stomaco in subbuglio, tremore diffuso: Vincenzo stringe le braccia attorno al ventre, dalla bocca cola una bava nauseabonda, non ha voce per darne alla paura. In casa nessuno. A fatica compone il numero 118 sulla tastiera del cellulare.

In rianimazione non risponde all’aggressione della terapia antiveleni. Il cuore cede, debilitato da precedenti insulti. L’ultimo pensiero è per i dubbi di Giacomo e la iella di aver mandato giù un ‘amanita Verna’, incredibilmente non riconosciuto da Claudio. “Sono devastato, dichiara Claudio “e non ho alibi”. Ho affidato i funghi alla cuoca senza riguardarli uno per uno e non so spiegarmi come sia capitato tra i porcini che ho raccolto. Purtroppo ho ignorato il timore di Giacomo. Avrei fatto bene ad ascoltarlo”.

  • §§

Il commendatore Russo ha gestito per oltre trent’anni l’agenzia numero 27 della compagnia di assicurazioni La Fidata, ma ritagliandosi ogni fine settimana il tempo per guidare escursioni di appassionati sui monti a lui noti dell’Appenino umbro. Un fedelissimo al seguito è il suo collaboratore più anziano. Giacomo Colasanto, appena laureato, è stato assunto dall’agenzia grazie alle buone referenze del rettore della facoltà di giurisprudenza.

“Domenica ce ne andiamo sul Monte Utero. Vedrai: magia dei paesaggi, giusta alternanza di salite e pianori, vegetazione rigogliosa, aria pura, come sempre, piacevole compagnia”.

Di buon’ora, sacco in spalla, scarpe adatte, buona disposizione a condividere l’entusiasmo del capo, Giacomo tiene a stento il suo passo, benchè sia molto più giovane. Dopo un’ora di cammino, s’infittisce il bosco in cui s’è inoltrato, ed è distanziato dagli escursionisti che avanzano più spediti. All’improvviso la vegetazione fitta si apre in uno spiazzo con erba alta fino al ginocchio. E’ difficile a cosa attribuire un fruscio insistito, in assenza di vento che Giacomo avverte con inquietudine, la solita che lo accompagna da sempre esponendolo a noiosi stati di ansietà. Affretta il passo e raggiunge Russo, il gruppo in sosta per un coffee break.

“Dottore, non ci sarà niente di strano, ma poco distante da qui ho avuto l’impressione che un animale mi seguisse nell’erba. In queste montagne dicono che si incontrano lupi aggressivi”.

“Tranquillo sono leggende”.

“Mi auguro che abbia ragione”.

Freddo fa freddo, altro che.Qualcuno suggerisce di trovare della legna, di accenderla e fare colazione al caldo. Il volontario della compagnia è Giorgio, tra i più giovani e ben allenati.

“Vado io, cominciate a sistemarvi”.

Giacomo lo ferma

“Aspetta, vengo anch’io, non vorrei che fossi da solo a fare brutti incontri” La replica

“Qui, in montagna? Non siamo mica nelle periferie a rischio di città mal frequentate. Rimani con gli altri e riposati”.

Giacomo

“Come vuoi, ma usa la prudenza”.

Girano panini con speak, frittate, formaggio, vino robusto, e per chi ha stomaco forte una grappa distillata da Fra Gregorio sul Carso, dove ha vissuto per anni in un convento poi chiuso per mancanza di frati. Ne ha portato a Grottaminarda, nell’Irpinia interna una botticella, per e le grandi occasioni, come questa camminata in Montagna. In lontananza, e stavolta non è solo Giacomo a preoccuparsi, arriva l’ululato di lupi. Da un cespuglio, ai limiti dello spiazzo dove sosta la comitiva dei marciatori, vien fuori a fatica Giorgio. Preme una mano insanguinata stretta sul fianco e avanza con difficoltà. Russo gli va incontro e lo sostiene, con il braccio sotto l’ascella del lato dove non è stato ferito.

“I lupi?”

“Sì maledizione, purtroppo aveva ragione Giacomo. Ne ho colpito uno con

il bastone e un altro mi è saltato addosso, mi ha azzannato qui al fianco”.

Russo.

“Rosa, apri il mio zaino, c’è una cassettina del pronto soccorso”

La moglie prepara acqua ossigenata, bende e una largo cerotto e medica il ferito.

“Ma allora”, commentano le donne della spedizione. Non è un pettegolezzo la fama di iettatore di Giacomo…”.

 

Non è vero, ma ci credo. Anche i più scettici, i razionalisti della combriccola, distolgono lo sguardo dalla figura dell’“untore” che lascia trapelare lo sgomento per l’etichetta che gli hanno messo addosso. La gita prosegue senza altri incidenti di percorso, ma c’è chi, tornato in città, mette in fila gli episodi nefasti accaduti in presenza di Giacomo per escluderlo da ogni rapporto. L’emarginazione diventa comportamento virale di amici e conoscenti e a nulla vale la scelta opposta della compagna, che ostenta con disinvoltura la normalità della relazione con il presunto porta iella. Giacomo si auto suggestiona. Con lenta, ripetuta sequenza, gli cade di mano e smette di vivere lo smartphone Samsung da seicento euro e la stilografica Montblanc senza cappuccio, regalo di laurea dei genitori. Il pennino d’oro è fuori uso per sempre. La vittima di questi incidenti va in depressione e l’aria lugubre che assume contribuisce a renderlo cupo, per nulla empatico, da evitare.

  • §§

Il 5 Gennaio, la madre di Giacomo, afflitta per la tetra fama del figlio ed evitata dalle amiche di sempre, prova a scuoterlo.

“Devi uscire, non puoi eclissarti. Fammi un piacere, vai alla tabaccheria di Tommaso e compra due biglietti della lotteria, uno per me, uno per te”.

Il tabaccaio, con ironia

“Sei nato con la camicia, sono gli ultimi due, non ne ho più”.

 

  • §§

Amadeus conduce la serata che può arricchire italiani baciati dalla fortuna e chi ha sperato trattiene il fiato quando legge i dati dei vincitori. Pende dalle sue labbra anche la madre di Giacomo, delusa per non essere tra i possessori dei tagliandi dei premi dal secondo in poi. Non resta che incrociare le dita.

“Hai controllato il tuo biglietto?”

“Mà, non ci penso proprio. Te l’immagini che la dea bendata bussa alla mia porta?”

“Certo che no, ma dammi il biglietto, controllo io”

Amadeus.

“Siamo al momento sognato da milioni di italiani, non resta che scandire lettere e numeri del premio da 5 Milioni. E allora. Biglietto seria EV, venduto a Napoli. 3…8…1…7…9…5.

 

Sviene la povera donna e Giacomo deve soccorrerla. Le alza le gambe per far affluire il sangue alla testa e aspetta che si rianimi.

“Mamma, stai bene? Passato?”

“Giacomo, se non m’è venuto un infarto, non succederà più. Il tuo biglietto è quello del premio da cinque milioni. Da ora in poi sfido chiunque a trattarti come iettatore”.

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Il Racconto di Domenica 17 febbraio 2019

La magia del ‘Change’

Storie di ordinaria conflittualità. Quando non originate da incompatibilità insanabili, sempre che ne esistano, nascono tra le acque inquiete di piccoli dissapori, pericolosamente reiterati e alimentati da pigrizia nell’affrontarli, da superbia, permalosità, sessismo, invidia.

DI LUCIANO SCATENI

 

“Ma che fai?”

“Non lo vedi? Le valigie”

“Credi che sia così facile scappare?”

“A te che sembra?”

“Che sei nato vigliacco. Un fottuto vigliacco”

“E tu una povera stronza”

 

Lo studio di Elena Menegatti è severo, sobrio, ingombro di libri lungo tre pareti, in scaffali che raccolgono le annate di pubblicazioni giuridiche e neppure un romanzo, ma l’intero catalogo di Astrolabio, editore dei titoli in italiano di quanto elabora la scuola di Palo Alto su “The split Brain”, il cervello diviso. Ad Alba lo ha raccomandato la zia Veronica, che dopo anni di separazione dal marito, ha ricucito il rapporto guidata con successo dall’avvocato Menegatti.

Milano è città ostile in questo scorcio di Febbraio che alterna pioggia, nebbia e neve. Concedersi una mattinata intera coccolata dal tepore del piumone, questa è vita pensa Alba, ma si affaccia pestifera alla memoria la pagina del calendario da scrivania con gli impegni di giornata, in gran parte dettati alla costrizione all’autosufficienza dopo la separazione da Mario, così si rassegna e si organizza mentalmente per riservare lo spazio pomeridiano dell’appuntamento con l’avvocatessa Menegatti, accreditata come stimata matrimonialista, ovvero di grande competenza professionale, integrata da qualità collaterali di psicologa non accademica, in scia con il sapere inedito acquisito metabolizzando le ricerche di Watzlawick, Bandler, Grinder e specialmente del mitico Erickson.

 

Mi chiamo Elena e tu?”

“Alba”

“Sei molto bella e ancora molto giovane…”

“Grazie. Mi hanno parlato molto bene di lei”  

“Di te”

“Sì, di te. Sei davvero così brava?”

“Lo scoprirai. Da dieci a cento, quanto ti ha segnato il trauma della separazione?”

“Non ho parlato di separazione”

“E’ vero, ma non è questo il tuo problema?”

“Sei anche indovina?”

“In qualche modo, sì anche, ma soprattutto esperta di comunicazioni non verbali”

“Ovvero?”

“Vedi, da come sei vestita, dal modo diretto di esprimerti e altri dettagli, deduco che sei single e che non lo sei stata in passato”

“Spiega”

“Una donna bella, e tu sei molto bella, di trenta, trentacinque anni, evoluta, se ha un compagno ha molta più cura di sé, a cominciare dal trucco. Non vedo traccia di fard, mascara e rossetto sul viso…”

“Tutto qua?”

“Ah, no. Non nascondo la mia specializzazione di matrimonialista, è perfino in evidenza sul mio biglietto da visita, accanto al mio nome nell’elenco telefonico e immagino che non saresti venuta nel mio studio per parlare di regnanti inglesi”

“Sono indotta dall’intuito a darti credito, ma sono anche ragionevolmente pessimista”

“Hai figli?”

“Aldo, quattro anni. Gli manca il padre e crede che sia colpa mia. Antonella è piccina, ha due anni e andiamo d’accordo. Complicità al femminil?”

“Quando vedono il padre?”

“Se va bene a Pasqua e Natale. E’ architetto e ha deciso di lavorare a Lugano, in uno studio di professionisti associati”.

“Racconta”

“Non so da dove cominciare. O forse sì. E’ nato tutto da un irrazionale conflitto sostanzialmente verbale. Abbiamo inventato il gioco perverso di rinfacciarci di tutto e per di più cose di nessun conto”

“Per esempio: ‘Lasci sempre il tubetto del dentifricio aperto”. ‘E tu, mi spieghi come fai a proiettare gli spruzzi dello spazzolino elettrico sullo specchio?’”

“E’ un buon inizio, continua”

“Impossibile ricordare tutti i pretesti per liti banali, ma accese in continuità e sempre con maggiore astio, insolenti. Provocazioni insensate, se giudicate a freddo”.

“E poi?”

“E poi è salito il livello dello scontro”

“A che livello?”

“Lui: ‘Rompi, sei ossessiva, intollerante. Torno a casa dopo una giornata difficile, faticosa, di scelte di grande responsabilità e strilli come un’isterica perché ho dimenticato di comprare le pile per il telecomando del televisore. Non potevi pensarci tu?’ Io: ‘Da oggi in poi riempirò un diario con tutto quello di cui mi occupo oltre le ore di insegnamento. Chi tiene la contabilità di casa, chi bada alla scadenza delle tasse, delle assicurazioni, che ne sai dei mille problemi che tocca a me risolvere per tirare su i bambini?’”

“Mi sembra ancora poco per giustificare la separazione”

“Certo, c’è altro. Lui è comunista da sempre e non accetta che la sinistra storica si sia dissolta nel nulla. È talmente arrabbiato da impedirmi di vedere i telegiornali perché monopolizzati dai leader del governo Lega-5Stelle. Io ho votato per il movimento di Grillo e anche se non sono più convinta di aver fatto la scelta giusta, difendo alcuni suoi provvedimenti condivisibili. Lui non ama il cinema, io non potrei farne a meno, io ho una carica erotica mai totalmente soddisfatta, lui considera il sesso una componente non fondamentale nel rapporto di coppia”

“Tutto nella norma. Devi imparare da Watzlawick le dinamiche del cambiamento, racchiuse nel termine secco ‘change’”

“Spiega”

“Se lo chiami e gli chiedi di venire a Milano perché vuoi parlargli, come pensi che ti risponda?”

“Con un garbato ‘non rompere’”

“Se gli scrivi che Aldo domenica prossima si esibisce a scuola in una recita per bambini come protagonista e ha chiesto ‘viene papà?’, cosa ti aspetti?

“Già, ma Aldo non ha nessuna recita in programma”

“E’ vero, ma la bugia non sarà uno stratagemma fine a se stesso”

“Cioè?”

“Aldo preparerà con il tuo aiuto un disegno del papà e della mamma con tanti cuoricini e tu gli confesserai di aver inventato la recita della scuola. E certo che lui ti assalirà, come sempre ed è certo che si aspetterà la tua abituale reazione. Che non ci sarà. Gli regali una copia della famosa colomba della pace di Picasso e una riedizione della summa di scritti di Marx. Stappi una bottiglia di champagne. Gli chiedi: ‘La lontananza ci ha sottratto alla spirale di liti banali o motivate da convinzioni non omogenee che tra persone mature possono integrarsi reciprocamente. In questi giorni ha chiesto di incontrarmi Ettore Damiani, l’archistar che è stato testimone del nostro matrimonio. Il suo studio di Milano si occuperà di due mega progetti che assicurano lavoro per i prossimi dieci anni. Ti vuole come partner e socio. Accetta e giuro, sono decisa a impormi il pacifismo del niente più screzi, ripicche, rimbrotti”.

“Funzionerà?”

“Applica con convinzione e senza trasgressioni la magia del ‘Change’, non voglio più vederti in questo studio”.

 

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Il Racconto di Domenica 3 febbraio 2019

Pasquale e Hans

Archeologia bellica le trincee, immagini cinematografiche ricostruite dagli scenografi, scene recuperate dalla memoria del tempo, storie di vite perdute, di guerre con milioni di vittime, di conflitti sovranisti, intrecci di vite spezzate, di soldati assurti a dignità di eroi per aver imbracciato fucili e mitra e sparato, sparato su commissione, in obbedienza a ordini superiori subiti, spesso non condivisi: la guerra.

DI LUCIANO SCATENI

Piove da due settimane, sono fradicio, il cappotto intriso d’acqua pesa tre volte quanto dovrebbe sulle spalle curve di stanchezza. Pensieri bui, rabbia, senso di impotenza. Dall’elmetto con la vernice scrostata, chissà quanti prima di me ha protetto, vengono giù rivoli di pioggia. Solcano le guance. Il gocciolare s’interrompe incontrando le sopracciglia, le trafigge e sono spine ghiacciate. Geremia, ha vent’anni, è un gigante che prima di raccontare dei suoi due anni Padova a studiare medicina, diresti che di mestiere era uno spaccalegna e nel tempo libero “pilone” della nazionale di rugby. Come farà? Sembra che sopporti pioggia e gelo senza averne danno e gioca con il termometro da esterni. Me lo mostra: segna cinque gradi sotto zero. Oltre il calare della sera? Meglio non pensarci. In trincea c’è un solo e minimo riparo, l’involucro di cartone che ha portato fin qua armi e munizioni che qualcuno ha ficcato nella ferita del terrapieno scavata con una baionetta. Per tutti noi è prescritta, come vero e proprio ordine di servizio, la situazione che permette di ripararsi, lo spazio per scrivere. Per questo una lettera al giorno per Fiorella, anche se nessuno garantisce dal fronte arrivi a destinazione, ma almeno per mezz’ora me ne sto al riparo e proteggo le lettere dalla pioggia sotto la piccola tettoia, dopo aver letto l’ultima di Fiorella e le poche righe in coda di mia madre. I piedi sono congelati. Negli scarponi, che avrebbero bisogno di un calzolaio, l’acqua, che dopo il diluvio di tanti giorni penetra fra suola e tomaia, ha inzuppato i calzerotti di lana e zero ricambi.

Quante pietose bugie. “Sto bene, non vi preoccupate per me. L’ultimo assalto, quello di due giorni fa, ve l’ho raccontato ieri, è stato un nostro successo e ci fa sperare di concludere questa operazione con il prossimo. La vita in trincea è fatta di solidarietà fra tutti noi. Ci facciamo coraggio,  raccontiamo della nostra vita prima della chiamata alle armi che speriamo sia solo una parentesi e breve, di madri e mogli, fidanzate, qualcuno dei figli. Imparo un po’ alla volta a capire i dialetti dei commilitoni di mezza Italia. Sapeste, c’è un abisso tra il veneto di Livio, esuberante padovano e il calabrese di Toto, tra i rimpianti di Lucio per le sua amate orecchiette con le rape e il risotto allo zafferano di Antonio, specialità milanese. Io difendo il ragù che faceva nonna Concetta. Cara Fiorella, come va da voi, ancora bombardamenti? Per fortuna avete trovato ospitalità dagli zii contadini di Baiano e non vi mancherà il mangiare. E mamma, come vanno i suoi reumatismi? Scusa, ora devo lasciarti ora, con un bacio e infinita nostalgia per i momenti trascorsi insieme. Un abbraccio a mamma. Tuo Pasquale”.

  • §§

“Dai Pasquale, muoviti, ci prepariamo a uscire dalla trincea, dobbiamo chiudere il conto con questi crucchi”.

  • §§

Hans ha sangue nobile in circolo, ha compiuto da tre giorni i diciotto anni e all’indomani del compleanno bussa alla porta della villa, nei dintorni di Vienna, il comandante della stazione militare di Evenbruck.

“Hans Winker?”

“Sono la madre”

“Suo figlio partirà tra due giorni con il contingente comandato dal colonnello Junker. Questo è l’ordine di arruolamento. Si presenterà al comando alle sette del mattino di dopodomani”.

“Winker?

“Ja”

“Siamo in difficoltà. Gli italiani lo sanno e sono più numerosi di noi. Ci aspettiamo un attacco. Per non soccombere abbiamo una sola opportunità. Vedi quelle colline alla destra delle trincee nemiche? Dobbiamo provare a raggiungerle per attaccarli alle spalle ed è possibile solo di notte”.

  • §§

“Allora, pronti? “

“Caggiano, Verdi, Di Tommaso, Ottavi, tocca a voi creare un diversivo per far concentrare i tedeschi sul lato destro delle loro postazioni. Noi attaccheremo dalla parte opposta. Pasquale, sei il più esperto, mi raccomando”.

  • §§

“Achtung, ci attaccano, lasciate che si avvicinino e pronti a sparare.

“Hans, alla mitragliatrice”

  • §§

Avanzano di corsa, piegati in due, con rapidi scarti a destra e sinistra, con l’adrenalina a mille e la paura scacciata dalla concentrazione. Pasquale corre alla testa degli altri tre incursori.

Joseph Reinther mira proprio a lui, primo bersaglio a tiro. Spara e spara, ma è difficile colpire un uomo che si muove velocemente a zig-zag.

 

“Fiorella, Dio, Madonna delle Grazie non voglio morire per la fucilata di un maledetto tedesco”

Corre ancora più veloce Pasquale, con la rabbia in corpo.

  • §§

Non sbaglia Hans e lo colpisce, appena sotto il ginocchio della gamba sinistra. Pasquale piomba sul terreno ghiacciato e rimane immobile, come morto.

Il diversivo dei quattro incursori ha funzionato e l’attacco italiano riesce, almeno in parte. Gli austriaci si ritirano in una trincea arretrata, ma decimati, gli italiani nelle loro postazione.

  • §§

“La riuscita del piano per aggirarli è ancora più importante. Hans stanotte. Il cielo è ancora nuvoloso e possiamo muoverci senza essere visti. Trasmetti l’ordine a tutti”.

  • §§

A sera, Pasquale si trascina su una sola gamba e riesce a raggiungere la sua postazione. Il medico al seguito si accerta che non vi sia ritenzione del proiettile e benda la ferita, che non fa molto male grazie a una compressa di antidolorifico. Alla luce di una torcia, Pasquale mette giù altre poche righe. “Fiorella, operazione riuscita, molte perdite tra i nemici, un bacio”.

  • §§

Una dozzina di austriaci sguscia in silenzio dalla trincea e nel buio totale raggiunge le colline alle spalle dei soldati italiani.

“Facciamone fuori quanti è possibile” sussurra il colonnello Kritsle.

Hans piomba su un terminale della trincea italiana e con lo sten uccide quattro o cinque soldati nel pieno del sonno. Avanza sparando, ne fa fuori altri tre.

Pasquale non riesce ad addormentarsi che a notte inoltrata. E’ ancora sveglio e intuisce che gli austriaci sono riusciti a sorprendere chi dorme. Imbraccia il fucile e avanza con cautela imprecando fin dove hanno fatto irruzione. Zoppica, ma può camminare. Con il cuore in tumulto sa di dover affrontare un commando di soldati decisi a tutto. Oltrepassa una curva stretta e si trova faccia a faccia con Hans. Non un attimo di esitazione dei due nemici. Sparano contemporaneamente. Un proiettile colpisce il soldato austriaco al petto e trapassa il cuore, la scarica del mitra di Hans è altrettanto mortale, Lede organi vitali.

  • §§

Raccomandata, dal comando militare di Trieste alla signorina Fiorella Cappelli. “Con profondo cordoglio le comunichiamo la scomparsa del soldato Pasquale Caggiano, morto eroicamente in un conflitto a fuoco con un militare tedesco”.

  • §§

Alla nobile famiglia Winker. “Questo comando comunica con dolore la morte in battaglia del giovane Hans Winker, avvenuta al fronte durante un attacco a postazioni. Le più sentite condoglianze

 

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Il Racconto di Domenica 27 gennaio 2019

Mad, giovane dea della Martinica

DI LUCIANO SCATENI

Amici per sempre. Noti così nell’immaginario del cerchio magico dei “ragazzi” di San Martino, area urbana molto esclusiva, vissuta con la presunzione di superiorità verso tutto l’altro del quartiere collinare, custodi di un segreto mistero che ha fatto arrovellare un’ampia cerchia di curiosi: di chi hi era innamorata Gloria, di me o di Rino? L’affetto visibile che ci legava rendeva impossibile scoprirlo. Era Rino il compagno dell’affascinante romana immigrata a Napoli al seguito del padre bancario, promosso direttore con obbligo di trasferimento a Bergamo o a Roma, filiali senza dirigente da tempo: “Napoli, nessun dubbio”, la risposta immediata dell’interessato e approvazione entusiastica di Gloria. Ci siamo conosciuti in facoltà, al corso di laurea. Abbiamo eletto Rino leader del terzetto, all’unanimità e gli abbiamo delegato la gestione del tempo libero, dello svago, delle trasgressioni. Rino godeva di grande notorietà. Il padre, ortopedico da centomila lire a visita senza rilasciare la ricevuta, gli regala un “Giulietta sprint”, oggetto del desiderio di tutti i giovani del rione. L’auto diventa un cult. Rino suscita l’invidia dei coetanei e interessati innamoramenti di molte ragazze. Il fascino di Gloria ha ragione della concorrenza, ma il rapporto con Rino rimane clandestino, per loro scelta, in un gioco dell’ambiguità condiviso da me.

A primavera inoltrata il “Pigalle club” in posizione strategica, affacciato sulla baia di Trentaremi, rioccupa gli spazi esterni con i suoi tavolini orientati verso il mare e le giovanissime ragazze che vanno e vengono dal bar con i vassoi di portata. Siamo assidui frequentatori del “Pigalle. Rino, amico del cantautore ingaggiato dal proprietario del locale, si avvicina al piano e si fa accompagnare per un’interpretazione garbata di “Canzoni stonate”.

Applaude e gli sorride Madelen. E’ bella da restare senza fiato, il corpo statuario è da copertina di Playboy, la pelle scura a metà è ambrata, in contrasto con i grandi occhi verdi. Si accompagna a una ragazza bionda, con i tratti somatici delle svedesi, gustano il Pigalle long drink, specialità del barman Antonio, in arte Anthony. Ci provo. Avvicino Madelen, le chiedo se vuole ballare, appena il cantante ha intonato l’incipit di “Resta cumme”, omaggio a Napoli di Modugno.

“Di quale Paese magico sei?”

“Martinica”

“Perché Napoli?”

Mi dice, in francese, che un suo amico gli ha raccontato di Napoli, delle sue bellezze, di una città viva, accogliente e ha scelto di conoscerla. Ha indosso un odore lieve, naturale, niente a che vedere con i profumi di grandi firme.

“Conosci Capri?”

“Conosci la Martinica?”

Il patto è di colmare i reciproci vuoti di conoscenza e Capri soddisfa il primo impegno. Madelen se ne innamora.

Il volo charter dell’Iberia è un’opportunità preziosa per cercare idee condivise, percorsi paralleli, ma in situazioni sociali e politiche vissute in ambiti tra loro disomogenei.

L’aereo inizia la discesa sulla Martinica dopo aver sorvolato l’esordio  delle Piccole Antille.

Madelen per gran arte del viaggio mi racconta di Colombo che ha scoperto la Martinica, della fortuna di abitare a poca distanza dalla spiaggia delle Salines, la più bella della Madinina, nota agli indigeni come isola dei fiori.

“La mia casa dista poco dal mare, è in cima a una piccola collina immersa nel verde, dove è fitto il succedersi di alberi, piante e fiori, come in un gande giardino naturale”. Nelle pagine centrali di una rivista infilata nella tasca della poltrona dinanzi a me in un lungo articolo corredato di immagini suggestive, si legge “La popolazione delle Piccole Antille è un mixer di etnie, nato dal flusso di conquistatori europei e dalla deportazione di neri africani. L’esito di questi incroci è visibile nei corpi perfetti, nei bellissimi volti, negli occhi color smeraldo, nella pelle levigata, imbrunita dal sole. E le ragazze: fisico perfetto, disegnato dal vento, grazia innata, armonia ed energia sconosciute ai bianchi”.

Il bus che collega l’aeroporto ai quattro arrondissement (qui è invasiva l’influenza della Francia) è una delle mille occasioni per la gente della Martinica di manifestare al gioia di vivere in un paradiso terrestre, dove la musica, il ballo e l’allegria collettiva si fondono in sequenze permanenti.

Durante il tragitto i passeggeri mi guardano con evidente curiosità e sorridoeno, tutti. Impossibile non lasciarsi coinvolgere. Madelen prova a capire se sono a mio agio e mi prende la mano, si stringe a me, sorride anche lei, rassicurate.

La casa dei suoi è un bel fabbricato di due piani, le pareti esterne sono dipinte con colori pastello su cui risalta il verde intenso delle persiane di legno. Michel e Justine, i genitori di Madelen, mi accolgono come fossi un vecchio amico della figlia e non sembra che siano a disagio per il mio francese approssimativo. La camera degli ospiti che mi hanno riservato è confortevole, l’arredamento è simpaticamente minimalista, un ventilatore da soffitto rinfresca l’aria piacevolmente. La madre di Madelen ha cucinato quello che l’isola offre con generosità. Pesce dal sapore della cernia, crostacei di ogni tipo e un’insalata coloratissima, coltivata in un ampio orto che circonda la casa.

E’ sera, vicina al tramonto di un sole rosso fuoco. In motorino, che Mad guida con perizia, lasciamo la sommità della collina e pochi minuti arriviamo a un niente dal mare. Dove si conclude la curva a ovest della spiaggia, un capanno con il tetto di canne usato da tutti per svestirsi e indossare il costume, in questa stagione non è ancora utilizzato. Madelen mi precede all’interno, oramai quasi buio. Si spoglia, senza alcun imbarazzo e la imito, con qualche esitazione.

E’ amore estasi, intensità a mille, momenti di tenerezza, di carezze delicate, di parole dolci, di piacere mai sazio.

Sono a disagio con Michel e Justine, per aver tradito la loro accoglienza. Non è così per Madelen e quando è per tutti l’ora di andare a dormire si stende accanto a me nel letto, e si addormenta stretta a me.

Dopo tre giorni che non dimenticherò mai è vicina la scadenza del tempo programmato come turista nell’eden della Martinica. “Non te ne andare” dice con convinzione la splendida creatura dagli occhi verde intenso con cui scoperto il bello della vita lontano dal gran caos di Napoli. “Devo andare” le dico senza convinzione.

E’ l’ultimo giorno in questo angolo unico al mondo.

“In spiaggia, un’ultima volta”

Come non dirle sì.

L’acqua è ancora molto fredda e per difendersi non c’è che da nuotare senza mai fermarsi.

“Mad, attenta sei troppo vicina agli scogli”

“Tranquillo, nessun pericolo”.

Ha torto. Si ferisce a una gamba e perde sangue.

“Torniamo a riva, devi medicarti”

Un urlo, all’improvviso, il mare attorno alla ragazza in subbuglio, il grido si perde mentre sparisce sott’acqua. Una macchia rossa affiora nel punto in cui Madelen si è inabissata. Poco oltre la pinna di un squalo indica che il predatore si sta allontanando. Mi avvicino alla chiazza di sangue e vado giù velocemente. Devo ripetere più volte l’immersione prima di scoprire dove il corpo senza vita, dilaniato dallo squalo, si è adagiato su uno scoglio piatto.

“Maledetto Atlantico, maledetta Martinica, dannato quell’incontro al club Pigalle, maledetto me e la sbandata per una dea in terra, dagli occhi verdi e un corpo oltre la perfezione.

 

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Il Racconto di Domenica 20 gennaio 2019

L’uomo di Montevergine

Primo attore di questa pièce è Guglielmo, così battezzato per devozione al santo fondatore del santuario in vetta ai milleduecento metri della montagna che incombe sul verde dell’Irpinia. Scelte di vita fuori schema, inusuali, concluse con il richiamo della terra madre.

DI LUCIANO SCATENI

Nascere in montagna, duecento metri oltre i mille, con altri duecento da guardare di sotto in su e dominare Avellino, i suoi dintorni, il verde rigoglioso, che in questa stagione, mai così rigida, s’imbianca di neve fino alla galleria di Monteforte, perché, oltrepassata in direzione di Napoli, racconta un altro meteo, senza più un metro d’asfalto coperto di fiocchi banchi. Non spiega nessuno perché, ma l’idea prevalente è che salgono dalla pianura venti temperati, interrotti dal tunnel.

Nascere nella sacrestia del santuario fondato da san Guglielmo da Vercelli. Agnese, moglie di Ciriaco Buonsignore, tuttofare ingaggiato dalla congregazione verginiana per le molteplici incombenze del santuario meta permanente del turismo religioso. Cucina per i monaci, si occupa della lavanderia e sovrintende alla pulizia dei luoghi affidata a due nipoti. Lui, nel poco tempo libero, e con l’aiuto di un monaco di origini contadine, coltiva la terra che l’Abate gli ha trasferito in proprietà, dopo l’abbandono di secoli.

Come tante donne semplici, poco dotate culturalmente, anche Agnese lavora a un niente dalla scadenza della gravidanza ed è colta dalle doglie mentre è intenta a stirare la tonaca di uno dei monaci.

“Ciriaaaco, chiamma ’a mammana, fa ’mpresso”

Ciriaco si precipita in sacrestia e telefona ai carabinieri di Mercogliano, centro ai piedi della montagna.

Per fortuna la funicolare ha ripreso a collegare il santuario con i centri sottostanti e Maria, ostetrica senza titolo, in pochi minuti è accanto alla partoriente adagiata su un divano, assistita dalle due donne delle pulizie, che hanno bollito un pentolone d’acqua e preparato panni di lino puliti.

Non senza rischi e con la tensione alle stelle del marito, Agnese dà alla luce un maschio fuori misura, che a occhio non pesa meno di quattro chili. E’ sano e Ciriaco esulta. La sua nascita segna una svolta nella vita dei Buonsignore. Maria lascia il lavoro del Santuario e si trasferisce

a Ospedaletto d’Alpinolo per crescere il bambino nella normalità di un centro abitato. Il marito vive con disagio la decisione e il rapporto con la moglie s’incrina.

Guglielmo, così lo definiscono la madre e chi lo conosce bene, è un ragazzo con la testa sulle spalle, senza grilli per la testa, positivo, studioso. Supera senza problemi gli esami di licenzia media e ginnasiale e quando la mamma gli chiede se vuole continuare negli studi e con quale obiettivo, Guglielmo non ha dubbi “Voglio fare il maestro” e sceglie di proseguire gli studi nell’ Istituto Publio Virgilio Marone di Avellino, accreditata scuola delle magistrali.

Il suo percorso di maestro diventa mitico. Nessuno gli ha insegnato a insegnare ed è la condizione che molti suoi colleghi pagano con evidenti deficit pedagogiche, che gli alunni sottolineano con manifestazioni di indisciplina.

