Il Racconto della Domenica

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————————————-IL RACCONTO DI DOMENICA 16 FEBBRAIO 2020

Repassoire, flat iron, plancia, ferro da stiro

La tecnologia, il design, il marketing, non trascurano nulla di quanto è parte della vita in questa stagione dell’innovazione che insegue se stessa a ritmi sempre più sostenuti: il ferro da stiro, poteva sottrarsi al processo globale? Ovvio, non poteva e la pubblicità cattura l’interesse delle stiratrici di professione, di chiunque usi lo strumento che completa il ciclo lavaggio-asciugamento. Ma so no gli antenati del ferro che hanno una storia da raccontare.

DI LUCIANO SCATENI

Mangiare, mangiavano e facevano l’amore anche allora. Per un appuntamento galante tenevano all’aspetto quanto e forse più che in questa fase della storia che tende a omologare tutto. Le nostre antenate hanno indossato già quattromila anni fa vesti di foggia e tessuti d’epoca, tenuti in ordine grazie ad aggeggi primordiali per la stiratura. È probabile che abbiano adoperato una pietra pesante, liscia per un vestire con l’eleganza del tempo: tuniche, kitoni finemente drappeggiati, arricchiti da pieghettature perfettamente stirate. Che esistesse la plissettatura è visibile nelle vesti dei faraoni, immortalate negli affreschi delle tombe egizie. Alla ‘machine’ dell’epoca, aggeggio piatto in legno, marmo, terracotta, era complementare l’uso di una soluzione gommosa capace di fissare il garbo dei tessuti. Per non appesantire lo sforzo richiesto dalla stiratura, senz’acque e calore, si perfezionò lo ‘strumento’ con l’invenzione made in China della piastra riscaldata da carbone incandescente o sabbia calda posti in un contenitore in bronzo con manico in legno, soluzione adottata anche nella romanità, nel ‘Funiculum’ dove si adoperava una miscela di acqua, sapone e urina umana.

Dopo molti secoli arriva anche dalle nostra parti, grazie ai contatti con l’Oriente, la tecnica della stiratura a caldo. Da quell’incipit s’infittisce l’impegno a migliorare le prestazioni del ferro da stiro per assecondare il design e l’uso di materiali diversi. Si apre la gara per ottenere il primato di forme e funzionalità, fino a toccare l’apice della creatività e dell’abilità produttiva dell’800. Il ‘repassoir’ è riscaldato in forno e pressato bollente sui tessuti per lisciarli e fissare le pieghe. Il manico di metallo torna a essere in legno. La moda domina sempre di più gli scenari di una società attentissima all’estetica. Nasce il ferro alimentato a gas e tramonta la civiltà del ‘fai da te’, scalzata dal tempo dell’industrializzazione. I vecchi ‘lisciatoi’ vanno in pensione.

Una vera rivoluzione si deve a Henry Seeley, che mette a punto un ferro da stiro elettrico, del peso di sei chili! L’invenzione non ha vita lunga. Dopo poco lo soppianta il ferro a vapore che monopolizza il mercato, perché gradito dalle massaie. Il successo diventa plebiscitario nella prima parte del 900, adottato dalle donne sollevate dalla fatica dei vecchi ferri. Le varianti: è firmato da Kabyles il ferro a lingotto specializzato nella stiratura delle cuffie di pizzo, delle fodere dei cappelli. Consentiva di infilarlo all’interno degli accessori dell’abbigliamento. Il Kabyles è infatti più appuntito e privo di incavo, adatto a stirare gli stravaganti cappelli delle signore dalle forme più bizzarre, passe par tout da infilarsi nelle minute piegoline dei tessuti. Dal 1700 il settore si arricchisce di ferri con piastre ondulate adatte a stirare colletti e maniche delle camicie. I cappelli maschili? Ma certo, si trattavano con strumenti capaci di seguire le curve della loro parte alta. E il panno dei biliardi? Per riscaldarlo ed eliminare le pieghe, nemmeno a dirlo, fu inventato un ferro ad hoc.

Tempi moderni. Da ottanta e più sfiatatoi sbuffa bollente il vapore. La macchina che lo genera avanza lieve, maestosa. La carenatura è lucente, aerodinamica. Sembrerebbe disegnata nelle gallerie del vento. Il repassoir si porta dietro il flessuoso cordone ombelicale, fornitore di energia, flessibile, elastica coda avvolta in spirale. In plancia di comando campeggia la centrale operativa con spie luminose, griglie zigrinate, indici e variatori di potenza, termostato. Affascina la manovrabilità, incanta l’incedere soft della piastra, che tutto appiana e ripristina le forme perdute.

Non c’è casolare sperduto o villa sontuosa, albergo, casa popolare, attico o garconniere dove il ferro da stiro non sia presente. Grammaticamente maschile, il ferro parla però al femminile. È ‘plancia’ per gli spagnoli, ‘flat-iron per gli inglesi e repassoir in francese. In italiano ferro da stiro, dizione che sostituisce l’antica di ‘lisciatoio’.

Lo strumento in questione è diventato oggetto di interesse del collezionismo per motivi estetici, di qualità dei materiali, in continua evoluzione. I ‘mercati delle pulci’ (Porta Portese a Roma è uno dei famosi, i dintorni della piazza Sindagma di Atene i bazar parigini) sono veicoli primari di vendita dei pezzi pregiati perché antichi o particolari. In Francia esiste il ‘Club International de amis des fers a repasser anciens’, memoria dell’oggetto, documentazione di forme e materiali, editore di un’enciclopedia di settore. Il City Museum and Art Gallery di Hong Kong espone una casseruola di bronzo, preziosa. Nella villa di Aulo Vetio Restituto e Aulo Vetio Conviva una pittura murale risparmiata dall’eruzione raffigura una giovane donna alle prese con un ‘pressorium turcularium’. Nel mondo intero il ferro da stiro ha una collocazione rilevante nell’attenzione degli operatori culturali.

Nennella, attratta dal titolo ‘Ferri vecchi’ si ferma alla pagina 17 e chiude il libro edito da Intra Moenia, racchiuso in un cofanetto che include una ventina di fotografie di ferri da stiro di ogni epoca. Il seguito lo ha letto con la sperimentata tecnica della visione contemporanea di tre o quatto righe, adottata da chi intende arrivare rapidamente alla conclusione del libro. Alle prese con un montagna di panni da stirare è come infastidita dall’enfasi del racconto celebrativo del ‘ferro’, che ignora il capitolo della fatica addossata alle donne per l’iniqua divisione dei compiti all’interno della coppia. Nennella non è tendenzialmente invidiosa, ma non può fare a meno di pensare alle fortunate, economicamente agiate, che consegnano i panni alla stireria e se li vedono restituire pronti da indossare.

[Le camicie. Beppe dovrebbe apprezzare il tempo e la pazienza che richiede stirarle e soprattutto non dovrebbe lamentarsi se un polsino o un colletto non sono apprettati alla perfezione. Ore e ore per completare il lavoro. Per fortuna posso farlo con la radio accesa che trasmette musica italiana, la mia preferita. Chissà se dice il vero la pubblicità dell’aggeggio leggero, maneggevole, che emana vapore e passato sulla biancheria la stira perfettamente con poco sforzo. Ma poi, ora che è inverno e fa freddo, perché Beppe non indossa a turno uno dei tre pullover a collo alto e lascia nel cassetto le camicie? Il lavoro che fa non impone cravatta e camicia e risparmierei gran parte della fatica. Quasi mi dispiace che mia madre mi abbia insegnato e molto presto a stirare.

Mia sorella Annella ha sempre evitato di imparare. Ora che è sposata, nonostante non navighi nell’oro, ha ottenuto dal marito di servirsi della stireria che ha il locale sotto casa. Parole sante negli scritti di Emile Zola nel suo ‘Assomoir’: “…insaponano, modellano, strizzano, sciacquano, si piegano sotto pesanti tinozze che segano schiena e braccia…il caldo è insopportabile, la polvere soffocante, puzzano le piramidi di biancheria sporca, il sudore delle donne grondanti…si prosegue fino a mezzanotte, il sabato fino all’alba della domenica, per consegnare ai clienti i vestiti della festa”. Nel racconto di Zola tutto questo precede le note sul faticoso lavoro della stiratura e testimonia l’indignazione dello scrittore per lo sfruttamento selvaggio delle donne…bastonate per mandar via il sonno, mani bruciate dai ferri incandescenti presi dal fuoco senza protezione”. Certo quell’epoca appartiene a un passato buio, imparagonabile al lavoro più lieve con i ferri da stiro scorrevoli di oggi, ma Zola ricorda che il compito resta comunque sgradito alle casalinghe e io lo confermo, non è per niente gradito].

Chissà se chi colleziona ferri da stiro ha grande rispetto per chi ne fa uso pressoché quotidiano: probabilmente no, come chi non pensa alle mani dei neri a cui si devono le statuette in legno d’ebano comprate per somme irrisorie, che finiscono in minima parte nelle tasche di chi le ha scolpite.

 

————————————-IL RACCONTO DI DOMENICA 9 FEBBRAIO 2020

Due o tre cose sulla mano

 

DI LUCIANO SCATENI

Perché appena desto, il cervello mi ha inviato la parola ‘astrolabio’ e neppure ricordo che accidenti significa. Interrogo il Devoti e Oli: “antico strumento per la determinazione dell’altezza del sole sull’orizzonte”. Boh, che c’entro io? Non ho sognato il sole al tramonto e mi destabilizza anche di più l’incomprensibile sorprendermi a canticchiare mentalmente  i primi versi della canzone ‘Tu vuo’ fa l’americano, di Carosone”). Fino all’una dopo mezzanotte ho seguito il Festival di Sanremo e mi ha emozionato la dolcezza di Tosca, anche di più leggere da internet  che dice di sé “Sono di sinistra, contro l’odio”. Che c’entra Carosone?

Strano giorno. Si è aperto con stranezze insensate, che mi piacerebbe affidare alla scienza interpretativa di un bravo psicanalista, ma il tempo delle inutili riflessioni è scaduto, scalzato dalla odiata necessità di gesti e azioni quotidiane.

Doccia: molto calda o tiepida, capelli inclusi o no. Stamattina senza sapone come suggeriscono i dermatologi per non privare la pelle di elementi protettivi? Ok, finito. La barba no, domani, ora va bene così, chiara com’è, nemmeno si nota. La base della doccia, l’avverto sotto i piedi, è scivolosa. Colpa di residui di sapone del giorno prima. Con un  piede fuori dell’anta di vetro cerco l’infradito che continuo ad usare anche se l’estate è oramai lontana. L’altro piede perde la presa sulla ceramica del fondo doccia e slitta pericolosamente all’indietro. Perdo l’equilibrio e per evitare il peggio mi getto in avanti con le mani protese a evitare di finire con la faccia sullo spigolo del marmo che copre il mobiletto dove trova posto con  l’occorrente per il trucco della mia compagna e per la mia barba. Urlo di dolore. Micidiale l’impatto della mano sinistra con il marmo. Porc…fa un male cane, contusione, frattura?

Frattura del metacarpo dell’anulare. Al pronto soccorso provvedono a operare la diagnosi con l’aiuto della radiografia. L’osso è leggermente fuori asse. La prescrizione: riposo di venti, venticinque giorni e la protezione di un tutore rigido che mi dicono “può anche toglierlo di notte”.

Ti accorgi di avere due mani quando una è fuori uso, di avere i denti se dolgono per le carie. “Meno male, è la sinistra. Meno male un corno, è tutto difficile. Fare la barba, infilare ai piedi i calzini…scrivere al computer con una sola mano, tagliare il pane, la carne, evitare urti (chissà quante volte è successo alla mano sana senza rendermene conto).

Le mani. A cosa servono le mani? Provo ad associare la meraviglia della loro funzionalità alla storia degli esseri umani. Senza le mani l’evoluzione della specie non sarebbe mai avvenuta. Le mani hanno inventato il fuoco, hanno cacciato le prede per la sopravvivenza, coltivato la terra, costruito città, hanno scritto, dipinto, accarezzato, intrecciato le dita in segno di amicizia, alzato al cielo trofei sportivi, ispirato canzoni della solidarietà (Endrigo:“Se  tutta la gente si desse una mano,  se il mondo finalmente si desse una mano, allora ci sarebbe un girotondo intorno al mondo”).

Ho pensato alle mani di Leonardo da Vinci, ai suoi disegni che hanno anticipato di molti secoli l’innovazione tecnologica dell’era moderna, alla penna tra le dita di Dante Alighieri, alle mani del dottor Barnard, che primo al mondo con il trapianto di cuore al mondo di cuore ha dato la vita a chi l’avrebbe persa, alle mani giunte di Ghandi, a quelle segnate dalla fatica degli operai, di chi semina e lavora la terra, a quelle di chi assiste come  volontario i disabili,  gli anziani, alle mani degli eroi di Emergency, della gente di mare che salva vite di migranti e in ultimo alle mie che hanno avvolto le due figlie appena nate, che hanno stretto le loro nei momenti delle grandi emozioni, che hanno battuto sulle vecchie macchine per scrivere, poi sul ‘commodore’, antesignano del personal computer, sul Mac della Apple, tutti strumenti di vita di giornalista e scrittore.

