Il Racconto della Domenica

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Il Racconto di Domenica 17 giugno 2018

I bei tempi che furono

di Luciano Scateni

I bravi educatori d’un tempo, alle prese con bimbi e ragazzi discoli, fugavano ogni dubbio su diagnosi e terapia del rapporto. “I primi passi sull’impervia strada dell’educazione e del rispetto, spettano ai genitori, al loro esemplare comportamento”.  Ed era così. Il mondo evolve e involve. La nuova era dell’umanità ha dimenticato questo fondamentale dell’educazione. La neo genitorialità soffre di patologie endemiche: moglie e marito impegnano il loro tempo nel lavoro e quello libero nella dipendenza dallo schermo televisivo, micidiale strumento di attrazione e di dipendenza. Il giusto timore riverenziale dei loro rampolli è diffusamente uno sbiadito ricordo. L’inversione di tendenza si complica per veloci trasformazioni della condizione giovanile, ribelle a regole e doveri in parallelo con cambiamenti epocali della società. Un passo indietro racconta di eccessi di autoritarismo, soprattutto dei padri. Un balzo in avanti, privo della necessaria gradualità, conduce all’esasperazione di negare ogni limite all’autocontrollo. Il racconto di questa domenica 17 giugno, è datato, recuperato dalla memoria di chi è nella terza età con qualche rammarico, disorientato dagli sconvolgimenti nella vita di relazione genitori-figli.

di Luciano Scateni

Avevo quattro anni? Forse sì ed ero più o meno sveglio come i nati nel terzo millennio. Ero tollerante non fino al punto di sopportare i pizzicotti sulle guance della signora Lia, amica del cuore di mia madre (“Ma quanto sì bello”) e gli innumerevoli diminuitivi-vezzeggiativi subiti in virtù della mia minima altezza da terra, cioè di adorabile piccoletto. “Ti piace la macchinina”, “Metti il cappottino”, “Tieni, una caramellina?”.

Per un ragionevole perché, la ribellione postuma trae spunto dal mio naso (dovrei dire nasino per rimanere in tema). Premessa: non ho mai messo più di un dito, il mignolo, nelle mie narici e di qui il fastidio per i rimproveri  del tipo “Non si mettono le dita nel naso” aggravati da enfasi autoritaria.  Oltre questa contestazione ritenevo che liberare le narici da residui secchi di muco fosse una meritoria operazione di sollievo da fastidiosi ingombri e salutare per il respiro. Quindi giudicavo illegittimo mettermi sul banco degli imputati.

Domenica di giugno inoltrata, di caldo africano, non raro a Napoli e dintorni.  Il mio papi, era intenzionato ad assolvere la prolungata vacanza di genitore con l’investimento di poche migliaia di lire nel parco divertimenti di Edenlandia. Eravamo in marcia, nella nostra “850” Abarth, a passo lento, in coda a cento altre auto nel viale che accede al villaggio giochi. Il quieto procedere mi permise di osservare tre casi di dita nel naso, primi attori distinte persone alla guida delle rispettive macchine. Il primo? Mio padre guidava distratto da chissà quale pensiero sul Napoli-Milan del pomeriggio o per divagazioni erogene da visione virtuale di una nuova collega “bona”. Con scrupolo degno d’altro esplorava le cavità nasali prima di soppiatto e via via con sollazzante lena di esploratore. Ho scoperto in un fatidico attimo il bluff degli adulti e che mettere le dita nel naso diventa lecito se ritieni che nessuno ti stia guardando. Al caso “papà” hanno collaborato due emuli di pari età, anch’essi in auto, con accanto i figli, diretti a Edenlandia.

Dunque, giusto ficcare mignolo e indice nel naso? No, ovvio. La ragione convincente del no, la devo al mio prof di chimica e biologia, primo anno di liceo classico, uomo probo dedito a innata passione per la didattica e il monito a curare fino all’esagerazione l’igiene personale. Timido, specialmente con le alunne della nostra classe promiscua, l’insegnante denunciava disagio incontrollato allorquando il programma prevedeva di affrontare il tema della riproduzione. Si rifugiava allora in malattie “diplomatiche” e del tema per lui scabroso lasciava che si occupasse un supplente. Con l’obiettivo di recuperare credibilità e stima degli studenti il prof organizzò una trasferta universitaria, alla facoltà di Scienze: visita sul campo non priva di interesse. Occhio sui microscopi per consentire la magia dell’ingrandimento di decodificare l’immensamente piccolo. L’operatore, occhialuto, barbuto, triste come può esserlo solo un topo di laboratorio, ometto scialbo, estrae dall’unghia del mio dito medio un frammento di sporcizia e lo sistema sul vetrino. L’occhio impietoso del microscopio svela quanto il professore voleva che gli studenti vedessero, cioè sporcizia, e milioni di germi patogeni. “Vedete, fu il suo invito “e riflettete. Se l’unghia del dito che mettere nel naso provoca una piccola ferita, gli agenti infettivi posso provocare guai”.

La morale della favola è nell’ammonimento agli adulti perché si rimbocchino le maniche e siano protagonisti di ravvedimento per operare al meglio come educatori, con l’esempio e il dialogo permanente, perché siano convinti delle qualità cognitive dei figli, di ogni età.

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Il Racconto di Domenica 10 giugno 2018

Tra un burraco e una coppa di Champagne

di Luciano Scateni

Cavoli, siamo in pieno rinascimento napoletano? Lo pensano i figli di Partenope che pensano positivo. Passeggiare nei decumani di lunedì o di sabato, domenica è un percorso a ostacoli, dentro un’onda tumultuosa di turisti italiani e stranieri. “Antonio riservami un tavolo per sei a pranzo”. “Spiacente, tutto pieno”. “081 8888: un taxi in piazza del Gesù” “Nessuno disponibile, riprovi tra dieci minuti”.  Dove la via Caracciolo sfocia nella piazza Vittoria e si immette in via Partenope, più di venti persone è in attesa di conquistare un tavolo della pizzeria ad angolo, mitizzata a ragione o a torto come eccellenza di genere. Taccuino in mano, un addetto all’accoglienza risponde garbato alla domanda “Quanto tempo per un tavolo?” con un “Quaranta minuti” che spesso non basta. Ciro, tassista di ultima generazione, è affabulatore appagato dal lavoro che c’è e in abbondanza. “Grazie ai turisti, specialmente quelli che al porto scendono dalle navi crociera e chiedono di potarli in costiera. Il guadagno è buono”. Che dire? Napoli come Venezia, Firenze, Roma, città d’arte baciata dalla fortuna? Se l’immagine fosse in bianco e nero, con luci e ombre, sì. Sono i colori che frenano il “bravo, bene, bis”: servizi carenti, trasporti insufficienti, caos. Chi arriva da altri lidi in questo teatro open space vive l’esperienza tra l’ammirato e il divertito. In più di un caso sono stupiti, interdetti, increduli: fermi tecnici di funicolari e metro, corse a sera inoltrata abolite, servizi ridotti nei giorni festivi, altri stop per scioperi semi individuali, chiese sbarrate o chiuse per pausa pranzo.  Ma…  

Gira euforia nella testa di chi ha Napoli dentro di sé con emozioni antitetiche: amaro-dolce, bello-brutto, magia-stregoneria, iella-fortuna e in laconica sintesi amore-odio. Brulicano di turisti i luoghi della città che molto hanno di caos, folclore, casbah, vociante energia, invadente merceologia spicciola. Rare le incursioni nelle isole di eccellenza, monopolizzate dagli store di grandi firme del bel mondo, esibiti nell’esclusive strade dello shopping per Vip senza scopo di lucro, cioè visibili come spot pubblicitari, frequentati semel in anno dal turismo degli emirati, a Napoli per toccate e fughe su “barche” milionarie, che Gennaro e Maria, cittadini dell’enclave di Secondigliano, quartiere periferico, in fase di passeggio domenicale sul lungomare Caracciolo, immortalano con lo smartphone e sonori “Oh, oooooh”.

Nei salotti del burraco, attività trend della media borghesia partenopea, la conversazione standardizzata si nutre di altri “Oh,ooooh”. In ordine di frequenza, dell’enfasi di “quant’è bella Napoli” a cui fa seguito la voluttà da riscatto del “mai visti tanti turisti”, “C’è l’esaurito negli alberghi”. “Ristoranti, pizzerie, paninoteche, bar, gremiti, un B&B ogni cento metri, tour con visita guidata alle stazioni della metro dell’arte, musei affollati, record di arrivi a Capodichino” (e chi l’avrebbe detto, primo aeroporto italiano della sua categoria). Una voce discorde è tollerata solo in omaggio a Monsignor Della Casa.

Gustavo dice che Napoli è un luogo di collettiva sofferenza, si chiami basso, nel dedalo dei suoi vicoli, o cella d’alveare nelle Vele perdutamente lontane dal cuore della città, nella Scampia delle miserie ereditate come si trasmette il colore dei capelli e della pelle, dove si percepisce a vista lo spessore antico della marginalità in un contesto a specchi che replica all’infinito la dipendenza da poteri malavitosi, in vacanza di normalità e di Stato. Che altro cercare di sociologico nella genesi della micro e macro criminalità di questa Napoli altra? Quale filone sociologico scomodare per indagare cristiani che ammazzano cristiani, che firmano esecuzioni un tanto a cadavere, l’arruolamento nella fabbrica del crimine di ragazzi nati dall’omissis di diritti, di cittadini in fieri di un abnorme segmento suburbano, alienante nella sua totale estraneità sociale, spazio dell’esclusione, incomprensibile a chi come noi socializza al tavolino del bridge o del burraco e lamenta di figli e nipoti la dipendenza da cellulari, droghe e alcol, a dispetto di case ricche di librerie, quadri d’autore e musica colta in dvd. Il lamento include la dolorosa rinuncia a esibire gioielli, a indossare pellicce, a portare al polso il Rolex e in borsa più di venti euro.

Foto LaPresse/Marco Cantile

Un gomorriano ammazza un casalese che sgarra? E chi se ne frega, finché si scannano tra loro un delinquente in meno, facciano pure. Dal nostro infastidito versante di gente per bene non si ricava che indifferenza per gli extraurbani e insofferenza per i danni collaterali che disturbano gli standard del nostro tra-tran. La città vissuta in  un fine settimana dal milanese, di turno, che si diverte e ironizza sulla caotica napoletanità, è quella dell’ammuina, del turismo di massa, che per il tam-tam del passa parola fa tappa nella via Toledo, dove si affacciano i vicoli con i panni stesi ad asciugare, i festoni di bandierine colorate, gli inviti di Donna Carmela, cucina tipica napoletana, le gigantografie di Maradona e il commercio minuto delle bancarelle stracolme di cianfrusaglie made in China. Che ne sanno i viaggiatori estemporanei della Napoli che se ne muore, espropriata a est e ovest della classe operaia, tout court del tessuto industriale, senza compensazioni, spaccata in due dall’interessata insipienza di urbanisti e costruttori, con la letale discriminante sociale dei quartieri ghetto, prima il Traiano, poi Scampia.

Chi racconta al visitatore occasionale della bella incompiuta, l’amara notorietà internazionale di Napoli letteraria e cinematografica di Saviano e Garrone, narratori di Gomorra, pessimo biglietto da visita della città, il saccheggio di Ozpetek in archivi polverosi, indotto dalla cattiva letteratura a rileggere il peggio della subcultura ultra popolare: il parto dei femminielli, la tombolella, la scaramanzia, il ricorso a stregonerie e leggende misteriche. Questa Napoli piange le sue ferite antiche con lamenti sommessi e invocazioni inascoltate a sanare le cause dei suoi mali piuttosto che i sintomi di una patologia priva di antidoti. E’ bonaccia sui cieli del Sud e il Meteo di chi abita Palazzo Chigi non pronostica venti di contestazione forti quanto richiederebbe una rivoluzione meridionale.

“Chi dà carte?” Meglio applicarsi al gioco delle pinelle, del pozzetto da conquistare al più presto, dell’obiettivo chiusura, della conta dei punti, del burraco pulito, che vale il doppio.

E’ un sera di luna piena, dal lungomare partono raggi laser che tracciano rette luminose nel cielo, si può giocare con le finestre spalancate, ché la primavera sembra estate, lo champagne di benvenuto è francese e freddo senza esagerare, le signore sono in tiro, i maschi si complimentano reciprocamente per la risolutezza di Salvini che libererà il Paese dall’ingombro dei migranti e a un niente dall’insediamento strizza l’occhio ai contribuenti di fascia alta: “E’ giusto che chi guadagna di più paghi  di meno”.

Filiberto, in fine di una mano di burraco, sputtana Manfredo che bara. Si è accreditato cinquanta punti in più e rimescola in fretta le carte per evitare spiacevoli verifiche. Il tavolo glissa, con nobile far play.  Tra signori un peccato veniale non mette in forse amicizie salde, inviti a week end capresi e circumnavigazioni delle Baleari su “barche” da venti metri e passa. Detto tra noi, bisbiglia Severina, di nobili discendenze, nell’orecchio di Clorinda, erede di latifondi da paperontopoli: “Teniamo fuori Gustavo dal nostro giro. A me sembra un vetero comunista, non trovi?”

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Il Racconto di Domenica 3 giugno 2018

Diavolerie 

di Luciano Scateni

L’invenzione è decisamente geniale. La “preteria”, ovvero i governanti del clero superdotati di fantasia creativa, hanno costruito con abile furbizia leggende e miti. Una per tutte la discendenza nostra dall’afflato che avrebbe generato Adamo e l’intervento chirurgico di asportazione di una sua costola, senza spargimento di sangue, per dar vita alla sua compagna, incapace di resistere al diavolo tentatore e al consiglio, in verità molto postumo, di una mela al giorno che getterebbe il medico di famiglia nella condizione di precario, anzi di disoccupato.

Belzebù, orrendo cornuto della mitologia ecclesiastica, ha esercitato sui deboli di mente e non solo su di loro un terrorizzante potere di coercizione a non commettere peccati veniali o mortali. L’immenso poeta ha popolato il suo inferno di diavoli armato di forconi, intenti a comminare “bollenti” sofferenze ai dannati. Gustavo Dorè, con le sue suggestive tavole ha dipinto gli inferi con mano d’artista, in sintonia con il racconto di Dante.

In conclusione: per l’immaginario collettivo il diavolo si è insinuato nel subconscio di gran parte dell’umanità, con il ruolo di giustiziere implacabile e vendicativo.

Il suo apparire come primo attore nel sonno agitato di quanti hanno qualcosa da rimproverarsi, ha provocato incubi, soprassalti, crisi di panico e ha suggerito a scrittori di fama la trama di dialoghi scabrosi tra Satana e poveri cristi, che in cambio di beni materiali gli vendono l’ anima.  Insomma, diavolerie.

Belzebù, sarà lei

Alquanto decentrate, sovrapposte all’incirca ai padiglioni auricolari, le corna. Il pelo irsuto parte dalla testa quadra e va giù fino ai piedi artigliati. La lingua straripa dalla fessura della bocca. “Belzebù sarà lei, dice Belzebù” a chi se ne sta prono per garantirsi briciole di potere, sicuro che logora chi non ce l’ha.

Diavolo d’un cronista, esperto in demoniologia. La penna sagace rivela gusto del paradosso e laica ironia. A seguire i suoi tratti di penna c’è da divertirsi, senza nulla togliere alla premiership del demone, ma per impedire che ci metta corna e coda per impossessarsi dell’anima nostra e il successivo ricorso all’esorcista.

In difesa mi rivolgo al mio pc, compagno di diavolerie informatiche, alla memoria del disco rigido. Il sistema risponde al quesito “Diavolo” generosamente, con 428 file d’archivio, comprensivi dei sinonimi “demonio, belzebù, Mefistofele” e affini.

Mi distrae il 40 pollici Sony,l’english Tg della BBC, interrotto dall’irruzione in studio di attiviste del sesso libero. La mezzobusto d’Albione non si scompone: “Temo sia in atto un invasione. Se non vado errata si tratta di quattro lesbiche, che fanno il diavolo a quattro”.

“Meglio il sesso”. Così una ragazzina di anni quindici all’adoratore di Satana, mister Byron, cognome dal gaglioffo britannico condannato per la sua “prodezza sessuale” in danno di vergini che ha definito possedute dal demonio. “Creda, signor giudice, senza il viatico di un amplesso non mi avrebbe assistito lo stato di grazia che consente l’esercizio di poteri magici. Occhi di brace e folta barba nera, lo stregone assatanatogiura di aver liberato dal male molte fanciulle in fiore, compresa la figlia tredicenne. Sacerdote dell’occulto, e cooptato dal diavolo, racconta che con riti di magia nera avrebbe garantito all’ultima minorenne posseduta, di finire tra le braccia del principe azzurro. Le ha chiesto: “Rito di sangue o di sesso?” “Sesso” dice che avrebbe risposto la fanciulla. Mica masochista!

Il pianeta anglo americano a volte è prodigo di humour. Sacramento, Usa. Philp Wyman, deputato californiano, ha chiesto un’indagine per accertare se il rock è musica del diavolo. L’acuto parlamentare sospetta che i suoi ritmi nascondano messaggi di Satana.

Come sottrarsi a un’occhiataall’aulica Svizzera e non osservare l’elevato contenuto ecclesiale di Monsignor Marcel Lefevre, che nell’’ordinare otto nuovi sacerdoti così ammonisce: “In Francia il diavolo ha propiziato la vittoria del partito socialista” (tiempe belle e ’na vota…).

Rimini. Nel bel mezzo di un meeting super affollato di giovani, il mai abbastanza compianto Enzo Biagi: “Magari il diavolo ha l’aspetto ingiustificatamente composto di monsignor Marcinkus” (quello dello scandalo Ior).

America, America…San Francisco, parrocchia della chiesa pentecostale. Una quindicina di uomini e donne gay pregano, cantano salmi, leggono i testi sacri, tra le mani la bibbia alla pagina che chiede di “superare l’omosessualità in quattordici tappe”. In piazza, fuori, un milione di omosessuali dà vita a un oceanico raduno. Nella chiesa si dialoga sul tempo di redenzione dall’omosessualità. L’esito: un solo caso di pentimento e un solo fioretto di passare sulla sponda degli etero. Infiniti i default delle buone intenzioni, ma qualcuno insiste: “Se non imbocchi la strada della normalità, dio ti abbandona e finisci tra le grinfie dei demoni”.

Il popolo a stelle e strisce, i suoi presidenti. Ronald Reagan, ovvero un cow boy che cavalca sui prati della casa Bianca, comprimario di western da cinema di periferia, tutto chewingum e colt giocattolo. La sua strategia da grandeur si esprime così: “La Russia? È sempre l’impero del diavolo. Ancoradal cuore degli States: i conservatori attaccano George Schulz: “Fa accordi con ildiavolo comunista”.Miami,Florida. In manette Alberto Mesa. Passeggiava nudo, in un quartiere residenziale, in una mano reggeva la testa di una donna. All’arrivo della polizia ha urlato “L’ho uccisa, è il diavolo”. Bill Alexander, deputato democratico, ostile a Reagan, lo accusa di offese. Una tantum prendiamo le difese del presidente repubblicano, reo di aver pronunciato la frase “Ma vai al diavolo”.

Bergamo,festival dei giovani DC e dibattito sul tema “Il diavolo e l’acqua santa”. Presenti Ronald Reagan e il dicci che più dicci non si può Guido Bodrato.

Crociata anti musicale. Il Cairo: in nome di Allah, gli integralisti islamici minacciano l’uso della violenza per convincere gli egiziani che musica e canto sono peccaminosi. “La musica è la voce del diavolo” dice Amira, studentessa di 35 anni, che considerato il deficit della sua carriera scolastica, non è proprio al top dell’autorevolezza, ma insiste: Chi l’ascolta è ateo e chi prova piacere ad ascoltarla andrà all’inferno”.

(continua)

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Il Racconto di Domenica 27 maggio 2018

Che sfizio pubblicare il non pubblicato…

ANSA, acronimo di Agenzia Nazionale Stampa Associata, è una redazione con presenze capillari sull’intero territorio italiano. Tre quarti di quotidiani, periodici e radio-telegiornali vivono di proficuo parassitismo, nel senso non punitivo del termine, cioè informati dai suoi dispacci su quanto accade in ogni angolo del Paese e non solo. La redazione conta su predatori di notizie di ogni fonte, da cui hanno origine articoli e inchieste dei media. Osservando con occhi impertinenti la mole di invii dell’Ansa, il giornalista non privo di senso dell’humour e di curiosità, potrebbe selezionare, come racconta la nota a seguire, una serie di sorprendenti-divertenti news, probabilmente destinate al cestino del non editabile dal redattore impegnato in faccende più “serie”. Avviso: questi racconti minimali sono sconsigliati a lettori con spiccato senso del pudore e ai fan del linguaggio da Accademia della Crusca, ostinatamente mai trasgressivo.

di Luciano Scateni

“Intimo nordista”. In circuito padan-padano i boxer del Carroccio. “La lega ce l’ha duro” è scritto sulle mutande a righe bianco-verdi, gadget della Lega Nord. E’ il Bossi, ora il Salvini pensiero.

Torino. Macho invadente reso inoffensivo dalla sua femmina, che gli ha addentato il pene per scongiurare la violenza sessuale in corso.

Organizzazione tedesca per la lotta all’Aids si allea con un fantasioso pasticcere di Francoforte e nasce l’idea di uova pasquali con sorpresa-sorprendente. Dentro? Niente ninnoli e affini. Al loro posto una confezione di preservativi.

Wisconsin. Un’organizzazione americana, che si batte per il sesso sicuro, ha bombardato il carcere di Waupun con centinaia di profilattici, lanciati da un aereo da turismo. Le confezioni sono state però sequestrate dalla direzione del carcere, perché considerate di contrabbando!

Il primo amplesso del mondo? E’ di un miliardo di anni fa. Lo rivela il professor William Schopf, paleontologo americano. Il rapporto sessuale numero uno, secondo l’autore della “scoperta”, sarebbe avvenuto tra organismi unicellulari in Cina o in Siberia. (Come la mettiamo con la favola di Adamo ed Eva?n.d.r)

Un’occhiata al futuro e incontriamo la castità spaziale. Dice l’Ansa che il primo viaggio nello cosmo di una coppia marito-moglie non prevede amplessi e neppure il bacio a mezzanotte. Mark e Jan Lee, destinati a volare nello spazio, sottoposti a turni di lavoro astronautico dodici ore su dodici e a debita distanza l’uno dall’altra.

Racconta l’Ansa che fino agli anni novanta del secolo scorso, il prezzo di una ragazza illibata, vergine senza ombra di dubbio, era di 100mila lei. Il costo di una moglie bella e appunto illibata è lievitato a due milioni e mezzo.     Succederebbe nel mondo degli zingari.

Randy Andy, ovvero Andy il mandrillo. Così (sempre ANSA), sarebbe noto il principe Andrea d’Inghilterra, per le sue smanie sessuali. Parte che ne abbia combinate una più del diavolo. In corso di un ballo in maschera avrebbe tirato giù la zip dell’abito di una signora, lasciandola praticamente nuda e paralizzata dalla vergogna. Si dice anche che racconterebbe barzellette molto osé e si rivolgerebbe a ogni femmina che lo attrae dal punto di vista erotico con apprezzamenti da caserma.

Canberra. Ambasciata italiana d’Australia. Durante la proiezione di un video Rai per l’insegnamento della nostra lingua ai connazionali espatriati, anziché assistere alla decima lezione i presenti hanno apprezzato l’esibizione senza veli della famosa pornostar Moana Pozzi. Come giustificare il “disguido”? Guasto tecnico, è il menzognero commento dei tecnici dell’Ambasciata.

Amburgo, Herberstrasse, la via delle prostitute in vetrina. Con straordinaria disinvoltura, un uomo passeggiava nel quartiere dell’eros completamente nudo, ad eccezione del pene, “vestito” con il preservativo, e delle scarpe.

Amore senza età. Negli Stati Uniti un “Romeo” di 36 anni, ha portato via da un ospizio della California una “Giulietta” di anni 96. Fuga d’amore? La polizia ha scoperto che le nonnetta possedeva 500mila dollari e un lussuoso appartamento a Hollywood. Il mancato amante è finito in carcere ed è stato condannati a una penale di 100mila dollari.

Questa è per orecchie che non si scandalizzano. Un “bel tipo” olandese è stato condannato a 18 mesi di reclusione. Il reato? Penetrazione illecita di una salsiccia nella vagina della moglie.

Straordinario il tasso di creatività di una scultrice americana che da studentessa immortalò con il gesso i membri eretti di famosi cantanti rock. L’autrice delle 25 “opere” ha intentato causa (un milione di dollari) all’impresario musicale Herb Cohen che si è appropriato della collezione.

Simpatica l’America. In commercio negli shop dell’erotismo profilattici patriottici. Sulla bustina la bandiera Usa. Stop alle vendite dell’agenzia di sorveglianza sui marchi di Fabbrica, poi marcia indietro perché non sarebbe vilipendio la bandiera nazionale sull’involucro dei preservativi. (???)

Polizia del sesso a New York. “Questa è un’ispezione, vediamo se avete il profilattico”. Le coppie in amore, che non lo avessero usato, potrebbero essere interrotte bruscamente dai poliziotti impegnati a sorvegliare quanto accade nei club privati dove etero e gay s’incontrano per fare sesso. Nessun distinguo tra rapporti anali, vaginali, orali o d’altro tipo (quale altro non è specificato, ndr).

Notizia conclusiva. Shoc in Portogallo per l’immagine del papa (di chi ha preceduto Francesco, ndr) con un preservativo sul naso, trasmessa da un telegiornale. Sdegno e proteste nel cattolicissimo Paese lusitano. La rappresentazione blasfema si deve a un caricaturista ingaggiato da un’azienda produttrice di profilattici.

Anche questo è il mondo

 

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Il Racconto di Domenica 21 maggio 2018

 

Anche questa è Napoli

“Storie di tutti i giorni…” è tra le canzoni che un tempo sopravvivevano all’aleatorietà del genere musica leggera, all’effimero di questo tempo che brucia tutto in fretta, salvo poche eccezioni. Storie di molte città del mondo, ma che a Napoli, per dirla con una parola difficile, sono uno dei suoi paradigmi.

DI LUCIANO SCATENI

Si chiama Nestore e chissà da quale nebulosa originalità viene fuori un nome così inconsueto per un rappresentante della napoletanità più verace, dell’ex regno borbonico.

Lui è un quarantenne, professionista della disoccupazione, nel senso della piena e in parte cercata stabilità nel precariato che lo avvicina all’enciclopedia dei primati per iscrizione longeva alle liste di settore.

Lui è stabilmente emozionato per la condizione di senza lavoro, anzi se ne commuove e le lacrime a comando che versa sulle guance bianco-nere di barba da incipiente canizie, corrono a ritmo lento nei solchi di rughe precoci.

Giacomino, partner di pigrizia felice, colto da repentina coscienza della dignità che accompagna la fatica, tenta l’amico con l’offerta di un attrattore apparsogli irresistibile: L’hotel Adriatico, quattro stelle, aperto tutto l’anno pubblica un allettante “AAA, cercasi personale – contratto a tempo indeterminato – per vigilanza e portierato, alloggio in albergo”. Il “no” di Nestore arriva in contemporanea con la sollecitazione dell’amico e l’AAA, ma forse ci ripensa. Anzi sì e asseconda la sollecitazione dell’amico.

 

Bighellona Nestore, arrangia qualche euro per Malboro con filtro, una pacchetto e mezzo al dì, racimolati battendo avversari di primo pelo a “boccette”, nel locale di don Luigi, dove i tavoli del bigliardo sono appena visibili attraverso la cortina di fumo che ristagna nei due metri della striminzita sala giochi. Passa di lì una troupe legger del tg regionale, inviata in città per indagare il mondo delle disoccupazione.

“Lei, si chiama”? “Nestore e non so perché”. “Occupato, disoccupato?

“Disoccupatissimo”. Da quanto? “Da sempre”. Anni? “Quarantatré”. Come sbarca il cosiddetto lunario? “’Nce pensa mammà, campiamo con la sua pensione. Campiamo, mò…facciamo finta di vivere. Sulo che mammà non è eterna e si more (se muore) è meglio ca me sparo”.

L’inviata prova a curiosare nel caleidoscopio informe dei senza lavoro napoletani giovani, di mezza età, decisamente anziani, degli storici della disoccupazione, di quelli in lista d’attesa al prezzo di una tantum per l’iscrizione e di quote annuali ad libitum per dei richiedenti solitari e nuclei corposi di arrabbiati come mestiere. I professionisti del “Lavoro, Lavoro, Occupazione”, strillato nel megafono del loro leader, finanziati dai partiti all’opposizione per far casino, paralizzare la circolazione urbana e presidiare i palazzi delle istituzioni, con slogan minacciosi.

Nestore è un solitario eclettico, che sfiora la soglia della sopravvivenza alimentare tra il 15 e il 16 del mese. Ogni giorno, ma solo per qualche ora e di buon mattino, perché il resto della giornata lo assorbe la sala bigliardo, presidia il quadrivio della congestione, al Corso Umberto. La preda è l’automobilista stoppato dal rosso del semaforo (ammesso che si fermi), a cui offre di lavare il parabrezza. Al rifiuto (“Vattenne, so’ appena uscito dal lavaggio”) offre fazzolettini con il marchio “Napule è, da gettare appena dopo la prima soffiata di naso, incapaci di trattenere un secondo flusso di muchi influenzali delle narici e sputi di bronchitici cronici. Al frequente, indispettito “Vai via, non mi servono”, subentra la zingarella rumena con un bimbo di pochi mesi in braccio”. Un secondo lavavetri si allontana bofonchiando, scoraggiato da vai e torna dei tergicristalli azionati da automobilisti tirchi e un po’ razzisti.

Nestore non è un “caso” estremo. E’ che lui se ne sta in bilico senza dolersene sul baratro comune a migliaia di suoi cloni, ancorati alle misere risorse dei genitori che, come dice Nestore con ferreo pessimismo, sono tutt’altro che eterni.

Lui è successore della dinastia di diseredati che in piena stagione dorotea, allorché il lavoro era esclusività di clienti, amici e parenti protetti dallo scudo crociato, conquistarono la piazza al grido “Siamo disoccupati e organizzati”. Ex detenuti e attivisti divennero così netturbini e parasanitari, giardinieri, fognatori, assunti per posti di lavoro non precari, spesso ottenuti come esponenti delle famose liste del movimento pilotato alternativamente dalla sinistra-sinistra, oggi diremo dai social, o dalla destra caciaresca e sovversiva.

Nel baratro della crisi che attraversa la società napoletana non c’è più un perimetro degno di questo nome che accolga nuova occupazione e neppure c’è posto per la rassegnazione dei senza lavoro. A Nestore non resta che tifare per la massima longevità della madre, titolare di pensione modesta, ma unica fonte di reddito familiare. In verità, scosso da una compagna a sua volta inoccupata e raggiunta la soglia che separa incosciente giovinezza e in piena maturità, Nestore ci prova. Rinfresca le nozioni tecniche apprese a scuola e messe in pratica nell’unica, frammentaria a prova sul campo e risponde al “Cercasi” dell’imprenditore veneto, in ambasce per non aver ricevuto risposte alla richiesta di lavoratori per la sua fabbrica in espansione.

Dopo qualche tempo, il postino bussa una sola volta alla porta di Nestore e gli consegna una lettera, con l’intestazione dell’azienda a caccia di personale. “Egregio signor Nestore…Nel ringraziarla per aver risposto alla nostra richiesta, siamo spiacenti di informarla della nostra scelta di assumere giovani dipendenti della nostra regione. Cordiali saluti”.

E’ una mattina di sole, di quelle che intorpidiscono corpo e mente. La via Caracciolo è ancora sonnolenta, come Nestore, sdraiato sullo scoglio bianco su cui una Anna e un Gennaro hanno disegnato in rosso un cuore che racchiude i loro nomi. Una barca da competizione fila veloce nel mare quieto, un ragazzo di colore salta di scoglio in scoglio per tentare di vendere mini torce, penne a sfera, blocchetti notes, fazzolettini marcati “Napule è”. Non ci prova nemmeno a offrire la merce a Nestore. Tra simili basta un’occhiata.

E anche questa è Napoli

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Il Racconto di:

Domenica 1 aprile 2018, Domenica 7 aprile 2018, Domenica 15 aprile 2018,

Domenica 22 aprile 2018,  Domenica 29 aprile 2018

Domenica 5 maggio 2018

Domenica 13 maggio 2018

 

 

Luciano Scateni

E’ frutto esotico la banana ma c’è chi le coltiva nel Bel Paese

scherzi, sberleffi, scherzacci e cose serie

Prima dell’uso leggere attentamente le istruzioni: non somministrare a soggetti carenti di humour, suscettibili o permalosi. Assumere a piccole dosi. In pediatria è consigliabile iniziare il trattamento affiancando i giovanissimi ad adulti sani e spregiudicati. Effetti collaterali: idiosincrasia per l’azzurro e le cravatte puntinate di mister Arcore, le maxi bisce, i 45 giri di Iva Zanicchi e le lacrime sul viso di Rita Dalla Chiesa. Ogni riferimento a persone, fatti e misfatti è responsabilità soggettiva dei liberi pensatori che s’accingono alla lettura. Ovvero, pesca copiosa, lettera dopo lettera nel crogiuolo di parole che esistono nel sacro tomo della lingua italiana firmato da Devoto & Oli, mai esternate da menti integre.  

Prologo

Escluso dal turismo internazionale, pochissimo noto alle genti locali, luogo minimo, gelosamente custode di sé, lo Stato di SantaMariaPrega PerNoiPeccatori equidista dal Pacifico e dall’Atlantico, dal Celeste Impero e dalla Patagonia. Vi si coltivano banane e per l’inedita intraprendenza di taluni suoi uomini di spicco la frutticultura si è da non molto impreziosita grazie a rigogliosi filari di fichidindia. Il popolo è lieto di sottostare al fatuo dispotismo del presidente in pectore, del Luigi pentastelalto e poco lascia al suo oppositore, dem-dimezzato. La lingua se ne sta in bilico tra il romanicus e un italicus astrusicus, inusualis, fantasiosissimus a cui con moderata pazienza abbiamo attinto a favore di chi altrettanta pazienza volesse porre alla ricerca di sì sorprendenti stranezze di lingua leggendo quel che segue, ma avendo cura di consultare l’amabile dizionario italiano firmato dalle star di settore, i signori Devoto & Oli. Questo e non altro è lo scenario che accoglie infiniti divertissement, dalla A alla Z (rigorosamnete dal su citato dictionary of italian language). L’esordio d’obbligo è per astruserie con l’iniziale A

ps : per contestazioni, censure e correzioni, insulti e proposte, purché oscene, il bersaglio elettronico è

scateniluciano2014@libero.it

A,a

 

abalietà. se ti dico “je t’aime” per farmi rammendare i calzini e tu, rotolando in un brodo di giuggiole prendi ago e filo, allora hai con me un rapporto psicologico di subalternità          

aseità. se tu povero cristo volgi gli occhi al cielo e chiedi perdono a Dio per averti creato, allora hai con Dio un rapporto mistico, di dipendenaza da Padre Eterno

abbacòne. “ecco, nella misura in cui discendendo da una congerie di perifrasi ognuna connessa-disconnessa, in virtù di pirotecniche evasioni dal camminamento su cigli linguistici impervi, discendendovi senza l’ausilio di ancoraggi all’etimologia e alla semantica del costrutto sintattico, se l’esito non fosse esaustivo…” : ovvero l’arzigogolo, così definito da Devoto e Oli, ispiratore di questa faticosa, sfiziosa, intrusione nelle parole inconsuete della lingua italiana.

acatelessìa. ti ho aperto il cranio e, che spasso, era vuoto. Che dico, neanche una minicellula grigia vi ho trovato, neanche un seppur labile fantasma di intellighenzia, una virgola di attività celebrale: illustrandoti cose elementari ti chiesi: “hai capito?” e il tuo sguardo si perse nel vuoto per sempre. Certo avevi un bel paio di tette, ma anch’esse stupide, mute al tatto. In sede di divorzio, prima di affrontare il tema degli alimenti avrei voluto che il tuo avvocato t’accompagnasse per un weeck-end su un’isola deserta. Avrei sborsato la metà.

acca. sei un niente, come dire…un indefinito nulla, un puro divertimento del vuoto spinto, una boutade senza perché. Leggo, rileggo le quattro lettere “a / c / c / a” : d’un verso o dall’altro il risultato è sempre, inequivocabilmente, il niente. Mancava un centesimo di secondo al “vuoi tu prendere in sposa…” quando m’illuminò Sant’Eufemio. Egli scosse il capo da destra a sinistra e, non vorrei sbagliare, mi strizzò l’occhio. Il suo mento, spinto più volte in fuori, m’indicò la porta della parrocchia, invitandomi alla fuga. Dopo l’abbandono, ti rifugiasti nella magione di mamma e papà e per loro non cambiò nulla: un niente prima, un niente dopo.

accaffàre. ovvero mettere le mani nel sacco, le dita nella marmellata, le grinfie sugli aiuti umanitari ai bambini del Biafra, le zampe sulle tangenti. Ruberie del di ordianria frequenza.

acchiappanùvoli. scendi di lassù, funambolica svampita, o sfonderai il cirro su cui hai posato la tua mole pachidermica, supponendo di volare lieve sui miei sentimenti ’sì puri. Azzera una mezza tonnellata di lipìdi, resuscita lieve come libellula e ne riparliamo

acciocchìre. hai sensi assopiti, glaciali, da esilio decennale su imponenti iceberg. L’ho scoperto alle 3 e 45 di questa notte scura. Ma ci riprovo: ti sfioro un seno con mano esperta e il tuo misero eros residuale rimane silente. Ripasso il Bignami del “palpa, ripalpa e stupisci” e nulla accade. Ripropongo memorabili performance scovate nella memoria e rispondi sbadigliando. Metti tra noi la borsa dell’acqua calda a centodieci gradi, barriera inespugnabile. I tuoi sex-ormoni ronfano, definitivamente inerti. Non mi resta che tifare per un possente Viagra al femminile.

acclìne. a te avvinto da affinità, benché casuali, mi affido al cuore perché batta sincrono con il tuo, perché le parole che tracimano dall’ugola siano per te musica colta e le mie dita ti sfiorino con la giusta enfasi. Mi ripaghi riempiendo a spese della mia grigia materia le caselle di una “ricerca di parole crociate”: e allora ti dico che “sì, il contrario di benedetta, nove lettere, è maledetta”: pensando a te l’avevo proprio sulla punta della lingua.

accrochàge. calmo era il mare, chiara la notte, blu la grotta azzurra. Eppure la mia prora ha speronato la tua poppa: sebbene estemporaneo, il cozzo era eroticamente premeditato.

acirològico. mostri le mani grondanti mazzette e declami “sono “pulite, non vedi ?” Artista della menzogna sei, per talento naturale eimpunità acquisita.

acribìa. dici : “ho scoperto un capello, sottile. Biondo o moro ? Rosso”. Spaccalo pure in venti, sottoponilo al miscroscopio. Pur nel mezzo del perfezionismo meticoloso, non saprai da quale testa è caduto sulla spalla mia. Uomo d’onore sono.

adelomòrfo. informe donzella, recati di slancio in via Sperandio e affida i tuoi connotati al professor “Ti-rinnovo. taglia e cuci estetico”. Una possente siliconata ti arrotonderà e forse sarai mia.

ademprìvio. ovvero, profittar del pubblico divenuto privato. Come dire: comprar spiagge del Cilento e farne un carnaio modello Rimini su cui svettare con un nugolo di hotel per vacanze, sedici piani, campo da bowling, discoteca e comunità di recupero incorporati.

adèspoto. Strada Gino. Bimbi amputati, bestemmie: “porc…non una goccia di sangue da trasfondere”. Il “no” a tre miliardi in aiuto Emergency proposti da chi alimenta insani empiti di guerra: il Gino schifa padroni biforcuti.

adiaforìa. colombe pure – ingordi avvoltoi / generose popolane – avide contesse / il sinistro di Diego – il destro di mister brocco: hai siffatte visioni antitetiche, nessuna voglia di conciliazione e mi neghi il divorzio ?

adìnato. scalerei il tetto del cosmo per staccare dalla galassia millesima un astro da poggiare su rossi velluti e donarlo a te : neanche allora me la daresti ?

affarìo. è serrato il tuo dinamismo sessuale, anzi frenetico. T’impegna a lanciar reti nel mare della perversione per tirar su, in depravati spazi notturni, seguaci dell’amore comprato: puttanieri cioè, a vantaggio del tuo famelico pappone. Ma con me, o gratis o nisba.

affralìre. proverò a indebolirti, nemico della pace, sottrarrò energia a cetniks e ustascia, sanguinari predoni slavi di una parte e dell’altra, a Sharon e ai tifosi di guerre “umanitarie”, a mercanti di schiave, a turpi pedofili. Ci proverò, mano nella mano con altri milioni di pacifisti, in un girotondo “NO WAR” intorno al mondo.

allalì. allalà. bello, pensa lo yankee, scorrazzare ai comandi di un B52 nei cieli di Allah, intonando antichi urli di caccia: e giù la super bomba che, meraviglia, apre un supercratere di 500 metri.