Guglielmo sopperisce da autodidatta. Scrive saggi sulla professione dell’insegnare che fanno tendenza tra i colleghi più disposti a integrare il deficit della preparazione scolastica, ma non esaurisce nella scrittura la spinta a dare di più.

Giuseppe, suo coetaneo, eterno disoccupato, ha dato retta a un paio di amici e li ha raggiunti in Belgio, ad Anversa dove lavorano in una raffineria del porto, secondo per importanza in Europa fino al 2005. Sono un centinaio gli italiani emigrati nella città a nord di Bruxelles.

“Siamo una piccola comunità”, racconta a Guglielmo “ma abbiamo difficoltà a conservare la nostra italianità”.

Alle via dei Marinai, le famiglie degli operai hanno affittato un piccolo appartamento che si affaccia sul porto. Diventa la mini Casa Italia di Anversa e l’animatore è Guglielmo, che sacrifica a questo impegno gran parte delle vacanze estive. Per i figli degli emigranti organizza corsi di italiano, proietta documentari sulle bellezze delle regioni da cui provengono, realizzati dal ministero della Cultura e cerca con le agenzie di settore le migliori opportunità per viaggi in Italia nel periodo natalizio.

La qualità dell’attività didattica universalmente riconosciuta ha come naturale sbocco la candidatura di Guglielmo Buonsignore al ruolo di preside. Lo diventa, ma lo condivide a fatica. Non è per lui il compito di dirigere la scuola impicciato nel labirinto di regole, circolari e soprattutto non è nelle sue corde amministrare risorse insufficienti, a scapito del buon funzionamento. La goccia che fa traboccare non si fa aspettare. Antonio, storico bidello della scuola, bussa trafelato alla porta della presidenza e racconta con quanto succede nella II B.

“Preside, non si può credere. Un ragazzo ha tirato fuori dalla tasca un coltello e ha minacciato il professore”.

Si chiama Genny e dicono i compagni che non è nuovo a queste “bravate”.

Il preside lo trascina per un braccio nel suo ufficio e dopo più di un’ora di domande e impacciate risposte si rende conto che il gesto del ragazzo è il risultato di una situazione ambientale dura, senza soluzione. Come preside sarebbe tenuto a espellere e sospendere il ragazzo, da attento osservatore sa che il suo comportamento aggressivo è materia per assistenti sociali di grande esperienza.

 

Lungo il versante ovest di Montevergine un largo terrazzamento è accuratamente ricoperto di vigneti. Sono piante giovani, esposte a Mezzogiorno, venute su con cura maniacale e con il sudore di Ciriaco, che Guglielmo ha imparato a rispettare come ogni cosa della natura.

Se ne sta a gambe divaricate in margine al perimetro della terra donata dal santuario. Un bambino, avrà sette, otto anni, gli circonda una gamba con il braccio. Nell’insieme, da chi s’avvicina alla terra, appaiono come una quercia con un piccolo ramo laterale. Respirano l’aria lieve che muove le foglie dei vigneti con il suono di un sussurro, lo sguardo si perde lontano. Guglielmo si rivede nell’atto di consegnare le dimissioni da preside per tornare alla terra e riflette sulla casualità della nascita. Quel ragazzo del coltello puntato su un professore…fosse nato in una sacrestia del santuario e non in una famiglia asociale…

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Per i lettori

I Racconti da gennaio a giugno 2018 potete trovarli in una pagina dedicata delle News

Il Racconto del 13 gennaio 2019

Il piacere della retrospettiva

Come si affronta un evento che mette di fronte alla possibilità di concludere la tua vita? C’è chi vive questa esperienza con rabbia: “Gesù, perché proprio io?”, chi, credente, teme di aver peccato e di presentarsi al giudizio divino senza essersi pentito per tempo. Una terza via è possibile e la contiene il racconto semi autobiografico di questa domenica di gennaio

DI LUCIANO SCATENI

Mi hanno sedato, questa è una delle poche certezze che mi ritrovo nel letto di una sala dove coabito con persone di cui non so nulla, ma tutte monitorate. Se volto la testa quanto serve a leggere il video alle mie spalle, vedo con qualche picco di ansia il punto luminoso che lascia dietro di se una traccia irregolare. Sul petto piccole ventose registrano certamente i battiti del cuore e chissà cos’altro. Il catetere è doloroso, ma a chi lo dico e provo a non pensarci. Con un infarto in corso diventa tutto il resto poca cosa. Il peggio è non sapere molto del mio futuro immediato.

Che ore erano? Forse le dieci a giudicare dalla fine del primo tempo di “Dieci piccoli indiani” lasciato scorrere sul televisore per pigrizia. Quel film l’ho visto almeno due volte prima di stasera. Improvvisa, devastante, una fitta dal petto alla schiena, un morso di dolore simile, ma molto più violento, ad altri episodi di breve durata, superati stringendo il petto con tutta la forza delle mie braccia e con una pillola di Carvasin, indicati e contemporaneamente sconsigliati in queste forme di angina, perché in grado di ripristinare il flusso del sangue in tratti delle arterie temporaneamente occlusi: segnali trascurati, da incosciente come mi avrebbe catalogato il cardiologo interrogandomi sui precedenti di questo infarto.

Sarà un effetto del sedativo, del conforto di essere in buone mani o il sollievo per la scomparsa del dolore, e non lo saprò mai. Non mi sono interrogato sulle motivazioni che mi concedono di pensare quasi con distacco di aver esposto a rischio la mia vita. Il medico di turno non mi ha nascosto che il protocollo prevede di sciogliere la riserva solo dopo quarantotto ore quando l’esame degli enzimi, e non ha approfondito quali, dovrebbero annunciare lo scampato pericolo.

Mettiamo che il cuore decida di aver pompato sangue per troppo tempo, che la faccenda degli enzimi dica male, insomma che sia arrivato il momento di chiudere con la vita: sarebbe l’ora di un percorso all’indietro che in tanti anni ho accuratamente evitato per dimenticare il peggio del mio passato e indugiare sporadicamente sul meglio, da confessare in pubblico, perché condivisibile.

Mi chiedo se vi sia qualcosa di ancestrale nel ricordo di una sera come tante, quando si cenava in cucina, sul tavolo appena discosto dalla parete dove in successione trovavano posto i fornelli e il frigo della Ignis. Mio padre era come sempre in ritardo, trattenuto da impegni di un doppio lavoro cercato per non far mancare nulla alla famiglia. Arriva, bacia mia madre sulla guancia e si dirige sparato nella mia direzione. Mi molla un ceffone con quanta forza ha nelle mani e sbatto la testa contro la parete alle mie spalle. Saprò il giorno dopo il motivo di uno schiaffo che fa più male al morale che alla faccia.

“Mamma perché?”

“Passando dalla tua stanza ha trovato nella libreria un saggio di Freud sulla sessualità e il Capitale di Marx”.

“E allora?”

“Sai che lui è molto all’antica ed è un cattolico praticante”

“E non capisce che con quella assurda reazione ottiene l’effetto contrario”

“Devi avere pazienza, è un buon padre e fa di tutto per non farci mancare niente”.

“Lo so, ma così alza un muro tra me e lui”.

Va così. Le vaghe condivisioni iniziali degli ideali del comunismo si consolidano e chiudo con la frequentazione dell’istituto religioso dove ha trascorso molti anni dell’infanzia, unico luogo dove fare sport, nel grande cortile esterno.

A concludere quella fase della mia vita contribuiscono la violenza di un prete manesco fino alla violenza e le voci sussurrate che accusavano il vice direttore, insegnante di catechismo, di molestie sui ragazzi del convitto.

Un ricordo che sembrava inaugurare l’escursione a ritroso della mia vita era approdato a un finale positivo. Buono l’inizio.

Me la cavo con fatica con la prima degli studi superiori, scelgo per simpatia la facoltà di architettura e scopro di aver talento per il disegno, ma lo accantono, preso da distrazioni che fondono l’esuberanza giovanile con la facilità, di cui non mi sono mai chiesto le ragioni, di flirt e brevi fidanzamenti, quasi sempre con compagne conosciute al partito.

A casa si avverte il disagio della crisi in atto nel Paese e il consiglio di famiglia mi spinge a tentare di conciliare lo studio con il lavoro. Si apre a Napoli una moderna libreria, il coraggioso proprietario è un mitico partigiano e mi affida il settore, unico in città, del rapporto e della fornitura di libri stranieri alla Federico II. Da cosa nasce cosa e mi invento un reparto fino ad allora inesistente di dischi letterari. Funziona e integro l’iniziativa con la vendita di dischi di musica classica, in particolare della Deutsche Grammophon. Dopo un anno piomba a Napoli l’amministratore delegato della casa discografica tedesca e mi coopta come rappresentante per Campania e Abruzzo. Guadagno un bel po’di soldi e si esaurisce per noia la mia vena di venditore. Ma che vita, in tandem con un collega della Philips che miscelava a meraviglia il lavoro e il piacere: irruzioni sprint nelle discoteche, dove era abilissimo nel rimorchiare ragazze disponibili.

E’ solo un intermezzo in una folla di ricordi che si affollano al di fuori di ogni logica temporale.

A Napoli c’era ancora un contingente di soldati americani. Più di uno mi ha avvicinato: un carezza, un buffetto, il regalo di chewingum e cioccolata. Con i miei capelli rossi e il viso pieno di lentiggini, probabilmente ricordavo loro un figlio.

Fine anni sessanta, Via San Giacomo dei Capri, strada sconosciuta al traffico delle auto, poco illuminata, ideale per fugaci incontri sentimentali, il primo vero bacio con Sonja, deliziosa quattordicenne.

Frequento l’italiano con rispetto e chi mi legge aggiunge “con qualità”. La Filcea è il sindacato del settore chimici della Cgil. Mi tira dentro, a seguito di una fase della mia vita lavorativa impegnata nell’informazione scientifica, che in chiaro, significa convincere i medici a prescrivere i farmaci dell’azienda che ti paga per questo. Resisto non per molto in questa veste di persuasore occulto. Qualcuno deve averlo scoperto. Più che decantare le virtù di antibiotici e affini metto in guardia i medici sulla pericolosità dei cosiddetti effetti collaterali. Per la Filcea, affronto affollate assemblee di lavoratori in lotta per contrastare la fase critica del settore che chiude grandi e piccole fabbriche e invento uno strumento di comunicazione del sindacato chimici, un settimanale stampato artigianalmente.

Nasce il periodico “La voce della Campania” e ne faccio parte. Nel 1975 Maurizio Valenzi è il sindaco comunista più a Sud dell’Europa. Gli do una mano come addetto stampa.

Che donna: quando mi ha detto ci sposiamo il prossimo 6 di giugno, ho provato a immaginare la vita in due con questa creatura intelligente, dinamica, saggia, generosa, attraente, ideologicamente compatibile e ho saputo che il futuro mi avrebbe regalato serenità.

Se ne vanno Luigi e Marcella, prima lei, prova da due ictus. Lui si lascia morire dopo poco. Avrei fatto così anch’io in una condizione analoga? È questo il sublime di una vita a due condivisa, come quella di mio padre e mia madre?

Marcella, figlia numero due, è una special young woman. Giornalista impeccabile a Napoli, vola a Londra e si laurea alla London School of Economics. Diventa manager di un gruppo britannico con migliaia di dipendenti, sposa un inglese destinato al successo professionale, lo segue alle Bermuda, inviato dalla sua società. Dopo otto anni torna con il compagno e due figli in Gran Bretagna, nel Sussex, in una grade casa vittoriana. Alex sette anni, è convocato niente meno che dal Chelsea per un provino. E’ nato calciatore, il suo talento stupisce tutti. E’ la copia al femminile di Marcella. Luca, di tre anni più grande ha successo nel nuoto ed è il padre in sedicesimo.

Nel ’76 Paese Sera estende il suo raggio della sua informazione coraggiosa alla Campania. Prima cronista, poi responsabile della redazione, vivo questa esaltante esperienza con l’entusiasmo alimentato dalla piena condivisione della linea politica del giornale e di battaglie storiche, per il divorzio, il femminismo, la giustizia sociale.

Lara è più grande di Marcella. Architetto si laurea con 110 e lode, sposa Alessandro, avvocato. E’ di una bellezza sconvolgente e fa innamorare mezza Napoli. Ha due figli speciali. Livia scrive e pubblica il suo primo romanzo fantasy tra i dodici e i tredici anni. Nel suo futuro c’è la medicina e diventa milanese per frequentare l’eccellenza dell’università Humanitas. E un adorabile esempio di saggezza. Lorenzo di tre anni più giovane è in bellezza la versione maschile della madre. Il suo sport è il tennis, intrepretato al meglio e connotato da mancanza di “cattiveria”, che non gli aprirà la strada dei top ten, ma gli darà molto di più nella vita.

Più di vent’anni di Rai. Inchieste, conduzione di programmi regionali e nazionali, per molti anni del Tg3 Campania, collaborazione con le tre reti, radiotelecronista di sport nobili come il basket e la pallanuoto.

Questo turbine di quote di una vita che asseconda una vocazione naturale per la creatività, racconta di una ventina di libri pubblicati, di centinaia di quadri e disegni.

Ecco, dottore, venga pure con la sua prognosi. Questo guardarmi indietro ha un punto di arrivo. Rifletto in un lampo all’ipotesi di esito negativo dell’indagine sul mio cuore ferito e sono certo che la morte mi incontrerebbe con un sorriso sulle labbra, in serenità per aver tirato una riga sotto gli addendi senza l’ombra di un rimpianto.

I pensieri sono bruscamente interrotti dal preoccupante suono di un dispositivo che controlla il cuore di quanti sono in questa sala della terapia intensiva. Entrano trafelati i due cardiologi di turno, il capo sala, una suora e capiamo dopo momenti collettivi di comprensibile tensione che sono diretti a un lettino che non è il mio. Niente di grave, solo un controllo.

Uno dei medici mi sorride: “Tutto ok, è fuori pericolo”

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Il Racconto del 6 gennaio 2019

I ragazzi del Vomero

Nel cinema America, su a San Martino, parte alta del Vomero, si accendono le luci nell’intervallo del film “Opera senza autore” e accanto a me riconosco la ragazza che un bel po’ di anni fa era riferimento centrale di una combriccola di amici vivaci”, tra il goliardico e l’anarchia. Al the end del film ci tratteniamo nel foyer a ricordare, a partire da quel ’56 che imbiancò la città e accese la fantasia dei ragazzi, improvvisate corse di bob rudimentali sulle discese del Vomero. 

DI LUCIANO SCATENI

Siamo i ragazzi del Vomero, i ragazzi delle medie, ginnasiali e del “classico” Jacopo Sannazzaro, viale delle Acacie, che fai cento metri e sei sulla soglia della scuola. Il preside come ogni mattina sorveglia l’ingresso e la solita espressione di rimprovero preventivo, per chi gli sembra esitante nel varcare il portone aperto a metà, presidiato da Giovanni, storico bidello tuttofare.

Ho greco alla prima ora, e le probabilità che il dito della professoressa Di Lieto si fermi sul mio nome è alta. Le ho provate tutte per evitare l’interrogazione e oggi non avrei una via di fuga, ma il bisogno, come ama dire Sandro Di Costanzo, insegnante di educazione fisica, aguzza l’ingegno. Prima di imboccare la rampa di scale che porta alla I C, costeggio la vetrata che s’affaccia sul cortile, dove bianche righe perimetrali disegnano la dimensione del campo di pallacanestro, attrezzato con canestri dai tabelloni in legno, in alcuni punti sconnesso e cerchi in ferro privi della retina. Di Costanzo è malato di basket, come me, che lo pratico da quando zio Mario, entrato nel giro della nazionale ha inculcato nei sei nipoti, me compreso, il virus di uno sport ancora lontano dall’atletismo esasperato del basket Usa. Anche stamattina, prima dell’inizio delle lezioni, Di Costanzo si allena al 21, un gioco che abbiamo inventato per sfidarci. A turno tiriamo dalle linea del personale. Se il pallone entra nel canestro possiamo riprenderlo per provare a segnare con l’aiuto del tabellone e se il tiro va a segno realizziamo tre punti. Se il tentativo dalla “lunetta” fallisce chi sbaglia passa il turno con zero punti. Vince chi totalizza per primo 21 punti. Ci provo: “Prof, sos, devo scansare l’interrogazione in greco”. “Ok, ci penso io. La prossima settimana inizia il campionato studentesco di basket e dirò che ti ho distolto io dalle lezioni di stamattina per allenarti”. “Grazie prof, basta giustificarmi per l’assenza alla prima ora di greco”.

Nel corridoio che porta alla mia classe incrocio Daria, la biondina che ho conosciuto una domenica fa a casa di Nicola, che assenti i genitori, ha organizzato un balletto. Monopolizzo questa ragazza dall’area di santarella, ma che mi dicono sia tutt’altro che un acqua cheta. Complice Nat King Cole l’ho agganciata.

La sua classe non distante dalla mia: le metto una mano sulle spalle e lei lascia fare. Purtroppo incrociamo l’insegnante di greco, che finita l’ora di lezione, come sua abitudine si reca in presidenza. Mi squadra con l’inequivocabile espressione di minaccia che conosco bene. Non dice niente, ma dopo poco il bidello entra in classe e mi chiede di recarmi in presidenza, dove scopro di essere “esentato” per cinque giorni dal venire a scuola, sospeso per motivi disciplinari. La Di Lieto ha fatto uno più uno: disertata la lezione di greco e “abbracciato” a una ragazza.

Sannazzaro adios. Sono tempi difficili, di un dopoguerra che non si è lasciato ancora alle spalle i disagi di un Paese che ha perso la guerra e una quota consistente della sua già precaria economia. Emigro al liceo Gianbattista Vico, sezione B, mi garantisco di studiare con i professori di italiano e latino, storia e filosofia, due che non fanno mistero di essere comunisti. Imparo da loro che cultura non è sapere molte cose, ma la capacità di discernimento tra bene e male, onestà e slealtà, egoismo e altruismo. Abito al Vomero, vado e vengo dal Vico a piedi per riservare ad altro i pochi soldi dei mezzi di trasporto. Tra i ragazzi della funicolare di Chiaia, luogo di incontro collettivo, vale un codice di solidarietà. Se si va al cinema e uno di noi non ha i soldi per il biglietto, è automatico fare una colletta per non escluderlo.

La “B” è sezione mista, come tutte le altre del Vico e un paio di ragazze non sono niente male. Sono le leader di un’allegra compagnia che integra l’impegno scolastico con diversivi francamente piacevoli. La fama di baskettaro mi segue anche qui e con la squadra del liceo vinco consecutivamente due tornei battendo gli storici avversari del Sannazaro.
Non ho mai capito come fosse possibile per i miei genitori garantirci ogni anno la villeggiatura in Cilento, ma non me lo sono neppure chiesto. Ad Acciaroli, nei mesi di luglio e agosto, tutto il turismo balneare era limitato alla presenza di quattro famiglie napoletane e due romane. Il terzo anno la consistenza dei villeggianti era discretamente incrementata e non ho mai accertato come fossero arrivate fin lì due ragazze svizzere. Una, scultrice, è stata la mia compagna di un’intera estate e la prima esperienza sessuale prolungata, esplicita, intensa tanto da scandalizzare la gente del posto e non meno mio padre, che in piena notte, su implorazione di una preoccupatissima moglie, è venuto a prelevarmi in un momento molto imbarazzante, in un campo di girasoli. Sarei sprofondato e non ho mai trovato le parole adatte per giustificare con Denise l’episodio per lei incomprensibile.

Fu merito del benestante di un paese confinante il “lusso” di balletti a tarda sera sul ponte sovrastante un fiume in secca estiva, con la musica della sua autoradio. Nel letto del fiume alla domenica si disputavano accaniti incontri di calcio contro squadre dei paesi vicini e per i tanti gol segnati ho ricevuto l’investitura di cittadino onorario di Acciaroli.

Ho rivisto a Napoli Elisabetta, una ragazza carina, tutt’altro che alta, ma con un corpo perfetto. Ad Acciaroli l’avevamo ribattezzata Brigitte per una vaga somiglianza con la Bardot. Mi ha telefonato all’inizi di Settembre, è stata la mia ragazza per pochi mesi, troppo gelosa per un ondivago sentimentale come me.

Il vicoletto Cimarosa che fiancheggia la gloriosa stazione della funicolare di Chiaia, a pochi passi dal sontuoso cancello d’ingresso della Villa Lucia, dono di re Ferdinando di Borbone alla moglie morganatica, ci si infilava nella nuvola di fumo permanente della sala biliardo gestita dal tetro Renato, quaranta sigarette al giorno, pallore da stazionamento in luogo chiuso per dodici ore, feriali, festivi e feste comandate incluse. Ai frequentatori abituali, come me, concedeva credito per una partita di boccette o di carambola. Una saletta attigua era riservata ai giocatori di ramino. Quel locale dall’aria irrespirabile è stato il rifugio di un numero consistente di “filoni” giustificati con la firma di mio padre prima che mi scoprisse falsario.
Abitavo esattamente di fronte al cinema Ideal, un locale con sedili in legno rompi sedere, dotato di una copertura scorrevole, aperta a sera per liberare la sala del fumo greve accumulato nel pomeriggio. Scoprimmo la corruttibilità della maschera e ne abusammo sistematicamente. Per un compenso di dieci Nazionali Esportazione, ci apriva la porta dell’uscita di emergenza e sgattaiolavamo dentro. Lucia, uno delle ragazze di brevi fidanzamenti, se ne vergognava, ma l’imbarazzo spariva rapidamente con i baci scambiati nell’oscurità.

Il circuito dello “struscio” quotidiano era obbligato dalle caratteristiche ambientali del Vomero. Si esauriva nel quadrilatero delle vie Scarlatti, Luca Giordano, Cimarosa, Bernini. Era il percorso degli incontri, conclusi nello spazio antistante la funicolare di Chiaia e raramente nel piazzale del museo di San Martino, improvvisato campo di calcio con le porte segnate da pile di libri di scuola e in occasioni molto speciali via d’accesso per le scale della Pedamentina che assicuravano la privacy per pomiciare con ragazze accondiscendenti.

L’oggi è lontano anni luce il tempo in cui i vomeresi dicevano “Andiamo giù a Napoli” e nella piazza Medaglie d’Oro, allora una distesa di terreno incolto, si disputavano mini tornei di calcio. L’oggi è una città nella città e chissà dove sono, cosa fanno Geppy, Enrico, Guglielmo, Rossella, Umberto, il Renato del biliardo, ora sala per signore con l’obiettivo di preservare un aspetto giovanile.

“Sapessi com’è strano, sentirsi innamorarsi a Milano” ha cantato Memo Remigi. In variante napoletana diventa “Sapessi com’è strano sentirsi estraneo in questo Vomero”.

 

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Il Racconto del 31 dicembre 2018

IL CARISMA DI KOULIBALY

DI LUCIANO SCATENI

Il gigante buono, eletto dagli esperti miglior difensore centrale d’Europa, ama Napoli, riamato. Ha rifiutato ingaggi da capogiro per rimanere all’ombra del Vesuvio. Preso di mira, perché immenso giocatore e vestito di azzurro, ha sopportato con stoica pazienza insulti razzisti all’africano dalla pelle nera, calciatore leader di una grande squadra del Sud. Non si giustificano, ma meritano considerazione, gli applausi indirizzati alla quota di teppaglia della tifoseria interista che lo ha offeso incessantemente fino al momento dell’espulsione e all’arbitro Mazzoleni che non ha interrotto la partita per mettere fine alle ingiurie e lo ha escluso dall’importante match per aver commesso un fallo come tanti altri di pari gravità, da sanzionare con un normale calcio di punizione. Di là dalla solidarietà attestata al possente difensore senegalese, l’idea di reagire simbolicamente all’imbecillità razzista, eleggendolo capitano della squadra, sposa l’importante iniziativa di farne il novantacinquesimo cittadino onorario di Napoli. A precederlo nel prestigioso riconoscimento illustri personaggi insigniti nell’onorificenza per alti meriti in ogni ambito sociale e della cultura. Il primo della storia è Philostratos di Askalon, anno di grazia 97-96 avanti Cristo.

Riceve dai romani il riconoscimento di neapolites perché evergete (benefattore). Il più “fresco” di nomina è Alessandro Gassmann, come tributo al sentimento di amicizia e ammirazione per la città. E’preceduto da artisti, politici, uomini dello spettacolo, dello sport, con le trasgressive eccezioni di “commercianti amalfitani” (!) che abbiano soggiornato a Napoli per tre giorni (1180 d.c) e, qualunque straniero o “regnicolo” che abbia sposato una napoletana (1479); i patrioti delle Quattro 4 Giornate (1947), bambini di origine straniera nati o residenti a Napoli (2012). L’elenco è corposo e sfogliarlo aiuta a ripercorrere la storia di Partenone, della sua riconosciuta accoglienza, del favore goduto nei secoli. Nel 1846 Napoli accoglie come cittadino per meriti politico-militari Giuseppe Maria Garibaldi, eroe dei due mondi, nel 1897 lo scienziato Anton Dohrn, a cui si deve la stazione zoologica e nel 1924, in pieno Ventennio, chi se non Benito (Amilcare Andrea) Mussolini? In vista del 2000 ricevono il riconoscimento Jean Noel Schifano, direttore del Grenoble, Istituto di cultura francese, Lorenzo Giovanni Arbore (Renzo), showman. A distanza di quattro anni l’uno dall’altro, ne sono insigniti i presidenti della Repubblica Ciampi e Scalfaro e il leader palestinese Abu Mazen, l’attore Toni Servillo, il cantautore Gino Paoli, la regista Wertmuller, Sophia Loren. Per i pochi, che come me non ne hanno un vivido ricordo, è tra i cittadini onorari Aslan Leonida d’Abro Pagratide Principe di origine turca. Sceglie di frequentare l’Accademia napoletana di Belle Arti, espone in città italiane, diventa docente dell’Accademia e presidente dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900.

Nel 2006 Napoli sceglie come cittadina onoraria Aminatou Ali Ahmed Haidar, (Sahara occidentale), attivista per i diritti umani sahrāwī, che riceve in Spagna il Premio Juan María Bandrés  per la difesa del diritto d’asilo, la solidarietà con i profughi e in Italia il Premio Marenostrum, sezione Solidarietà. Poteva mancare all’appello Maradona? Non manca (2017). Meritatissima e tardiva la cittadinanza napoletana premia l’elevata statura morale e di intellettuale di Aldo Masullo e di recente la colta attenzione di Alberto Angela per la città, la napoletanità di Gassman (“Potessi scegliere, abiterei a Napoli). Alcuni “onorari”, dei quali non c’è memoria consolidata, meritano brevi segmenti di memoria. Otto von Schron, tedesco, è stato docente di anatomia patologica della Federico II. Per gli studio sul colera, devastante male epidemico, del tifo e di altre malattie infettive, diventa commissario e sovrintende a quelle patologie e cittadino onorario di Napoli (1889). Il re Ludovico II di Baviera lo premia con l’Ordine al merito della corona. Muore a Napoli.

Rifletta, chi deve, su questo patrimonio della città definita da Arbore bellissima e per eccesso di empatia “la vera capitale d’Italia”. Allegria, generosità, senso dell’accoglienza, mare, cielo, tesori dell’arte, clima, sono attrattori unici al mondo, seppure offuscati dalla mediocre qualità dei servizi, dal degrado di intere aree urbane e palazzi monumentali, dalla disperazione delle periferie-ghetto. Sono emergenze in corso il disastro del trasporto urbano, la pigrizia nell’adottare la raccolta differenziata dei rifiuti, la disattenzione per il decoro della città, per responsabile latitanza di servizi primari di cui sarebbero responsabili operatori ecologici, giardinieri, fognatori, vigili urbani. L’handicap dell’esiguità delle risorse disponibili, invocato da sempre per giustificare la cattiva quotidianità, è un alibi di comodo, la scappatoia per rispondere alle contestazioni senza rispondere, per accontentarsi del “Bellissima Napoli” di Arbore, dell’affascinato stupore di Alberto Angela, dell’ammirazione intellettualmente elevata di Gassman. Troppo comodo. Il carisma di Koulibaly, che ne fa un mito in vita, può sollecitare l’ambizione collettiva, non solo di chi ama il calcio, a rispettare e far rispettare Napoli.

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Il Racconto di Natale 2018

Io e io

A Maria che le regalo? Comprare nuove palle per l’albero di Natale! La vigilia dove e con chi? Due ore e venti prigioniero dei traffico, il “Completo” sulle insegne luminose di tutti i parcheggi, dove cavolo lascio la macchina? Quattro nipoti, quattro regali: non pistole e bazooka giocattolo, quale sarà mai il video game che non hanno? Sciarpa di lana per la zia Clotilde, ma non l’ho già donata un anno fa? Povera dieta, poveri sacrifici di mesi, se non trasgredisco in questi giorni di bagordi si offende chi cucina. Ho mandato gli auguri a Lucia, Marco, Giuseppe, Clelia, ai cugini d’America? A chi imponiamo di vestire i panni di Babbo Natale per stupire i più piccini?

Ma sai che c’è di nuovo? Mi dileguo, fuggo, sparisco, per ricomparire il sette di Gennaio. Adios.

DI LUCIANO SCATENI

La bottiglia di Franciacorta se ne sta immersa nell’acqua limpida di un mare a riva verde “loden”, più i là dipinto dalle alghe blu di Prussia, oltre la prima barriera di scogli abitati da murene e polpi. Il sole si alza nel cielo in tutta la sua regale maestosità e filtra bruciante attraverso il rado fogliame di banani selvatici, dai frutti nutrienti, ma indigesti. Su in alto, al culmine della collina rocciosa, solo a tratti protetta dal verde di palme filiformi, una profonda cavità raccoglie le bombe d’acqua di piogge copiose. Nel fitto della bassa boscaglia, spinosa, inestricabile, si muovono a loro agio gli ultimi esemplari di cebi cappuccini, primati che si nutrono di vegetali, ma non disdegnano di catturare insetti e piccoli vertebrati. Il vento piega fino a terra le canne che nascono spontanee su uno dei versanti del colle. Sono state essenziali, intrecciate, per coprire il capanno ai margini della spiaggia, dove si dirada in piccoli mucchietti di sabbia, soffiata dai venti del sud, a coprire le radici dei pini selvatici, che folti si ergono a barriera dello spiazzo coperto di aghi dove è al riparoa la “casa” di Remo. Il solitario abitante dell’atollo se ne sta accucciato, spalle contro la “parete” di rami intrecciati e legati insieme con foglie a fibre robuste.

“Che te ne fai a Natale?” Glielo ha chiesto Nora, indossatrice stabilmente al top dello stuolo di modelle che ruotano nel giro più in degli stilisti. IN risposta: “Hai due ore per sapere che farò?” Ovvio, non le ha. Di lì a poco l’aspetta una sfilata in Piazza di Spagna e rinuncia a soddisfare la curiosità di conoscere i progetti di Remo, che corteggia apertamente senza esito.

L’acqua è invitante, il mare è quieto, le trasparenze mostrano il fondale fiorito di alghe wakame e l’invito alla nudità è un attrattore irresistibile, dono della solitudine che ha ispirato la scelta di negarsi ad ogni coinvolgimento in feste collettive. Davanti a sé Remo ha tutto il giorno e la notte e altri giorni e notti. Il tuffo, la nuotata, accettano la decisione del rinvio.

“Perché via da tutto e da tutti, in questo puntino del Pacifico che non compare in nessun atlante geografico?” Il Robinson Crusoe di questa coda del 2018, che non vede la fine di un tunnel buio, prova a legittimare la scelta non condivisa da amici e familiari. Soprattutto da Nora, costretta ad azzerare i progetti di un fine anno condiviso.

Ecco perché. “Via da un Paese che non riconosce se stesso, che ha messo l’urgenza della “grande riforma”, richiesta dal caos della politica, sulle spalle di gente sprovveduta quanto spregiudicata, acchiappatutto, litigiosa, mistificatrice, bugiarda, cinica, raffazzonata, con la bussola fuori uso.

Via dall’Italia trascinata nei territori a lei storicamente estranei del razzismo, del revancismo, dell’“uomo forte”, del bigottismo, del “vaffa” e del “me ne frego”, di empatia per tiranni del mondo occidentale e orientale, della sinistra che non c’è più e della tolleranza per il neofascismo di Casa Pound e Forza Nuova, dei preti pedofili, delle santificazioni facili motivate da presunti miracoli, delle ambigue iniziative della magistrature che condanna Mimmo Lucano, sindaco (magari ce ne fossero mille come lui) e assolve la Raggi perché non al corrente dei reati del suo capo gabinetto, che becca il vice premier grullino alle prese con gli abusi edilizi della famiglia e il leader pentastellato Di Battista socio di un’impresa insolvente con lo Stato e i dipendenti Via dal Paese che ha più del 10% di senza lavoro e sei milioni di poveri, che regala condoni ad evasori e abusivisti, che rischia di drenare le risorse dei risparmiatori per coprire i costi di una manovra sballata, che minaccia la libertà dell’informare”

Lasciarsi tutto alle spalle non è una scelta coraggiosa e Remo ne è consapevole, ma è certo che mettere dieci giorni tra sé e l’Italia da reinventare è una parentesi salutare per formulare la diagnosi e adottare la terapia, se esiste, l’antidoto della patologia sociale e politica che lo ha spedito su un atollo, naufrago per convinzione.