E il rovescio dolente della medaglia. Le mani della violenza, degli omicidi, dei violentatori strette intorno al collo delle vittime, le mani avide dell’usura, quelle di chi impugna la pistola, spara e insanguina faide malavitose, le mani che non sanno amare, le mani sporche di denaro rubato, che finanzia traffici illeciti, guerre, che arma le dittature.

L’impedimento della frattura mi induce a consultare internet per indagare la straordinaria duttilità di questo tramite dell’uomo con quanto lo circonda. A vederla nella trasparenza dei raggi X denuncia perfezione, esprime duttilità, capacità prensile, straordinaria forza e insieme la delicatezza che consente di applicarsi a lavori di cesello, a interventi microscopici in chirurgia, oreficeria, nella pittura.  Nella mano, lo direste mai?, ci sono 27 ossa che l’anatomia classifica in carpali, le più prossime allo scheletro della mano, metacarpali in posizione intermedia e nelle 14 falangi, con inserzioni ai tendini e ai muscoli. Ma in termini di funzionalità, a cosa servono le mani? Ad afferrare gli oggetti, percepire attraverso il senso del tatto, a comunicare, garantire stabilità durante i primi anni di vita, quando l’essere umano cammina ancora a quattro zampe. Imparo a mie spese la connessione tra le componenti della mano. Mi sono fratturato il metacarpo del dito medio, ma i riflessi del dolore si propagano anche alle falangi del mignolo e non riesco a stringere nulla. L’immobilità influenza la temperatura della mano che è inferiore di molto a quella dell’altra. Mi coglie impreparato un crisi di panico, non intensa, ma prolungata. Che vita sarebbe senza una mano, senza tutte e due?

E allora, basta con la lamentazione per il disagi, oltretutto temporaneo, via il tutore. Con un moderato approccio al dolore riprendo a usare le due mani sulla tastiera del pc, risparmio ai miei l’incombenza di tagliare per me la mela dell’ ‘una al giorno toglie il medico di torno’

È il giorno ventisei, quanti sono trascorsi dal momento della caduta, della caduta in avanti che la scienza di settore segnala  come la  causa più frequente di fratture della e spesso del carpo.  Tutto risolto? Quasi. Resta, anche se in sordina, una diffusa dolenzia del medio. Dicono che è normale.

Assolutamente anormale è altro: anche questa mattina, aperti gli occhi ancora parzialmente incollati dal sonno, la parola che si presenta come primo approccio al risveglio è “matusalemme” seguita dai primi versi di “Le mille bolle blu”, successo di Mina e subito dopo in noiosa successione la faccia indisponente di Poirot, un gol di Pelè, i ragazzi volontari accorsi nella Firenze alluvionata e meno male, anche l’immagine radiografica della mia frattura: forse posso disdire la seduta psicanalitica con il professor Asturi.

————————————-IL RACCONTO DI DOMENICA 2 FEBBRAIO 2020

Innamorato…pazzo

DI LUCIANO SCATENI

Sono innamorato? Quando Aleph, guardandomi con ironia lo ha pronosticato, ho reagito con l’espressione attonita di chi subisce perché indifeso, sorpreso, passivo, come mi era accaduto dodici anni prima, nella corsia di una clinica per soggetti irrecuperabili. Ciro, ho saputo molto tardi che si chiamava così, era in fase terminale di demenza. Mi spinse con violenza spalle al muro, le mani da spaccalegna intorno alla gola, gli occhi ridotti a feritoie piantati nei miei, dilatati. Ero stupito, disorientato, ma non impaurito. La lunga frequentazione dell’ospedale psichiatrico dove Basaglia ha lottato per abolire i lager dove i ‘matti’ erano rinchiusi, picchiati e riempiti di piscofarmaci, da Gorizia a Palermo, mi ha insegnato a governare senza perdere il controllo situazioni di emergenza ma prive di pericolo reale. Chissà, alla così lunga distanza di tempo forse è arrivato il momento di riconoscere che la quota alienante del lavoro con i ‘malati di mente’ lascia tracce anche nella testa di chi li assiste.

§

Aleph è un concentrato di simpatia amabilmente ‘aggressiva’. Ha imparato presto a cavarsela. Un raid dell’Isis è costato la vita all’intera famiglia. Si è salvato solo per l’abitudine di trascorrere il fine settimana in campagna dei nonni paterni. È diventato presto un abile ambulante, tramite con chi li apprezza degli artigiani del legno, che scolpiscono facce e corpi di antichi abitanti del luogo come li hanno descritti i graffiti nelle caverne ritrovate ai piedi delle montagne che incombono sul villaggio di Mehilan.

Compiuti i vent’anni, Aleph ha investito tutti risparmi in un ticket di sola andata per il volo con scalo a Francoforte e destinazione finale Londra Gatwick. La tenacia è una sua dote riconosciuta, non congenita, originata dalla fatica di sopravvivere nel suo mondo ostile, senza protezione dopo la morte dei nonni.

Cameriere in un pub di periferia, lavapiatti, tuttofare servizievole per una catena di negozi in pieno centro, massaggiatore nella Spa di un albergo di seconda categoria, avendo fatto credere di aver imparato lo shatsu da una esperta del Nepal, di nuovo ambulante nei pressi di Hyde Pard, con il suo banchetto di attrazioni per i bambini.

La polizia mette fine all’attività commerciale di Aleph, priva di licenza, ma non per molto. Un connazionale, conosciuto in pizzeria, apre un porno shop nelle strade adiacenti di Piccadilly Circus e ha difficoltà nell’ assumere un addetto alle vendite per la natura del market.

E tu, anche tu ti vergogni?”

Quando comincio?”

Apro Lunedì prossimo”.

Anch’io”.

§

C’è da smarrirsi in questo bazar frequentato da ‘clienti’ habitué, ma per la maggior parte in larga misura avventori ‘una tantum’, che entrano con evidente disagio, si muovono impacciati e accettano come una liberazione il tono disinvolto, garbato del personale addetto alle vendite


Ci capito per curiosità. In albergo, prima di addormentarmi, ho seguito in televisione un programma di seconda serata che ha censurato l’ipocrisia del tabu, diffuso a tutte le latitudini, comune a tanti che giudicano la masturbazione una pratica di cui vergognarsi e così si privano di un rapporto compiuto con il proprio corpo. L’altro estremo è l’industria del porno, che lucra su un mondo in cui convivono pulsioni normali, fisiologiche, patologie sessuali, deviazioni, morbosità. La privazione dell’erotismo diventa patologia, spesso grave. L’ho verificato a suo tempo con i ‘malati di mente’ privati della sessualità e sedati con farmaci specifici per reprimere l’aggressività tra pazienti di sesso opposto.

Aleph è un abile cicerone. Si destreggia a suo agio tra vibratori di ogni tipo, video hard, oggetti per amanti del sadomaso.

§

Mi coglie di sorpresa il mancato distacco da questo armamentario per tutti i gusti e le varianti dell’eros, ma non è il limite dello sconcerto per questo selfie introspettivo. Lo è, anche di più, la consapevolezza di un’incontrollata eccitazione indotta dalle immagini molto esplicite di un video che il negozio trasmette full time grazie a un dispositivo automatico di replay.

Aleph lo capisce, abituato leggere le comunicazioni non verbali di clienti molto particolari dal respiro accelerato, gocce di sudore sulla fronte e posture del corpo per nulla che mutano per impercettibili movimenti dei piedi.

Dottore, c’è qualcosa che l’interessa?”

Proprio non credo, sono entrato solo per capire cosa attrae tante persone”

L’ha capito?”

Non direi. L’impressione è che tanta gente fa ricorso a questo surrogato della sessualità fisiologica per carenze di natura piscologica. Mi sembra di essere nel regno dell’immaginario, ma patologico”.

Insomma il suo è interesse professionale?”

Sì…onestamente? Non solo. È un mondo che ho tenuto ai margini del lavoro di psichiatra e del mio io, sbagliando”.

Allora mi permetto di mostrarle un ‘gioiello’ di questo particolare mercato. Venga, l’accompagno nella stanza alle spalle del negozio, dove facciamo entrare solo qualche cliente speciale”.

§

Dottore le presento Ofelia, bella no?”

Bella è bella, ma poi?”

Prema sul pulsante di questo telecomando e le chieda qualcosa”

Ti chiami”

O…fe…lia”

La voce della ragazza robot è calda, ma incerta.

Cosa sa fare?”

Cammina, si muove con incredibile naturalezza. Dica se Ofelia non è proprio attraente. Ha un viso dall’ovale perfetto e lineamenti da statua di Canova, il corpo è armonico come quello di un’indossatrice. Le accarezzi le mani…”

§

La risposta di Ofelia quasi mi fa dimenticare di essere di fronte a una giovane donna bionica.

Vada oltre. Provi a spogliarla”.

La perfezione dei dettagli è stupefacente”

Anche la carica erotica di questo corpo disegnato in tuti i suoi dettagli compreso il sesso, i seni. Che ne dice dottore?”

Che forse ho scoperto come riempire la solitudine di una casa da single. Proverò ad arricchire il bagaglio linguistico di Ofelia che potrà elaborare con la sua sofisticata intelligenza artificiale”.

Capisco bene, vuole portarsi a casa Ofelia?”

§

In poltrona, gambe accavallate, gonna generosamente mini, Ofelia sembra che mi guardi con affetto, riconoscente per averla sottratta alle occhiate di persone sgradevoli. Ha fatto progressi e finisco per parlarle come farei con una persona in carne e ossa fuori di testa azzardo un incredibile “Mi ami?”

Mi sbaglio sicuramente, ma sembra che Ofelia arrossisca

———————————————————————————————————–IL RACCONTO DI DOMENICA 26 GENNAIO 2020

Toc, toc…se ci sei batti un colpo. Sì, utopia?

Evocato al tavolo di una riuscita seduta spiritica il sommo Dante si è adoperato con lodevole abnegazione per collocare discussi esponenti del terzo millennio in una delle corone circolari in cui ha suddiviso il suo Inferno.

DI LUCIANO SCATENI

Gli chiede la medium: “Dove collocherebbe Donaldo Trump, Putin Netanjau, Erdogan, Orban, i cardinali pedofili, i ladri di Stato, Salvini, Le Pen il presidente brasiliano, chi tortura i migranti, chi li sfrutta come schiavi, chi inquina il pianeta, eccetera, eccetera”. L’Alighieri, in assenza del suo dotto compagno di viaggio nella Commedia Divina, sembra smarrito, incerto, perplesso. Cogita, aggira l’ostacolo dell’incertezza e stupisce i partecipanti alla seduta: “Ho provato, credetemi, ho esplorato una ad una le possibilità di smistare nei nove gironi della mia prima cantica i tipi da voi indicati come meritevoli di bruciare tra le loro fiamme e qualche soluzione l’avrei anche trovata, ma parziale, non compiutamente esaustiva.

“Per esempio Salvini?”

“Lo vedrei bene nella quinta e settima corona, dove scontano pesanti condanne iracondi e accidiosi, violenti, omicidi, bestemmiatori, fraudolenti, ipocriti e ladri, seminatori di discordia, falsari…ma non ne sono completamente certo.

“Perché ?”

“Penso ai reati di razzismo, omofobia, fascismo”

“Vero, lei non lo aveva previsto nel 1.200. Allora, dove?
“Non mi resta che inventare un nuovo girone, il decimo”

“I dettagli…”

“Dunque, questa corona la immagino ampia abbastanza per contenere non meno di mille africani, uomini, donne, bambini finiti in fondo al Mediterraneo, vittime di respingimenti disumani e altre vittime di violenze alle prese con gli sciacalli che lucrano sulla disperazione dei migranti e li espongono alle insidie del mare in condizioni di estremo pericolo, con i giustizieri della notte, che tutelati da leggi discutibili, uccidono sparando alle spalle dei ladri, con i violenti che infieriscono con ignobile bullismo su deboli e indifesi, con il numero uno di questa bolgia infernale, indegno ex ministro dell’Interno, tutti sottoposti al giudizio delle loro vittime, che invitate a una breve trasferta dal paradiso dove abitano felicemente sono chiamate a processare la feccia qui descritta”

“Ha pensato anche alla punizione da infliggere a conclusione del dibattimento?”

“Ma certo. Dopo l’arringa dell’accusa, affidata alla donna nigeriana morta stringendo a sé la sua bambina mentre le ghermiva il fondo del mare, i tipo in questione e i suoi simili dovranno provare ad attraversare a nuoto e senza muta il Mediterraneo, dalla sponda africana all’isola di Lampedusa. Dall’al di là, sul drone che porta in volo gli angeli da un punto all’altro dell’empireo, le vittime saranno spettatrici dell’impossibile impresa”.