àlmo. le ha dato la vita mami Sahina, alma mater. L’ordigno l’ha dimezzata, portandole via un braccio, la gamba corrispondente: alma Emergency ha sottratto alla morte i tre anni di Elan, ma che vita le rimane?

amànza. scritta con l’inchiostro dell’anima, codesta romanza di passione amorosa dono a te, donna amata, ma, please, abbrevia la fredda distanza che ci separa nel letto di due piazze e mezzo.  

ammencìre. il tuo seno è avvizzito, appassite son le gote, cosce e glutei son flosci, il tuo cuore è tutto rughe. Sfiorici a vista per iuncuria, pigra compagna di sesso. anzi, ex partner. Adieu.

ammennicolàre. chiede se la tua chioma fluente è bionda di un biondo platino o di un biondo grano maturo. Domande di uno stolto cavillare, da senza palle: di fronte a una…dea in calore non è che un pavido arrovellarsi.

anacolùto. io, diletto del Signore, mi piace di piacere: garçon, fard please, calza di seta sull’occhio della telecamera e profilo destro. io, Silvero de Arcore, Primero, mi piace sedurre

anacorèsi. guarda…Fassin-Grissino! Altissimo, di filiforme ingegno. Toh…Rutellik, ergonomica inesistenza. Il totale? Vistosi, preventivi smagrimenti a sinistra e tanti ex falce e martello in maledetta solitudine contemplativa. Ma de che?

anàfora.   è stato bin Laden , è stato il talebano, è stato bin Laden, è stato il talebano, è stato bin Laden, è stato il talebano, è stato bin Laden, è stato il talebano, è stato…S’addormentano così i nipotini dello zio Sam e sognano galassie di blubomb al posto di Sirio e Venere, in bilico sui cieli di Afghanistan, in quasi caduta.

anaptìssi. Berlsconi : impossibile capriola alfabetica. possibile così : Berl u sconi. Oppure : Taormna – Taorm i na, Lunrdi – Lun a rdi : confltto d’intrssi–confl i tto d’inter e ssi. Come dire, con una vocale in più cambia la vita.

anodìno. sul pube un lamè di tre centimetri per uno, sotto i talloni quattordici centimetri di tacchi, sul fondoschiena tatuaggi di mister Bean, eppure…rimani insignificante. Mi chiedi perché ti ho sposata ? Tre milioni di dollari su conto svizzero mi versò il tuo papi.

antipòfora. sei forse per la guerra ? Certo che no. Forse sei per la pace ? Ni. Sei per caso talebano? Che dici… Forse sei forse filo-americano ? Giammai. Sei agnostico.

antìtesi. “t’ho scongiurato, ricordi ? quieta, zitta, fa parlare il corpo, e specialmente l’utero, il culmine dei seni, la pelle che sfioro. In risposta gelo. Hai messo la sordina ai miei sensi, adulterato il desiderio, spedito venti glaciali alla libido, attentato alla mia già titubante virilità: ingoia dunque la lingua che chiede effetti speciali oltre il Kamasutra, suicida la glottide, commissurotomizza le corde vocali e soprattutto, non offrirmi più thè al Viagra”.

apàllage. mando gli f16 sui cieli dell’Iraq, a esplodere sugli antri dove Saddam nasconde antrace e tossici affini, per impedire che escano dai chimici arsenali. (From Epistola di George W.Bush, lungo-naso, agli elettori texani).

apodìttico. Silvero Primero, rege in Arcore è bello, buono, ganzo, fico, gagliardo, alto, di destra, di centro e di sinistra, è laico, clericale, anarchico, rivoluzionario. Lo giura sulla testa di Sgarbi Emilius Fidelis Prostratus.

apodòsi. se dicessi “amor mio, je t’aime” mentirei. Se promettessi un milione di nuovi occupati in un amen, blufferei. Parlassi di prestazioni erotiche multiple durante un’unica notte d’amore, direi una spudorata menzogna, ma sarei comunque uno mediocre imitatore del mitico Silvero Primero.

aposiopèsi. dov’è il milione di posti in più ? “Eeeeh?” Dove l’aumento delle pensioni per tutti? “Comeeee ?” Insomma, risponda: “Mmmm…”. Appellerò “Nasone” il reticente Silvero. Chiedete a Collodi perché.

apotropàico. occhi di rana del Gange, zampe di femmina ariana in calore, polvere di stelle cadenti per vetustà, verruche tritate: pozioni, intrugli antimalocchio per la fortuna di maghi e maghelle, streghe, indovini e paraqui paralà, imbonitori, chiro-crio-circo cartomanti, che si nutrono di gonzi e miseri su cui s’è divertita la malasorte.

apozèugma. berrai, sorseggerai, assaporerai, apprezzerai, questo nettare di Lacrima Christi che ho vinificato per te, tenace astemia dell’anima mia. Fumare già fumi di tuo, non ti resta che dire ciao alla tua ostinata verginità. Fidati di me.

appalugàrsi. ho invano denudato il ventre a vantaggio dei tuoi occhi, l’ho maliziosamente ruotato, ho lasciato cadere settantasette veli uno a uno. Eri appalugato, amor mio, o, peggio, dormivi. Coglione.

appendìzie. “Cosa ti aspetti ?” / “Un’iper-performance” / “Cioè ?” / “Almeno tre, consecutive” / “Tutto qui ?” / “Fa’ un po’ tu” / “Altro ?” / “Prestazioni accessorie a piacere ” / “Telefona a Mandrake, esosa sacerdotessa del cazzo”

appùlso. è principiato niente male il nostro match sessuale. L’esordio fu creativo e…dinamico. O no ? T’aspettavi di più e di meglio? Dopo la sigaretta e una pausa di riflessione ho mostrato disimpegno, è vero. In fine ho parlato di golf ed è quella pallina in buca che ricorderai pensando ai bis mancati, mia sfrenata e, ahimé, “ex” compagna di letto.

appuzzàre. Quel che si dice incompatibilità. Saturi i tuoi dintorni d’aliti di bagnacauda, effluvi dell’inquinatissimo Sarno, residui di zoccole avvelenate e scorie di discarica incendiata: maleodora più in là, please

aprassìa. non sei cionca, né paralitica, non oltrepassi i cinquanta, hai due gambe e altrettanti piedi: perché muovi scomposta il bacino, come una tarantolata disequilibrata ? E’ sesso sbilenco il tuo.

archegònio. sappi, scettico compagno di scorribande in letti muliebri, che l’ho scrupolosamente esplorata ed ella generosamente si è donata: le ho ho detto prendi la mia linfa nel tuo dolce archegònio (come dire vulva) e genera, se vuoi, teneri virgulti, a tutela della specie. Grazie, ha risposto, uso la spirale e ha continuato a ululare “Ohhh, ahhhh, siiiiiì…cosiiiì…ancora”.

arrapinàrsi. s’arrovella mister Dabliù Bush: fu ’sì breve il blitz afghano, come smerciare il surplus di missili e bombe blu ? Di qui l’angoscioso e irrisolto quesito sul dov’è “il maledetto talebano : Iraq, anzi Somalia, Siria, no, Egitto, macché, Papuasia”. Così macerandosi nel dubbio, i B52 della sua air force hanno sparacchiato granate a go-gò, qua e là, per non tornare a carico intonso.

arroncìgliolare. Sarah, sposa di Frank, ama Nick, figlio di Ellen, matrigna di Gould, amante di John, pupillo di Ernestine, girl di Vincent: vedi un po’ che cazzo di attorcigliamento, ma ci campa su la patinata “Lei”.

arzigògolo. “vedi” dicevi nel letto in attesa di carezze, baci e giochi d’amore “ho percezione di una sola presenza, la mia”. In verità era indecente la tua distanza da me, ingiuriosa l’indifferenza, impressionante l’astrazione dal contesto. Non una parola, né spiccioli di pensieri dedicati. Io assente? Ma che cazzo vai millantando ?”

 

Insomma la “A”:

Acquattato all’altezza di alveari e arnie assolate, in armonia con ancora anelanti amorini, armeggiavi attorno ad altezzosi aquiloni, appostata appena di là da austere aberrazioni dell’apocalisse, in attesa di astruserie e allettanti attenzioni per autentici attentati all’autonomia dell’autocoscienza. Approvo l’affabulazione arrischiata, l’autogestione allungata, l’assoluzione di assassini dell’autostima, l’architettura architettata. Non approvo l’affabilità affettata, l’adattabilità accettata, l’assurdità amplificata, l’amabilità accurata. Ammetto l’adulterio d’annata, l’assatanamento dell’amata, l’appisolamento sull’amaca, l’arrotondamento dell’arcata, l’appagamento dell’attempata. Amen.

 

B, b

babborivéggoli. esporti illegalmente capitali, droga, cd contraffatti, dollari falsi, schiave albanesi e farmaci scaduti : prima o poi renderai la pellaccia ai demoni, porterai i tuoi miliardi all’inferno, nel regno dell’oltre tomba di Silvero Primero.

 

babuvìsmo. 1797 : moriva Babeuf, ideologo dell’equalitarismo, del diritto a tutto di tutti. 1917, il giorno della Rivoluzione. Risorge Babeuf. Il millennio terzo lo seppellisce di nuovo, nella fossa comune del globalcimitero

bacchillòne. grande e grosso qual sei, dear B-o-ttiglione, tanto pigro e scansafatiche ti scopro che per mettere una parola avanti all’altra devi pigramente trascinarla tra una virgola e un punto di sospensione.

baciabàsso. c’è inchino e inchino. Il Suo, spassoso Emilius Fidelis Prostratus, è irreversibile, definitivo. Diventa totale con il bacio della scarpa, l’occhio servile rispettosamente basso.

bagolàre. spettegoli, ciarli e che bagascia sei ? Non ti pago davvero per questo fatuo ciacolare. Che parlino le tue grazie, se ne hai. “Lo farei”, rispondi insolente, “se tu non fossi l’impotente gnoccolone che sei”. Uno a uno. 

bagònghi. scarpa inglese, tacco doppio, soletta extrastrong, ginnastica elevatoria, occhio televisivo a slanciare dal basso in alto. Sweet Silvero Primero, metaforicamente discorrendo, e non solo, rimani un rasoterra.

bardàssa. giovane cinedo, effeminato virgulto, batillo. Occupi il posto mio nel cuore dell’amoroso mio. Cambiassi sesso, beh, accetterei la sfida, ma così…

baritonèsi. come se chiamassi un pasticcio di patate gàtto e non   gattò o bàccala un piatto di baccalà : nei secoli dei secoli solo a Pulcinella fu concessa libertà d’accento e punteggiatura. Silvero regnante, anche a Emilius Fidelis Prostratus. 

basìre. mini ultra-mini, scollo anteriore ombelicale, posteriore a fondoschiena, cascata di laminato sulle spalle tornite, seno alto, a-siliconico : io, praticamente folgorato. Anzi esangue. Ho pagato il conto del chirurgo plastico e il sangue è affluito di nuovo al cranio, in eccesso 

batticùlo. vorrei esser falda della camicia tua per lambire il tuo “didietro” e armatura, per poggiare sulle tue natiche : capisci quanto ti amo ? (Esclusiva dai “Diari di Ero e Leandro”) 

battipàlle. la parolina non ha il significato che sospettivi, mia sadica amica : è il culmine della bacchetta che arma fucili ad avancarica. Cose da masnadieri, o andavi pensando a una roba sadomaso ?

battologìa. prendi la mela, prendila / disegna la tua famiglia, disegnala / dimmi “ti amo”, dimmelo. Al fin della licenza, zittisci, pedante rompiballe. 

batùrlare. ah come lampeggiano gli occhi tuoi. Mandano, capperi!, bagliori pirotecnici, tam-tam visivi : occhieggia oggi e poi domani, cederò alle tue grazie, baturlìfera donzella

beccapésci. voli radente il pelo del mare e pesci su pesci catturi, insaziabile predatrice : non sei il mio tipo, mi anfratterò dunque in un antro invisibile, nelle profondità del Pacifico

beghìna. giusto te sulla mia strada, ostentatrice di devozione, assidua frequentatrice di funzioni religiose, bacchettona, pinzochera : che dici di una sveltina, certo, prima e dopo tre ave maria e due padre nostro ?

bellùria. vistosamente attraente, nascondi il nulla celebrale sotto forme pompate dal bisturi plastico. Nelle cavità craniche stipi residui lignei di raspa, volgarmente defniti segatura : sei, insomma, portatrice sana di estetismi privi di sostanza

benavére. benàbbiti, insaziabile femmina, sta’ cheta. la ventottesima eros-performance è concessa solo all’iperdotato Mandrake e forse neppure a lui. Benàbbi pietà di un normodotato umano qual son’io

berlòcca. mi sarei dondolato con gusto, senza alcun faticoso pensiero nella zucca, per non stancare membra e mente, sarei sprofondato per ore nell’amaca stesa tra due ulivi dirimpettai della baia più baia che si può dei Caraibi : mi tieni invece desto, atterrito dalle tue gambe a “x” che potrebbero avvolgermi per un amplesso choc e dalla tua bocca di strega sdentata. Abbattiti

bésso. termine che equivale a fesso, ma differisce in eleganza e non offende. “Sa, Silvero Primero, Ella, è vigorosamente bésso”. La replica, anticipata da un sorriso beato è codesta : “Muchas gracias, senor.” Che dire, Egli o è più besso di quel che sembra, o ignora Devoto e Oli

biòtto. Silvero Primero nudo? Passi. Ma in piazza poi, sul podio del direttore del traffico momentaneamente assente per far pipì…, tutto nudo nel gelido dicembre milanese, in piazza del Duomo, di fronte alla madunina ? Si copra Silvero e mediti : il Bambino è già nato.

bischìzzare. azzurri coglioni, nodosi bastoni, volgari minzioni, insane attenzioni, mancate erezioni : ironiche rime, in pieno regime.

bitematìsmo. son sposa felice, son single lietissima / Bush ti amo,   G. Dabliu ti odio / Silvero Primero, mio vate…Silvero Primero vat (t) e (ne)

blacherniòtissa. il tuo seno : non fosse ieraticamente impegnato, m’accoglierebbe a capezzoli spalancati. O Icona sublime, dimentica la sacra promessa, s-blachernitìssati e congiungimento sarà 

bocchìno. qual estrema contraddizione. Ma come, diminutivo ? Cioè bocca piccola ? Boccona semmai, bocca d’oro, bocca larga, bocca lunga, boccaperta, bocca piena.

bombòne. “… in pieno oceano, a mezzo tra flutti d’Africa e gorghi d’America, la lenza s’è tesa e riavvolta. In cima un balenottero di trenta metri…”. Dall’uditorio una voce : a… buciardooooo” 

borbogliàre. nacqui e il ginecologo borbottò (per aver dovuto rinunciare a un incontro di letto). Borbottò mia madre (le sciupai i seni, succhiando latte). Mia moglie borbotta (senza un perché) : ah saperlo ! Mi sarei impiccato con il cordone ombelicale e avrei conquistato il diritto a incazzarmi per primo.

bovarìsmo. ho riacceso nella tua anima istinto e fantasia. Eri tragicamente mesta, sei festosamente gaia. Avendoti ’sì ben mutata, non pensi mi sia dovuta una ricompensa ? Offriti-mi

brachésse. eccoti goffa, asessuata e informe in codesti pantalonacci, imposti dal perverso stilista che gioca con la tua subalternità alla moda. Bye. Forever

brachilogìa. (avendo) assolto l’uxoricida, molte mogli furono scannate. (avendo) ella afferrato l’uccello, gli impedì la fuga.   E quel secondo (avendo) afferrato, rende l’idea di una somma e spregiudicata goduria

bracòne. sciatto, trasandato amante : in codesto buffissimo, settecentesco indumento, ’sì gonfio ai polpacci, appari omologo di una femmina mascolina. Preferisco il self made, un onesto far da me, adios  

bradipsìchico. ce l’avrai anche duro, padan-spaccone, ma ben più tosta, benché vuota, è l’altra testa, agli antipodi del bassoventre. Sottoposta a tac, l’esito fu : dentro la granitica calotta “nulla”

breviloquénte. per dir t’amo aggiri l’ostacolo : “Era una sera calda d’estate… il mare rumoreggiava appena sulla rena… il cielo era trafitto da mille stelle.” Se dicessi brevemente “scopiamo” ?

briccicàre. dilapidi il tempo, oziosa donzella, svolazzi senza mèta e affoghi nel nulla, asservita all’inerzia obnubilante dei sensi, dell’eros specialmente. Destati prima di avvizzire

 

briffàlda. t’ho donato cuore, anima e sesso. mi avevi commosso e sfilando il portafoglio dai pantaloni dissi : “E’ tuo”. Ho poi scoperto che sei impicciata con sette amanti. Sgualdrina, bagascia, rendimi tutto.

brìga. in un casino mi cacciasti, inaffidabile compagno di bisbocce, complice di crapulanti eccessi : era senza fondi il tuo bancomat, ho una montagna di piatti da lavare. thank you

brìncio. non muove a pietà quel prologo al pianto sul tuo volto da bambino sfortunato. Avessi rubato caramelle…ma undicimila miliardi : piangi fino al 2025 egregio tangentista. Sayonara 

brògio. “superiorità mediterranea”. L’inverso sei tu, ominide senza sale, nel senso dell’esser sciocco : discendi etimologicamente da (Am) brògio. Come dire pirla, understand ? e ce l’hai moscio, nipotastro di Pontida 

brontofobìa. un lampo ti turba, il tuono ti atterisce, l’uno e l’altro ti terrorizzano e ti consegni a me, completamente: effetti speciali sul nostro talamo. Che vengano lampi e tuoni a go-go, benvenuta

Boris, mio Boris : ballavi da dio, bevevi da re, brindavi a tutto, brindavi con tutti. Bendato sbandavi, blindato sbavavi, bramato sbuffavi, burlato sbraitavi, bardato svettavi, ab-bordato slittavi, bombato sbollivi, baffuto stizzivi, belante stentavi, bilioso sgommavi, bocciato s-bioccavi, birbante…s-buffavi, bissando s-beffeggiavi : bentrovato, mio benpensante, benparlante, benaugurante, benportante, benestante, benemerente, benevolente, benivogliente, bentosto, bentornato, benveduto, benvisto, benservito, benlevato, benalzato, benfatto, benedetto, benemerito, bendisposto, benaugurato, benamato, benarrivato, bencreato, benaccetto, beneducato, beneficente, beneficiario, benemerente, beneplacito, benefico, benintenzionato, benigno, beninteso, beniamino, bennato, Boris.

 

C,c

caàba. serrata tra le dita la pietra sacra, ti affidi, incauto, alle mani sacrileghe del chirurgo bianco, così distante da quel simbolo nero che ti lega ad Allah quanto tu dal suo Jesus sei lontano. Why ? 

cacadùbbi. “mi ami ?” “uuhmmm”. “Allora mi odi ?” “Eehmmm.” E’ per questo tuo bilicare che ho scelto la clausura. Ora mi amo e sogno frati iperdotati e mi masturbo, o stolto temporeggiatore.

càche-sèxe. dissi scherzando : “Mi attrai meno di ieri”, ma tanto per dire. E tu ? Hai varcato la soglia di un megastore di intimo for man e a sera hai esibito un tanga-slip ben colmo di ben di dio, nello splendore di un talamo tondo, dominato da un mega specchio azzurrato. Ganzo il perizoma ! Ritiro tutto, my explosive young boy 

cacologìa. ascendemmo in montagna : profumo di edelweiss, aria rarefatta, scintillanti ghiacciai, mercurio a meno 23. Nel rifugio gradi + 28. Automatico denudarsi e gorgheggiare “ollalaiò, ollalaié” : carino lo slippino che sfoggi. Firmato Krizia ?

càffo. tra cento e più divini creaturi, che dire, sei il numero uno, the first : muscolo d’oro, occhi di fuoco, spallelarghe e fiancostretto. Figo, per non farla lunga. E’ agli antipodi il marito mio: non plus ultra dei derelitti, sciancato, ipolibidinoso, sottodotato, apatico. Dall’istante del confronto al rapido ingresso nello studio di un attraente divorzista, il passo fu brevissimo

cagòia. voli a larghe falcate verso il doppio 00, porta girevole con simbolo “maschietto mi scappa la cacca” : fuggi ingloriosamente da Micillo, due anni d’età e una colt di latta puntata al tuo pavido petto: incontrassi Schwarznegger a quale wc t’aggrapperesti ?

caifàsso. ti unisci per nulla biblicamente con Carmela, star del quartiere e sei calvo per alopecia, sdentato, basso, non più di 1 e 50 con bi-soletta nelle scarpe : inguardabile omuncolo, qual mostro ipertrofico nascondi nel basso ventre ?

cantafèra. “mi ami ? E quanto mi ami? E dimmi come mi ami. Da quando mi ami ? Fino a quando m’amerai ?” Ecco avvocato, perciò divorzio, per quella galeotta tiritera quotidiana

capaccìna. ossessionante refrain : “in casa no smoke, riponi la giacca nell’armadio, lava le mani, infila le pattine, aiuta la cicci a far i compiti”. Suicidati epica rompiballe, mia tirannica metà, ma prima dammi un cachet

capaméno. riempisti il cappuccino di peperoncino (piccante), il cannolo di mostarda, la caponata di zucchero, la mia auto di pulci in calore. Sparisci burlona del cazzo

caramògo. diverti gli altri sette big, veri padroni del mondo, più che un giullare di corte e così suscitando ilarità strappi inviti a corte, dispensi allegria fino al mal di pancia, animi, leggiadro serate post-summit. Nell’intimità ti chiamano Silverino Primerino, alias comicus italicus.

carampàna. nessuna colpa se la natura ti donò forme procaci e nulla la società. L’infanzia negata, la fame, un pappone, ti condussero al meretricio: le invasioni plurime subìte dalla tua vulva saranno ricompensate con il paradiso, porta pazienza. Mi assale però un dubbio: e se non fossi credente ?

carpìccio. ho detto “mi piaci”, ho parlato al vento. Poi “t’amo”, ho detto e hai replicato alla dichiarazione perdendoti negli occhi di Edgardo, inutile belloccio. Ho preso il martello e l’ho suonato sul tuo futile cranio. Legittima difesa fu

catasterìsmo. micio spaurito, spelacchiato, afflitto da strabismo di Venere e handicap motorio : così com’eri t’accolse il cielo, tra cherubini e beati. E tu, iena incolpevolmente ridens, anche tu salisti in alto, nel girone paradisiaco dei prediletti di dio. Come dire che la giustizia sociale non è di questa terra, né dell’empireo

catatònico. tira in alto a destra il muscolo labbrino e scopre il ponte di denti perfettini, equiparati dalle mani sapienti dell’odonto-coso: ha sorriso artificiale e ingessato Silvero Primero, meritevole di un posto permanente nel museo delle cere

catellòn catellone. mogio-mogio Bot-tiglione : è che il ritmo lento del pensiero gli permette di frenare la dinamica di una mente comatosa, sicché con acconcia lentezza trasmetta all’ugola combinazioni sonore verosimili.

catonìsmo. s’erge sui tacchi dello scarpino rinforzato in basso e qualche centimetro lo guadagna. Testa all’indietro di 30 gradi, occhio oltre l’altezza d’uomo, Silvero Primero mima superiore austerità : il disastro è che qualcuno gli crede

caudatàrio. sudditi compiacentissimi attorniano Silvero Primero. Gattonano al seguito, ginocchioni, il culo offerto al frustino per il soddisfacimento del sado-gusto presidenziale. Sul di lui percorso si alternano lanci di leggiadri boccioli biancofiore o rosso garofano, radical rosa o verde pisello, vermiglio sbiadito, azzurrastro…

causìdico / cavalòcchio. avvocaticchio linguacciuto, biforcuto : beatificato, santificato, gratificato con un sub segretariato, mortificato con un benservito : kamikaze per amor di Silvero Primero. who is he? (Si consiglia di consultare l’Atlante Geografico De Agostini, alla voce nota località turistica siciliana a metà strada fra Messina e Catania) 

cazzabùbolo. il canuto vecchietto dispensatore di doni pose ai piedi dell’abete natalizio una coppia di mini trampoli ed Egli vi montò su, declamando auto-lodi. who is he ? Silvero Primero perhaps ? Oh yes 

celèuma. unò – dué, unò – dué. Eccetera. con siffatta cantilena Silvero Primero muove i fantoccini della sua corte dei miracoli e li benedice. Essi, sfiorati appena dal prediletto del padre eterno, finiscono per credere di esistere. 

celsitùdine. la mami, massacrando l’orecchio di Silvero, di modo che il guaito gli rimanesse in un angolo visibile della memoria, così declamò: “Frequenta Hammamet, piccolo sgorbio e sarai eccelso”. Obbedì l’ossequioso pargolo e regnò su un bel paese pro domo sua

cenòsi. svuotando carni e ossa dei suoi inutili riempitivi, hai provato a metter su cosce alla Parietti, glutei tipo Falchi e seni modello Cucinotta : non male, lo ammetto. Latita ancora la grigia materia, cheri

centìmano. arraffi, qua e là : nella cassetta delle elemosine e nelle casse dei megastore, nelle tasche di bus-utenti e nel cassetto di papà. Ofelia, mia cleptomane sposa, risparmia almeno il   portafogli di tuo marito. merci 

cesaropapìsmo. parodia di Agamennone e Riccardo III e di Luigi XIV, legifera e giudica per sé e per i suoi. In delirio cesaropapìsta s’applaude e torna bambino. Incorona la testa di un big del mondo con indice e mignoli ben dritti, mentre pollice, medio e anulare son ripiegati su se stessi, a mo’ di corna. Giocherellone d’un Silvero, se tornasssi alle navi da crociera ?

chiapparèllo. convolata a nozze da un’ora e trenta, chiedi per l’ottava volta consecutiva : “Mi ami ?” E che dovrei risponderti ? Dico “Uuuh, ti amo” ma pensando all’amico d’infanzia Pippo, avvocato divorzista che s’arricchisce assistendo maschietti e femminucdce stufi del capzioso interrogativo  

chiàsmo. non piangere per commuoverti, commuoviti per piangere. Non vivere per mangiare, mangia per vivere. Non vivere per fornicare, accoppiati per esistere.

chiattòn chiattone. partii per il Mozambico, ma non andai : volo annullato. A casa tornai. Zitto, zitto la porta aprii, veloce mi diressi all’armadio. Oscena fedifraga, nudo come un verme vi trovai il tuo ganzo. La doppietta usai.

chiònzo. m’hai detto l’altro iersera “Scusa amor mio, sono indisposta”. “Pardon”, hai detto iersera “Ho la pressione bassa” e stasera “Sorry, la libido mi difetta. E ancora “Non volermene, ho un’abrasione proprio lì”. Io ? Ho rimediato con un lesto selfservice. Coglione ? Forse, ma tu…proprio stronza. 

cicisbèa. “acquirente” di amore, civetti qua e là. Peschi nel mare altrui, cacci nelle riserve proibite. Corteggiatrice priva di scrupoli, perché non razzoli nell’orticello tuo e lasci in pace il mio ganzo ?

cìzza. un bottone di troppo fuori dell’asola, a mostrar non molto, ma non poco, di un seno generoso, estraneo a restauri siliconici : a ogni lieve movimento occhi negli occhi, alla scoperta di desideri segreti

codiàre. “recomi dalla sarta” dicesti. Tre volte in tre giorni m’è parso troppo. T’ho seguita, pedinata. T’ho scovata lassù, al terzo piano. Eri davvero dalla sarta. Anzi con la sarta. Con una sarta lesbica.

conciofossecosaché. Ella, Silvero, ritiene d’esser degno di riverenza : pregiudizialmente non dico di no, ma indichi una virgola che io possa condividere e sarò riverente. Altrimenti contraggènio nutrirò per Ella, avversione tenace, cioè 

connestàre. “vittima di un complotto sono, oggetto di accanimento.” Sic strilla, Silvero, mentre trama per censurare la libertà di giudizio di chi non è riuscito a comprare

conturbaziòne. un rospo sdilinque alla vista di una vergine rospa, una zoccola incrociando un topo-rambo sviene di libido. Solo io cado in letargo quando emuli Cicciolina. Forse perché sei cicciona 

coprolalìa. biondo e di gentile aspetto : venti milioni a taglio di nastro, discoteca o pinacoteca che sia, assurse a gloria grazie a turpi oscenità vomitate dal mini-schermo di Costanzo. Alla corte di Silvero Primero Egli è geniale e Vittorio(so) : who is he ?

corbèllo. se ti girano son cazzi tuoi, se avvizziscono son cazzi miei, me tapina. Fibrillano ? Buon per te. Pendono ? Peggio per tutti e due

coùp de foùdre. “dal primo momento che ti ho visto…” Così il dilettante del sesso mira al cuore per cogliere in basso la mela proibita. Il mandrillo ? Punta alla mela e cuor non tange.

cucùsso. “l’unità d’italia…” “l’unità d’Italia” “fu cosa fatta…” “fu cosa fatta” “nel 1861…” “nel 1861” e così ripetendo. Il difficile sopraggiunge con la crisi di diarrea del suggeritore : gran fuga al cesso e the end per il falso saccente 

Comincia così il cadùco cammino che costrinse il comandante Charles a commettere un crescendo di cazzate in cinque chilometri di corsa cruenta verso la crudeltà : Carlotta creava creature celesti con la creta di Crati, in credito con Charles di una calda coperta comprata a Crotone. Come credere a un cognato crapulone e coglione? Combattuta tra il contestare e il concedere credito, Concetta crebbe nella certezza di non capirci un cazzo. Si consentì un corso di caccia al cinghiale e un caffè caldo, corto e cocente. Crociato a cottimo, Charles si coprì di costose corazze e cavalcò cantando canzoni cristiane in cima a costoni cadenti, a costo di cascare. Cordelia cenò con cavoli e crostate, cullò un cucùlo centenario e convinse la cugina Carmencita a cucinare cozze con crema di carciofi. Di codesta crapulazione crepò

 

 

D,d

 

dacnomanìa. iena sei, sciacallo o vampiro, nottola degenerata, psicopatico afflitto da bulimìa. Addenta un pedofilo allora, staccagli le palle, azzanna un razzista. Io, che c’entro?

 

daddolòne. ami la coccola, bambolotto, ti compiaci di smorfie, pizzicottini, carezzuole, smancerie. E’ vero, una volta ho esagerato e un gran calcio dove non batte il sole ti ho dato. why ? solo così l’hai fatta finita con la storia di sentirti abbandonato

 

dapìfero. non son cardinale, neppure vescovo, tantomeno parroco, né frate, seminarista, aspirante servo del padre eterno : ateo sono, senza fede, ma portami lo stesso uno spaghetto alle vongole, o bigotta ristoratrice. merci

 

dassèzzo. arrivi da ultimo, prode Silvero, ma intendi apparire come un veterano decorato, il culo avvitato alla poltrona. Achtung, amico, di Iulius Andreotticus ve n’è stato uno solo. Altra tempra, altra autoironia

 

dèad héat. dal tomo ‘Silvero Primero pensatore, pag. 29’   : “Son pari a Michelangelo in plasticità, eguaglio Fleming che in delirio creativo generò da una muffa pennicillina. Quel che mi manca è un pizzico d’altezza”

 

decapsulaziòne. mano alla statistica: su due miliardi di capsule, solo tre o quattro hanno fallito e hanno abbandonato il dente. Una fu la mia, maledetto cavadenti, proprio mentre baciavo Sofia.

 

declive. discenda lieve, senza sosta, Fassin-Grissino (in quanto segretario Ds): venga giù, ancora più giù. Là in fondo approderà alla sua socialdemocratizzazione del cazzo. “A Fassì, te possino…”

 

decussàre. un incrocio, quattro strade a “X”. Spuntavi da sinistra. bel viso, tette non male, gonna maxi, andatura felina. T’ho sposata. Le gambe a “X” ? Le hai nascoste fino alla prima notte di nozze. Nacque quel dì l’amore per la mini-gonna e gli avvocati divorzisti

 

deìpara. dear Silvero, capisco l’unzione divina, il delirio di onnipotenza, lo sprezzo per chi non è ortodossamente cattolico-cristiano, ricco, bianco e destrorso. E’ perché pensi che la tua mami è stata generatrice di dei. Come dire Maria bis

 

dementàre. s’affacciò dal paradiso san Patrizio, portacolori della pazienza e la perse : privò di senno i cacciatori di teste e bin Laden, l’eterno imprendibile, gli dedicò un video messaggio, nel giorno del Ringraziamento.

 

demiùrgo. alias Silver nostrum : egli è artifex maximus nonché legislator cosmico, universalis, ultramunifico, splendido. pro domo sua ? Dici ?

 

demodossalogìa. indagine di psicologia sociale per governare i processi formativi dell’opinione pubblica. Obiettivo : centrare la miglior combinazione tra notizia e fruitore. Ovvero, vincere le elezioni e vivere felici privando il popolo della coscienza critica, catturare consenso a prescindere dagli interessi della collettività. Ovvero come mistificare, obnubilare, subliminalizzare : avanti… Italia. Che il padre eterno chiami a sé Silvero Primero e diremo cento Ave Maria, oltre duecento Pater Noster lodando Dante e l’apposito girone degli inferi.

 

demòtico. “str…zo”, “ffanc…lo”, “merd…”, “caz…”, “putt…”, “ricch…” : le migliori fortune televisive nascono qui, nella cloaca massima del turpiloquio. “…sì, la vita è tutta un trash…”

 

detrùdere. galeotto il sondaggio e chi lo indisse. Fosse Obermeyer, Mac Callum, fosse chicchessia, indusse a volgere il pollice in basso e Silvero divenne orevliS, testa in giù, dimesso dal Chigi Palace: meditate azzurri, meditate

dìade. lo so, hai vocazione per Platone e le sue delicatissime idee sull’amore, ma io (puoi riflettere sul caso umano ?) lascio San Vittore dopo anni sei : che ne diresti di una scopata…

 

diallélo. al centro del centro c’è il centro, nel centro sinistra c’è il centro della sinistra, la destra del centro slitta al centro, il centro- centro ridiventa grande centro. Ovvero, Nazaren-berlusconeide-renzismo

 

diàscolo. birbante d’un Silvero Primero. Prodigalità lo colse, appena asceso al trono e prevalse l’amor paterno : “Quel po’-po’ che lascio ai pargoli”, questa la prodiga lex, “esentasse sia”.

 

dicàce. “sposami… e sposami. ma quando mi sposi ?” Mai, petulantissima femmina, generatrice di maldicenze, operaia specializzata del pettegolezzo, primatista dell’inciucio : mai

 

dìdimo. specialmente il coglione sinistro mostrar dovrebbe gagliardia e vigore : sfera virile impressionante per forma, dimensione, effetto. “Il tuo ? a Fassì, spaventa solo i cardellini”

 

diglossìa. “terrone” / “polentone.” “marocchino” / “pirla.” “piagnone” / “coglione.” “pizza-mandolino” / “faccia da stracchino” e così divergendo naviga il Bel Paese

 

dipsòmane. un paio di grappini al risveglio, per non dimenticarne il sapore, tre birrette, quattro bianchetti, cinque passate di rosolio, un amaro doppio : mi diresti perciò bevitore?

 

direnaménto. capisco (capisco?) la dedizione. Egli, Silvero, ha sottratto Essi alla galera, abrogato il reato di falso in bilancio, neutralizzate le rogatorie, ecc. ma l’inchino di ringraziamento, detto tra noi, è meschinamente, comumque

 

disaggradàre. da ultimo m’hai detto “finisce qui la storia nostra”. Ho provato a ricordarti l’eros-dipendenza tua, prossima alla ninfomania che ti fece mia schiava. “Appunto”, hai replicato.

 

disbassàre. nascendo impercettibilmente alto, la tua mami dismarrì e miope totale qual era, non scorgendoti tra i mocciosi del nido : “Silvero” disse “figlio mio, ove tu sei ?”. Ti smarrì per sempre : fu che domineddio, scorgendoti tronfio al primo vagito e già in punta di piedi, vieppiù ti ridusse rasoterra

 

disbramàre. Emilius Fidelis Prostratus : “picchiami, straziami, radoppia lo scazzottamento, replica brutali penetrazioni, sado-frustate, insulti veementi”. Silvero Primero : “Subito, ecco. Ringraziami, porgi l’altra guancia, infliggiti flagellazioni in nome mio. Il martirio, beatificazione sarà”

 

dischiomàre. Silvero generosisimus : “Pover’uomo, non hai nulla da mangiare ? Porti stracci indosso, i figli tuoi sono denutriti e malati ? No problem. Ten chi un deca…no niente resto, godi anca tu e se avessi ancora appetito no problem, vien su nella mia villa. Sui grandi prati c’è erba a volontà, di fame non morrai”. Fu quest’ultima offerta che istigò il derelitto albanese a svellere ogni capello residuale dal capo del “benefattore”

 

disergìa. cerco con impegno certosino l’area “g” del tuo corpo, stupendamente glaciale. Mimo Richard Geere, indosso il suo boxer preferito: artica rimani. Fossi frigida, Carmè ?

 

disfòrico. Era gaio Fassin Grissino, ilare addirittura, divertitissimo in ascolto della parodia firmata dalla Guzzanti Sabina. Ma in un amen divenne truce, in volto buio : vide sullo sfondo un girotondino trastullarsi con una stella a cinque punte.

 

disgeusìa. dal dialogo su prelibatezzea gastronomiche con un barbone generosamente invitato a cena nella notte di Natale : “buono ?” / “mmmmmm” / “come mmmmm?” / “mmmmmm” / “di che cosa sa ?” / “mmmmmm” / “troppo dolce, troppo salato ?” / “mmm…mmm” / “ti sei giocato le papille gustative ?” / “No, Silvero, è che sono francamente disavvezzo al caviale”

 

disorbitàre. a moré, er meio sistema dell’economia ce sembra er liberismo a stelle strisce. Mazzicava chewingumme er Vertronis, amearicanista, fiero della romanesca “esaggerazzione”: all’occhiello, er faccione de Bush, Dabliù

 

disparàggio. portasti all’altare di nozze interpartitiche il padan-autarchico cel’hodurista (e gli insulti, le contumelie presi in faccia a iosa , tutto dimenticato?) : o masochistus Silvero, ti unisti a Egli assaporando il piacere del divorzio o il gusto dell’autoflagellazione masochista?

 

distèttico. miscela apocrifa : left and center, sinistra e centro. Come dire lana e seta, bianco e nero, zucchero e sale, Bush e bin Laden, l’intelligenza e Gasparri : punti di congiunzione incompatibili

 

distocìa. surrealismi di coppia. D’Alema-Rosi Bindi, Fassino- Fumagalli: dalle copulazioni loro soltanto parti col forcipe e figli con teste bislunghe nascerebbero. Meglio la castità

 

dittologìa. (dalle ‘Odi di Emilius Fidelis Prostratus’) : “t’amo Silvero / presidentissimo mio, che-vita-senza-di-te ? sei grande, grande, grande, grande come te nessuno…/ t’ho-amato-t’amo-e-t’amerò / forever

 

divulsiòne. mickey mouse dilatò il pertugio nel ligneo zoccolo del salotto buono, perché la bramata zoccolella entrasse agevolmente a “guardar la collezione di farfallucce” (dalle memorie di GiacominTopicchioCasanova)

 

divulsiòne (bis). Ti fidi di Cel’hoduro ? Cazzi tuoi, Silvero. Egli è specialista di slargamenti e penetrazioni profonde. Subita la trivellazione, ti resterebbe only the plastic surgery  

 

docimasìa. sorry, cumendatur, troppa grana ha nel forziere, molli l’osso, Ella è inconciliabile con il ruolo, privo dei requisiti, in-idoneo. (da “Quel che non dissi”, M.D’Alema)

 

dringolàre. l’ho vista tentennare big Silvero, l’ho vista alternativamente dondolarsi su tacco sinistro e destro, teso a toccar altitudini a Ella proibite : intendeva sollevarsi dal lordume che la contorna ?

drùdo. a letto ? non male. Oddio, nulla di superlativo e quanto a galanteria zero, forse meno di zero : le quattro rose affidate al pony era flosce, corte e tutte spine. Ella, dear Cel’hoduro, è grossiér anche come amante  

 

drusiàna. t’ho condotta ai “Dodici Apostoli”, nel santuario dell’iper ristorazione, ho scelto per te un Brunello del ’71, l’anno che ebbe il privilegio di darti i natali, t’ho messo al dito un maxidiamante e tu, femmina senz’anima, eros-priva, hai detto no all’offerta notturna di copulazione nella suìte del George V, millantando lo status di sacerdotessa della verginità. Ma vaff…

 

dulìa. Bruno Ape, Emilio Speranza e Carità, Giuliano l’Apostata, IvaZanic, OmbreColl in coro: “Silvero, te adoremus.” Sic dixunt e sol per un ultimo centilitro di pudore si astengono dal giullaresco “te idolatramus”, riservato, ma per ora, al padre eterno

 

Dum-dum, drin-drin, din-don : dondolando di dosso in dosso, la decapotabile del decimo despota di Dubrovnick diresse dritto sul dorso di un dromedario denudando il denutrito domatore. Dedussi

dolorose dietrologie da destinare a doviziosa documentazione sul dovere di dirigere denari ai derelitti. Depresso per debiti devastanti, decisi di distrarmi al drive-in. Davano “due denti di dinosauro”, demoniaco documentario sulla demenziale degenerazione del deficit desossiribonucleico di un dannato demonietto

E,e

 

ebrietà. tanto son preso da passione per te che ho speso ogni euro di un forziere senza fondo : pietre preziose, sete d’oriente, Ferrari rosse ti donai. Ridotto al verde, vedo azzerarsi la passione tua. Carogna.