Una bottiglia con il vetro opaco, tappata con un pezzo di plastica legato da spago doppio, girato più volte attorno al collo, è spinta dalla risacca a lambire la sabbia asciutta. Un colpo secco su una sasso aguzzo e la bottiglia finisce in pezzi. Remo tira fuori un foglio piegato in quattro: “Il mondo è balordo, la vita può essere un inferno, arrendersi è la scelta più facile. Resistere è il coraggio dei saggi. Buon Natale, 24 dicembre 1970”.

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Il Racconto di Domenica 16 dicembre 2018

Dimmi dove nasci e ti dirò che futuro avrai

DI LUCIANO SCATENI

Agi, soldi, riconoscimenti, il bello di un domani sicuro, il coronamento di un percorso esaurito nei tempi giusti, l’obiettivo della vita centrato senza grandi difficoltà; venire al mondo per miracolo, sventare il limite di vita dei quattro anni, scansare malattie endemiche, denutrizione, l’incognita della sopravvivenza: ovvero, il tragico dualismo dell’umanità.

Che fatica. Cinque anni di laurea magistrale, cinque per la specializzazione in cardiochirurgia. E ora? Giacinto Cardegari, nel giorno della consegna del certificato che consacra Matilde chirurgo del cuore, abbraccia l’allieva e le chiede di incontrarlo di lì a pochi giorni.

“Lo sai, ho grande considerazione per le tue qualità. Non l’ho fatto per nessuno finora, ma per te sono disposto a derogare dal principio dell’imparzialità nella scelta dei miei collaboratori. Mi piacerebbe e molto che facessi parte della mia squadra e posso favorire questa decisione”.

“Prof, mi offre il grande privilegio di collaborare con lei e di concludere il percorso che ho sognato dagli anni del liceo nel più gratificante dei modi. Le sono grata. La prego solo di lasciarmi qualche giorno per darle una risposta”.

“Aldo, accetto?”

“Non puoi chiedermelo. Queste decisioni cambiano la vita e la vita è tua”.

“Anche la tua, la nostra. Sai che tra pochi giorni volerai in Afghanistan, per integrare l’équipe di chirurgia generale dell’ospedale Kunduz di Medici Senza Frontiere, colpito da un raid americano e chissà quando ti rivedrei”.

“Devo andare. Mi ha chiamato la presidente Claudia Lodesini, ma anche senza questa sollecitazione, lo sai, sarei partito lo stesso. Per i diciannove morti, purtroppo non c’e che da piangerli. Dodici erano operatori umanitari, erano bambini. Ma ci sono trentasette e l’ospedale intero è in emergenza”.

“Pagherà qualcuno? Gli americani hanno aperto un’inchiesta, Immagini come si concluderà? L’Onu parla di un possibile crimine di guerra, ma con quale esito concreto?”

“Certo, su questa tragedia calerà un velo di inesorabile omertà. Ho vissuto finora con l’obiettivo di diventare cardiochirurgo e operare nel reparto del professor Cardegari. Sarebbe un premio di indescrivibile valore. Però mi sono chiesta se è più giusto appagare il mio sogno o mettermi al servizio di uomini, donne e bambini, vittime di crudeltà senza alcune colpa”.

“Vuoi diventare uno delle migliaia di volontari di Medici senza Frontiere?”

“Vengo con te”

Non è proprio un volo in business class in jumbojet degli emirati. Il C130 dell’aviazione militare italiana ha sulle spalle centinaia di trasporti di armi e militari dalle zone di guerra. Si viaggia su panche di legno, il bimotore non va oltre i seicento chilometri all’ora. Il comandante Ruggeri ha da poco superato le tremila ore di volo su questo quadrimotore a turbo elica che avrebbe urgente bisogno di pensionamento.

Il profilo della Calabria ricorda a Matilde e Aldo una delle ultime vacanze estive trascorse sul litorale ionico. L’aereo subisce un brusco scossone, come quando si tuffa in giù per un vuoto d’aria, ma è tutt’altro. Il comandante comunica di prepararsi a un imprevisto atterraggio di fortuna nell’aeroporto militare di Crotone. L’impatto del C130 sulla pista, con un motore spento, è violento, come chiede l’esperienza di Ruggeri, che smantella a chi glielo chiede l’idea di atterraggio morbido per la bravura del pilota. L’aereo, spiega il comandante, deve toccare il suolo con violenza per favorire la frenata.

“Comandante, quanto ci vorrà per ripartire?”

“Chiedetelo a domineddio Spagnuolo. E’ lui il mago aggiusta carcasse come questa”.

Spagnuolo è il più indisciplinato aviere d’Italia, ma anche un tecnico senza pari esperto di meccanica dei C130. In mezza giornata smonta il motore che ha ceduto, in una giornata lo rimette in sesto e quando manca poco alla mezzanotte il motore, sollecitato per il test di funzionalità, risponde rombando, come aveva scommesso l’aggiusta aerei Spagnuolo, napoletano laborioso, quanto anarchico, totalmente refrattario alla disciplina militare.

“Signori, si parte. Una manata sulle spalle del meccanico, poi in fretta ai comandi e il C10 decolla con il suo carico umanitario, soprattutto di presidi medici, ma per metà stiva pieno di armi e munizioni per il nostro contingente in Afghanistan.

Giriamo per dieci minuti prima di ottenere l’autorizzazione ad atterrare, praticamente con i serbatoi del kerosene in riserva. L’aereo sobbalza sulla pista sconnessa, e s’arresta ai limiti estremi del tracciato, ridotto così dalla caduta di un missile che ha colpito il terminale di Kunduz. L’auto di servizio per raggiugere l’ospedale è un blindato coperto da un telo mimetico. Dalla torretta un militare esplora con il binocolo i dintorni, una mano sul grilletto di una mitragliatrice di fabbricazione belga.

Ci siamo. A giudicare dagli squarci del telone che protegge quanto resta dell’ospedale colpito dagli aerei americani, feriti, medici e infermieri devono aver vissuto attimi di terrore.

“Aldo, ma che guerra è questa che bombarda gli ospedali?”

“Lo capirai presto. Preparati a vedere con i tuoi occhi gli effetti di una guerra che calpesta senza pietà la catta dei diritto dell’umanità”.

L’impatto con l’ospedale è sconvolgente. Su una branda, in posizione opposta, due bambini come Matilde ha visto solo nelle immagini degli inviati di guerra: sui corpicini smunti le costole sono tutte in evidenza, il viso è scheletrico e l’espressione degli occhi sofferenti denuncia il dramma della solitudine. Un’infermiera racconta che i genitori sono due delle vittime del raid americano. “Abdul Azeem ha dodici anni ma, ma come vedete sembra molto più piccolo. Ha la testa fasciata e ha rischiato di morire, schiacciato da una trave di sostegno della struttura. Khalida è sua sorella, ha otto anni e tutte e due le gambe ingessate per fratture multiple. Non hanno parenti. Sono tutti fuggiti dall’Afghanistan.

Nel reparto bambini, come i medici chiamano l’insieme di lettini, uno attaccato all’altro, Carlo De Dominicis, cardiochirurgo napoletano che dedica tre mesi della sua attività in Italia all’ospedale di Kunduz, visita una ragazzina in attesa di un intervento che la strappi a morte sicura. “Devi essere Matilde. Mi hanno detto del tuo arrivo e non sai quanto è importante contare su di te. Il caso di Amira non è l’unico e sono solo da troppo tempo. Oggi la operiamo e mi assisterai.

“Non ho molta esperienza”

“Tranquilla, qui l’esperienza arriva rapidamente.

Matilde, dopo sei ore di intervento non è stanca e se ne sorprende. Per qualche istante vola con la mente al reparto dell’Humanitas, ospedale di eccellenza dove ha conseguito la specializzazione. Un altro mondo. Strutture moderne e accoglienti, attrezzature d’avanguardia, stanze di degenza confortevoli, personale medico e paramedico di prim’ordine. Eppure, conclude, neanche un attimo di pentimento per la scelta di lasciare quel ben di dio e operare in condizioni d’emergenza permanente.

A tarda sera, incontra Aldo. Sul viso ha i segni della stanchezza e insieme della rabbia per le vittime di una guerra assurda che pagano soprattutto i civili.

“Non è possibile, che razza di pianeta è questo se il destino di chi viene al mondo è segnato dalla casualità? Quale arcano disegno divino determina che nascere in un luogo della civiltà avanzata, in una famiglia benestante garante di un futuro certo per i figli è l’opposto di venire al mondo in una terra come questa, di povertà, guerre, dove un bambino muore ogni quattro minuto per fame, malattie o come vediamo in questo ospedale, di follia omicida di missili?”

“Aldo, non ho una risposta. So solo che non possiamo cambiare il mondo. Sarà poca cosa la scelta di rinunciare ai vantaggi del nostro lavoro con il conforto di quanto ci offrirebbe un ospedale italiano, ma è quello che dobbiamo fare e non ho rimpianti. Oggi abbiamo ridato la vita a una bambina e non sarà la sola che salveremo. Senza di noi non avrebbero nessuna possibilità di sopravvivere: credo di essere molto fortunata”.

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Il Racconto di Domenica 2 dicembre 2018

L’attimo che cambia la vita

Alessandro potrebbe essere un predestinato. La natura gli ha regalato talento, che in sinergia con un mix di ambizione e determinatezza, molto somiglia al viatico per tagliare il traguardo del successo. Tutto congiura favorevolmente per agevolare questo percorso, ma la vita non è una via in discesa, da lasciarsi dietro senza pagare prezzi più o meno altri.

DI LUCIANO SCATENI

All’Europa, era il ’92 del secolo spazzato via da primo gennaio del 2018, il dream team Usa ha stupito praticanti e pubblico del basket con la strapotente fisicità di mostri che animano lo stratosferico pianeta della Nba, il più paludato torneo della pallacanestro mondiale. Nel gran circo delle Olimpiadi, che la Spagna ha ospitato nello splendore di Barcellona, gli inventori del basket hanno esibito la spettacolarità di uno sport in cui, al top della perfezione, confluiscono talento, atletismo esasperato, un insieme di altruismo ed egoismo, concentrazione, creatività, determinazione; in un parola un mix di perfezionismo che ha battezzato il quintetto Usa team da sogno, “dream team”. Cosa avessero in comune con lo spirito olimpico i dodici atleti del più esasperato professionismo, milionari scelti in rappresentanza dell’immenso serbatoio di campioni Nba, è ancora un mistero, chiuso nella cassaforte della Fiba, Federazione Internazionale del Basket, che li ha autorizzati a disputare le Olimpiadi. Per capire di che si parla basta dare un’occhiata ai risultati del torneo di qualificazione: sei vittorie, con scarti impressionanti. 136 a 57 su Cuba, 105-61 con il Canada, punteggi simili con Panama, Argentina, Porto Rico, Venezuela. A schiantare la resistenza delle avversarie sono stati gli dei della pallacanestro venerati dai fan: il mitico Michael Jordan, Malone, Magic Johnson, Scotty Pippen, John Stokton, Charles Barkley, e altre sei stelle che hanno impartito all’Europa una lezione del loro irraggiungibile livello di gioco.

Alessandro, undici anni e già un metro e settanta di altezza su un corpo ancora acerbo, tormenta il padre, cameraman Rai inviato a Barcellona con la troupe italiana dedicata a seguire gli atleti azzurri e gli strappa un sì alla richiesta di seguirlo nella trasferta di lavoro.

Con la complicità di un collega spagnolo, Giovanni Campese riesce a far intrufolare il figlio nel Palau Sant Jordi, grande arena polivalente di Barcellona, sulla collina di Montjuïc, che ospita tutti gli sport al coperto. E’ in allenamento il dream team ed è spettacolo che lascia senza fiato. Schiacciate in rovesciata, canestri da distanze siderali, lob millimetrici, velocità, invenzioni, ma anche lavoro duro e disciplina, agli ordini di un pool di allenatori guidato da Chuck Daly, dei New Jersey Nets. Alessandro se ne sta in disparte a osservare i miti che ha visto in televisione e si convince che non potrà mai emulare uno di quei fantastici atleti. Quando Daly fischia la fine dell’allenamento si porta all’ingresso degli spogliatoi con in mano il notes e una penna. Li porge a Michael Jordan e guadagna l’autografo del giocatore che venera come un dio. Il genio del basket gli regala anche un buffetto sulla guancia.

Alessandro svena il padre con l’acquisto dei biglietti di tutti gli incontri degli Stati Uniti e di una decina rullini fotografici esauriti con l’ultimo scatto per il tripudio americano, oro a Barcellona. Sul blocco degli appunti di Alessandro la strepitosa successione di successi del dream team: 51 punti in semifinale alla Lituania di MarčiulionisKurtinaitisSabonis, 32 alla Croazia (che schiera i grandi dell’Europa, Dražen PetrovićRađa e Kukoč) nel match per la medaglia d’oro.

Il miglior marcatore della squadra (e del torneo olimpico) è Charles Barkley, con una media di 18 punti a partita e un massimo di 30 realizzati contro il Brasile. Il playmaker John Stockton è il cestista con il maggior numero di assist. Alessandro scopre i suoi nuovi idoli.

E’ tempo di campionati studenteschi, di aspre rivalità tra i licei napoletani. Un competitor rispettabile è la scuola militare della Nunziatella, ma non all’altezza dei licei Sannazzaro e Gianbattista Vuico. Alessandro si è già fatto notare dai responsabili della Fip napoletana. Il dirigente lo ha segnalato a Roma, all’allenatore delle nazionale giovanile e ne ha parlato con la Federazione del Foro Italico un suo zio, che ha indossato la maglia azzurra nel torneo triangolare di inaugurazione della palestra Coni, adiacente ai giardini del Palazzo Reale. Ha una famiglia numerosa, quarto di sei fratelli, quattro sorelle e una dozzina di nipoti. Li coinvolge nello sport che ha praticato fino a entrare nel circuito della nazionale e lo seguono in tre. Alessandro, a suo dire, è il più dotato per talento e ambizione, qualità fondamentali che fanno di un potenziale cestista un campione. Lo accompagna la fama di miglior ala alta dei campionati studenteschi e lo ingaggia la squadra napoletana che disputa la serie B, ora A2. Al compimento del ventesimo anno riceve la convocazione dell’Italia giovanile, transito obbligato di avvicinamento alla prima squadra.

L’occasione per l’esordio tra i big è la convocazione per la trasferta in Grecia che ospita i campionati europei, dove Alessandro conosce lo stress da panchina, interrotto da brevi parentesi in campo, in sostituzione dell’ala titolare.

Il sogno è calcare il parquet dell’Arena Zagreb, palasport realizzato per ospitare i mondiali di basket. Nel frattempo Alessandro riesce a ritagliarsi un breve tempo di vacanza nei mesi che precedono la partenza per la Croazia.

Un sabato di agosto pieno, afoso, di buon mattino monta sulla sua Harley Davidson e imbocca la Napoli-Salerno per raggiungere la famiglia a Palinuro. In prossimità dell’uscita di Nocera, in una curva che sembra non finire mai, a cento metri dall’ingresso di un tunnel, un’Alfa Romeo “Giulietta” sbanda vistosamente su un tratto di strada bagnato. Il guidatore frena per non finire sul guardrail, l’auto accelera sul bagnato e finisce per tamponare con violenza la moto di Alessandro, che sbalzato dalla sella è scaraventato sulla roccia che fiancheggia l’autostrada. L’impatto con la schiena lo lascia tramortito. Gli addetti lo caricano con cautela nell’ambulanza e si dirigono all’ospedale   salernitano San Leonardo. La diagnosi lascia intendere che il giovane cestista non camminerà più con le sue gambe.

Priolo, Sicilia, campionati mondiali di basket per paraplegici. Alessandro può giocare come pivot, nel ruolo che gli è stato negato per motivi di altezza. Non ha mai superato il metro e novanta. E’ il capitano degli azzurri in carrozzina, anima e cuore della squadra che affronta il team americano. “E’ l’occasione per battere gli invincibili, stavolta giochiamo alla pari”. Il tifo per Alessandro, leader della nazionale in carrozzina, lo esalta e diventa contributo decisivo per chiudere la sfida con il punteggio di quarantadue a trentotto. L’Italia è campione del mondo.

Dopo aver vinto la preolimpica a Montecarlo dando 40 punti ai francesi, il Dream Team sbarcò a Barcellona come una della maggiori attrattive sportive e mediatiche dell’evento a cinque cerchi. A causa di questa formazione di stelle, le partite della squadra iniziavano di solito con la squadra avversaria che scattava foto ai propri idoli.[5]

La squadra vinse tutte le partite con margini abissali, senza mai la necessità di chiamare un time out, viaggiando ad una media di quasi 44 punti di distacco inflitti. Anche nella fase finale del torneo gli USA imposero la loro legge, dando 51 punti in semifinale alla Lituania di MarčiulionisKurtinaitisSabonis e battendo di 32 la Croazia (che pur schierava Dražen Petrović e i futuri atleti NBA Rađa e Kukoč) nella partita valida per la medaglia d’oro. I croati erano già stati battuti ampiamente nel girone eliminatorio, così come la Germania di Schrempf, il Brasile di Oscar e la Spagna di San Epifanio.

Il ruolino di marcia del Dream Team fu:

·       USA 116 Angola 48 (gir. eliminatorio)

·       USA 103 Croazia 70 (gir. eliminatorio)

·       USA 111 Germania 68 (gir. eliminatorio)

·       USA 127 Brasile 83 (gir. eliminatorio)

·       USA 122 Spagna 81 (gir. eliminatorio)

·       USA 115 Porto Rico 77 (quarti di finale)

·       USA 127 Lituania 76 (semifinale)

·       USA 117 Croazia 85 (finale per l’oro)

Il miglior marcatore della squadra (e del torneo olimpico) fu Charles Barkley con una media di 18 punti a partita e un massimo di 30 realizzati contro il Brasile. Il playmaker John Stockton fu il cestista con il maggior numero di assist (statistica nella quale era il migliore al mondo) della rassegna olimpica.

Mentre l’opportunità di veder giocare assieme i più grandi giocatori del momento venne apprezzata (così come la qualità mostrata), non fu così per l’attitudine con cui la squadra talvolta tendeva a sminuire gli avversari. La grandezza del Dream Team e il suo impatto furono comunque tali da far sì che l’intera nazionale USA di basket maschile fosse successivamente inserita nel Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, come era già accaduto agli olimpionici del 1960, e nel FIBA Hall of Fame dal 2017.

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Il Racconto di Domenica 25 novembre 2018

Cattive compagnie

Il lampo di un talento innato, scoperto per caso, coltivato prima inconsapevolmente, poi in piena coscienza, ti può cambiare la vita. Lo smarrimento, imposto dal bisogno, da urgenze altrimenti irreparabili, ti può cambiare la vita: nel bel mezzo di questo dualismo antitetico il caso di Claudio, uno per tanti che drammaticamente li rappresentano.

DI LUCIANO SCATENI

Un diavolo a cinque anni. Irrequieto, disobbediente virale, dispettoso, ribelle. “Questo è nato per farmi dannare, non riesco a raddrizzarlo”. Maria, la madre, le ha provate tutte. Lunghe chiacchierate in sintonia con il livello di comprensione di un bambino, castighi, perfino sculacciate, a cui non avrebbe mai voluto ricorrere. Disperata, ricorre all’esperienza del cognato, psicologo dell’infanzia, che prova a giustificare il proprio fallimento con l’handicap del rapporto improprio zio-nipote, a suo dire influente in negativo sull’esito della terapia.
Claudiuccio, e il vezzeggiativo non sarebbe proprio adeguato alla peste che è, diventa il problema della maestra Antonella, un donnina paziente, dolce, amata dagli scolari, a un niente dalla pensione. Claudio porta lo scompiglio nell’aula e coinvolge altri bambini, indotti per emulazione a comportamenti irrispettosi che costringono la direttrice a continui interventi per ripristinare la normalità. Con il trascorrere degli anni cambia quasi nulla della sua anarchia impertinente, ma anche di un’intelligenza non comune. Anomalia che non spiegano i genitori e neppure i docenti di altre materie, è il talento del ragazzo per la matematica. Per suo conto va molto oltre le indicazioni del piano di studi del liceo scientifico. Un anno prima della maturità si candida, e non lo confida neppure in famiglia, a competere con gli under 21 che si sfidano nell’affrontare problemi di difficile soluzione anche per laureati. Risulta il migliore. Lo contatta Chris Herbert, ricercatore italo-inglese del Cern e l’invita a frequentare il master che offre a giovani di talento l’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare, conosciuta con l’acronimo CERN, il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle. L’idea di partecipare all’impresa delle imprese fa credere a Claudio di cambiare la sua vita di scapestrato, ribelle, anarchico figlio del suo tempo malato. Non va proprio così. In un pub che proporre birre di mezzo mondo si dà appuntamento un gruppetto di ex alunni delle medie. Tra loro c’è Vittorio, che a suo tempo ha convinto i compagni a fumare, prima sigarette poi hascic. Un paio di anni dopo la licenza media la pecora nera della combriccola ha cercato i compagni e ne ha coinvolti un paio in una ignobile ragazzata.

Il padre, un tipo non meno fuori di testa, a quindici anni gli ha insegnato a guidare durate le vacanze in una paesino della Calabria dove non c’è neppure la caserma dei carabinieri. Con la complicità di un cugino che lavora di notte in un garage, Vittorio si mette alla guida di una Jeep e raccoglie ai rispettivi domicili due vecchi compagni delle medie. Uno è Claudio. L’auto si dirige in periferia e s’infila in un viottolo buio, solo a tratti illuminato da vecchi lampioni che danno una luce fioca. La jeep segue lentamente il tratto sterrato della stradina e rallenta in prossimità di sentieri laterali. La via senza uscita finisce davanti a uno sgangherato cancello, chiuso con una catena arrugginita. Vittorio scende dall’auto e chiama sottovoce “Rita…Rita, vieni fuori”. Lo seguono Claudio e Vincenzo. Da un’alta siepe di piante selvatiche, alla destra del cancello, esce una donna imponente, non più giovane. Il trucco del viso è pesante, quasi clawnesco, un vestito troppo stretto mette in evidenza forme di un corpo sfatto, il petto prorompe in tutta la sua abbondanza. Vittorio la fa entrare nel sedile posteriore, la segue e chiude lo sportello. Dopo qualche minuto esce scende dall’auto e tira su i pantaloni. “Dai ragazzi, tocca a voi, offre la ditta”. E’ la volta di Vincenzo, che spaccone com’è, s’infila nell’auto e apre il finestrino dello sportello posteriore perché gli amici lo vedano mentre scopa con la prostituta. Dopo altri cinque minuti: “Vai Claudio, datti da fare, non c’è due senza tre”. L’incitamento serve a poco. Lui proprio non ce la fa. Entra nell’auto, chiude il finestrino che si appanna per le differenza della temperatura tra interno ed esterno. “Rita, ti chiami così no? Se per caso ti chiedono di me, tu rispondi ‘tutto bene’ come se l’avessimo fatto. Io non ho nessuna intenzione di scoparti, usciamo tra qualche minuto dalla macchina”.

La donna scende dalla jeep e comincia a rivestirsi. Vittorio profitta di un suo momento di disattenzione, spinge i due amici in macchina, si mette velocemente alla guida, accende il motore e parte a tutta velocità. Le urla di Rita si perdono nella notte.

Un bel problema: è venuto il momento di dar seguito all’invito del Cern di raggiungere Meyrin, al confine tra Svizzera e Francia alla periferia di Ginevra.  Il problema è dove trovare un po’ di soldi per un alloggio, anche minimo e le piccole spese della lunga trasferta. Il padre, piccolo bottegaio, attraversa un periodo nero per la crisi del commercio al minuto e a stento riesce a sfamare la famiglia. Claudio è sul punto di rinunciare e va in depressione. Manca solo un mese alla data utile per raggiungere Meyrin il sogno di mettere a frutto il suo talento di matematico sembra destinato a un brusco risveglio.

Squilla il cellulare. “Pronto, chi è al telefono?” “Se ti impegni, lo scopri”. “Vittorio, non ci posso credere, che fine hai fatto?” “Io nessuna e tu?” “Lasciamo stare, non ho voglia di lamentarmi”. “Ho capito devo fare la crocerossina. Dai ti vengo a prendere e mi dici cosa ti affligge”.

Al bar, Claudio: “Pensa tu, ho l’occasione della vita e devo rinunciare per un pugno di euro che non ho”. Vittorio: “Tutto qua? Amico mio, ho imparato che solo alla morte non c’è rimedio, fidati. Dì un po’, ma l’hai presa la patente, sai guidare?” Claudio: “Sicuramente meglio di te”. Vittorio: “La macchina la procuro io. Tranquillo, in Svizzera ci vai”.

Il compito è in apparenza semplice e senza rischi: “Claudio, Conosci il capannone dell’ex Chemis & Sons, sì, quello vicino al deposito di metano, dove c’è il capolinea dei bus extraurbani…ferma la macchina accanto al cancello di ferro, subito dopo il numero 23 di via De Gasperi, lascia aperto il portabagagli, ci metteranno dentro degli scatoloni, chiuderanno il cofano. Metti in moto e vieni dove abito, sì sempre lì, in piazza dell’Immacolata. Tutto qui, chiudi l’auto, lascia le chiavi nella casetta della posta a mio nome all’interno del palazzo e fila a casa”.

Claudio si ritrova con un cinquantamila euro sul conto corrente di una banca di Ginevra che gli ha intestato Vittorio o chi per lui. Capisce ma preferisce ignorarlo,a che è il normale compenso per i terminali insospettabili di un lungo percorso del traffico internazionali di cocaina che si conclude con la rete di spaccio locale.

Il dieci di Agosto, caldo torrido, se ne sta teso nella poltrona 10A del jet che due volte alla settimana porta a Ginevra e riporta a Napoli i pendolari di lusso, dirigenti di istituti di credito svizzeri a tutela di grandi investitori italiani.

Fabiola Gianotti, direttrice del Cern, affida a Claudio il delicato incarico dei calcoli che potrebbero dar una svolta agli studi delle particelle create negli acceleratori ad alta energia. Nella fase più impegnativa della ricerca lo smartphone segnala l’arrivo di un messaggio. “Caro Claudio, nel prossimo weeck end ti voglio qui. E’ un’emergenza, non puoi mancare, Vittorio”.

“Accidenti, per assentarmi, sono stato costretto a inventare la morte di mia nonna, come a scuola per evitare un’interrogazione”. Il volo Ginevra-Napoli è un incubo. Claudio lo sa bene, i cinquantamila euro che gli consentono di vivere l’eccezionale esperienza del Cern non sono piovuti dal cielo. “Ma quando finirò di estinguere il debito?”

Succederà presto. La terza consegna di cocaina ha un esito non previsto da Vittorio e tanto meno da Claudio. Stronca sul nascere la carriera di ricercatore di un giovane e brillante matematico, in manette un attimo dopo aver consegnato il carico di cocaina stipato nella Mercedes del boss capozona dell’hinterland napoletano.

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Il Racconto di Domenica 18 novembre 2018

Il teatro nell’anima, una vocazione irresistibile, la precoce determinazione di trasformare il sogno di ragazza in ragione di vita: obiettivo per nulla semplice da realizzare, non per Anna, che appena oltre la soglia della maggiore età, sceglie di assecondare il desiderio di calpestare le scene del teatro e va, una di tanti ragazzi italiani che lasciano la loro terra perché cittadini del mondo.

DI LUCIANO SCATENI

Anna nasce a Realmonte, provincia di Agrigento, paese di 4.500 abitanti che si conoscono l’un l’altro, si amano e si odiano, come avviene nelle piccole comunità, spesso per motivo futili, a volte per liti sui confini di terreni limitrofi, per gelosie dell’altrui fortuna e storici rancori interfamiliari.

Ribelle già da piccola, intollerante, impaziente, spirito libero, distante dallo stereotipo delle obbedienti ragazze siciliane, Anna, compiuti i diciotto anni, si dedica alla frenetica scoperta di luoghi distanti molte miglia dal Paese, dove investire il suo straordinario talento artistico, che, bambina, ha scoperto don Basilio, parroco di Realmonte con la passione per il teatro. Il prete trasgredisce alla limitante regola di impiegare solo maschi nell’allestimento di commediole da mettere in scena nel teatrino annesso alla Chiesa di San Gerlando, protettore di Agrigento e affida alla piccola Anna il ruolo di Pinuccia, capricciosa figlia di un ricco proprietario terriero. A tredici anni la ragazzina s’impone alla volontà di padre e madre e frequenta la scuola di recitazione tenuta da una vecchia attrice in pensione in una frazione di Realmomte distante due chilometri, che la ragazzina raggiunge a piedi.

Ai suoi diciassette anni, Anna, già esperta internauta, esplora i siti delle scuole di recitazione e l’attenzione è attratta dalla Kogan Academy of Dramatic Arts di Londra, che tiene un corso di tre anni con full immersion nella vita di attore. La ragazza legge avida le notizie pubblicate sul sito. Il piano della scuola prevede The Science of Acting. “Per integrare le lezioni di recitazione riceverai una formazione completa in una serie di altre discipline. Voce, movimento, canto, danza, acrobazie, prove davanti alla macchina da presa, storia del teatro. Tra gli insegnamenti sul campo ogni anno un intero spettacolo. Il corso offre agli studenti una quantità senza precedenti di esperienze. Non solo, abbiamo un quarto mandato durante l’estate in cui proverai ed eseguirai un intero spettacolo ogni anno diretto da uno dei tuoi tutor e sarai costantemente diretto in prove più brevi durante l’anno con gli altri studenti sui modi di regia”.

Anna trasale, il costo di partecipazione è di 10.450 sterline, che anche se rateizzate sono un costo scoraggiante. Altra difficoltà: il corso è in inglese. La ragazza sorride invece leggendo che l’Accademia restituisce i soldi pagati per la partecipazione al corso se dopo sei settimane l’apprendista attore scopre di non essere all’altezza del compito e che è possibile accedere a borse di studio.

“Ho un anno per organizzarmi, tempi stretti, devo darmi da fare”. Anna mette in gioco tutta l’intraprendenza ereditata da un padre creativo, che alterna la scrittura di romanzi e saggi alla pittura.

Ma la signora Elisa non ha vissuto per vent’anni negli Stati Uniti? Ecco chi mi insegnerà l’inglese. E i soldi? Anna chiede al padre il permesso di utilizzare la somma che negli anni le hanno messo da parte per quando avrebbe compiuto diciotto anni. “Papà, l’Accademia inglese offre uno sconto del 25 percento sul costo del corso, dimmi di sì”

L’aereo della British atterra all’aeroporto di Gatwick con dieci minuti di anticipo sul previsto. La navetta arriva nel grande centro di smistamento della Victoria Station, il taxi deposita Anna all’ingresso dell’Accademia. Uno dei tutor accompagna la ragazza nel suo alloggio, posto nell’ala nord dell’edificio principale della Kogan.

Il primo giorno è per l’aspirante attrice il tempo dell’acclimatamento, dell’approccio ai locali dell’Accademia, della conoscenza di compagni e compagne di corso, dei docenti, tutti convocati nella grande aula teatro dal direttore per il welcome.

Non è facilissimo seguire le azioni in inglese, anche perché notevolmente diverso dal linguaggio “americano” della signora Elisa, ma c’è tutto il tempo per assimilare le differenze.

L’Accademia è in una strada centrale di Londra e Anna, quando è libera dagli impegni di studio, esplora i dintorni. Scopre un pub particolarmente accolgiente, dove lavora Gianni, un bel ragazzo torinese che studia sociologia e si mantiene lavorando.

La frequentazione diventa progressivamente più assidua. Spesso la ragazza trascorre alcune ore della sera bevendo birra, per giustificare la presenza nel locale.

In uno raro sabato di libertà dal lavoro, Gianni invita Anna a cena, in un locale thailandese arredato con gusto, dove da un banco centrale, che offre infinite varietà di cibo, si può prelevare quanto si vuole e portarlo nella grande ciotola di servizio alla cucina centrale, dove i cuochi cuociono ogni cosa e non nell’olio, ma nell’acqua, per poi insaporire tutto con varie salse. L’accesso al banco cibi è consentito in pratica all’infinito, ammesso che non ci si sia saziati abbastanza per il solo prezzo di un pasto.

Nel corso della serata, Gianni vince la timidezza e chiede alla compagna di essere la sua fidanzata, ma è solo una formalità perché sa che il sì è ampiamente scontato.

Escono dal ristorante abbracciati. E’ tardi e Anna deve rientrare. Accelerano il passo e quando sono nelle vicinanze dell’Accademia commentano la velocità di un pullmino che procede nelle loro direzione. “Chi lo guida deve aver bevuto parecchio”, “Per me è matto”. Improvvisamene l’automezzo devia dalla direzione di marcia e a tutta velocità piomba sul largo marciapiedi, investe una coppia di anziani, un ragazzo nero e una donna che spinge la carrozzina con dentro il figlioletto. Gianni e Anna si gettano di lato, nel tentativo di non essere travolti, ma non riescono ad evitarlo.