“Profitterò della sua generosa disponibilità. Pensa di poter influire sulla sentenza che deciderà il futuro prossimo del tycoon che abita nella casa Bianca?”

“Temo di no. Ho consapevolezza che gli esseri umani esercitano il libero arbitrio, nel caso in questione il Senato a maggioranza repubblicana, ma posso progettare la strategia in grado di condizionare il futuro remoto del presidente americano”

“Cioè?”

“Lo farò accompagnare da Belzebù nel girone delle ‘malebolge’, l’ottavo, dove i fraudolenti scontano tra le fiamme la grave colpa di agireoperare e carpire fraudolentemente la buona fede altrui. Mentre proverà a evitare le fiamme guizzanti del girone, i diavoli tele operatori proietteranno su schermo gigante il crollo totale del muro eretto al confine con il Messico, mentre un milione di emigranti entrano negli Stati Uniti.”

“Tutto qui?”

“Non è poco, ma ho in testa un dispetto supplementare che mi ‘diverte’ e molto: chiederò alla ‘beata’ ospitee del paradiso, che in vita ha lavorato da parrucchiera, di tagliare di netto il ciuffo posticcio color carota che troneggia sulla sua testa”

“E poi?”

“Rivelerò finalmente cosa contiene la Coca Cola, regalerò la ‘ricetta’ ai poveri del Bangladesh e fornirò loro l’apparecchiatura per prepararla e metterla in vendita in tutto il mondo a prezzi molto competitivi”

“Per fare tutto questo deve risorgere….”

“A noi vati è concesso”

“Tutto qui?”

“Non credo. Mi verrà qualche altra idea. Trump stimola la mia già fertile creatività”.

“So di chiederle molto, con tutto il da fare alle prese con la scrittura poetica, ma un pensiero per la destra ‘nostalgica’ del ventennio, no ?”

“Non mi posso esimere e non devo sforzarmi per inventare. Un’occhiata all’ottavo girone soddisfa il lavoro di indagine per capire dove collocare la Meloni per il tempo necessario a pentirsi di aver goduto dell’alleanza con l’estrema destra neofascista”.

“Altro?”

“Compirò il miracolo di eleggerla con ordinanza ultraterrena a guida dotta, ben informata e storicamente colta, per assolvere il compito per lei sicuramente ingrato di accompagnare i discendenti delle vittime dell’olocausto ad Auschwitz e di ricordare senza nascondere nulla le responsabilità dei nazifascisti nella strage di sei milioni di ebrei”.

“Un ultimo atto di disponibilità, da sommo poeta qua è. Un maledetto pool di potenti del mondo attenta alla salute del pianeta Terra, per colpa del micidiale egoismo che antepone il profitto al bene dell’umanità. Che fare?”

“Richiesta impegnativa. Chi detiene il possesso delle fonti di energia che avvelena l’atmosfera è un fiero esponente del negazionismo. Finge di ignorare gli sconvolgimenti climatici all’origine di alluvioni, incendi , morti e comunità che perdono ogni cosa. Impegnerò inviati speciali che stazionano nel purgatorio in attesa di espiare completamente la pena nel compito di prosciugare i giacimenti di petrolio, invierò truppe celesti, paradisiache dotate di strumenti idonei ai poli, per restituire ai ghiacciai il loro ruolo di equilibratori del clima e indurre i potenti del mondo a produrre solo energia pulita e rinunciare a profitti illeciti. Scalerò la scala miracolosa che conduce al Paradiso mano nella mano con Greta Thunderg, per tutelare con la benedizione divina la sua autorevolezza in grado di imporre il prezioso lavoro teso al rinsavimento dell’umanità”.

Fine della seduta.

Mila Forlanini, medium per passione, paga con un’ overdose di stress la tensione della seduta spiritica. L’accoglie il divano con la prolunga per stendere le gambe e rilassarsi completamente. “Tan, ta , tan, tatatan…”, la sigla del Tg1, uguale a stessa da sessant’anni, la voce familiare del conduttore Giorgino: “Non ha fine la tragedia dell’Australia che brucia, ma gli scettici che tutelano interessi miliardari negano la responsabilità delle emissioni a cui si devono contemporaneamente siccità e alluvioni disastrose”… “Trump ha smentito protervamente il grido d’allarme di Greta Thunberg, senza mai citare il suo nome”… “Un devastante ciclone sconvolge l’Inghilterra, dopo un periodo di temperature invernali anomale, molto al di sopra alle medie da cento anni in qua”…

 

Pensiero della sera: altro che sedute medianiche e interventi divini. La nostra palla, che gira su se stessa, microscopica nell’immensità dell’Universo, è stritolata dalle mani avide dei grandi inquinatori. La sola  speranza è nella determinazione di Greta e dei milioni di suoi follower, perché riesca a realizzare la terza rivoluzione, questa volta ambientale, pacifica, risolutrice. Utopia? Può darsi, ma augurarselo non costa niente.

 

———————————————————————————————————–IL RACCONTO DI DOMENICA 19 GENNAIO 2020

Vite dannate

DI LUCIANO SCATENI

 

Signor Hamidi Balewa,

la presente per comunicarle la rescissione a partire da oggi 1 Gennaio 2020 del contratto di lavoro con la nostra azienda per fine attività. L’ ufficio amministrativo è sua disposizione per le pratiche inerenti alla liquidazione. Distinti saluti

Eshe mi consegna al marito la lettera appena ricevuta dal portiere insieme agli auguri di buon anno e i ringraziamenti per l’attesa regalia. Il licenziamento non è un fulmine a ciel sereno. La fabbrica ha perso la quasi totalità delle commesse, strappate con costi molto competitivi dai cinesi e da mesi ricevere il salario ha richiesto scioperi a oltranza.

§

[Ma porca miseria, proprio oggi? Cenone, razzi e bengala, lo spumante di mezzanotte, gli auguri di buon futuro, il messaggio ai miei vecchi, a Kajo Keji, laggiù, nel sud Sudan oppresso dalla tirannia di Al Bashir, responsabile di un regime corrotto che ha annullato ogni libertà e soffocato nel sangue il dissenso. Il bilancio degli scontri : 300.000 morti e 2 milioni e mezzo di sfollati].

Eshe, che faremo? Che ne sarà di noi, dei nostri figli, della nostra vita? Ma ti ricordi, te l’ho raccontato quando ti conosciuto nel centro di accoglienza di Lampedusa: eri sotto choc, spaventata, scheletrita, come me. Come sono rimasto in vita non me lo sono mai spiegato. Dall’inferno del Sudan mi ha spinto a fuggire mia madre. Avevo appena compiuto dodici anni. Nello zaino qualcosa da mangiare, una borraccia d’acqua, una maglia di lana fatta da mamma, mille dollari messi insieme con la vendita di parte del suo corredo, mai usato, e di una delle due mucche superstiti di una micidiale epidemia. Ho attraversato il Paese con mille espedienti, ho fatto decine di piccoli lavori per procurarmi da mangiare, ho viaggiato per giorni e giorni con l’autostop su camion, ma per lo più a piedi. Il peggio è stato attraversare il deserto libico. Non finiva mai e sarei morto di sete senza l’aiuto di un carovaniere che mi ha riempito d’acqua la borraccia. Mi sono riposato per due giorni nelle oasi a sud della Libia e quando finalmente ho visto Tripoli in lontananza, sono stato catturato da trafficanti di uomini. Segregato per due mesi in un carcere lager ho subito violenze e torture. Ho convinto uno degli aguzzini a farmi partire su un gommone con i mille dollari conservati per lasciare l’Africa. Il mare, all’improvviso si è incattivito e una decina di migranti sono finiti in acqua, senza scampo. Faceva un freddo cane. Sono spariti anche un neonato e suo padre che ha tentato di salvarlo. Le onde sono diventate gigantesche, il gommone è stato sommerso dal mare, mi sono ritrovato in acqua a lottare per tenere la testa fuori. Due braccia muscolose strette intorno alla vita e alla testa, mi hanno trascinato fino a una nave. Sulla prua la scritta SEA WATCH. Vita infernale a bordo: sdraiato in terra, coperto da fogli termici, giorni e giorni di insopportabili disagi. Accanto a me un uomo e una donna abbracciati, ammalati, l’attesa angosciosa di scendere a terra, i sorrisi della capitana, il tè caldo, qualcosa da mangiare. Riesco a lasciare il centro di prima accoglienza di Lampedusa, dove il medico cura i mei piedi feriti da marce di mesi. Di notte scappo. Al porto, mi infilo nello spazio minimo tra le merci stivate in un tir. Con me ho la borraccia, un pezzo di pane e una mela che ho portato via dalla mensa. Alla guida del Tir, lo capisco dalle voci che mi arrivano tra la merce trasportata, si alternano due autisti. Con una sola sosta in autostrada, il tir entra in Roma. Scendo e non so che fare. Cammino senza capire dove sono, per ore. Leggo la targa all’angolo della strada. Piazza Sant’Egidio e al numero 3/a Comunità di Sant’Egidio. Un tipo ben vestito mi avvicina: “Che ci fai qua, da dove vieni?” Non capisco. Mi mette una mano sulla spalla e mi guida all’interno del palazzo. Rispondo a un ragazzo africano, avrà una ventina di anni.

Dopo un anno di ‘clandestinità’, con la mediazione di un emissario del Vaticano, vengo accolto da una famiglia romana senza figli. Non è un’adozione, l’iniziativa di Mario e Flora Cecchetti è ‘fuorilegge’, ma ha trovato una famiglia. Mi insegnano l’italiano e scoprono che ho una buona manualità. Non esco quasi mai di casa, per non rischiare di essere separato dai miei nuovi genitori. Quanto tempo con loro: anni e anni, fino ai diciotto, quando Mario mi ‘regolarizza’ e mi trova lavoro, in una fabbrica di accessori per auto. Mi piace la fabbrica. Ti ricordi quando ti ho detto “Ci sposiamo, quando dopo un anno mi hai detto “Aspetto un bambino” e dopo ventuno mesi “Ne aspettiamo un altro?”

Hamidi, e adesso? C’è il mutuo della casa da pagare, per i ragazzi comincia la scuola, ci sono i libri da comprare, hanno bisogno di scarpe, cappotti, scade l’assicurazione della macchina, dobbiamo pagare le tasse…” “Usiamo la mia liquidazione” “E poi?” “Poi dio ci pensa” “Mi sa che dio ha altro a cui pensare. Vai da don Piero, raccontagli del licenziamento, chiedigli se può aiutarti a trovarne un altro”

§

Mesi e mesi. Corrono via senza esito nella ricerca di un lavoro. S’incrinano i rapporti con Eshe, la tensione trova sfogo i litigi sempre più aspri. Diventa un’impresa tirare avanti senza il salario di Hamidi, che si arrangia con qualche lavoro saltuario, ma è costretto a far debiti.

§

Rientra per l’ora di pranzo, un largo cerotto sulla fronte, un occhio semichiuso, tracce di sangue sul giaccone.

Che diavolo ti è successo?” “Quel figlio di puttana dell’usurario. Un suo scagnozzo mi ha aggredito e ha detto che è solo un assaggio di quello he mi capiterà se non chiudo il debito che ho accumulato”.

§

Partono, Eshe e i due ragazzi. Il volo, pagato con quanto è rimasto dell’ultimo lavoretto di Hamidi, è la fine di un rapporto che Eshe ha prima esasperato e poi trasformato in lite furibonda, fino e decidere di tornare in Sudan, dove la famiglia vive di agricoltura e non ha mai approvato la decisione di cercare fortuna in Europa. Tanto meno di sposare Hamidi.

§

L’ufficiale giudiziario si presenta scortato da due agenti del commissariato. L’ordinanza dello sfratto è immediatamente esecutiva. Poco dopo un altro inviato esegue il mandato del tribunale di pignoramento di mobili e quadri e la casa somiglia a un contenitore, una scatola vuota. Hamidi diventa fisicamente irriconoscibile. Dimagrito, invecchiato, capelli e barba lunghi, vestiti malandati. Dorme in un angolo della stazione Tiburtina.

All’ora del pranzo è in fila con i clochard alla mensa della Charitas. Oggi fa visita al refettorio il responsabile della Comunità di Sant’Egdio. Hamidi lascia a metà il piatto di pasta e si avvia all’uscita per non farsi vedere, ma Vincenzo Avitabile, di Sant’Egidio lo riconosce.

Non stare a testa bassa. Cos’è successo? Vieni in Comunità, ti aspetto”.

§

I volontari della Charitas sia avvicinano all’uomo disteso in terra su un cartone per dargli un tè caldo. “Ragazzi, non respira. Deve averlo ucciso il freddo ”. Nella mano gelata l’uomo stringe un vecchio portafoglio che ha visto tempi migliori. “Ha la patente, è intesta a Hamidi Balewa”.