 

ecdòtico. to the president “operaio”, alias Silvero: dottore, si desti alle 4 e 30 del mattino, indossi la tuta blu, si rechi al lavoro col treno dei pendolari, mangi pane e scarola. Come la vede, dottore ?

 

edàce. così dice la dispendiosa fanciulla che ho deciso di trasformare in nobil donna : “Voglio la luna” e gliel’avvicino alla terra, perché si dondoli sulle sue dolci curve. In cambio? Le ho chiesto un’eros-performance di media portata, mica tanto. Beh ? la canaglia se n’è fuggita con ori e contanti. Per il mio futuro sessuale ho scelto un convinto “grazie, faccio da me”.

 

efèba. la mami ti crebbe a filetto e sogliole vive, finchè rigogliosa sbocciasti per il piacere mio e di altri cento spasimanti. In età della ragione deperisci a vista, ti mascolinizzi: ti faccio schifo? Ah, sei lesbica

 

efèndi. “baffone” ? anch’Egli desaparecido. Per ultimo ne cancella le tracce l’asso piglia tutto dictator Putin, molestatore informatico dell’elettore yankee, probabily mestatore con ingerenza pro Cel’ho duro in quel di marzo numero 4. Per dirla con i greci unico authèntes, despota assoluto dell’hackeraggo mondiale

 

effrenàto. in punto di morte il condannato volle fumare, scopare, mangiare, suonare, volare…Conquistata la cloche, Silvero Primero a iosa legiferò, per sé e i suoi : i suoi oppositori si chiedon se sia un qualche segno del destino il levarsi codesti sfizi prima dell’iniezione letale.

 

églino. l’idea di lor signori sulla guerra : giusta, lecita, propedeutica, preventiva. “Quel che distruggi, ricostruito sarà”, sentenzia Silvero Primero in “Afghanistan e dintorni” (diario di Lunardi & Co., pagina 1)

 

egotìsmo. il padre eterno creò lo specchio perché vedendosi riflesso Silvero dicesse di sé “bello sono, trasudo fascino d’ogni dove e il popolo mi ama”. Per sua fortuna non c’era nessuna Biancaneve a insidiare siffatta autostima.

 

eidètico. dice Devoto e Oli conferma : far leggi e goderne, se coincidono nella medesima persona, è roba da Caudillo, azione bolsci-fascista, una repubblicanata bananifera. Evidente ? Oh yes, with Silvero primero.

 

élan vital. no global: in campo la creatività del mondo, stille di energia vitale: “I G8? niente più che un’impunita prepotenza, globalizzata”

 

elettroesecuziòne. così si direbbe con eleganza tecnologica : elettro e pensi al “fiat lux” della prima lampadina; esecuzione e supponi sia una roba pronta e fatta. Punto e a capo. Unite le due parole si legge sedia elettrica, oscena disumanità

 

elettroesecuziòne. bis. in un anno gli States pagano il boia 150 volte, la pelle dei morituri è quasi sempre nera, il loro reddito è incapace di sostenere una difesa decente. Ehi, tycoon, falla finita

 

elettroshock. Nosocomio psichiatrico: “avanti un altro”. Cioè Lucia, stuprata dal padre a undici anni, a dodici dal fratello, picchiata per tenersi in corpo stupri e dolore. Il brigadiere: “T’è piaciuto eh?”

 

elìcere. “questo finto dolor da molti elice lacrime vere” (T.Tasso). Pensai di tirar fuori idee dal tuo sopito cervello e ne trassi cenere di cellule bruciate dalla pigrizia. Sposarti ? Sarei matto

 

eliofobìa. “spegni, l’amore mi piace così”. Spensi e mancò l’eccitazione visiva. Pensai a rossori da timidezza. Conobbi la verità un giorno prima del divorzio. D’improvviso accesi e la scoperta fu: a temere la luce era il tuo corpo avvizzito

 

elongaziòne. ami i peperoni e cucini zucchine, adoro Antonioni e Pontecorvo, compri cassette di Fabio Testi, mi esalta Keith Jarrett, diffondi per ogni dove Orietta Berti : “fuooooori”.

 

emanatìsmo. è neoplatonica convinzione che ciascuno discenda dall’Uno divino. Vi si oppone Silvero Primero, certo di esser la sua unica emanazione

 

embiòtico. Stalin vilipeso, Krusciov fuori di memoria, Gorbaciov mitizzzato e brutalmente deposto, Elstin, burattino alcolizzato di nuovi padroni, Putin americanizzato, Marx abrogato : comp…, pardon, amici e

x falce e martello, siete vicini al tempo del trapasso dalla vita alla morte

 

endùra. dalla foglia cuneiforme di un arbusto maligno vengono fuori poche gocce d’un liquido nero, maleodorante. Ahaman lo depone sulla lingua, l’ingoia. Afghanistan, ultimo giorno del Ramadan : suicidio per fame

 

enfant gaté. oggi una caramella, domani un manganello, poi un ministero : così viziato e cattivello, il Gasparr-opulos s’affacciò minaccioso nella satira di “quelli…che il calcio” ed ebbe la sventura d’imbattersi in una tosta Ventura. Zero repliche

 

engagé. A proposito di censure ai governanti nostri della stampa internazionale ? “Colpa di pennivendoli veterocomunisti” lamenta Silvero Primero, applaudito a scena aperta come rincarnazione di Stanlius italicus della politica mondiale e citato nelle pagine degli spettacoli di testate euro-asio-americane specializzate in filmografia comica

 

ènnuplo. multiforme ingegno negli scarsi centimetri di Silvero : finanza, telenetwork, assicurazioni, edilizia, editoria, vertice del governo, affari occulti : e scopare, quando ? Neanche la pillola rosa ti “tira su”?

 

en passànt.: salivi al quinto piano in via Garibaldi, mentre risiedi agli antipodi. “Errai”, dicesti all’Occhio di Lince che t’interrogò per mio mandato. Seppi che eri a letto con superman, fotografata in varianti di kamasutra. “Illusione ottica”, guaisti pensando “vuoi vedere che lo sposo mio, oltre a essere cornuto è anche fesso ?” “Bang, bang” dice la mia colt. Il commento : “Cornuto sì, ebete e mazziato mai”

 

entimèma. Silvero Primero, amatissimo dal padre eterno, ovvero, er meio. Il sillogismo, così direbbe Aristotele il grande, è generato da un prologo fallace. Silvero è temutissimo da iddio che a scongiurare promiscuità future in paradiso gli consente agi, potere e reati per spedirlo in inferno alla sua morte e non averlo tra i piedi

nell’al di là

 

eonistìca. 1994. Si leva in volo un elegante gabbiano, sfiora gli scogli della “Fortuna” per atterrare sul molo della “Speranza”. L’arte dell’auspice sentenzia: anno kaputt per Silvero Primero. Fosse che questo clone di Nostradamus ci azzecca almeno una volta ?

 

epagòge. the big Aritstotele contesta : l’amore che dichiari per Silvero Primero, è indotto dal fard e da un muscolo della guancia sinistra contratto chirurgicamente. Guardalo appena desto, poi ne riparliamo

 

epanadiplòsi. dice tra sé Silvero : “nacqui Primero, nacqui” / “toccai un masso e aureo si fece, quando lo toccai” / “vissi d’arte, d’amore vissi” / “ganzo come me non ve n’è al mondo, così ganzo”. Il punto è che non ci crede solo lui.

 

epanalèssi. “è un complotto”, dice Silvero Primero, “il nemico cerca di ottenere con i processi politici quanto non sa conquistare elettoralmente. E’ una sporca trama. A me un’altra delega e abrogherò i PM

 

 

epànodo. “un complotto, ecco cos’è che tenta la sinistra, un grande complotto, insomma un complottone, un mega complotto, un supercomplottone e, mi consentano, non esagero” (dal diario di Emilius Fidelis Prostratus)

 

epigràmma. indecisa la cicogna. Dal fagottino il bebé la fustiga : “Corri vecchiaccia, muovi lesta le ali o ti licenzio.” La dispettosa risposta è un lancio senza paracadute. L’impatto accorcia di statura il bambin Silvero. Rimpiccioliscono anche il cranio e i suoi modesti contenuti.

 

epimìtio. disse il parruccato tycoon : votami e fammi votare, ti regalerò una bella, multiforme, plurima guerra. A te amico texano un lungo, fluente oleodotto : voilà, B52 e bombe a grappolo a mezzo droni. Chirurgiche. Così precise da aver spento la giovane vita di Adham, Aisha, Hassan, Aida, Ismael, Rasha, Karim, Raya, Nadir, Farah, Omar, Zahira, Rashad, Halima, Rayan, Kamila…  

 

epònimo. Via Silvero, piazza Silvero, largo Silvero, contrada Silvero, viale Silvero, quartiere Silvero, rione Silvero, borgata Silvero palazzo Silvero, rotonda Silvero. Campo santo Silvero. Toponomastico leader

 

errànza. vaghi smilzo Fassin-Grissino, tra una margherita e una rosa, all’ombra di un secolar ulivo, aspettando la fioritura del geranio protetto da una quercia appassita. “Flor-onnivago segretario…e fermeeeeteeee”

 

erubescénte. s’irrorano di rosso i capillari delle guance emaciate, avvampa il tenero Fassin-Grissino, nasconde il capino tra le mani ossute e timido rimbrotta il nemico. E’ per codesto effetto “f” che l’ulivo appassisce

 

esageròne. che Silvero sia prediletto del cielo può darsi e che sia prescelto dal padre eterno passi, ne ha fatti di errori l’architetto del mondo, ma che sia il recordman delle sex-performace… consentirà…fuori le prove

 

eslège. Pier Fassin, segr. Naz. Democratici di Sinistra (2001-2007): Silvero imperante, leggi stupefacenti in un’irriconoscibile Italia : in cento giorni licenza di falsificare i bilanci, rogatorie abrogate, attacchi alla carta sociale dei diritti, licenza di trasferire i processi dove aggrada agli imputati eccellenti. Fassin-Grissino, che fa? Esercizi spirituali in Val Camonica

 

esondàre. è la Pasqua del Signore : trabocca Silvero, tracima per ogni dove. Nella piazza San Pietro della globalizzazione cristiana eccoci a mezzo tra un oremus, Wojitila celebrante e lo spot di Silvero giunto con jet personale per non mancare a un sì allettante evento mediatico. Egli sussurra “La vie en rose”, viva voce e maxischermo. Fuggo prima che doni agli astanti il convertitore euro. Azzurro, naturalmente. Scappo e in fase di decollo per l’Avana sorvolo le parole del papa : “Siate umili, pregate per la pace, che vinca l’onestà”. Proprio in quell’istante un uomo in tuta blu, impegnato alla catena di montaggio, respinge al mittente l’euroconvertitore omaggio di Silvero consegnato dal capo reparto, missionario forzitaliota

 

espilàre. egli esternò: “un mil…due milion…che dico, tre milioni di nuovi occupati, pensioni alle stelle, tasse azzerate, vacanze di massa alle Seichelle, pago mi” : e tu che avresti votato, comunista ? Certo che no e nemmeno i concretissimi ragionier Bianchi, Rossi e Verdi.

 

estuàre. ribollente, ondeggia il popolo di Silvero. I ”fedelissimi” sventolano due bandiere Usa a testa e urlano : “Abbasso il burka, viva la libertà”. Il B52 perde una blu-bomb e la parola “pace” resta in fondo alla gola, inespressa.

 

etognosìa. dallo scanno di on. scaglia caccole rassodate da idonea manipolazione sulla nuca degli oppositori. Lo rifornisce il gruppo, scaccolandosi. Silvero legifera tra una caccola e l’altra

 

eudemonìa. Ci basta poco per essere felici : nella Juve solo giocatori di Torino, nel Palermo atleti siculi della conca d’oro. Sud e nord economicamente capovolti, il 91% di sì al referendum abrogativo di Silvero : dici che è troppo ?

 

eufonìa. regalami il suono piacevolissimo del silenzio, lieve, eccitante, intimo, coinvolgente, antistress, anti smog. Regalami l’afonia di Silvero e di Emilius, uniti nel miracolo di un audio-tilt

eufuìstico. Silvero, al padre eterno : “Mi consenta, il lignaggio mio e dei miei, compreso il Fede (le) chihuahua e i Previ (den) ti cocorito, meriterebbero il regno dei cieli, che dico, un impero. Facci Lei

 

eziandìo. Egli altresì disse allo zotico : “di che ti lamenti ? hai fame ? vieni da me, ti sazierai” “Silvero, ma ho moglie e figli…” “portali, caro amico, sul mio prato ho un’erba alta così. C’e n’è per tutti”

 

 

Effettivamente emerse etereo dall’estuario dell’Ebro, enunciando ermetiche esternazioni ermeneuticamente esilaranti. Emissari estenuati dell’emiro esitarono. Esasperati, enuclearono elementi estranei dell’esperienza elementare esaurita ed esautorarono l’eunuco evitandogli esemplari eiezioni dall’empireo, nonché elemosine estemporanee. Esplose l’estrinsecazione dell’estraneità sì da esigere empiriche eccezioni all’eresia d’Ercingetorige III Euclideo

 

F,f

fabianìsmo. sarà pure democratico sovvertire il regime lento pede, ma erodendolo al ralentì, dear Fassin-Grissino, ci sarà modoe di concedere tempo alla società dell’ingiustizia e della disuguaglianza

 

fabliàu. Sul naso del Silvero Primero, a disvelar bugie, improvviso spuntò un foruncolo allorché declamò: “Posti di lavoro a bizzeffe”, dei senza lavoro facendosi beffe. Fu continua menzogna, senza averne vergogna e il foruncolo ingigantì

 

faccialèi. il Paese, incosciente, disse a Silvero : “Mi fido, faccia lei”. Il popolo dei delusi a Fassin-Grissino: “faccia lei”. “Basta, grazie, faccio da me”

 

fallicìsmo. “specchio, mio specchio…”: specchio a ingrandimento s’ebbe il Silvero Primero, per declamare, guardandoselo : “O mio pisello divino, consenti che il popolo ti adori.

 

falòtico. o balzana compagna di eros-exploit, o partner stravagante di sedute multi-sex : capisco l’estro ma perché tu la sola femmina e oltre me sette maschi iperdotati ? A lotta impari m’hai condotto, egoista ninfomane.

 

fané. rosso era il progetto, incuteva rispetto. Sugli obiettivi nessun sospetto, ingiustizie prese di petto, itinerario comunista perfetto. Poi tutto è sbiadito, appassito, sfiorito : marxisme, adieu

 

farfanìcchio. aggraziato aggettivo atto a narrare il minimalismo   psicofisico di Silvero

 

farinèllo. naviga nella sclera il pupillone di Fassin-Grissino e il suo capino di cinciallegra sbanda sull’esile collo. Il polso? mingherlino.

 

fashionàble. dal modulo di iscrizione al club di Silvero tre risposte azzeccate ad altrettante domande : a) Cravatta ? “Nera a minuscoli pois” b) Cappotto ? “In cachemire, grigio topo” c) Boxer ? “A stelle e strisce”. “Ok, arruolato, avanti un altro”

 

feéd bàck. sotto lo scanno di Silvero Primero, l’ intelligence pose un pulsante. Preme il Silvero e l’onorevole sedere di Elius Vitus riceve scariche da 360 volt sicché il tapino sa: devo applaudire

 

fifty-fifty. Mondo cane. Dice l’Istat, un pollo a me, uno a te, ma è statistica virtuale. Il vero è: due polli a te, nessuno a me, che diviso per due fa uno a te uno a me, nessuno in Ruanda e dintorni. I polli, intervistati, hanno dichiarato di amare i “vegetariani”, gli anoressici e i ruandesi inappetenti coatti anche di più.

 

filatéssa. è saggio Silvero Primero. Lungimirante è, fascinoso, intelligente, appetitoso. E’ altissimo, morbidoso, onnipotente, prediletto del padre eterno, chiaroveggente (Emilius Fidelis Prostratus, elegie, tomo II, versetto 10)

 

filautìa. guardandomi t’illumini d’immenso, ascoltandomi odi arie celesti, emulandomi salirai in paradiso, venerandomi sarai emendato dal peccato : il padre eterno e me ? culo e camicia (dai Diari di Silvero)

 

filoneìsmo. nuovo il reggicalze nero a trama larga, disegno astratto, cucitura larga, contrasto acuto, eccitante, sulla pelle lattea : quasi, quasi…ti sposo

 

fingitòre. simulazione, odiosa alterazione della verità, interessata apologia del padrone, adulazione plateale del di Lui ingegno : cento euro per ogni “bravo”, “bello” “gagliardo” o “fico” affiancati al nome Silvero. Emilius Fidels Prostratus si assicura così l’invito al banchetto dei Vip, il posto alla destra del prediletto dal padre eterno e un appetitoso vitalizio.

 

fintàggine. “orsù, italiani, vamos in Afghanistan, a combattere il terrorismo e farvi sbocciare con la democrazia il progresso, arrivassimo in tempo, potremmo raccogliere le briciole del business ‘ricostruzione’”.

 

fiorettàre. Silvero, intervista esclusiva a Emilius Fidelis Prostratus : “Consentite, uomini e donne del mio amato Paese, di esternare plausi all’orgoglio patrio che ha reso nobile la spedizione in Afghanistan al fine di garantire pace e ritorno alla democrazia e soprattutto una crociera in Medio Oriente ai nostri giovani difensori della Patria”

 

fiottìo. Ancheggia la divina fanciulla, su tacco vertiginoso. Sodo è il gluteo, dritto il midollo, fermo il passo. Chi sbanda, slitta, deraglia è il padan Cel’hoduro: incespica e inverte rotta a ogni mutar del vento

 

flagiziòso. (al quadrato) Silvero Primero è in banca, in mano un assegno multimilionario : “orsu, me lo cambi” / “e lei chi è ?” / “Silvero, il prediletto del padre eterno” / “documenti…” “documenti ? ma lei sa chi sono io ? / “sorry, niente documenti, niente cambio” / “ma è pazzesco, la farò licenziare” / “Piuttosto, faccia qualcosa per essere riconosciuto…ieri, proprio qui, un famoso giocatore di calcio ha eseguito diecimila palleggi. Non poteva essere che Maradona. gli abbiamo cambiato subito l’assegno” / “ma io che faccio ? potrei dire solo…quattro cazzate” / “prego dottò, ora sì che la riconosco : li vuole in tagli piccoli o grandi ?”

 

flagiziòso bis (al cubo). Mefistofele porta agli inferi Silvero Primero appena spirato ed Egli : “Ma che schifo, dove sono capitato. Presto mettiamo su un harem con dieci olgettine, di forme come il padre eterno comanda, organizziamo un derby Milan-Inter” e un’indagine psico-mondana della De Filippi”. Il padre eterno, a Pietro : “Scandalo, mandalo più su, in purgatorio”. Silvero obbedisce, ma borbotta: “Qual grigiore…presto, si recuperi l’ultimo Pieraccioni, prelevate sulla terra la Marini, accendete luci colorate su tutto questo squallore…”. Il padre eterno, avvertito, a Pietro : “Eresia, mandalo quassù, cosa mai potrà cambiare in paradiso ?” Sale il tappo malefico e apostrofa Pietro : “Fammi parlare col capo”. Trattative serrate, Pietro comunica a crapa pelata : “Ok ma solo tre minuti”. Dopo un’ora e quaranta il Custode del Paradiso origlia preoccupato e gli giunge alle orecchie il motto dell’onni potente : “Dear Silvero, su questo sarei d’accordo e anche su quest’altro, ma dimmi, perché a me la vicepresidenza?”

 

flèto. s’inumidì inutilmente di pianto il globo oculare di Fassin-coccodrillo dopo la Waterloo del primo anno post-duemila, allorché la storica presa di potere della gauche naufragò nel mare magnum della droit

 

fliàci. meglio di Zelig, frizzante cabaret lumbard, meglio di Totò, Peppino e la malafemmena, meglio di Gianni e Pinotto : fanno meglio i sudditi devoti di Silvero Primero. Da sbellicarsi le loro giullarate in Val Padana.

 

fluvìda. alta sull’onda ne discendi graziosa, t’avvinghi al torace, mi vuoti l’anima. O sismica e strabica predatrice, chi cazzo t’ha detto che ti preferisco alla masturbazione ?

 

fògo. Silvero, colto da libido culinaria, ordinò all’indigeno: “Scendi negli abissi e non risalire con meno di tre aragoste”. Obbedì il predatore e tra le altre ne prese una ipertrofica. Il lussurioso e ingordo mandante spirò soffocato. Nemesi sorrise.

 

fonosimbòlico. esempio : rasoterra a proposito di Silvero Primero e si noti la sintonia tra forma e contenuto. Altro esempio : Fassin Grissino, ovvero magrezza di dentro e di fuori

 

foràstico. Ella, invitata da me sottoscritto al San Pietro, sito segnalato con tre forchette e cinque stelle, incombente sull’incanto di Positano, si è negata all’amplesso, asocievole fanciulla e sol perché la mia mami m’ha chiamato Silvero

 

forfàre. Ella s’adopera da mane a sera a praticare l’illecito, l’illegittimità è mare per le sue bracciate, lo spazio celeste è occasione per i suoi raid nell’impunità : rifletta, Silvero Primero, anche Icaro venne giù con gran tonfo

 

forosétta. vieni dalla campagna e sai di fieno, di uva matura il cesto hai pieno, il ciel sul capo è dolcemente sereno. Stendi il corpo sul terreno e orsu, accoglimi nel tuo seno

fòtta. ah, insopportabile gelosia. M’hai spiato, seguito, intercettato, sospettato, indagato, assillato : ho stizza in fine per l’estenuante ossessione, addio

 

fràle. amai le tue lievi rughe all’apparire. Raccontavano padronanza della vita, sapiente offerta di eros, promettenti silenzi. Ti ripudiai il giorno dopo il tuo effimero tuffo nel lifting

 

francàbile. menda pensieri indecenti, laida predatrice : così ammanettato come potrei difendermi dalla tua frusta ? Stop al sado, passa al maso. Thank you

 

fràzzo. giunge acre l’odor di marcio, sale alle nari, attraversa devastante stomaco e intestino fino a fuoriuscire dall’unico varco possibile. Fragorosamente. Please, fatti più in là

 

 

frenastenìa. nacque e pianse. “eugn, eugn”. Tutti gli altri dicevano “nguè”. Il primo motto fu “ammam”, il secondo “àpap”. Per gli altri la normalità è “mamma, papà”. Cresciuto annuncia “cel’hoduro”, ma è millantato credito. O almeno dice così la Beppa che con lui inutilmente tentò di scopare

 

frenocòmio. primo a varcar la soglia del gerontocomio fu Cel’hoduro : s’accorse d’averlo floscio, come un Borsalino. Lo seguì Silvero Primero, appena perso l’ultimo capello. Completò i ricoveri nel demenziario Fassin-Grissino: insomma, aterosclerosi tripartisan

 

frinfrìno. magro di suo, smagrì vieppiù nel trapasso quercia, ulivo e margherita. Liberal-chic di suo, preparò sponsali inter-centristi ingentiliti da rose, garofani e gigli, ma finì single Fassin-Grissino, la sposa allo smarrito officiante rispose “no”

 

frùstra. ascolta il popolo Fassin-diessino : invano millanterai il liberal-americanismo per esempio di democrazia. Non farne cenno alle madri di bambini strappati alla vita, uno ogni secondi, per fame, malattie, stenti e mine antiuomo che vengono di lì

 

fuìo. e cioè, tentare l’eclissi dopo la malefatta. Fujette ninno scippatore (scappò il bambino, lingua napoletana), fuggono corrotto e corruttore, mafiosi e camorristi, pedofili e bancarottieri. Silvero Primero ? Mai. Egli gode, di stanziale, globale impunità

 

furàce. “Ciro, da grande che farai?” / “il pilota” / “oppure ?” “il dottore” / “oppure ?” / “il ricco”/ “e tu, piccolo Silvero ?” / “nella culla, ero neonato, sfilai dal petto della tata un deca. seppi allora del mio futuro”

 

Foraggiati furtivamente, i fanti forzuti fremettero fra frammenti di fresche fronde che fecero fibrillare i froci per frenetiche fantasie. I fanciulli frignarono, ma finirono per fruire di felicità fantastica. Si frangevano i flutti su fitti finali di foreste, il feticista ferì il fratello per fregarsi i festosi festoni nella festività di febbraio. Finì la fantasia e si fece il funerale del federale: sul fondale, fantasmi fluttuanti.

 

G,g

gabbacompàgno. …questa vince, questa perde, questa perde, questa vince… Gennaro punta un centone di euro sulla carta di destra, sapendola in anticipo vincente, d’accordo col croupier delle “tre carte”. Nuovo giro, nuova puntata : Gennaro mette un altro centone sulla carta di mezzo, sapendola vincente. Carmine osserva estasiato le vincite mentre finiscono nella tasca di Gennaro. Nuovo giro, nuova puntata. Carmine mette un centone di euro sulla carta di sinistra, scelta da Gennaro. Vincono in tandem. Nuovo giro : Gennaro sceglie la carta di destra, Carmine pure. Due centoni di euro a testa. Vince la carta di centro. Perdono in tandem. Nuovo giro : Gennaro annuncia l’obiettivo vendetta e poggia tre centoni di euro sulla carta di sinistra. Carmine gli sta dietro : vince la carta di destra. la domanda è : quanto ha perso Carmine ? Gennaro divide con il cartaro i cinquecento euro truffati a Carmine. Amen, o quasi. c’era una volta Cel’hoduro : …questa vince, questa perde, questa vince…il compare suo puntò sul centro sinistra e vinse, ripuntò sul centrosinistra e vinse. Benchè secolare, l’Ulivo fu abbagliato da sì agevole strategia di arricchimento. Nuovo giro, nuova puntata : il complice di Cel’hoduro puntò sul centro destra, gli ulivisti lo seguirono con ingenuità suicida. Vinse la carta di centrodestra. Amen

 

gabbadèo. primo giorno di scuola : Egli fu in aula con mezza ora di anticipo per conquistar la prima fila, centrale, banco dirimpettaio della cattedra. All’ingresso del maestro Egli aveva di già disposto dinnanzi a sé, in bell’ordine, il quaderno foderato di carta damascata pesante, antipiega, due penne a sfera blu, una in panchina, di riserva, una penna a sfera rossa, una nera, per varianti grafiche a richiesta, l’album del disegno, i pastelli in ordine cromatico decrescente. “Chi vuol venire alla lavagna ?”, chiese il maestro e il dito di ‘brunetto rasoterra’ si alzò lesto a prevenire la concorrenza. Fece l’appello il maestro : “Aloia” / “presente” / “Altieri” / “…” / “Brunetto” / “presente signor maestro, sono io…qui…alla lavagna” / “Bravo brunetto rasoterra, farai carriera. A che aspiri ?” / “Da grande farò il ministro, signor maestro”. Non non si può dire che non ci avesse avvertito.

 

gàbbo. è giocherellone Silvero Primero, è spensierato e pazzerello, scherzoso compagno di burla, allegro giullare, simpatico mattacchione. Appena messo il capo fuori dell’utero materno strizzò un capezzolo alla Tata, per vedere l’effetto che fa, a un anno piantò punesse a punta in su sulla sedia della nonna novantenne, a tre dette fuoco a fogli di giornale infilati tra le dita dei piedi del padre assopito dopo un lauto pasto domenicale, a sei anni spalmò di colla la sedia della maestra, a diciotto spinse un commilitone dalla rampa di lancio dei parà, accertandosi che di sotto non vi fossero reti di protezione né materassi. In piena terza età, per la delizia di fotocineoperatori e commentatori di eventi tragicomici, cornificò l’onorevole collega di un governo amico contornandogli il capo con mignolo e indice della mano destra inequivocabilmente dritti sulle altre dita, invece chiuse su se stesse.

 

galantomìsmo. “ho trovato un amico, ho trovato un tesoro, alleluia” : l’hai detto mille e mille volte, hai diviso con me dolori e angoscia, allegria, grandi abbuffate, viaggi di piacere in terre lontane e urla disumane allo stadio per la squadra del cuore, interminabili sfide di scacchiera e cortei No Global : a un passo dalla felicità ti ho scoperto a fornicare selvaggiamente con la mia donna : “per pura amicizia” fu il tuo alibi. Alle cinque della sera ho dimenticato bon ton e buonismo, la loro sinergica affinità : giovincello, ero un buon calciatore e colpivo la pelota di collo pieno, con magica potenza. Ho mirato alle tue palle. Ti sei lamentato e la voce m’è parsa molto bianca, come fossi un fanciullo alle soglie della pubertà. Bye, forever          

gallàre. [quattro volte galleggiare, dalla “Vita di Silvero Primero”] a) Silvero Primero. Finì in mare per scherzo, era di febbraio, in corso gli ultimi sprazzi di Carnevale e i suoi amici impegnati in goliardiche cazzate : incapace di interpretare il “crowl”, ignaro del “dorso”, estraneo a “farfalla” e “delfino”, Egli avrebbe eseguito alla perfezione la postura del morto, ma in fondo agli abissi. Il mare per il gusto di contraddire le leggi della fisica lo trattenne in superficie. Malelingue, malate di complottismo, giurano che in quegli attimi da tregenda somigliava come un gemello a uno stronzo, biologicamente attrezzato per galleggiare. a2) ne andò fiero il prode Silvero e da quell’avventura trasse convinzione di una palese predilezione del padre eterno per il suo futuro di vir potentis et meravigliosus. Con siffatta autostima insuperbì e si issò sui talloni dello scarpino inglese con rialzo b) Emilius Fidelis Prostratus si segnò con la croce a mano storta e cercò le stimmate nelle palme di mano del Silvero. Furono balzi da record i suoi saltelli, per vistosa allegria : sanguinava il prediletto del padre eterno c) in tour elettorale, Silvero Primero scelse “a caso” Castel dei Silvera per sondare l’umore del popolo. “Sommo Silvero”, l’apostrofò Geppetta, sedere basso da fatica quotidiana in campagna, “il signore mi nega la gioia della maternità, fa’ qualcosa per me.” “Che mi si portino un gallo e una piacente gallina”, replicò pronto Silvero e fu rapidamente accontentato. “Chudi gi occhi, donna senza fede”, così prescrisse Silvero mentre celebrava il rito della fecondità. “Respira profondamente… ancora…ancora. Apri gli occhi adesso, guarda il miracolo della natura, apprezza come codesto gallo corteggi l’alata pulzella. Impara, femmina di poca fede. Ora torna al tuo stallone e fecondata in un amen sarai.” Effettivamente partorì la donnetta. Mise al mondo, senza sforzo alcuno, un paffuto pulcino.

galluzzàre. lassù, al centesimo piano di un grattacielo svettante nel cuore della Grande Mela, metropoli del liberismo globalizzante, lassù, nella segretezza di office ovattati, giunsero uno a uno i padroni del mondo. Fra tanti si ergeva mister Oppenheimer, presidente del cartello di petrolieri impegnati a congiungere il tesoro dei giacimenti endogeni al patrimonio sconfinato dei Paesi arabi, con l’obiettivo di invadere il Vecchio Continente. Era di pochi giorni prima il crollo di Manhattan, lo schianto delle due torri rase al suolo e la voglia largamente diffusa tra il popolo USA di vendetta per ripagare l’orgoglio ferito, le vittime, l’americanità colpita a morte : Carl Oppenheimer si abbandonò a scomposte manifestazioni di contentezza e offrì lo champagne delle grandi occasioni ai boss delle “Sette Sorelle”. “L’oleodotto si farà e presto” annunciò inarcandosi sui talloni e sporgendo il petto “nulla ormai può ostacolare la via afghana del petrolio. Costerà qualche migliaio di morti, pazienza, ma il mondo è con noi e anche Putin è dei nostri per una cospicua ma non eagerata manciata di dollari”. A un niente, al piano centodieci, Victor ‘O Neal sedette a un capo di un tavolo imponente e guardò negli occhi i ventitré delegati di altrettante multinazionali dell’industria pesante, per lo più grandi produttori di armi e accessori di guerra : non fu meno entusiastica l’accoglienza al progetto di estensione dell’uso di bombe, aerei, missili e navi, nell’area mediorienale, con l’interessante corollario dell’ok all’incremento dell’attività bellica di Israele. Nello stesso piano del grattacielo “strategico” Paul Wincinskji fu interrotto più volte dagli scroscianti consensi del ceto imprenditoriale al piano di ricostruzione in Afghanistan : case e scuole, ospedali, chiese, reti distributive dell’energia, acquedotti, alberghi. Fatti i cazzi loro, con il braccio destro piegato a novanta gradi e la mano destra poggiata sul cuore, ‘O Neal,   Oppenheimer e Wincinskji con il loro esercito di adèpti conquistano un posto in prima fila sul palco di dove si ricorda la tragedia dell’undici settembre : scende una lacrima sul loro bel viso di patrioti, prima di sciogliere le file e dedicarsi allo stressante impegno di tener su il fatturato, a principiare il supporto futuro prossimo per il tycoon.

 

gammàto. che occhi, labbra, guance, orecchie. Che naso, tempie, zucca, collo. Che spalle e che seno, ventre, che vagina, che coscia e natiche, gambe, caviglie e piedi, che sguardi e che voce e…che altro… quale profumo dalla tua pelle e la lingua…ah, la lingua: e però, avresti dovuto tener coperta la schiena e nascondermi la croce uncinata tatuata sulla scapola destra. Sparisci, nazistucola maledetta

 

gàrgo. malizioso il PM. Pensò che mazzette miliardarie uscissero dalle casse con un paio di righe d’accompagnamento dei sottoposti : “Beneamato padrone, non si sorprenda dell’ammanco, abbiamo oliato alcuni meccanismi rugginosi”. Nulla sapeva Silvero. Egli era solo il proprietario dei miliardi, non li gestiva e nulla poteva conoscere di transazioni illecite. Di qui il coro unanime dei suoi legali sul tema “ma che bel complotto marcondiro-ndiro-ndello…”

 

garòso. sarebbe incline alla litigiosità Fassin-Grissino, ma gli fa difetto il muscolo.

 

gasìndio. a mani aperte e/o impugnando il manico di una gran padella e/o la gonna portata su a conformare un accogliente cofanata e/o un lenzuolo steso tra le braccia : così i prediletti di Silvero, proni, attendono di raccattare qualche caramella lanciata nel mucchio

gavazzàre. mi dicono che la rumorosità del tuo scomposto divertimento è sonoramente eccedente. Mi chiedo se ne hai ragione. I tuoi scialbissimi occhi guardano l’uno a est, l’altro a nord, le ascelle emettono vapori nauseanti, non hai fianchi accoglienti, i polpacci esorbitano dalla perpendicolare delle gambe di centimetri diciotto e non oso accennare alla vulva. Un prezzolato gigolò mi raccontò di un mese di convalescenza dopo un amplesso a pagamento con te. Please, volgi lo sguardo libidoso altrove.

 

gemicàre. trasuda resina dal pino, dal sughero trasuda l’aroma del Brunello, dalle tue ascelle umori acidi trasudano e dalla tua mente non trasuda un bel niente. Chi sottrasse al tuo cranio la minima scorta di cellule grigie che il padre eterno ebbe la benevolenza di affidarti per ingentilire l’idiozia congenita ?

 

giàrda. Patti elettorali : “Vota per Cel’hoduro e ti porto nel letto Tom Cruise”. L’ingenua padana, burla crudele, s’è ritrovata nel letto il Borghezio. Ora ci dica, donzella di Pontida, : la prossima volta a chi andrà la sua “ics” con matita copiativa ?

 

ginàndro. non salì mai dal petto la tua querula voce, voce di gola e di testa, femminea. Le t-hirt ti si gonfiano abbondantemente, per anomalie biologiche all’altezza dei pettorali e allorché procedi   ancheggiando, penso inevitabilmente a pupe ammiccanti, ma… ma sei maschio all’anagrafe. Esci dunque dal bilico, altalenante sessuovago

 

giòlito. distrazione festosa nel roof garden dell’hotel napoletano più in, dirimpettaio del Castel dell’Ovo, in una sera profumata di sale iodato : Silvero Primero porse l’orecchio alla musica di uno chansonnier partenopeo e fu così deviato sulla via di Damasco che conduce alla melodia. Egli chiamò a sé il musico, aggiunse un posto a tavola per ospitare un fine paroliere e dette il tocco definitivo a una canzone neaopolitana, proposta ai fedeli tifosi di sé in corso di meeting con schiavetti avvezzi a intonare laudi e osanna a ogni schiocco di dita. I prediletti del padre eterno, questa la morale, hanno un’anima in do-re-mi-fa e il prossimo G8 ha il suo cantastorie.

 

gioveréccio. Nikita Krusciov, con gesto tres chic, picchiò la calzatura sul banco del gran consesso delle Nazioni Unite, rumorosamente inveendo per sgarbi ricevuti. Chi pensa fosse una trovata irripetibile, si ricreda : Silvero Primero per contestare il popolo di denigratori armati di penna e telecamera, sfilò il mocassino dal piede destro e mostrò al mondo il fondo del calcagno. “Nessun rialzo”, ammonì, ma ai più accorti non sfuggì che nel tacco era occultato un doppiofondo, di centimetri quattro e mezzo.

 

giuccherèllo. Emilius Fidelis Prostratus dixit pro Silverus Primerus : est magnus, virilis, magnificus, unicus, olentissimus, amatissimus dal padre eterno. Di lassù, tra l’ilarità di angeli e santi, lo zuzzurellone fu destinato al girone terzo degli inferi, dove arrostiscono mediocri clown e goffi giullari

 

giuggiolòne. pacioccone Cel’horobusto fu sorpreso dall’indiscreto obiettivo di un intrigante telecineoperatore nell’attimo tenerissimo di un sorriso donato con occhio languido a Silvero Primero, che con mano lieve carezzava la sua guancia sinistra, evidentemente indugiando nel gesto : ovvero love in val Padana, roba da   iper “blob”, svanita il 5 di marzo del 2018.