In pochi minuti arrivano sul posto policemen, mezzi di soccorso, uomini dell’antiterrorismo. L’autista del pullmino esce malconcio dalla cabina di guida. Impugna una pistola e spara a chiunque provi a fermarlo. Un agente rompe gli indugi e lo abbatte a colpi di fucile mitragliatore.

Per Gianni non c’è nulla da fare, il colpo subito lo ha fatto volare sulla strada, ha battuto la testa con violenza, è morto in pochi secondi.

In sala rianimazione del Royal National Orthopaedic Hospital, Anna è in coma farmacologico. A un primo esame del medico del pronto soccorso, confermato dal primario di ortopedia, la diagnosi è di lesione del midollo spinale.

La ragazza riprende conoscenza dopo un mese e al suo fianco c’è la madre, che non riesce a nascondere le lacrime. Come dire alla figlia che il suo futuro è una carrozzina da invalida…

La Rai propone la messa in onda di grandi sceneggiati degli anni sessanta, settanta. Anna non ne perde uno e appaga così l’amore per il teatro, ma con la morte nel cuore.

 

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Il Racconto di Domenica 11 novembre 2018

Tema, la casualità

 DI LUCIANO SCATENI

Un bambino vola nel vuoto da un balcone del quarto piano, i fili d’acciaio di uno stendipanni frenano la caduta e una montagnola di sabbia in attesa di essere utilizzata dai muratori accoglie il corpo del bambino, che se la cava con una gran paura.

Orlando Gentile, manager in carriera, ha in tasca il biglietto di prima classe del volo Milano-Houston. Lo aspetta un meeting ad alto livello, a precedere la firma di un sontuoso contratto per la fornitura di sofisticati macchinari dell’industria elettronica. La direttrice Milano-Malpensa è soffocata di traffico e il manager raggiunge l’aeroporto con grande ritardo. Si precipita trafilato al check in inutilmente. Il suo aereo rulla già in pista. Al banco accettazioni la buona notizia è che anche se con uno scalo a Francoforte Gentile può raggiungere Houston in tempo per l’importante incontro. Comodo nella poltrona che offre ampio spazio anteriore riceve dalla hostess una coppa di champagne da sorseggiare durante il decollo. Il comandante annuncia “Ci siamo”. Il rombo dei reattori cresce d’intensità, fino a raggiungere la potenza richiesta, il jumbo lascia l’asfalto della pista, ma quando sembra prendere quota, improvvisamente punta il muso in giù e precipita. L’aereo è in fiamme, non si salva nessuno.

 

Egidio trova un quadrifoglio, lo mette sotto vetro e l’incornicia ben in vista, come farebbe il cacciatore al ritorno da un safari dopo aver affidato a un noto mummificatore di animali la testa della tigre del Bengala freddata nell’ultimo giorno di una battuta di caccia in India, terra della Panthera tigris. “La fortuna non è cieca” annuncia ad amici e parenti. Gilda, splendida donna mi ha detto sì, ci sposiamo a Maggio.

Beniamino quasi sveniva leggendo in contemporanea l’ultimo numero estratto del superenalotto ed il suo sulla matrice del ticket acquistato dall’unico tabaccaio del paese. Coincidono.

“Che cazzo ci faccio con questa montagna di soldi?” Si affollano nella mente tutti i desideri non esauditi. “Mi compro la Porsche, vacanza alle Bahamas, un televisore 50 pollici, vestiti di sartoria, il giro del mondo in trenta giorni, New York-Giappone nella suite dell’aereo che batte bandiera Emirati, con maggiordomo e cuoco personale, Yacht transoceanico, villa vittoriana nel Sussex con annessi campi di calcio, tennis, scuderie e cavalli di razza.

Bussano alla porta di Eugenio. Non è in casa, risponde Maria. E’ il postino. Le porge una busta formato A4, di quelle imbottite. Mittente sconosciuto, ma certamente americano, di El Paso, Texas. “Speriamo non siano brutte notizie”. La zia Concetta, emigrata negli anni trenta, vedova di zio Angelo, non è stata bene come ha scritto di recente il figlio Giuseppe che con l’italiano dopo tanti anni di America non è in grande confidenza. La grafia è sua, quasi illeggibile come quella del medico di famiglia. “Mama morta. Quore diseased molto”. C’è un rigo di accompagnamento alle lettera inviata dallo studio notarile Stevens and Sons. La traduce Mariella, la vicina di casa che ha studiato a Londra, alla London School of Economics. “Ai signori Aurigemma, per segnalare che presso il nostro studio la signora Concetta Aurigemma, coniugata Indolfi, ha depositato il suo testamento autografo che vi designa destinatari della somma di due milioni di dollari…”. Maria con il cuore in tumulto chiama al cellulare il marito: “Zi…zia Concetta, pa…pace all’anima sua, è morta e ci ha lasciato in eredità due milioni, sì, di dollari”. “Marì, non parlare con nessuno, mi raccomando, aspetta che torno”.

Gabriella le ha provate tutte, perfino il viaggio della speranza a Mosca, dove opera il più accreditato specialista di mancate gravidanze. Una vera processione, nella strenua speranza di aspettare un figlio. Infine la rassegnazione, l’incubo della depressione. Il marito: “Ti porto a Voghera, da un medico che ha trattato con successo casi come il tuo. Il ginecologo Vincenzi dalle sua parti, e non solo, è il “dottor miracolo”, un candidato alla santità per tutte le donne entrate in gravidanza dopo frustranti tentativi. L’iter terapeutico è lungo, laborioso, a tratti sconfortante, ma succede e nasce Gregorio in omaggio al nonno paterno.

Giacomo odia il numero sette. E’ il settimo figlio di donna Veronica, prolifica moglie di Salvatore che, così raccontano gli amici, a sera preferisce altro alla televisione, convinto all’alternativa da una moglie che ha sposato anche perché ‘sensuale’. Nascere dopo sei fratelli gli ha procurato solo svantaggi. Intanto, mai un abito e scarpe nuove, perché mamma Veronica ha fatto i conti con il bilancio familiare e ha passato di figlio in figlio camicie, pantaloni, cappotti. Fanatico del calcio, il ragazzo ha indossato la maglia numero sette e non l’ha più cambiato, anche perché lo hanno schierato sempre all’ala destra, tradizionalmente individuata con quel numero prima della rivoluzione anarchica di calciatori con il numero 99. Nel corso di una partita amichevole, al minuto settanta sette, su tiro di calcio d’angolo Giacomo si alza per colpire il pallone in mezza rovesciata volante. Un difensore devia la traiettoria del tiro e lo disorienta. Cade male, impatta il terreno con il petto, ne fa le spese una costola ed è costretto a stare fuori squadra per sette più sette giorni. L’unico sette in pagella, al secondo anno di liceo, glielo affibbiano in condotta. In età adulta diventa ludopatico e dà fondo a tutti i suoi averi, a quelli di famiglia, ai prestiti di amici e strozzini. In tutto va in rosso per sette volte settemila euro.

Ahmed nasce in un angolo della baraccopoli affollata di profughi, a conclusione di un parto che non conosce privacy e igiene. Amina è una delle madri provate dalla fame, debilitate da malattie endemiche, impreparate a mettere al mondo un figlio. Ahmed nasce piangendo, com’è normale quando si lascia il grembo materno, ma non smetterà di manifestare lo star male con lacrime e sonori lamenti. Il medico di Emercency può poco. La madre non ha latte, il surrogato di quello in polvere è esaurito, lo scaffale dei medicinali è quasi vuoto e non c’è neppure una compressa di antibiotico. Amina stringe al petto il piccolo, per dargli almeno un po’ di calore, ma è fredda come il figlioletto e quando prova a cullarlo già non respira più.

Vittorio vuole strafare, impressionare Giulia. 17 anni lui, quindici lei. Che fare? A oriente della costa, l’isola greca di Lefkas si frastaglia in cento brevi rientranze. In una, quasi dirimpettaia di Skorpios, atollo di Onassis, il padre di Vittorio ha tirato a terra il piccolo gozzo entrobordo preso in fitto per i giorni di vacanza in famiglia.

“Giulia, ti va di andare per mare?” “Mi va, ma è quasi buio, rimandiamo” “Eh, no, dove lo metti il fascino del tramonto e della sera?” Vanno. La piccola barca scivola in acqua, il motore borbotta due o tre volte e vanifica il tentativo di farlo partire, poi obbedisce e gira docile. Vittorio punta al largo e sfida il vento di levante che per il momento imbianca lievemente il mare. Improvvisamente rinforza e spruzzi d’acqua entrano a bordo. Giulia guarda il ragazzo con preoccupazione, gli chiede se non sia il caso di far ritorno, ma l’incoscienza e lo spirito d’avventura di Vittorio hanno la meglio e la barca punta s’inoltra sempre più al largo. Ormai è distante quattro miglia da Lefkas. Quando finalmente il ragazzo capisce che è ora di invertire rotta, il motore, dopo qualche incertezza, non dà più segni di vita. Le innumerevoli prove di rianimarlo non hanno esito e i due ragazzi cercano i remi sul fondo della barca. “Accidenti, sono rimasti a terra”. “Vittorio ma che dici? Dimenticati?”

In mare si annuncia burrasca, il gozzo barca ondeggia paurosamente e imbarca acqua. Giulia prova a telefonare a casa, ma non c’è copertura e desiste con rabbia. Un’onda di eccezionale violenza rovescia la barca e i ragazzi, sbattuti in mare si aggrappano a uno dei bordi. Quando sono allo stremo delle forze, avvertono il rumore di uno scafo a motore. Lo yacht ha un potente faro a prua. Esplora il mare e dopo numerosi giri a vuoto avvista il gozzo. Vittorio e Giulia sono in ipotermia, lui bestemmia contro la sfortuna, lei contro la sua incoscienza.

 

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Il Racconto di Domenica 4 novembre 2018

I SANTAROSA

di Luciano Scateni

Sere fa guardavo il Napoli di Ancelotti sovrastare la potenza tecnica del Paris Saint Germain. Ero seduto su uno scomodo divano che impedisce posture corrette del corpo. Sedevo in punta, il busto eretto, audio in cuffia per non coinvolgere una moglie tenacemente disinteressata al calcio, che mi pone l’impossibile quesito “Ma per quale Napoli provi emozioni calcistiche se nella squadra gioca un solo italiano, il napoletano Insigne?” Come darle torto. Nella formazione tipo degli azzurri ci sono un colombiano, Ospina, un albanese, Hysaj, due spagnoli, Albiol e Callejon, un nigeriano Koulibaly, un portoghese, Mario Rui, un brasiliano, Allan, uno slovacco, Hamsik (capitano), due polacchi, Zielinslki e Milik, un belga, Mertens. Mentre il Napoli multietnico sbrigava con buon piglio la pratica Psg, ho sottovalutato un minimo tremolio del divano, giudicandolo uno scherzo della fantasia, chissà l’esito di un insolito movimento delle gambe in risposta emotiva a un’azione d’attacco del Napoli fallita di un niente.

Eh no, il lieve dondolare del lampadario con i tic di spettatore del calcio non avevano niente in comune. Dove avrà tremato la terra? Lo ha svelato il telegiornale. E’ accaduto nell’area della Solfatara, epicentro di un’area dei Campi Flegrei a rischio sismico, che secoli fa ha fatto nascere il vulcano di Monte Nuovo. Grado 2,3 l’intensità, nessun danno, solo pochi frammenti di calcinaccio caduti dalla facciata di una palazzina malandata. Il terremoto è ben altro.

Lo racconto qui, di seguito.

Assoredo al Monte se ne sta poggiato sulla roccia del picco Vincino, alto per circa novecento metri sul pianoro che lambisce l’Adriatico in un tratto di costiera sabbioso, di rena ibrida, perché per una metà miscelata con microscopici frammenti di arenaria, polverizzata da secoli di folate di levante. Il borgo, nato nel ’500 a protezione dei periodiche incursioni della pirateria saracena, ha conosciuto i danni di almeno tre spallate della terra, lungo la faglia appenninica che insulta il centro del Paese a scadenze di secoli e con intervalli irregolari. La povera economia di Assoredo ha vissuto da sempre di modesti doni della natura, tratti dalle stentate colture dei terrazzamenti che digradano a valle, curati a forza di braccia e fatiche debilitanti dalle poche famiglie proprietarie di piccoli appezzamenti.

***

I Santarosa sono i più antichi lavoratori di quei terreni, avari di compensi adeguati al sudore di chi li ara, li semina e ne ricava poco. Rocco Santarosa, 76 anni tutti spesi con la zappa tra mani callose, è l’ultimo erede di un capostipite che sul finire dell’Ottocento ha lasciato la Puglia in cerca di un luogo dove rispondere alla drammatica domanda di sopravvivenza. Per Rocco, l’unica compensazione alle fatiche dei campi è stato il praticare quasi ossessivo del sesso, ricambiato generosamente da Veneranda, la moglie destinata a vivere con lui dal tempo remoto della scuola elementare, quando è nato il loro idillio. La donna ha portato a compimento nove gravidanze e i rampolli sarebbero stati tre di più, senza altrettanti casi di aborto. Solo Anna, Margherita, Rita e Assunta, le quattro figlie femmine, hanno sacrificato una qualche ambizione e sono rimaste ad Asseredo, a spaccarsi la schiena per il raccolto di verdure, patate e ulive. Due dei maschi hanno cercato fortuna a Macerata con poco costrutto, dove lavorano in un ristorante di seconda categoria come camerieri e lavapiatti. Del loro incerto futuro si duole soprattutto la madre, che per Antonio e Cesare aveva sperato in ruoli più soddisfacenti. Prospero è il più fortunato. Gira in lungo e in largo le Marche, piazzista ben retribuito di un’affermata ditta di parafarmaceutici. Ha sposato Raffaella, comproprietaria di un accorsato salone di parrucchieri. Luciano e Matteo, appena maggiorenni, hanno portato la voglia di indipendenza dalla famiglia in Germania, a Dusseldorf, importante centro tedesco di attività economiche ed eventi culturali, polo fieristico, luogo di accoglienza, soprattutto di immigrati asiatici. I più sono giapponesi. Come quasi in tutto il mondo è apprezzata, e di moda, la cucina italiana. Localmente è un cult “Casa Luigi”, prossimo a conquistare le cinque stelle dell’eccellenza gastronomica. Luciano e Matteo hanno trovato lavoro nel ristorante italiano su suggerimento dello chef marchigiano lontano parente dei Santarosa. Hanno servito ai tavoli eleganti di Casa Luigi già da due anni e il proprietario ha concesso loro una settimana di vacanza che comprende il ferragosto. I fratelli Santarosa decidono di spendere un giorno di ferie per raggiungere Assoredo in auto, una Opel station wagon in splendide condizioni, acquistata nella settimana dell’usato garantito. In agosto tutti e nove i fratelli riuniscono le loro vite nella grande casa dei Santarosa, ciascuno con il proprio vissuto, buono o insoddisfacente che sia.

Dopo le fatiche del viaggio durato un’intera notte e parte del giorno successivo, pesa la guida sul tratto di strada che s’inerpica per superare curve strette, senza protezione laterale, in direzione di Assoredo. L’asfalto bagnato dalla pioggia recente è un’insidia sui tornanti che un tempo hanno visto andare su e giù i muli sotto il peso di grossi carichi. La guida richiede concentrazione massima e prudenza, dote sconosciuta a Luciano, che accelera, inutilmente richiamato dal fratello. Da una delle curve, esce sbandando il pulmino navetta che fa la spola tra il paese e i centri in pianura. L’autista compie la manovra che gli esperti scongiurano di evitare. Sterza a sinistra per riportare il pulmino al centro della carreggiata e l’auto slitta, investe in pieno l’Opel. Luciano tenta disperatamente di frenare la corsa verso il vuoto. La macchina rimane in bilico sul ciglio della strada per pochi secondi. Non bastano ai fratelli Santarosa per liberarsi delle cinture di sicurezza e saltare fuori dall’auto. Il volo di un centinaio di metri la fa schiantare sulle sporgenze rocciose della montagna e nell’impatto va in fiamme.

Rocco è inquieto. I ragazzi hanno telefonato alla fine della strada senza  uscita, che s’innesta nell’unico ingresso al paese. Per esperienza diretta ha calcolato che i figli dovrebbero essere arrivati già da diversi minuti. L’ansia cresce e coinvolge donna Veneranda, che si rivolge alla Madonnina protetta da una campana di vetro per chiederle che non succeda niente ai figli.

Trilla il campanello di casa e primo alla porta, per accogliere Matteo e Luciano, c’è Prospero, il fratello maggiore, ma si trova di fronte il maresciallo dei carabinieri in pensione. L’anziano compaesano parla con difficoltà. Rocco ha raggiuto il figlio ed è sorpreso quanto lui di vedere l’ex maresciallo con il quale ha da sempre rapporti sporadici.

“Maresciallo, serve qualcosa?”

“No, don Rocco, niente grazie. Purtroppo ho un notizia terribile da darvi…”

“Matteo…Luciano…sì i vostri figli, un incidente, nelle vicinanze del casolare Amatucci. La macchina è stata investita da un pulmino”

“Sono feriti?”

“Signor Rocco, l’auto è precipitata fuori strada e si è incendiata”

“Nooooo, dio mio, sono morti”.

“Uscito da una curva della strada che porta ad Assoredo, ha dovuto frenare bruscamente per non finire contro il pulmino messo di traverso nel tratto di strada dove ha investito l’auto. L’autista, sotto choc, è riuscito a stento a raccontare l’accaduto. Ha detto di aver visto per un attimo i fratelli Santarosa nell’auto precipitata”. “Li conoscevo bene”’ ha detto tra le lacrime, “da quando erano ragazzini”.

 

Prospero ha il duro compito di informare la madre di quanto è accaduto. Lo fa con cautela, ma Veneranda si accascia a terra svenuta e devono sollevarle le gambe per farla rinvenire. La casa piomba in un silenzio carico di dolore.

La povera donna, pochi minuti dopo essersi ripresa, non si dà pace. Giura che non metterà piede in un auto per il resto della vita. A fatica, per colpa di un’anca malandata, s’incammina a piedi per aggiungere il posto dov’è andata fuori strada l’auto dei figli. Ha portato con sé un piccolo fascetto di fiori di campo e li appoggia in terra, nel punto dove la macchina è stata spinta nel vuoto. Prega che Dio abbia accolto i figli con benevolenza paterna. Compie il cammino a ritroso in salita verso casa e sopporta il dolore al fianco senza lamentarsene. Rientrata, lo sguardo cade sull’istantanea scattata a Dusseldorf dal proprietario del ristorante dove hanno lavorato Matteo e Luciano.

 

Quella in corso non è la solita estate che riunisce la famiglia da anni. Nella notte del venerdì 13, antivigilia del ferragosto, la casa trema paurosamente. Cade di tutto dai mobili negli interminabili quarantuno secondi di un sisma che gli istituti di rilevamento avrebbero classificato “sisma devastante”. Vanno in frantumi i quadri, le fotografie di famiglia collezionate da Veneranda per raccontarsi di tanto in tanto dei figli, dalla nascita all’età adulta. Dalle crepe dei solai vengono giù grossi pezzi di calcinacci, una delle sottili pareti divisorie si sbriciola, i letti ballano e trasmettono a chi dorme l’inequivocabile moto sussultorio della spallata sismica.

Rocco urla allarmato “riparatevi sotto le piattabande dei muri maestri” e trascina la moglie al riparo. Si respira a fatica, la polvere delle macerie entra nei polmoni, Antonio ha le mani insanguinate, le preme sulla ferita alla testa, provocata da un grosso frammento del solaio che si è staccato dal soffitto della stanza dove dorme con il fratello Cesare, dolorante per l’impatto sulla spalla di un busto in bronzo, dono di nozze di Rocco e Veneranda, caduto da un ripiano del mobile accanto al letto. I secondi sembrano durare un’eternità. Quando la scossa esaurisce temporaneamente la sua energia devastante, i Santarosa escono di casa aiutandosi l’un l’altro e si dirigono allo spazio che in paese, con ottimismo, chiamano campo di calcio. Il fondo è terra di risulta e pietre. Una vistosa pendenza agevola chi gioca all’attacco con il campo in discesa. Le porte, senza reti, sono pali ricavati da alberi appena sgrossati. In passato quattro dei nove figli di Santarosa hanno militato nella squadra locale a livello dilettantistico.

Rocco prova a liberare la nuora dal tremito che la scuote, assicurandole che all’aperto, dove non ci sono costruzioni, non corre alcun pericolo.

Sul terreno di gioco ci sono quasi tutti gli abitanti di Assoredo. Anche la giovane Maria Maddalena messa incinta dal fidanzato, il vigliacco, che alla notizia della gravidanza, è fuggito dal paese senza lasciare traccia di sé.

La scossa ha raso al suolo gran parte delle vecchie abitazioni, il campanile della chiesa dell’Annunziata è imploso e nel crollo le campane hanno rintoccato sinistramente. L’entità dei danni ha confermato la previsione dei geologi sulla vulnerabilità di borgate costruite sulla roccia, prive dell’elasticità che ammortizza in parte le scosse telluriche.

La casa dei Santarosa ha resistito un pò meglio di altre e comunque è per metà distrutta. Rocco, dopo il terremoto di tre anni prima, l’ha sottoposta a lavori di consolidamento ben eseguiti, finanziati dal governo. Purtroppo lo sciame sismico in corso, dopo la prima forte spallata, ha inflitto al borgo una serie di sussulti che hanno dato il colpo di grazia alla quasi totalità delle case.

Fortunate le figlie di Veneranda. Per ospitare i fratelli si sono adattate a dormire in due letti a castello in una delle stanze che meglio hanno sopportato l’insulto delle scosse.

***

22 dicembre del ’96, giorno scelto da due anni per raccogliere quel che resta della famiglia attorno all’albero di Natale, lo stesso da una vita. Il giorno successivo dall’Epifania, Rocco ha cura di reinserirlo nel terreno fertile dell’orto che circonda la casa.

“Tutti a tavola” grida Rosa dalla cucina e ognuno si dà da fare, secondo i compiti di un rito che si ripete ogni anno. Antonio si è ritagliato il compito di mescere il vino e non a caso. Da tutti è considerato l’esperto di succhi d’uva e lui non lo smentisce. In tavola ha portato un Sangiovese di un’ottima annata.

Il brindisi, invocato a gran voce spetta a Rocco. “Che dio vi benedica. Ringraziamolo per quello che ci concede e non dimentichiamo mai di farlo. Chiediamogli di ricompensare in cielo quanto è mancato a Matteo e Luciano su questa terra”.

Rosa non l’ascolta, incredibilmente. Ha visto dondolare il lampadario. Un prima volta impercettibilmente, poi dopo una pausa di pochi attimi più vistosamente.

“Che mi prende, mi gira la testa?” Neanche il tempo di chiederselo e il pavimento le manca sotto i piedi. Crolla il soffitto e si abbatte sulla tavola imbandita per la cena. Colpisce quasi tutti, ma risparmia Rocco che siede a capotavola in un punto della casa risparmiato da grossi frammenti del solaio. Chiede aiuto Rosa, impossibilitata a muoversi con le gambe imprigionate dalla pesante cristalleria abbattuta dalla scossa di terremoto.

Tutti gli altri hanno subito danni lievi, escoriazioni, leggere crisi respiratori da inalazione di polvere. Raffaella, vedova di Prospero si tiene il polso dolorante. Teme per il bambino che ha in grembo, piange in silenzio, cerca smarrita lo sguardo dei familiari che l’hanno accolta come una figlia dopo la morte del marito. Una seconda scossa, meno potente, terrorizza tutti. Cesare reagisce con una bestemmia alle scosse che per fortuna si susseguono con sempre minore intensità.

Lui non è quello che si dice di chi è portato per lo studio, ma in questi momenti di rabbiosa reazione alle sciagure provocate dalla terra che trema prende la decisione che cambierà la sua vita.

E’ lo studente “anziano” del liceo scientifico Alessandro Volta di Macerata e i docenti lo prendono in carico con particolare attenzione. Sanno che la maturità è per Cesare Santarosa il passo decisivo per iscriversi alla facoltà di geologia con il proposito di capire come impedire le gravi conseguenze disastrose dei terremoti. Spesso si confronta con l’insegnate di fisica: “Una cosa è certa, mi batterò perché non si ricostruisca dove la solidità della roccia è responsabile di danni devastanti del sisma e meno che mai in prossimità della faglia appenninica, destinata a provocare altri terremoti”. “E il tuo paese?” gli chiede il docente.

“Oramai è un borgo abbandonato. Anche la mia famiglia è scesa a valle, in una casa del piano di delocalizzazione dai luoghi a rischio”

“E per i possibili sfollati?”

“Sono in contatto con l’impresa cinese che costruisce in dieci giorni case di ogni dimensione con un’avveniristica stampanate in 3D”.

“Auguri”

“Grazie, ne abbiano tutti bisogno”.

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Il Racconto di Domenica 28 ottobre 2018

Lo sbarco di Muntari, la marina che non c’è

di LUCIANO SCATENI

Vero, inventato? Il racconto di questa domenica di autunno incombente è vero e inventato al tempo stesso. Chi ha orecchie e occhi per sentire e vedere sarà indotto a riconoscere la sua autenticità, perché parallela alla cronaca di questa stagione, che assiste alla guerra ideologica tra accoglienza e respingimento. Per altri sarà il manifesto costruito in opposizione a chi discrimina il colore della pelle, le diversità culturali, di costumi, religiose. La morale della favola è nelle ultime due righe del racconto.  

Torna dalla pesca la Sant’Orsola, così battezzata quando entrò per la prima volta in acqua vent’anni fa da nonno Giosuè, devoto della vergine beatificata per aver miracolato la figlia Nuccia. Il gozzo, come altre decine, lo ha costruito mastro Nicola e su indicazione del committente l’ha dotato di una cabina ampia, a protezione delle notti di freddo e pioggia. Giosuè ha pescato per anni con Andrea, amico e coetaneo di sempre, aiutati di volta in volta da ragazzi disposti a condividere fatiche e notti insonni, svezzati a generose sorsate di un brandy scalda stomaco a buon prezzo. Da qualche tempo il “mozzo” è Tonio, primo dei nipoti del vecchio pescatore.

Il primo accenno di luce prova a scavalcare come sempre la montagna che si staglia a oriente e non ce la fa a illuminare il dorso argenteo del pesce azzurro tirato su da braccia inutilmente possenti dopo una notte di magra. Gabbiani affamati volano inseguendo la scia della barca per abitudine, in attesa dell’invendibile che i pescatori durante il rientro gettano in mare.

Tonio se ne sta rincattucciato a poppa e aspira da una sigaretta smilza, fatta con la cartina e il tabacco delle pipa preso dalla borsetta del nonno. E’ uno dei sette ragazzi del paese che ancora non hanno messo le loro cose in valigia e hanno affidato al caso il loro futuro, lontano dalla Calabria. Laboriosa, infaticabile madre, Giannina di tanto in tanto gli chiede “Picciotto, ce l’hai la morosa?” Tonio, a labbra strette, bestemmia e vorrebbe rispondere “ma addò stanno ’e fimmene?”. Ce ne sarebbero. Ma sono poche e inguardabili, a suo giudizio.

Il porticciolo si va svegliando con i tempi lenti tipici dei luoghi di mare. Rosario tira su la saracinesca del “Caffè Ionio”, zì Nunzio si appresta a rammendare le reti reduci di decenni di pesca. Don Bruno si dirige alla Chiesa del Pescatore per la Messa di prima mattina, richiesta dalle donne per inaugurare “santamente” la giornata.

Tonio salta nell’acqua che lo bagna fino alle ginocchia e non risparmia i lembi del jeans arrotolato. Porta a terra le quattro cassette con il pescato. Poca cosa. Qualche chilo di alici, cinque o sei saraghi pizzuti, un paio di polpi. Lascia tutto e la cerata, che l’ha protetto dal freddo e dagli spruzzi d’acqua, in un piccolo magazzino accanto al bar e si avvia verso casa, interna all’abitato di Muntari Marina. Si lascia cadere di peso sul letto non rifatto dalla notte precedente, oscura la finestra con un vecchio panno e assume la posizione di sempre. Se ne sta supino, le braccia incrociate dietro la nuca a schiacciare la vertigine di capelli ribelli.

La spiaggia è in fermento. Dal balcone di casa che guarda il mare, Bernardo Fusin, brigadiere dei carabinieri, spedito quaggiù dalla Val Sesia, non individua l’imbarcazione che avanza lentamente in direzione del paese e lui le barche del luogo le conosce una ad una.

Lungo l’arco della piccola rada arrivano alla spicciolata gli abitanti, spinti dal passa parola, per scoprire chi si avvicina alla spiaggia.

La casa dista poco dal mare, il vocio dei paesani gli impedisce di prendere sonno e Tonio scende dal letto, spalanca la finestra, prova a capire a cosa attribuire l’insolito trambusto. Tanto vale unirsi ai paesani.

Con l’approssimarsi alla spiaggia dell’imbarcazione diventa chiaro a tutti a cosa stanno assistendo. Dai bordi del grande gozzo sporgono le teste nere di migranti, fitte, una accanto all’altra e il peso degli occupanti quasi sommerge lo scafo. Tra i primi ad aiutare i profughi a sbarcare c’è Tonio. Prende tra le braccia i più piccoli, sconvolti dalle fatiche del viaggio e si accorge di una ragazza che quasi non si regge in piedi. Sscavalca il bordo del gozzo, le si avvicina, si fa circondare il collo da un braccio, le cinge la vita, la solleva e la porta sulla terra ferma. L’espressione di riconoscenza della giovane non cancella l’altra, di diffidenza. Tonio prova a tranquillizzarla passandole una mano sui capelli, con dolcezza.

Il sindaco di Muntari, dove i migranti sono stati accompagnati dopo essere stati rifocillati, ricorre a un paio di rifugiati che hanno imparato un po’ di italiano per conoscere nomi e provenienze dei migranti.

Si chiama Jamilah la ragazza assistita da Tonio, ha vent’anni, è nigeriana. Racconta di aver affrontato la traversata del Mediterraneo spinta dal padre per sottrarla alle violenze di un criminale, impunito nonostante le denunce alla polizia, protetto da un politico influente. Ha un figura da indossatrice, un viso dolce e occhi magnifici.

Nonno Giosuè è stanco e sfiduciato. Pesano sui suoi ottantaquattro anni le migliaia di notti passate in mare, la vita di stenti a cui lo hanno costretto i magri profitti della pesca, gli acciacchi dell’età, la pigrizia nell’adottare strumenti moderni che rendano più remunerativo il mestiere. Il vecchio proprietario della Sant’Orsola si consulta con la moglie e mette giù due conti per capire ce la faranno a tirare avanti con le due modeste pensioni. E’ Anna, come sempre, a decidere. ”Giosuè basta andare per mare e farcela ce la faremo”. “Va bene, ma di vendere la barca non ci penso proprio, è un pezzo della mia vita”

Annella, madre di Tonio, parla con cautela al padre e facendo leva sul suo affetto per il nipote gli chiede di affidargli la barca. Il sì non arriva subito, ma arriva e con le risorse di un finanziamento europeo il gozzo si dota di strumenti tecnologici che rendono la pesca remunerativa.

Jamilah parla a lungo con il sindaco del Paese, gli dice di sè che vuole ripagare l’ospitalità con il lavoro. “Qualunque lavoro”. In paese vive la vecchia maestra della scuola elementare. Non è autosufficiente e la Asl le ha riconosciuto il diritto all’accompagnamento, ma la badante si è licenziata, assunta da un mobilificio emiliano. “Jamilah, le chiede il sindaco, “Te la senti di assistere la maestra?” “Se me la sento…?”

Alla domenica, la maestra è puntualmente in chiesa per la messa delle 10. Arrivarci richiede di percorrere la strada principale del paese, dove i pochi giovani rimasti si trattengono seduti ai tavolini del Caffè degli Sportivi. Tra loro anche Tonio, neo imprenditore della pesca. Non ha certo dimenticato la bellissima ragazza del barcone gremito di migranti.

Una mattina riesce a incontrarla, mentre gira per negozi a fare la spesa e si offre di accompagnarla nella pescheria che acquista il suo pescato. Parlare non è facile. Jamilah si fa capire a stento, ma che le piaccia la compagnia di Tonio riesce a farlo capire. Si incontrano ogni volta che lo consente l’assistenza alla vecchia maestra e in uno dei pomeriggi liberi per tutti e due si appartano nel sentiero interno alla pineta che circonda Riace.

La fase dell’idillio è fin troppo breve. Tonio le chiede se vuole sposarlo, lei chiede tempo: “Come la prenderà la gente di Riace?” Tonio non ha dubbi: “Come accoglie tutti voi che siete arrivati dal mare. Come uguali a noi”

Il matrimonio non è un evento qualunque e i media se ne appropriano. La storia finisce anche sul tavolo dell’addetto stampa di un leader politico che non nasconde una convinta ostilità all’immigrazione. Di qui l’invito agli elettori amici di pubblicare sui social commenti indignati, rivolti alla moglie di Tonio, descritta come una specie di strega che ha irretito il marito per ottenere di rimanere in Italia. E sono insulti sessisti, razzisti. La vecchia maestra, con rammarico, licenzia Jamilah, ma l’intero paese è totalmente solidale con sposa e Tonio.