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IL RACCONTO DI DOMENICA 12 GENNAIO 2020

Borgo, mio borgo: eccomi

DI LUCIANO SCATENI

Lo avevo voluto così: un asse largo 60 centimetri, lungo tre metri, fissato a tre solidi cavalletti, distanziati quanto bastava per infilare comodamente al di sotto le due poltroncine da regista più alte del normale, perché a misura della migliore  posizione  per lavorare molte ore al computer senza anchilosare la spina dorsale. Ora lo spazio che ha ospitato disordinatamente  – ma non per me – quanto è servito per la scrittura e il disegno, è un ingombro informe di oggetti che raccontano anni di lavoro creativo. [Ma quante penne ho  accumulato e  pennarelli, matite, gessetti, graffette?. Toh…mica mi  ricordavo di avere una spillatrice da legno, due serie di giraviti a stella, etichette di ogni dimensione, una collezione di etichette, ganci da cornici, barattoli d’inchiostro, una cartella intonsa di carta copiativa, pacchi interi di indirizzi e mail per inviti alla presentazione dei miei libri, di mostre personali e collettive;  contenitori che scoppiano, pieni di recensioni,  scatole delle scarpe con la scritta frettolosa che indica il contenuto di documenti delle figlie, le loro pagelle, i  certificati di vaccinazione, le cartoline ricevute da mezzo mondo]. In bilico ai margini dell’asse, la struttura leggera di un mini ventilatore da pc, regalo natalizio, quattro pacchetti non aperti di carte da gioco francesi. Impilati in un cumulo alto mezzo metro trecento (trecento?) disegni in bianco e nero e a colori non selezionati per l’ipotesi velleitaria di una ‘personale’ che non promuovo, nonostante le sollecitazioni di un amico critico. Forse i cartoni recuperati al supermercato non basteranno  a contenere questo ‘ben di dio’ e tanto altro, ma ci provo. 

§

Sul desktop del Sony l’immagine del borgo San Vito è suggestiva, irresistibile. Sulla destra del castello spicca ben visibile il bianco accecante della casa esposta a mezzogiorno, comprata con un euro. L’ho appena ristrutturata con ventimila euro, utilizzando il progetto donato dal sindaco come ‘benvenuto’ ai nuovi abitanti e io lo sono. 

§

C’è tensione in casa, Elena non ha condiviso l’‘azzardo’ di investire in uno dei mille paesi italiani spopolati nel giro di pochi anni, dove hanno resistito per ragioni anagrafiche solo vecchi contadini e qualche pensionato, dove la scuola elementare ha chiuso per mancanza di scolari, dove alla domenica non arriva più il camioncino di Tiziano che portava con sé la pizza di vecchi film in bianco  e nero, noleggiati  per poche lire in magazzini polverosi, dove il mercato itinerante è diventato un labile ricordo di tempi migliori. La prospettiva di lasciare il caos della città mi regala l’idea di serenità, compatibile con il futuro che ho ipotizzato per uscire dallo stress quotidiano della professione-mestiere di giornalista e di  incursioni nell’impegnativo territorio della scrittura creativa, della pittura. Mi acquieta pensarmi a San Vito, in quella casa coloniale che s’affaccia sulla valle dominata da monti maestosi, priva  di audio, o meglio accarezzata dal frusciare dell’acqua di un ruscello e brevi scrosci provocati da piccoli sbalzi di cascatelle mai in secca. [Non c’è di meglio al mondo per trasportare i suggerimenti della creatività nello scrigno delle parole, di  segni e colori che ‘sporcano’ artisticamente fogli e tele]

§
Elena: “Caro mio, pensi sono a te stesso, ai tuoi spazi, a come ottimizzarli, ad aumentare l’autostima di cui ti nutri da sempre. Vai pure a San Vito, a scrivere, dipingere, chiacchierare al ‘Bar  Sport’ con i vecchietti del posto, davanti a un ‘caffè Borghetti’, a un ‘Vecchia Romagna Buton’. Bestemmia come loro per gli errori del tuo compagno di scopone,  vai a letto con le galline e svegliati all’alba, esplora uno a uno i sentieri intorno al borgo, puoi trarne ispirazione per i tuoi racconti. E io? Lavorerò all’uncinetto, curerò le piante di basilico e rosmarino, mi specializzerò in cucina sanvitiana, eviterò la depressione appassionandomi alle vicende del ‘Paradiso delle signore?  Farò amicizia con Luisa, l’ostetrica ottantenne disoccupata da vent’anni perché qui nessuno è nella condizione anagrafica per fare figli? Fai un po’ come ti pare, finisci in quell’eremo senza vita, ma se pensi che ti segua…Io resto qui, in piazza Cavour, nel bel mezzo del casino di una città simbolo di caos, zero regole, chiasso, disagi di ogni genere, ma cavolo…viva, pulsante, coinvolgente”. 

§

Ha le sue ragioni Elena, tutte le ragioni del mondo, ma la nostra incompatibilità è cosa di vecchia data. Ah l’amore, quanti e quali inganni ha in serbo quando l’incontrarsi addormenta le consapevolezze di diversità tanto distanti da pronosticare con certezza future fratture…

§

Con Elena è andata esattamente così. Ho fatto tesoro di origini familiari dove si parla la lingua di Dante e del rigore  paterno che non l’ha imbastardita con inflessioni e accenti del sud che ci ha accolti. Mi prende in giro un mitico scrittore,  per nulla interessato alla buona dizione, del tutto indifferente ai dittonghi da pronunciare con la seconda vocale ‘aperta’, agli avverbi come dolcemente con le due “e” strette. Scrive sul quotidiano locale che la mia conduzione del Tg è toscaneggiainte. 

§

“Organizzo un corso di giornalismo”, mi dice Antonella, “vuoi insegnare dizione?” 

“Assolutamente sì”

Impossibile  non incontrare gli occhi di questa allieva, che giovane liceale non è. Non avrà meno di 25anni e il suo sguardo è di quelli che oltrepassano il cristallino. Bravo, mi complimento con me stesso per aver accettato l’invito di Antonella. 

“Ti chiami?”

“Elena e tu Marco”

“Come lo sai?” 

“Segreto…lo so e basta”

§

Ci vado a letto, prima ancora di sapere se è cattolica o atea, cosa pensa di razzismo e omofobia, di  Israele e Palestina, di Umberto Eco e Steven King, di Mssi e Ronaldo, del capitalismo, di mutamenti climatici, della satira. Mi piace da morire il suo sorriso, come fa l’amore, che non mi ha chiesto se l’amo o peggio, quanto l’amo, se mi piacciono i bambini, a che età sono andato a letto con una donna e se  il  Robert della fiction che segue da tre anni sposerà Ellen. 

§

“Ci sposiamo sabato 26 marzo, nella Chiesa dell’Addolorata e subito voliamo alle Seychelles.” Firmato Elena. 

“Certo, perché no?”

Risposta incosciente dal punto di vista dell’autodeterminazione. Il poi era  prevedibile. Il mio lavoro, gli effetti secondari che l’accompagnano, i libri che scrivo, la pittura che evolve, la carriera in progress che mi arruola nel club dell’intellettualità operativa, aprono un solco profondo con la vita banale della mia compagna, con il cerchio magico in cui si muove fra tornei di burraco, shopping  pressoché quotidiano nei mercatini delle ‘pezze’ a dieci euro, i week end agostani ad Anacapri, ospite di Lalla, moglie demotivata e falso snob di un immobiliarista straricco quanto corrotto. 

Trasciniamo il rapporto su percorsi paralleli che non s’incontrano se non a letto, perché scopare scopiamo ancora come si deve.

§

Dimentico il cellulare su comodino, Elena non  resiste alla curiosità di entrarci e legge:. 

‘Message’:Marco domani nonposso. Mio marito è tornato prima da Milano, ma riparte già domani alleude scusa, alle due. vieni dopo il Tg. ti ammo – – ti amo.

§

La stradina, che s’inerpica per aggredire il senso unico che circonda il borgo, è malandata, con piccoli dossi da mancata manutanzione, pietrisco che fa stridere le ruote, percorsa con molta cautela, priva com’è di protezioni laterali. La casa sa di muffa [dovrò procurarmi un deumidificatore] ma è già mia: prima di ogni altra cosa accendo il computer, clicco su world e mi rendo conto che il mio ‘Apple’ ha già dato: è lento da far saltare i nervi. Si spegne prima ancor di presentarmi la pagina dove ho in animo di raccontare con molte varianti la mia disavventura matrimoniale. Il default si deve all’esaurimento totale della batteria e con il cavo non collegato al modem. Così il pc diventa buio e  rianimarlo è cosa da esperti. Qui a San Vito c’è solo un ragazzo con competenze adeguate, ma è andato in città dalla fidanzata. 

§

Al ‘Bar Sport’ Alvaro, Peppe e Giovanni mi accolgono con insolito entusiasmo: sono il quarto per lo scopone. In palio per i vincitori, una bottiglia da ¾ di birra artigianale prodotta nel paese confinante. 

 

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IL RACCONTO DI DOMENICA 5 GENNAIO 2020

Le gambe lunghe della menzogna

DI LUCIANO SCATENI

Arriva dall’est, più gelida della tramontana, a velocità che declassa la bora a brezza lieve. Ha spessore mimino la neve caduta in una delle notti rigide dell’Aquila che obbligano a tirar via dall’armadio una coperta di morbida lana per poggiarla sul piumone e accrescere il suo caldo comfort. Alle nostre spalle c’è una giornata impegnativa, spesa per strappare l’impegno del ministro delle infrastrutture, e suo tramite il governo, ad accelerare gli interventi di ripristino del volto della città deturpata dal sisma. Il tepore della sala comunale dove si è svolto il non facile confronto sul futuro dell’Aquila si è dissolto in fretta nel percorso per raggiungere casa. È un’impresa rimanere in piedi sulle mattonelle ghiacciate del marciapiedi e più volte Lisa si è aggrappata a me per non finire a terra. A mia volta ho rischiato di perdere l’equilibrio.

“Lisa, hai tu le chiavi di casa, fa’ presto, apri, che stiamo congelando…”

“Sei il solito smemorato, le chiavi le hai tu…”

“Va bene, hai ragione. Uno a zero per te, apro io…”

*

“Ahhhhaaa, maledetto gradino…”

“Silvio, mi dio, ti sei fatto male?”

“Porc…”

“Non bestemmiare, allora?

“Credo di essermi fratturato una mano…ma tu chi sei?”

“Come chi sono? Ma sei scemo? Perdi sangue dalla testa…fammi vedere…”

La ferita non è ampia, ma sembra profonda. È impressionante il fiotto di sangue che corre lungo il collo e si estende in una larga macchia sulla spalla e il petto. Silvio è inciampato nello scalino coperto da una lastra di ghiaccio

*

Il primo soccorso lo presta una giovane dottoressa sul lettino dell’ambulanza del 118 che si dirige velocemente all’Ospedale Civile. L’espressione preoccupata dell’infermiere che l’affianca accresce l’ansia per le condizioni del mio compagno e quel suo incomprensibile ‘ma tu chi sei’ che mi ha rivolto dopo la caduta. È un timore condiviso dal medico:

“Come si chiama il ferito?”

“Silvio”

 

“Signor Silvio, le fa male la testa?”

“???”

“Signore, mi risponda…”

“Dove mi trovo e voi chi siete?”

“Si è ferito, stiamo andando all’ospedale…Conosce questa persona, è la sua compagna…”

“Ferito, io? No. Non so chi sia questa donna. E io, chi sono?”

*

Al Pronto Soccorso.

“Dottore, questo paziente è caduto e si è ferito. Sembra che abbia perso la memoria”

“Facciamo subito una risonanza magnetica e intanto saturiamo la ferita”

*

La memoria torna improvvisamente. Gli specialisti sanno che è possibile, dopo il ‘vuoto’ immediatamente successivo al trauma.

*

[Sai che c’è di nuovo? Ora mi diverto a fingere di essere ancora smemorato.]

Fortunatamente l’esito dell’esame radiografico è negativo e mi affidano alla consulenza di un neurologo.

“Silvio, proviamo a capire se riesce a ricordare qualcosa. Quanti anni ha?”

“???”

“Lei sa chi è il presidente degli Stati Uniti?”

“Stati Uniti? Non so di che parla” (So bene di che parli, ma mi piacerebbe ignorare l’esistenza di quel cialtrone)

“Si ricorda di un leader politico italiano?

“???” (Vediamo, Salvini? Spero che le sardine lo azzerino. Di Maio? Se continua così fa sparire i 5Stelle. Renzi? Grande affabulatore, peccato che sia sulla strada di un copia-incolla della defunta Dc. Zingaretti? Meglio testimonial di un nuovo dentifricio che capo della sinistra. Sorride anche se gli è morto il gatto di casa. La Meloni, a quando nuove nozze con un nostalgico del ‘Ventennio’? E Conte? È l’identikit del brav’uomo medio. Gli manca solo di cantare ‘Sono un italiano’ di Toto Cutugno).