 

giuraddìo. nudo, tra due abiti miei, nell’anta sinistra del guardaroba che condivido con la Peppa insieme al conto corrente, la casa soppalcata e la “Treccani” : lì si è rifugiato il muscolare idraulico appena uscito dal letto a due piazze. Ella, che il cielo la fulmini, ha farfugliato “Non badarci, è il falegname, sta registrando la chiusura dell’armadio…”

 

gnàffe. sono sincero, fidati : ho messo il cuore nelle tue mani rapaci, ho vuotato l’anima per donarti passione e fedeltà, ho vuotato il portafogli per riempire il tuo conto corrente, ho rinunciato al calcetto, ai film d’azione, al pokerino del giovedì con Ciccio, Peppe e Venceslao. Mi costi un patrimonio di rose a gambo lungo (ne vuoi un fascio robusto tre volte alla settimana), premetto che compri per capriccio quello che costa di più, il mare che ti offro non è mare se non ai Caraibi, schifi la montagna se non è Cortina e, tu, ingrata femina, ti concedi alle gioie del sesso una tantum. Sono sincero, fidati : “Ma vaffan…”

 

gnàgnera. era di maggio e fiorivan le rose. “Voglio una torta di petali macerati per mesi sei, presto…” Così implorasti. Colsi una dozzina di boccioli odorosi, il principe dei pasticcieri li trasformò in un monumentale omaggio al tuo fine palato, saziai felice la tua voglia. Era di giugno e i gabbiani scaldavano le ali esponendole a un carezzevole sole pre-estivo. “Presto, ordina una statua di cera della nonna Carmela” fu il secondo incoercibile desiderio. Volai a Londra e con mille euro portai con me sull’aereo della “Go” il busto impettito della madre di tua madre, supplicando il dio dei mariti disgraziati perché mantenesse costante la temperatura nella carlinga, al fine di impedire il dissolvimento della scultura in cera liquida. Neanche tornato in patria, il tuo viso di temporeggiatrice si aprì in un radioso sorriso, ma solo per un attimo : “Ho caldo, soffoco, costruiscimi un igloo se mi vuoi bene”. L’avrei anche fatto, se avessi potuto dimenticare che eravamo in agosto, nel bel mezzo di un inferno equatoriale. “A biondaaaaa”, così l’apostrofai uscendo da uno squarcio di dignità ritrovata “Una voglia di ghiaccio non l’ho mai vista. Pedala, va…va, che fa bene al pupo e manda via le voglie

 

gnaulìo. so che ci sei da un tuo miagolar piagnone, di micia priva da un semestre di sussistenza gastronomica. “Perché frigni”, ti chiedo amorevolmente, “Son qui, dimmi delle tue pene”. Replichi : “Ecco, proprio di pene trattasi, bellimbusto senza impeti erosadomaso, di pene nel senso di attributo degli attributi”. “Mortificami pure, mostruosa nanuncola, ma conta fino a dieci prima dell’invettiva e in quel breve spazio di riflessione osserva con lucida imparzialità l’orrida immagine di te rimandata dallo specchio : pensi ancora che sia ricchione ?”

 

gnègnero. piano quarto, scala “C” di casa tua. Essendo l’alcova già buia al cento per cento mi sussurri : “Se quel che cerchi è sazietà di fornicazione, spegni la luce.” Essendo ghiacciato il tuo sesso, geli impietosamente il mio e azzardi uno sfacciato “Forse non ti piaccio ?” Essendo che al piano terzo, medesima scala “C”, la bollente, prosperosa e fascinosa Titina è in trepida attesa di me, il buon senso mi dice di fingere impotenza e saltare quattro a quattro gli scalini in discesa che mi portano nel suo talamo, in piena luce, al piano inferiore.

 

godìo. Acapulco, ore dodici e trenta : supino sul soffice materasso di un lettino una piazza e mezzo ricevo da una super-bambola-misure-a-posto e sorriso-che-conquista lo “stinger” miscelato da Eusebio, campione mondiale di cocktail e affini. Sopraggiunge Onofria che, nome a parte, fu esclusa dalla selezione miss Cosmo per palese superiorità sul lotto delle rivali. Mi bisbiglia nell’orecchio destro, quello delle fantasie erotiche, mon amour, ho voglia di te”. Il cielo è blu, il sole scalda i muscoli, sì…anche quello del basso ventre, il conto in Svizzera cresce per conto suo. Sorrido e penso a Silvero Primero, costretto a corteggiare Cel’hoduro. Chi ha detto che chi s’accontenta gode ?

 

grandìgia. tu su tacchi da vertigine, io rasoterra, tu al mattino con su Valentino e a sera di Ferrè addobbata, io con su pezze di svendite domestiche, tu platinée per mani olimpiche di coiffeur internazionali, io raso a zero con macchinetta in saldo su bancarella cinese, ma quanto a cervello non ti cimentare vuota donzella, che il padre eterno fu scozzese nella fornitura quando ti espulse dall’utero di mammà. Vedi, non mi vanto neppure della mia schiacciante superiorità intellettiva. Sarebbe come uccidere una donna morta

 

graveolénte emanò insopportabile odor di coma il sarcofago che custodisce le idee di sinistra. Amici e parenti, affetti da rinite, non colsero per tempo l’odor di morte.

 

grìccio. scopare non scopi, cucinare non è arte tua, a cultura sei un crac, non hai la erre e la compensi con la s a zeppola, fai solo figlie femmine, ti devasta la cellulite, avendone trentadue dimostri sessantaquattro anni, se ingoi fiori di pesco puzzi d’aglio. Anziché occultarti e ripudiare le relazioni pubbliche t’incapricci a seguirmi come un’ombra : ti ho donato una 45 special e non per il tiro a segno. Ti piace il brivido ? Asseconda la libido, gioca alla roulette russa, good look

 

 

Garantito : guidando goffamente, da gonzo, giungerai gemendo a gonfiare le gote e giacendo a Genova di giovedì godrai di gioventù gioviale, generosamente gentile, giacché in ginocchio genererà in-giustizia e giustapposizione solo il gelido geocentrismo di generali da genocidio. Gioverà genuflettersi ? Giurano : meglio giocare con giocondi giannizzeri di Gerusalemme che gingillarsi con gialli giunchi di Giava.

 

 

H,l

 hallalì. Sic et non simpliciter, l’urlo di caccia di Cel’hoduro dà voce alla campagna xenofoba che Bombolo-Borghezio vomita rompendo le balle al florido Veneto che senza neri, gialli e slavi, chiuderebbe bottega domattina. Alé, padani, toccherà anche a voi il redde rationem quando in Brianza invocherete l’arrivo di braccia forti e generose.

 

hapax. unico, raro, inimitabile, irripetibile esempio di belligeranza tra interessi pubblici e privati, eccezione mondiale alle regole dell’incompatibilità : detto Silvero Primero

 

heil. a leggerlo, ’sì lieve e breve, praticamente un soffio con aspirazione iniziale, sarebbe perfino simpatico questo deutsch “salve”. Affiancato a “Hitler”, osservate l’effetto che fa

 

hysteron e proteron. sposami e fidanzati con me. Fai gol e tira in porta. Dipingi una natura morta, compra una tela. Deponi Silvero Primero, vota a gouche. Oniriche posposizioni, per ora.

 

 

H : essendo “acca”, cioè “h” non c’e’ un acca, cioè un “h” da arzigogolarci su, comunque : IO HO, tu non hai, egli non ha, NOI ABBIAMO, voi non avete, essi non hanno (dai diari sulle coniugazioni Silveriane)

 

 

IJ, ij

 

jacquerìe. c’erano una volta il feudo, l’oppressione medievale sul popolo senza voce, il contadino escluso dal reddito della terra, il diritto di abusare impunemente delle donzelle. Fu rivolta, sollevazione delle classi oppresse. Cos’ha di diverso il regime di Silvero-Ce lìho duro, e cosa attendono gli oppressi ?

 

icàstico. sbava parlando, unto è il capello, si compiace di una scomposta casual spettinatura alimentata a gel. Cravatta, camicia e giacchetta sono eternamente sul ring a scazzottarsi. Il gergo è da infima osteria delle periferie incolte, l’insulto è greve, l’ugola aspra, come strigliata da una raspa a denti irregolari. Il calzino cala sfiduciato sul malleolo, l’uso del bidè è opzione ignorata. Dal gargarozzo vien fuori un tanfo di aglio semirosolato e di novello acidulo, la mimica abbonda di ghigni illusoriamente minacciosi, il congiuntivo difetta. Tale esemplare di pessima padanità, secessionista da strapazzo, alias cCe l’ho duro, strizza le palle di Silvero Primero, efficacemente rappresentando in qual Paese delle Banane si esprima il loro sofferto sodalizio.

iconoclàsta. “Mi consenta di consentire che si consenta a chi acconsente di ottenere consensi”. L’irriverente censura del bravo imitatore al melenso formalismo di Silvero Primero, sciorinata di getto con tutte le “esse” dolcissime e quasi nulle, da soffiare lievemente all’orecchio del popolo, molto irritò l’uno del Signore che lesto convocò Devoto, nonché Oli e prescrisse loro “Sparisca dal dizionario il verbo consentire”

 

iconolàtra. confesso, ammetto, svelo senza pudore, dichiaro ufficialmente, comunico via fax, e-mail, gsm, a mezzo posta pneumatica, prioritaria, celere, aerea, mediante manifesti, volantini, depliant, libri bianchi e neri, striscioni da stadio : possiedo il foto-calendario di Sabrina Ferilli sul muro che fronteggia il letto, sul lunotto posteriore dell’auto, in formato ridotto nel portafogli, nel portaritratti di radica dove troneggiava un tempo il piglio da matrona della nonna paterna, in un volume di filosofia teoretica, a far da segnalibro, nella tasca interna del vestito “buono”. La superdota vamp sembra sorridermi, forse riconoscente, per siffatta adorazione delle effigi sue

 

ierofanìa. su navi da crociera, navigava felice nel Mediterraneo l’estroverso Silvero e allietava texani petroliferi e settantenni californiane in gramaglie per la dipartita del facoltoso consorte, donzelle giovani esteticamente ignorate dal dio della bellezza e froci assatanati. Sulla via del ritorno, allorché la vacanza mediterranea volgeva al tramonto, l’occhio del nostro fu prigioniero di un tramonto rosso pompeiano con intermezzi di verde acquamarina : infilandosi veloce sotto la traccia dell’orizzonte, il sole fu oscurato a tratti da nubi spesse e fuligginose a ritmi da ticchettio telegrafico. Nel gergo Morse dissero “diletto Silvero, non è più tempo di animar serate su piroscafi di vacanzieri, studia da presidente e sarai ripagato”. Era il padre eterno a segnare miracolosamente la via di Silvero che obbediente divenne Primero, per il bene e il sollazzo dell’umanità.

 

ieromànte. frugò le visceri di una zoccola in calore la mia Cicci e ne fu illuminata. Seppe che l’uomo della vita sua, cioè me, sentiva attrazione fatale per novanta di toraci pettoruti e virginei. Lesta, affidò le smunte tette al bisturi d’oro della chirurgia plastica riempiendo i vuoti con abbondaza di silicone e modellando il restauro sul calco della di Milo Venere. “E’ quasi estate, disse la famelica cacciatrice di single in età maritale e attrasse me medesimo in una sua villetta di campagna, trentadue stanze e accessori, ai bordi di una piscina bi-olimpica immersa in odorose azalee. Svenni, confesso, alla vista di poppe siffatte e mi sfuggì un “dolce Poppea” che, blasfemo, avrei maledetto ai piedi dell’altare di dove don Subdolo mi chiese “Vuoi tu…” per ottenere il sospirato sì della mentitrice. Mi salvò l’assegno del suo papà che investimmo nel classico, usuale giro aereo del mondo. Usciti dal decollo, il jumbo jet puntava convinto al cielo : sfiorati i diecimila d’altezza, un botto da infarto scosse la fusoliera e la baby, rossa in viso come un maturo peperone, si rifugiò a leste falcate nella toilette di bordo a nascondere la neo condizione di amazzone, un seno fiorente, l’altro esploso, azzerato. Dovette venir fuori però e in quel momento di fortunate coincidenze astrali finsi sorpresa, stupore, meraviglia, indignazione, vergogna e le dissi “o sleale falsodotata, d’ora in poi ciascuno per la sua strada”. Intanto sbirciavo con libidine il davanti di Eufemia, hostess gentile, nome orrendo e tette da sballo senza trucchi.

 

imbaccàto. dice la stanga : “Mi eccita lo champagne, ma di più se è dell’annata che mi ha dato i natali”. “Garçon”, ordino di getto, “una bottiglia dell’82, please” : il giovanotto empie la coppa a questa Naomi da sballo che manda giù il nettare spumeggiante d’un fiato. Seconda coppa dopo un attimo, terza, quarta e seguenti ogni trenta secondi circa. E’ stracolma di alcol la pupa monumentale e mi stravacca ai piedi, ridotta a pietosa condizione di coma incosciente. M’escono di tasca centocinquanta euro e finiscono svelti nel registratore di cassa dell’enotecaro. Dopo una notte in bianco, il fioretto : giuro sulla testa di Petronilla che da oggi in poi, prima si scopa, poi la goduria.

 

imbarbogìre. iniziò a coprir rughette con lievi spolveratine di fard. In vista di telecamere scelse il lato migliore, calza di seta da femmine sull’obiettivo, videoriprese da sotto in su, distanze senza rischio primo piano. Minuti, ore, giorni, mesi e anni son devastanti per tutti. Anche per Silvero Primero, il quale, convocato il gotha dell’estetismo per maschietti, ammise infine il declino della pelle, chiese “aaiiiuuuuttttooooo” e s’arrese all’undicesimo comandamento : a ruga profonda rimedio estremo. Perciò iperdosi di cerone, tinture vegetali del capello, busto addrizzaschiena. Tira qua e tira là, tra non molto dovrà stirar la pelle con il bisturi e infilarsi un bastone nella schiena per reggerla dritta. Oppure accettare l’assioma : “Invecchiare è legge di natura”

 

imberciàre. mia dolce, mite Venanzia, ne azzecchi una su milletrecentoventisette. Ti ho condotta con me nei paradisi dell’azzardo, ogni volta con una pila chilometrica di fiche. Ricordi Saint Vincent ? Ottantanove volte di seguito uscì il rouge e tu ottantanove volte hai investito i miei euro sul noir. Darling, datti al   burraco

 

imbertonìre. amarsi pazzamente e dirsi addio ? Un classico. Come un ossessa t’avvinghiasti all’anima e al pisello mio. Dicevi “Mi sveglio, sbadiglio, mi levo dal letto, faccio pipì, lavo denti, ascelle e parti intime per te, vita mia”. Giuravi : “Fa schifo Tom Cruise, Harrison Ford è un cesso, Roul Bova un’immondo scarrafone. “Tu, tu sì” dicevi “tu popoli i miei sogni, le brame, la libido di me fanciulla vergine e vogliosa.” Quasi t’ho creduta. M’assalì il dubbio allorchè vidi assottigliarsi il portafogli dopo ogni amplesso, giusto il tempo d’allontanarmi per un bicchiere d’acqua di frigorifero. Vipera biforcuta, addio

 

imbirbonìre. hanno preso a girotondare i disillusi e sospinti a movimentarsi dal motore degli impazienti si son dati la mano, hanno acceso fiaccole, stretto in oceanico abbraccio palazzi della giustizia, dell’informazione e della scuola, occupato piazze ’sì grandi da far tremare polsi e tempie. “Birbanti” ha detto loro Silvero Primero, non dimenticate che la strofa del girotondo si conclude con “tutti giù per terra”. A girar come trottole, i girotondini si son persi anche il miracolo di Silvero Primero che   espropriato il nasone di Cirano, riconquistata cioè l’appendice dell’olfatto, annunciò di camminare sull’acqua e di moltiplicare pane e pesci.

 

imbòlo. giovani madri danno la vita a creature incolpevoli, “di nascosto”. Ragazzini ribelli rispondono al proibizionismo fumando di nascosto nei gabinetti della scuola e replicano all’avarizia pedagogica del papà sfilandogli euro dal portafogli nottetempo, bucandosi proprio perché non si può, non si deve e fa male alla salute. Di nascosto, uomini e donne uniti in matrimonio si danno a donne e uomini congiunti in altri matrimoni. Tycoon Trump onora di nascosto le cambiali elettorali firmate a petrolieri e armaioli. La prossima rivoluzione arriverà forse di nascosto.

 

imbubbolàre. omelia del buon samaritano di governo : “Piuttosto che battere al freddo e all’afa, piuttosto che tremare di paura, d’estate e in inverno, piuttosto che buscarle dal “pappa” per scarso rendimento e dal passante sadico per disciplina professionale, piuttosto che venderti senza dignità… vieni fanciulla, vieni in una confortevole casa : qui eserciterai felice e giuliva il tuo antichissimo mestiere. Ma sbrigati, ho fretta di farti visita. Certo, una visita di piacere.

 

imbuscheràrsi.me ne infischio”. Volevo redimerti, emendare i peccati tuoi di invidia, gli eccessi di fornicazione, slealtà, ingordigia. T’avrei fatto donna di preclare virtù, amabile, matrimoniabile. E tu ? Mi hai scaraventato in faccia un “me ne infischio” e mi ritrovo ingenuo moralista, mentre tu scopi con gran sollazzo di Peppino che oltre tutto è il mio miglior amico. Beh, sappi che non riesco a infischiarmene.

 

imbuzzìrsi. ho comprato rose da collezione per te. Le hai trovate nella suite del George V, in una sera di molte magie, rarissima per Parigi : tepore primaverile, al Bouburg il meglio di Mirò, ostriche elaborate da Michel Le Grande, mitico chef di Chez Maxim, nell’aria il canto di una fisarmonica emula delle struggenti melodie di Astor Piazzolla, una voce appena sotto le righe, dolce come il miele, ma improvvisamente aspra di ribellione, poi orgogliosa per enfatica grandeur degaulliana. Ero in forma quella sera, da soddisfare pienamente astinenze sessuali protratte. Prima di intriganti variazioni al Kamasutra, ti ho cinto il collo con un gioiello di Bulgari da tasche di emiro petrolifero. Ingrata pulzella, hai continuato a tenere il broncio : allora adieu, torna a casa con l’autostop, ma molla prima le rose, il collier e lo champagne d’annata

 

 

immarcescìbile. impossibile da corrompere l’onorevole : reclina l’obolo di dieci milioni sdegnato. “Non sa chi sono” urla infuriato nel Transatlantico. “Toc, toc” alla porta della camera 17 dell’albergo capitolino “Cinque stelle”. “Avanti” è l’invito del medesimo onorevole, l’incorruttibile. “E’ in ritardo” “Pardon… il traffico, sa…prego verifichi pure”. Nella valigetta tres chic, fasciate con ordine svizzero, mille banconote da cento euro, di mille serie diverse. “Ok ?” “Ok”.

 

imminchionìre. ma quale eternità : cede un ginocchio, la prostata s’infiamma, vien giù la cateratta, il coso per ergersi chiede flebo di viagra : che vita è, se non sei longevo almeno quanto Picasso ?

 

impancàrsi. avvolta di sete rosse, ogni cosa visibile in trasparenza, Ella veniva avanti con piglio altero, da nobildonna, l’occhio fisso nel vuoto, indifferente agli osanna di bavosi adoratori : ma dovette parlare, per rispondere con finta aria burbera al quiz dell’intrigante giornalista del patinato settimanale che le chiese “Cosa c’è nel suo futuro ?” “Se nei miei sogni” rispose Ella, “ci sarebbe il cinema, fossi la nuova Loren…”. S’era messa in cattedra anzitempo la fanciulla, ignorando che senza frequentar grammatica e sintassi, il massimo dell’aspirazione sono le migliorie estetiche raggiunte grazie al silicone

incagnìto. preda di mille asprezze, Cel’hoduro è divorato da ostilità originate dal profondo di visceri infette, roso da frustrazioni esponenziali. E così, perseguita i sud del mondo, gli immigrati senza pace e le genti al di sotto del Garigliano, sol perché nella sua casa padana, per non svenire, a ogni risveglio deve misurarsi con specchi e superfici riflettenti, uscendone suicida o giù di lì. E’ incazzato specialmente con se stesso

 

in càmera caritàtis. “titò, detto tra noi, come fossimo in un metaforico confessionale, io tua moglie proprio me la farei”. “Oj Pè, detto tra noi, nella più totale confidenza, io tua moglie me la son fatta”.

 

 

indàrno. fatalmente vanitosa, raccogli margherite per cingerne la fronte e metti gardenie all’occhiello e spandi petali di rosa sul cammino a cui t’appresti e inghiotti chiodi di garofano e t’aspergi con estratti di mimose e gelsomini. Spiegami allora, perché puzzi di cetriolo ?

 

indettàto. “vuoi Missoni o Ferré ?” “Valentino” “ok, Valentino. Bahamas o Seichelles ?” “Capri” “La parure, di Bulgari o quella di Gucci ?” “Di Cartier”. Non era amore il mio, bellezza : ti promettevo lussi da regina onde proporti notti d’amore. A obiettivo centrato, ho lasciato sul comodino del “Ritz” cento euro e una coppia di orecchini made in Taiwan. Adieu. subdolamente tuo…

 

indiaménto. per grazia ricevuta Silvero, dominus of government pro tempore partecipò alla gloria del padre eterno e similmente a un destino sovrumano : sicché levò indice e medio, avvolgendoli con il pollice, in atto di benedicente superiorità per comunicarci di qualche altro articolo della Costituzione, manomesso, abrogato, dismesso. La sacralità dell’articolo 11 fu annientato con la spedizione di “giovani leoni” in armi nella terra bruciata   dell’Afghanistan, dove non giunsero mai, stoppati dai carissimi amici americani: talché spendemmo palate di euro per l’abbronzatura dei militi nostri a bordo di navi senza meta. L’articolo 18 fu attaccato a spallate, il numero uno, ignorato specialmente nel sud del Paese, è un’utopia dalla nascita, l’11 è stato disatteso : che altro, mister Silvero, a chi tocca pagare prima che il padre eterno s’incazzi sul serio ?

 

indonnàrsi. “nel cielo si leva un canto angelico, è la tua voce che mi avvolge di melodiosi accenti. Il sorriso apre i cuori al gaudio, è la tua bocca a donarsi. No, non dir nulla, un greve effetto Ciociaria cancellerebbe ogni merito.” Ma ella replica : “Vaffan…” “Appunto di questo parlavo, della tua linguistica levità, dell’arduo possesso di un nobile eloquio

 

indòzzare. disse Baffino “Ehi, ehi, punta al centro, è lì l’en plein”. Ma per chi ? Con inni al liberismo modello USA il tenero Veltron-Veltronis stregò popolo e militanti : la barca sbandò, perse la rotta, finì nella scia dei vincenti. Recitò formule misteriose, abracadabra da grande affabulatore il Renztoscano: “Tutti insieme, né a sinistra, né a destra, dritti alla meta”. Disobbediente, il Paese volse a destra pagando con sconcertanti effetti il malessere originato dall’esoterismo del centro-sinistra-centro

inesoràto. dici : “Il mio pianeta ? Ma la luna, ovvio” e corro in quel di Mosca, intasco a suon di rubli il ticket del passaggio astronautico per la pallida dirimpettaia della Terra, la trascino fin sul tuo capo e ti chiedo : “Contenta ?” Chiusa in una crudele indifferenza, grugnisci appena. Scrofa senza cuore sei.

 

infallanteménte. non v’è traccia di incertezza nell’espressione arrendevole del viso, nulla tradisce l’emozione per l’incontro, fermo è il passo e forte la stretta di mano, languido l’occhio, brillanti le labbra semichiuse, invitante l’apertura generosa della camicetta e affatto casuale. E allora, perché mandarmi in bianco, bottana Eva ?

 

infèsto. “il popolo è con me” : l’annuncio di Silvero Primero trasse residua energia e fiato dal sondaggio “fake news”. Si rfifugiò in nouvelle burlesque

infocàto. Solo in area desertica al di qua della barriera anti Gaza. Il fuciliere er scelto punta l’arma con super cannochiale. Bum! Cade colito il giovane palestinese. Un selfie del cecchino rivela l’esultanza del prode israeliano “Che colpo, ah,ah,ah, centrato”. “Cattivello” commenta Netanyau, ma in tasca palpeggia la medaglia di merito da appuntargli sul glorioso petto. A suo tempo il mondo s’interrogò: fake news o cronaca vera: testimoni ritenuti attendibili raccontarono di Gaza assetata, di un suo acquedotto disintegrato dalla furia distruttiva dei missili in partenza da Israele. Nayla, suo figlio Alaadi e tante donne, altrettanti figli, andata e ritorno per riempire un secchio d’acqua prelevata da un pozzo da portare a casa sulla testa. Il sole è alto in cielo, picchia sul metallo del secchio e rimanda una luce viva, ben visibile. I cecchini rompono la noia del non fare. Puntano i fucili di precisione venti centimetri più in basso : le teste sussultano, i corpi si piegano. Al suolo, in croce, teste e corpi di madri e di figli assetati.

 

infrollìmento. impoverisco invano per te. Ho elargito milioni all’imbonitore televisivo per tubi di maleodorante, presunta pomata antirughe e i segni sulla tua faccia di sessantenne mal conservata sono diventati solchi profondi. T’ho messa sul Concorde per affrettare il consulto di doctor Vanzisckji, autore di abili magie del bisturi-laser su glutei, tette e ventre adiposo…e tutta cicatrici ti hanno rispedita al mittente, tutta pelle cadente. Vedi bene che freschezza e consistenza sono irrimediabilmente latitanti. Solo il mio portafogli è asciutto.

 

ingòffo. ho scorto sul cuscino, laddove poggio il capo, tre file di perle purissime, lì poste da te perchè apprestandomi ai sogni fossero al risveglio magica realtà. Appena desta, ho ricevuto sul vassoio, una rosa appena sbocciata, rossa come il fuoco, odorosa di maggio e foglie di tè colte una a una, ai piedi della Grande Muraglia. Sul “Financial” di giornata, segnato in blu, il folle rialzo in borsa del pacchetto azionario che mi hai intestato due giorni fa : capisco il progetto, le intenzioni subdole del dono corruttore, ma il mio “no” è, come sempre, proprio un “no”. Non te la do, mi regalassi la luna.

 

in ménte Dèi. pensioni d’oro per chicchessia, lavoro per qualsivoglia disoccupato, tasse smagrite per ogni uno, felicità, e spasso per ricchi e poveri, maschi e femmine, indigeni e forestieri : “Come dice, signore, non ha visto nulla finora ? Pazienti, ci consenta di governare…lavoriamo per lei”. Ha pazientato Gennaro, quattro figli e dodici anni di disoccupazione sulle spalle…poi la pazienza l’ha persa e si è lasciato dondolare con la testa nel cappio, fino a spegnere la sua rabbia. Do you understand, mister Silvero?      

 

insatanassàre. furente divenni. Giocavo la stessa terna “1, 2 e 3” da anni ventotto anni e giorni sei, una bella cifra sulla ruota di Palermo. La mano angelica di un bimbo ha tirato su dal bussolotto il 2, poi l’1 e infine, dopo la parentesi nefasta del 17, che il diavolo se lo porti, il 3. In crisi di onniveggenza, ho picchiato la testa sotto le travi secolari del soffitto, ho urlato come la tigre di Mompracen, ho addentato una delle tue rigogliose tette per dar sfogo all’ euforia repressa e tu…nefasta fanciulla, mi haiconfessato “Sorry, ho dimenticato di giocare al lotto” : è stato lì che ti ho staccato d’un colpo la seconda tetta.

 

insempràrsi. “metti a posto la giacca, non essere sciatto.” “Va bene amore, ecco, è a posto.” Non bere, che ingrassi.” “D’accordo, bene mio, neanche un goccio.” “Niente amore stasera, sono indisposta.” “Ok, stella, mi astengo.” “Spegni la luce, ho sonno.” “Certo tesoro, spengo.” “Non toccarmi, sei freddo.” “Ma vaffan…”

 

intrafinefàtta. eri al bar, ero al bar. Sorbivi un caffè, centellinavo il mio caffè. T’ho squadrata, mai guatato. “Andiamo ?” “Vamos.” “Dammela.” “Dammelo”. “T’è piaciuto ?” “Mica tanto” Hai ragione : solo quarantotto secondi dal principio alla fine di un imperfetto evento di sesso

 

inuzzòlire. benedetto spermatozoo : come hai potuto risalire l’impegnativa erta e fecondarla ? Ora mi tocca sposare Ermenegilda e prima ancora, nottetempo, mentre infuria la bufera, devo lasciare il tepore del letto e correre allo “Special market 24h” perché Ella è gravida e ha capricciosamente voglia di fragole, alle tre e venti di questa apocalittica notte.

 

invènia (in vènia). se e quando mi servirai un super long drink da campionato del mondo dei barman, se massaggerai la mia schiena con la classe della geisha preferita dall’imperatore Yokosahi, se e quando dirai “Agli ordini, padrone”, cantando come un usignolo le melodie che amo : se e quando, forse ti scoperò

 

ircìsmo. io e te nella stanza di pochi metri quadrati, così intima, raccolta, invitante : la tua provocazione strategica (“ho caldo, devo liberarmi di questa giacca, e in fondo anche la camicia è di troppo”), un invito da afferrare al volo, ma disatteso. E’ che abbrancandoti di slancio ho accorciato le distanze e mi ha investito il rancido effluvio delle tue ascelle. Sei un maschio estraneo a spugna e sapone, addio.

 

isònne. trentadue varianti di marmellata, prezioso miele della Mesopotamia, burro doc della Valtellina, delicati formaggi francesi, fragranti croissant e pane profumato di forno, arance di giardino palermitani, acqua di fonti alpine, latte podolico di mucche in pascoli sempreverdi, lievi frittate d’uova di struzzo : così la colazione di Ce l’ho duro. Con siffatta straripante abbondanza, potrebbe mai pensare alla mortale denutrizione degli orfani nigeriani?

 

Isteriche intermittenze insidiano imperfette ingenuità, indulgendo in infiniti istanti di ironiche insolenze. Indispettita per intriganti intromissioni nell’intimo, intimasti all’ineffabile idiota di inginocchiarsi, indisponendo gli intoccabili interpreti dell’insospettabile, italica, integrità.

 

L,l

latèbra. sapevi del mio atro nascondiglio, laddove ho nascosto voglie, timidezze e aggressività, pudori mai espulsi, pensieri scomposti, paura d’impotenza. Mi hai pedinato e ora infrangi buio e silenzi con una pila da sub che mi assale famelica prima di rivolgersi a te e illuminare la tua mediocre nudità. Mai l’avrei assaporata se quel minchione di Annibale, appostato alle mie spalle, non m’avesse proiettato su di te con un potente calcio in culo, ottenendo una perfetta fusione di organi sessuali eterogenei. Ma alla fine lo ringrazio : fu niente male il congiungimento carnale

levér de rideàu. interpreti e personaggi : Gennaro, lui. Carmela, lei. Ciro, l’altro. In quell’alzata di sipario è rappresentata la forma triangolare della vita. Lui al lavoro, un bullone dopo l’altro stretto mille volte con il polso a pezzi per la fatica, in piedi, di fronte a un’angosciante catena di montaggio : Lui, costretto a rinunciare al sesso per stanchezza. Lei, lamentosa per gonne e scarpini sognati come chimere e negati dalla povertà del salario. L’altro, lesto a usare le coincidenze di un “caso” classicissimo : nel pacco regalo per la pulzella scontenta, cinto di nastri smaglianti, una mini d’autore, scarpe firmate su vertiginosi tacchi a spillo, una camicina fru-fru disegnata dal re del prète-à-porté e un flacone maxi di profumo “Per la femmina che non deve chiedere nulla”. L’ingresso   nel letto, ancora caldo e pieno di umori d’una notte d’astinenza, è lesto. Nell’aria risuonano la marcia trionfale e la funebre, gemella cattiva .

lìe detèctor. sul rullo vergine che registra il più lieve sommovimento emotivo, corre leggera la penna inchiostrata : segnala emozioni, vibrazioni controllate, ritrosie intellettuali, scompensi, fratture minime dell’anima. Allorché s’imbatte nelle bugie di Silvero Primero, il Nasuto, fibrilla vistosamente a zig-zag

lutulénto. stilisticamente impuro, eticamente più che imperfetto, mi piaci così : stakanovista del sesso e antimatrimonialista. Amo scopare, l’avrai capito, ma le mutande da lavare portale a mammà.

Poche le parole bislacche alla lettera “L”.

 

Ludica lestofante, lattescente   lunatica, lepida levantina, livida levatrice, lontana lettone, laida lucciola, lattiginosa liceale, lucida

Licenziosa, lamentosa, libidinosa, loquacemente logorroica: liberticida

 

 

 

M,m

macropsìa. gentile cavalier Silvero, ovunque Ella sia, statisticamente ragionando ecco il pensiero mio : se tra regnanti e affini, presidenti e simili, ministri e omologhi, sente di non spiccare per ridotta altitudine dal suolo (metafora), osservi attentamente la rossa spia dell’occhio magico della telecamera. Quando s’accende di luce e La scruta impietosa, Lei basso tra euro-alti, sollevi i tacchi, contragga i polpacci, si slanci verso il cielo, come avesse le ali e rimanga così come un portiere di pallanuoto che aspetta oltre il pelo dell’acqua il tiro del centroboa : l’occhio stolto della telecamera La giudicherà quasi pari al resto della compagnia, ma allorchè la luce-spia sarà sull’off, non dimentichi di uscire dall’apnea

 

madefaziòne. gastriti da gelosia mi colsero, emicranie progressive da invidia : il popolo citava le tue performance a memoria e te ne rendeva gloria. Seppi del credito indiscusso di amante degli amanti, della centralità che detieni nei sogni notturni di gay e femmine calorose. Caddi in depressione, confrontandomi con la leggenda umana che sei, così raccontata : “Ottanta se ne fece, in giorni otto, una dopo l’altra, dieci ogni ventiquattro ore, praticamente un toro da monta…” Il percorso della mia guarigione coincise con i primi racconti di tue defaillance. “Solo ventuno amplessi negli ultimi otto giorni” “Ieri ha perso un colpo” Stette meglio la gastrite, l’emicrania sfumò, ripresi la pratica del tennis e il colorito. In un impeto di buonismo elaborai la seguente pietosa riflessione sul deposto re del coito multiplo : nessun fusto è ’sì tosto da sopravvivere agli incidenti di percorso e nessun Cel’hoduro ha mai arrestato il declino biologico della carne.

 

magìsmo. ti mostravi così, ragazzuola : nel palmo della mano sinistra, quella del cuore, simboli fallici intercongiunti con corpi flessuosi di serpi, allegoria senza sottintesi e appena più su, al polso, un bracciale di pelle d’ippopotamo elaborato da Mbutu, semidio e semi orango dell’Africa nera. Figaro ti combinò una sfumatura altissima sulla nuca tinta di rosso porpora e violetto fluorescente, tinse la criniera centrale verde pisello e disegnò le basette in fucsia. Un metallaro pazzo ti riempì di diciotto pearcing dis-equamente distribuiti : tre sulle grandi labbra, svettanti, due nell’intimità delle labbra piccole e due sulle labbra-labbra, a precedere l’ingresso nel cavo orofaringeo da cui la lingua, esplodendo all’esterno, mostra quattro anelli infissi nella carne a mo’ di rombo. Un paio, simmetrici, svettano a sud e nord dell’ombelico, altri due su ciascun capezzolo e tre sul crinale del naso. Capisco la caccia all’effetto speciale, ma credimi, a letto con te andrei solo se tornassi a come t’ha fatta la generosissima madre tua.

 

magnatìzio. capisco il senso di agiatezza che t’avvolge : papà ti ha fatto erede di ottanta appartamenti, cinque ville, un parco, tre chalet a Cortina e due mansarde a picco sui Faraglioni capresi. Comprendo, in garage puoi saltar su un paio di Ferrari, una Bentley da collezione, tre Roll’s Royce, un paio di Maserati e nell’hangar, lucente, è pronto al decollo l’elicottero triturbo personale. Vedo, non è opulenza normale, ma chi conobbe di te le corde dell’anima e gli exploit della mente descrisse le une cacofoniche e gli altri zero più zero. Non ti sembra velleitario   l’altezzoso l’incedere tra uomini veri, seppur privi di ’si lauta eredità ?

 

malannàggia. sette rose finte e nonostante ciò appassite, una per tavolo; alluminio anodizzato per ogni dove nella popolar pizzeria affollata di ragazzini appena confessati e comunicati per la gioia di babbi e mamme. Zie, cuginette piene di macchinette salvadenti e nonne debilitate da ictus celebrali, nonni puzzolenti di “toscano” : dinnanzi a me una birra nazionale con poco luppolo e ancor meno alcol, posate con incrostazioni di cibo precedente e tovaglioni di ruvida carta. A un mio timido cenno al disagio di un festeggiamento di anniversario al risparmio e in un luogo di infima qualità, hai replicato con stizzoso risentimento “E che sono paperon dei paperoni ?” Pur non volendo alimentare il contrasto, permettimi di dire in scioltezza : “Ma vaffan…”

 

mammasantìssima. gli infila le pantofole Carmela, gli porge la vestaglia Lucia, serve il caffè Antonietta, prepara la colazione Afflitta e poco manca che Annicella glielo scuota dopo che si è liberato delle scorie liquide di una notte di bagordi : don Salvatore riceve così i primi questuanti, sprofondato nella poltrona oro e velluto rosso, dono di sudditi fedeli salvati dalla galera grazie ai buoni uffici di un “amico” della Procura. Mezz’ora, non più, e ha indosso il gessato cucito a mano da Gioacchino ’o sarto, mitico omuncolo curvo su se stesso per quarant’anni di taglia e cuci nel quartiere di capi, vice e aspiranti capi camorra. Attorno al tavolo ovale sono riuniti i leader del clan : “Dovete dire una parola, una sola, faccia a faccia, a Totore ’o sciancato e la parola è ‘fetente’. Ha fatto il maiale con una bambina di sei anni, non me lo fate vedere più. Amen. Passiamo appresso… e allora, don Peppino…quella partita di eroina ?”

 

mantrugiàre. t’ho brancicato, è vero, ho gualcito l’impeccabile pantalone di gabardine laddove stentava a contenere l’erezione che, lo so, ti ho procurato chinandomi e mostrandoti i seni nudi, lasciando i miei occhi nei tuoi, dicendo senza parlare “che aspetti ?” : beh, una ripassata del kamasutra val bene la promessa di un’ accurata stiratura di calzoni, promessa che mi hai strappato prima dell’estasi.

 

maràntico. deperiti-smunti, tal quali Fassin-Grissino, seguendolo nel tristo cammino saremmo votati all’estrema evanescenza, rincattucciati nella negazione della memoria, sulla mensola irraggiungibile di una biblioteca che mostra spazi vuoti laddove erano le opere di Marx e Lenin. Chiediamo la separazione.

 

maràntico bis. sapiente il contadino : osserva la pianta sfiorire e taglia rami rinsecchiti e foglie gialle. Osserva se nascono rami verdi, foglie rigogliose e scopre patologie irreversibili. Scava tutto attorno al tronco, fino a mettere a nudo le radici e porta via alla terra l’ulivo morente, si rassegna a seppellirla. La piccola voragine, letto vuoto nella terra umida, può finalmente accogliere una nuova vita. Dear Fassin-Grissino, understand ?

 

mardochèo. se mi sforzo, posso perfino capire il liberismo destrorso di mister Impresa & C., il suo forza-italismo. Lui lo capisco. Mandò miliardi in Lussemburgo, profitto illecito di affari illegittimi? Sottrasse quantità cosmiche di lire alla collettività e arricchì le tasche di corrotti esattori fiscali. Compensò piccoli dissesti del suo impero mandando a casa cento e cento incolpevoli salariati : lui sì che lo capisco, ma tu ? Tu sei l’inetto azionista di un’impresa vicinissima al fallimento, stenti a respirare e i vestiti non ti stanno addosso per smagrimenti da fame. Non ti rimane che un generoso stato sociale: a quando la redenzione avversa al Silvero?

 

mariolerìa. con furfantesco disprezzo dei diritti collettivi, sguazzi nell’oro, collezioni visoni e “Mini” della new generation BMW. Sciali con menù principeschi, frequenti d’abitudine suite cinque stelle in alberghi esclusivi e t’aspergi di profumi firmati “Krizia”. Scoli in un amen wiskey distillati per palati principeschi di Scozia, voli solo in first class e non calpesti che petali di rose appena nate. Dopo siffatto scialacquio, m’informi per caso che in cassa non c’è più un euro. Svergognata divoratrice di patrimoni altrui, ti ho chiesto settantacinque cent, meno di un euro per il metrò e hai risposto “pedala”. Ti ho zittita. Con una Colt 45

marmànte. gelida, sottozero come una barra di ghiaccio immersa in un iceberg, surgelata più d’un balenottero in apnea sotto la coltre bianca dell’Antartico, emula senza limiti di Brigida la frigida, campionessa planetaria di sex-inerzia : cavoli tuoi, ma dammi una ragione per legittimare i tremila euro che hai speso in biancheria osé, o dannatissima, incoerente, fottutissima femmina.

 

mavòrzio. viene avanti così, lo sterno spinto in fuori a compensare il petto che non c’è, piallato con furia dal biblico falegname Giuseppe. Sporgenti in fuori oltre modo le sopracciglia, gli zigomi, il labbro siliconato : marziale il passo, solenne, tra pile di pannoloni in offerta speciale e piramidi di invitanti vasetti di maionese, nel megastore alimentar-casalingo Esselunga. Rilassati, piccola, l’enfasi stilistica di quel mentecatto di Hitler è defunta qualche tempo fa, rilassai.