La sartoria messa su dalle donne arrivate con il barcone dei migranti integra la giovane nigeriana nel laboratorio che confeziona abiti con tessuti africani per i mercati etnici delle grandi città. Il con una serie di attività artigianali.

Raccontano il caso Muntari quotidiani, periodici e televisioni di mezzo mondo, ma non si acquietano le rabbiose reazioni dell’Italia razzista.

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Il Racconto di Domenica 21 ottobre 2018

A versus B

Ah, l’amore. L’amore comunque. Nasce, si nutre di passione. Supera fin quando può incomprensioni, dissensi, percorsi di vita che divergono, asprezze, stagioni di crisi, recupera assonanze. Le fasi ondivaghe, di rapporti in partenza sincroni, interagiscono con momenti di esaltazione o con il loro contrario. Tutto può complicarsi o viaggiare su ritrovate sintonie. Il dialogo, qui di seguito, ha un esito contiguo all’una o all’altra delle ipotesi, ma quale?

A – “Devo parlarti”

B – “Pensavo fossi non avessi più voce. Dai, dimmi”

A – “Non ti farà piacere”

B – “Ho smesso da tempo di sperarlo”

A – “Sento di dover discutere”

B – “Tutto qui?”

A – “Ti piacerebbe…”

B – “Per niente. Ma sbrigati, ho di meglio da fare”

A – “Avrei voglia di mandarti al diavolo, ma devi aver pazienza, non te la cavi così”

B – “La simpatia non è nel tuo patrimonio genetico”

A – “Ricambio, un orso è più socievole di te”

B – “Se t’illudi di continuare su questi toni aggressivi possiamo piantarla qui”

A – “Vedo, i problemi di permalosità non ti fanno difetto”

B – “Può darsi, ma fatti un selfie e guarda i tuoi”

A – “Sto per perdere la pazienza”

B – “L’hai già persa da tempo”

A- “E’ vero, ma lo devo a te”

B – “Solita storia, non è mai colpa tua”

A – “E’ quello che dicono di noi”

B – “Dicono chi?”

A – “Vuoi i nomi? Massimo, Arturo, Assunta, Lidia …devo continuare?”

B – “Certo: hai escluso Stefano, Mariella, Guido, Amedeo, devo continuare?”

A – “Stop, accetto il verdetto di parità”

B – “E ti conviene”

A – “Basta, falla finita, veniamo al dunque. Parto da lontano, Ti dice qualcosa l’Agosto di undici anni fa? La Grotta dei Ciclopi, discoteca nella roccia, Palinuro, il blues di un giovane nero – si chiamava Herbert, ricordi? – il Negroni di Carlo, barman dell’Excelsior in trasferta estiva. Fuori, sulla spiaggia soffice, il rito dello sbarco di Ulisse, i ragazzi a torso nudo attorno al falò, la notte senza luna, le cianciole appena rientrate dalla pesca, le triglie mandate giù quasi crude, il vino tinto dal residuo sapore di zolfo, i francesi del club Mediterranèe mezzi sbronzi, miss e mister Palinuro in euforia da elezione, i giovani del luogo all’assalto delle straniere ospiti del campeggio di Casalvelino, inventato da Lino e Geppy toscani innamorati del Cilento. Peppino Piccirillo e la sua spyder con impianto stereo a un milione di decibel, parcheggiata a fine serata lungo la via che porta su a Centola, in uno spiazzo scelto per ballare nel pieno di una notte bianca. Quel guardarci negli occhi a lungo, le mani che si sono cercate, emozioni e attesa ansiosa del dopo, e…”

B – “E’ un bel racconto per rotocalchi rosa. Dove vuoi arrivare?”

A – “A ripensare i dieci anni che ci ha regalato la magia di quella notte”

B – “E’ il passato. Allora?”

A – “Allora devi dar conto del perché senza una ragione lo hai cancellato con un colpo di spugna”

B – “Davvero vuoi sapere perché?

A- “Altrimenti perché chiedertelo?”

B -“Per una tua recondita intenzione”

A – “Certo, ma pensi davvero di girare le spalle quando ti pare?”

B – “Sai bene com’è andata. Un giorno dopo l’altro ho scoperto che le nostre estraneità erano clamorosamente maggiori delle affinità”.

A – “Per esempio?”

B – “La mia intransigenza, la tua ‘flessibilità’”

A – “Di che parli?”

B – “Un argomento a piacere?”

A – “A piacere”

B – “Penso che chi commette abusi sessuali, con la violenza o comunque  in posizione di dominio, deve pagare un prezzo adeguato e finire in carcere con il massimo della pena. Odio la tua disponibilità a minimizzare, a corresponsabilizzare vittime e autori degli abusi. E’ solo un esempio e sai che niente mi indurrebbe a modificare il mio giudizio, anche per quanto mi è successo all’età di sei anni”

A – “Il tuo giustizialismo è nel segno della vendetta”

B – “Il tuo buonismo è frutto di pilatesca inconsapevolezza”

A – “Ma questo che c’entra con la fine del nostro rapporto?

B – “Se no lo capisci…L’incompatibilità è conseguenza di ben altre dissonanze. Io sono perdutamente comunista, tu hai simpatia moderatamente socialdemocratiche, io amo il silenzio della solitudine, per te è insopportabile, ti nutri dei gialli di Simenon, io di Proust”

A – “E l’hai scoperto dopo dieci anni?”

B – “Anche prima, ma l’amore aveva la meglio su tutto”

A – “Amore fragile?”

B – “Ah no, un amore che ha riacquistato la vista dopo anni di piacevole cecità”

A – “Angela, sicura di non volerti bendare di nuovo?”

B – “Betty, rassegnati. Non ti amo più”

 

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Il Racconto di Domenica 14 ottobre 2018

E nacque il dream team

L’eredità, ovvero è il gioco televisivo di “indovina la parola”. Se il conduttore Insinna chiedesse “Chi ha vinto l’oro nella pallanuoto alle Olimpiadi di Barcellona ’92?”, si può scommettere, in alta percentuale il concorrente di turno risponderebbe scuotendola testa sconsolato, specialmente se giovane. Ma quanti ricordano l’impresa del settebello nel clima infuocato della piscina Picornell, le emozioni vissute incollati al televisore con gli azzurri impegnati in un’epica battaglia della pallanuoto olimpica con la formidabile Spagna guidata dal più forte giocatore di ogni tempo? Il ero a bordo vasca e vi racconto quell’indimenticabile evento

DI LUCIANO SCATENI

Manuel Estiarte, per chi pensa allo sport in vasca è un mito. Eclettico, grande intelligenza tattica, talento puro, spagnolo caliente per grinta e monomania del campione vincente, leader di un team ad altissimo quoziente di doti tecniche e atletiche, convinto nazionalista: alla vigilia del 1992 aveva scommesso con se stesso e poi trasferito la sfida al vertice del suo Paese, nella persona del re Juan Carlos, di donare alla Spagna il sonoro della marcia trionfale per celebrare il the end delle Olimpiadi di Barcellona con il prestigioso oro della finale di waterpolo, ospitata nell’esaltante cornice della piscina Picornell, tinta di giallo e rosso, con i colori della bandiera spagnola. A contendere la prestigiosa medaglia che s’indossa sul gradino più alto del podio, il Settebello tricolore. Ho goduto del privilegio di raccontare al mondo, in telecronaca diretta, la storica disfida Italia-Spagna, che di ritorno a Napoli, una volta calato il sipario sulle Olimpiadi, ho saputo aveva incollato ai monitor milioni di amanti dello sport, a prescindere dalla pallanuoto.

Nella postazione Rai della Picornell, la tensione era alle stelle e non meno i timori per questa finale programmata dalla Spagna per concludere i Giochi con la vittoria di Estiarte e compagni, alla presenza del re. Erano circolate voci preoccupanti, mai confermate con prove inequivocabili, sulla sospetta designazione del cubano signor Martinez ad arbitro del decisivo match. Raccontavano delle ristrettezze economiche della delegazione di atleti cubani, di consistenti agevolazioni ricevute dalla Spagna per consentire la partecipazione alle Olimpiadi e insinuavano che sarebbero state ripagate con un arbitraggio ai limiti della provocazione pro Spagna del signor Martinez, per rendere esplicita, visibile, la gratitudine di Cuba per le ragioni suddette. Tutto falso, hanno replicato gli spagnoli e allora c’è da pensare che l’arbitro sia stato fazioso per incompetenza a vantaggio di Estiarte e compagni. Troppi i favori concessi alla squadra iberica, troppe e contestatissime le decisioni ai danni dell’Italia.

Impressionato dallo strapotere della squadra di basket Usa, osservato a Barcellona e noto come Dream Team, è stato per me automatico trasferire la definizione alla nostra squadra fantastica di pallanuotisti.

Il mondo delle Olimpiadi di Barcellona avrebbe giurato che nient’altro poteva liberare adrenalina come le performance planetarie di Magic Johnson e dei suoi stellari compagni, ma sbagliando con un errore di valutazione perché anteriore alla infuocata finale della pallanuoto.

A dispetto di Martinez, la partita ha viaggiato in perfetta parità, con andamento ad alta tensione, altissimi picchi di emotività e punte di tachicardia per l’intero spazio dei tempi regolamentari. La pallanuoto iberica era certamente attrezzata per ottenere l’impresa dell’oro, in tribuna Juan era generoso di incitamenti, le condizioni ambientali condizionate da un’impressionante bolgia giallo rossa che spingeva alla vittoria le calottine degli spagnoli.

Estiarte, il fenomeno, di suo fortissimo leader degli spagnoli, aveva disertato il campionato italiano per dedicarsi all’evento del’92, ma non aveva previsto di dover competere con la prodigiosa miscela di tecnica, intelligenza tattica, forza fisica, concentrazione, grinta, saldezza di nervi dell’Italia.

L’energia e la grinta dei napoletani in vasca è stata la spina dorsale d’acciaio del dream team. Ineguagliabile la capacità di Fiorillo di leggere la dinamica del gioco, di inventare scintille di classe purissima. Impeccabile, dei Porzio, il difensore Pino, decisivo nel limitare l’esplosività di Estiarte. Franco, il fratello, punta di diamante dell’attacco, ha colpito l’immaginario collettivo con i suoi missili acqua-acqua di rara potenza, pieni di effetto, potenti e precisi. Nando Gandolfi è il terzo “moschettiere”, eccellenza della napoletanità pallanuotista.

Il match esaurisce il tempo regolamentare senza vinti né vincitori e tutto è affidato all’over time, alla resistenza psicofisica degli atleti, alla lucidità, al coraggio di tentare l’impossibile per schiodare il risultato dalla parità.

Uno, due, tre, quattro, cinque tempi supplementari corrono via senza sbloccarlo.

Se alle spalle di un atleta c’è un match devastante per intensità fisica e nervosa, se gli spalti della piscina Picornell sono ipereccitati come le gradinate della Plaza de Toros che segue le evoluzioni di Dominguin, se un re spinge i suoi alla vittoria, se nella mano destra di un azzurro è incollato un pallone che gronda acqua, ma brucia a temperature da ebollizione, se quel pallone può far scrivere la parola fine alla strenua battaglia per l’oro d Olimpia, se la posizione dell’attaccante è fortemente decentrata e le braccia del portiere appaiono come tentacoli i superabili, si può scommettere che i cento più grandi al mondo della pallanuoto avrebbero esitato a scagliare il pallone verso la rete spagnola e avrebbero cercato mani amiche su cui caricare la responsabilità del tiro della vita. Non Nando Gandolfi, che arma il braccio con le residue, ma cospicue energie tenute in serbo e con l’incoscienza dei superman, dell’Ercole scugnizzo, della sua prorompente napoletanità, spedisce un missile tra palo e mano del portiere e zittisce i diecimila della piscina Picornell.

Neapolitan apoteosi. Capisco in un attimo l’esplosione vocale di Galeazzi, quando gli Abbagnale hanno conquistato l’oro del canottaggio, il “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo”, di Martellini e Pizzul e il mio stesso urlo di pazza gioia, che via etere arriva nella case degli italiani. I ragazzi di Rudic, mitico allenatore serbo dell’Italia, in acqua in un totale abbraccio liberatorio monopolizzano le immagini televisive della festa azzurra. Nell’euforia mi lascio coinvolgere e con me esultano Gianni Lonzi, ex campione di pallanuoto, partner nel commento tecnico della partita, i colleghi di altri sport che affollano in totale euforia la postazione Rai.

Dalla tribuna d’onore, mente i ragazzi cantano l’inno di Mameli, applaude anche Juan Carlos, ma non sorride. L’impresa di Barcellona non sarà il solo trionfo del dream team. Quella nazionale vincerà un anno dopo gli europei di Sheffield e nel ’94, nello scenario della piscina Olimpica di Roma i mondiali. You Tube conserva frammenti di telecronaca dell’oro del ’92 e l’identica emozione di quei momenti.

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Il Racconto di Domenica 7 ottobre 2018

Napoli agli occhi di un discendente di Goethe

I napoletani vivono di esaltazione e sintomi depressivi. Si eccitano se mettono in fila le ragioni del compiacimento per il bello della natura che ha disegnato uno dei più suggestivi golfi del mondo e delle civiltà che hanno periodicamente stratificato sul suo territorio un patrimonio di innumerevoli eccellenze monumentali e artistiche. I napoletani dell’insoddisfazione lamentano inerzie, omissioni e manomissioni che annegano la città nel segno del meno. Nel bel mezzo di queste contraddizioni, una giornata senza infamia e senza lode di uno stranger.  

DI LUCIANO SCATENI

Napoli è città felice per incoscienza. Chi non ha mai pensato che allacciare la cintura di sicurezza è un fastidio, raccolga un sasso e lo scagli perché ha peccato di bugia. E ci ragiona su: “Ma cosa vuoi, a Napoli se guidi a più di trenta all’ora sei baciato dalla fortuna e a quella minima velocità il rischio è zero”. La convinzione si ribalta se lo stesso cittadino partenopeo sale nella macchina di un cugino milanese che l’ha ospitato.

L’automobilista made in Naples è in fenomeno senza tempo e l’era dell’automobile non ha scalfito la sua storica e a tratti cinica indifferenza nei confronti di ogni regola e costrizione. Corollario dell’insofferenza, mista ad anarchia di antica genesi, è la patologica irascibilità per la lentezza cronica del traffico, contrastata con isterici colpi di clacson nella varietà tamburellante o continuativa all’infinito, prodotta da trombe a suono multiplo del tipo curva degli ultras, vietate dal codice della strada, “ma che fa?”.

Ho conosciuto Gunther Von Snyder all’October Fest del 2001, in corso di una scorreria in una delle birrerie più animate da men of deutschland. Eravamo alla quarta o quinta pinta della bionda spumeggiante. E’ a Napoli, tappa di una lunga escursione italiana. “Go, via al mimi tour, Napoli ci aspetta”. Gunther, neanche a dirlo, guarda me e la cintura di sicurezza di mia pertinenza che resta lì inerte. Lo sguardo di perplessità è eloquente e s’incupisce nel momento in cui un paio di scooter ci sorpassano, rigorosamente uno da destra, uno da sinistra per riunirsi con pericolo di tamponamento davanti al nostro cofano, uno dopo aver piegato in avanti lo specchietto retrovisore di destra, l’altro graffiando, per fortuna leggermente il parafango di sinistra. Suono il clacson con energia per intimare ai due di fermarsi a rendere conto del danno procurato e la risposta è la mano del più “sbarazzino” con il dito medio ritto nel segno di facile decodificazione che mi mostra con una smorfia di scherno. Gunther unisce le mani in preghiera e ho l’impressione che si affidi al suo santo protettore, ma richiesto di conferma m’informa che non esiste in Germania e che le mani giunte davanti agli occhi servono a schermare la vista di quanto gli tocca di assistere. “Allora ti devi bendare, ancora non hai visto niente” gli dico perché si prepari al peggio. Fermata d’obbligo appena poco dopo la rotonda che lascia la via Posillipo e poco più in là incontra i famosi chalet di Mergellina. Come sempre in prima fila non c’è un buco libero e non sono poche le auto lasciate in doppia fila. “No problem, Gunther, qui si parcheggia così”. Per non fare neppure due passi a piedi lascio la macchina in terza fila e annuncio al mio ospite tedesco, più a gesti che a parole, che assaggerà da Ciro il re dei gelati di Napoli. Dopo aver apprezzato il gusto di caffè e nocciola, lo stranger mi regala un’espressione soddisfatta e con pollice e indice uniti a cerchio mi fa capire “ok, good”.

Via Caracciolo è splendida in questa mattina di cielo sereno e sole da rapida abbronzatura e le auto l’affrontano ad andatura “allegra”. Sulla scia di tutti gli altri “colleghi” automobilisti filiamo a ottanta all’ora ignorando il rosso dei semafori. A metà del lungomare una Volvo con targa belga è in attesa del verde. Subito dietro le auto che seguono smanettano senza staccare le dita sul clacson e i più scalmanati urlano improperi all’autista della Volvo. “Gunther, non ti scandalizzare, hanno ragione, guarda non c’è nessun pedone che deve attraversare”. Lui è stralunato e non replica. Si chiude in un silenzio che conserverà fino alla fine del tour cittadino. Parleranno per lui gli occhi sbarrati, le mani serrate, la postura difensivista.

Imbocchiamo il tunnel della Vittoria in direzione del porto. Ci supera il solito motorino e ha un assetto speciale. Alla guida c’è un uomo obeso, strabordante dal sellino, dietro di lui la moglie di dimensioni analoghe. Tra sé e il suo uomo una ragazzina di dieci, undici anni e tra il guidatore e il manubrio un bimbetto si tre anni. Tutti e quattro senza casco. All’altezza del Molo Beverllo, dove attraccano le navi città delle crociere, ci imbattiamo nel gorgo dei mille componenti del caos che solo Napoli sa offrire ai suoi cittadini e alla nuova dimensione del flusso turistico. E’ il sabato di una lunga e afosa estate e contemporaneamente provano a coesistere i crocieristi di una delle tre navi città ancorate nelle acque, di dove si susseguono senza soste partenze e arrivi di aliscafi e traghetti che fanno la spola con le isole del golfo. S’incrociano i turisti appena sbarcati da una delle grandi navi e quelli che rientrano dopo la fugace visita alla città. E’ informe la folla di passeggeri in posizione d’assalto per saltare su le imbarcazioni in partenza per Capri e Ischia, la viabilità nei dintorni è ostacolata da strettoie ad imbuto dei lavori in corso nella piazza Municipio. Ne usciamo snervati, Gunther impietrito e grondante sudore. Biascico in un inglese napoletanizzato “You want see Cristo velato?” Lui sa di che parlo, perché preparatissimo come si conviene alla precisone teutonica.

E andiamo, scansando per un niente un corteo di metalmeccanici a rischio licenziamento, una mini processione di ragazzi e adulti, tutti vestiti di bianco, preceduti da una ridotta banda che sembra conoscere solo una marcetta, ripetuta all’infinito. In uno degli stretti vicoli che collegano i decumani ci imbattiamo in un accanito incontro di calcio stradale che vede due squadrette di ragazzini tutti con la maglia di Insigne, idolo del tifo locale. Una pallonata sfiora la tesata di Gunther.

Sulla soglia di un garage che ha tutta l’aria di non essere autorizzato, due tipi seduti all’ingresso giocano a scopa e sottolineano ogni fase della sfida con frasi molto “colorite”. Chiedono tre euro per ogni ora di sosta e non rilasciano lo scontrino di accettazione.

Il tedesco riprende colore ed espressione umana alla vista del Cristo velato, non se vorrebbe distaccare, probabilmente per ritardare di immettersi nuovo nella baronda della città.

“Gunther è ora di riempire lo stomaco”. Mimo il gesto di imboccare qualcosa e lui sembra capire che è l’ora di rifocillarci. Lo piloto in via Santa Chiara, dove due intraprendenti giovai napoletani, scoperta l’inutilità delle rispettive lauree, hanno inventato una catena di ristoranti con l’insegna impropria “Salumeria”, giustificata dall’attività che inizia a prima mattina con l’offerta di robuste colazioni: bagnati da un generoso rosso Pere ‘e Palummo, ingurgitiamo antipasto di mare, la “genovese”, spigola d’allevamento, anguria, babà, caffè e limoncello.

Scaliamo a fatica la collina del Vomero, nell’ora della siesta. La viabilità presenta modeste difficoltà. Il deustch man è instancabile e scrupoloso nel concedersi al programma disposto prima della partenza. E allora Museo della Ceramica nella villa Floridiana, poi su, Castel Sant’Elmo e il museo di San Martino. Il pomeriggio se ne va e il portiere dell’albergo dove alloggia Gunther, per fortuna poliglotta, mi comunica che il cliente vuole mangiare la migliore pizza della città. Decido di averne abbastanza del ruolo di autista e giustifico la scelta della metro con l’opportunità di visitare le stazioni dell’arte. Gunther dopo undici minuti di attesa di un treno indica con un dito l’orologio che ha al polso. Non posso che allargare le braccia in segno di comprensione e penso che anche conoscendo il tedesco non avrei mai potuto spiegargli le ragioni dei tempi di attesa tra una corsa e l’altra, il caldo asfissiante nelle carrozze, prive di aria condizionata.

La pizza è la pizza, niente da dire e niente da dire quando un cameriere emigrato in Germania e tornato a Napoli m’informa che il mio ospite vorrebbe chiudere la serata in un locale dove ascoltare canzoni napoletane.

“Magari” commento, a Napoli non esiste un posto così, dillo al tedesco”. La faccia del berlinese è un capolavoro. Mi guarda a lungo, stupito come se avesse di fronte un alieno, chiede alla reception la chiave della stanza e mi saluta con un “Dank” per nulla entusiasta: a torto? A torto. A dispetto di disservizi e deficit di qualità, Napoli gli rimarrà dentro perché è il mondo senza uguali di dissennatezze ed eccellenze, ma soprattutto di tolleranza, per i propri limiti e quelli di chi accoglie.

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Il Racconto di Domenica 30 settembre 2018

Dell’essere e dell’apparire

Miss qua, miss là, mister muscoli, il più bello d’Italia, miss sorriso, cinema, Padania, occhi belli, gamba lunga, bikini, capelli biondi, Universo, riviera adriatica, pop, futuro, naturalezza, bontà, gentilezza, soavità.

E’ full immersion nell’esteriorità. Ma l’anima, i sentimenti, le intelligenze, gli umori, i pensieri, le opinioni, la coerenza, l’etica, i valori, il sé?  

 

DI LUCIANO SCATENI

Bellissima Clara, bellissima. I tratti del viso ricordano la purezza dei grandi ritrattisti dell’ottocento. Ovale perfetto, occhi di suggestiva dolcezza, capelli naturalmente ramati, sorriso angelico, braccia ben tornite, mani dalle dita affusolate, incrociate sul petto generosamente esibito, il collo snello, una luce invitante negli occhi verde smeraldo, portamento da top model, gambe disegnate da Crepax, giuste rotondità, un andare principesco. Clara. Quando il Vomero per i napoletani “di giù” era il quartiere dei broccoli, racchiuso nel quadrilatero della piazza Vanvitelli (nobile architetto), le vie Scarlatti (eccelso musicista), Luca Giordano (artista pittore) e Cimarosa, (celebre operista) e dominato dalla fertile collina dei Camaldoli, lei si mostrava di rado, mai nel passeggio della domenica mattina. Disertava il rito della tappa al bar Daniele, ritrovo di sportivi calciofili, che pendevano dalle labbra di un narratore amatissimo, ex portiere degli azzurri, il mitico Sentimenti IV.  L’intero liceo Sannazzaro al maschile era innamorato di Clara, nessuno ne era corrisposto e forse l’avrebbe corteggiata anche qualche fanciulla omosessuale, ma senza osarlo, era la stagione distante mille miglia dal coming out, dalla denuncia della propria condizione di gay.

Il numero 7 è stato mio dal momento in cui ho indossato la maglietta di calciatore con quel numero, ala destra del Napoli Boy, poi di play nel basket, poi fidanzato di Rosy, che abitava in via Morghen, al numero 7.

Nel giorno più fortunato della mia vita di giovincello, appunto il 7,  Clara mi ha fermato. Centoventi i battiti del mio cuore al minuto: panico, mani sudate, sguardo da ebete. L’ho sottoposta a tac mentale dalla testa ai piedi. “Ma ce l’ha con me? Sogno o son desto?” Son desto, Clara con voce sussurrata e sguardo penetrante, chiede: “Mi daresti una mano?”

Per sembrare spiritoso rispondo

“Anche tutte e due”.

E lei: “Ti chiami?”

“Lucio”

“Ascolta Lucio, devo fare alla posta l’abbonamento a ‘Grand’Hotel’ e non so come si fa, mi aiuti?”

“Grand’Hotel, ma per te?”

“E allora, per la sorella che non ho?” E’ aggressiva la ragazza, il suo mito inizia a erodersi.

“Insomma, leggi tu quel giornale trash?”

“Non so che significa trash. Sì, lo leggo, c’è qualcosa di male?

“Dovrei spiegartelo, ma lasciamo perdere. Studi?, Che vorresti fare da grande?”

“La Parrucchiera”.

“Auguri, che abbonamento vuoi fare, per un anno?”

“Per un anno”.

In fila, alla Posta, le chiedo di raccontarsi. Non sa farlo e dalle poche cose che riesco a strapparle, mi faccio l’idea che la ragazza non ha solo problemi di verbali, ma che è passata direttamente da Topolino ai settimanali gossip e che al cinema, se proiettano ‘Via col Vento’ penso che deve versare fiumi di lacrime per Rossella ’O Hara”.

“Grazie un milione Lucio”

“Di nulla”.

Mi ficco in un tentativo estremo di scoprire idee condivisibili

“Dimmi, hai preferenze politiche”

“Nessuna, sono tutti uguali”

“Tutti?”

“Un po’ meno la destra”

“Complimenti e perché?”

“Sono più machi”

“Hai proprio ragione, quando picchiano ci vanno duro. Come i fascisti?” “Come Biagio, un mio amico di Casa Pound. Non lo batte nessuno”

“Che devo dirti, spero di non incontrarlo sulla mia strada. E spero di non incontrare più nemmeno te”.

Ho incrociato Clara, po’ razzista, molto qualunquista, un paio di volte in via Scarlatti e ho cambiato marciapiedi a passo svelto. Per fortuna ho dimenticato in fretta quella “bella senz’anima”, per dirla alla Cocciante.

Riflettevo sui “rifatti”, sul fiorente mercato della cosmetica, del cospicuo contributo maschile all’opulenza di Oreal, piuttosto che di Venus, all’opulenza dei chirurghi plastici, al dio dell’apparire sull’essere.

Al vertice dell’edonismo maniacale, spicca il faccione mummificato del cavalier Silvio Berlusconi, come appare nelle riprese televisive. Ho sempre sospettato che oltre al trapianto di capelli, alle flebo facciali di acido ialuronico, alle infiltrazioni di botulino, l’autore del bunga-bunga abbia risposto con dolorose crisi di rigetto e rigore da imbalsamazione. Aggravante di non trascurabile rilievo è la maschera di cerone stesa con generosità dalla truccatrice personale. Che dire, lo valuto come il più classico esempio di pessima compensazione del non essere, in fase di senescenza in maschera.

Nei rifatti, e vale per tutti, poco a poco l’ampiezza degli occhi si ritrae, fino a ridurli a feritoie, gli zigomi gonfiati per stendere le rughe alterano l’ovale del volto, le labbra turgide e le guance stirate, sature di riempitivi “miracolosi”, trasformano il parlare in bisbigli sibilanti, in fonemi biascicati. Il Berlusconi così clonato merita l’attenuante di non aver affidato chiappe, pettorali e ventre al bisturi del chirurgo dimagratore.

Non meritano compassionevole attenzione gli ultracinquantenni che mettono a rischio la salute dei capelli con periodici affidamenti ai coloranti e che, in presenza di errori nella scelta delle tonalità, si mostrano ad amici e parenti con chiome nero acceso, luccicante o biondo ossigenato, lontani dal colore naturale.  Un centro estetico in pieno Vomero, quartiere napoletano a dimensione di piccola città, una delle fonti più consistenti di incasso è il separé di un centro estetico dove i signori si lasciano liberare dei peli con meticolosa totalità.

Conosco una delle operatrici

“Maria, e cos’altro chiedono i maschietti?”

“E’ più facile dire cosa non chiedono. Maschera di bellezza, disegno ad arco sottile delle sopracciglia, manicure e pedicure, eccetera, eccetera”

A condividere il bello dell’età che fa il suo corso, lo confessa Giuditta, ottant’anni portati in serenità, è la donna che alla vita non deve chiedere gratificazioni e la pensa così: “La morte, dovesse presentarsi senza preavviso, mi lascerei prendere senza rimorsi. Ho poco o niente da rimproverarmi”. Ecco, una così non pretenderebbe mai viso, tette e culo da diciottenne.

L’apparire sull’essere è il dogma dell’elettrodomestico che ha addomesticato le coscienze, ha rivoluzionato in negativo i tempi dei rapporti interpersonali, ha creato personaggi dal nulla, consacrato uomini e donne come miti, seguiti sui social da milioni di follower, strapagati in nome della mera fatuità.

In trasferta a Roma, per non perdere la mostra di Van Gogh, assecondo la ritualità del caffè in via Veneto. Accipicchia, quante facce familiari. Da un negozio di cravatte firmate Marinella viene fuori Terence Hill, jeans e camicia a quadroni del tipo uomini del west. Si sarà sottoposto a lifting o conosce l’elisir di lunga vita? Incontra Sandra Milo, ovvero Salvatrice Elena Greco, nata a Tunisil’11 marzo 1933, che prova a ignorare i suoi 85 anni e dopo una parentesi di assenze televisive torna alla ribalta, con i segni di un lavoro paziente e onnicomprensivo di restyling e ci riesce, sotto uno strato coprente di cerone. L’abbraccio è davvero affettuoso, i complimenti reciproci sinceri. Mi regalano le visione diretta di anzianità in gamba, ma rimane la domanda di fondo: “Conta l’apparire o l’essere?”

Il mondo, com’è in questo incipit del millennio della superficialità, sembrerebbe premiare i belli, i giovani, i forti, uomini e donne con l’alone della popolarità, del successo.

Io non lo sono. Trovo rifugio nel silenzio e senza esagerare nell’autoreferenzialità, se tenuta su da risultati con il segno più nel confronto dare-avere, soprattutto se sostenuto da fondamentali come lealtà, cultura, rispetto, onestà.

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Il Racconto di Domenica 23 settembre 2018

Il sesso e papa Francesco

Avanti, a grandi e piccoli passi 

 

di Luciano Scateni

“Il sesso non è divertimento”. Così papa Francesco, pressato dal cattolicesimo che volge lo sguardo senza limiti dogmatici alla natura, alle esigenze fisiologiche degli abitanti del creato, uomini, donne e mondo degli animali. Bergoglio apre un importante spiraglio alle pulsioni dell’eros: “La sessualità, il sesso, è un dono di Dio che il Signore ci dà. Niente tabù. Ha due scopi, amarsi e generare vita” E’ la svolta attesa dall’umanità, di quella che giudica assurdo il voto di castità, il veto ai sacerdoti di amare, sposarsi e dare al mondo figli? Lo è ma al cinquanta percento e per due ragioni. Il papa non confina il sesso nell’atto della procreazione e lo legittima anche tra persone che si amano. Con un’esclusione per nulla tracurabile. Francesco non può o non vuole andare oltre e precisa che l’amore tra un uomo e una donna li porta a dar la vita per sempre con il corpo e con l’anima. “Quando Dio ha creato l’uomo e la donna (e gli omosessuali chi li ha creati il diavolo, n.d.r.?) la bibbia dice che sono immagine e somiglianza di Dio”. E i gay a chi somigliano, al diavolo? (n.d.r.). Su Francesco, ancora un passo avanti, l’amore tra due uomini o due donne è altrettanto amore e fare sesso per il piacere di farlo mica l’ha inventato un pervertito, è parte dell’eros insito nella natura umana. Dai Francesco, pensa alla piaga degli abusi che commettono i preti di ogni latitudine, per la maggior parte come conseguenza della repressione dell’eros imposta dal voto di castità.

 

Don …x, y, era anche mio maestro di catechismo. Avevo undici anni e avvertivo i primi segnali dell’imminente esplosione ormonale. A dire il vero precognizioni di quanto di lì a poco sarebbe avvenuto si erano già manifestate, ma senza attribuirle a consapevolezza di pulsioni dell’eros. Era accaduto nel corso di una notte molto speciale, di un sogno popolato da effusioni platoniche scambiate con una ragazzina bellissima, trecce biondi, occhi azzurri, sul corpo i primi segnali della pubertà imminente. Un bacio sulla sua guancia rosa, il contatto con il suo corpicino, l’inedita emozione per un breve, ma intensa erezione.