 

“Silvio qual è il numero del suo cellulare?

“Boh, cos’è un cellulare?”

“Silvio, le dico ‘sapone, marmellata, drone, squalo, pettine’. Ripeta….

“Pane, barca…” (A proposito da questo momento posso fingere di non ricordare l’anniversario del fidanzamento con Lisa, che non si fa la scarpetta con il sugo di ragù, che non si dice strega parlando di mia suocera)

*

La diagnosi dell’ospedale: “Il paziente Silvio di Nardo è affetto da disturbo della memoria probabilmente temporaneo, conseguenza di una ferita alla testa. A domande personali e di carattere generale non ha fornito alcuna risposta (‘orientamento rispetto a tempo, spazio e persone, sul luogo in cui ci si trova’).

*

Lisa ha qualche sospetto, conosce a fondo il compagno e interpreta le comunicazioni non verbali da minimi segnali del volto. [È una furbizia la sua, non ha perso la memoria].

Al posto suo cosa fingerei di non ricordare? Ma sì: di tanto in tanto riprovo la vergogna per aver accusato mio fratello, quando non era ancora in grado di smentirmi, di aver fatto fuori un intero barattolo di crema di cioccolato svuotato ingordamente da me. Non mi sono mai assolta della bugia inventata per non ammettere con i miei genitori di essere stata coinvolta da un mio boy friend nella visione di un porno quando avevo solo tredici anni. Peggio, ho nascosto a Silvio la sbandata di un anno fa, quando sono andata a letto con un collega della scuola dove insegno. A suo tempo ho raccontato ai miei genitori di aver rivisto il mitico film “Via col vento” e a Silvio ho spacciato l’assenza notturna con la generosa assistenza a una vecchia zia povera, gravemente ammalata e senza parenti.

*

Garrone, geniale regista di una nuova trasposizione cinematografica di Pinocchio, secondo libro al mondo per vendite dopo al Bibbia, potrebbe immaginare un second time, a una nuova serie ispirata dal mitico personaggio di Collodi. Dovrebbero solo presentargli i Silvio, la Lisa o, anche meglio, una manciata di politici del mondo, perché no italiani. I in particolare di chi fa campagna elettorale mentendo sull’aumento degli sbarchi di migranti, che sono nettamente diminuiti e inventa aggravi fiscali che sono invece meno onerosi.

*

Raccontata ai bambini, la vicenda delle menzogne di concluderebbe con la rituale morale della favola: “Siamo quasi tutti Pinocchio”.

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IL RACCONTO DI DOMENICA 8 DICEMBRE 2019

A Maronna t’accumpagna

DI LUCIANO SCATENI

Scrive Aldo Venafro, sulle pagine web di ‘All Naples’:

Napoli, lo raccontano giornalisti e cineasti, è città di micro e macro criminalità”, ne più, ne meno di molte altri luoghi del disagio sociale che nasce dal perverso contrapporsi di ricchezze e povertà. Napoli è da sempre territorio di insicurezza, dello scippo, di violenze che rendono insicura la quotidianità. Lo era anche quando Don Rocco, nel lontano ‘700, concluse l’amara riflessione sulle aggressioni subite dalla brava gente con un’idea che si rivelò geniale. Il buio di stradine e vicoli di quella Napoli favoriva gli assalti di ladri, scippatori e rapinatori, che fare? Rocco, fece leva sul sentimento religioso della nobiltà napoletana e ottenne che all’angolo delle strade del centro da loro abitate edificassero edicole votive dedicate a Santi e Madonne, che illuminate, avrebbero dato luce ai dintorni. Con le buone o le cattive, fino alle bastonate ai recalcitranti, il prete giustiziere di malviventi impose agli abitanti di ogni quartiere di onorare il santo di riferimento con un’edicola a lui dedicata, da tenere in ordine. Sono più o meno di duecento, il doppio o mille i piccoli e grandi tabernacoli che chi ha voglia e tempo da dedicare può incontrare nei vicoli, agli angoli delle strade e non solo a Napoli”

§§§

In quale contesto? Gli rispondo? Ma sì.

Andar per vicoli è sentire le voci del popolo, percepire i loro umori segreti, ben oltre l’evidenza sonora di grida che cantano amore e disperazione, rabbia, inciuci di comari, silenzi carichi di tensioni ataviche e nuovi rancori. Dalle strettoie, che separano appena il tufo di un convento dall’intonaco sbrecciato di una opificio estinto dove si rifugia l’umanità destinata a definitiva subalternità sociale, è impresa impossibile andare oltre la breve lama di cielo sereno che filtra tra le pareti dei due fabbricati. Il chiarore del sole appannato da nubi leggere tracima a stento dalle sopraelevazioni erette abusivamente su quasi tutti i terrazzi della città. Non tocca la pavimentazione a larghi quadroni della strada, lucidi di permanente umidità, i budelli impregnati di acre odore di fritto, di ragù che borbotta nelle pentole annerite dove convivono laide laicità e fanatismi religiosi, graffiti- icona del ‘pipe de oro’ e insulti sgrammaticati alla polizia, appuntamenti di lotta dei senza lavoro, messaggi d’amore: “Carolì si ‘a vita mia”. È questo il territorio più ricco di tempietti, minuscole cappelle, edicole votive per riconoscenza a santi e madonne, grazie ricevute. Pusher e spacciatori di quartiere contano sul rispetto popolare per i protettori divini, sulla religiosità di poliziotti e finanzieri e si servono delle edicole come deposito delle droghe da spacciare. I tempietti, infiorati e illuminati da piccole lampadine da cimitero, si susseguono numerosi specialmente in strade e slarghi dei rioni marginali, di dove parte un esercito di spacciatori. Le stazioni di partenza della ‘roba’ hanno nomi noti oltre il perimetro di Napoli, raccontati dai media come luoghi unici di diffusa criminalità, in obbedienza a letture a senso unico condizionate da cattiva letteratura, che ignora il tragico primato di Roma, capitale d’Italia e della cocaina, la piaga milanese dello spaccio: Sanità, Pendino, Santa Lucia…e non meno i luoghi ritenuti ‘bene’ per presunzione di chi li abita, specialmente Chiaia, terra di movida notturna, alcol, cocaina e pistolettate di mini gang.

§§§

Nel cuore di Vico Speranzella, profonda intimità dei “quartieri”, nonna Immacolata, quand’era una giovane madre, ha chiesto a Giuseppe, muratore tutto fare, di costruire un tempietto dedicato a Lucia, la santa che la Chiesa del Purgatorio custodisce nella cripta in un ossario in pietra, all’interno di una cavità contornata da una corona di luci azzurre e dalla scritta in neon ‘Viva Lucia’. La santa è venerata nella via Tribunali e dintorni, ma non solo, perché protettrice delle donne incinte. Le si è rivolta anche Immacolata, dopo due aborti. In un angolo della cripta s’è accodata a una fila di donne in attesa che un ‘prediletto’ di Lucia imponesse le mani sul loro ventre, mentre invocava Santa perché favorisse parti facili e salute di madri e figli. Luigi è venuto alla luce bello e sano, Immacolata ha sofferto, ma non troppo e sul muro di fronte alla porta del ‘basso’ di vico Speranzella, Giuseppe ha costruito l’edicola. Sul fondo, in cornice dorata l’immagine della santa.

§§§

Don Domenico Di Nardo, detto ‘capatosta’, per una testata che ha fratturato il naso e insanguinato il viso del guappetto di quartiere, che gli ha mancato di rispetto, si è procurato una chiave per aprire l’anta in vetro dell’edicola e di notte, quando è certo che Immacolata dorme profondamente, prende o nasconde dosi di cocaina che affida per lo spaccio a una squadra di giovanissimi pusher.

§§§

È una notte insonne per la povera donna. La prima figlia, operaia di una multinazionale alimentare in crisi è tra i cinquanta dipendenti licenziati dopo una trattativa infruttuosa dei sindacati. Luigi, terzo figlio, è ospite di un centro per la disintossicazione dalla droga. È sola Immacolata. Antonio, il marito coetaneo, se n’è andato per un tumore fulminante del pancreas. È una notte caldissima di Luglio. Afa asfissiante, folate dello scirocco che fa sudare da fermi, nel basso non si respira. La donna esce dalla stanzetta da letto, unico locale della casa ricavata da un negozio chiuso per fallimento, e spera di trovare un po’ di refrigero all’esterno. Di Nardo non si avvede della sua presenza e continua a trafficare frugando nell’edicola con accanto un paio di ragazzini. Sono passate da poco le due. Immacolata si avvicina in silenzio al terzetto, mentre don Domenico prende da una scatola nascosta sul fondo dell’edicola un pacco di bustine. Ne distribuisce ai due giovanissimi spacciatori. “Rafè, tu stanotte fatichi a Chiaia e tu Totò ‘ncoppa ’o Vomero. Iate”. Poi si gira e si rende conto che Immacolata ha assistito allo consegna di bustine, che ha scoperto dove le nasconde. “Imma, tu non hai visto niente, non sai niente. Hai capito buono?” Non risponde la donna. Gli volta le spalle e si ritira velocemente nel basso. Suda anche più di prima nel letto bollente, ma non è questo che la tiene sveglia. Per quello che resta della notte si arrovella, piena di dubbi sul che fare.

§§§

Sono più profonde le occhiaie di vecchiaia, il sonno mancato annebbia la mente, le minacce del boss fanno paura, ma prevale l’indignazione per la profanazione dell’edicola e Immacolata si libera di ogni perplessità.

§§§

Il vice questore D’Aponte ascolta la donna, le fa ripetere il racconto più volte, le raccomanda prudenza. Dispone per un appostamento notturno in prossimità dell’edicola che conserva gli ex voto dei devoti di Lucia. Il blitz ha un esito rapido. Il boss finisce in manette, i pusher affidati al tribunale dei minori.

Tre giorni dopo bussano alla porta del basso, intono alle 23. Immacolata si è appena addormentata…

Chi è?”

Domma Imma, so’ Bianca, ’a vicina vostra”

E che vulite a chest’ora?”

V’aggia parlà d’’o figlio vostro”

Ch’è successo?”

Arapite e vo ddico”

La donna mette un coltello alla gola di Immacolata e preme, fino a ferirla. Il sangue riga la guancia.

Ma che v’aggio fatto, lassateme”

Hai fatto arrestà l’ommo mio, chesto hai fatto”.

Una coltellata arriva dritta al cuore. Immacolata crolla a terra.

§§§

La polizia è certa che sia Di Nardo il mandante dell’omicidio, ma non è a conoscenza della relazione con l’assassina e l’indagine non va oltre.

La gente di via Speranzella fa smontare l’edicola votiva dedicata a Lucia.

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IL RACCONTO DI DOMENICA 1 DICEMBRE 2019

Senza risposta

DI LUCIANO SCATENI

Chiudo gli occhi. Ho un coltello nella mano destra, di quelli che mi spavento solo a vederli nella vetrina di un negozio di armi, esposti in tutto il loro minaccioso potenziale. La mia compagna è indaffarata in cucina. Il suo cellulare è in carica, in fondo al lungo corridoio, sul tavolino di Ikea, sobrio, robusto. L’iphone Samsung ha nella home page la foto di Benedetta e Arturo, scattata in giardino, pronti per andare a scuola. Alle loro spalle, c’è Lucia, ‘gran pezzo di femmina’, anche più bella di quando l’ho sposata. Con la maturità sono diventate provocanti le forme generose di un corpo da modella e mi fanno dannare, in preda a raptus di gelosia, che scarico usandole violenza, forzandola a subire rapporti sessuali in tempi e modi non condivisi. Fuori di me, minaccio di ucciderla se scoprissi che mi tradisce. L’umilio: “Non sei nessuno e devi ringraziare San Gennaro, che mi ha detto ‘sposala’”.

***

E allora vediamo chi ti manda i messaggi… Mia madre, tua sorella Carolina, Vodafone, Tim tre volte, Arturo, dalla scuola. Dice che si sente la febbre addosso, Repubblica…con la notizia è di un insegnate di filosofia  che ha strangolato la moglie, la risposta del parrucchiere che ti conferma l’appuntamento per domani…e chi è questo Mimmo. Dice ‘ok, domani alle 11, in piazza Mazzini, sotto la statua…”.

Alle undici meno un quarto sono già lì, nascosto dietro un camioncino che vende fiori e piante. Dopo dieci minuti un ragazzo, non avrà più di venticinque anni, si avvicina alla statua, accende una sigaretta e ha tutta l’aria di aspettare qualcuno. Alle undici, niente, il tizio guarda in tutte le direzioni, sembra nervoso, accende un’altra sigaretta.