 

mèfio. mi costi, ah se mi costi, dolcezza mia. your father, il padre tuo, per darti a me in sposa volle tredici cammelli, ventisei mucche, cinquantadue pecore e centoquattro galline : me la cavo male a far di conto, ma d’istinto direi che per ripagare l’esborso molte saranno le prestazioni gastro-eno-sessuologiche che mi aspetto da te, di qui ai prossimi centoventuno anni, sei mesi e tre giorni

 

melusìna. il busto oltre il pelo dell’acqua : seni superbi su cui scivolano lievi gocce come rugiada e scansano con rivoli impertinenti la pelle unta di abbronzante. Mi tuffo, imito John Weissmuller invaghito di Jane e in olimpionica apnea sul fondo della piscina cancello i metri che mi separano da ’si bella visione, sperando in conferme dalla vita in giù. Qual sorpresa! Sirena sei e, di più, sirena a due code. Che peccato, la tua sessual-libido non può aspirare che all’idillio platonico

 

méncio. sfogliando margherite e per non morir di noia una bianca, una gialla, una bianca, scopristi di amare Cel’hoduro: eh già, un bel guaio. Con arte femminea gli proponesti una visita “guidata” alla collezione di farfalle, compresa quella a cui tieni di più, custodita per gli eventi speciali. Alla prova kamasutra, Egli esibì attributi di consistenza sgradevolmene scarsa, vizzi per non dir flosci. Per smaltire la delusione e cavarti d’impaccio sei ricorsa all’alibi dell’emicrania e ti è apparso ineccepibile come mai il motto “Predica bene e razzola uno schifo”

 

ménno. o appetibile platinata, è sprecato lo spacco vertiginosamente profondo, velleitario, lo scollo antero-posteriore e il filiforme perizoma : ho quieti i sensi, dalla nascita, maledetto san Porfirio.

 

méntismo. dieci ne fai, milleduecentoventisette ne pensi. Ma quando trovi il tempo per scopare ?

 

mesciànza. in volo per la mecca, alias Las Vegas, decollo. Il carrello non rientra : “Signore e signori è il comandante che vi parla, abbiamo un problema tecnico, ci prepariamo a un rientro d’emergenza”. Il Boeing plana su un minuscolo aeroporto del locale club “aviatori della domenica”, esaurisce la pista e sconfina in un parco abitato da alberi secolari. Il muso del bireattore impatta con un platano ben pasciuto e gira rabbiosamente su se stesso. Mario Rossi se la cava con un bernoccolo e un cubetto di ghiaccio premuto sulla fronte. Non rinuncia a slot machine, roulette e video poker. Con mezzi di fortuna marcia sulla città del vizio e punta le prime fiche sul “rosso”, dopo aver contato dodici volte “nero” sul tavolo verde. E’ “nero” per la tredicesima, la venticinquesima, l’ottantesima volta : il Rossi va sotto di duemilacinquecento dollari. Con gli ultimi biglietti verdi sfida il video poker che gli serve cinque carte, una diversa dall’altra. Nella stanza dell’Holiday Inn il rito è pronto : nel tamburo del revolver un solo colpo. Inutile il clic numero uno e così il secondo, il terzo…L’ultimo vien fuori dalla canna a velocità slow motion e rimbalza sulla tempia, finisce in terra con un beffardo e stolto “plof” che affonda il mancato suicida in una crisi depressiva popolata di streghe e megere, tutte gemelle di Carmela, moglie del nostro, amorevolmente certa di aver perso il marito pro tempore, inviato speciale in missione di lavoro propedeutica alla sospirata promozione. Che il destino non sia dalla parte del Rossi è palese nel momento del doloroso ritorno a casa. Sulla coscienza ha un buco di venticinquemila dollari : in cucina, sul piano di marmo del tavolo, è in bella mostra un mattarello nuovo di zecca, a testimoniare le qualità di predizione della muscolare Carmela, che però è inibita per sempre a farne uso sulla testa del coniuge, perché colpita da paralisi bilaterale. Per una volta madonna fortuna ha guardato in faccia Mario Rossi e ne ha avuto profondissima pietà

 

messétta. Una fanciulla post-postcomunista : “La tua linea ? praticamente perfetta,compagno : una magrezza fascinosa, un asciutto esemplare, un incedere dinoccolato, testimonianza preziosa di sobrietà, un’eleganza rara di portamento.” Tanto bastò a Fassin-Grissino per recedere dal sano proponimento di dimettersi.

 

metempsicòsi. fossi deus ex machina, di più, il Mago di Arcella, l’hobby mio sarebbe di reincarnare anime a vanvera : installerei il pacifismo di Gandhi nella carcassa di Hitler, il genio di Einstein nell’inutile involucro di mia zia Concetta, l’estro di Pelé nei piedi di Pasquale, numero dieci del team degli ammogliati che sfidano ogni sabato gli scapoli, il coraggio di Giovanna d’Arco nella pelle della pavida Carmelina, urlatrice improvvisata alla vista di un timido geco : trasmigrerei l’anima di Teresa di Calcutta nella cinica circonferenza di Sharon. Per me? Prenderei il talento di Picasso

 

mirabolàno. stralcio da un racconto : “m’hanno concupito femmine focose, gentildonne vogliose, artiste libidinose, intellettuali bisex, vergini timorose…eccetera” : pura millanteria. Ti ho sperimentato sul campo e giuro, non avresti attirato neppure una single settantenne rifiutata da maschi per tutta la vita..

 

monorìmo. Fassin-Grissino, infame destino / Silvero Primero, angoscioso pensiero

 

mòre uxòrio. lui : “scopiamo e i calzini me li lavi tu.” Lei : “può darsi che te la dia, ma per calzini e mutande trovati una che ti sposi.” Finisce con un pari il match, con una “ics” e ognuno per la sua via, senza svuotare i portafogli a vantaggio di avvocati matrimonialisti.

 

mucciàre. mèta la nordica Norvegia, fiondavo il mio diesel biturbo in direzione aeroporto. Mi mancava qualcosa, ma che ? Certo, il biglietto “open”. Dietro-front. Affrontati a quattro a quattro gli scalini, la porta quasi sfondata, irrompo a grandi falcate nella stanza da letto e in terra, dal lato del talamo invisibile dalla porta, becco un ominide nudo come un verme e in piena erezione : lo schivo, affondo la destra nel cassetto, ne traggo la 7 e 65 e sparo. Pagherò un mucchio di euro al tassista in attesa attiva, ma… che sfizio.

 

Mentiva. Mascherava malamente la malcelata meschinità di mille malefatte, mostrava meriti non meritati, meditava momenti di maldestra maldicenza. Mi mandava momentaneamente in montagna, metteva mille muretti tra me e mestieranti maledettamente monotoni, mimi muti, in meditazione misteriosa. Mosse modeste meritavano mugolii, maledizioni magari. Mostri e mendicanti mendaci mandavano a monte mucchi di modifiche al monumentale mausoleo di Masinissa. La morte, tra mefitiche, maleodoranti, micidiali misture, mira a memorizzare molteplici momenti di mostruosa magnificenza.

 

 

 

N,n

 

nebulòne. mi imputi d’esser socio del club “perdigiorno associati”, ma è perché l’esiguità della materia grigia che naviga nella tua scatola cranica ti impedisce di riflettere. Non conti fino a dieci prima di aprir bocca e dici cazzate, questo il punto. Il mio vagabondare, darling, si risolve in un salto al bar con gli amici, e il massimo attentato alle finanze comuni è l’esborso per un caffè corretto all’anice. Tu piuttosto : quanto hai sottratto al bilancio congiunto per questo fine completino di Valentino e quanto per la sistematina al capello firmato Manolo e quanto per il nuovo maxi-cellulare che sfoggi da ieri ? Porta le tue mani bucate lontano di qui

 

nefàrio.A tavola non s’invecchia” / “Una rondine non fa primavera” / “Le mezze stagioni ? Sparite” : fino a quando tante scelleratezze, banalità, empietà e stronzate ? A certe tavole le tempie imbiancano di brutto e in certi luoghi la prima rondine di ritorno dallo svernamento è proprio il segno della primavera ; l’autunno esiste ancora, una mano non lava l’altra e tutte e due spesso se ne fregano del viso.

 

neofilià, neofobìa. tu che ne pensi ? Web per me è il nome di un cugino nato nel Texas per caso e mai più tornato da queste parti. Server, provider, siti e simili astruserie informatiche me le risparmio : son figlio della seconda guerra mondiale e penso, al mio amico Carlo che si concede al sonno quando sull’occhio bombardato dalle onde elettromagnetiche del computer cala pietosamente la palpebra. Egli, dormendo, sogna microchips e rapine nella rete informatica di Fort Knox, pensa a Florinda, donna bionica disegnata da un super paint di Windows 2010. Se gli va male, salta su dal letto in piena notte e riprende a dialogare fitto con Johnny, amato PC di cui è perdutamente e da sempre innamorato cotto. Io son cotto di Matelda e la stringo forte nel tepore di un letto che ospita amore e diffida di scatole magiche chiamate computer

 

nictofobìa. dottorini e dottoroni, prof e professoresse, scienziati, psichiatri e analisti, sciamani, volti santi e imbonitori, pranoterapeuti : a nessuno di loro è dato guarire mammà, genitrice di Silvero Primero affetta da paura ossessiva del buio. Per diagnosi e terapia ci vuole un altro unto del Signore che dice: “Dolce signora, c’è di vero che Ella ha il terrore di imbattersi nell’oscurità con il figlio suo, che teme l’a tu per tu con il labbro destro artificiosamente tirato per ingesssare sul viso un ghigno-sorriso a tutta dentiera.”

 

novèrca. Pippo e Lalla : lui sposa Mafalda, lei si fa impalmare da Ermenegildo. Divorzia Pippo, anche Ermenegildo rompe il matrimonio. Pippo si consola con Lalla e dice “sì” nella chiesa della Speranzella, Ermenegildo convola a nozze con Mafalda. Dura minga : Pippo torna con Mafalda, Ermenegildo si riprende Lalla. Nacqui io tra un divorzio e una riconciliazione e adesso che gioco a carte e bevo vino non so più se Lalla mi è madre o matrigna.

 

 

Novizia, ti negasti : qual nequizia.

Nulla ti nascondo mia neghittosa e noiosissima nottivaga.

Non ninnolare, naviga senza naufragare

Né nuvole, né neve : nihil

Naturalmente negligente : nondimeno negletta

Ninfomane ? direi ninfetta

Nubile ? “negoziabile”

Negro ? niet, nero

Nuotare nel nulla : nubiloso non sense

 

O,o

 

òbito. vuoi la morte mia, lo so. reprimi libertà, anarchia, creatività, autonomia, estro, improvvisazione, trasgressioni, identità, talento, soggettività, unicità. voglio la morte tua

oblìto. dall’oblò s’infilò nel letto tuo il mozzo della “Sirena Sognante”, nave in crociera caraibica. Il mare era piatto e tu pure sotto di lui, mugolando “sì, oh sì, sì”: ebbi il tempo di fumare all’aperto tre sigarette prima di riguadagnare la cabina e, orrore, assistere all’orgasmo. Non ho dimenticato, infedele pulzella e se trasgredisco con sistematica regolarità al patto di fedeltà coniugale ho le mie eccellenti ragioni.

occìduo.   crema idratante, elisir antirughe, pomata levigante, massaggio ricostituente, ginnastica rassodante, liposuzione riducente, meditazione rasserenante, lifting riparatore, fanghi detergenti, immersioni tonificanti in acque termo rilassanti, maquillage restauratore, yoga pacificatore, cyclette dimagrante : è, cara Geneviève, che sei perdutamente volta al tramonto

ohibò. ma pensa te, recandomi a un molto promettente rendez- vous di erotica attrattiva, quasi cozzo contro Silvero Primero, in democratica sortita tra il popolo con diciotto ciclopici guarda spalle e palle. “Buon uomo”, dice paterno con dolce affabulazione, “Ove ti rechi, ’sì di fretta ?” “A scopare” rispondo senza riguardo e Lui: “Bravo, il Paese ha bisogno di invertire il saldo negativo della crecita zero”. Io, che non copulo senza Hatù ipersensibili, gli sussurro “A Silvè, ma vaffan…”  

omìssis. rapimento Moro strage di Bologna Ustica nuclei comunisti combattenti omicidio d’Antona omicidio Biagi bin Laden ”antrace”

ontòso. non è ingiuria l’“onorevole” ingiuria, il turpiloquio senatoriale non è turpiloquio, per nulla disonorevole l’insulto parlamentare. Vuoi vedere che invece è infamia, punibile, dire nanuncolo di Silvero e razzista di Cel’hoduro ? La legge è disuguale per tutti

oscitànte. apprezzo la lodevole volontà di scuotere il mio eros-letargo e l’indagine sull’intimo più sex del momento che ti fa indossare reggiseno “mordi e fuggi”, un tanga da un decimo di millimetro tra le natiche e scarpine con tacco da vertigine. Mi solletica il tono profondo della tua voce che recita litanie trasgressive, condite di calcolate volgarità. E’ obiettivamente eccitante il moto perpetuo delle tue anche che ruotano con stile Salomè, ma che dirti, sono dominato dalla febbre che induce a sbadigli pur in presenza di Venere. Grazie per l’esibizione, ci si vede dopo una robusta flebo di Viagra 

osculàre. ti ho baciato d’accordo, ho spinto più in là l’ardire lo confesso, forse ti ho scopata più di un paio di volte, è vero, ma di qui a fissare il matrimonio per domattina, scusa, non diresti che è lievemente eccessivo ?

ossecràre. t’ho supplicato : “Dammelo.” T’ho abbracciato, stringendo a me le gambe, laddove il pantalone cela settori sensibili, come dire…erettili. “L’astinenza mi divora” t’ho detto in lacrime, “La castità coatta mi ha dato la febbre, il delirio dei sensi. Ho tre anni di galera da riscattare, abbi pietà. Ho dovuto far da me, da cinquecento notti in qua, maledetto egoista”. Niente, impassibile sei rimasto. Dall’espressione smarrita che si dipinge sul tuo viso devo ritenere che non avevi pensato alla mia vendetta estrema : t’ho evirato, sissignore e ho goduto come una pazza.

ovànte. “basta, basta…mi confondete…no, davvero, non merito applausi, figurarsi la standing ovation che mi tributate…grazie, è troppo…davvero.” Dalla terza fila un voce squillante : “A Silverio, ma chi te se fila, nun vedi che dietro de te ce so’ Totti e Sabrina Ferilli ? E llevete… e scansate”

 

Ossessione

Obnubilazione

Obliterazione

Opposizione

Ostentazione,

Occupazione,

Ovazione

Obiezione

Ottenebrazione

Occlusione

Oblazione

Offensione

Offuscazione

ecc., ecc.

Ma occupazione, quando?

 

P, p

 palàia. “Gennaro e Annarella Esposito annunciano il matrimonio del figlio Peppino con la signorina Carmela Ognibene…” : la notizia si abbatte sulla bocca dello stomaco di Peppino come un colpo ben assesato di Tyson. In cerca di ossigeno annaspa il giovanotto e quando il respiro torna più o meno normale prova a immaginare di tirar via dal disastro qualche vantaggio. Calzini, mutande e camicie lavate e stirate, per esempio, profumati di lavanda. Gastronomia di tradizione, per esempio, approntata con passione e l’attrattiva di un corpo voglioso, sistematicamente disponibile e il confronto con un’intelligenza modesta, incapace di opporsi alla pratica di trasgressioni extramatrimoniali. E poi, un’orgia cosmica per il commiato alla condizione di single : donne e champagne, per esempio.“Mario e Maria Rossi sono lieti di invitarLa al ricevimento che seguirà alle nozze della figlia Carmela con il signor Peppino Esposito…”. Gongola Carmela. Il colpaccio nasce dall’intraprendenza della fanciulla che a pochi passi dalla china dell’appassimento fisiologico cattura un maschio appetibile e addomesticabile. C’è una vita comoda nel futuro da sposa e qualche lusso finora proibito dallo status familiare modesto. La possibilità di una colf, per esempio, o meglio di un bel domestico domenicano che-non-si-sa-mai-cosa-ne-può-venir-fuori e un visone, lungo fino alle caviglie come usa nell’high society, crociere nei Caraibi e se-lui-non-può con Mariangela, amica del cuore di fresca separazione coniugale. Quel che accade supera alla grande la prevedibile débacle. L’addio al celibato è silurato da Carmela che, in viaggio di nozze rivela una sua modesta vocazione al sesso. Il domenicano, che brucia due camicie e ne stira tre con indecente approssimazione, è un gay mascherato. Peppino nega alla mogliettina l’accesso alle risorse finanziarie familiari. Il reciproco vituperio diventa cibo quotidiano per un’incompatibilità che finisce dopo quarantuno giorni nello studio dell’avvocato Volpe, divorzista di fama e di fame che sentenzia la morte di un amore mai nato.

pàndit. non è che Egli abbia frequentazione confidenziale con i presocratici e non distingue tra Picasso e Van Gogh, fatica a coniugare i congiuntivi. Ma vuoi mettere, lui cel’haduro e del tema intellettuale “il bello della cultura” se ne frega padanamente alla grande

pansessuàlismo. asola, nome comune di piccola ferita nella stoffa che accoglie il bottone. Non per te che l’osservi con libidine, certo di essersi imbattuto in un simulacro della vagina

pantoclastìa. era cinese ? Sorry. Il danno è cospicuo, lo ammetto, quel vaso era di una dinastia antica e prestigiosa, ma se pensi al pentimento sei di nuovo in errore: l’ho rotto sulla tua testa con fervida convinzione e il suono ha confermato che hai una zucca assolutamente vuota.

pantragìsmo. sei attento a mettere il piede destro in terra al risveglio, prima del sinistro. Se spalanchi la finestra metti fuori una mano che regge il termometro per non rischiare la polmonite temendo un imprevisto calo delle temperature minime. Centri con il piede la metà esatta di ogni mattonella che ti separa dalla soglia del bagno perché ogni imprecisione potrebbe preludere a una rovinosa sventura. Prima di far pipì lavi con cura i denti per espellere le impurità a cominciare dalla bocca, cioè dall’alto come suggeriscono le leggi dell’idraulica. Prepari la moka ponendola su un tratto di scottex e recuperi ogni granello di caffè, certo che la punizione per gli sprechi sia la carestia. Al crocevia tra via Scevola e piazza Garibaldi, storici campioni di coraggio, rifletti sulla loro incosciente vocazione alla spregiudicatezza e te ne separi imboccando Corso Prudenza. Mentre attraversi al centro delle strisce pedonali il semaforo diventa rosso: torni disciplinatamente indietro per lasciare il passo alle automobili esattamente nel momento in cui sopraggiunge uno spericolato autista, irrispettoso delle regole e all’oscuro della tua religione scaramantica. L’impatto è bestiale. E’ l’ora “ics” degli ultimi, deboli respiri : con gli occhi che implorano attenzione sussurri al medico di turno di invertire la posizione della barella, sicché i piedi siano rivolti alla porta di dove uscirai per sfuggire alle pene dell’inferno e finire in purgatorio sperando in una promozione nella serie “A” dell’aldilà. Nel depositarti nella bara, il necroforo ti frega il corno scacciaguai e la morte se la ride sotto il nero, truce mantello.

panùrgo. separazione o comunione dei beni ? Nobiltà d’animo mostra Cenzino : “Comunione, comunione” dice dopo aver esibito strabilianti titoli di proprietà. Quasi mi vergogno a confermare “Comunione, comunione” mentre penso al modesto possesso di un paio d’appartamenti in città e alla villetta collinare nel comune ischitano di Forio, alle tre quote di multiproprietà in Val Pusteria, al sacchettino di gioielli custodito dalla banca popolare, ai seicentottantuno milioni di vecchie lire in bot e ai pochi spiccioli sul libretto postale. In un grigio mattino di un triste novembre di un anno bisestile, scopro che mister Cipollini, avvocato del mio amore è un suo complice. Fu lui ad accettare per buona la falsa documentazione delle strabilianti proprietà del mio nullatenente sposo, il quale dichiara di averne abbastanza del matrimonio e si congeda con una buon’uscita di un milione di euro, accredidati sul conto corrente numero 845.6723 a lui regolarmente intestato.

pappatàci. che uomo sei ? Dici “pardon” all’energumeno che incrociandoti con passo da ippopotamo orbo ti mette un gomito nello stomaco, una scarpa numero 45 sul tuo piede sottosviluppato e un ginocchio sui testicoli. “Sì,dottore” è la coraggiosa replica che opponi al capo, allorché annulla l’ok alla previsione delle tue ferie e favorisce quella puttanella della Gattamelata, tua smorfiosa sottoposta, ficcandoti nella merda che ti sommerge definitivamente allorché consegni alla tua signora la cazzata “Sai è il sacrificio che il capo mi chiede per concedermi un’importante promozione” Coglione !

paramnesìa. alta, due gambe statuarie, bionda, come colorata dal sole, il labbro naturalmente pieno, rosso di suo, seni da vergine intoccata, il sesso disegnato da un ispirato Crepax: vedevo così Eufemia, allorquando sulla gota spuntava appena un po’ di peluria da radere e così è rimasta prigioniera nella memoria, eterna propedeuticità ai solleticanti sommovimenti psicosomatici della masturbazione.

parvenù. scarpe di Valentino, modello esclusivo da euro mille e duecentocinquanta, completo da pomeriggio inoltrato di Saint Laurent, tremila euro e venticinque, gioielli di Bulgari per un milione di €, biancheria intima da euro cinquecento. L’arricchimento improvviso e fresco fresco di Carmela è palese e altrettanto il suo rozzo background : è tradita dall’incedere, la miss. “Perdoni l’ardire” le sussurra Balestra “Indossa la borsa di Luis Vitton come una busta di plastica colma di broccoli”

perspicuità. con assoluta chiarezza, senz’ombra di fraintendimento, in totale trasparenza, in via totalmente definitiva, con evidente letizia e per tua inequivocabile conoscenza, ti dico, cara rompicoglioni, “ma vaffan…”

pimperimpèra, pimperimpì. avanti, signore, signori, fanciulle e fanciulli, ecco la magica sostanza che mi lasciò in eredità il vecchio Saladin allorché decise di abbandonare la terra alla fantastica età di duecentotrentré anni e un giorno. Prego, ne è rimasta una piccola quantità, custodita in queste preziose boccette che sono disposto a cedere al prezzo irrisorio di euro cinque, per assecondare le ultime volontà del Grande Mago. Con codesta magica polverina, ponendovi in un luogo appartato e silenzioso, lontano da occhi e orecchie indiscreti, pronuncerete le parole ala, aladin, Saladin e il grande vecchio raddoppierà l’importo della vostra prroprietà, offrirà a vostro figlio un posto sicuro e ben retribuito, vi guarirà dalla poliartrite, abolirà le tasse e se gli avanza qualcosa vi regalerà biglietti due per la prima dell’Aida all’arena di Verona. Venghino signore e signori…venghino…a ssoli dieci euro una boccetta “Silvero Primero”

pòdice. mi rapporto a te con l’eleganza imposta dalla nobiltà del tuo rango e dal tratto gentile che ti è universalmente riconosciuto per dirti : “hai abusato dell’amicizia mia”. Ti ho presentato con gioia la mia donna. Ella com’è noto, non passa inosservata per forme e gentilezza d’animo. Avevo sete, vi ho lasciato nel salotto di casa mia per soddisfare il bisogno di bere. Ho sbagliato, ora lo so. L’hai circuita, esercitando senza ritegno il fascino di un lignaggio superiore, le hai promesso vita da castellana, viaggi in oriente, abiti in oro e pietre preziose. Te la sei fatta, maledetto traditore e chiedo vendetta, ma per non offendere il tuo udito raffinato ti risparmio un legittimo “vaffan…” e ti mollo una pedata nel deretano, che sempre culo vuol dire, ma con un suono molto meno grossier, per rispetto alla nobiltà di casato che puoi esibire

poièsi. Dall’epistolario con Silvero Primero dell’Elegiaco Emiliuas Fidelis Prostratus : “l’empito creativo mio si estrinseca così, senza preannunci, ispirato dal volto tuo che si staglia su scenari azzurri, paradisiaci: o Silvero, àbbiti da un tuo estasiato suddito l’appellativo di sommo”

poliandrìa. ho generosamente glissato sul primo tradimento, poi mi son detto che una ricaduta era testimonianza di debolezza umana e ti ho assolto per la seconda volta. Ho valutato la terza trasgressione il limite invalicabile per un ultimo perdono. E’ la quarta volta che mi coglie di sorpresa e niente più parole di perdono. Alla quinta non mi meraviglio degli sguardi dei vicini fissi sulla sommità della mia spaziosa e ospitale fronte. Un istante dopo il sesto caso sono sul lettino di Slaizech, luminare post freudiano, a raccontargli il calvario. “Respiri profondamente”, mi sussurra il prof, “consideri il problema dal lato buono, la signora non trasgredisce per farle dispetto: ella è affetta da una patologia che il medico di famiglia le ha certamente consigliato di affrontare con rapporti multipli di tipo matrimoniale. Tranquillo, guarirà”. E’ cara la parcella dello strizzacervelli ma vuoi mettere la soddisfazione di essere serenamente cornuto ?

poscrài. “giuro, te la do, ma dopodomani.” Era il primo di Aprile del novantasei e per quel che ne so, ancora vergine sei

prossenetìsmo. il centro del centro sta un po’ al centro per conto suo, un po’ alla destra del centro, un po’ alla sua sinistra’. Sta con la sinistra nel centro sinistra e con la destra nel centro destra. Il centro del centro amoreggia col centro del centro sinistra e flirta con il centro del centro destra. La destra si allea con la parte di destra del centro e adocchia voluttuosamente il centro che sta a sinistra. Quest’ultima invita il centro del centro destra a un party al chiaro di luna. Segmenti, monconi, brandelli, residui, vecchia e nuova destra, antica e moderna sinistra, progettano di divorziare da destra e sinistra per occupare il centro-centro.

pseudologìa. “infami pennivendoli, tutti coalizzati per un complotto che tende a screditarmi agli occhi del mondo, ma il mondo, anzi il cosmo, è con me perché io sono la pace, dispenso bene all’umanità intera, sono amato e rispettato per il mio rigore morale, la coerenza, il rispetto delle leggi e della giustizia e perché…perché…perché sono io, Silvero Primero”

psicagògo. ho fatto buio nella stanza dipinta di nero, ho acceso il cero della trasmigrazione, ho diffuso intorno a me i suoni dell’ade, ho bruciato incenso di Carinzia, ho imposto le mani sul teschio di Adalgisa, morta tre volte e tre volte risorta, ho sussurrato “medem, puscom, bilen / gowin, hasciù, kehes” ed ecco il tuo volto, le mani tue, l’incedere austero, i toni della tua voce educata alla comunicazione, il sorriso ben noto che s’apre da una gota all’altra sapientemente colorita di fard : “Dimmi Silvero, dove abita la tua anima ?” “Un tristo destino mi confinò laggiù, nel girone dei mentitori e ardevo e fremevo. Presto organizzai la rivincita. Mi fu alleato in persona Belzebù-cel’hoduro che scese in campo per organizzare la separazione del suo regno dal sud dell’inferno. Fu secessione e nel nuovo dominio del male fui subito presidente amatissimo di sudditi che premio con il governatorato dei gironi più ambiti : al fedele Belzebù ho donato quello della lussuria e del turpiloquio”

psittacìsmo. mi eri affezionato al punto di porti di fronte a me per replicare, come fossi uno specchio, ogni più lieve, impercettibile batter di palpebra e perfino il manifestarsi di emozioni e stati d’animo denunciati da un minimo increspar di labbra o inarcar di sopracciglio. Ho finito per ammettere di possedere un clone, un’ombra materica, un alter ego docile: mi ha poi esasperato l’invadenza, fino al timore di soccombere all’asfissia della   subordinazione psico-fisica e ho scelto di sfidarla. Sono montato su uno scanno posto accanto alla grande vetrata che incombe sul baratro ai margini di un bosco fitto di abeti e ho slanciato la gamba destra in avanti come a spiccare un volo, le braccia battenti come ali, mimando il gesto fatale di Icaro. Ti ho visto annaspare nel vuoto, incapace di mimare la finzione del gesto interrotto che mi ha inchiodato allo sgabello. L’urlo del mio pentimento ha invaso la valle: hai clonato anche quello, ma la vocazione al plagio per una volta ha fallito. Il tuo grido, prima di perdersi nel nulla, aveva modulazioni rabbiose, tutte tue, non mie

Per poter possedere patrimoni portentosi prova a perseverar, penando pazientemente.

Pulcra, pietosa pulzella: pelle di pantera ho procurato per proteggere la pelle tua preziosa.

Paura, pusillanimità: parallelismi prevedibili in presenza di proditorie prevaricazioni

Passepartout, per penetrare nel profondo del pensiero tuo.

 

 

Q,q

 

quòdlibet. liberismo e/o comunismo, razzismo e/o multietnicità, religiosità e/o ateismo, conformismo e/o trasgressione, pancattolicesimo e/o globalislamismo, classismo e/o equalitarismo, nero e/o rosso. Le dispute separano il mondo in due, quattro, quarantaquattro. Asségnati un punto per ogni adesione a ciascun primo termine di confronto e due per ogni preferenza al secondo. Con un totale di sette vèstiti pure di nero, orna la camicia con il teschio, arma la mano di manganello e urla “alalà”. Se totalizzi quattordici alza al cielo il pugno chiuso, indossa la t-shirt del Che, ascolta Ivan della Mea e gli Intillimani e canta “Bella ciao” con quanto fiato ti resta

è Qui, il querulo quaquaraqua

 

R,r 

rancùra. non ha coda Emilius Fidelis Prostratus, se l’è fatta tarpare per mettere distanza tra sé e alcune specie di graziosi abitanti di foreste tropicali dagli arti prensili, ma le moine ricordano il volteggiare tra liana e liana. Egli ha un penoso tormento : il prencipe suo, Silvero, è in cima a pensieri blasfemi di girotondisti, movimentisti, disobbedienti e no global, operai e pensionati, casalinghe e insegnanti, studenti edisoccupati, intellettuali e artisti. Nel fondo dello studio Emilius ordina che lo scenografo ponga l’immagine di Silvero in un tripudio di azzurro e oro e che un’aureola luminosa circondi il suo volto aperto al sorriso, in attesa di beatificazione potificia, indifferente alla contestazione della plebaglia.

redolénte. fu il tuo olezzo a incantarmi. Le braccia emanavano sentor di limoni appena maturi cullati in terrazzamenti amalfitani, il collo mandava effluvi gentili di rose di maggio

staccate di fresco da una pianta vigorosa e assolata, le gambe odoravano d’alghe di mari protetti, dalla schiena veniva fin su alle narici una lieve frescura alpina, i seni profumavano i polmoni di moderata asprezza al pari del grano maturo su cui cade poca, limpida pioggia. Del tuo intimo mi stordivano emozioni sensoriali di rara intensità e, pensa, soffrivo di un potente raffreddore allergico

reviremènt. all’esordio si alimentò di ideologia trozkista, ma rapidamente scivolò in un rigoroso marx-leninismo per balzar su la corazzata Potiomkin e approdare al socialismo reale di quel mattacchione di Kruscev che scuoteva i sonnacchiosi portabandiera delle Nazioni Unite inquinando i suoi dintorni con emanazioni mortifere dei piedi, tirati via da scarpe autarchiche adoperate come oggetti contundenti da battere con rumorosa violenza sul banco dell’assise mondiale. S’invaghì poi del liberismo a stelle e strisce, picconò personalmente il muro di Berlino, subì le consegueuenze di un colpo di fulmine per una donna bionica, condivise l’embargo all’Iraq, le modifiche al “18”, l’equazione licenza di licenziamento = occupazione garantita, si arruolò volontario per annientare il terrorismo islamico, il socialismo cubano, la resistenza irachena, il fanatismo palestinese. Era quel che si dice un postcomunista frivolo, un voltagabbana totale : è morto invocando allah e sognando, per scansare le pene dell’inferno, un mondo di giusti capace di dividere le risorse fra tutte le teste della folla umana su cui il padre eterno ha deciso di vegliare. 

ricadìa. Hai recato molestia sin dallo status di neonato. Messi i primi canini, addentasti il capezzolo destro della tata e al contemporaneo urlo di dolore hai risposto con gli acuti di un pianto isterico che ferisce i timpani della mami, che accorre atterrita e sbianca di fronte alla cianosi che ti procuri trattenendo il respiro per un’apnea infinita che procura un’ischemia transitoria al papi che in un schizzofrenico cedimento all’aggressività molla un ceffone alla tata che diventa paonazza, farfuglia un “ma che cazzo” e prepara la valigia, annunciando l’addio senza preavviso e induce la mami a depressione irreversibile e la tata a pentimento tardivo con lacrime amare che solcano le rosee guance prima di finire nel fazzoletto premuroso del papi che ti prende in braccio con fare amorevole prima di riconsegnarti alla tata che ti carezza con mano lieve e un largo, teutonico sorriso che tu, malandrino, giudichi al volo debolezza da donnicciola e in un attimo di disattenzione di mami, papi e tata addenti l’altro capezzolo che suscita un urlo disumano a cui replichi con un possente ah…uh…ah tarzanatico

Resistere, resistere, resistere

Rammollire, rincoglionire, rinascere

Resistere

 

S,s

salapùzio. “l’amore è la sublimazione di emozioni che saltano sulle ali di una libellula in calore, pria di poggiarsi lievi sul capo colorato di luce dal sole” : così il tuo saccente esibizionismo a vantaggio del prosaicissimo intento di portarmi a letto. Al mio “no” immodificabile, hai esibito la cultura da bassofondo nascosta dall’ingiustificata puzza sotto al naso : “Vaiassa, capera, femmena ’e niente, puttana” m’hai appellata e così via, sciorinando il repertorio del tuo vero idioma 

santimònia. ogni mattina almeno un pater noster nella chiesa dei santissimi Ornello e Demostine, noti agli abitanti di via dei Chierici e a pochi altri. Alla domenica la partecipazione attiva ma discreta alla prima messa, il giro ad occhi bassi tra le panche, a raccogliere euro per il restauro del campanile. Rare le passeggiate sul corso, tra i due maschi di casa, il padre a destra, il fratello a sinistra e solo un velo di rossetto sulle labbra esangui, un abito senza forme, le scarpe rasoterra. Immagine dell’illibatezza, Elettra si mostra mite, generosa e caritatevole, vicina alla beatificazione,   mormorano i più al passaggio di quel volto ascetico più vicino al cielo che alle volgarità terrene. Ma oltre l’apparenza, si nasconde la sordida interpretazione di una passione sado-masochista che congiunge l’innocenza tradita alle perversioni di don Gabriele, nella compiacente canonica circondata da barriere di platani impenetrabili. 

santòcchio. raccontano li masculi che stereotipo della libido è la fantasia di una lettura a due del kamasutra, con stage sul campo, in compagnia di una monaca senza vocazione e con arretrati sessuali da emicrania : di te posso dire di averti scoperto a profferire avance dietro un angolo del chiostro delle Carmelitane a una prosperosa sorella della Martinica, emula esotica della tentazione primordiale. Questo succede a chi ha frequentazioni con il bigottismo. Eri tu che t’inginocchiavi sui ceci e vi stazionavi per un’ora, nell’aula di padre Finocchietti, noto masturbatore, sorpreso più volte al culmine del piacere grazie a urletti gutturali in crescendo, ma fustigatore degli “atti impuri” che avrebbero inesorabilmente decapitato il “pisello” dei suoi allievi. Eri tu la vittima indifesa dell’ossessivo veto di masturbazione e di contatti con l’altro sesso repressi : almeno, fino alla scoperta che i più vigorosi fornicatori sono ex bigotti e bacchettoni. Come dire che a redimersi c’è sempre tempo

sbèrcia. Si annunciano all’esploratore di fondali meravigliose diversità di colori e consistenze per ogni metro di profondità guadagnato tra le rocce generosamente vissute da mille varietà di erbe di mare e di perchie, pinte ’e rre, cefali e orate, ombrine, verdoni, cerniòle, murene e polpi, scorfani e razze, ricciole, saraghi. In apnea sorprende una cernia fuori tana tarda a spedirle l’arpione in pancia : la segue mentre plana in un territorio inaccessibile e spara a casaccio in tana. Scopre d’aver infilato per caso il corpo robusto di una murena che cosciente di non aver scampo si annoda, si gonfia e impegna ogni energia perché il suo aguzzino non abbia gloria e vanto. Così intrecciata sa che il cacciatore non l’avrà mai. L’esausto predatore, deluso dall’esito della caccia torna alla barca, al caldo, a una sigaretta americana con filtro, a una buona colazione. Gli è fatale l’ultimo colpo di pinna : il polpaccio incontra la specie più tossica di chrysaora hysoscella, vendicativa medusa del Mediterraneo. Brucia da morire il segno che gli ha lasciato per marcare il “nemico” e dichiararlo un formidabile incapace

sbrendolòne. ma dico : era il nostro primo momento di intimità. Non arrivava improvviso, era premeditato. Avevo profumato la casa di rose di giardino e lustrato gli argenti. Era ’sì sterile il bagno da poterci consumare colazione pranzo e cena. Sul letto faceva mostra di sé la preziosa coperta ereditata dalla nonna Cesca. Odoravano di lavanda le morbide lenzuola e in frigo, alla   temperatura ideale, era in stan by uno spumante della riserva speciale appannaggio della presidenza della Repubblica. Al di sotto di un abito vaporoso firmato da Krizia, indossavo slip e reggiseno raffinatissimi. Tu, deludente compagno di una sera immaginata a lungo come un tripudio, hai risposto all’invito presentandoti come uno sciatto viandante capitato lì per caso. Emanavi un misto di rancido e di alcol mal digerito, i tuoi jeans chiedevano da mesi un passaggio nella lavatrice, la barba lunga ti sporcava il viso congiungendosi a capelli caotici e appiccicosi. Non ho osato ipotizzare cosa avrei trovato sotto quell’involucro repellente e non ho saputo far meglio di una confessione appena sussurrata, ma fortunatamemnte risolutiva : “Scusa, avevo dimenticato completamente la prenotazione dell’aereo per Madrid. Parto tra poco, devo infilarmi rapidamente in un taxi, adios. 

sbrigliàto. giuro, non sto dietro ai pregiudizi, anzi, valuto persone e fatti solo per progressivi e scrupolosi approfondimenti. Potresti presentarti al convegno sulla leptospirosi in tutù e body rosa shoking e giurerei sul mio prepuzio che sei un macho conquistatore di anime femminili. Parola mia, non ho neppure supposto che Maddalena fosse frigida fino a quando l’ho vista crollare in un sonno profondo a dispetto di un prologo erotico splendidamente congegnato e messo in opera : un approccio che oserei definire irresistibile. Credimi, ho avuto fede in Silvero, senza riserve, fino alla successione di leggi pro domo sua, alle promesse non mantenute su tasse e pensioni, alle spedizioni di guerra in Afghanistan e infine ho suggerito a Maddalena e Silvero di badare al naso che va allungandosi a vista d’occhio.

scéda. mi giri intorno come una zanzara femmina a caccia di sangue dolce, ma non pungi. Canti il tuo ZZzz, zzzzZZZ, zZzZ come mi corteggiassi. Mi ricordi Emilius Fidelis Prostratus, allorché piroetta e abbraccia metaforicamente l’effigie di Silvero che campeggia alle sue spalle, benedicente

schizotimìa. s’imporpora la tua gota se appena qualcosa ti espone a sguardi e attenzioni d’altri che non siano la tua mamma : gli occhi cercano in basso vie di fuga, le mani lievemente s’inumidiscono. Ho imparato a riconoscere tra molti il viso di una fanciulla patologicamnete timida e a te, perciò mi rivolgo esibendo doti extrasensoriali. “Ecco fanciulla, lascia che ti prenda la mano e affidati al mio senso naturale di precognizione : mostrami il palmo della mano.” Va in deliquio la pulzella e io : “Credo di leggere che in questo momento c’è un uomo importante sul tuo percorso di ricerca dell’amore, vediamo…vediamo.” Se il cuore della fanciulla fibrilla di passione i capillari della mano si dilatano lievemente e la pelle s’arrossa. Se non pulsa d’amore, il colorito della mano non muta. Molte chiromanti imparano a osservare i più lievi cambiamenti della pelle alla più piccola risposta emotiva e acquistano così fama di sensitive con poteri di percezione paranormale.