Poco più in là nel tempo, ero nella vasca da bagno e insaponare la parte più sensibile del corpo aveva procurato un’erezione prolungata, conclusa per effetto di una mano “irrequieta” con l’eiaculazione, primo incontro con l’estasi dei sensi. Fu il momento della liberazione da paure inculcate durante le ore di catechismo, delle bacchettate sul palmo aperto della mano per aver chiesto “Padre, ma allora se mio fratello bacia la fidanzata, fa peccato?”, provocazione appena dopo che il “buon padre” aveva dipinto la donna, peccatrice dal tempo di Eva e che avevo dissacrato l’Eden, indotto allo scetticismo della ragione da un amico parecchio più grande di me: “Sono tutti bugiardi, mi aveva confidato, inventano leggende. Quando raccontano di Adamo ed Eva la Terra era sì e no abitata da microrganismi”.

La paura del sesso da confessare, di cui pentirsi e promettere di non praticarlo, mi ha procurato un grosso grattacapo e perfino l’idea di miei compagni che fossi gay. Eravamo a casa di una alunna della nostra classe, con il pretesto di studiare collegialmente un ostico capitolo di matematica. I genitori della ragazza non erano in casa, eravamo in sei, tre ragazzi, tre ragazze. Antonio e Stella si eclissarono rapidamente e non era un mistero perché. Lui mi aveva raccontato di aver già fatto l’amore con Stella. Gerardo era in quello che da ragazzi chiamavamo “lavori in corso” con Giovanna, ma non sprecò l’opportunità di allontanarsi dalla stanza e i due scomparvero chissà dove.  Con me rimase Liliana, ultimo esemplare al mondo di ragazza con cui “pomiciare” e dovetti far ricorso a tutte le mie doti di furbizia dialettica perché non mi gettasse le braccia al collo. Era proprio bruttina e per niente simpatica. La stupida raccontò in giro di averla respinta perché gay e per il  mio compleanno il mini clan di compagni in questione mi regalò “Il ritratto di Dorian Gray” con l’intenzione di valutare la mia reazione.

Frequentavo un amico parecchio più grande di me. Mi raccontava le sue imprese di macho e in particolare di una giovane prostituta che riceveva nella sua casetta in via Morghen e non chiedeva ai clienti la carta d’identità.

“Carlo mi devi aiutare” e gli raccontai delle insinuazioni ricevute. “Tranquillo. Ci penso io.

Toccò a me contattare Antonio e Gerardo. “Un amico mi ha detto di una bella ragazza che si prostituisce per una cifra possibile. Vi va di andare a trovarla?” La proposta fu accolta con doppio piacere. Intanto perché non capitava tutti i giorni    un’occasione simile e ancor più per cercare conferma alla convinzione della mia omosessualità.

Carlo fece da apripista. Aveva concertato un “gioco” a mio vantaggio e rivolta alla ragazza, con noi presenti, le chiese di fare la classifica della migliore performance sessuale tra Antonio, Gerardo e me. I due perdenti avrebbero pagato anche per il vincitore. Non saprò mai se vinsi per merito o perché Carlo aveva raccontato alla prostituta le ragioni della gara. So per certo che la mie quotazioni di maschio ebbero da quell’episodio un’impennata e che la “fama” agevolò anche la conclusione di un lungo corteggiamento a Ilaria, miss Terza C.

Il Martedì della settimana a conclusione del primo trimestre, il preside ci affidò a un supplente per coprire l’ora di religione disertata da nostro prof.  Venimmo a conoscenza del perché con il Tg3 Campani della 14: “In manette un prete napoletano, don Bruno De Ceglie, arrestato per aver abusato di tre giovanissimi collegiali. Uno di loro ha raccontato ai genitori le violenze subite. E’ il quarto episodio del genere che si verifica Napoli in poco più di due mesi”.

“Accidenti”, confidai ai miei amici, “ma è quello del catechismo, del divieto di fare sesso ‘per divertimento’”.

Non era ancora il tempo delle rivelazioni sullo scandalo che ha scoperchiato l’omertà del clero a difesa di migliaia di sacerdoti pedofili e responsabili di abusi sessuali. Ora, che sono di dominio pubblico, ci si interroga sul perché il fenomeno non coinvolga i religiosi a cui è consentito di amare, sposarsi, avere figli, in altre parole di non reprimere la loro sessualità.

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Il Racconto di Domenica 16 settembre 2018

“A me gli occhi”, faccende di plagi criminali

di LUCIANO SCATENI

Ingenuità, ignoranza, a volte disperazione: sono i presupposti che consentono a furbi truffatori di depredare chi è in stato di sofferenza per i più vari motivi. Le vittime, tentate tutte le strade della risoluzione razionale dei problemi, si affidano alla fede, e peggio, a millantatori che si autodefiniscono maghi e veggenti, guaritori dotati di qualità extrasensoriali e li spogliano di ogni bene. Questa è la storia di Angela, di uno di mille casi di uomini e soprattutto di donne esposte ai raggiri di malintenzionati.

“Lo ammetto, non sono attrezzata per affrontare i problemi dell’anima e meno che mai quelli del cuore. Questa fragilità mi ha procurato disagi e insoddisfazione dal tempo della scuola. Fino all’età della maturità, liceo Manzoni, non ho vissuto momenti di amore e la consapevolezza della mia timidezza innata, la mancanza di intraprendenza, l’insicurezza di approccio e non solo con l’altro sesso, mi hanno fatto sfiorare lo stato di depressione. Ho invidiato le mie amiche, le compagne di scuola fidanzate. Mi hanno fatto sentire inadeguata i racconti delle loro prime, precoci esperienze sessuali. Ho finto di non capire gli approcci di non pochi ragazzi a cui probabilmente piacevo e mi sono rifugiata in pensieri introversi del tipo ‘questo non fa per me, voglio altro dal ragazzo di cui mi innamorerò’.   Ho pensato anche di chiedere aiuto a una psicologa e l’ho fatto, sacrificando gran parte della generosa paga settimanale dei miei genitori. Le sedute con la dottoressa De Juliis mi hanno giovato, ma per poco. Pochi giorni dopo la conclusione degli incontri il problema si è ripresentato e forse in forma più grave. Mi sono chiusa in me stessa, ho scelto di isolarmi e il problema si è ingigantito fino a diventare patologia, fino a cronicizzarsi.  Ho dovuto mentire a mia madre. Mi chiedeva se avessi un ragazzo e le rispondevo, sì ce l’ho, ma svicolavo se mi chiedeva di conoscerlo, di farlo venire a casa. Non me ne vergogno, ho provato a compensare il rifiuto a relazioni anche superficiali con la masturbazione. L’ho rifiutata presto, considerandola un peccato, come mi avevano fatto credere le suore del Sacro Cuore, dove sono andata a scuola fino alla licenza ginnasiale. La possibile svolta della mia vita è arrivata improvvisa, sconvolgente a ventidue anni. Ho conosciuto Angelo, un ragazzo di due anni più giovane di me.  Non bello, ma pieno di fascino. Mi ha stregato la sua voce, calda, rassicurante. Ho scoperto la qualità e la varietà dei suoi interessi, la generosa disponibilità a solidarizzare con chiunque avesse bisogno di aiuto, la sua dolcezza, il rispetto per le mie idee, i miei principi, ma soprattutto mi ha stregato il tatto con cui ha manifestato il piacere di stare con me, di baciarmi. Sono riuscita a sciupare anche questa opportunità di lasciarmi alle spalle le difficoltà del passato. E’ accaduto quando Angelo mi ha chiesto, seppure con garbo, se fossi pronta a fare l’amore con lui. La normalità della richiesta, non per me,  ha riportato in evidenza tutti i problemi di un tempo e la storia è finita lì.  Ho provato e riprovato a vedere la luce all’uscita del tunnel, l’ho fatto con non poca sofferenza, ho patito ogni volta la disillusione di non riuscire, la rabbia di vedere scorrere gli anni nell’inutile sforzo di vincere il blocco che mi impediva la normalità. Sono diventata aspra, scontrosa, antipatica prima di tutto a me stessa.  Ho trascinato la mia aridità per anni, incapace di prendere di petto il mio problema per dargli una svolta.

Fino a quel fatidico giovedì di Maggio del 2018, quando mi sono confidata con l’unica amica di una vita senza amicizie, paziente compagna di lamenti per la sfortuna di percorsi paralleli, negati alla socializzazione e figuriamoci, a rapporti sentimentali. Marta se ne viene una mattina con una rivista patinata di moda al femminile. Una pagina è piegata a metà per segnalarmi la pubblicità di Maga Lorena, cartomante, astrologa, veggente. ‘Cerchi lavoro, hai problemi di salute, soffri pene d’amore? Prima di te centinaia di persone mi hanno consultato e hanno risolto ogni cosa. No aspettare, telefonami al… per un appuntamento e abbia fiducia, niente è impossibile da risolvere’. “Marta, ma ci credi?” “Non ti so rispondere, ma so di una donna che ha corteggiato per anni un uomo senza successo e lo ha fatto innamorare grazie all’intervento di questa maga. D’altra parte perché non tentare?”.  “Pronto, vorrei parlare con la maga Lorena” “Cara sono io. Dimmi come ti chiami, quanti anni hai, il tuo segno zodiacale e perché mi vuoi consultare” “Sono Maria, ha cinquantacinque anni, il mio segno è sagittario. Ti chiamo…ehm…per questioni di cuore”. “Sei gelosa, il tuo uomo ti tradisce, o sei tu che gli fai le corna?” “Niente di tutto questo. E’ che non riesco ad allacciare uno straccio di  rapporto sentimentale”. “Amica mia, sei capitata con la persona giusta. Ho trattato molti casi come il tuo e sempre con buoni risultati. Ora stammi a sentire, il tuo problema non possiamo risolverlo per telefono. Ti do un appuntamento al mio studio. Sabato alle 10, ti sta bene?” “Quanto mi costa?” “Il primo incontro mi paghi trecento euro, poi vediamo quale amuleto deciderò di farti portare addosso e ti dirò in quanto tempo e di quante sedute avrai bisogno”.

La casa ha un aspetto modestoe le apre un uomo atletico, sui trent’anni, camicia mezza aperta sul petto, barba folta, scuro di pelle, forse un meticcio, che l’introduce nella stanza della maga. Lei indossa un abito largo damascato, in testa ha un turbante nero e verde fissato con un spilla color rubino. Maschera l’età avanzata con un trucco pesante, gli occhi cerchiati di nero danno rilievo a pupille buie nere come la notte. Sul tavolo ricoperto da un telo con il disegno dei dodici segni zodiacali e strane formule indecifrabili la classica palla di vetro, corni di diverse dimensioni, ciuffi di erbe e un libro in bella mostra dal titolo “Prodigi e magie”. Sul muro alle spalle della maga la scritta “Guerra a Satana”.

“Vieni, siediti di fronte a me”

La maga le si avvicina e le pone le mani sul petto, come a sentire il battito del cuore.

“Sento che sei emozionata. Va bene così. Lo faremo battere per l’uomo della tua vita. Ora sdraiati su quel lettino e rilassati. Ti aiuterà Manuel, affidati a lui”.

L’uomo che l’ha accompagnata le massaggia il collo, le spalle, le braccia. E’ decisamente esperto e Angela respinge presto la voce che le dice di sottrarsi alle sua mani. Incoraggiato dalla docilità della donna Manuel va oltre e con evidente esperienza l’eccitazione crescente, ma si ferma prima di concluderla. .

“Angela, prima di quello che pensi ti sentirai pronta per un’avventura sentimentale. Intanto prendi questa bustina e tienila sempre con te. Contiene polvere di erbe che solo io so dove raccogliere. Hanno un grande potere di accendere cuori come il tuo. Sono erbe rare e mi costano molto, perché le trovo in luoghi del mondo molto lontani. A te le do per duecento euro”.

Angela torna a casa con l’equilibrio mentale in condizioni precarie, ma con la ferma intenzione di continuare la “cura”. Le mani del massaggiato le hanno fatto assaporare l’emozione di un contatto eccitante e promettono il meglio. Non si è resa conto di essere stata ipnotizzata dalla maga, di essere alla sua merce, qualunque cosa le avesse chiesto. Che le chiede. Le somme che versa alla coppia di truffatori cresce di pari passo al livello di sudditanza nei confronti della maga e del suo complice che accresce ad ogni seduta il piacere dell’eccitazione stimolata sapientemente dalla mani.

Quando le risorse di Angela sono vicine ad esaurirsi, l’amica Marta, viaggiando su Internet, trova la notizia dell’evasione fiscale per milioni di euro della maga Lorena.

Fuori dall’ipnosi si rende conto finalmente di essere raggirata, ma la rabbia per i soldi che le sono stati sottratti sfuma quando conosce Alberto, l’uomo che avrebbe sempre voluto al suo fianco. La scaltra maga l’avrà pure manipolata, il suo complice le avrà fatto provare il piacere sessuale a pagamento, ma il risultato le fa dimenticare quanto ha subito. Corteggia in modo spregiudicato Alberto e diventa la sua amante.

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Il Racconto di Domenica 9 settembre 2018

Ornella, ho perso per te

di LUCIANO SCATENI

[Cavolo, non è da tutti entrare nel grande circo del tennis dove regnano i top ten del mondo, ma quanta fatica. La mini racchetta me l’ha messa nella sinistra a cinque anni Rolando, mio monumentale padre. Nel tempo che fu visse stagioni di popolarità sportiva per aver perso di misura con il Panatta al massimo del suo percorso agonistico. Era la finale degli Internazionali d’Italia e il centrale era gremito. Il tifo era tutto per Adriano, mi ha raccontato Rolando, ma ha girato per lui nel terzo set, quando si era trovato in vantaggio per quattro a tre. Poi il crollo e non solo fisico. “Tipica paura di vincere” il suo commento.

Il mio maestro, un piemontese che commentava ogni colpo vincente con un “avanti Savoia”, alternava partite ad handicap con i soci del circolo, a cui concedeva il vantaggio di 0 a 15 di vantaggio, a lezioni con i mini allievi come me. “Parti con un interessante vantaggio”, così mi spronava, “i mancini sono la bestia nera dei destrorsi, ma non dimenticare mai, un tennis di potenza è fondamentale, ma per arrivare in alto incide anche di più la capacità di concentrazione dal primo all’ultimo secondo del match”.

Mia madre, ginnasta della nazionale in gioventù, poi direttrice tecnica delle azzurre, iniziò molto presto a parlarmi dell’importanza della grinta. “Massino rispetto per l’avversario, ma cattiveria, sportiva s’intende. Nessuno ti regalerà qualcosa, stanne certo, e se si accorge di un tuo momento di difficoltà, mentale o fisica, non perdonerà”.

Sono cresciuto a bistecche e racchettate, a faticose sedute in palestra e ore di palleggi con il maestro, con allievi del mio corso, poi in giro per Italia, impegnato in tornei di qualificazione per il passaggio alle categorie successive.

Ho avuto i miei momenti difficili. Quando le grandi aziende di settore hanno puntato su di me, miglior quindicenne da Roma in giù, sono arrivate offerte di sponsorizzazione pressanti. Vivevo lontano da casa, nelle vicinanze del Centro Federale di Formia, mi mancavano la saggezza di mio padre, i consigli di mia madre e sono stato a un niente dal perdere di vista il complesso di regole e di comportamenti richiesti dall’obiettivo di entrare nei primi cento del ranking mondiale. Mi ha salvato la tutela psicologica di uno storico socio del circolo a cui mi ero iscritto. Ha tenuto lontano da me gli agenti delle case che producono abbigliamento, racchette, scarpe da tennis, dai soldi offerti per vestire l’una o l’altra marca].

Nelle notti calde di un’estate precoce vivo sogni popolati dal mondo del tennis. Uno a uno affronto i miti ammirati per anni. Eccoli: il signore dei court, l’immortale Federer, il coriaceo Nadal, il serbo Djokovic, re della ribattuta, il gigante Raonic, Juan del Potro, argentino ragionatore, poco caliente ma solido, l’estroso Kyrgios, che avesse più sale in zucca sarebbe imbattibile e Zverev, russo-tedesco con gli occhi di ghiaccio, Dominic Thiem, austriaco che gli esperti pronosticano futuro number one, il croato Cilic dalle lunghe leve e gli occhi bislunghi di Nishikori, i fratelli italiani in tennis Fognini, talento puro e Cecchinato, siciliano emergente.

Domani tocca a me. Alle 10, sul campo numero tre, incontro Stan Wrawinka, lo svizzero amico-avversario del connazionale Federer. Accidenti, Stan ha un gran diritto, una fucilata che se incrocia a dovere è un sicuro vincente. Il mio coach dice che per fronteggiarlo devo stare con i piedi ben dentro la riga di fondo, colpire senza far scendere la palla e martellarlo sul rovescio, non inappuntabile. Dice anche che stasera non devo pensare al match e ho intenzione di obbedire, ma prima di rientrare in albergo mi confondo con la folla di appassionati che rendono vissuto il villaggio degli Internazionali. Incontro Youzhny con il suo allenatore. Firma autografi.

E’ ora di andare a dormire e mi avvio a prendere un taxi che mi porti all’Hotel Meridiana. Mi ferma la mano di una ragazza sul mio braccio.

“Mi regali un selfie?”

“Devi avermi preso per chissà chi. Guarda che non sono famoso”

“Nessun errore, sei Lorenzo”

“E tu?”

“Beh, è passato molto tempo e hai dimenticato. C’ero anch’io a Formia e abbiamo giocato due set di allenamento, che naturalmente hai vinto tu.” “Ornella?”

“Già, Ornella”.

Al diavolo le regole del bravo tennista, Ornella è bellissima ed entriamo in sintonia in un niente.

“Cosa fai a Roma?”

“Ci vivo, frequento architettura, mi sono trasferita qui da un paio di anni”

“Sei fidanzata, hai un compagno?”

“Libera come l’aria, ma non vivo sola. Divido la casa con un ragazzo speciale, gay, un collega di università. Non arzigogolare, è irreprensibile. Ora è tornato in Sicilia per un paio di settimane.”

 

Il feeling, nato un attimo dopo l’incontro porta lontano.

“Mi accompagni a casa?”

“E’ quello che pensavo…Taxi…dove Ornella?”

“Viale Marconi 89”

Non c’è spazio per scrupoli e pentimenti. Fare sesso la sera prima di un incontro è “verboten”, proibito, dicono allenatori e preparatori atletici. Vediamo se è vero.

Nella hall dell’hotel Meridiana Beppe Saltaguardia, il mio coach, si trattiene a stento dal mollarmi un ceffone. In compenso mi scarica addosso una valanga di improperi. “Se domani non giochi come dico io, giuro che ti mollo”.

Nel corridoio che immette sul campo numero tre, Wrawinga lascia che lo preceda, perché i primi applausi di cortesia per me diventino intensi al suo apparire. Il ritmo del cuore balza in su e lo sento battere in gola, nell’orecchio sinistro. Cerco con gli occhi il settore occupato dai miei tecnici. Ci sono anche mio padre e mia madre. Non mi avevano detto che avrebbero assistito al mio esordio. E’ una ragione di più per impegnarmi a non deludere tutti loro. Perdere perderò, ma combattendo fino all’ultimo game.

Arbitra il brasiliano Carlos Berbardes, mitico giudice di sedia. E’ autoritario al punto giusto e non si è lasciato intimidire neppure dall’aggressività di John McEnroe, quando giovanissimo lo ha contrastato con autorevolezza.

Batto per primo, Wrawinka è in fase di rodaggio e dopo un 40 pari chiudo con un passante sul suo lato “debole”. Tre giochi di fila sono dello svizzero, rimonto grazie a una buona serie di battute, poi è buio. 6 a 2.

Che altro speravo? Forse di far colpo su Ornella, che siede alla mia sinistra, dove mi giro per battere. Sottolinea i pochi punti che racimolo con i pugni stretti e leggendo il labiale mi sembra che mi inciti con il rituale “camon”.

Wrawinka, che affronta il match con aria di superiorità, certo legittima, si indispettisce a metà del secondo set. Batto bene, alzo la traiettoria dei miei colpi e lo mando “fuori palla”. Mi ritrovo sul 4 a 3 e servizio sulla mia racchetta. Forse è troppo per me. Due doppi falli gli regalano il 30 a zero che perfeziona alla prima palla break. Si galvanizza, mette a segno un paio di ace. Non c’è più storia.

Esco in fretta dal campo. Doccia e via. C’è Ornella al bar del villaggio e mi è concesso solo di salutarla.

“Ehi boy, fila in albergo, e rivedi in un chiaro flash back le conseguenze dei momenti in cui hai perso la concentrazione. A cosa pensavi?”

“Coach quello a cui pensavo non c’è più, tranquillo”.

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Il Racconto di Domenica 2 settembre 2018

Verde pisello, speranza, utopia, illusione e per fortuna irrealtà

di LUCIANO SCATENI

La stanza del complotto è satura di verde. Verdi le camicie, calzini, cravatte, pantaloni e giacche, soprabiti verde loden, fazzoletti, sciarpe, mutande, montature di occhiali, borse e portafogli, notes, penne e matite, canottiere, e al di sotto di ogni cosa tatuaggi in verde come i cerotti per lievi ferite, ovatta e garze, alcol, cover di cellulari, tablet, pc, lettori di e-book. Sul tavolo ricoperto di panno verde bicchieri e bottiglie, tovagliolini verdi, tazze colme di tè verde, biscotti alla menta verde. Lungo le pareti rigogliose piante e bonsai sempreverdi, alle pareti vedute di Pontida in acrilico verde, le tasche del partito al verde, come gli occhi di “fifì”, mascotte dei verdi. A bocca aperta e occhio languido gli astanti pendono dalle labbra del number one verde 

“Sarò breve. Apriamo qui la campagna d’inverno, in vista della prossima tornata elettorale. Obiettivo è il cinquanta più uno dei voti. Uno a uno, vi elenco gli obiettivi del manifesto verde che vedete esposto nella bacheca con cornice verde rigorosamente alla mia destra. Punto A. Non esiste altro dio, oltre ma mia venerata persona. Punto B. Non nominare il mio nome invano e se costretti a farlo è da accompagnare con uno o più aggettivi scelti tra i seguenti: irraggiungibile, divino, beato o santo, eroe, deus ex machina, onnisciente, onnipotente, irresistibile trombeur de famme, mitico, immortale, napoleonico, furer, giustiziere, immenso, eccelso, geniale. C. Occhi e orecchie aperti per indagare su chiunque osi esprimere critiche sulla mia persona e su quelle dei patrioti in verde. In presenza di soggetti ostili nessun indugio, manganellate, somministrazione di olio di ricino e in caso di resistenza carcere duro, esilio, lavori forzati, torture. D. Emarginazione, confino in sedi scomode, minacce di più gravi sanzioni, per i magistrati fuori lunghezza d’onda del movimento. E. Esproprio e chiusura di giornali della carta stampata e via internet, periodici, reti televisive, film, libri, ostili al regime. F. Perché sia chiaro il rigore nell’applicare questo disposto, mettere in atto esempi inequivocabili del mio volere: roghi in piazza dei quanto sequestrato. G. Appropriazioni con il supporto dei nostri reparti armati d’assalto di tutte le emittenti nazionali e locali. H. Arresto, su segnalazione di spie e infiltrati, di coppie gay, omosessuali e transgender. I. Retata a tappeto di chiunque abbia la pelle nera o gialla, di storpi e malformati da espellere dal Paese utilizzando barche, barconi, gommoni sequestrati ai migranti. L. Nascita di un nuovo “Film Luce” gestito dal ministero verde della propaganda. M. Liberalizzazione della vendita di armi d’ogni tipo. N.  Istituzione di formazioni verdi di età dai cinque anni in poi indottrinati per sostenere il regime. O. Abolizione dei partiti, sostituiti dal partito unico dei verdi. P. Pubblicazione di un dizionario unico dell’italiano, emendato di tutti i termini di altre lingue.  Condanna al rogo per i seguaci di religioni che non sia l’italiano. Q. Invio a ogni cittadino del Paese del libretto verde con quanto fin qui esposto. R. azzeramento della Repubblica e di conseguenza della Costituzione. S. Scioglimento dei sindacati. T. Uscita dall’euro e dalla Comunità europea. U. Adesione alla Santa Alleanza verde con i Paesi governati alla destra in antitesi con la Ue. V. Obbligo per tutti gli studenti di ogni ordine del sistema scolastico di imparare a memoria il testo di questo manifesto, da sostituire alla metrica destabilizzante di Dante e soprattutto di Pasolini. Z. Operare per le dimissioni di Papa Francesco, che lasci il trono a un cardinale con il pollice verde. ps. Spedire a tuti gli italiani copia del manifesto con foto e mia dedica.

La sala gremita di “Noi con Salvini” è in tripudio verde. “Matteo…Matteo… standing ovation, autografi, baci, lancio di fiori, marea di camicie verdi, urla isteriche di ammiratrici: “Matteo santo, subito”.

I più convinti escono frettolosamente dalla grande sala in formazione di ronde armate. “Occhio ai neri” grida un capo squadra, “Presto in via Gramsci, al numero 88 si nasconde un comunista”, urla un altro, “Anna, corri al mercato e compra cinquanta metri di stoffa verde Pontida, fanne camice e mutande, bandiere, pigiami” è l’ordine perentorio di un terzo verde che più verde non si può.

Gruppi armati ammainano ogni tricolore che incontrano, i più canori intonano “Faccetta nera…”, “Giovinezza”, i musici in verde compongono e diffondono l’inno “O verde patria, eccoci qua”. La Ferrari, dopo onorata carriera in rosso è obbligata a ridipingere in verde i suoi bolidi di formula 1. Le donne in verde portano i loro ori e preziosi al ministro dell’economia verde per finanziare progetti di neocolonialismo.  E’ considerata bestemmia la parola “sinistra”, la linea di politica finanziaria si estrinseca nell’ autarchia trumpiana, per tamponare l’impennata dello spread e la conseguente perdita di miliardi si batte moneta, cioè la lira che vale come carta straccia.

Il valpadano “Ce l’ho duro”, alias piccolo Orbàn, alias Salvini Matteo, esaudisce il desiderio coltivato dal giorno della nascita di comiziare dal balcone di Palazzo Venezia.  I sonni del ministro dell’interno, nonché vice premier, nonché burattinaio del presidente del consiglio, mutano da molte notti in sogni e il contenuto è sempre quello del “manifesto verde”.

 

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Il Racconto di Domenica 26 agosto 2018

Ma non è meglio tacere?

 parole in disordine anarchico,

smaltire sbornie di sudore,

secchezza delle fauci,

imbarbarimento da afa

 appassionato sdilinquimento del non fare

del non elaborare strutturalmente

libido per il caos che alluviona la razionalità

il puzzle da sistemare con pazienza

senza limiti di tempo /

ovvero, buona disavventura

DI LUCIANO SCATENI


“Lei credo che sia ansioso” sentenzia l’astrologo “Ne è responsabile un’anomala congiunzione astrale tra Uranio e Plutone”. L’indovino cosmico ha dalla sua, statisticamente, che circa l’ottanta percento di uomini e specialmente donne di questo  mondo tecnologico vivono si ansia, figlia di paura, insicurezza, disagi di ogni tipo.

“Sorprese in amore” pronostica la chiromante ‘Moira riceve per appuntamento’ e la previsione è onnicomprensiva, nel senso che include le probabilità di litigi, riappacificazioni, colpi di fulmine, litigi e ritorni di fiamma. Avrà comunque ragione e il/la cliente sarà un suo agente pubblicitario gratuito, grazie all’efficacia del passa parola.

Strepitoso è il club dei suggeritori televisivi che inducono i giocatori del lotto a telefonare e contribuire al loro incasso con il costo delle telefonate, da spartire con le compagnie di settore. Il trucco è ingegnoso e si basa sul calcolo delle probabilità. Il gestore della trasmissione suggerisce a centinaia di ascoltatori combinazioni da giocare, una diversa dall’altra. Se qualcuno vince, e succede, diventa un prezioso divulgatore delle qualità divinatorie dell’“esperto” del lotto, che conosce  a memoria le simbologie della smorfia e le usa da par suo per abbindolare i giocatori.

Parole, furbe compilation tra loro, intriganti suggestioni, ogni giorno frullano nello shaker degli imbonitori e ne escono addobbate di ambiguità difficili da decodificare.

Il meglio sul mercato della truffa è dell’abile manipolatore delle tre carte, che invita l’antagonista di turno a puntare la posta, certo di aver capito dove sta il re, nonostante la rapidità di movimenti dell’“operatore”. Il sicuro perdente si ostina a sfidare se stesso e dilapida un piccolo patrimonio prima di arrendersi bestemmiando. Il trucco ha varianti raffinate. Un ‘compare’ dell’imbroglione, quasi sempre ben vestito e di aspetto rassicurante, esprime solidarietà al vicino di chi sta perdendo, si dice indignato per la sfortuna che lo ha perseguitato e punta una discreta cifra. Perde, borbotta ma dice a voce alta “Non può andare sempre così.” Punta altre due volte, cifre più alte e vince con la complicità del truffatore. Chi ha assistito alle vincite, galvanizzato, punta una, due, tre volte e perde sistematicamente. Il banchetto delle tre carte sparisce d’incanto se a ‘giocare’ è qualcuno che conosce il trucco e vince.

Parole. Giorni di empiti creativi in bozza, colmi di refusi per pigrizia dell’estensore e lievi deficit di dislessia, omissioni senza libi e chissà perché un mucchio di francesismi, abuso di termini cinesi trasferiti nello scritto con il ‘copia e incolla’ per creare un diversivo iconografico sorprendente. Sulla carta si inseguono folate di ostentato protagonismo, incomprese dai più.

Soprattutto da Amantea, sposa incinta dell’attor giovane, come l’autore del dramma  ha battezzato il mefistofelico marito. In compensazione, tre fiati d’amore del quieto vivere, nel silenzio assordante che avvolge esplicito, ipocrita puritanesimo.

La pillola del day after è cosa da scomunica e come scontentare Francesco, papa, giustiziere di mali immondi del clero? In cima all’amo dell’obbedienza a prescindere. esche appetitose, dogmi rassicuranti, l’eternità gratis se ti bevi la leggenda di Adamo ed Eva, del “péntiti, confessa e vola in paradiso”, del voto di castità gradito all’AL DI LA’.