Eccola, guarda come si è tirata…e che deve andare  un matrimonio? Anche Lucia dà segno di inquietudine, ma tira dritto in direzione della piazzola dove c’è la statua di Garibaldi. Il giovanotto non le va incontro, si avvia verso il Corso, lentamente. Questa Troia di moglie lo segue a una certa distanza, fino al portone del numero 267, dove s’infila il ragazzo dopo a ver dato un’occhiata alla sue spalle. Entra nel portone anche Lucia. Scorro i nomi delle targhette infilate nel rettangolo del citofono. L’unico cognome che mi dica qualcosa è un certo Domenico Rinaldi. Potrebbe essere lui il Mimmo del messaggino. Spingo sul pulsante…mi risponde con una voce sospettosa una donna. “C’è Mimmo le chiedo?” “E voi chi siete?” “Un amico”. “Domenico non sta più qua. Si è trasferito a Padova”.

E allora dov’è andata  Lucia?

Vediamo…Donzelli…Imparato…Messia…boh?…aspetta…Pensione “Mennella”…

“Buongiorno, a che piano state?”

“Al secondo, che vi serve?

“Salgo e ve lo dico”

Salgo, ma rimango sul pianerottolo, sugli ultimi scalini della rampa che porta al piano superiore. Di qui vedo facilmente chi entra ed esce dalla pensione.

[Giuro, Lucì, hai finito di campare. Tu ancora non mi sconosci e fai male. A Vincenzo Mastandrea non si manca di rispetto e figuriamoci se mi tengo le corna della mia donna].

Un’ora e mezzo, quasi due adesso. Perciò mi ha detto “Ti lascio tutto pronto. Tu mangia, io arrivo più tardi, vado a trovare mia madre, non sta bene”. Per scrupolo la chiamo sul cellulare. La segreteria mi informa che ‘il telefono della persona cercata è spento o non raggiungibile’. La madre ha la linea del telefono fisso staccata dalla Tim, per morosità, inutile chiamare il suo numero. L’attesa mi snerva, ho fame e sono infuriato. Dopo due ore e un quarto, sempre più deciso a vendicarmi, me ne torno a casa.

“Ciao Enzo, hai mangiato?”

“E tu?”

“Sì qualcosa da mia madre”

“Ah, è come sta la vecchia?”

“Come al solito. Non bene”

“Stronza, mi hai preso per un cretino? Vieni qua che t’insegno chi sono. Puttana, ti dice qualcosa la pensione Mennella?”

“Di che parli?”

“Eh no, la finta tonta la fai con quell’altra zoccola di tua sorella. Da quanto tempo apri le gambe per un altro?”

Lucia impallidisce. Per molto meno l’ho picchiata, le ho spaccato il naso con un cazzotto, lo frustata con la cinghia dei pantaloni, l’ho riempita di schiaffi e calci.

Prova a sfuggirmi, si rifugia nella stanza da letto,  chiude la porta a chiave dietro di lei. Grida “Se mi tocchi, questa volta me ne vado di casa e ti denuncio ai carabinieri. Vattene.”

È troppo.

“Che fai? Te ne vai, mi denunci? E ‘ncapa a tte i’ t’o faccio fà?” Apri, puttana, apri”.

“Se non te ne vai, apro la finestra e chiedo aiuto”

Sfondo la porta a calci. Lucia è in ginocchio dietro il letto, la faccia esangue, trema come una foglia, piange.

“Non mi fai pena, fai schifo. Hai fatto la puttanata della tua vita e mò t’ammazzo, commme ’a na cagna”.

La trascino in cucina, la colpisco con tutta la mia forza alla gola, al petto, in pancia, la sfregio.

Vendetta è fatta. Mi costituisco alla stazione centrale dei carabinieri.

 

L’incubo si ferma qui, ma già averlo subito senza svegliarmi di soprassalto  mi spaventa. Racconta la terrificante ‘normalità’ di un femminicidio ogni tre giorni che non fa più notizia, che la statistica registra nel diario della criminalità seriale. Mi chiedo da sempre cosa devasta la testa di mariti, fidanzati, amanti, nel momento in  cui sferrano decine di coltellate alle compagne e non so darmi una risposta. Se vedessi una formica che zoppica, proverei a bloccarle la zampetta per guarirla, ma che pensare  dell’incubo vissuto come un cattivo sogno fra tanti?

 

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IL RACCONTO DI DOMENICA 24 NOVEMBRE 2019

URSULA

DI LUCIANO SCATENI

Capisce quasi tutto, ha guance e naso rossi di convinto dipendente da  vini robusti della vicina Francia, senza privarsi di un buon ‘Barolo’ del confinante Piemonte. Guida nel rispetto dell’indicazione stradale che impone il limite di velocità a 50 chilometri nel viale a tre corsie con regolari flussi di traffico e opportunità di agevoli sorpassi.  Dalle mie parti l’omologo napoletano del tassista, che mi traghetta dall’aeroporto alla, la  Paradeplatz, piazza ‘grande di Zurigo, avrebbe innestato la quinta, il piede premuto a fondo sull’acceleratore. Ma qui sono in Svizzera, Paese di esemplare rispetto delle regolee mi adeguo, come fanno tutti i mie concittadini quando sono lontani da Napoli.In italiano, ché il mio tedesco scolastico è ‘maccheronico’, chiedo al tassista di fermare al numero 126 della Paradeplatz, accanto al portone monumentale di un palazzo evidentemente progettato da un architetto estroso, disegnato per stupire con la sua spinta modernità. Niente citofono. Nell’elegante guardiola, un gallonato portiere mi informa che trovo l’attico di Ursula Leibniz alla scala F, ventesimo piano. E mica me l’aveva detto di abitare in un grattacielo da vip.

  • §§

Agnone è uno di molti gioielli della natura che regalano al Cilento una fascia costiera bella quanto poche in Italia. Tutto raccolto nella breve striscia compresa tra collina e mare, il borgo, per secoli dominio esclusivo di pochi pescatori, è stato scoperto da giovani imprenditori marchigiani, stregati dalla bellezza di un luogo incontaminato e lo hanno scelto per esportare al sud un loro collaudato modello di camping. La convenzione con l’agenzia  Schweiz Ferien di Lugano ha garantito il tutto esaurito per l’intera stagione estiva. Dopo tanti anni di vacanze nella vicina Acciaroli, l’alternativa della quiete di Agnone  mi convince a ‘traslocare’.

In un Sabato di fine Luglio del 2002 partono venti turisti di Losanna, per fine turno e ne arrivano altrettanti, da Zurigo. Sono tutti giovani, per lo più universitari.

Si è consolidato il rapporto di amicizia con Sergio, dinamico  capo villaggio. L’ho aiutato a integrarsi nella comunità di Agnone, disorientata dall’invasione dei ‘forestieri’. Mi arruola nel ruolo di padrone di casa e me la cavo grazie al corso frequentato al British Council. Gli svizzeri parlano più o meno bene la lingua di Churchill. Mi colpisce specialmente una delle giovani appena arrivate. È alta, occhi verde smeraldo, lunghi capelli biondi simpaticamente arruffati, mi ha sorriso in risposta al mio ‘welcome’. L’ho aiutata a  trovare il suo alloggio, appena a ridosso della spiaggia e mi ha sorpreso scoprire che il suo bagaglio è tutto in un borsone che appoggio sullo sgabello ai piedi del letto.

“My name is Matteo”

“Io sono Ursula e puoi parlare in italiano, mia madre è di Venezia”

“Fai con comodo, mancano due ore al pranzo. Se hai bisogno di qualunque cosa ecco il numero del mio cellulare, è sempre acceso. Se vuoi fare un  bagno è il giorno giusto. Mare calmo, acqua trasparente e al bar sulla spiaggia Marta serve un aperitivo di sua invenzione che merita di essere provato”.

“Sei così premuroso con tutti?”

“Specialmente con ragazze solari come te”.

“Touché”

“No, touché io, hai una voce da attrice di prosa e simpatia a prima vista. Chi sei, cosa fai, perché questa vacanza nel profondo sud?”

“Ehi, parti sempre in quarta così?”

“Mai. Bagno e pranzo insieme?”

“Giura che non sei un latin lover da strapazzo”

“Li considero come spettri del passato remoto”

  • §§

Accidenti, jeans e t-shirt nascondevano un corpo che avrebbe ispirato Antonio  Canova per una delle sue splendide sculture.

 

“Ursula, di corsa, chi arriva secondo al mare paga il caffè a fine pranzo”

“Così non vale, devi darmi cinque metri di vantaggio”

“Concesso…pronti…via”

 

Nuota come un’ondina. Ma certo, racconta di fare nuoto dall’età di otto anni.

 

“Io studio architettura, a Roma e il mio sogno è di disegnare il progetto di una città a misura d’uomo, immersa nel verde, moderna, tecnologica, percorsa da canali navigabili, zero auto. E tu?”

“Io disegno, ma solo per abbozzare sulla carta una nuova idea di scultura.” “Sei un’artista già affermata, hai esposto, vivi di questo?”

“Fai un ‘salto’ a Zurigo e avrai la risposta alle tue curiosità?”

“Ci scambiamo un disegno? Mi ritengo un artista prestato all’architettura…”

“Procurami un cartoncino e un pennarello indelebile”

“Ho l’uno e l’altro. Il pomeriggio di domani lo dedichiamo al disegno, ti va?”

“Magnifico. A dopo, ci vediamo a pranzo”

Il mare è spumeggiante, inquieto per il soffio pomeridiano del libeccio. Guadagna metri di spiaggia, il sonoro della risacca sconsiglia di andare in acqua in piena digestione, ma Ursula non  se ne cura e s’immerge per giocare con  le onde, scompare per un attimo, ricompare e ha l’aria di divertirsi come deve aver sperato quando ha scelto il Cilento per le vacanze.

“Una passeggiata in riva al mare?”

“Perché no, in quale direzione?”

“Alla tua sinistra, dove la roccia, laggiù, nasconde una caletta che  si raggiunge solo a nuoto”

Ursula raccoglie lo scheletro di un riccio di mare, pietre di ogni forma e colore  levigate dal mare, un stella maina che ha perso morendo il suo colore rosso, il ramo di un albero dal legno tenero, portato a riva da una  mareggiata invernale.

La piccola insenatura che raggiungiamo a nuoto è incastonata tra alte pareti di arenaria, che impregnata di pioggia frana pericolosamente sulla spiaggetta. Chi ci ha preceduto ha costruito un comodo riparo dal sole con i rami frondosi di un albero che nasce prodigiosamente dalla sabbia e ce ne appropriamo appena dopo esserci asciugati al sole.

“Caro Matteo, siete baciati alla fortuna, l’ho sempre pensato, ma capisco solo adesso che dovreste esserle grati per questa meraviglia della natura che fa la vita bella da vivere”

“Vero, ma voi avete ben altro oltre la ricchezza”

“Allora immagina uno scambio virtuale: A te, l’ordine, il rispetto di leggi e norme di comportamento, a me il tuo mare, il sentimento dell’accoglienza, il vostro carattere estroverso,  una sana irrazionalità”

“Hai detto bene, un baratto, ma solo virtuale . Di reale, ora, qui, in questa terra di forte emotività, c’è che ci sei tu e che ho una voglia matta di baciarti”.

Diventa un flirt il reciproco desiderarsi, complice la prima sera di Ursula ad Agnone. Il benvenuto ai nuovi ospiti del camping obbedisce a collaudati rituali. Intorno a un fastoso falò, guantiere  di frittura italiana e alici, vino rosso con un leggero sentore di verde rame, spruzzato sulle viti per tenere lontani gli insetti predatori e la mia chitarra, i versi di ‘Meraviglioso’ cantata da Modugno: “Meraviglioso, ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso, Meraviglioso, perfino il tuo dolore potrà  guarire poi meraviglioso. Ma guarda intorno a te, che doni ti hanno fatto: ti hanno inventato, il mare…Tu dici non ho niente, ti sembra niente il sole, la vita, l’amore. Meraviglioso, il bene di una donna che ama solo te, meraviglioso…”    

Diventa amore l’incontro con Ursula. Arriva il giorno della partenza, lei si arrovella per non andare, ma si arrende. A Zurigo l’Accademia d’Arte ha fatto coincidere il ritorno in Svizzera con l’inaugurazione di un importante mostra delle sue sculture e il vernissage alla presenza delle grandi firme  della critica, non solo locali, di personalità di governo della cultura, di galleristi di tutta l’Europa.

“Prometti Matteo. Ti aspetto a Zurigo, non puoi, non devi mancare”

“Giuro, verrò”.

  • §§

Accidenti…vero, è un altro pianeta. Il mio borsone è arrivato sul nastro trasportatore dell’aeroporto in un niente, il tassista a fine corsa mi ha dato la ricevuta con l’importo della corsa e non glielo avevo chiesta, il portiere del palazzo si è alzato dalla guardiola per aprirmi l’ascensore e prenotare la salita all’ultimo piano. Troppo perfetto.