scorbacchiàto. lo chiamò a sé il padre eterno e solennemente sentenziò : “Figlio diletto, abbandona il percorso della frivolezza e intraprendi la via del governo dei popoli.” Appena desto, uscito appena dall’onirico, Silvero parlò alla nazione obnubilata da cinquant’anni di tragicomica follia e voilà l’ebbe in un amen ai suoi piedi. La vocazione antica all’intrattenimento giocoso riprese tosto il sopravvento ed Egli ne combinò di cotte, crude, lesse e rosolate. Furono danni e lacrime per i sudditi suoi, scherno e ilarità gratuita per le genti confinanti e distanti. L’unico a non ridere fu il tetro Fassin-Grissino, impegnato a sfogliar margherite e a potar rami d’ulivo senza costrutto l’ebbe in un amen ai suoi piedi. La vocazione antica all’intrattenimento giocoso riprese tosto il sopravvento ed Egli ne combinò di cotte, crude, lesse e rosolate. Furono danni e lacrime per i sudditi suoi, scherno e ilarità gratuita per le genti confinanti e distanti. L’unico a non ridere fu il tetro Fassin-Grissino, impegnato a sfogliar margherite e a potar rami d’ulivo senza costrutto scorbellàto. “stecchino” / “pinocchio” / “grissino mingherlino” / “ominide ridens” : salaci attestati di stima maggioranza-opposizione testimoniano l’allegra spregiudicatezza espressiva del Bel Paese, florido coltivatore di banane

sdonneàre. ogni giorno, per anni tre, ho lasciato alla tua porta boccioli di rosa appena colti. Ho firmato un contratto milionario per l’esclusiva del miglior tavolo di “Chez Maxim” nel primo venerdì di tutti i santissimi mesi dell’anno, ho coccolato le tue voglie di lusso aprendo a tuo nome conti illimitati da Tiffany, Cartier e Valentino. Ho sperato che i tuoi “no” disegnassero solo scenari di rigore morale e ritrosia istintiva, ho pazientato. Ho scelto le più dolci perifrasi per non dire brutalmente “Me la dai o non me la dai?” : mi ha stressato il sospetto di aver sbagliato strategia e ho diradato le attenzioni, ma nulla è cambiato. Ho chiuso infine i conti aperti, disdetto il ristorante parigino, liquidato il fioraio e cambiato il numero del cellulare. Era un giorno uggioso, di quelli che scoraggiano l’addio al comfort del letto caldo, alla lieta pigrizia, all’inerzia. Ti avevo lasciato le chiavi di casa e ne hai fatto buon uso infilandoti vogliosa nel mio letto. Come dire che a volte il finto disinteresse ottiene più di costose attenzioni

solipsìsmo. Lo definiscono così Giacomo Devoto e Giancarlo Oli : “Atteggiamento filosofico secondo il quale il sogetto pensante non può affermare che la propria individuale esistenza in quanto ogni altra realtà si risolve nel suo pensiero.” Pensate o no che il termine si addice a Silvero Primero ? 

solìvago. dipingere la bianca scogliera di verde estratto da piante generose, o di rosso donato da gamberi sanguinanti o di blu catturato nelle notti appena rischiarate dall’oceano delle stelle, o di giallo imprigionato da un raggio di sole che buca nuvole candide, soffiate vie dai venti del sud. Mettere parole accanto a parole, raccontare di mani che stringono mani, di cuori che parlano a cuori, di eroine e impavidi eroi in groppa a focosi purosangue all’assalto del male, di bufere di guerra spente da generosi aliti di pace, di erotismi estremi e amori senza sesso e passioni senza inibizioni. Dormire per sognare, respirare emozioni, cogliere noci di cocco e suggerne gli umori, nutrirsi di erbe saporose e bacche profumate, allevare fiori senza pretese, accudire scoiattoli e aquilotti, tuffarsi nell’orizzonte dove il cerchio rosso del sole saluta il mondo per lasciar riposare l’isola della mia fantastica solitudine

sònito. dio, la tua voce : prende le porte d’infilata, riflette su mura senza potere assorbente, s’incunea dove son io, viaggia possente, prima di tutto nelle sonorità acute e discende fino al mio udito a divorare ogni altro suono. Dio, le lacrime di quel bambino, dio, l’infinito inseguirsi di singhiozzi, l’incomprensibile lamento, le invocazioni periodiche, “maaaa, maà – mamma”. L’incedere dei telai d’acciaio nella seteria di San Leucio : dio che ossessione il ronzio degli aspi rotanti, il fragoroso vai e torna di bracci tremanti. E qui ? lo scroscio gioioso di un’acqua profumata di muschio, giù dalle larghe sponde di un invaso naturale che va tracimando e libera nuvole libera nuvole di minutissime goccioline. Qui, dio che musica, le note di una brezza dolce che sfiora larghe foglie di piante secolari, le avvolge, le lascia all’improvviso per riprendere i bordi e scivolare lungo le fitte nervature. Qui, dio generoso, la tua voce, libera di cantare amore.

sororàto. amo Leila, o forse Dorotea. Ha classe Leila, un volto fiero, intelligenza pacata, intensa, generosità innata, stabilità di sentimenti, saldo senso della famiglia. E’ bellissima Dorotea, per nulla formalista, trasgressiva, creativa, vivace, felicemente estranea alle asprezze della gelosia. Sposai Leila, in obbedienza al consiglio dei saggi, sicuri di una sua maggior coerenza con le regole imposte dal matrimonio. Le mie corde anarchiche rimpiansero le offerte di autonomia alla felicità eterna e promesse dalla personalità di Dorotea. Infine ha vinto il destino : Leila ha lasciato la terra, chiamata dagli dei nel mondo dei predestinati la sostituisco con Dorotea, sua unica sorella, come prescrive la legge tramandata oralmente, di padre in figlio, della comunità degli Yaungheri a cui appartengo per volontà del dio Mohiami 

spicinìo. finisce tra i rifiuti una fetta di pane, ogni giorno. In media una fetta per ogni famiglia del mondo che vive nel benessere. Almeno venti litri d’acqua si perdono ogni giorno in ogni famiglia per cattivo uso di questo bene primario, che decide della vita e della morte. Montagne di abiti sono dismessi, buttati via per capriccio e migliaia di miliardi se ne vanno per giocattoli accumulati in stanze di bambini stracolme di “Barbie”, giochi musicali elettronici e altri mille balocchi rigirati frettolosamente tra le mani prima di finire nel mucchio e destinati alle discariche. Paesi ricchissimi, opulenti o poveri o miserrimi, riempiono gli arsenali di guerra con armi tradizionali e avveniristiche, superbombe e missili, mine antiuomo, micidiali batteri e virus catastrofici. Il costo delle guerre è una voragine finanziaria di cui non si vede il fondo e in questo istante se ne va in paradiso un bambino africano, indiano, delle periferie urbane di metropoli o di Paesi dimenticati da dio. Un altro bambino lo seguirà tra venti secondi, e un altro, un altro, ogni venti secondi, e un altro, un altro, un altro, un altro, un altro, un altro, un altro,un altro…

strùllo. cacciavi il cinghiale con una pistoletta ad acqua, per di più a spruzzo limitato dal calcare che ostruiva almeno metà del condotto eiettore. Insidiavi farfalle con una pertica di tre metri e cinquanta che in vetta esibiva uno spillo spuntito. Adescavi murene con spezzoni di finocchio imbevuti in aceto e peperoncino rosso. Corteggiavi la bella del paese offrendole gite fuori porta su carrocci di legno mossi a balzi irregolari da cuscinetti a sfera di diverso diametro : niente da dire, ma almeno recedi dalla pretesa che il popolo di San Galluccio di Sopra ti prenda sul serio

svolìo. modesta l’intelligenza dei gabbiani, ma la natura non chiede loro di risolvere test di algebra superiore e neppure di concorrere al “Pulitzer”. Muovono da reazioni semplici i gabbiani. Eccone duecento, forse più, allineati sul bordo sconnesso di un molo disertato dalle grandi cianciole e invece vissuto da mille gozzi e gozzetti, rapidi fuoribordo e bagnarole a propulsione interna, modesti motoscafi di resina e malandate pilotine. Ospitano gabbiani le sartie di vecchie barche a vela e la poppa di rimorchiatori neri come la pece. Un bambino, avrà al più undici anni, è indispettito dalla loro immobolità e allarga le braccia, le aziona come sospinte da lievi correnti ascensionali. E’ ampio e quieto il librarsi delle ali virtuali e i gabbiani non hanno voglia di imitare movimenti rallentati, irreali. Poi aumenta d’intensità, si fa più veloce il movimento delle esili braccia, vigoroso come all’inizio del volo degli uccelli : un gabbiano, uno a caso, si stacca dal timone di una barca che ha perso gran parte della vernice azzurra e del nome dipinto sulla fiancata. Lo imitano in due, lasciano il bordo del molo, poi quattro, il doppio e uno dopo l’altro tutti. In formazione, secondo un ordine istintivo, la nuvola di uccelli riprende il suo incessante lavorìo di esplorazione della superficie del mare, alla ricerca di impercettibili segnali di presenza del pesce. Se ne distacca qualcuno per tuffarsi e catturare una preda. Qualche altro si posa sul pelo dell’acqua e lascia che le piccole onde schiumose dondolino il corpo pazientemente inerte

 

Solo ora sale alto il sole. Salta la sommità del San Severo e scende subitaneo nel solco appena seminato.

Stefania suona serenate alla soave sorella e non stona

Stressata, a sera stenti a scrollare dalle spalle la stanchezza

Strofe stentoree si stagliavano nello spazio sonoro del sofferto struggimento

 

T,t

 

tafofobìa. ho lasciato Maddalena, Fabrizio, Carlo e Rosaria, Antonio e Vitaliano. Li ho lasciati per andar solitario sul guscio di un albero a me sconosciuto, dal midollo dolce circondato da una   corteccia abbastanza larga da galleggiare e sopportare il carico di un sovrappeso qual sono. Il mare brontola ma il percorso che mi separa all’atollo che punto con prua a oriente, è breve e senza opposizione di correnti contrarie. Proprio alle spalle del fazzoletto di terra appiattita sul mare, appena dietro la lunga esile palma che ombreggia l’area centrale dell’atollo, un segnale inedito di mutamento del tempo appare minaccioso, di qui a un miglio marino. D’un tratto è a ridosso della lingua di terra che punto con la canoa e già le piccole onde sembrano ingrossare, imbiancarsi di spuma, rotolare con fragore sulla scogliera che protegge il largo scoglio Il peggio arriva con tutta la violenza della natura profanata e vendicativa che spazza via la canoa e mi catapulta sul crinale di un onda spaventosamente ribollente. Precipito, tento inutilmente di remare con le braccia in direzione opposta al baratro che si spalanca davanti a me, famelico : il mare, caotico per furibonde raffiche di venti multidirezionali, mi deposita sulla sabbia, esanime. Si ferma il respiro, il cuore si spegne, la vita se ne va, o sembra andarsene. Lamousé s’avvicina, pone due dita sulla giugulare e scuote la testa. Mi trasporta sulle spalle all’ombra di una palma e mi copre di foglie, poi scava una fossa nella sabbia, mi trascina ai margini della tomba e il mio corpo scivola giù. La prima sabbia, spinta dalle mani dell’indigeno, finisce sul viso, copre occhi e bocca, naso. Il risveglio dalla catalessi sembra arrivare con orrendo ritardo. I muscoli non obbediscono ancora ai richiami del cervello e la sabbia impedisce alla bocca di assalire l’aria vitale. La mente conserva lucidità per tutti i terrificanti secondi di un’apnea che la memoria fa suoi per rinviare alla coscienza, a frammenti minutissimi, quarant’anni di vita, dai pensieri che hanno accompagnato i primi vagiti a questi ultimi istanti di vita che vita non sono ma prossimità irrimediabile alla morte. La pala di Lamousé si arresta miracolosamente : un dito del piede sinistro, opposto alla parte del cervello che si è rimessa a funzionare, scuote la sabbia che lo copre per metà e il movimento impercettibile basta all’indigeno per intuire la verità e rimuovere freneticamente la sabbia da mio viso, e rendermi la vita. 

tarpàno. Champs Elisée, Paris, France, “Cafè de mon ami” : a destra una venere nera, un metro e mezzo di gambe da choc, volto scultoreo, misure a posto, denti perfetti e labbra carnose, sorriso da rimanerci, voce musicale. A sinistra il mitico Yves Montand, François Truffault e un paio di giovani star in cerca di gloria, fanciulle non più che diciottenni, fresche come rose di maggio. Noi al centro di siffatta compagnia. In volo, sul Concorde, ti ho raccontato l’essenziale del bon ton, ti ho scongiurato di dimenticare le origini texane di allevatore avvezzo a governare manzi : hai detto “tranquilla, okey, I understand.” Okey ? Hai steso una gamba sulla sedia vuota di fronte a te, la suola dello stivale giusto in faccia a una tua dirimpettaia tres chic, hai agguantato il maitre del Gran Cafè per il lembo del suo irreprensibile doppiopetto, candido come la neve e l’hai verbalmente aggredito con un elegantissimo “ehi, give me an american coffee and three, four brioche. Go.” Non è finita lì: hai ficcato i tuoi occhi da bue nella scollatura della biondina a fianco di Montand e li hai scollati di lì solo per sbirciare tra le gambe della brunetta accanto a Truffault che hai gratificato di una smorfia insolente quando ha tentato di comunicarti con lo sguardo la censura al tuo comportamento. Non dire che non ho provato a civilizzarti : bye e non ti scomodare, conosco Parigi come Bond Street dove sono venuta al mondo, me la caverò da sola. Buone vacanze, incorreggibile bovaro.

Tiptologìa. toc, toc-toc, toc-toc-toc, toc : le gambe del tavolino battono colpi con precisione da radiotelegrafia ma la traduzione medianica stenta, per bocca di un medium troglio che balbetta così : “v-vv-vedo n-nel tuo fu-fufu-futuro un’eredità mi-mimi-miliardaria…” A orecchio si direbbe che nella previsione c’è qualche toc-toc di troppo ma il destinatario della fortuna promessa dall’al di là non è un esperto e sgancia gioioso i cento euro per la performance divinatoria. 

trìbade. “acc…il portafogli, naturalmente l’ho dimenticato.” Minchiarelli esegue l’inversione a “U”, s’infila nel portone a grandi falcate, si lascia alle spalle quattro gradini per volta, infila al primo colpo la chiave nella toppa e irrompe nella camera da letto mentre un’anta dell’armadio sembra richiudersi miracolosamente dall’interno. Il raptus di Minchiarelli coincide con la visione della moglie che tenta di nascondere la nudità integrale con un lembo di lenzuolo : il pover’uomo spalanca lo stipo, trascina fuori per i capelli una femmina discinta, i segni della colpa sul volto smarrito e punisce l’insospettabile amore saffico della consorte mettendola alla porta, nuda come Eva. Con lei finiscono sul ballatoio, l’amante pur essa al naturale e una mela, metafora della cacciata dall’eden.

truìsmo. bocche di fuoco semoventi, mura sgretolate, morti senza il tempo di una preghiera e di fronte ragazzi armati di pietre : verità indiscutibile di un massacro chiamato guerra, impressionante verità l’assurda risposta di una fanciulla avvolta nel tritolo, esplosa per la sua terra espropriata

Tollerare, tollerare, tollerare

 

U,u

 

ùzzolo. ùzza. nemmeno una parola, solo occhi negli occhi per attimi brevi e in un niente siamo nell’attico che racconta la tua vita, nel letto da single che può accoglierci solo uno sull’altra. I capelli dietro la nuca accarezzano la mano che la circonda e la esplora, indugiando quieta, sapiente. Il desiderio, acutissimo è reciproco. Al risveglio voglia di aria frizzante, solo un po’ umida, in un mattino pieno di sogni e non solo.

ubbia. sospettoso Fassin, come il levriero che insegue la lepre meccanica nel cinodromo spinta a doppia velocità, la resa ti fu letale. Ordisti trame innescando la canna da pesca con vermi succulenti, ma non abboccò l’inclito pubblico della sinistra-centro/sinistra-sinistra/sinistra-centromoderato/sinistra-destra.

uggia. e adesso spogliati, come sai fare tu (coyright Cocciante), fissa lo sguardo sul 50 pollici Telefunken, ho noleggiato per te “La notte calda”, con super performance di Rocco Siffredi in combination con Cicciolina, Milly D’Abbraccio e sette apprendiste pornostar. Ho ingoiato per te tre pillole rosa virilizzanti, ti ho propinato misture di erbe afro e poi diasiache. Ti sei eclissata in bagno, a doppia mandata di chiavistello. Di sotto la porta il tuo spregevole comunicato: “Il sesso mi annoia, rassegnati”. Ho azzannato pagina dopo pagina il Kamasutra e neppure all’autarchia ho potuto ricorrere. L’emisfero destro, sede della memoria, mi ha riproposto l’immagine arcigna di don Pinco Pallino che a lezione di catechismo minacciò gli imberbi studenti: non commettete atti impuri, la masturbazione è l’anticamera della cecità”. Brutta emula di frigidaire, quella è la porta. Fuooooori!

ultroneo. Credimi, ho assistito con piglio stoico al tuo svuotare lattine di Coca Cola: ogni tre, tre etti di adipe supplementare. La dipendenza ha moltiplicato la dimensione del tuo giro vite. Ho messo il silenziatore alla protesta (eri a tre chili di sovrappeso). Tappandomi il naso ti ho gratificata con lodi per l’abilità di ingurgitare tutta intera una parmigiana di melanzane farcita di mozzarella, in dimensione da cena per otto commensali. Non ho fiatato quando mi hai ordinato di acquistare un ruoto di lasagne da asporto, che hai immesso nello stomaco in minuti quattro. Ho deglutito a fatica assistendo all’assalto del carrello formaggi, nessuno risparmiato. Ho tappato la bocca con nastro adesivo per impedirmi di commentare la rapida sparizione nel tuo esofago di una montagnola di profiterols, mezza pastiera, quattro palline di gelato misto e tre coppe di fragole. Il vaffa…è scattato quando la bilancia ha tradotto il tuo impatto luculliano con carboidrati, proteine e zuccheri, in dodici chili oltre i tuoi abituali novante. Dici che dovevo contare fino a dieci prima di urlare? Ho provato, ma il vaffa è sorto spontaneo dal fegato gonfio e non c’è stato modo di trattenerlo.

??? Uabaina, ubere, ubino, uditofono, ugnatura, ukase, ulama, uliginoso, ultore, ululone, umicolo, unquemai, urdù

 

V,v

vagellàre. in delirio di onnipotenza Egli introduce l’incoronazione tra le procedure di riconoscimento del ruolo di capo del governo : cerimonia nel duomo, schierate le “autorità militari e civili”, colpi di cannone a mezzodì, tre giorni di festa nazionale, il titolo di imperatore e sul capo una corona diamanti e platino. Tra le mani uno scettro tempestato di pietre preziose : chi inventerà l’antibiotico capace di stroncare ’sì grave patologia e ricondurre Silvero tra i mortali ?

viriloide. Ti ho dato caccia spietata per mesi sei e più. Infine la resa e ho ricevuto il premio per ’sì tenace accerchiamento. Ho centellinato la notte d’amore, è stato cauto l’attacco alle aree strategiche dell’eros e… tutto bene, dal viso al ventre, ma disastroso il breve viaggio dall’ombelico in giù : verbigrazia, perché non dirmi di un così inequivocabile ermafrodismo ?

vituperoso. orfanella per abbandono di madre e fuga codarda del genitore, allevata in chiave di bigottismo da brigidine del Buon Gesù, in età del discernimento tra male, bene e così, così, hai accelerato l’emancipazione, l’abiura dei dogmi, l’ipocrisia del perbenismo di facciata e, voilà, hai imboccato il viale della Libertà di assaporare i piaceri della vita. Incappata nell’esagerazione hai apprezzato compagnie di letto di ambo i sessi, finendo nel caos buio dell’indecisione. Così ti ho scoperto, titolare di pessima reputazione. Con l’animo del mecenate che lo sperma di mio padre mi ha inculcato, ti ho redenta. Donna sei, entusiasta del tuo punto “G”. Poco è durata la riconoscenza. Ora sul cuscino accarezzi la foto di Raul Bova e il tuo sognare di Rocco Siffredi, si conclude ogni notte con pratiche autoerotiche. Se appare sul display delle chiamate il mio nome con il pollice lo mandi via, senza ritegno. Galeotto fu il kamasutra che ti ho donato il giorno di San Valentino. Lo hai interpretato con il superdotato Totonno, che peste ti colga.

vivucchiare. Bella, imprevedibile fregatura. Avvezzo a vivere col poco, a dimensione modesta, il Bernardino primatista per anzianità di iscrizione al collocamento di Vigevano, conobbe uno scatto di qualità della vita sua, della ucraina Tereskova e dei tre pargoli con l’assunzione senza limiti di tempo e conseguente balzo in su dell’introito mensile. Anche macchina nuova e vacanze estive in Riviera adriatica. Ma i sogni son desideri, anche per Bernardino. Il governo, in antitesi con la disoccupazione, alletta l’imprenditoria. “Se assumi a tempo indeterminato, sgravi fiscali assicurati”. Ci si butta a capofitto Terzoli, impianti di depurazione e affini. Licenzia Bernardino e assume Persichetti con relativa detrazione fiscale. Bernardino torna a vivucchiare. AAA, vendesi auto seminuova e vacanze sul prato dirimpettaio dell’abitazione con il conforto all’fa di una vaschetta in plastica di un metro e cinquanta per quaranta centimetri, acqua piovana a temperatura ambiente.

vocero. incavolato nero. Abbandonato da Guendalina, recente medaglia d’argento alla kermesse di miss Campania (90-60-90), affetto da paradentosi diffusa, bullizzato da zio Tobia, insano ultra juventino, respinto al mittente dal megapolio editoriale (“grazie per averci consultato, il suo romanzo non è compatibile con la nostra linea letteraria”, indispettito da forfora resistente allo shampo dei miracoli pubblicizzato da Buffon, di tuti avevo necessità tranne che di una nenia funebre eseguita da donne prezzolate. Bischero, sono ancora vivo. Acciaccatissimo ma vivo. Sciò, sciò ciucciuvettola, jesce fore d’a casa mia.

??? Vacuolo, vacuostato, vagulo, vaivoda, vecciule, venabulo, vidalita, villotta, volframio, volutabro, vulnerario

 

W (…)

 

??? Walhall, wampum, wa-wa, whig, whist, wifa, wurm,

 

X,x,

xenodochio. impeti, impulsi, stimoli, vocazioni, fulmini sulla via di Damasco: ogni cosa concorre alla campagna elettorale per un voto maggioritario a favore di adeguata colletta in par condicio che raccolga denari a iosa per ricoverare in ospizi gratuiti e senza permesso di libera uscita i seguenti disturbatori della quiete nazionale: Giggino cinquestelle, Ce l’ho duro della Valpadana, Silvero Primero forzitaliota. Neanche emanato l’apposito comunicato stampa e già piovono sul mio profilo social consensi e bonifici a sei cifre.

 

??? Xenoglossia, xerobio, xifidi, xilema, xilofagoxoanico,

 

Y,y

yo-yo. in luogo ameno, nel bel mezzo della foresta amazzonica, un eclettico eremita, per rari cedimenti alla convivialità ha inventato una gara dei dischetti che vanno su e giù a comando, in obbedienza agli impulsi trasmessi da un cordoncino. L’invito per il Natale 2018 ha raggiunto i cinque continenti ed è stato recapitato a Trump, Putin, ai massimi vertici di Cina, Giappone, alla biCorera, India, Israele, Ue. A garanzia di risposte positive l’eremita ha dato fondo alle residue risorse finanziarie e ha inviato biglietti pagati di andata e ritorno a   ospiti recalcitranti, perché impegnati nella caccia alle poltrone: Ce l’ho duro, Giggino, Silvero. “E’ gratis, hanno replicato. Il gratis non si rifiuta” e hanno assoldato personal trainer per ambire al premio finale riservato dall’eremita a più bravo yo-yoista. Ovvero, non si lascia niente.

 

??? Yak, yaguarondi, yawl, yeoman, yé-yé, yohimbe,

 

 

Z, z

  

zannata. scioccheezza o schezo volgare. Nottetempo Giggino, intrufolatosi nella stanza di un albergo a 5 Stelle con passpartout taroccato in mistico silenzio, a passi felpati ha posto in bilico sulla testiera del letto dove ronfava Ce l’ho duro un secchio di acqua gelida. Nel destarsi il “Noi con Salvini” si è stiracchiato con eccedenze di energia muscolare, tanto da imprimere alla testata del letto un’energica spallata. Doccia scozzese a prima mattina, bestemmie a nomi di Beati presi a caso sul calendario dello smartphone, e silenziosa minaccia all’autore del brutto scherzo. Il leghista ha supposto che fosse Silvero il cattivaccio, frustrato per il sorpasso subito il 4 marzo. Assolda una 2signorina” di prorompente fisicità, seni generosamente a vista e la spedisce ad Arcore con biglietto di raccomandazione da mostrare a Silvero Primero. L’incontro sfiora il clou dell’atto sessuale, per defaillance del forzaitalio, ma la fanciulla un odoroso ricordo di sé, un mini slip. Silvero scoprirà con forti e fastidiosi grattamenti che nel dono del più intino che non si può si annidava una colonia di piattole.

Zanzero. compagno di stravizio L’ambulanza a sirena spiegata viaggia a velocità esagerata in direzione del più vicino ospedale. Il doc del 118 si prodiga per rianimare Giggino, stroncato da un dispaccio emesso da un’agenzia di stampa controllata da Silvero. Racconta il comunicato che nella top ten dei politici con piu alto appeal il giovanotto pentastellato è solo quarto. “Ho dio, sto male” farfuglia Giggino. Un guardaspalle lo solleva, lo deposita sulla lettiga e lo segue con lo sguardo mentre si avvia al pronto soccorso, poi in divisione di cardiologia.

zapateado il tempo scandito con i tacchi picchiati sulla pedana in legno che ospita il tavolo centrale, di fronte alla severa scenografia che in questa notte di San Isidro propone l’immensità spagnola del duo Pedro y Dolores. Madrid è Madrid dalle ore tre della notte. Solo allora, chi ne conosce le intimità, muove alla conquista del posto in prima fila per star dentro emozioni e sonorità della musica suonata, cantata e danzata per pochi privilegiati, estranei al circuito del folclore affibbiato alle carovane di turisti senza qualità.

 

??? Zante, zanzariere, zattere, zenzero, Zanzibar, zar, zecca, zelig, zeppa, zibibbo, zirlo, zollette, zombie, zoroastro, zufolo

 

 

Legenda: Fassin Grissino=Piero Fassino, Silvero Primero=Berlusconi, Emilius Fidelis=Emilio Fede, Padan autarchico e Ce l’ho duro=Salvini, Bruno Ape=Bruno Vespa, Gasparr-opulos=Gasparri.

 

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Il Racconto di Domenica 25 marzo 2018

Gabriella

di Luciano Scateni

Gabriella, via Luigia Sanfelice, la “Santarella”: un mito. Bionda, alta, personale da modella, ma in carne. L’amava tutta la gioventù del Vomero e non pochi di noi adoratori stazionavamo nello slargo della funicolare di Chiaia per vederla passare, via Bernini, Piazza Vanvitelli, dove ogni mattina prendeva il tram in direzione Santo Spirito. Alla fine dell’anno scolastico il clan degli habitué, bighelloni stanziali nel breve emiciclo prospicente la funicolare di Chiaia, erano attenti a quanti vi montavano su dal terminal del Parco Margherita, perché nel flusso di uscita si mimetizzavano, per fare a botte, “quelli della Riviera”, associati in bande contro i nemici del Vomero, “padroni” del quadrilatero delle vie Bernini, Scarlatti, Luca Giordano, Cimarosa. Già, ma chi tra noi aveva mai pensato di deambulare in strade dedicate a grandi artisti? I punti di rifermento erano altri. L’Ideal, cinema che nelle sere d’estate lasciava respirare e mandava in alto, oltre la sala, la nuvola di fumo densa. A “gentile richiesta” l’addetto al proiettore pigiava sul bottone di comando del tetto semovente e l’applauso saliva entusiastico dai consunti sediolini in legno della platea. L’Ideal, al primo spettacolo, se proiettava western, era territorio off limits per chiunque avesse più di vent’anni e all’ “arrivano dei nostri” gli schiamazzi festeggiavano l’evento battendo i piedi sul pavimento consunto di doghe indi legno, sconnesse. Il superamento dei decibel tollerato dalla proprietà del cinema era zittito da Giggetto, anziana, storica, malandata maschera. Con un fischio da carrettiere intimava alla cabina di proiezione di accendere le luci in sala e interrompeva, sul più bello, il trionfo di John Wayne, sceriffo ammazza banditi.

Il rendez vous serale della combriccola era d’abitudine Geppy, detto Smile, per il suo sorriso a centottanta gradi, Enrico, fine dicitore di barzellette, Lucio e la sua simpatica erre alla francese. In fondo al vicoletto Cimarosa, a un passo dal cancello della Villa Lucia, dono di Ferdinando alla moglie morganatica e parallela alla sontuosa Floridiana, s’imboccava la porticina del biliardo, con un tuffo nell’aria impregnata di fumo e tanfo di chiuso che avvolgeva la sequenza di tavoli da carambola e boccette, giochi dominati rispettivamente da Peppe e Tonino sotto gli occhi vigili di Renato, gestore del locale magro come un chiodo, rannicchiato dietro un tavolino con la cassetta dei soldi, un taccuino per segnare l’orario di inizio del fitto di un tavolo e il pacchetto di “nazionali semplici” una dietro l’altra accese e aspirate a pieni polmoni. Per scala quaranta e ramino, Renato aveva attrezzato un paio di salette interne. Ciro, tredici anni, faceva la spola tra il bar e il biliardo. Alle prime ore del mattino con il caffè in tazza, in vetro, macchiato, corretto, in prossimità del pranzo con bitter e pattatine. Spesso se ne stava in un angolo, incantato, a sbirciare il virtuosismo dei giocatori.

Quella sera Luglio sembrava imitare il solleone d’Agosto e chiudersi nei locali di Renato pronosticava abbondanti sudate. L’idea di alternativa partì da Remo, il più scavezzacollo tra noi, il più spregiudicato, privo di scrupoli, un vero scugnizzo appena maggiorenne. “Ci vediamo sotto l’orologio di piazza Vanvitelli, un quarto d’ora è sono lì”. Arriva alla guida di un “millecento” con il cofano arrotondato, prima serie e senza chiederci perché ci infiliamo in macchina. Viale Michelangelo, via Girolamo Santacroce. Oltre una curva, poggiata a un platano, una donna con mezzo petto fuori dalla camicia a fiori che non lo contiene, una sigaretta aspirata a fondo. Insomma una puttana. Remo s’accosta e la fa salire accanto a sé. Ecco perché ci ha chiesto di stare in tre sul sedile posteriore. Lo stop in una strada senza uscita, su ai Camaldoli. Amplessi frettolosi, come stuprare una bambola di pezza, la povera Giuseppina, palpeggiata grossolanamente scende dall’auto per sistemare la gonna. “In macchina, urla Remo e i disgraziati compagni di un’“impresa” da raccontare al clan della funicolare “Obbediscono”. Giuseppina recita sottovoce l’intero rosario di imprecazioni imparate in anni di mestiere. Un paio rimangono scolpite nella memoria dei quattro bulli.

“Ragazzi, stasera c’è la finalissima Internapoli-Milan Boys, fate il tifo per me”. Mai provata un’emozione così. Grande attesa per l’evento, per la partita delle partite, porte aperte agli abituali frequentatori dei Salesiani, ma anche a parenti e amici dei giocatori, ad appassionati di calcio attirati dalla qualità delle contendenti e dalla presenza di Amadei, centravanti del Napoli e osservatore speciale della società, alla scoperta di talenti.

Calcio d’angolo. Mi faccio spazio al centro dell’area di rigore, il cross è invitante. Mi alzo in orizzontale per colpire con il collo del piede il pallone, ma la robusta marcatura del centro mediano mi sbilancia. Vado giù, sulla pavimentazione del campo in mattonelle, il braccio sotto il corpo. Mi soccorre don Le Pera, Funicolare di Montesanto, ospedale dei Pellegrini, nella popolare Pignasecca: frattura esposta, fasciatura e via. Nel pomeriggio con Gigi, mio padre, ricorriamo alle curea di un ortopedico. Nel suo studio di Via Crispi. Troppi tentativi di ridurre la frattura falliscono, il dolore è atroce. Anestesia, mi addormento e mi sveglio con il braccio ingessato. Com’è finita la finale? “Ha vinto il Milan Boys, ma la tua Internapoli ha fatto una bella partita”.

Gigi è ispettore delle Imposte di consumo, ma la sua vita è altro. E’ un attore nato e un regista di grande qualità. Dirige le filodrammatiche dei salesiani e del circolo Enel, che gestisce un teatro piccolo, ma accogliente in via Roma. Ai salesiani vanno in scena le commedie che non prevedono parti femminili, incompatibili con l’austerity al maschile dell’Istituto e nel periodo natalizio l’immancabile Cantata dei Pastori. D’autorità sono cooptato per il ruolo di Benino. Al circolo dell’Enel è in auge il repertorio di Dario Niccodemi e attrice di spicco è Adriana, attrice di elevata sensibilità. Il teatro è nel Dna di Gigi.

Negli anni della guerra siamo a Roma, lui richiamato al Ministero della Marina, mia madre preoccupata per la scelta del marito di non essere fascista. Nella capitale la compagnia Totò-Anna Magnani mette in scena “Che ti sei messo in testa” e del cast fa partea Gianni Agus, nel ruolo di attor giovane. Deve sere sostituito per ragioni di salute e gli subentra Gigi. Gli chiedono di rimanere nella loro compagnia. Il gran rifiuto gli costa non poco. Si tiene il posto di Ispettore delle Imposte di Consumo e la certezza di uno stipendio garantito a fine mese. Per grazia di Dio la guerra ha fine e con un viaggio complicatissimo, su un camioncino sghangherato, che sbuffa su strade dissestate, siamo finalmente a casa arrampicandoci con il tram lungo i tornanti di via Tasso. Al quarto piano di via Scarlatti, al numero 126, una famiglia ha occupato l’appartamento. Ha perso un tetto con i bombardamenti. Povera gente, per cucinare ha acceso il fuoco sul pavimento della cucina, le stanze sono in cattivo stato, ma è casa mia e si può provare a ritrovare la normalità.

In piazza Vanvitelli mi avvicina un soldato americano. Ho i capelli rossi e le lentiggini, forse gli ricordo il figlio. Mi offre cioccolato e chewingum. Mi parla e chissà che dice, ma che importanza ha, è simpatico.

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Il Racconto di Domenica 17 marzo

scugnizzerie

di Luciano Scateni

Diversamente scugnizzi, i bambini di tutto il mondo sopportano, quando ce la fanno, le pene   dell’ingiustizia sociale, il cinismo dei potenti, l’indifferenza degli adulti. Lamentarsi per le intemperanze dei figli di periferie derelitte è un aggravante del deficit di giustizia che divarica le diversità di chi “per caso”, nasce nel benessere, non solo materiale, e chi deve confrontarsi con il degrado e la marginalità. Quello che segue è il docu-racconto di protagonisti del pianeta solidarietà.        

Rosa Iervolino Russo, prima cittadina di Napoli, ha firmato la significativa riflessione, qui di seguito sul tema della “scugnizzeria” della sua città (Scugnizzi, edizioni Intra Moenia). L’idea di riproporla è di dare consistenza alla “confessione” di Salvatore Di Maio, un ex scugnizzo che racconta l’esperienza della “Casa” fondata da padre Borrelli, in una pubblicazione della “La Città del Sole” dal titolo “Nato il 4 Luglio a Napoli, Le metamorfosi di uno scugnizzo”:

Rosa Iervolino Russo: “In molti luoghi della Terra ci sono bambini che avrebbero voglia di rincorrersi, di tirare calci ad una palla, di inseguire un aquilone, ed invece incontrano ogni giorno un diverso destino. Una mina antiuomo, un buio sottoscala dove cucire scarpe, fame e malattie che, in grandi aree del mondo, spezzano i loro sogni.

C’è da pensare a tutti questi bambini prima di riflettere sulla scugnizzeria napoletana oggi così diversa dalla condizione di tante povertà estreme presenti nel mondo, così diversa anche da quell’idea di geniale impertinenza degli scugnizzi napoletani, del passato e del presente partenopeo.

Ogni giorno molti di loro sfidano ancora le regole sociali, per un modo di confrontarsi con la vita fatto talvolta di vandalismo senza ragione. Spesso condividono il loro disagio con altri piccoli, sfuggiti alle privazioni di Paesi lontani per contendersi l’elemosina ai nostri incroci.

Gli scugnizzi raccontati in questa testimonianza di un tempo non troppo remoto richiamano ancora altre immagini alla mente. Quelle di una città piegata dalle ferite profonde della storia, dei suoi figli senza famiglia e senza casa che diventano lazzari per sopravvivere.

Il “caso” della Caracciolo, che illumina di solidarietà gli anni dal 1913 al 1928, precede la devastazione della seconda guerra mondiale che toccò la nostra città. In quegli anni a ridosso di bombardamenti e miserie, quasi tutta Napoli trovò rifugio nella scugnizzeria, per non restare stremata in ginocchio. L’epopea di Mario Borrelli, prete-scugnizzo raccontato ed esaltato da osservatori di tutto il mondo, è uno degli infiniti esempi della generosità che vive nel Dna dei napoletani.

Oggi siamo in un altro tempo, i nuovi scugnizzi di Napoli hanno altre facce, altri modelli di vita e differenti modi di confrontarsi con la miseria, ma anche queste ferite, come quelle della guerra, richiedono da parte della città un grande impegno per guarire i mali della condizione che gravano sull’infanzia. Sta a noi raccogliere questi segnali e trovare le risposte giuste, che quasi sempre non sono le più facili, per ricostruire attraverso la scuola, le occasioni di incontro, i nuovi spazi, l’invenzione dei parchi ed il coinvolgimento delle famiglie, un rapporto adulto-bambino fatto a misura del loro benessere. È questa sicuramente la nostra scommessa più importante per migliorare davvero il futuro delle nostre città”.

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Sono davvero uguali a tutti gli altri i bambini del mondo che patiscono i mali di un pianeta progettato dai potenti in una scala infinita di disuguaglianze, i bambini che frugano tra le montagne di rifiuti maleodoranti, ai margini delle bidonville messicane, ai confini di megalopoli che assistono inerti alla morte dei loro figli per fame, stenti, malattie?

Ora contate: uno, due, tre, quattro secondi. Con questa terrificante sequenza temporale un bambino dopo l’altro perde la vita e l’Africa delle povertà estreme ha il tragico primato di queste morti. Bambini costretti da truci schiavisti, mercenari senza dio, imbracciano kalashnikov e uccidono “nemici” di cui non sanno nulla. Bambini con le mani tese chiedono l’elemosina, figli di un tempo cinico, indifferente al dramma di neonati in vita con le sole ossa scarnite, creature condannate da padri e madri malati di Aids, ragazzini che inseguono un pallone bitorzoluto e perdono gambe, braccia dilaniate da mine anti-uomo.

Scugnizzi, figli dell’abbandono, tutti uguali, figli di città dell’ex Unione Sovietica ospiti come topi nelle fognature di periferie emarginate, sotto tetti mefitici, uguali ai bambini avvelenati dai miasmi tossici di Cernobyl? Uguali a chi nasce in case agiate, avviato agli studi, a un futuro rassicurante?

Nel Dna della Napoli schiantata dalla guerra e da antiche marginalità del Sud, orfani e figli della miseria, scugnizzi senza nome, non di rado abbandonati da maternità rifiutate. I racconti che li hanno protagonisti, non solo napoletani, hanno ispirato romanzi, saggi, inchieste televisive di inviati speciali, fotografie da premio Pulitzer, film del neorealismo.

La storia della scugnizzeria napoletana è il racconto di una società che ama i bambini e al tempo stesso ignora i figli della marginalità. Chi frequenta la linea 1 della metro, per sottrarsi a possibili angherie evita le ore a rischio, quando i giovani eredi di “Arancia meccanica” insultano, malmenano, strapazzano i malcapitati compagni di viaggio. Talvolta gli affiliati a queste diffuse mini gang concludono le bravate in Questura, provvedimento che però non scoraggia nuove “imprese”, anche se inconsapevolmente legittimate dalla rabbia per la iella di essere nati a Scampia, in un contesto familiare degradato piuttosto che a Posillipo, nella Napoli dei privilegi.

Scugnizzi è idea globale. Include i bambini lavoratori in luoghi del mondo dove potenti multinazionali e imprese senza scrupoli ricompensano con pochi spiccioli dodici ore e più di duro lavoro. I volti di queste piccole vittime sono uguali in Sudamerica, in Romania o in Nigeria, a Napoli, nelle favelas brasiliane e nei sottoscala di fabbriche clandestine cinesi. Le storie degli scugnizzi hanno perciò valore universale, come il teatro dolente di Eduardo e il suo opposto di città simbolo della “grande bellezza”, racchiusa tra la maestà del Vesuvio e la magia delle isole.