Trucchi, farciti di salmi, di diamoci la mano in segno di pace, rassegnazione, libero arbitrio, onnipotenza, ogniscienza, misteri gloriosi, kirieleyson, morte e resurrezione, vincit et regna, miserere, obsession, original sin (pardon, peccato originale), confiteor-ergo sum, ite missa est, amen, amen, amen, adios, palm Sunday (pardon, ‘domenica delle palme’), eventi quaresimali, venerdì niente carne, Lazzaro dei miracoli, le stimmate di Pio da Petrelcina, papi Beati, scomuniche e roghi per miscredenti, se il pane e il pesce non bastano no problem basta usare la calcolatrice e moltiplicarli, ego te battezzo, padre, baciamo le mani, femmine nubili incinte in clausura, gli improduttivi tesori del Vaticano, l’esagerato di San Gennaro, la coreografia di don Lurio per le guardie svizzere, il povero vescovo in triste stato di solitudine,vinta con giochi proibiti carpiti ai chierichetti, la sacra sindone, forse rivela la scienza  non l’ha macchiata Cristo  con il suo sangue, va de reto satana, alias te, ateo, unzioni estreme, in hoc signo vinces, giubilate col giubileo, il cupolone di Venditti, habemus papam, miracolo! miracolo! le ore ics rispettate con precisione svizzera di apparizioni  della madonna di Medjugorje per evitare scomode sovrapposizioni temporali dei raduni oceanici, alleluia, osanna, Comunione nonché Liberazione, sinite parvulos venire ad me, pericoloso appello in tempo di pedolifia eccelsiastica. Quei giorni del rimorso, della vacanza di autostima. Di fremiti velleitari dell’annoiata società post sessantottina, divelta in un niente in esito di un meeting del potere universale convocato lassù, in vetta al super attico del graspaciel, piano quarantacinque nella fifthy street di Detroit affollato di top ten della ricchezza mondiale.  Quei giorni della tecnocrazia global. “Vi odio paranoici, megalomani, oligarchi di poteri dominanti. Divorate parole propedeutiche di nuove schiavitù, di silenziatori totali della resistenza “Bella Ciao”, infliggete notti a luce accesa, malate, buie, tormentate, colme di assenzae, di futuro, del che sarà. Conati di rivincita abortiti, timidezze malamente indossate, paure mimetizzate. Pazienza, poi pazienza, tempi angosciosi d’attesa, ore infinite per clonare virtù stucchevoli, si concludono come vizi incoercibili. Parte la scheggia impazzita della vendetta con reiterate follie. Quei giorni del marzo lividi, neppure un’occhiata al mare, maestoso se in tempesta, irriconoscibile, oppresso dai vapori di una foschia densa quando le nebbie di Padania.Giorni di luglio giustiziati da anomali tornado, ma pelle scura di sole, jeans feriti appena sotto il ginocchio da uno zac irriverente delle forbici da sarta, occhiate a un passo dalla tristezza, l’alone di un fanale che buca il grigio dello smog nelle periferie della marginalità.  Al confine, mattini con i vetri appannati, ore qualunque e parole, parole, confessioni (pudore, paura, pudore). Deutschland uber alles, dicevano qui negli anni trenta-quaranta, comoda distrazione in giorni di pietra di Auschwitz. Tre, due…zero a ritroso, vergogna, espiazione (“assolto?”) ma via dalle braccia il numero 9863, impresso col fuoco, facce solo occhi, costole senza carne. Rabbia, a scorrere fogli e fogli di nomi della deportazione, stretta al cuore per quell’impotenza a resistere, montagne di occhiali, scarpe, ossa, teschi, anime trafitte dal dolore.  Giorni di depressione, in bilico sul cornicione, stordito di ansiolitici, braccia aperte come ali, attrazione fatale del vuoto e giù morbose curiosità “Ecco vola”. Lui, perduto nello spazio verticale si agita l’immaginario di tradimenti, insicurezze, dolori respinti, amori rifiutati e saggia l’ora della morte in fine di una vita effimera. “Morte in abiti dimessi e tu, disperazione della mia vita, coppe di Ferrari special, gocce di Chanel sul collo Modigliani, il lungo firmato da Krizia.  Parole, parole, l’informale di Pollock, la dodecafonia di Stockausen, il virtuosismo di Keith Jarrett, il caos sintattico di questo narrare non narrare, le esternazioni di Conte sotto lo sguardo vigile dei suo vice, tutori con diritto di censura, righe della poesia ermetica, escursioni nella parole di cocaina dipendenti o, semplicemente, divertissement di una domenica di fine agosto, 32 gradi all’ombra, 42 percepiti. O, invece, l’incerto della mano di un bambino bendato, che pesca la pallina svitabile con il numero del biglietto acquistato nella romana stazione Termini da Mario Rossi, cittadino di Brescia di sopra, sommerso dalla sciagura di intascare un milione di euro della lotteria ‘Lombardia Felice’ e non saperne se trasformarli in lingotti d’oro, nel mattone o sfizi improduttivi per vedere l’effetto che fa un giorno da emiro arabo. O, peggio, confusione lessica di chi per non litigare con congiuntivi e consecutio temporum ha ficcato nella memoria le ultime cento parole di ogni lettera dell’alfabeto, che frullano a vanvera nell’emisfero celebrare sinistro, dov’è allocato il bello del pensare e dire con raziocinio. Metterci ordine, oppure affibbiare l’onere dell’editing a ciascuno dei lettori di questa mistura incolta perché la riconducano a sistema, con virgole, punti, parentesi e sequenze logiche, connessioni decifrabili, forse a lampi di satira e tuoni reboanti, fino a convincersi che parole e parole, parole, parole, parole, governate da chi conosce la via d’uscita dal labirinto, hanno il crisma di potenziale, prospettica, pacifica convivenza. Il suo contrario è un cocktail avvelenato bissato e ribissato, fino a ottundere la centralina della condivisione, opacizzare l’intelletto e ritrovarsi paralizzato su un letto di contenzione, in procinto di sobbalzare per effetto dell’elettrochoc.

Giocarsela a ping-pong propongono gli amanti dell’imponderabile e chissà che non abbiano ragione.

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Il Racconto di Domenica 5 agosto 2018

Ai confini della solidarietà

di Luciano Scateni

Lo ha chiesto con gli occhi lucidi di commozione, gli hai detto “no” una, due, più volte, con motivazioni ragionevoli, sensate, convincenti: “Vedi, ora l’idea di avere un amico che scodinzola quando torni a casa dalla scuola, che si accoccola ai tuoi piedi e chiede una carezza, che guaisce se indossi il cappotto per la passeggiata nel parco, che ti lecca in segno di affetto, che abbaia se ti avvicina uno sconosciuto, che impara a darti la zampa, ad accucciarsi a comando, a coordinare il suo passo al tuo, che scodinzola per dirti che è contento di esserti amico, questa emozionante idea si concretizza con la richiesta di un cane a mamma e papà.

Identico appello l’ho fatto quando avevo la tua età e da un allevamento in Valtellina è arrivato un fantastico esemplare di Labrador. La durata dell’entusiasmo per la sua immediata amicizia ha coinciso poco con i primi impegni: tre volte al giorno in libera uscita e la prima sotto la pioggia battente di un Aprile inclemente. Nel breve viaggio per il Dog Center, il vomito sul sedile posteriore dell’auto nuova di zecca di mia madre, le sue sonore lamentele, la sosta per calmare i conati e in fine di una laboriosa visita, le prescrizioni del veterinario: medicine, alimentazione, questo sì, questo no, tornate tra una settimana, eccetera, eccetera. Vedi, l’impatto con incombenze che non richiede neppure un figlio mi sembrarono all’improvviso un carico di mansioni oneroso, che avrebbero sconvolto tempi e modi della mia vita. Il terzo giorno di mister Labrador ha visto la fine ingloriosa di me cinofilo e al terzo mese di fatiche supplementari per accudirlo è arrivata la decisone, amara, ma inevitabile di mia madre: telefonata e mesto ritorno del Labrador in Valtellina, lacrime di tutti noi per il distacco dall’amico a quattro zampe”.

Ricascarci è improbabile, non impossibile.

La coda guizzante, come un’allegra frusta, linguaggio del corpo più che esplicito, accattivante, ruffiano, a favore di chiunque non gli mostri indifferenza, ostilità, un “tu che vuoi da me” intuìto nell’immediato, grazie al sistema di autodifesa avvezzo ad allertarsi se l’altro trasforma la paura in aggressività e libera adrenalina. Nessun segno di nervosismo se percepisce amicizia di chi lo scruta con garbo.

Bello, o brutto? Beh dipende. In verità non avrebbe scalato il podio del vincitore dei concorsi che vedono sfilare esemplari da mister e miss quattrozampe, con pedigree lunghi pagine e pagine, ma certamente sarebbe salito sullo scalino più alto, se prescelto da giurati che valutano simpatia, eleganza del portamento, comportamento docile.

Piccolo no, di quella statura che con l’avanzare dell’età non muta granché. Di stazza media, direbbe l’esperto di questa razza dell’est europeo. Il muso? Tratti decisi e su tutto l’irriverenza dello sguardo, quasi beffardo, diretto negli occhi di chi l’osserva, sempre acceso di intelligenza, a volte tenero per imploranti richieste di affetto. Colori imprevisti del corpo sottopeso, a segnalare carenze alimentari per aver faticato ad appagare il bisogno quotidiano di cibo. Marrone intenso il lucido mantello, macchiato senza ragionevolezza geometrica di ampie macchie bianco latte, altre, piccole, bionde, appena sopra le narici, nella pancia da riempire al più presto, sulla zampa sinistra e non sulla destra e il perché bisognerebbe chiederlo a chi l’ha partorito.

E’ tanto che vaga senza meta, abbandonato nel bel mezzo di una tunnel urbano, da un’auto che si è assicurata di non avere osservatori, sloggiato dal sedile posteriore, strappato dal cantuccio dove si è rifugiato in tanti spostamenti con il padrone.

Chissà: “questo”, pensa iniziando a seguire un ragazzo che quasi lo protegge nell’attraversare la strada sulle strisce pedonali, “questo mi piace, gli sto dietro”. Errore, il ragazzo non prende in considerazione la richiesta tacita, ma riconoscibile di adozione, affretta il passo e addio padrone.

Biribissi, chissà quale matto lo ha battezzato così, punta un altro possibile amico, incoraggiato da un buffetto sull’orecchio regalato con un sorriso di solidarietà. Il gesto non prelude ad altro, impegnato a premere su “accetta” dello smartphone al primo squillo. Chi lo tiene stretto, con l’avidità dei telefonomani, s’infila nel posto di guida di una lussuosa BMW, indifferente ai richiami silenziosi del mancato amico dell’uomo.

A passo lento incrocia uomini e donne che lo scansano quanto basta a tenderlo lontano, poi una ragazza che sa di zingarella. Odora come Estrella, la giovane rom che lo ha tenuto con sé prima di partire per nuove terre con l’intera comunità nomade. Lejla avrà non più di dodici, tredici anni, ma il viso è già di un’adulta, sofferente. Si piega sulle ginocchia, la gonna lunga fino alle caviglie lambisce la pavimentazione lucida di pioggia del marciapiedi, gli prende il muso tra le mani sporche di miseria, le unghie segnate di nero. La carezza è dolce, da esperta.

Se ne vanno insieme, da nessuna parte, una accanto all’altro. Per i passanti sono una coppia di antica solidarietà, da scansare per non dire no alla mano stesa della zingarella.

Quando le strade si svuotano nell’ora del primo pasto, Lejla e il suo cucciolone si proteggono dalla pioggia sotto la tettoia liberty di un’elegante villetta, ma senza riparo per la fame, dalla tristezza di una solitudine antica, dalle ostilità raccolte anche oggi. La ragazza prende Biribissi tra le braccia. Gli trasmette e riceve un po’ di calore. L’intesa è piena, tenerissima.

Viviamo in avamposti della modernità occidentale che fanno di ogni crocevia urbano il luogo dell’egoismo, di omertà tra caste omologhe chiuse in se stesse. Dove cercare e trovare solidarietà è l’insolubile rebus del nostro tempo.

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Il Racconto di Domenica 29 luglio 2018

MORIRE DI VERTIGINI

di Luciano Scateni

Un uomo tranquillo, “casa e lavoro” dicono di lui, una brava persona, ben vista da amici, parenti e dagli infiniti clienti che a lui ricorrono per esporre il sedere all’ago della siringa e apprezzare la sua abilità di infilarlo in modo indolore.

Il mestiere di “siringatore” è nato dalla necessità di portare a casa quanto occorre alla vita familiare. Era carpentiere specializzato della Ferth & Son, azienda britannica emigrata in Italia quando il costo del lavoro era conveniente, poi esportata in Romania per usufruire di notevoli vantaggi economici sugli oneri della produzione, primo fra tutti il modesto livello salariale degli addetti locali.

Una storia uguale a mille altre, vissuta con cristiana rassegnazione, senza dannarsi l’anima. A bucare le natiche con la siringa, Ugo ha dovuto impararlo in fretta per evitare la spesa dell’infermiere a domicilio imposto dalla terapia a lungo termine del reumatologo di Maria, vecchia e malandata madre. Il secondo passo dell’apprendista paramedico è sopraggiunto con la necessità di praticare iniezioni per via endovenosa alla moglie e di infilarle in vena l’ago delle flebo.

Vivere all’ombra del Vesuvio, come raccontano i bravi narratori, è un vivere speciale. Il magma vulcanico ribolle sotto lo spessore superficiale della terra e condiziona chi abita nella fascia che da ovest a est unisce la sismicità dei campi flegrei alle pendici del Grande Vecchio, sfondo ineguagliabile del mare di Napoli.

Per il turista a caccia di soggetti per smartphone, tablet e sofisticate Nikon, è di grande suggestione il profilo del vulcano immortalato con il lungomare Caracciolo e il Castel dell’Ovo in  primo piano.

Per la maggior parte dei napoletani il Vesuvio è simbolo di virilità, con il suo cratere pronto a eruttare lava procreatrice, per molti altri è generosa madre di fertilità, di linfa che nutre la terra e la rende rigogliosa.

Testimone di rispettosa gratitudine, condita da raptus di incoscienza, è l’urbanizzazione selvaggia ai piedi (e non solo) del Vesuvio. Chi vive in quell’agglomerato di case, ville e casermoni è possibile che si debba rivolgere una seconda volta a San Gennaro per impedire una catastrofica eruzione, pronosticata come più devastante di quella del 79 d.c., dopo averlo invocato perché fermasse la lava incandescente che minacciò i Paesi vesuviani nella prima metà del ’900.

Tanti napoletani non hanno mai scalato la montagna dal doppio profilo che gli aerei provenienti dal nord spesso sorvolano prima di planare su Capodichino. E’ un male. La veduta del golfo dalla sommità del vulcano è mozzafiato. Affacciarsi nel cratere offre la dimensione del pericolo latente che incombe sul territorio napoletano. Nella profondità del cratere il Vesuvio ha un provvidenziale tappo, che anche nella fase in apparenza silente del magma potrebbe saltare da un momento all’altro.

L’insegnante di terza media, scuola Massimo D’Azeglio di Torre del Greco, ha fatto da guida agli alunni per un’escursione sulla sommità del monte e Ugo è stato il più attento ai riferimenti sulle rare specie animali, alla vegetazione tipica incontrata lungo i tornanti, al nero della lava solidificata, ai frammenti che molti turisti raccolgono come souvenir.

Sono rimasti nella sua memoria l’immagine delle ginestre in fiore, il verde intenso della boscaglia, fitta nelle vallate sulla dorsale del monte Somma, dei vigneti del “lacrima christi” recuperati dopo secoli di abbandono, il profumo di piante selvatiche e specialmente l’odore intenso di legna secca  bruciata dai contadini, mista agli effluvi che mandano gli anfratti inesplorati del sottobosco.

Quella gita gli ha rivelato la disgrazia di soffrire senza rimedio di vertigini. In un tratto della scalata, da superare un piede dopo l’altro in uno spazio minimo, Ugo ha guardato in giù e lo ha colto il panico, fino a subire l’irresistibile attrazione del vuoto pur di liberarsi della paura di precipitare. Lo ha soccorso l’insegnate, frapponendosi tra la parete del vulcano e lo strapiombo.

Fine della gita, si torna indietro e Ugo avrà conferma dell’handicap sperimentato sul Vesuvio in visita da amici di famiglia, nella loro casa al dodicesimo piano dell’edificio. Affacciarsi dal balcone e ritrarsi con la sensazione di essere attratto dal vuoto è tutt’uno, come gli è già capitato a  casa sua quando si è trovato sull’ultimo gradino di una scala a pioli.

Figurarsi, non è mai più tornato sui sentieri dell’itinerario consigliato per arrivare indenni su in cima al Vesuvio e il vulcano è diventato un nemico ostile, portatore di disgrazie.

In fabbrica la Ferth & Son ha promosso un incontro con la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano sul tema della pericolosità dell’intera area vulcanica su cui sorgono i Campi flegrei, Napoli e gli insediamenti abitativi da Ponticelli a Torre del Greco, Ercolano, Pompei. “E’ davvero da irresponsabili sottovalutare il rischio sismico, di eruzioni devastanti. Segnali preoccupanti indicano che il magma è attivo, che la temperatura del sottosuolo è in aumento, che il letargo momentaneo dei vulcani è tutt’altro che rassicurante”: così l’esperta e il messaggio va a segno nell’immaginario di Ugo, ad accrescere la paura e l’ostilità per il Vesuvio.

Il dieci di luglio l’Italia brucia, Incendi in Liguria, nel Lazio, Campania, in Sardegna. Tutti a partire da quel giorno di caldo torrido, africano. Autocombustione? Qualcuno azzarda questa ipotesi, gli esperti smentiscono. La coincidenza di tanti focolai è fortemente sospetta e l’ipotesi più accreditata è di incendi provocati da chi spera di arricchirsi con la speculazione di investimenti immobiliari sulla terra bruciata, da chi dà fuoco alla sterpaglia che invade la campagna da coltivare, da incoscienti che si liberano di mozziconi di sigarette accesi dove c’è fogliame secco, perfino da forestali stagionali assunti in numero rilevante per fronteggiare l’emergenza incendi.

Un venerdì libero da impegni di lavoro Ugo inventa una scusa per allontanarsi di casa. Nel portabagagli dell’auto mette una lattina di liquido infiammabile. Imbocca la strada che i cartelli stradali indicano per inerpicarsi sul Vesuvio, ma non supera quote della salita che gli procurerebbero il mal di vertigini. Si addentra a piedi in uno stretto sentiero con la vegetazione ingiallita dal sole, cerca e trova mucchietti di foglie secche ai piedi di alberi spogli, versa nello spazio di venti metri il liquido infiammabile e gli dà fuoco. Per alcuni minuti rimane in stato di allucinazione a osservare l’espandersi del fuoco che incenerisce le piante e attacca il tronco degli alberi. Esce dalla trance in tempo per lasciare l’area dell’incendio e nella mente offuscata si fa strada l’idea di aver cancellato dalla memoria il terrore delle vertigini che senza la prontezza dell’insegnante si sarebbe concluso con una tragedia.

Fine Gennaio del ’96. Con qualche risparmio e con evidente soddisfazione, Ugo riesce a programmare una settimana bianca con la famiglia e soprattutto con Giacomo, il figlio di quindici anni che non è mai stato sulla neve.

Sette giorni passano in fretta e scade il tempo della vacanza, ma la via del ritorno si complica. La strada è ghiacciata e Ugo non è certo esperto di guida in quelle condizioni a rischio. Lungo un tornante l’auto slitta pericolosamente e si proietta senza controllo sul guardrail. L’impatto è violentissimo, l’auto resta in bilico sul burrone sottostante. La moglie di Ugo è sbalzata fuori dall’abitacolo, si aggrappa a un arbusto, il corpo nel vuoto.  Il marito le porge la mano per tirarla su. Prova a non guardare in basso, incontra lo sguardo terrorizzato della moglie. Lo distoglie nello sforzo di reggere il peso della donna, che l’implora di non lasciarle la mano. Sente che il ramo sta per cedere. Gli occhi di Ugo incontrano senza volerlo i duecento e più metri che separano la strada dalla vallata sottostante. Lo assale di nuovo il senso incontrollato dell’angoscia. Al culmine della dissociazione dalla realtà perde il contatto con la mano della moglie e si lascia ingoiare dal vuoto, assurdo esito del bisogno disperato di mettere fine al delirio che assale chi è preda delle vertigini.

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Il Racconto di Domenica 22 luglio 2018

C’è un enclave dell’opulenza, a due passi dall’Italia

di Luciano Scateni

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Vacanza a Puerto Banùs, privilegio meritato? La domanda è lecita, la risposta è tutt’altro che agevole. Marbella, che comprende quest’isola iberica di benessere per nababbi, è preziosa perla dell’Andalusia, nel sud della regione, sessanta chilometri da Malaga, nella Costa del Sol che gli spagnoli hanno saputo ottimizzare e rendere alternativa ai profitti della produzione industriale che non c’è. Nei pochi chilometri delle sue coste si respira odore di euro, dollari, fiorini, dirham arabi e se non indossi bermuda firmati da Dolce & Gabbana non sei nessuno. L’importante è capire di che mondo è fatta Marbella e lo stralusso in cui è avvolta. Anche di più conta se ti serve a capire che senza una rivoluzione globale l’ingiustizia di ricchi ricchissimi e poveri poverissimi resterà il vulnus insanabile della Terra.

Spagna è il titolo della guida messa in valigia nell’angusto portabagagli del “Maggiolino” Volkswagen, l’auto voluta da Hitler per non fermarsi mai, con neve, afa del deserto, strade sconnesse. La mia compagna legge accanto al a me, deputato alla guida. Pagina 127, titolo Costa del Sol, Andalucia, Marbella: “Piccolo centro di pescatori tra Malaga e Gubilterra”. Punto. Marcella, la nostra seconda figlia, vola a Londra, si laurea in marketing alla prestigiosa London School of Economics, assume un incarico di manager alla John Lewis (migliaia di dipendenti). Lascia, per seguire Stefan inglese puro sangue, laureato dalla stessa università, destinato a rappresentare l’Aspen, società di riassicurazioni in quel delle Bermuda. Otto anni di paradiso, anche nell’accezione di “fiscale”. Tornano in patria nello splendido Sussex. Manca il mare e poi, metti come fa bene a Luca e Alex i due pargoli sopraggiunti?

L’inglese economicamente benestante sa come godere il tempo della vacanza e non a caso è una delle comunità estive più folte dell’incantevole Sorrento. La Spagna lo capisce e organizza l’accoglienza con dovizia di mezzi e abilità organizzativa. Marbella diventa in pochi anni un’enclave British. I long la scelgono per lasciare l’Inghilterra appena si prospetta un week end libero da impegni di lavoro di Stefan e una settimana senza scuola di Luca e Alex. La casa nella zona residenziale dei Naranios, a poca distanza da Puerto Banùs è ampia, confortevole, immersa nel verde, dotata di piscina. L’acquistano senza pensarci su due volte. Diventa un rito il soggiorno di due settimane a Marbella per “papi e mami” di Marcella. Ne scopriamo anno dopo anno l’identità. Con i suoi 150.000 abitanti è uno dei centri più abitati dell’area. Il bel lungomare pedonale, il delizioso centro storico e lo charme di Puerto Banus ne fanno la meta di vacanze preferita per milioni di turisti, in larga parte provenienti dalla Gran Bretagna, dai paesi del Nord Europa, dal Kuwait, dall’Arabia Saudita. Di recente è diventato un luogo glamour per attori e sportivi, proprietari di ville a Marbella: Sean Connery, George Clooney, Antonio Banderas, Julio Iglesias e Zinedine Zidane, cantanti, musicisti e personalità di ogni genere. Marbella gode di temperature miti durante i mesi autunnali e invernali, la bellezza dei panorami e la qualità dei servizi giustificano i motivi per cui è una delle scelte del jet set internazionale, attrae gli amanti del golf con una decina di campi nel suggestivo scenario tra mare e monti, dominati dall’imponente Concha. Di alto profilo sono le scuole di equitazione, tennis (famosa quella di Manolo Santana), sport acquatici. La città propone accenni dell’occupazione moresca e le comodità di un luogo di villeggiatura moderno. Sdraiati sulla sabbia della famosa spiaggia La Fontanilla o in visita ai parchi a tema acquatici, naturalistici si scopre il fascino andaluso del quartiere storico, ricco di edifici imbiancati a calce, i resti di una fortezza araba del IX secolo e la fragranza degli aranci. A concludere giornate piacevolmente rilassanti l’offerta di un centinaio di ristoranti che propongono grandi varietà di pesce, i piatti tipici della cucina andalusa e vini di pregio. E perché no, una “zuppa di mandorle fredda ajoblanco o la specialità del gazpacho. Sono 70 gli alberghi, alcuni a molte stelle come l’Amàre Bech, il Paloma blanca, il Molo 44 Luxury Suites e la bellezza di 200 i ristoranti. Famosi il Pasta y Basta (italiano), il Vina & Botega Rem Samen, l’Hermosa e sulla spiaggia l’Aurora Beach, che anticipa gli ombrelloni simili a cappelli vietnamiti, i comodi lettini distanziati quanto basta a godere della privacy, i gazebi protetti da bianche tende di lino, un paio presidiati da abili massaggiatrici.  Una sbarra limita l’accesso delle auto al regni della ricchezza di Puerto Banùs dove accede solo chi ancora nel porto omonimo barche da trenta metri in su, la più sontuosa dei reali inglesi e di emiri di Dubai. Il porto, visitato ogni anno da circa 5 milioni di turisti, può ospitare 915 imbarcazioni. Il molo è la casa delle boutique di grandi firme dell’alta moda, delle gioiellerie di Bulgari e simili, delle ammiraglie dei proprietari di yacht milionari: Rolls Royce, Maserati, Ferrari, Bentley. In vista della movida sfilano bellezze di ogni razza nei loro abiti di Valentino, Armani e Dior. Puerto Banùs si prepara alle sue interminabili notti in discoteche e nell’invitante casinò.

Se pensate alla Svizzera come esempio di perfezione, dove tutto è ordine, rispetto delle regole, opulenza, avete un’idea approssimativa della cura che protegge la bellezza senza pari delle zone residenziali di Marbella. Lì ogni villa, evidentemente disegnata dalla mano di un eccelso architetto, è di un candore permanente, ritoccato a ogni esordio della primavera perché sia un mare infinito di bianco in un oceano di verde, curato fino alla precisione maniaca.

Nasce da questo concentrato di ricchezze la domanda di chi crede nell’accoglienza: come è possibile che qui non tentino di sbarcare gommoni e barconi dei migranti? Non c’è risposta. Marbella vive il privilegio di essere esentata dal dovere di provvedere soccorre chi fugge dalla propria terra dove la scommessa di sopravvivere è persa in partenza. Si capisce come le sculture di Dalì arricchiscano l’Avenida del Mar e non subiscano sfregi o addirittura furti. Sui muri delle case e degli edifici pubblici non una sola scritta, un messaggio di innamorati, il nome di un politico locale, il simbolo di un partito. E’ da non perdere ilbellissimo centro storico, il dedalo di stradine pedonali su cui si affacciano piccole case bianche adornate di fiori. La più importante Plaza è quella del los Naranjos, la piazza degli aranci, su cui si affaccia il municipio costruito nel 1568 dai re cattolici in stile rinascimentale e casa del sindaco, la cappella di Santiago, edificio religioso più vecchio della città. Marbella è sede del Museo contemporaneo delle incisioni spagnole: ospita una collezione di stampe di artisti come Picasso, Mirò, Dalì, del Museo Ralli ispirato all’arte latino-americana, propone sculture di Dalì e di Aristide Maillol, oltre a quadri e dipinti di Dalì, Mirò, Chagall, dl Museo delle arti meccaniche, con sculture di Antonio Alonso che utilizzò parti di automobili usate.Il mare di Marbella, premiato più volte con la bandiera blu è generalmente più freddo del Tirreno, probabilmente perché riceve acqua dall’oceano Atlantico attraverso il vicino stretto di Gibilterra, ma in piena estate è tutt’altro che spiacevole.

Non è dato sapere se vivono ancora gli autori della Guida che descrivo Marbella “piccolo paese di pescatori” della Costa del Sol: questo racconto è dedicato a loro o alla loro memoria. Fossero ancora in età di vacanze estive sarebbe consigliabile donare loro un soggiorno a Puerto Banùs per chiedere loro un corposo aggiornamento.

Morale della favola: se Jeff Bozes, re di Amazon, detiene un patrimonio di 150 miliardi di dollari, di che sorprendersi se Puerto Banùs è Puerto Banùs, se l’areo più lussuoso degli Emirati offre a passeggeri come Bill Gates e Bozes suite con bagno personale e idromassaggio, chef e maggiordomo dedicati?  Come non credere che l’altra faccia del mondo assiste senza sussultare e intervenire alla morte ogni quattro secondi di un bambino che se va per fame, malattie e bombe sganciate dai droni?

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Il Racconto di Domenica 15 luglio 2018

Ingenui e gonzi, truffe e truffati

mini racconti

DI LUCIANO SCATENI

Vittime e predatori: la speranza dei puri di spirito è che lassù, da qualche parte dell’immensità, esistano sistemi stellari similTerra, compatibili con forme eterogenee di vita, di vita “altra”. Non basta, è ben più velleitaria l’ambizione di giusti, rivoluzionari e laici miscredenti, che maledicono il nostro pianeta e i suoi miliardi di cittadini che si scannano per ingordo accaparrare privilegi d’ogni genere: chiedono all’universo di azzerare le nefandezze del nostro pianeta, di rifondarlo con un progetto di rigenerazione, che seppellisca egoismi, prevaricazioni, violenze, diseguaglianze, corrotti e corruttori, truffatori, pedofili e padri padroni, razzismo, femminicidi, rapimenti, droghe, morti “bianche”, tirannie, neocolonialismi, pistole, fucili, mitra, bazooka, missili, armi nucleari e chimiche, stupratori, fascisti e scissionisti, disonorevoli onorevoli, nepotismo, illeciti arricchimenti.

La truffa

L’oroscopo è un gioco a dispetto, come tirar dadi e illudersi di ottenere il sei, al massimo della fortuna tre volte di seguito. Succede solo se a lanciare i dadi (truccati) è un baro. Il truffatore ha sfogliato il cubo e appena al di sotto di un lato, su cui spiccano i sei punti bianchi su fondo nero, ha inserito tondini di acciaio. All’occhiello dell’abito da sera il truffatore ha infilato il gambo di un garofano, a nascondere la potente calamita miniaturizzata, che diretta con gesto apposito della mano libera sui dadi, li induce a ruotare fino a fermarsi con il lato superiore sul numero sei. Davanti all’imbroglione si accumulano gli euro delle vincite. Con espressione di stupore alza lo sguardo al cielo: “Dio che giornata”. Il grazie a viva voce è per Bundai Tofuni, ideatore del trucco e specialmente per Yuto Takahashi, creativo al servizio del male, ricercato in patria per reati contro il patrimonio. A sera, dopo l’ora del rito buddista, il celebrante aveva lasciato aperta la grande porta di ingresso della famosa pagoda del tempio di Shingon, di tu-ji a Kioto, per dare riparo ai senza dimora locali. Yuto Takashai si è finto clochard e si è steso in terra, su una coperta sdrucita. Quando tutti sono caduti in un sonno profondo è sgattaiolato nel locale dove sono custoditi i paramenti sacri e ha sgraffignato il pacco di yen custoditi alla meglio in una scatola di cartone sigillata con nastro adesivo trasparente. Lo ha visto una donna insonne,  capelli bianchi come la neve, mentre vagava di notte nella pagoda, dove viveva invitata dai sacerdoti a vigilare sugli ospiti della notte. Manette per il ladro.


Il gioco delle tre carte:“Questa vince, questa perde”, funziona come un orologio made in Switzerland: inganna l’allocco di turno con l’abilità manuale dell’operatore e il contributo della spalla, inappuntabile, finto giocatore, che, per una volta fa guadagnare cento euro a chi punta (ignaro della combutta) e lo fa perdere per le successive tre.

Di consumata scaltrezza è Conchita, andalusa trapiantata a Palermo. Sottile conoscitrice di soggetti timorosi, superstiziosi, indotti a consultare gli astri per guardare nel futuro, esordisce con un “Sei ansioso, lo sento” e coglie nel segno. Chi si rivolge a lei un motivo di ansia lo vive comunque.

“Sorprese in amore”promette l’astrologo, cioè tutto e niente. E’ considerato un mago se il cliente si innamora davvero. Se al contrario litiga con il compagno/compagna pensa: “Me l’aveva detto, la sorpresa c’è stata, ho litigato e di brutto”.

Il meglio è lo show televisivo di Aldo e Flora. Alle loro spalle incombe il tabellone dei novanta numeri da combinare per tentare ambo, terno…cinquina, da trascrivere su biglietti del lotto. I due compari propongono agli ascoltatori migliaia di abbinamenti e le probabilità di vincita di qualcuno sono altissime. Chi incassa diventa un promoter involontario del passa parola e le telefonate a pagamento alla “ricevitoria” televisiva rendono un bel gruzzolo ai due fertili inventori di guadagni facili.

“Signora Maria, è così che si chiama, vero?lo vedo dalla sua bolletta del gas. La compagnia mi incarica di offrirle uno sconto mensile se accetta di far cambiare a un nostro tecnico il suo contatore con il nuovo che le consente di conoscere in ogni momento l’importo del consumo. Per fare il nuovo contratto ho però bisogno delle sue vecchie fatture. Faccia con comodo, non ho fretta”. La donna si porta nello studiolo del marito, che conserva le bollette, ma “chissà dove?”, il finto addetto della compagnia, a colpo sicuro, si impossessa di duemila euro dal cassetto di un mobile del tinello, dove una cameriera licenziata da Maria lo ha informato che i Forgione conservano i soldi. Maria non trova più il truffatore, che si è congedato con il malloppo rubato. Non è la prima truffa per i Forgione: gran parte dei risparmi di una vita sono andati in fumo, scippati da un consulente finanziario, che in obbedienza alla banca di riferimento, ha veduto loro titoli tossici.  Anselmo, marito di Maria ha inoltre sganciato tremila euro per tornare in possesso della sua auto  rubata sotto casa. I ladri gli hanno telefonato: “Se rivuoi la macchina, a proposito, complimenti è proprio bella, lascia una busta con tremila euro nella tua cassetta della posta”.