 

Facciamo l’amore, con l’intensità cercata ad Agnone, che ha smentito l’    idea di calma piatta formulata nel primo approccio con un popolo perfezionista, ma privo della passionalità mediterranea.

  • §§

Alle 17 in punto il direttore della Galerie Soon inaugura la mostra. Accanto a lui un’emozionatissima Ursula e Joseph Prohasky, ministro della cultura originario della Polonia. Si deve a lui il fondo per i giovani artisti, che se una commissione di esperti giudica dotati di talento sono incoraggiati ad affermarsi grazie all’assegnazione gratuita di un atelier e di tutto il necessario per dipingere o scolpire. Una troupe della Tv Svizzera riprende la  cerimonia per il telegiornale, Ursula dialoga con quello che mi ha presentato come uno dei più accreditati mercanti d’arte europei.

 

“Cosa vi siete detti di interessante?”

“Vuole finanziare una tournèe nelle migliori gallerie americane e mi assicurerebbe la vendita di molte mie sculture”.

“E tu?”

“Gli ho chiesto un giorno di tempo per decidere. Dovrei partire per New York tra due giorni…vieni con me”

  • §§

Giro a vuoto nella Zurigo dei monumenti, in taxi e chiedo all’esperto autista di fare una serie di brevi soste, per visitare l’Opernhaus Zürich,   Teatro dell’opera di Zurigo e la Zentralbibliothek Zürich, ricca biblioteca che custodisce libri rari in tutte le lingue. Uno stop specialmente lo chiedo per il Museo di Belle Arti dove possono ammirare le opere di Munk, Giacometti e altri grandi della pittura di cui Ursula gli parlato con parole entusiastiche. Sulla strada dell’albergo che ha prenotato on line, a un incrocio, un’indicazione con disegno esplicativo di una zebra e una scimmia invita a visitare il Giardino Zoologico.

Al limitare di un laghetto dove si muove in parata un gruppo di fenicotteri mi siedo su una panchina occupata da un uomo attempato, elegantissimo. La quiete del luogo tenuto con grande cura è una buona scelta per riflettere sulla partenza di Ursula e l’invito  a seguirla negli Stati Uniti.

[Meglio chiuderla qui. Lei è fantastica e non solo per la sua bellezza nordica. È dolce, intelligente, creativa. È una compagna ideale, ma di qui  a interrompere gli studi di architettura, e accantonare chissà per quanto tempo il mio sogno di progettista proiettato nel futuro…]

Le scrivo. “Cara, dolce Ursula. Sono certo di aver incontrato la donna della mia vita. Ho immaginato il nostro futuro, le intersezioni della tua creatività con la mia determinazione a proporre innovazione, qualità, green economy. Mi è sembrato tutto molto prossimo alla perfezione e anche se non ho trovato il momento per dirtelo, ti rivelo che scopo del mio viaggio in Svizzera era di inginocchiarmi ai tuoi piedi per chiederti di dividere la tua vita con me. Se ho scelto di partire da Zurigo, senza dirti di persona quello che ti scrivo è perché non potrei controllare la commozione di un addio così doloroso. Intraprendi con orgoglio il percorso che ti è offerto dall’opportunità di valorizzare, come meriti, le tue opere e consentimi in futuro di condividere il successo che ti aspetta. Farò di tutto per esserne informato e sarò felice se sarà per te gratificante. Ti prego, perdonami.

Matteo”.

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IL RACCONTO DI DOMENICA 17 NOVEMBRE 2019

Piove

DI LUCIANO SCATENI

Piove. Giove s’è dimenticato di chiudere la chiave d’arresto della condotta che da oriente del suo sconfinato regno, dove l’origine dell’acqua si dirama in miliardi di rivoli, si fa per dire rivoli, e l’irradia purificata da antibatteri  bio  con la forza titanica dei miliardi di miliardi di cascate, sorgenti, faglie del sottosuolo, nuvole cariche di elettricità, fiumi, laghi, paludi, grotte , acquedotti naturali e bagna la terra per fecondarla, tetti, larghe foglie di loto, piante grasse che non ne vorrebbero, cime e versanti di  montagne, ampie pianure, prati, cisterne, e alimenta l’imponente  mole degli  iceberg, regala fertilità, disseta intere galassie, bagna i solchi dell’aratro pronti ad accogliere le seminagioni.

Piove, i venti dell’ Est in formazione compatta, aggressiva, gonfiano le vele di triremi in decollo su onde anomale, piegano platani  e acacie, pioppi, abeti e cipressi .

Piove su capelli gocciolanti, sulle palpebre chiuse-aperte per un tic-tic di gocce che le colpiscono a regolare intervallo.

Piove da tutto il cielo, il nero di nubi cariche è squarciato da una successione di folgori saettanti, tuoni lontani rimbombano con suoni baritonali, altri vicini al suolo esplodono come colpi di fucile.

Piove da otto ore , non una pausa, pioggia pesante, trasversale, spinta da folate impetuose di vento. Piove a gocce corpose, le fogne rigurgitano acqua fangosa, materia informe di quanto ha ingoiato e accumulato per mancato espurgo.

Piove. Strade, canali, piazze, palazzi, giardini, case, negozi protetti alla meglio come impone l’invasione d’acqua salata, provano a limitare i danni con paratie logore. Affari d’oro per chi affitta con stivali  di diversa altezza a difesa dell’emergenza.

Piove e il mare su cui poggia Venezia esonda dal pavimento delle abitazioni, aggredisce mura e mobili, cresce in altezza, inesorabile,  supera i segni che testimoniano precedenti allagamenti.

Piove e le sferzate del vento gonfiano con onde anomale le vie d’acqua della mobilità garantita da traghetti, motoscafi, barconi, gondole, aggravano lo stato di pericolo della base erosa degli edifici storici che s’affacciano sul Canal Grande.

Piove: settanta centimetri in piazza San Marco, al livello più basso dell’intera città. I rinomati caffè rinomati accumulano sedie e tavolini impilati in prossimità dei locali, nella speranza di una fine a breve dell’acqua alata.

Piove. Gli addetti del Comune ricompongono i percorsi alternativi di passerelle indispensabili per muoversi oltre il livello dell’acqua, che continua  a salire, alimentato da pioggia battente, ininterrotta.

Piove e la cripta della chiesa di San Marco si allaga. L’acqua oltrepassa la soglia della Chiesa, lambisce le colonne delle navate, peggiora i danni pregressi.

Piove. Donna Leonora, padrona di casa del B&B, mi comunica sconsolata che sarà arduo raggiungere Murano, meta del volo a Venezia per rifornirmi degli oggetti di vetro ordinati on line, base per l’elaborazione di preziosi monili.

Piove. L’acqua alta ha superato da poco i centodieci centimetri  e viene giù con violenza  di precedenti che si perdono nel tempo, documentata da filmati e immagini in bianco e nero di Venezia devastata, al punto da spingere una  parte consistente degli abitanti a lasciare la città.

Piove. La folla di turisti si rintana per lo più negli alberghi, al piano superiore di bar e negozi, ma c’è chi trova nel fenomeno dell’acqua alta motivi inaspettati di interesse e si avventura nella Venezia sommersa con  il cellulare predisposto a immortalare il fenomeno, procedendo a fatica, le gambe protette dagli stivali di gomma noleggiati.

Piove e il picco dell’acqua alta fa registrare l’altezza di un metro e novanta. A chi è a caccia di immagini insolite non sfugge la trovata di un turista, che immerso completamente nell’acqua, si esibisce in una nuotata spettacolare, al centro della piazza San Marco, vestito di tutto punto.

Piove il ‘Meteo’ del mio cellulare sentenzia che non è prevista  una tregua alla bomba d’acqua. Non mi rimane che tifare per la fine della ‘bufera’ e di imitare la curiosità obbligata dei turisti per gli insoliti aspetti della Venezia dimenticata dal suo protettore, presa di mira da Giove pluvio. Induce sconcerto il racconto pubblicato dal Gazzettino sulla soluzione del problema alluvioni che ha messo al riparo le coste dei Paesi Bassi. L’Olanda, esposta al fenomeno dell’acqua alta per la sua speciale morfologia, ha costruito un’immensa diga, che  lungo le sue smisurate coste, la protegge perfettamente dall’acqua alta. Allora si può…

Francesca non condivide la virtù dell’ ‘ottimismo a ogni costo’, che mi consente di non imprecare per il viaggio improduttivo, reso inutilmente costoso dall’inclemenza del tempo. Lei ha chiesto di accompagnarmi per fare shopping e visitare quanto le manca della città, conosciuta in un paio di viaggi, ma con soggiorni brevi che non hanno esaurito la conoscenza della città vera, dei veneziani, le sue intimità  estranee al turismo di massa.

Mi assale Francesca:  “Che accidenti ci facciamo qui, costretti a ripararci da pioggia e vento in una stanza d’albergo? Dimmelo perché  a me sembra quasi una prigionia”

Ha ragione e non credo di non avere risposte convincenti,  eppure, come mi ha insegnato la filosofia di un genio della psicologia innovativa qual è Watzlawick, c’è sempre una via d’uscita, proposta dall’essenzialità del termine “Change” (cambiamento).

Attivo la creatività, propria dell’emisfero destro del cervello. Me ne offrono l’opportunità le immagini che rimanda il televisore nella nostra stanza del B & B, mentre ce ne stiamo pigramente sdraiati sul letto, ancora  in pigiama. Smanettando sul telecomando l’ho stoppato sul canale di Tele 51 che ripropone un film d’epoca con la regia di Tinto Brass, come definirlo, ‘non proprio da educande’. Francesca non è la puritana che si scandalizza per le sequenze hard di film del genere. Al contrario, sembra che assecondino il suo rapporto con l’eccitazione. Più di una volta, mentre ero impegnato in faccende di lavoro nel mio studio, l’ho sorpresa al computer, mentre scorrevano le immagini di film porno e in  particolare di orge di gruppo,  protagonista una donna ‘insaziabile’ alle prese con più maschi.

Le chiedo: “Vuoi che cambi canale?”

“E perché, ti scandalizzi o pensi che mi imbarazzo?”

“Figuriamoci, ti conosco bene”

“E allora sai che ti dico, visto che siamo prigionieri dell’acqua alta, che siamo a letto e spero tutti e due eccitati, dimentichiamo la pioggia, il vento, i tuoi acquisti, le mie visite alla Venezia che non conosco e…ecco, è mia l’iniziativa. Via il pigiama. Anche il tuo.”

Piove . Le gocce colpiscono rumorosamente i vetri dell’ampia finestra che domina  un rio interno, parallelo al Canal Grande. Il forte ticchettio copre l’audio del televisore, che per questo genere di film è pura banalità.

Piove e in sovrimpressione scorre la notizia “Allarme massimo a Venezia. La sirena ha suonato a quattro volte”. Povera Venezia.

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IL RACCONTO DI DOMENICA 10 NOVEMBRE 2019

Destro/sinistro: Grazie dottor Sperry

DI LUCIANO SCATENI

“Vuoi assistere a una seduta molto anomale di psicanalisi?”

Ma sì, la domanda è sufficientemente spiazzante per rifiutare. Ho imparato a condividere ogni diversità dal normale, dal consueto, dall’ordinario. La risposta è un cenno della testa che si piega in avanti per due, tre volte sul petto.

“Sì, ma non è imbarazzante per il paziente?”

“Fidati, non te l’avrei mai proposto. Vedrai perché”

  • §§

Nessuna sorpresa, è rivoluzionaria la scienza della neuro programmazione linguistica, l’“Npl”, sigla della rivoluzione nata a Palo Alto, centro di eccellenza mondiale per la ricerca sulle complessità del cervello.

Quando Federico mi ha indotto a comprare il bestseller che ha fatto compiere passi da gigante alla  neurologia, non avrei mai pensato che il “Change” di Paul Watzlawick mi avrebbe  immesso in un percorso di vita completamente inedito. Ho poi integrato la teoria del cambiamento con l’approfondimento della scoperta che ha testato le specificità dei due emisferi celebrali. Il dottor Sperry, premio Nobel per aver eseguito,  primo al mondo, l’intervento di commissurotomia con la scissura delle due metà del cervello, ha consentito ai ricercatori californiani di analizzare le caratteristiche dell’emisfero destro: creatività, sede della  memoria, della fantasia, soprattutto del sistema immunitario e di suggestioni emotive in grado di agire sulla percezione del dolore, ma non solo. Il sinistro, ha stabilito la loro sperimentazione, in uomini e donne di cultura occidentale sovrintende ai processi logico analitici, al linguaggio, alla razionalità.

“E allora, ho chiesto a Federico?”

“Allora il normale evolversi della vita, da neonati ad adulti, in persone come me e te, per motivi pratici e comportamentali della società a cui apparteniamo, finisce per privilegiare il rapporto con il cervello di sinistra e manda in letargo quello di destra”

“Ed è grave?”