Scugnizzo è un atto di accusa, è denuncia di violenze senza alibi sulla quota più debole e indifesa della società.

Solo Napoli e un napoletano speciale potevano inventare un rifugio protetto per bambini e ragazzi reduci da una guerra, la seconda mondiale, pagata dalla città con morti e devastazioni come pochi altri territori del Paese.  La nascita e il percorso della Casa dello Scugnizzo rivelano sofferenze drammatiche, solitudini di vedove e orfani, emergenze sociali, ma anche un unico, straordinario esempio di solidarietà.      Un prete, don Mario Borrelli, mette in un canto la tonaca, il mandato di custode delle anime dei fedeli, gli studi teologici e diventa scugnizzo tra gli scugnizzi.

A Napoli, era la prima decade del ’900, lo scienziato veneto David Levi Moreno ottenne dal governo, in concessione, l’uso della nave “Scilla” e la trasformò in asilo ancorato nel porto per bambini e ragazzi esclusi dalla scolarità da condizioni sociali di estremo disagio. Nacque il primo “convitto di mare”.

Il Ministero della Marina ha poi duplicato l’esperienza e ha affiancato alla “Scilla” la “Caracciolo”. Il compito di ospitare seicento bambini è stato affidato a Giulia Civita, la “Signora degli scugnizzi”.

Un terzo “miracolo” è della fine della seconda guerra e non poteva che avere Napoli come scenario. Decine di bambini nati da madri e padri impossibilitati a crescerli e istruirli sono stati temporaneamente adottati da famiglie emiliane e hanno trovato solidarietà, affetti.

Il dopo guerra. Sterminate distese di macerie, un quasi niente da mangiare erogato con la tessera annonaria, tutti in fila per un pezzo di pane e poco altro. Tempo di lutti per i morti ammazzati da una guerra suicida, giovani donne in vendita nelle propaggini limitrofe del porto, offerte ai marines senza distinguere il colore della pelle. Carcasse di navi affondate, di carrarmati saltati in aria a colpi di bazooka, rastrellati dai mercanti del ferro per rapidi arricchimenti.  “Americane chi fuma” a ogni angolo di strada, facce smunte, mogli vestite di nero, scheletri di palazzi sventrati da raid aerei, nelle orecchie ancora l’agghiacciante ululare delle sirene, notti insonni negli anfratti del tufo sotterraneo, il tuono delle bombe sopra la testa, l’odore invadente della muffa, angoli dove fare i “bisogni” senza privacy, i bambini, appena messi al mondo, avvolti in coperte autarchiche, la paura negli occhi dei più grandi.

I graffiti: “Venti volte in questo rifugio, quando finirà?”, “Giuseppe, mi manchi, fai smettere la guerra”, “Ho fame”.  

I bambini di Napoli. Scugnizzi. Sciuscià, ladruncoli, procacciatori di clienti per le “signorine”, orfani aggregati a mini bande capaci di sopravvivere con mille espedienti, con il poco racimolato tirando la giacca dei grandi, la gonna delle donne, con la mano tesa e la speranza di richiuderla su una moneta.

Eterna diversità. Tutta l’Italia in ginocchio per la devastazione della guerra, ma il peggio al di sotto di Roma, per storica iattura dei Sud del mondo.

I bambini di Napoli. Sfamarli, inventarsi percorsi di recupero della normalità, vestirli, ripristinare l’approccio alla scuola, il rifugio negato della famiglia e gli eroi di quel tempo, missionari nella terra di drammi collettivi: padre Borrelli, ribattezzato don Vesuvio, prete di strada, fondatore della Casa dello Scugnizzo, straordinaria calamita per centinaia di ragazzi sbandati, senza famiglia, piccoli randagi in una città inerme, impotente, don Mario erede dell’esperienza di Giulia Civita, la Madonna del Mare, che nei giorni duri del primo Novecento, della resa generale ai disagi e alle inefficienze delle istituzioni, chiede e ottiene una nave in disarmo nelle acque di Napoli da adibire a casa e scuola per centinaia di ragazzi abbandonati a se stessi. Celebra questo immenso atto d’amore e di magnifica intraprendenza la canzone ’E marinarielli: “’Sta  nave e chistu mare fanno ’ncantà…tenimmo ’a signora ch’è  a  megli ’e tutt’e mamme….”.

Don Vesuvio, padre Borrelli, prende con sé, su di sé, centinaia di ragazzi senza futuro, precorritori dell’arte di arrangiarsi e diventa con loro una comunità, un soggetto sociale tenuto insieme dalla condivisione di percorsi di sofferenza solitaria che il prete scugnizzo aggancia, scugnizzo tra gli scugnizzi, per recuperare i semplici, fondamenti della solidarietà, della fratellanza.

 

Raffaele Rota, operaio da adulto, ex scugnizzo, si racconta così: “Sono nato in una famiglia numerosa…mio padre una volta lavorava, un’altra no…e si viveva male…ero un poco sbandato e stavo con le bande degli scugnizzi. Sono entrato nella Casa dello scugnizzo e lì ho fatto fino alla quinta elementare…certo, io sono scappato diverse volte, ma non perché non ci stavo bene, anzi… era proprio la mia voglia di evadere: volevo essere libero…una volta, era nel ’56, mi presero e mi portarono nel Riformatorio Filangieri…poi sono stato a Nisida per quattro anni e ci ho fatto le scuole di avviamento, dove mi hanno insegnato a fare il tornitore meccanico. Quando stavo allo Scugnizzo, d’estate ci portavano all’ospizio marino di Posillipo…prendevamo il pullman 118 e se vedevamo una persona anziana ci alzavamo per farla sedere e quelli dicevano “Guarda ’sti scugnizzi comme so’ bravi”.

 

Scugnizzo tra gli scugnizzi

E’ ipotesi forse arbitraria, non impossibile, congiungere il miracolo della “Caracciolo”, nave scuola per bambini e ragazzi della Napoli ferita dalla guerra, all’opera di don Mario Borrelli, alla Casa dello Scugnizzo e con il filo rosso di una staffetta ideale tra protagonisti della della solidarietà.

Mario, al tempo dei suoi capelli bianchi ha avversato con tenacia la rappresentazione delle sue più evidenti qualità di prete scugnizzo, ogni tentativo letterario o giornalistico di evocare il senso di una vita che ha oltrepassato le dimensione pragmatica del sacerdozio per irrompere in una nobile avventura cha aggiunge uno speciale capitolo alla Chiesa “altra”, molto prossima a Cristo, pochissimo alla gerarchia ecclesiastica e al suo potere temporale. Di sicuro c’è che Mario Borrelli, giovanissimo, mise in un cassetto remoto la laurea conseguita in Inghilterra e scese in campo per sfidare la lettura catastrofista della Napoli uscita dalla devastazione della seconda guerra mondiale, incapace di lasciarsi alle spalle l’illecito del mercato nero e del contrabbando di “americane”, la compravendita di soldati Usa da abbandonare nei Quartieri Spagnoli dopo averli riempiti di pessimo alcol e svuotati di ogni avere.     Quando don Mario si spoglia dell’abito talare e indossa stracci sporchi, inadeguati a combattere il freddo e l’assalto dei parassiti, così lontani da un minimo di dignità, deve fronteggiare la stupefatta ostilità dell’apparato ecclesiastico e lo scetticismo polemico della famiglia. Il giovane sacerdote si fa scugnizzo e spende entusiasmo, energie, salute fisica, per mimetizzarsi ed essere ammesso nei circuiti impermeabili delle bande di diseredati che infestano il bronx di una città sbrindellata e incapace di provvedere al recupero dei figli di nessuno. Prima di attrarre qualcuno di questi fratelli di strada al riparo di un tetto, Mario vive la scugnizzeria fino all’abbrutimento, al dolore fisico, all’esperienza della fame che giorno dopo giorno non è più dello stomaco, ma della mente e tesse la rete di quel soccorso popolare che solo Napoli sa proporre nei momenti estremi del disagio collettivo. Molto è stato raccontato della Casa dello Scugnizzo e di Mario Borrelli, ma sulla questione dell’infanzia non protetta, benché siano mutati tempi e modi dell’emarginazione urbana, sono ancora in piedi le ragioni per allungare il percorso della solidarietà che omologa la storia della nave-asilo “Caracciolo” all’esperienza di don Mario Borrelli, da esportare nei luoghi della Terra che per deficit sociale avvicinano est e ovest, Europa, Asia e Africa, sobborghi di New York e periferie delle metropoli di ogni sud del mondo. Scugnizzi, a modo loro, sono i bambini che popolano il buio della rete fognaria di città fantasma dell’ex Unione Sovietica e scugnizzi, sono gli eredi di “Arancia Meccanica” che ammazzano per “gioco” chi incrocia la strada delle loro bravate senza un perché nelle strade di Chicago distanti dall’opulenza. Scugnizzi sono i bambini i, armati come soldati e drogati per superare l’orrore del sangue di vittime di una guerriglia spietata, incompatibile con la stagione della fanciullezza. A loro, ai loro simili noti e sconosciuti, è da ascrivere la storia della “Caracciolo”, di Giulia Civita, di Mario Borrelli, di altri eroi del nostro tempo che riempiono la dolorosa solitudine dei figli di nessuno.

Nel contesto dell’operazione letteraria “Scugnizzi”, edita da Intra Moenia, c’è un primo approccio di Salvatore Di Maio alla memoria di ex scugnizzo, di un percorso di vita che lo ha portato al ruolo di dirigente del Comune di Napoli, come racconta in “Nato il 4 Luglio a Napoli”, in corso di presentazione in questi giorni:

“Io non sono uno degli scugnizzi raccolti da Mario Borrelli. Appartengo alla seconda generazione, quella dal ’58 in poi. Abitavo già nel quartiere, a Salita S. Raffaele, praticamente di fronte alla Casa dello Scugnizzo, e a chiedere a Borrelli di prendermi fu proprio mio padre, tipico napoletano bazzariota, che d’estate vende cocomeri e d’inverno carbone…I primi cinque-sei anni della mia vita erano già trascorsi tra i cumuli d’immondizia davanti alla chiesa sconsacrata di S. Gennaro a Materdei, ma non sapevo molto della Casa dello Scugnizzo, anche se ricordo che molti genitori la usavano come una minaccia verso i figli, dicendo: “Mo’ te mando o Serraglio”, e indicavano la Casa dello Scugnizzo. Anche in seguito, quando mi è capitato di parlare di questa esperienza, le persone lo interpretavano come un luogo in cui io fossi stato rinchiuso . . .Io invece ci ho vissuto per otto anni, dal ’59 al ’67, entrandoci senza particolari problemi…il rapporto d’amicizia con i ragazzi con cui sono stato là dentro è stata un’esperienza importante…Le regole della casa non erano di quelle che fanno star male: erano le solite della convivenza. Alzarsi a una certa ora, fare il letto, andare a scuola, pranzare insieme, fare i compiti con gli educatori, le ore di ricreazione, la cena, un po’ di televisione e poi a letto…La sveglia era un rito da camerata militare…Ogni mattina, dopo colazione, uscivamo, ci mettevano in fila ed andavamo alla scuola elementare pubblica, la “O. Fava” di vico Trone a Materdei, dove ho avuto un insegnante straordinario, il maestro D’Andrea. Nel refettorio proiettava un film ogni mese… L’unico elemento di disturbo, in quel periodo, era dí essere individuato in classe come ‘quello della Casa dello Scugnizzo’…Le regole della casa non erano di quelle che fanno star male. Erano le solite della convivenza: alzarsi a una certa ora, fare il letto, andare a scuola, pranzare insieme, fare i compiti con gli educatori, le ore di ricreazione, la cena, un po’ di televisione e poi a dormire….Dopo la scuola c’era il pranzo, poi il rituale della controra, e finito il riposo si tornava nel refettorio per fare i compiti con gli educatori…La domenica eravamo in libera uscita e per me significava andare nella mia casa di fronte…Devo dire che quei ritorni non erano un momento di gioia. La miseria di mio padre mi pesava sempre di più… Durante le feste lui andava in strada con la chitarra, cercando di fare un po’ di soldi e qualche volta toccava a me andare in giro con il piattino o addirittura di cantare…Altri ragazzi stavano peggio di me, perché orfani….Ci piaceva il padre dei fratelli Caso, che tutte le domeniche, benché non avesse una gamba e camminasse con le stampelle, arrancava da Portici fino a Materdei per vedere i figli…Con loro era molto affettuoso…Erano previste anche le punizioni, ma non si trattava di percosse, piuttosto di privazioni, come restare senza frutta, senza cioccolata o senza libera uscita…L’ultimo periodo di permanenza alla Casa dello Scugnizzo è stato più difficile. Eravamo tutti più grandi, vivevamo in un’unica camerata nel sottotetto del convento, avevamo superato la fase della pubertà e cominciavamo ad avere pruriti sessuali…E’ stato il tempo della sfrontatezza. Una delle scommesse a cui ho partecipato richiedeva di alzare le gonne alle ragazze incontrate in strada…Nel ’67 sono andato via dalla Casa dello Scugnizzo. Che cosa mi ha lasciato di importante la Casa dello Scugnizzo? Per me è stata la scoperta che c’era un mondo oltre i confini di Materdei, è stata l’esperienza che mi ha inculcato il senso della comunità…Ho conseguito la licenza media al “Casanova”, convinto che avrei fatto l’aggiustatore meccanico…Uscito dalla Casa, non ero ancora niente…Ho fatto molti mestieri…il carbonaio con mio padre, ho lavato i piatti, ho lavorato come tappezziere, in una tipografia…La verità? Ho avuto due grandi scuole di vita: la Casa dello Scugnizzo ed il grande partito comunista…Mi è venuta la voglia di essere come i ragazzi delle Fgci, ho cominciato a leggere, a studiare e mi sono iscritto al liceo scientifico, all’università (filosofia, laurea in sociologia)… E’ nata la voglia di cambiare le cose, cominciando da me stesso. L’esperienza della Casa è stata straordinaria, ma purtroppo non ho espresso la sua grande potenzialità. Ancora oggi è un approccio educativo per i ragazzi di strada. Non promette di farli diventare tutti scienziati, ma solo normali. Per quanto so, tutti quelli che come me hanno usufruito dell’esperienza vissuta nella Casa dello Scugnizzo si sono inseriti senza problemi nella società”. 

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Il Racconto di Domenica 10 marzo

IL FANTASTICO DELL’IMMAGINARIO

 

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Il misterioso incipit di questo racconto sui generis è, come definirlo, un rebus grafico. Le indicazioni per risolverlo: unire i nove punti con quattro linee (rette) senza staccare la penna dal foglio. Non v’incavolate se un inutile arrovellamento mentale si scarica sul sistema nervoso e vi fa battere i pugni sul tavolo con rabbia. Falliscono cervelloni capaci di calcoli aritmetici a centotrenta cifre, pensatori eccelsi, talenti prodigiosi. E fate un fioretto, non leggete la soluzione posta in coda se non alla fine della lettura di questo anomalo racconto che prende le mosse da una favola terapeutica inventata da una psichiatra torinese di nome Gallino.

L’obiettivo terapeutico è invertire il dolore, il disagio, il pessimismo, in positivo, quello che il genio della psicanalisi, Paul Watzlawik, racchiude nella magia della parola “change”, cambiamento.

“Respiri profondi, rilassamento, quiete, sì così, la mente sgombra” prescrive la Gallino. “Sei ai margini di una palude che ti circonda. Acqua stagnante, nessuna trasparenza, paura dell’incognito (cosa sul fondo della palude?) Un passo dopo l’altro, non c’è modo di uscirne, ma dove finisce? Dolorose punture sulle gambe, immerse fino all’inguine nell’acqua maleodorante. Una fitta al polpaccio, un morso? Panico. Uccelli neri, urlanti, sfiorano i capelli, versi di animali sconosciuti, ma chi li emette? Il cielo, per quello che si intravede tra gli ombrelli verdi di alberi secolari, sono neri di pioggia, solcati da fulmini, seguiti da rombi come cannonate terrorizzanti della guerra mondiale. Un cappio alla gola, sempre più stretto, respiro mozzo, qualcosa di viscido che striscia all’interno della coscia, la fine della palude nascosta da alberi piangenti, con i pipistrelli che si levano dai rami in formazione e sfiorano quanto emerge dall’acqua, a pochi centimetri dalle braccia che brancolano nel vuoto come se fosse bendato, cieco. Il malessere sale d’intensità, prende alla gola, accelera il ritmo cardiaco. Il dolore è acuto come una morsa di angina. Sperimenti il limite della resistenza, lasci che arrivi al parossismo, senza resistergli. Ora è sul punto di crollare, forse non c’è via d’uscita…”

D’incanto ecco il margine della palude, lì a due passi. Oltre, ora che ne sei fuori, la magia di un prato soffice. Piccoli fiori di colore intenso segnano il percorso che conduce con dolce pendenza all’esordio di una collina coperta di ginestre in festosa esplosione. Ad ogni passo in su, verso la cima, una causa della sofferenza si dilegua senza lasciare tracce. Spariscono i segni di punture, la stanchezza. I polpacci, messi a dura prova dal fango sul fondo della palude, rispondono alle sollecitazioni della salita senza risentire dello sforzo. La mente elabora immagini di serenità, perfino un vecchio acciacco a carico della schiena sparisce “miracolosamente”. Al culmine della collina sorridi e pensi con autoironia al rapporto litigioso con Lucia, che può cambiare. Sai che entrato in casa il gesto di gettare il giaccone sulla prima sedia che ti capita a tiro la fa andare in bestia e provoca a catena la tua reazione indignata per la sua pedanteria di perfettina. Sorridi con l’idea del change.

Favole, ma funziona davvero? Anche per chi scommette ogni giorni di scrivere cose intelligenti e in buon italiano? Dicono sì di “maghi” di Palo Alto, ovvero i geni dello split brain, del cervello diviso, che lavorano con alacre profitto alla conoscenza della materia grigia e delle sue eterogenee, ma contemporaneamente integrate attività. In due parole, è la spiegazione della scuola di settore più avanzata del mondo, in individui a formazione e cultura occidentale, l’emisfero sinistro sovrintende all’insieme dei processi logico-analitici, al linguaggio, alla razionalità e il destro, sotto utilizzato per subordinazione ai modi di vita della società evoluta, è deputato alla creatività, al sogno, alla fantasia, alle funzioni della memoria e, oltre a molte attività importanti per la salute psicofisica dell’uomo, anche al miglior funzionamento del sistema immunitario.

Se ne deduce che conviene riequilibrare il potenziale dei due emisferi? Per rispondere è sufficiente interrogarsi sul fenomeno dei geni. Perché Mozart componeva musica straordinaria nell’età in cui i coetanei giocano con il Lego; perché Leonardo, Einstein, Picasso, sono uomini della storia, mentre pinco pallino Giuseppe non sa neppure cambiare una lampadina fulminata, Giovanni ammette di essere negato per la matematica e Gennaro non sa neppure come si tiene in mano una matita da disegno? Per ragioni in corso di accertamento, c’è che i geni hanno conservato fin dalla nascita una stretta relazione con l’emisfero destro.

Ho posto domande ovvie ai pionieri della ricerca sull’organo umano che elabora più e meglio di un mega calcolatore e accende la scintilla delle grandi scoperte, la forza narrativa di eccelsi scrittori, l’originalità di musicisti, pittori, scienziati.

Ricevo un paio di risposte propositive: “Guarigioni inspiegabili, esempio estremo è la scomparsa di tumori in stato avanzato, per chi ha fede si attribuiscono a miracoli di Santi e Madonne. Oltre, la scienza accademica non va. Non vuole andare. È duro ammettere che in alcuni casi e con motivazioni diverse, forti suggestioni attivano il sistema immunitario fino ad antagonizzare le cellule tumorali”. Seconda risposta: “Sei un giornalista, uno scrittore? Ricorda, ti capita di metterti al computer e di logorarti inutilmente per la difficoltà di un incipit convincente? Succede e più ti impegni per razionalizzare (emisfero sinistro) la ricerca di un inizio non banale né ripetitivo di un articolo, di un racconto, meno riesce lo sforzo. A un niente dalla resa all’esordio meno condiviso, lo sguardo vaga oltre la finestra che s’affaccia sul mare. Si avvicina al porto una nave crociera. Ti ricorda la traversata nel Mediterraneo con destinazione Malta, il viso angelico di Ester, poggiata al parapetto in coperta, il suo sguardo dolce e intenso. Il cuore batte forte, la fantasia su quel viaggio vissuto come una magia ti connette all’emisfero destro, alla creatività. Le dita corrono sui tasti del Mac e, uscito dalla “trance” emotiva, sai di aver scritto il migliore esordio del racconto sul mare che bagna la tua città”.

Prima di andare oltre un altro rebus grafico: sistemare dieci alberi su cinque file di quattro alberi ciascuna. La soluzione alla fine dello scritto, auguri.

E le maie di change? Provare per credere. Sono uno dei milioni di uomini che dopo una giornata di lavoro rientrano a casa sotto stress. Ogni sera mi libero di soprabito e giacca e li butto lì, dove capita, sulla sedia più vicina. Il dopo appartiene a un collaudato rituale. Mia moglie mi urla appellativi coloriti “Scostumato, ingrato. Lavoro tutto il giorno per tenere a casa in ordine e tu ti comporti come un lazzaro”. Di solito reagisco così: “Ma che brontoli, ho lavorato come un matto, ho affrontato e risolto mille problemi e tu rompi con queste cretinate…”

Lite continua assicurata, reiterata, giorno dopo giorno e così quasi all’infinito per stupidi screzi. Non stasera. Sistemo la giacca nell’armadio, il soprabito sull’attaccapanni e porgo a Lucia il long drink che ho preparato. “Ciao amore, mi sei mancata”. La sorpresa choc funziona. “Litigare per sciocchezze? Mai più”.

Mi convince. Un’altra prova della specularità dei due emisferi? “Se l’ictus colpisce la zona celebrale sinistra, chi lo subisce perde il dono della parola”.

E in positivo? “Betty Edwards, docente di disegno esperta in tecniche di attivazione dell’emisfero destro, sperimenta le tecniche con un gruppo di trenta giovanissimi che denunciano di essere ‘negati’. Dopo tre mesi i partecipanti all’esperienza sembra siano tutti neo diplomati dall’Accademia delle Belle Arti. Come? Parlando al destro con il linguaggio del destro. Se vuoi approfondire, c’è una intera biblioteca di studi, saggi, ricerche della scuola di Palo Alto, pubblicate da Adelphi.

Soluzione 9 punti in quattro linee senza staccare la penna dal foglio

 

Soluzione 10 alberi su 5 file di 4 alberi ciascuna


 

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Il Racconto di Domenica 4 marzo

L’ITALIA NEL CUORE

di Luciano Scateni

Italiani speciali regalano la vita alla propria terra. La vocazione è antica. E’ dote di uomini e donne impegnati a tessere fitte reti di rapporti internazionali, persuasori per nulla occulti, che promuovono il Bel Paese nel mondo. Quanto conoscono un siciliano, un veneto, un valdostano, del magnifico Abbruzzo, e quanto gli abruzzesi di Bolzano, del Trentino, di Nuoro? Poco, spesso niente. Paradossalmente più delle Maldive, di Formentera. Il ruolo di ambasciatore di chi racconta storie, dei protagonisti di nobili eventi, eroismi, eccellenze, è prezioso, come una missione. Ne scopro uno dicendo sì alla richiesta di partecipare alla presentazione del libro “L’Italia nel cuore” di Goffredo Palmerini. Ne traggo le riflessioni del resoconto-racconto, qui di seguito.

 

“L’Italia nel cuore”, ponderoso volume firmato da Goffredo Palmertini, per un napoletano quale sono evoca le corrispondenze, i racconti dei grandi e illustri viaggiatori dell’800 e del primo Novecento, attratti dal fascino di Partenope, del suo passato, di superfetazioni greche, romane, di dominazioni che la città ha inglobato senza perdere la sua storica specificità. Il docu-libro suscita anche invidia per chi come me vorrebbe esibire di Napoli, ma non l’ha fatto ancora, altrettanta dovizia di personaggi ed eventi incolonnati in grandi numeri, perché li includano strutturalmente.

“L’Italia nel cuore” è come un inno nazionale al merito del Paese, alla solidarietà, all’accoglienza dei migranti, al sentimento collettivo che, fatta eccezione per minoranze intolleranti, ha origine nella memoria delle nostre migrazioni nel mondo.

L’Italia è legittimamente orgogliosa, perché esempio di generosa accoglienza dei migranti costretti a lasciare le loro terre martoriate da guerre sanguinose, feroci tirannie, da fame e quasi nessuna tutela sanitaria. Quanto a solidarietà non c’è possibile confronto tra l’Italia e il resto dell’Europa. L’estremo opposto è il filo spinato srotolato lungo i confini di Paesi membri che non fanno nulla per meritare l’accoglienza nella Comunità e le risorse ricevute dalla Ue: Ungheria, Polonia, in parte l’Austria.

A chi in Italia partecipa alla gara dell’espulsione dal nostro Paese e la quantifica in mezzo milione, seicentomila migranti, la storia ha il dovere di ricordare il numero di connazionali emigrati in fasi successive dal Paese economicamente in ginocchio: milioni e milioni. Non meno convincente dovrebbe essere il dato dell’ultimo censimento degli italiani che oggi vivono in altri paesi. Sono all’incirca quattro milioni e mezzo. Il numero più alto in Argentina (650mila), e in Germania (oltre seicentomila), 300mila in Gran Bretagna. Per la maggior parte si tratta di eccellenze che il mondo accoglie e valorizza. In passato hanno contribuito all’esodo il Veneto, l’Abruzzo, le regioni del Sud, principalmente Sicilia e Campania, territori economicamente arretrati.

Come accade in questo esordio del terzo millennio per i profughi africani, anche i nostri espatriati in successive fasi storiche coincidenti con crisi economiche epocali, hanno cercato lavoro e fortuna sopportando disagi, discriminazioni, ghettizzazioni, prima di omologarsi ai Paesi ospitanti e di integrarsi completamente, fino a occupare ruoli istituzionali di massimo livello, posizioni preminenti nei campi della scienza, dell’arte, dell’imprenditoria.

Chi guarda lontano sa che nel tempo il fenomeno riguarderà anche l’Italia, in generale l’Europa. Già adesso il popolo dei migranti contribuisce con un apporto interessante alla nostra economia e dato non irrilevante, rallenta la tendenza all’invecchiamento degli italiani, con la nascita dei suoi figli. Già tanti immigrati, specialmente africani, sono inseriti nel sistema italiano del lavoro, molti in condizioni disumane, frequentano le nostre scuole, lavorano nelle nostre fabbriche e in molti casi si adattano a svolgere mansioni che i nostri connazionali rifiutano perché gravosi o mal retribuiti.

Goffredo Palmerini, sta dalla loro parte, consapevole della dimensione mondiale del fenomeno e dei tanti abruzzesi emigrati dalla sua terra.

L’autore di “L’Italia nel cuore” è un personaggio di straordinaria poliedricità e di sorprendente universalità. Potrebbe apparire secondario, ma per chi come me si occupa di comunicazione, i dati che sto per citare hanno il carattere dell’eccezionalità. Per promuovere l’incontro napoletano di presentazione del suo libro, il comunicato stampa da lui redatto è stato pubblicato da venti testate, di cui una argentina e una brasiliana. Altre particolarità: “L’Italia nel cuore” ha ricevuto 58 recensioni internazionali nei seguenti paesi: Argentina 3, Australia, Brasile 3, Canada 6, Cile, Danimarca, Germania 2, Lussemburgo 3, Messico, Perù, Polonia, Repubblica Domenicana 2, Spagna 2, Stati Uniti 10, Sud Africa, Svezia, Svizzera 3, Uruguay 2, Venezuela 11. E ancora, da 11 testate on line italiane, 37 abruzzesi, da 9 Agenzie di stampa internazionali, 4 quotidiani, 7 periodici.

Questi dati rivelano antica e attuale contiguità dell’opera di Palmerini con il tema dell’emigrazione, di cui è uno stimato operatore internazionale e sottolineano le relazioni   culturali che intrattiene con personalità di spicco in Paesi come gli Stati Uniti, l’Argentina, il Venezuela, terre di grandi flussi migratori degli italiani.

Avrei voglia di citare come ha fatto Palmerini tutti gli uomini e le donne abruzzesi raccontate dall’autore di “L’Italia nel cuore”, soggetti di una folta e prestigiosa rappresentanza all’estero, ma occorrerebbe ben altro spazio per non dimenticare alcuni degli innumerevoli scrittori, musicisti, scienziati, esponenti di istituzioni internazionali e persone semplici che hanno acquisito meriti speciali in tutti i campi, per generosità, altruismo, competenze.

Goffredo Palmerini, lo testimonia la sua biografia, è come dicevo una personalità poliedrica. Ha rivestito incarichi amministrativi per la città natale, l’Aquila, da assessore e vice sindaco, poi si è affermato come scrittore e giornalista. Ha pubblicato i libri “Oltre confine”, “Abruzzo Gran Riserva”, “L’Aquila nel mondo”, “L’Altra Italia”, l’“Italia dei sogni”, “Le radici e le ali” e questo imponente “L’Italia nel cuore”. Per l’attività letteraria e di giornalista ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Di recente il premio internazionale di giornalismo Gaetano Scardocchia, il premio Maria Grazia Cutuli. In passato Palmerini è stato insignito del prestigioso premio Nelson Mandela per i diritti umani.

Come accennato è un apprezzato studioso di migrazioni, autore e componente del Comitato scientifico del dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo.

Se merita un titolo aggiuntivo è quello globale di ambasciatore dell’Abruzzo nel mondo.

Due colte presentazioni introducono il lettore a “L’Italia nel cuore”. Scrive Luisa Prayer, musicista di fama su Palmerini “E’ innamorato delle storie che racconta, delle persone che incontra, perché capace di una meravigliosa disposizione interiore, aperta, disinteressata, pronta a gioire dei successi dei protagonisti dei suoi reportage”. Carla Rosati, docente universitaria, dice nella prefazione: “Palmerini, in questo suo ultimo lavo ci prende per mano e ci accompagna in giro per il mondo…ci fa attraversare la sua terra…descrive paesaggi magici…annota con finezza di scrittura sensazioni ed emozioni”.

Il libro presentato a Napoli nello spazio eventi dell’editore Guida, preceduto da una nota dell’autore, propone ventitré capitoli e in appendice nove scritti di autorevoli autori/autrici. Per avere un’idea seppure approssimativa, ma il libro va letto con l’attenzione che merita, cito il numero sorprendente di nomi elencati da Palmerini in uno degli indici: sono i trecentoventi di persone che fanno parte della sua narrazione. Un capitolo speciale del volume porta il lettore negli Stati Uniti, dove l’autore incontra personalità abruzzesi affermate in tutti i campi della cultura e della scienza e dov’è conservata la memoria delle migrazioni italiane di cui musicisti, medici, ricercatori e amministratori italo americani sono discendenti.

Noi napoletani andiamo fieri degli innamoramenti per la nostra città, raccontata dai grandi viaggiatori come Goethe, da musicisti di fama. Riconosciamo alla nostra gente eccellenze che si sono affermate nel mondo: poeti, scrittori, drammaturghi. Ricordiamo, a chi considera solo le criticità di Napoli, che tra la fine dell’800 e gli inizi del secolo successivo, la città poteva esibire oltre cento primati in tutti i campi dell’economia, delle scienze, dell’arte.

L’operazione di Palmerini somiglia, per l’Abruzzo, a questo genere di riconoscimenti, che nella stagione attuale si manifesta con lo straordinario merito dell’accoglienza ai migranti, della negazione di ogni forma di razzismo, di una forte e sentita solidarietà.

L’opera complessiva a favore delle emigrazioni di Palmerini svela, in parallelo con Napoli, il ruolo dell’Abruzzo, della terra provata dalle catastrofi naturali, di un’umanità per questo temprata, tenace, intraprendente e stimola il desiderio che si moltiplichino le iniziative come “L’Italia nel cuore”, per ciascuna delle venti regioni del Paese. A Napoli non fanno difetto intelligenze e competenze per sistemare in un’opera enciclopedica eventi, nomi, eccellenze, di questa terra di grandi personaggi, citati individualmente, mai in un contesto globale, esaustivo.

Mi piace concludere con una annotazione sulla ricchezza della documentazione fotografica del volume e, da giornalista, con due domande all’autore. Quale futuro per le aree dell’Italia centrale colpite più volte nel tempo dal terremoto e quali garanzie che la ricostruzione, dov’è possibile, avvenga con sistemi antisismici, con piena trasparenza degli appalti. In altre parole, cioè, come vigilano gli abruzzesi sulla loro terra? Vigiliamo, risponde Palmerini e non c’è motivo per non credergli.

La cronaca racconta tempi e modi della ricostruzione post terremoto dell’Aquila che descrive più bella di prima, con il suo centro storico più grande d’Europa. Di nuovo si fa strada il rammarico per la storica inerzia che e nega la valorizzazione del centro antico di Napoli, ricco come nessun altro di beni artistici e testimonianze del passato.

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Il Racconto di Domenica 25 febbraio

Il monito senza tempo della Resistenza

di Luciano Scateni

[Questa narrazione chiede ai lettori la retrodatazione, cioè di riportarla agli avvenimenti degli anni ottanta del secolo scorso, quando l’Italia si è consegnata al governo di centrodestra. Erano già in progress, non così espliciti come in questa vigilia delle politiche di Marzo, le divergenze interne alla sinistra storica e si dimostrò politicamente profetica la scelta di pubblicate il Dizionario della Resistenza, firmata da Gaetano Arfè. Oggi, l’opera assume dimensione di ammonimento, perché il Paese stronchi sul nascere ogni tentativo di legittimazione della destra neofascista. Di sicuro l’opera di Arfè, edita da Einaudi, dovrebbe trovar posto nelle biblioteche scolastiche, per accompagnare con l’autorevolezza dell’autore un’incursione consapevole nella storia italiana del secolo che abbiamo lasciato alle nostre spalle e la cognizione di quanto accade oggi nel mondo e in Italia, investiti da una pericolosa deriva della destra.]

A conoscerli, i partigiani si mostrano spesso lontani dall’immagine pro­posta da alcuni film che fortunatamente ricordano il patrimonio storico e politico della Resistenza. Lo stereotipo degli eroici protagonisti della Liberazione è ben chiaro nella percezione dei più: uomini forti come querce, capaci di sacrificare se stessi, di negarsi agli affetti più cari, di prendere la strada del pericolo incombente in ogni istante e buttar fuori dall’Italia il nazifascismo. In antitesi, ma con altrettanta autenticità, l’im­maginario propone esili figure che hanno donato alla causa intelligenza, esperienze e altrettanto coraggio, ma in retrovia, dove hanno progettato non meno pericolosamente la libertà, il ritorno alla democrazia e le stra­tegie per appropriarsene. Tra molte cose che non so di Gaetano Arfè anche questa: se fu partigiano d’assalto o cervello dell’organizzazione, Mi induce a propendere per la seconda ipotesi la lunga frequentazione di quanto si iscrive nelle ricerche della scuola di Palo Alto, così attenta alle comunicazioni verbali e soprattutto non verbali, da cui dedurre attendibili riflessioni, indizi e giudizi sul prossimo. Le deduzioni prodot­te dall’osservazione di gesti ed espressioni del leader socialista direbbero che è stato uno tra tanti intellettuali che hanno messo temporaneamen­te in disparte studi e ruoli accademici, per offrirsi al prodigio organizza­tivo delle formazioni partigiane. Fossi smentito non scemerebbe comun­que il credito che Paul Watzlawick e l’intera scuola californiana hanno acquisito per le avveniristiche esplorazioni del cervello.

Sono certo che Ciro Raia, suo estimatore e promotore dell’incontro per la presentazione del Dizionario della Resistenza nella prestigiosa sede dell’Istituto degli studi Filosofici di Gerardo Marotta, ha sollecitato al ricordo di Arfè prestigiose menti che lo hanno conosciuto e conservano con rispettosa meticolosi­tà la memoria della sua vita intensa, esemplarmente coerente, generosa.

Di qui la scelta di evitare l’esegesi di un padre dell’Italia, che l’ha attra­versata da protagonista illuminato e, invece, l’intenzione di ricordare un incontro specialmente importante, per me impegnativo, emotivamente unico. A chi ha sfiorato gli avvenimenti chiave della storia recente, suc­cede di convivere con due sentimenti; l’uno riprovevole, d’invidia per altri che vi hanno partecipato, l’altro di soggezione per quanti possono ancora raccontare il loro esserci stati. Non troppo tempo addietro, ho dunque goduto del privilegio di introdurre l’appassionata presentazione di Arfè di un’opera monumentale edita da Einaudi, su un tema colpevolmente incompleto, tanto da sottrarre consapevolezza dell’evento decisivo per la nascita della Repubblica a gran parte delle nuove generazioni. Per qual­che istante ho temuto di essere inadeguato. I timori sono però svaniti alle prime parole di Gaetano Arfè, quieto segnale di benevolenza e di attenzione senza riserve, paritario, che incoraggiava e svelava l’abitudine antica a elargire protezione, ad anticipare il dono di saggezza che lì a poco avrebbe diffuso nella sala del convegno. Per l’avvenimento vi erano convenuti vec­chi compagni, ma anche alcuni giovani, attratti dal carisma del leader socialista e da quanto gli storici hanno rivelato di una sua vita esempla­re e non poco scomoda. Era fresco di stampa il primo volume del Di­zionario della Resistenza, che animò quell’incontro, evocando l’immenso valore della lotta partigiana per la liberazione e l’evidente attualità di quegli eventi da cui nacque l’Italia repubblicana e la Costituzione, det­tata con storica partecipazione da tutte le componenti democratiche. In quei momenti Gaetano Arfè era uno, ma idealmente impersonava tutti gli uomini e le donne incarcerati per aver opposto alla barbarie del nazi­fascismo gli ideali di libertà e di eguaglianza. Gaetano non aveva, o per­lomeno non aveva più, la corporatura di chi anche fisicamente sa di poter contrastare alla pari l’oppressore, eppure ogni ricordo dell’epopea vissuta in condizioni impossibili dava alla sua voce un’energia incontenibile. Ecco, senza alcuna necessità di spingere il volume a grandi picchi, le sue parole erano solide come pietre, emozionanti come lo è stato “I1 ser­gente nella neve” di Rigoni Stern o la cronaca scarna, ma appassionante, di un partigiano piemontese capitato a Napoli, per aprire nel cuore della città lo spazio della Libreria Minerva, per anni terminale moderno del­l’editoria e non meno di dibattiti, di riflessione. Aldemaro Ossella, il partigiano che era in lui, aveva mani grandi e straordinarie storie da tirar fuori, ma a fatica, da una struttura caratteriale schiva. Fisicamente era forse il doppio di Gaetano Arfè, ma per una diversità fatta solo di cen­timetri. L’uno, nonostante l’attività libraria, era a suo agio specialmente allorché il tempo gli concedeva di dedicarsi a lavori manuali, che proba­bilmente favorivano la distanza dalla routine della quotidianità e la memoria di sé partigiano; l’altro, guardando all’indietro, sembrava tra­sformare l’intensità di una vita intera, che i biografi faticano a sistemare compiutamente, in un’esemplare testimonianza di lealtà al socialismo, attraversato non senza sofferenze e ripensamenti in epoche della politi­ca condivise a fatica o rifiutate. Sia l’uno che l’altro dimostravano con lo sguardo, la pacatezza dei forti e idee nobili, uguale appartenenza agli ideali di giustizia, libertà, identica consapevolezza di aver contribuito a sradicare la malapianta del fascismo.