Truffano le compagnie telefoniche con le fatture ogni 28 giorni, prelievi dal credito per promozioni mai chieste, Truffano il fruttivendolo, che pesa con una bilancia truccata, la presunta azienda di vendite on line, che ti propone bellissime scarpe a 29 euro contro il valore dichiarato di 350 euro e te ne consegna una paio che al posto della pelle hanno plastica scadente,  il postino mariolo che non ti consegna la lettera con un assegno al portatore di settecento euro, la spigola che puzza di vecchio servita dal ristorante “Mare Vivo” come appena pescata, l’automobilista che ti tampona e in  sede di vertenza si presenta con tre testimoni a favore e perdi la causa,  il finto cieco che ti impietosisce, gli metti nel piattino dieci euro e appena ti volti si toglie gli occhiali scuri per vedere se la banconota è da cinque, dieci o cinquanta euro, la moglie fedifraga che inventa un appuntamento con “Chiara, la ricordi, è la mia compagna di classe del liceo Umberto, pranziamo insieme”, ma uscita di casa  infila l’ingresso dell’albergo a ore per scopare con l’amico del marito…

***

Strani effetti dello spinello, se l’erba è di qualità superiore. Nel cerchio magico di compagni di liceo e associati a vario titolo è cult il gioco-test del “che effetto che fa”. Francesco spara un “moltiplica l’efficienza sessuale, quando fumo posso fare anche tre scopate di seguito”, ma non è granché credibile tra gli amici. Laura dà fondo ai ricordi tratti dal genere di rotocalchi di “Grand’Hotel”: “Provo estasi, divento espansiva, oltrepasso i limiti della discrezione”. Angela e Peppe all’unisono: “Facciamo l’amore alla grande”. Pasquale. “Mi stordisce. Se devo scrivere l’articolo per il giornale della scuola dò i numeri. A rileggerlo mi prendo per matto, per squinternato, rinnego quanto scorre sul computer. Una volta ne ho stampato uno che a rileggerlo quasi svenivo. L’ho conservato, ho giurato di non scrivere mai più niente di simile. E’ questo: “Giorni di empiti creativi in bozza, un pieno di refusi, orge di incisi, omissioni plateali, chissà perché, francesismi, spassiba, asta la vista, save de god. Ventate di ostentato a-protagonismo incomprensibile a maggioranze silenziose, vocianti a mille decibel appena saltano sull’aia dei privilegi brutalmente imposti. Tre parole nuove, spinte in faccia alla compagna incinta per mera distrazione. Tre fiati d’amore sospirati per quieto vivere nel silenzio di un’aula che stipa eccellentissimi cadaveri, odorosi di ipocrita puritanesimo. Vi pare poco?” Salvatore: “Sogno in bianco e nero. Il Brennero, il Tav che corre verso Monaco di Baviera. Chiusa dal di fuori la porta del wagon lit e “Perché sei hai già liberato il tuo corpo dalle rigidità indotte dagli anatemi del catechismo bizoco? Ricordi? Su, al Virgiliano, nel parco degli innamorati, in una sera fredda come questa, stretti per non tremare, felici nonostante l’assurdo del primo letto d’amore sulle quattro ruote di una Panda…Ricordi Marbella, Porto Banus, due ore poco più di volo, come planare con ali di aquila su canyon e puntare al cielo spinti da venti ascensionali, per risalire oltre il tetto di altopiani che oltrepassavano nuvole nere a forma di alberi in fiore. Malaga, il Picasso Museum e via, in direzione di Gibilterra”.

Ester, come sempre laconica: “La morte in abito da sera…coppe di “Francia Corta”, gocce lungo la schiena”.

“Ragazzi, stasera niente hascisc, domani ho l’esame di Anatomia due” 

 

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Il Racconto di Domenica 8 luglio 2018

Il fallimento in fotocopia di due grandi progetti

di Luciano Scateni

Quale affronto osservare in parallelo il protagonismo sociale di Cristo e di Marx: certo, è “blasfemia” per il cattolicesimo militante e al contrario compatibilità per i comunisti, ammesso che ne esistano ancora. I due apparenti antagonismi avevano in comune il progetto di rendere giustizia alle diseguaglianze, di abbattere i presidi della violenza, delle prevaricazioni, degli egoismi. Nessuno dei due è riuscito nell’impresa e il mondo continua a girare come conviene ai potenti del mondo. C’è chi afferma che a governare l’umanità sia la mini oligarchia di una decina di despoti detentori delle ricchezze del mondo e delle leve di comando. Non è difficile condividere questa ipotesi e ne deriva una consistente resa al pessimismo della ragione.   

La Galilaea ospitò il travaglio virtuale di Maria e la sala parto dell’Evento, lo racconta la leggenda del Redentore, fu l’antro indicato via cielo dalla punta stellata di una cometa. Il rigore dell’inverno fu sopportabile per aliti caldi di asino e bue. Andò ogni cosa per il meglio, ché a quel tempo le puerpere erano preservata dalla frenesia chirurgica dei ginecologi e si nasceva con dolore, ma senza bisturi. Nel caso in questione niente doglie. Niente. Il resto è noto, fissato dalla finzione del presepe in quel del 25 di Dicembre.

E’ opinione molto poco diffusa, non per questo irragionevole, che la consuetudine a celebrare la data sia un’offesa all’infallibilità del Padre Eterno, di una sua dote celeste, che nelle spoglie del Figlio, abbandonò l’infinita beatitudine dei cieli, per entrare in promiscuità con empi, scellerati, miscredenti, farabutti di ogni risma, al fine di redimerli. Abbiamo alle spalle oltre due millenni da che la Trinità si è disgiunta per misurarsi con la quota di cosmo inquinata dalla violenza e si è immolata per ammonirlo a scegliere la via della bontà, dell’altruismo. E’ blasfemo supporre che la discesa sulla Terra abbia fallito il nobile obiettivo?

C’è una convergenza parallela sui cui riflettere. Un uomo di nome Marx, incentivato da ispirazioni per nulla spirituali, ha immaginato altri campi dii redenzione ed è stata pari la sottovalutazione dell’umana tenacia a proseguire il percorso dell’egoismo su tutto.

E’ nota la frettolosa abiura del comunismo e sorprende non più di tanto la crocefissione dell’autore del Capitale, ordita da chi ha temuto la rivoluzione come insidia peggiore per la tracotante prepotenza del “mors tua, vita mea”. Sconcerta e merita indagini spregiudicate che chiodi, corone di spine e ferite a mani, piedi, costato siano colpa di soggetti privi di consistenza ideologica e addirittura di esistenza significativa, ma trova ragione nel suo teorizzare lo scomodo progetto di eguaglianza fra tutti che accese la speranza di ottenere quanto l’illustre predecessore ha predicato con il suo credo.

Ciascuno dei due default induce a riflettere sull’incompatibilità del genere umano con la luce che un paio di volte ha provato a illuminare le coscienze. Perché no, la via cristiana al ravvedimento è contigua alla strada dell’utopia marxista. L’una e l’altra le hanno percorse adepti di pessima qualità, disposti a tradire per trenta denari.

Nel pessimismo di questo postulato si innesta il passato prossimo della politica nazionale e locale. Si pensi a ladroni, corrotti e corruttori, evasori, furbetti del quartiere, tangentisti, politicanti senz’altra vocazione oltre il personale tornaconto, ai governi che hanno indebitato il Paese per miliardi di euro, ai predatori delle risorse di Paesi colonizzati e affidato l’espropriazione alla complicità di dittatori sanguinari, a guerrafondai, alle mafie. Cristo li caccerebbe in blocco da ogni tempio, ma se ne stanno lì indisturbati, sostenuti da diffusi empiti di partecipazione alla tavola imbandita del potere. Questo coacervo di nefandezze ha impedito di svettare nel mondo all’Italia e alle sue città baciate da prodigiose bellezze naturali e intelligenze vive. A Napoli, per esempio.

Una volta all’anno gli ipotetici e incoerenti seguaci di Gesù riedificano con tenace solerzia la sua povera casa. Sagomano il sughero dello sfondo, attenti a collocare pastori e case con efficace effetto prospettico, simulano fiumi e colline, alberi, botteghe, animali, mestieri. Sostituiscono i magi via via che la prossimità del 25 dicembre si presume li porti in prossimità della Grotta e il giorno fatidico, non un secondo prima della mezzanotte, depongono il Bambino nella mangiatoia. In sottofondo “Tu scendi dalle stelle…”

Ma il figlio di Dio dove nasce ogni anno o meglio, dove sceglie di nascere? Forse in un container dove migranti privi d’aria viaggiano privi di aria e cibo nel tentativo disperato di lasciare fame, guerre e violenze dei loro Paesi derelitti. Certamente nei bassi napoletani vissuti da gente socialmente marginale, ma laboriosa. Il blitz celeste nella Napoli del disagio, lo testimonia l’ufficio stampa del Paradiso, evita i quartieri degli improbi, dove ha cittadinanza il lusso spesso ottenuto nell’illecito, respinto da senza Dio che alla domenica non si perdono una Messa, ipocriti che di tanto in tanto chiedono perdono in confessione di peccati d’ogni genere e l’ottengono, certi di averli emendati con dieci Ave Marie e tre Pater Noster.

L’anima rassegnata di Marx si aggira smarrita dalle Alpi alla punta estrema della Sicilia dove non ha più alcun valore il simbolo “Falce e martello”, dove risuonano sempre più raramente e per mera ritualità “Bandiera rossa”, “Bella Ciao”. Ai piedi di una quercia, di un ulivo, compare timidamente il logo del Partito comunista, appiccicato come il bollino delle “Ciquita”. Poi neanche più quello. Le mani con i guanti bianchi degli eredi del Pci sfogliano la “Margherita”, edulcorano l’idea di sinistra con blandi aggettivi come “dem”, concedono ripetuti tributi al migliorismo, alle contaminazioni di anime prima ritenute incompatibili. Gramsci condannerebbe l’involuzione come “imbroglio”, mistificazione e vieterebbe l’utilizzo improprio di Falce e Martello, se qualcuno si illudesse di recuperarlo strumentalmente per sanare il vulnus della sinistra tradita.

La ferita è così profonda da indurre la Sibilla della politica a emettere sentenze che escludono la prospettiva di orizzonti sgombri nuvole cariche di minacce e negano un futuro di riconciliazione con i progetti catto-marxisti.

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Il Racconto di Domenica 1 luglio 2018

Un accordo in do

di Luciano Scateni

 

Un accordo in do maggiore introduce il “Ne me quitte pas” recitato in musica, intimista, dal belga molto francese Jacques Brel. Troppo poco e allora il Koln Konzert di Keith Jarret, funambolo di stratosferico virtuosismo sui tasti dello Steinway a coda. Per ultimo la registrazione della lingua delle balene, di penetrante e stabilizzante effetto. Di più, musica atonale. Il sistema del riconoscimento è spiazzante, la ragione rifiuta l’incompreso, la mente trova rifugio nel mondo dell’irrazionale e si connette con le atipicità della dodecafonia, delle disarmonie made in Japan, nel jazz “freddo” di pura improvvisazione, di suoni inconsueti. Inizia il viaggio nel cervello diviso, nella magia di Betty Edwards che sfida i trenta ragazzi di “sono negato per il disegno”.  Dopo tre mesi di ricondizionamento della creatività si esprimono come diplomati di accademie delle Belle Arti. 

L’oroscopo è un divertissement, un game bizzarro, l’azzardo incosciente con il caso, scommessa improvvida con il fortuito, l’imponderabile, l’arcano, l’impossibile, il mito dell’ottimismo ingiustificato, l’utopia dei sogni in rosa, refugium peccatorum, l’inganno di tre Ave Maria inflitte per l’assoluzione, un camminare sull’acqua, volare senza le ali, pilotare senza brevetto, respirare nel vuoto d’aria, guidare bendati, eccetera.

Come un tirar dadi e ottenere il sei per sei volte sei, un sestuplo en plein, the maximum. Come incamerare cento milioni con un grattino da cinque euro, comprare un fustino di Dash per mammà e vincere il giro del mondo, business class in jumbo-jet Emirates. Come manipolare la magia di Kubrik, privo delle istruzioni per l’uso, e in un amen colorare le sei facce di rosso, verde, blu, bianco, giallo…

Prodigi della creatività. Doctor Sperry, american indagatore dell’invitto brain, esploratore della centrale bi emisferica del cervello, volò a Oslo, insignito del Nobel per la ricerca. All’incirca nel bel mezzo del secolo da diciotto anni sorpassato, con bisturi affilato separò le due semisfere del cervello di un paziente cavia, in breve distanza dall’ultimo respiro. Dicono autorevoli dizionari di chirurgia che compì un riuscito intervento di commisurotomia, con incisione del corpo calloso e separazione degli emisferi. Sanata la ferita, al letto del “martire” si accalcò una folla di camici bianchi e geni della scuola californiana di Palo Alto, avidi di sapere: “Perché due emisferi, quali compiti, specificità, attitudini, influenze?” In attesa spasmodica di indagarli fu riesumata l’esperienza di due strizzacervelli francesi, tali Vernicke e Brocà, (metà dell’ottocento), autorizzati, primi al mondo, a scoperchiare la cartola cranica di pazienti con seri problemi di parola. Uno incapace di articolare suoni, l’altro con irrefrenabile vortice di parole. Esaminato l’emisfero sinistro, i due chirurghi accertarono nei soggetti esaminati lesioni in un’area analoga, ma con minima distanza l’uno dall’altro. Evviva, avevano scoperto la sede di elaborazione del linguaggio e la ragione del danno subito.

I ricercatori di Palo Alto, fatto tesoro di quella preziosa esperienza, elaborarono teorie rivoluzionarie, fino a definire le grandi categorie di pertinenza dei due emisferi. Accertarono in via sperimentale, che in soggetti di cultura occidentale, il sinistro ha competenza su linguaggio, processi logico analitici e in una parola sulla razionalità. Nel destro, ha sede la fantasia, la creatività, la memoria, il sistema immunitario.

Conclusione provvisoria. A ricerche avanzate approdano alla consapevolezza che negli individui di cultura occidentale è iperattivo l’emisfero sinistro e il destro è sottoutilizzato, quasi in letargo, fino a supporre e poi confermare che le “guarigioni” miracolose sono l’esito di circostanze particolari, di forti suggestioni (Lourdes, fede, carisma a divinizzazione di medici particolari), con conseguente attivazione dell’emisfero destro e del sistema immunitario, capace di contrastare tumori e altre patologie.

Di qui lo studio di tecniche per riequilibrare le attività dei due emisferi, obiettivi che questo racconto sullo split bread, sul cervello diviso, evita di affrontare in dettaglio, perché non lo considera territorio specifico del narrare. E però ecco l’altro di due brevi riferimenti. Uno offre la spiegazione del fenomeno geni (Einstein, Mozart, Picasso…) che per ragioni in parte misteriose hanno esaltato il rapporto con il destro fin dai primi anni di vita. Un secondo invita a riflettere sulla defaillance della memoria che non restituisce un nome familiare, un numero di telefono abituale, il titolo di un libro letto di recente, dati che invece si propongono se improvvisamente l’emisfero destro si attiva per l’impulso di una forte suggestione.

I narratori conoscono bene queste varianti creative. Spesso chi scrive con continuità si deve confrontare con temporanei deficit di fantasia, perché la mente è impegnata in pensieri razionali del tipo “Sta per scadere l’assicurazione”, “Ho sbagliato a fidarmi di…”, “Che seccatura, domani ho appuntamento con il dentista”, eccetera.

L’esordio del racconto appare banale e non incoraggia a proseguire nella scrittura. Altri due o tre tentativi non sono migliori.

Lo scrittore apre la finestra. E’ una giornata di sole, una rondine imbecca i piccoli della nidiata con gli insetti catturati. Si accende la fantasia: “Chissà quanto deve aver volato per tornare al nido dopo l’esodo per l’inverno”. Inverno, neve, sci, “quella bellissima francesina”, chissà se si ricorda di me…”   La fantasia attiva l’emisfero destro, la creatività. Le righe che compaiono sul computer sono l’incipit perfetto per il romanzo che nasce, il via al racconto…

E tempo di mettere in parentesi la scrittura, la cena è pronta. Uff, caldo, meglio togliersi il pullover e Vincenzo lo poggia senza piegarlo sul mobile della sala da pranzo.

Lei, con tono aspro: “Sempre lo stesso. Come posso ottenere che sia ordinato. Mi manchi di rispetto. Fatico tutto il giorno per tenere in ordine la casa. Porca misera, sei incorreggibile”.

Lui: “Non ti sopporto più. Rompi per fesserie, sei un martello, non puoi affliggermi con queste continue tiritere. Basta, sei asfissiante”.

Le liti riempiono di astio le loro serate per mesi, anni.

Oggi lei sfoglia con insolita attenzione “Change” (cambiamento), di Paul Watzlawick, number one di Palo Alto e ne trae ispirazione.

A sera lui si toglie la cravatta e la poggia sulla tavola apparecchiata per la cena. Lo fa, pur cosciente di provocare una nuova lite.

Lei ha preparato un “Negroni”, long drink preferito dal marito e glielo porge con un sorriso. La sorpresa è spiazzante e induce il marito a riflettere su come mettere in corto circuito l’annoso meccanismo azione-reazione delle liti. Prende la cravatta e va a riporla nell’armadio. Ecco, seppur minimo, un esempio di rapporto vincente con il potenziale dell’emisfero destro.

La sperimentazione dei ricercatori di Palo Alto punta in alto, a integrare e porsi in alternativa a parte consistente della medicina accademica. Un terreno fertile è il ruolo del cervello destro nel trattamento di patologie di cui è responsabile la ridotta o nulla funzionalità del sistema immunitario.

 

Guarigioni attribuite a miracoli, la resa dei medici all’evidenza di un male considerato inguaribile che scompare misteriosamente. Succede a Lourdes e in presenza di forti e analoghe suggestioni. Chi attribuisce la guarigione ad altro si chiede provocatoriamente perché Lourdes o la fede nei santi non fanno il miracolo di ricostruire un arto amputato o di indurre a normalità i problemi di devastanti disabilità psicofisiche, di gravi e irreversibili danni celebrali. Perché, se non sono miracoli, non si accetta che in condizioni particolari la suggestione attiva l’emisfero destro e il sistema immunitario. Sono vicine a numeri infiniti le strade della ricerca da percorrere grazie al via che il dottor Sperry, negli anni cinquanta del secolo scorso,  ha dato alla conoscenza di specificità e potenziale degli emisferi celebrali.

Evocando momenti di connessione con la creatività, si è presentato il ricordo suggestivo di un mattino del tiepido inverno, nella casa sul mare di Saint Lpuis, propaggine a nord delle Bermuda. Nel terrazzo proiettato in perpendicolare sull’acqua, mossa da vento lieve del sud, computer sulle gambe, desktop vergine. Non lontano dal verde di uno degli isolotti dell’arcipelago, malignamente ritenuto il Triangolo della morte, una robusta corda di canapa è immersa nell’acqua, trattenuta da un nodo che la fissa alla punta emergente di uno scoglio. All’altro capo una boa dipinta di rosso, abituale stazione di riposo di un airone. Il becco s’immerge ripetutamente nel mare e se ne ritrae quando ha catturato piccole prede, spesso pesci dal corpo verde striato di giallo. Spariscono nello stomaco dell’airone e sembra che non lo sazino. La caccia del predatore prosegue senza soste e racconta la crudele legge della sopravvivenza del mondo animale, scandita dal dramma di mors tua, vita mea.

Le dita corrono veloci sulla tastiera del computer e tornano ogni volta a correggere gli avverbi finiti in “mente”. Un’incoercibile dislessia me li fa scrivere sempre “mnete”.

Scrivo.

 

***

“Luoghi napoletani di consueta sofferenza, siano il basso dei Quartieri Spagnoli o le celle d’alveare delle Vele, perdutamente estranee alla città dei decumani, delle mura greche di piazza Bellini, della Spaccanapoli che ferisce l’intero agglomerato del centro storico per quanto si estende. Questi luoghi raccontano storie di miserie incolpevolmente ereditate, come il colore rosso dei capelli per gli irlandesi e il nero della pelle dei kenioti. Luoghi di antiche nobiltà espulse da sontuosi palazzi, disegnati da illustri architetti, per lo più in evidente abbandono, di rado affidati a uomini illustri della cultura del passato e del tempo recente, come Benedetto Croce, e il Marotta degli Studi Filosofici.

C’è tanto da indagare in un mondo di specchi deformanti che rimandano a repliche infinite della violenza, al racconto di crimini figli dell’istinto di conservazione, in uno scenario di marginalità dove si sopravvive con l’illecito e nessuna alternativa. Il sipario non cala bruscamente su questa rappresentazione di una Napoli estrema e omologa di mille periferie delle metropoli che hanno sulle spalle storie di un passato meno buio.  

Sociologi non catastrofisti tendono a compensare il lato oscuro della città con lo strumento del giornalismo d’indagine e ne scoprono la faccia nobile di chi lavora meglio e più di un pari ruolo del nord, il sentimento dell’accoglienza, della tolleranza, della promiscuità senza riserve per i simili e i diversi, il caso impossibile di un “si loca, ad esclusione dei milanesi”.

Caos calmo, come il titolo di un’opera cinematografica di Nanni Moretti, folclore stantio (perché caro Ozpetek, rivisitare Napoli con lucido cinismo ed estraneità a cuore, arterie e vene di una città misterica, crocevia di culture, lingue, costumi, bellezze e oscenità, musici e teatranti, scrittori fertili come la lava del Vesuvio?)

Spregiudicatezza estroversa, un vociare coinvolgente nei bracci dei decumani, nelle sue incisioni chirurgiche dei vicoli, dove per guardare il cielo devi piegare la testa all’indietro di novanta gradi. Posillipo è posto privilegiato, di dove svieni per l’emozione di viste spettacolari sul golfo incantato in cui si culla Capri, sovrastato dal Vesuvio. Posillipo si specchia nel mare verde, blu, azzurro, rosa al tramonto, incombe su ville hollywoodiane cinte da macchie sempreverdi che scivolano nell’acqua trasparente della riva in silenzio, appena rotto dal garrire di rondini e gabbiani predatori.

Diventa idillio il rapporto con le a, c, r, v della tastiera del Pc, che in memoria custodisce idee, parole, emozioni, amarezze, euforia, quiete e frenesia, versi e musiche, aforismi, colori e attimi di suggestione in vere smeraldo”.

***

“Luciano, hai comprato la cartuccia per la stampante?”

Ah che testa…“Dimenticato”

“Tanto per cambiare, fatti prescrivere una cura di fosforo”

Il richiamo alla realtà segna la fine della magia che accende la creatività. Racconto sospeso, fino a un prossimo incontro con l’emisfero destro.

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Il Racconto di Domenica 24 giugno 2018

Tutti figli di Dio?

di Luciano Scateni

Per talune patologie il meccanismo d’azione dell’aspirinetta proprio non giova e il ricorso a terapie d’urto è d’obbligo. E’ il caso della sofferta e obbligatoria prassi della maternità, di dolore e disagi che accompagnano la gravidanza e il parto, di interventi risolutivi di aborto, spesso decisi in eccesso. E’ lecita la domanda: nella sua cosmica lungimiranza, bontà e intelligenza creativa, perché il Padre Eterno ha punito la donna dandole forma e sostanza per garantire la salvaguardia della specie umana con dolore? Gli eredi di Adamo ed Eva potevano nascere sotto il cavolo, come raccontano gli adulti ai bambini, li poteva portare in volo la cicogna…Di lassù si poteva replicare all’infinito il miracolo di Maria, vergine e madre. Niente di tutto questo e invece la solita, orrenda discriminante tra poveri e ricchi, tra donne del mondo Vip che partoriscono in cliniche di lusso, con ogni comfort e livelli accettabile di dolore e donne che mettono alla luce i figli in disperata solitudine, nello squallore di una capanna, consapevoli di dare la vita a un essere maledettamente destinato a morire con spaventosi dati percentuali. Se questa è la globalizzazione…

Il concepimento, ad esclusione di rare e non influenti eccezioni, è tutt’altro che un evento casuale. Altrimenti perché tanti nati in primavera e autunno, stagioni climatiche miti? Le anomalie di nomi come Natalina e Pasqualino appartengono al vezzo di papà e mamme fan della scaramanzia: “Nascere nei giorni consacrati al Signore porta fortuna”.

La candidata alla maternità è il metronomo dell’accoppiamento a scopo riproduttivo, mentre il partner fornica a prescindere, quasi sempre per godimento personale, estraneo al reticolato entro cui la Chiesa confina il rapporto sessuale con obiettivo riproduzione della specie umana.

Lei governa con disciplina scientifica i ritmi del flusso mestruale e a sera, quando stima di essere in forma fecondità sollecita l’eros del partner con le provocazioni apprese guardando di nascosto il porno “Come eccitare il maschio”. Accertata l’ovulazione, ella concede alla nonna, a zie, comari, amiche e conoscenti di felicitarsi, alcune con lacrimazione commossa che bagna beneaugurante le gote. Ella ha sognato di essere fecondata con accompagnamento sonoro del tema di Lara e l’emozione di Liz Taylor per l’innamoramento di “Via col Vento”, evoluzioni in frac di Fred Astaire e gonne vaporose di Ginger Rogers, profumi di rose rosse in fiore, calici colmi di Moet & Chandon d’annata, la luna a far capolino tra i tetti spioventi di chalet immersi in un tripudio di papaveri, recinti coperti di bouganvillee multicolori, l’ombra accogliente di un patio profumato da ciuffi di lavanda.

Lei, tra le braccia protettive di lui, una sull’altro cullati dal lento, dolce oscillare di un’amaca tesa tra due tronchi di magnolie fiorite, lui in jeans stinti dal sole e camicia azzurro Oxford, generosamente aperta sul petto, lei in mini, seno libero su cui poggia lieve un vaporoso, accessibile top in leggero tulle.

Viene il tempo delle nausee, delle voglie, dei timori, delle ecografie, dell’amniocentesi, dello specchio che rimanda l’immagine di un volto tondeggiante, del giro vita che fu, delle gambe gonfie, del rifiuto di far sesso: “No caro, se ne parla dopo il parto”. Incombe il timore di conseguenti divagazioni erotiche extra coniugali del marito.

“Partorirai con dolore, ricorda la Chiesa alle prossime madri” e lei rischia l’abiura del cattolicesimo: “Perché con dolore, buon dio?” Il Padre eterno non è in ascolto e son doglie allo scoccare del nono mese di gravidanza, punti di sutura, notti insonni post parto, capezzoli dolenti.

Lui è colto alla sprovvista, nel pieno di una contrattazione estenuante con il socio in affari deciso a investire in boticon, culminata con una sgommata che immette la Porsche sulla tangenziale est, via più diretta per raggiungere la clinica “Alba” a cinque stelle, nome che è tutto un programma per il benessere delle partorienti.

In auto sogna il fiocco rosa da appendere alla porta d’ingresso ma sul  cellulare la chiamata drin-drin-drin simil telefono fisso informa che ci siamo, ma quasi, suggerisce pensieri mistici, scalza le news del Gr3 che mette in guardia i risparmiatori dalla suggestione della moneta “clandestina”, “che investi 10 e guadagni mille”.

Sguardo al cielo, che sia benevolo e “Ave Maria, piena di grazia”, offerta di un fioretto. “Se tutto va per il meglio, rottamo san Pancrazio, deludente protettore e scelgo te Maria, che in quanto femmina hai un occhio di riguardo per i maschi. E però, scusa tanto, come madre di Cristo, potevi inventare un’alternativa al dolore del parto e invece niente. Temo sia una questione di egoismo. Sei diventata madre, dio solo sa come, senza sacrificare la tua verginità e il parto pare sia avvenuto per opera dello Spirito Santo. Nemmeno un etto in più, nessuna voglia di fragole, un figlio, e che figlio, bello e pronto, che prima di uscire dal ruolo di neonato ti ha certamente lasciato dormire in pace. Tre re, i Magi, ti hanno arricchita con doni preziosi. Detto questo, che ne pensi di regalare al mondo la maternità extra divina che ti ha privilegiato? E come giudichi l’aborto terapeutico, condannato perfino dal rivoluzionario papa Francesco in sintonia con le donne di fede integralista, che mettono al mondo creature a cui è negata la vita normale per tragiche malformazioni, bambini che nascono con tumori maligni, destinati a morte precoce? Come giudichi la sventura di quelli che nascono in luoghi della Terra abbandonati da Dio e dagli uomini, che muoiono di fame e malattie, uno ogni quattro secondi? Da madre santa, quale sei, suggerisci una sterzata, un’inversione a U di tuo figlio, per convincerlo a tornare tra noi. Che lo faccia e dia il via alla rivoluzione dell’umanità” .

Pensieri in vista di tenere una mano della sposa-madre in fase doglie e consigli memorizzati evocando rappresentazioni cinematografiche.

Si va in sala parto e, maledizione, fumare non si può. Per la tensione una ciocca di capelli imbianca. “Nascerà sano?”

Concluso il rito lei giura silenziosamente “mai più”, sfatta dal travaglio. Pronostico smentito quando i nonni, presi da affetto viscerale per la nipotina approdata ai tre anni, con un sorriso accattivante chiederanno alla figlia “Ora un maschietto. Hai pensato finalmente di metterlo al mondo?”

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Il Racconto di Domenica 17 giugno 2018

I bei tempi che furono

di Luciano Scateni

I bravi educatori d’un tempo, alle prese con bimbi e ragazzi discoli, fugavano ogni dubbio su diagnosi e terapia del rapporto. “I primi passi sull’impervia strada dell’educazione e del rispetto, spettano ai genitori, al loro esemplare comportamento”.  Ed era così. Il mondo evolve e involve. La nuova era dell’umanità ha dimenticato questo fondamentale dell’educazione. La neo genitorialità soffre di patologie endemiche: moglie e marito impegnano il loro tempo nel lavoro e quello libero nella dipendenza dallo schermo televisivo, micidiale strumento di attrazione e di dipendenza. Il giusto timore riverenziale dei loro rampolli è diffusamente uno sbiadito ricordo. L’inversione di tendenza si complica per veloci trasformazioni della condizione giovanile, ribelle a regole e doveri in parallelo con cambiamenti epocali della società. Un passo indietro racconta di eccessi di autoritarismo, soprattutto dei padri. Un balzo in avanti, privo della necessaria gradualità, conduce all’esasperazione di negare ogni limite all’autocontrollo. Il racconto di questa domenica 17 giugno, è datato, recuperato dalla memoria di chi è nella terza età con qualche rammarico, disorientato dagli sconvolgimenti nella vita di relazione genitori-figli.

di Luciano Scateni

Avevo quattro anni? Forse sì ed ero più o meno sveglio come i nati nel terzo millennio. Ero tollerante non fino al punto di sopportare i pizzicotti sulle guance della signora Lia, amica del cuore di mia madre (“Ma quanto sì bello”) e gli innumerevoli diminuitivi-vezzeggiativi subiti in virtù della mia minima altezza da terra, cioè di adorabile piccoletto. “Ti piace la macchinina”, “Metti il cappottino”, “Tieni, una caramellina?”.

Per un ragionevole perché, la ribellione postuma trae spunto dal mio naso (dovrei dire nasino per rimanere in tema). Premessa: non ho mai messo più di un dito, il mignolo, nelle mie narici e di qui il fastidio per i rimproveri  del tipo “Non si mettono le dita nel naso” aggravati da enfasi autoritaria.  Oltre questa contestazione ritenevo che liberare le narici da residui secchi di muco fosse una meritoria operazione di sollievo da fastidiosi ingombri e salutare per il respiro. Quindi giudicavo illegittimo mettermi sul banco degli imputati.

Domenica di giugno inoltrata, di caldo africano, non raro a Napoli e dintorni.  Il mio papi, era intenzionato ad assolvere la prolungata vacanza di genitore con l’investimento di poche migliaia di lire nel parco divertimenti di Edenlandia. Eravamo in marcia, nella nostra “850” Abarth, a passo lento, in coda a cento altre auto nel viale che accede al villaggio giochi. Il quieto procedere mi permise di osservare tre casi di dita nel naso, primi attori distinte persone alla guida delle rispettive macchine. Il primo? Mio padre guidava distratto da chissà quale pensiero sul Napoli-Milan del pomeriggio o per divagazioni erogene da visione virtuale di una nuova collega “bona”. Con scrupolo degno d’altro esplorava le cavità nasali prima di soppiatto e via via con sollazzante lena di esploratore. Ho scoperto in un fatidico attimo il bluff degli adulti e che mettere le dita nel naso diventa lecito se ritieni che nessuno ti stia guardando. Al caso “papà” hanno collaborato due emuli di pari età, anch’essi in auto, con accanto i figli, diretti a Edenlandia.

Dunque, giusto ficcare mignolo e indice nel naso? No, ovvio. La ragione convincente del no, la devo al mio prof di chimica e biologia, primo anno di liceo classico, uomo probo dedito a innata passione per la didattica e il monito a curare fino all’esagerazione l’igiene personale. Timido, specialmente con le alunne della nostra classe promiscua, l’insegnante denunciava disagio incontrollato allorquando il programma prevedeva di affrontare il tema della riproduzione. Si rifugiava allora in malattie “diplomatiche” e del tema per lui scabroso lasciava che si occupasse un supplente. Con l’obiettivo di recuperare credibilità e stima degli studenti il prof organizzò una trasferta universitaria, alla facoltà di Scienze: visita sul campo non priva di interesse. Occhio sui microscopi per consentire la magia dell’ingrandimento di decodificare l’immensamente piccolo. L’operatore, occhialuto, barbuto, triste come può esserlo solo un topo di laboratorio, ometto scialbo, estrae dall’unghia del mio dito medio un frammento di sporcizia e lo sistema sul vetrino. L’occhio impietoso del microscopio svela quanto il professore voleva che gli studenti vedessero, cioè sporcizia, e milioni di germi patogeni. “Vedete, fu il suo invito “e riflettete. Se l’unghia del dito che mettere nel naso provoca una piccola ferita, gli agenti infettivi posso provocare guai”.

La morale della favola è nell’ammonimento agli adulti perché si rimbocchino le maniche e siano protagonisti di ravvedimento per operare al meglio come educatori, con l’esempio e il dialogo permanente, perché siano convinti delle qualità cognitive dei figli, di ogni età.

 

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