A lungo, ho ripensato all’incontro nel palazzo che ricorda la rivolu­zione del 1799 e mi sono chiesto quale giudizio riserverebbe Arfè al gri­gio e malinconico tramonto della politica che opprime l’esordio del terzo millennio, ai transiti spregiudicati di mestieranti che nascono comunisti e saltano sul carro della destra, di centristi ondivaghi, uomi­ni del liberismo avanzato aggregati al polo riformista del centrosinistra e cani sciolti eletti nelle file di uno schieramento abbandonato un giorno dopo il voto a favore dell’area avversaria. La scontatis­sima risposta introduce l’accostamento tra le due immagini più nobili del socialismo italiano: se Arfè dice di sé di appartenere “alla storia di uomini che non trionfarono mai, ma che non furono mai vinti”, pensa probabilmente al meglio delle nuove generazioni che ancora congiungo­no le loro coscienze agli ideali di “Giustizia e Libertà”. Sarebbe stata altrettanto perentoria la risposta di Franceso De Martino e fu inten­sa l’emozione di condividere, seppure per il tempo breve di un’intervista televisiva, il luogo dove il leader socialista ha vissuto l’ultima parte della sua vita, nella casa-biblioteca di via Aniello Falcone, a Napoli, letteral­mente avvolto dai libri, dedito al suo lavoro intellettuale intenso, in una stanza per il resto scarna, minimalista come si direbbe oggi. L’esponente lombardia­no del PSI, nei suoi ultimi anni di vita, agiva da quella stanza, coscienza severa e rigorosa di un’idea del socialismo esattamente opposta all’interpretazione deteriore del partito guidato da Craxi e dal suo éntoura­ge. Esaurita la quota di rispettosa timidezza, il ruolo di coordinatore del dibattito sul Dizionario della Resistenza non mi ha più procurato disagio e in prossimità della conclusione, è apparsa pienamente l’opportuni­tà di un’opera che ripercorre puntualmente gli avvenimenti della lotta per la liberazione e consegna ai giovani, intatto, il valore di quella esperienza. Pensando alle non cospicue disponibilità economiche dei giovani, chiesi ad Arfè se il prezzo di diverse decine di euro del primo volume non gli sembrasse inavvicinabile e, dunque, incoerente con l’obiettivo di operazione cultura­le generalizzata. Mi disse che condivideva la riflessione e fui certo della sin­cerità, ma anche del suo realismo nella valutare che un’opera tanto com­plessa e ponderosa debba necessariamente richiedere costi elevati. Infine una citazione tratta da suoi scritti nel pieno di una stagione della politica che avvicina, perico­losamente, progetti e programmi dei due poli: “La scomparsa di Ber­linguer… la defenestrazione di Natta, segnano l’inizio del malinconico declino dell’ultimo tentativo di Pani (Sinistra Indipendente). Il nuovo gruppo dirigente del Partito comunista in via di metamorfosi, con l’auto­lesionismo proprio degli ignari e degli ignavi, procede alla liquidazione di un’eredità troppo pesante per le sue gracili spalle… L’operazione si colloca nel quadro del reganismo e del tatcherismo trionfanti e dell’offensiva ideologica ideata da Beffino Craxi, condotta con grande rozzezza cultu­rale ma non con superiore intelligenza tattica”.

“Uomo mite, ma rigoroso nelle idee e nelle scelte”: così, Nicola Tran-faglia definisce Arfè e in qualche modo è quanto ho avuto la presunzione di capire di lui nelle, purtroppo, rare occasioni di incontro e di ascolto.

Così dicevano il volto, sofferente ma insieme sereno, la voce, che assecon­dava la dote di affabulatore tanto colto da sostenere, senza un rigo di scritto, incontri e interviste impegnativi. Come questa: “Cosa pensa del partito democratico?” “Ci credo poco… quando vedrà la luce non sarà robusto per la scarsa partecipazione della gente. “E della ricomposizione della sinistra?” “Possibile ma ci vorrà tempo e soprattutto la capacità di rimettersi tutti in gioco”. Che direbbe ai socialisti?” “Gli direi, riprendi e segui il socialismo di Lombardi”.

Gaetano Arfè

Ad un anno dalla scomparsa di Gaetano Arfè non si è spenta la sua voce autorevole, che mai come oggi avrebbe molto da dire sull’incertez­za caotica e l’etica discutibile della politica.

L’Italia, il 13 e 14 aprile, è stata riconsegnata alla destra, ai conati raz­zisti del secessionismo leghista, al neofascismo di Berlusconi e Fini, al militarismo, alla subordinazione dello Stato laico al clericalismo. La responsabilità della sinistra è di nuovo nella divisione e frammentazione che troppo spesso contrappone strategie e progetti a favore di interessi prevalentemente strumentali, di parte. Il torto del popolo di sinistra e di aver sussurrato, anziché urlare, la censura a comportamenti degli appa­rati che hanno poca o nessuna affinità con le idee e, se non spaventa il termine, con l’ideologia della sinistra.

[Non è difficile immaginare che Arfè, avesse assistito al disastro che potrebbe riaffidare l’Italia al berlusconismo, avrebbe lucidamente individuato la patologia della sinistra e la terapia d’urto per sanarla. Li dove riposa avrà di che riflettere sulla conflittua­lità della sinistra che nel tempo ha generato scissioni e riapparentamen­ti, ma sempre nel segno di obiettivi elettorali e sodalizi di potere].

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Il Racconto di Domenica 18 febbraio

Qua la mano

di Luciano Scateni

Siamo, oramai, oltre ogni confine della tolleranza per i misfatti che relegano l’Italia giù e di parecchio nella graduatoria mondiale delle eccellenze, quasi rassegnati alle brutalità, alla violenza bullista, al gradino infimo della xenofobia. Assistiamo, complici di inerzie istituzionali, al crescendo di aggressioni razziste, a esplicite quanto vietate spavalderie del neofascismo. Poco ci adoperiamo per spiegare all’Italia che lo ignora o finge di non valutarlo il plus valore dei migranti per l’economia del nostro Paese. Questo racconto è un breve spaccato della grande questione che impone di prendere coscienza dei disagi fisici e psichici di chi sopravvive alle insidie mortali del Mediterraneo e ci chiede accoglienza, lavoro, lo status sociale di persona, il riconoscimento della dignità negata nella terra che gli ha dato i natali e niente più. 

Zwanga, rifugiato camerunense: assassinato da una banda di criminali. La sua morte spinse l’Italia a garantire diritti e doveri agli immigrati con la prima manifestazione antirazzista e la partecipazione di oltre 200.000 persone. Ne conseguì la legge Martelli, che riconobbe agli stranieri extraeuropei lo status di rifugiato e i diritti dei lavoratori stranieri e segnò un importante passo in avanti per l’avvio della convivenza multietnica, che nell’attuale fase politica pre elettorale sembra arretrare, negata dal razzismo della destra. Zwanga nasce  in povertà, vive in una capanna di legno e lamiere, ma riesce a completare gli studi, lotta contro  l’apartheid.

Lascia il suo Paese dopo un colpo di Stato e messi al sicuro moglie figli nel Gabon, con il poco che gli rimane compra un biglietto aereo per l’Italia, dove chiede asilo politico. Gli è negato perché previsto solo per i cittadini dell’Europa Orientale. Zwanga rimane in Italia senza alcun riconoscimento giuridico e, accolto dalla comunità di Sant’Egidio, si adatta a svolgere piccoli lavori per sopravvivere. Si trasferisce nel casertano dove gli dicono che può lavorare alla raccolta di pomodori. Ogni mattina all’alba, si ritrova con una moltitudine di immigrati nella “piazza degli schiavi”, assoldato dai “caporali”. Quindici ore di lavoro al giorno e una paga di quarantamila lire per quaranta cassette da venticinque chili riempite di pomodori. Tornato a Villa Literno  dopo un tentativo vano di trovare lavoro a Roma, scopre una nuova consapevolezza delle condizioni di sfruttamento subite dagli immigrati, ma anche il moltiplicarsi di episodi d’intolleranza per i profughi, minacciati di violenze da squadre di picchiatori. I carabinieri trovano volantini che incitano alla violenza: “È aperta la caccia permanente al nero. Data la ferocia di tali bestie e poiché scorrazzano per il territorio in branchi, si consiglia di operare battute di caccia in gruppi di almeno tre uomini”. 

Un gruppo di criminali a volto coperto irrompe nel capannone dove Zwanga dorme con Masslo e altri migranti. I banditi si fanno consegnare il denaro di due mesi di lavoro e al rifiuto di alcuni reagiscono sparando. Colpiscono Zwanga e Masslo a morte.

La Rai trasmette l’intervista rilasciata da Masslo per la rubrica “Nonsolonero”: “Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà, un’accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui. E fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato ed allora ci si accorgerà che esistiamo”.

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“Mi dai una mano?” Se frequenti quelli dell’associazione nata nel nome di Masslo ti abitui ad ascoltare questa richiesta di coinvolgimento in un’opera di solidarietà che non consente pause, rinvii e neppure ritardi, che infine condividi, fino a non trovare più alibi per chi non si lascia tirare dentro il grande territorio della partecipazione. In principio stenti a iscrivere il progetto dell’associazione in una cornice di fattibilità. Più che dall’ottimismo della ragione ogni cosa sembra suggerita da disegni ambiziosi e perfino velleitari. È che la normalità non s’accorda con l’eccezionalità e che un centimetro oltre la linea di demarcazione che separa il volontariato dalla società del profitto, sarebbe impossibile sognare, ma specialmente tramutare i contenuti dell’onirico nella realtà delle iniziative pensate per sorelle e fratelli di altri mondi spinti all’esilio dalla violenza di persecuzioni politiche o dal bisogno estremo. Se hai ancora pudore, presto ti starà addosso, con molta pena, la consapevolezza di aver fatto finta di niente e di aver cancellato, perché scomoda, la percezione del disagio estremo che sopravvive faticosamente a due passi dal territorio sociale di tua appartenenza. Per la salute dello spirito di un’umanità non ipnotizzata dai sistemi mediatici di omologazione, diventa grave contraddire l’assioma dell’eguaglianza tra creature che solo casualmente nascono a Copenaghen o a Kigali, a Kampala o nella Milano di via Monte Napoleone.

Impossibile non emozionarsi e non condividere i versi di una poesia per la morte di Masslo:

Sono qui, nel cimitero di Villa Literno. Qui, sepolto sotto una croce senza nome. Non vedo altro che un cielo di terra.

Nel suo nome, in quello di Zwanga tragiche vittime  di un’orrenda barbarie, incide nelle coscienze il racconto di uomini e donne, che sulla loro onestà di creature ancora aggrappate agli ideali di giustizia sociale, hanno edificato la propria strategia della solidarietà e sperano ancora che l’Italia sia terra di speranze e non sono scoraggiati da ripetute  disillusioni.

Questa piccola, grande storia di amore per le vite negate degli emigranti, origina in un luogo speciale, dove il rispetto delle regole è esclusività di minoranze e il degrado diventa luogo di deviazioni per violenti e sbandati.

Nasce a Villa Literno e svela energie sane, capaci di un lavoro duro, difficile, denuncia gli stenti che l’associazione Masslo deve affrontare giorno dopo giorno, per riempire vuoti di presenze istituzionali. Ore di sonno perdute, carriere personali frenate dall’impegno richiesto da questa nobile missione. La ragnatela fitta di rughe scava oltre il dato anagrafico fronti e guance. E’ oscuro, tenace, la logorante operatività, lo stress psicofisico per la ricerca di risorse, non solo materiali, indispensabili a trasformare un buon progetto in operatività.

Questo breve racconto si propone di sollecitare attenzione sulla prodigiosa sinergia tra chi opera nel volontariato  e chiede “Mi dai una mano?” Questa idea di partecipazione è piena di eventi, intenzioni, straordinarie operazioni sociali e umanitarie. Prova a rendere compatibili utopia e sogno con la concretezza di un ospedale da edificare in Camerun, la terra di Zwanga  nel rispetto della la cultura, delle attese di chi ne usufruirà. Il progetto è di un architetto che ha assimilato le specificità della cultura, delle tradizioni, delle caratteristiche morfologiche di luoghi dove sorgerà la struttura. Accantonato il pregresso della progettualità tecnologica, attinge a piene mani a modi di vita, materiali e filosofie dell’Africa per rispetto delle diversità.

In parallelo nascono strumenti di comunicazione dell’associazione e il fine è far crescere l’attenzione per società multiculturali.

Si moltiplivacano i sì alla domanda “Mi dai una mano?” Come lo chiedessero Zwanga e Masslo con le parole di versi che raccontano il sacrificio della sua vita preziosa:

Jerry! Mi chiamava il mio amico chino su di me sanguinante

mentre un balordo fuggiva

con le mie poche lire di immigrato

A sud o a nord, est, ovest: dov’è il Camerun e su quale oceano s’affaccia? Ma guarda poi il mare? Quante anime conta e quanti corpi da sfamare e curare, per liberarli da mali estremi e pericoli imminenti, futuri? Ha governo democratico o tirannia e la pelle dei suoi figli è nera come la pece o mediamente scura, quale religione vi si pratica, su quante lire, euro, dollari, può far conto una famiglia di Douala o Yaoundé? La speranza è che i più sappiano rispondere e mostrare che l’attenzione del mondo non si limita all’indignazione per i civili massacrati in Iraq da bombe e missili, cannonate e raffiche di mitraglia, da incursioni cosiddette chirurgiche e ordigni con esplosioni a grappolo. Purtroppo è modesta la conoscenza del continente africano. Non va oltre qualche cifra poco significativa, e per restare al Camerun, la sua estensione geografica, di circa il quaranta per cento superiore all’Italia o la popolazione, inferiore per oltre il sessanta percento alla nostra. Di emergenze e bisogni poco si sa e bisogna contare sul racconto di chi da quel Paese è partito, senza neppure la valigia di cartone degli emigranti italiani e ora si batte nel nome di Zwanga per la nascita di un ospedale che colmi un drammatico deficit di tutela della salute.

E’ una goccia nell’oceano delle grandi questioni irrisolte? Senza dubbio, ma segnala la concretezza di un impegno che moltiplicato può diventare sistema. Un altro mondo è possibile? Dovrebbero rispondere, ma tacciono, quanti possiedono le chiavi della cassaforte mondiale che governa il controllo sulle risorse della Terra, chi tutela i privilegi delle potenti multinazionali, dei signori della guerra, di chi è padrone del destino dei popoli. Contro questo coacervo di poteri forti può sembrare imparagonabile l’antagonismo degli uomini di buona volontà, ma può avere la meglio l’impegno di contrastare la rassegnazione all’ineluttabile, semplicemente con la concretezza di cento posti letto, sale operatorie, reparti medici, reparti di maternità, pediatria, chirurgia.

Un mondo senza odio e razzismo, un mondo di tolleranza e di pace, di libertà e solidarietà.

…Ora il sogno appartiene a tutti gli uomini…

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Il Racconto di Domenica 11 febbraio

Nell’immaginario collettivo, Bermuda, o meglio Bermude perché è un arcipelago, evocano immagini tra loro discordi. Alcuni le ritenendo incluse nel cerchio magico delle caraibiche e ne hanno l’immagine di luogo per holidays vip o meta di viaggi di nozze. Altri associano le isole, un piccolo punto geografico in pieno oceano atlantico, alla leggenda del “triangolo della morte”, di un perimetro marino che avrebbe inghiottito per ragioni sconosciute navi ed aerei. La scienza lo nega e le dà ragione la cronaca dei presunti misteri. Gli ultimi racconti di sparizioni risalgono alla metà degli anni quaranta del secolo scorso (in piena guerra mondiale), nessun’altra da allora. L’oceano è diventato buonista?   Altri sognano le sue spiagge rosate, il suo verde lussureggiante, la quiete ostinatamente difesa dal turismo di massa. Un paradiso in terra. Per pochi giganti della finanza, le Bermude sono davvero un paradiso, ma fiscale, terra di evasioni per miliardi di dollari. Per le grandi compagnie crocieristiche americane le isole sono tappa di un mordi e fuggi imposto dal protezionismo di questo protettorato britannico nei confronti di flussi stanziali del turismo.  Per Berlusconi le Bermuda sono un parco con villa inavvicinabile, guardata a vista da vigilanti armati, in zona esclusiva, dove una barca a vela e un famoso skipper sono sempre pronti a navigare fino e oltre la barriera corallina. 

Cosa può sconvolgere questo angolo di lussuosa mondanità? 

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Delitto alle Bermude

di Luciano Scateni

Il “Daily Guardian”, quotidiano bermudiano, fa fatica a riempire con un solo titolo le nove colonne della prima di cronaca del quotidiano più diffuso nell’arcipelago atlantico. Arthur Mosley, il caporedattore, ha faticato anche di più a cercarlo nel vocabolario per lui insolito della “nera” e a conclusione dello sforzo mentale non è certo soddisfatto. Etichettare la strage dei Thompson non è proprio giornalismo normale per l’isola che il mondo intero immagina a ragione un paradiso terrestre del nostro tempo. Il giornalista mette in fila gli elementi utili: coperti di sangue, provocato da ferite inferte con furia dall’assassino, non distanti uno dall’altro sono riversi a terra Adam Thompson e Linda, la moglie con il viso più bello dell’arcipelago ma il corpo sfatto per sei gravidanze ravvicinate. Lui si è trascinato per qualche metro, probabilmente per raggiungere il piccolo tavolo di legno intarsiato, dono di nozze, dove è sistemato il cordless rosso fuoco scelto da Linda. Eduard e Maggie, quattro e sei anni, i corpi straziati e gli occhi sbarrati, sono in terra nel bagno e poco distante gli spazzolini bianchi di dentifricio lasciano intendere che erano stati spediti a lavare i denti prima di andare a letto. Frank ha il viso coperto di sangue, che arrossa il pigiama sulla schiena. I capelli sono arruffati innaturalmente, come se l’assassino avesse agguantato le ciocche bionde per tenerlo fermo mentre lo colpiva con il coltello. Aveva appena tre anni, uno più di Marilyn, uccisa nel suo lettino che ormai era diventato piccolo. Michael, dieci anni, appena uscito dal primo quinquennio di studi, si era attardato in giardino prima di curiosare nel garage, dove il padre aveva attrezzato una piccola officina per assecondare la vocazione al “fai da te”.

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Tornato in casa non sente avvicinarsi l’assassino. Si paralizza un attimo dopo. L’uomo – ma era poi un uomo? – preme la lama di un coltellaccio sulla gola di Stephanie, sua gemella e con l’altra mano gli intima di far silenzio, inutilmente. Il ragazzino non avrebbe mai trovato la voce per chiedere aiuto. Terrorizzato subisce la furia animalesca dell’aggressore, il suo ghigno osceno, le minacce dell’arma agitata con gesti isterici che gli sfiorano la gola. Michael, prima di morire, si copre gli occhi con le due mani, per non assistere alla fine cruenta della sorellina e si risparmia anche la violenza turpemente libidinosa del carnefice che ha violato il suo corpicino con brutalità.

Compiuta la strage, il carnefice traccia sulla parete alle spalle dei corpi straziati parole terrorizzanti:

MORIRETE TUTTI
MORIRETE PRESTO

Robert Parrish è smarrito, incapace di decisionismo, sconvolto da un evento che neppure una Cassandra avrebbe mai pronosticato. Il capitano della Bermude Police, dovesse scrivere l’autobiografia di capo dei servizi di sicurezza, avrebbe ben poco di eccezionale da raccontare. Ah, sì, la rivolta dei neri sottopagati, emarginati nell’agglomerato di abitazioni imparagonabili ai lussuosi residence di Saint George, discriminati, esclusi dal circuito privilegiato dei bianchi, subentrati ai fondatori africani dell’arcipelago per farne un paradiso fiscale dominato da big della finanza, banchieri e multinazionali delle assicurazioni. Parrish ricorda di aver contrastato i tentativi di emigrati colombiani di invadere l’isola con la cocaina, la droga dei ricchi, e di essere intervenuto nella capitale Hamilton per mettere fine a una rissa scoppiata nel giardino del lussuoso Rosewood Tucker’s Point, meta di uomini in carriera del venerdì, giorno di ubriacature antistress. Poca cosa se paragonata al massacro dei Thompson.

Lo sconcertato poliziotto capisce di non avere esperienza e attributi per venire a capo della vicenda e d’altra parte fatica a contrastare la pressione del Governatore, a sua volta incalzato dalla stampa.

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Idea: S.O.S. per Jo l’americano, detective privato di chiara fama, stimato dall’establisment bermudiano per un suo intervento risolutivo di recupero crediti con le banche statunitensi, difficili da esigere per irregolarità burocratiche. Chiedendo qua e là, il detective finisce per indagare sul boss di una compagnia multinazionale di assicurazioni. Un confidente lo informa del licenziamento di un autista, da quel momento senza lavoro e con una famiglia numerosa da sostenere. L’interrogatorio fuga presto ogni sospetto sul pover’uomo che esibisce un alibi blindato. Nel giorno della strage era a bordo di una barca per la pesca d’altura, ingaggiato da un ricco americano con la passione del mare. Quando Parrish è sul punto di alzare le braccia in segno di resa, arriva da Robert, “amico di tutti” l’aiuto oramai insperato. L’uomo, vicino ai novant’anni, ogni mattina di buon’ora si apposta sul margine della rotonda di accesso al centro di Hamilton e saluta uno per uno gli automobilisti che procedono in direzione del centro uffici. Nel giorno degli omicidi è stato quasi travolto da un turista barcollante, pieno di alcol, farneticante. A Robert non sono sfuggite le macchie di sangue sulla giacca dell’uomo e meno che mai le frasi farfugliate con la lingua impastata.

Parrish è tutto orecchie: “Cosa diceva?” “Parole su parole che mi sono sembrate senza senso” “Per esempio?” “Dio è grande, si è vendicato… non l’hai fatta franca… giustizia è fatta…”

La Princess è sempre ancorata nella rada di

Hamilton, impedita a proseguire la crociera da un guasto al sistema elettrico e il comandante Mc Gregor bestemmia, subissato di improperi dell’armatore, ma non può negarsi all’ufficiale di polizia.

“Comandante, pensa che possa esserci un nesso tra

il racconto del vecchio Robert, gli omicidi e uno dei suoi passeggeri?” “Non posso escluderlo. Mi faccia parlare con il personale addetto alla pulizia delle cabine e alla lavanderia”. Dolores, cameriera del piano “nobile” della nave riferisce di una stranezza su cui è passata sopra per non intrufolarsi nella vita del passeggero, ma ricorda che le ha dato per la lavanderia un giaccone con maniche e parte del davanti sporche di rosso, anche se sbiadito, come per un tentativo malriuscito di pulirle. “Non ci giurerei, ma doveva essere sangue”. Parrish chiede via email notizie del passeggero alla compagnia di navigazione e la risposta è sorprendente. Il responsabile della crociera confida le perplessità nell’accettare il passeggero Steven Hardy, perché noto alcolista con precedenti penali.

Ci siamo, pensa il poliziotto. La prova di aver fatto centro si deve a uno steward in servizio la sera della strage. Ha visto il passeggero uscire dalla cabina

barcollando, appoggiarsi alla balaustra del piano e vomitare. “Ho visto altro. Ha preso dalla tasca un panno da cui mi è parso sporgere la lama di un coltello e lo ha lanciato in mare”. Per Parrish caso chiuso e sospiro di sollievo, ma di più, la prospettiva di tornare alla dorata inattività, arricchita da scorribande in catamarano per circumnavigazioni delle Bermude, paradiso esente da mafie, ladruncoli e rapinatori.

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Il Racconto di Domenica 4 febbraio

Dream team, neapolitan apoteosi

di Luciano Scateni

Barcellona: emozioni irripetibili, adrenalina a mille, anche paura, di non saper raccontare, lucida consapevolezza che la telecronaca di Spagna-Italia, Olimpiadi del 92, partiva da bordo vasca della piscina Picornell per finire sugli schermi televisivi, negli altoparlanti dei radio e radioline, in tutta Italia e mostrare gli esalanti minuti del tripudio in vasca, l’abbraccio in acqua degli azzurri, il tuffo non spontaneo di Ratko Rudic, sergente di ferro alla guida della nostra nazionale, i suoi ragazzi schierati a bordo campo, mano nella mano mentre sugli spagnoli piovevano le note dell’inno di Mameli e la bandiera tricolore saliva alta sul pennone. Se a sedici anni distanza ricordo di aver raccontato Per la Rai quell’impresa è per non dimenticare gli eroi napoletani di quel “sette bellissimo”, il loro grande slam (Olimpiadi, Europei di Sheffield, Mondiali di Roma). Sandro Campagna, un altro  protagonista siciliano di quell’impresa, ora prova da tecnico della nazionale a far rinascere il dream team. Non gli sarà facile. Non nascono a comando i Porzio, Fiorillo, Silipo, Gandolfi. 

esultanza

Dream Team sembrava ai più il titolo che solo il quintetto di Magic Johnson avrebbe sopportato: chi è malato di basket ha vissuto Barcellona ’92 ubriaco di velocità, funambolismi, performaces atletiche planetarie, tap-in stratosferici e assist marziani, iper-riflessi, combinazioni balistiche soprannaturali.

Ai più sembrava impossibile che qualunque altra impresa olimpica invadesse l’immaginario onirico con suggestioni di pari emotività, ma i più sarebbero stati smentiti dall’epopea che in un torrido pomeriggio di Spagna la piscina Picornell ha riservato al popolo degli sportivi italiani con un giusto mixage di spettacolarità, trance agonistica, orgoglio nazionalista e rabbia in corpo. La Spagna di Estiarte era certa di far calare il sipario dei Giochi sul trionfo in acqua dei suoi figli focosi, in danno di chiunque avesse osato contrastare il progetto. La pallanuoto iberica era tecnicamente attrezzata per l’impresa, in tribuna era incitata dal re Juan Carlos in perona, la benevolenza dell’arbitro Martinez era clamorosamente evidente, le condizioni ambientali aumentavano in misura esponenziale la tendenza del destino a incoronare gli spagnoli. Manuel Estiarte, il fenomeno, aveva disertato il campionato italiano nell’anno precedente le Olimpiadi, per dedicarsi all’evento del ’92. Peccato, per lui, la Spagna, il suo re e gli sceneggiatori dell’ultima giornata di Giochi, che la vasca per la finale di pallanuoto, fosse abitata dalle calottine tricolori e che a indossarle fosse la più prodigiosa miscela d’ogni tempo di tecnica, intelligenza tattica, forza fisica e capacità di concentrazione. Questa Italia fu epica. Senza le nefandezze di Martinez avrebbe fatto della Spagna un sol boccone e concluso la sfida con un normale carico di fatica. L’impianto napoletano del Settebello era una spina dorsale d’acciaio, l’incredibile sintesi delle virtù che fanno di un pallanuotista un fuoriclasse.

rudic

Ineguagliabile la capacità di Mario Fiorillo di leggere la partita, dirigere l’inerzia del gioco, sostenere mentalmente la squadra nei momenti di crisi, inventare scintille di classe pura per affondare il nemico e spingere il morale dei compagni fin su nel cielo terso di Barcellona.

L’impeccabile Pino, poi. Porzio junior ha un torto anagrafico e lo ha scontato nel percorso di una carriera fulgida, esemplare: la vocazione genetica a presidiare le zone arretrate dello schieramento ha oscurato un tasso di classe limpida, compiuta, per “colpa” di un fratello che, scelta la via dell’attacco ha colpito l’immaginario collettivo con i suoi missili acqua-acqua di rara potenza e precisione. Non che Pino fosse estraneo al dum-dum che piega le mani dei portieri, ma le ragioni della sua grandezza erano soprattutto nella monumentale e statuaria capacità di presidiare la difesa, di neutralizzare con autorevolezza il potenziale d’attacco di avversari che avrebbero fatto tremare i polsi a chiunque, nella “olimpica” saldezza di nervi a cui l’intero reparto attingeva nelle fasi di gioco più dure.

giornaleNando Gandolfi, quarto caso di stupefacente napoletanità. Se alle spalle di un atleta, nella ribollente tensione della piscina spagnola c’è un match fisicamente devastante e psicologicamente logorante, se gli spalti sono ipereccitati come le gradinate della Plaza de Toros nei giorni di San Isidro, se un re incita i suoi alla vittoria e se a bordo vasca infierisce un fischietto nemico, se nella mano destra di un azzurro s’incolla un pallone che brucia a temperature da ebollizione, se quel pallone può scrivere la parola fine alla disputa sulla conquista dell’oro, se la posizione dell’attaccante è decentrata rispetto alla porta nemica e le braccia del portiere sembrano tentacoli mostruosi, insuperabili, si può scommettere che cento grandi della pallanuoto su cento avrebbero esitato e cercato una mano amica su cui caricare la responsabilità del tiro della vita. Invece energia del terzo tipo nel braccio di Nando Gandolfi, coraggio nel cuore, incoscienza nella mente, la grandezza di uomo senza paura, di scugnizzo adulto, una prorompente napoletanità. Nando ha caricato il braccio e ha infilato il missile tra palo e braccia del portiere, ha chiuso la sfida dopo sei terrificanti supplementari, ha tolto la voce ai diecimila della Picornell e amplificato gli osanna degli italiani al seguito. Neapolitan Apoteosi.

Di pari spavalderia è fatta la tempra di Franco Porzio: si sa, per verifiche sul campo, che molti avversari hanno involontariamente agevolato la sua fama di possente uomo-gol per sudditanza psicologica o, più brutalmente, per paura. Il suo sinistro dovrebbe essere raccontato da un docente di anatomia funzionale. La capacità di caricarlo come una potentissima e imprevedibile fionda è generoso dono della natura, ma la perizia di usarlo per imprimere al pallone le traiettorie maligne che hanno fatto piangere i più grandi portieri del mondo è cosa di Franco Porzio, del lavoro di fino per impugnare il pallone con artigli d’acciaio e lasciar partire bordate ad andamento quasi innaturale, grazie a quantità e qualità di effetto variabili, in sinergia con le condizioni complessive dell’azione offensiva. S’arrabbiò molto il biondo mancino, in quel di Sheffield, allorchè gli inglesi per gli europei del ’93 misero in acqua palloni con rugosità di superficie inferiore alla norma. Franco vide troppi palloni schizzar via dalla parabola vincente. Albione fece marcia indietro, Franco riprese a far paura al nemico, oro italiano.

titoloChi ha visto evolvere gli equilibri psicofisici di Carletto Silipo, giovanissimo cardine del Posillipo e della nazionale, ha intuito che il gigante azzurro avrebbe aumentato con sistematica regolarità la classe innata, la potenza delle leve, la capacità di intimidire l’avversario, la lucidità e il coraggio di scelte di tiro che hanno risolto mille battaglie e specialmente nei momenti in cui il gioco è bloccato da marcature individuali asfissianti e dispositivi a zona impenetrabili, da maglie fitte difensive in inferiorità numerica. In ciascuna di queste situazioni estreme Carlo è stato, è, la risorsa che neutralizza l’implacabile trascorrere dei secondi concessi per l’offensiva. In sintonia con la maturità psicofisica, Silipo esplode a Roma nell’incanto dello stadio del nuoto, quando l’oro del mondiale conclude l’esaltante trilogia Olimpiadi, Europei, Mondiali e giustifica l’estensione al Settebello del titolo Dream Team.

Due fantastici difensori, un jolly grandissimo, un regista di straordinario ingegno, un irresistibile ariete, ovvero Carlo Silipo, Pino Porzio, Nando Gandolfi, Mario Fiorillo, Franco Porzio, fanno grande la tradizione della pallanuoto napoletana che continua a generare campioni dalla mentalità vincente.

Deviando solo per un momento dal percorso della napoletanità è facile congiungere all’anima partenopea la nobiltà di un atleta simbolo che ha vissuto la storia della nazionale dei miracoli con pari intensità: identica la fatica di preparazioni massacranti, i sacrifici, le rinunce, imparagonabile un protagonismo per nulla appariscente, ma fondamentale nel cosiddetto spogliatoio. Gianni Averaimo, preceduto da Attolico per scelte della panchina, ha sofferto e gioito per tre lunghi anni a bordo vasca senza mai un gesto di insofferenza, una cenno polemico, un’espressione contrariata. Anche a lui si deve la legittimità dell’etichetta Dream Team che adorna le calottine di una nazionale forse irraggiungibile.

Pensate alle imprese di Barcellona, Sheffield e Roma e provate a cancellare quei nomi, quella prodigiosa congiunzione di talenti e personalità dalle formazioni che hanno realizzato il grande slam, a sostituirli con altri campioni del loro tempo: ci ha provato Rudic, nel segno del cambiamento e sognare con il Dream Team è diventato una gran fatica.

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Il Racconto di Domenica 8 gennaio

Governi come i marinai, promesse al vento

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di Luciano Scateni

Il primato dell’infingardaggine dei governi italiani, sputtanati per inerzie pluridecennali nell’affrontare e risolvere il dopo terremoto, spetta al Belice, abbandonato al suo destino di devastazione, ma la tragedia del sisma in Italia centrale si avvia, come altri (Veneto, Irpinia) a superare quel caso emblematico. Nell’area colpita con durezza inaudita, dopo molti mesi la rimozione delle macerie è ferma a un vergognoso 8%. La promessa di ospitare i terremotati in casette di legno è stata rispettata in misura ridotta, gli alunni dei paesi colpiti sono emigrati in scuole della costa adriatica. Raro il ripristino di stalle e il traguardo finale della ricostruzione è un miraggio. Il pellegrinaggio di uomini delle istituzioni nei luoghi del disastro per garantire “lo Stato c’è, non vi abbandoneremo” suona come una beffa, tipica delle parole al vento dei marinai. Se n’è andato da poco un prete che con qualche anno in meno avrebbe meritato di condividere, fianco a fianco, la rivoluzione culturale del Vaticano. Don Riboldi, amava che gli si rivolgesse così, semplicemente, dopo anni di assenza dello Stato nella terra del Belice devastata dal sisma, ha capitanato la spedizione romana di protesta per rivendicare il diritto negato della rinascita. Più tardi, vescovo di Acerra, ha vissuto sotto scorta, protetto per salvare la sua preziosa vita dalle minacce di morte della camorra, contro cui la lottato con coraggio e abnegazione.

Il tempo dal punto di vista della capacità di sfumare il ricordo di tragedie è maestro. La tensione positiva della comunità nazionale, gli slanci di solidarietà, l’alacrità dei primi interventi, si coniugano con la presenza intensiva di politici sui luoghi del disastro.

I media: accompagnano con mezzi adeguati gli eventi disastrosi, specialmente alluvioni e terremoti, con dovizia di presenze nei telegiornali e con speciali. Poi, l’attenzione e la vigilanza, quando sarebbero occhi aperti per indagare sui processi di restauro della normalità, diradano la presenza sui luoghi colpiti, fino quasi a dimenticare (o a far dimenticare). E’ successo, meno in Emilia Romagna, regione ad alta qualità nella gestione delle emergenze, molto meno in Veneto per accertata competenza e alacrità, consolidata intraprendenza e gestione dell’autonomia. Sono interessanti eccezioni.

L’evento catastrofico che ha fatto piegare le ginocchia alle popolazioni del centro Italia riporta invece la riflessione sull’inconsistenza del sistema italiano in tema di sciagure provocate dalla natura. Per mesi i Paesi colpiti da un’impressionante sequenza di scosse sono rimasti cumuli di macerie, economie disastrate, insopportabili disagi degli abitanti aggravati da freddo, pioggia, neve, disperazione di chi ha perso familiari, casa, attività, lavoro.

Un dettaglio, tutt’altro che trascurabile: alla consegna di un piccolo nucleo di casette provvisorie i destinatari hanno scoperto difetti e disfunzioni di ogni genere. Porte d’ingresso che non si chiudevano, mancati collegamenti di acqua e luce, infiltrazioni della pioggia. Con lodevole tempestività è intervenuto il capo della protezione ma sentite come ha commentato l’episodio: “Sì, ho constatato questi episodi ma abbiamo provveduto”. E no, bisognava intervenire in partenza, prima della consegna. Ma è solo una goccia d’acqua, pure rilevante, se confrontata con i ritardi nel restituire a un’area di straordinaria bellezza, storica meta di turismo stanziale e temporaneo, il ruolo di polo felice degli Appennini. Le incertezze sul suo futuro sono imbarazzanti. Si ricostruiranno i centri colpiti esattamente com’era prima delle spallate del terremo e con quali garanzie antisismiche, la crepa chilometrica che ha spaccato il territorio è destinata ad allargarsi e a compromettere l’idea di ricostruzione in loco? Si mozzeranno le mani degli speculatori in agguato per arricchirsi aggiudicandosi illecitamente gli appalti?

La lunghezza inconsueta di questa premessa sovrasta il racconto che segue, ma è indispensabile per collocare la storia sociale di Remigio e Cristiana, 71 e 68 anni, contadini di Arquata.

La prima spallata del sisma ha raso al suolo la casetta dove hanno cresciuto tre figli, emigrati in Germania. A non più di cinquanta metri è crollata la tettoia della stalla che proteggeva dalle intemperie il bestiame: mucche, pecore, asini e galline. Remigio rifiuta di ripararsi nella tendopoli allestita in un largo spiazzo ai piedi del paese. A chi lo invita a mettersi al coperto, risponde “Gli animali non li lascio”. Cristiana non può fargli compagnia. Soffre di artrite deformante, responsabile l’umidità della casetta costruita in economia. Non hanno modo di comunicare, il cellulare è un “marchingegno moderno, buono per i nostri nipotini”. E’ difficile inerpicarsi fu lassù dove Remigio è asserragliato con gli animali e se ne deve far carico, con faticose discese e risalite, per procurarsi il mangime e quanto gli occorre per sopravvivere in condizioni estreme. L’inviato di un giornale locale lo raggiunge per raccontare la sua storia di triste solitudine e di abbandono.

“Remigio, come ve la cavate?” “Come vedete, mi arrangio. Le bestie hanno bisogno che io sto qua”. “Avete notizie di vostra moglie?” “Ogni tanto, quando qualcuno sale fino a quassù”. “Di notte fa freddo” “Lo so, mi hanno portato delle coperte, ah, anche una bottiglia di brandy”. “E cosa sperate?” “Che la terra la smetta di tremare. La paura è la mia compagna di ogni notte”.

L’articolo finisce sul tavolo del governo. Il ministro si consulta con la struttura di vertice della Protezione Civile e il caso di Remigio diventa appunto un caso. Una squadra di operai edili raggiunge la stalla e si mette all’opera per ripristinare il riparo degli animali. Un’altra fornisce Remigio di abbondante cibo per alimentarli. Altri tracciano un sentiero abbastanza percorribile per consentire all’anziano contadino di scendere nella tendopoli e risalire quando è necessario. Ora può anche assistere Cristiana, che si rasserena. La storia diventa rapidamente lo strumento di amplificazione dell’efficienza degli interventi nelle aree del sisma. Purtroppo, a distanza di un anno e mezzo dal sisma le macerie sono sempre lì e non tutti i terremotati hanno ricevuto il minimo conforto delle casette provvisorie. A sentire i politici della maggioranza si smentiscono ritardi e inadempienze. “Il governo è vicino alle popolazioni colpite, con qualche prevista difficoltà”.

Il dissenso degli assegnatari parla una lingua a loro sconosciuta. Sono voci pacate, ma comunque ad alto volume, di alcuni privilegiati che hanno ricevuto le chiavi delle “casette”, ma anche la sgradita sorpresa di infiltrazioni, impianti elettrici e idrici non collegati o non funzionanti, porte d’ingresso che non si chiudono, elettrodomestici non attivi. Non è il peggio. Per molti altri l’attesa di un riparo vero è ancora motivo di disagio insopportabile, o di lontananza dalle comunità espulse dal terremoto.

Il rischio di crollare nel tunnel buio della depressione cresce con il passare del tempo e le speranze di tornare alla normalità in tempi ragionevoli svaniscono portandosi dietro tutte le negatività: nella famiglia dei Guerini si sommano con effetti moltiplicatori. Il soggiorno coatto in un ospitale albergo del litorale costringe Gemma, ostetrica di lungo corso, ha spostamenti defatiganti per correre ad assistere le partorienti. Fernando, il primo figlio, universitario, si arrangia in coabitazione con altri due studenti in un mini appartamento della capitale e riesce a fatica a sfamarsi. La piccola Teresina stenta ad ambientarsi nella scuola di Porto San Giorgio. E’ malata di nostalgia per il suo paese, le amiche, la palestra dove si allenava per partecipare alla rassegna nazionale di ginnastica a corpo libero. Sull’intera famiglia pesa la sofferta inattività di Luigi, capofamiglia che per decenni, ogni mattina ha tirato su la saracinesca del “Bar dello Sport” ridotto un cumulo di macerie dalla spallata del terremoto. Segnali preoccupanti di tendenza a togliersi la vita sono solo in sospeso, sventati dall’assistenza di un esperto psicologo della Asl di Ancona, inviato nei luoghi che ospitano i terremotati per fornire assistenza professionale.

“Una famiglia come tante la nostra, forse più serena di altre, unita, con grande fiducia nel futuro. Non so più cos’è, ditelo voi, non lo so più”. Luigi non ha molta voglia di rispondere all’inviato, continua a guardare nel vuoto, come se lo sguardo senza meta possa disegnare il sogno che la terra non abbia mai tremato, fino a cambiargli la vita.

Ne sa davvero qualcosa chi ha il compito di restituire alle sventurate vittime la normalità? La storia e la cronaca recente rispondono elencando lentezze, inerzie, difficoltà burocratiche, mancanza di attenzione quotidiana al rispristino di condizioni di vita accettabili. Lo sfondo dell’illecito è in agguato. Imprese edili border line, ai limiti del lecito, portano il solito assalto a suon di milioni agli appalti della ricostruzione e mettono in forse la qualità e la sicurezza antisismica di quanto dovrà far rivivere le comunità distrutte dalla terra che ha tremato.

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