“Un solo esempio. La medicina ufficiale attribuisce a miracoli le guarigioni inspiegabili di mali considerati incurabili, come i tumori, ma santi e madonne non c’entrano. Succede che forti suggestioni, un esempio è l’atmosfera mistica del santuario di Lourdes,  sollecitino l’attivazione del sistema immunitario, antagonista delle cellule tumorali e il cancro regredisce”.

“La tua seduta terapeutica che c’entra?”

“Ci vediamo domani, al mio studio e lo saprai”

  • §§

Ho imparato a immergermi totalmente nel mondo della creatività, che ho incontrato dopo aver recuperato il rapporto con l’emisfero destro, che geni come Mozart hanno preservato, dalla nascita in poi, per motivi ancora ignoti,  dalla subordinazione al mondo della razionalità. Ogni giorno elaboro almeno due disegni, uno in bianco e nero, uno con tratti  rosso e blu, nessuno simile all’altro, poi mi aspettano i tasti del personal computer. Ieri, per dare vita a una strana idea nata nel sonno: rispondere ai tanti perché che suscita la cronaca della vita. Il titolo è un involontario plagio del motto popolare ‘una mela al giorno toglie il medico di torno’. Per il mio intento onirico diventa “Un perché al giorno toglie la noia di torno” e nasce dall’idea di un breve incipit:

“La curiosità: formidabile motore, alimentato dallo speciale carburante dell’avverbio interrogativo ‘perché’ sposa ironia, satira e prova a strappare sorrisi con domande e risposte all’insegna del divertissement. Intorno ai tre anni i bambini scoprono il gioco del perché. Diventa  un tormentone. Ogni cosa che li circonda  è il nuovo, l’inconosciuto, magico mistero e voglia di scoperta, curiosità. Il gioco del perché  non si esaurisce con l’età adulta. Perché a preti e suore la Chiesa prescrive il voto di castità se Cristo ha raccomandato di crescere e moltiplicarsi all’intera umanità, religiosi non esclusi? Perché l’America democratica vota Trump, perché tollera razzismo e xenofobia, contiguità con l’estrema destra di Salvini?”

La fantasia viaggia a velocità da spinello di buon hascic.

“Perché i piselli sono rotondi? “Per distinguerli dal pisello, che è tubolare”. Perché l’asino raglia contro gli alpini?” “Perché odia la montagna” “Perché Dracula succhia il sangue?” Perché sul resoconto del suo emocromo c’è un asterisco alla voce anemia”. “Perché il Colosseo è tutto buchi?” “Perché l’ha progettato un architetto svizzero”.  “Perché  i tifosi di calcio, hanno fatto la ‘ola’ nel bel mezzo della sfida Italia-Usa?” “Perché lo Speaker dello stadio ha messo in onda l’ultima new dell’Associated Press: ‘Melania Trump ha evirato il marito e l’intervento di ricucitura è fallito’.”  “Perché Paoli, Vanoni, Berti, e coetanei non sono in pensione?” “Una canzone al giorno toglie l’ospizio di torno”. “Perché la Florida non si autostima?” “Perché si chiede di continuo ‘mi-ami?”. “Perché di chi ha fortuna si dice che ha mazzo?” “Perché a Napoli è il corrispondente di culo che non si sa perché è sinonimo di fortuna”. “Perché esistono le blatte?” “Perché ogni scarrafone è bello a mamma soia”.Insomma, questo perché, come dire, è de ja vu, abusato. “Perché i Watussi sono alti, alti e i pigmei bassi, bassi? “Non si sa. Interpellato, il Padre Eterno si è avvalso della facoltà di non rispondere”. “Perché al momento dell’Eucarestia il sacerdote beve vino?” “Perché è un ‘lacrima christi’”. “Perché esiste Salvini?” “Perché la satira, messo fuori gioco il bunga-bunga erotico-sessuale del Berlusca e sbeffeggiato  il ciuffo posticcio color carota del pachiderma Trump. si sarebbe suicidata”. “Perché se Beethoven fosse nato ora avrebbe composto la ‘Sonata al chiaro di luna?” “Perché con il governo gialloverde altro che chiari di luna”.

  • §§

Studio di Francesco

“Lui è Luigi. Luigi ha 46 anni e da quando ne aveva 23 soffre di una dolorosa forma di emicrania. Luigi, raccontagli tu…”

“Mi prende con un cerchio tutta la testa, all’altezza della fronte e della zona alta della nuca. Quando succede devo rifugiarmi nella stanza sa letto, nel buio totale, con la testa tra le mani. Il silenzio mi possiede più forte di ogni rumore e acuisce il dolore. Come adesso”

 

Chiedo:  “Federico perché  mi coinvolgi?

“Ti chiederò di raccontare  a Luigi una fiaba da adulti, di quelle che ti accendono la fantasia da quando hai imparato a dialogare con il tuo emisfero destro. Luigi, sdraiati sul lettino”.

Il ‘paziente’, esegue, Federico mi dice sottovoce di osservarlo con attenzione.

“Con gli occhi chiusi sta visualizzando tutto quello che ha visto in questa stanza, in dettaglio, oggetto per oggetto”.

Dopo un paio di minuti chiede a Luigi

“Fatto?”

’”Fatto”

Sempre con un filo di voce…

“Fase successiva, ora recupera con la mente tutti i suoni che percepisci, non rilevati durante l’acquisizione visiva.

…“Fatto Luigi?”

“Fatto”

“Ora sovrapponi le due esplorazioni”

“…Fatto”

“Vai”

Ora, spiega Francesco,  Luigi guarda dentro di sé. Cosa prova emotivamente, i ricordi piacevoli o sgradevoli. Affiorano tensioni e spazi di quiete, aspettative, rimorsi…

“Ora Luigi, come hai fatto altre volte, riunisci tutti e tre le risposte dei canali di percezione e rilassa  tutti i muscoli, uno alla volta, dalla punta dei piedi alla testa. Tutti, senza fretta ”

  • §§

Tocca a me è l’invito di Francesco.

“Racconta con voce pacata e con molte pause, di un mondo irreale, pieno di suggestioni.

 

“Ci provo: …il prato è verde del colore che assume se ben curato e irrorato. Lo sfioro a piedi nudi, sollevato dal suolo da un vento tiepido. Poco distante un oggetto simile al sidecar delle moto è a sua volta sospeso sull’erba. Lo ‘indosso’  e un secondo dopo l’’oggetto’ decolla lieve, silenzioso, va su, incontro alla barriera di alberi d’alto fusto che ha di fronte. Li attraverso, sfiorato dalle foglie di rami variamente intrecciati. Dall’ombrello dei pini marittimi filtrano lampi di luce, arriva un vento fresco che modera il caldo del sole. In uscita dal bosco la vista mi propone una distesa di verde rigoglioso, che si conclude in un ampio spazio di roccia ben levigata, dove atterro con il mio piccolo siluro volante. Davanti a me una conca riceve l’acqua di una cascata, che sgorga da una fenditura della roccia. A piedi nudi entro nell’acqua. Sorpresa,  si rivela come un  liquido denso, tiepido che avvolge piacevolmente le caviglie, i polpacci, le gambe. Esco dalla conca, mi stendo su un cuscino di foglie, mi libero degli indumenti. Accade un prodigio. Il mutare del tempo avviene con un’accelerazione anomala: in rapida successione, s’inseguono caldo e luce da sole allo zenit, crepuscolo, sera inoltrata, notte piena, alba, mattino e di nuovo caldo, fresco, freddo, tepore…”

  • §§

Federico, con l’indice che preme sul naso mi fa cenno di concludere con voce appena sussurrata.

  • §§

Continua lui, con voce suadente, rivolto al paziente:

“C’è un ganglio nel tuo emisfero destro,  dove terminali nervosi si sono aggrovigliati e sprigionano il fuoco di un’imponente infiammazione. Attento, su quello spazio rosso sangue accorrono decine di micro inviati dalla ‘centrale antincendi’ e aggrediscono l’area  in sofferenza. Segui in dettaglio il percorso che li ha portati sul punto dell’intervento. Comincia l’operazione di “spegnimento”…e progressivamente s’attenua il dolore…ecco, quasi non c’è più… sparito”.

Il viso di Luigi esce dalla tranche e ci dice che l’emicrania ha smesso di tormentarlo.

  • §§

Non crederei a quanto ho assistito se non fossi stato io stesso “miracolosamente guarito” da un devastante colica renale.

Prima di farmi iniettare il farmaco antispastico chiedo alla mia compagna “Aspetta,  Portami il cellulare”.

“Francesco vedo le stelle. Colica renale.”

  • §§

Cerco inutilmente nella memoria il contenuto della telefonata. Niente. Francesco non l’ha  mai voluto rivelare.

“Segreto professionale”

  • §§

Quel che so? Maria concluso l’intervento ‘terapeutico’ via cellulare con Francesco, ha liberato la siringa del suo contenuto nel lavandino e della colica non ho il più pallido ricordo. Sparita.

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IL RACCONTO DI DOMENICA 3 NOVEMBRE 2019

Ísbjörg racconta…

 

Nonna Isadora alla nipotina:

“Adesso la nanna che è tardi”

“Va bene, ma prima una storia”

“Va bene quella di ‘Ísbjörg e il faro’”

“Cos’è il faro?”

“Ascolta, te lo dice lei, in prima persona, lo ha raccontato lei, sul diario”

DI LUCIANO SCATENI

Tanto tempo fa, a scuola, ho imparato a memoria una poesia e non l’ho più dimenticata, almeno in parte. Chiudo gli occhi, penso di camminare sulla vertiginosa salita che porta al faro di Thridarangar, ai suoi quaranta metri d’altezza, sulla scogliera delle isole Westman, in pieno oceano atlantico, nelle acque ghiacciate, a dieci chilometri dalla costa meridionale dell’Islanda. Non è facile arrivarci, quel mare è quasi sempre tumultuoso, ma un giorno ci andrò con il battello dello zio Danielsson. La poesia: C’era un faro che guardava verso il mare, era stato messo lì a far da guardia al temporale. Quando il vento esplodeva ogni onda increspava, l’aria tiepida in ghiaccio tramutava. Una bambina in riva al mare, i capelli color paglia e gli occhi grandi fera ad osservare, nella mente un’avventura, nessun cenno di paura, l’innocenza nei suoi occhi sorrideva. Ogni giorno quella bimba andava al mare, ogni giorno arrivava per poterlo ammirare, respirare il suo profumo, ascoltare ogni suo suono e sognare di volare con le ali di un gabbiano…”

Compio dieci anni il dodici di Novembre e i miei genitori per festeggiarmi mi fanno spegnere le candeline della torta augurale nell’accogliente ristorante di Vik, il villaggio sul mare a sud della costa islandese. A casa avevo dato un’occhiata alle pagine patinate di una rivista per turisti, alla struttura imponente del faro di Thridarangar, importante punto di riferimento per le navi in transito in quel tratto dell’Atlantico. Ora me se ne sto lì, ai piedi del gigantesco obelisco, sbarcata sulla scogliera dal traghetto di linea delle isole, poco dopo il tramonto, per esaudire un mio desiderio. Dalla cupola in vetro, la luce intermittente del faro mi sembra lo sguardo luminoso di un grande occhio affetto da un tic perpetuo.

  • §§

“Voglio andare lassù, a vedere da vicino il grande occhio di vetro”

Risponde Ölver, il mio burbero padre:

“Non si può. Ci vuole il permesso della Marina e poi, te la sentiresti di scalare centoventi scalini? Io una volta l’ho fatto e sono arrivato in cima al faro senza fiato, la lingua di fuori…”

“Ma tu se vecchio, io no”

“Vecchio sarà tuo nonno. Comunque non abbiamo il permesso”

Mi rassegno, ma solo dopo la promessa di mio padre di procurarsi il pass per visitare l’imponente Tridarangar.

Mi affascina la storia dei fantasmi che abitano i castelli e il faro mi sembra proprio un castello.

A sera, la mamma mi dà la buonanotte, non prima di avermi ricordato una delle storie di fantasmi, la preferita, che mi aveva raccontato più volte, in molteplici varianti, da quando avevo solo due anni:

“Cin e Ciù si erano insediati nel maniero della famiglia reale islandese per vendicare l’ingiustizia subita da un loro consanguineo, morto di crepacuore per l’improvvisa apparizione nella stanza da letto, in piena notte, di un lenzuolo fluttuante, con cui si era coperto un giullare, per spaventare il maggiordomo di corte, uomo arrogante, e poi riderne di cuore”

“L’hanno arrestato?”

“Macché, si è dileguato e nessuno l’ha visto più, se non come incubo, da persone fragili, di quelle che si dicono convinte dell’esistenza di ‘anime notturne vaganti’”. Dicono che il giullare avesse deciso di rimanere fantasma.

“E il faro, che c’entra?

“Chi li ha frequentati racconta che Ciù, lo spirito cattivo fra i due, sia stato punito da Cin, che fece ricorso al collegio giudicante i comportamenti dei fantasmi che lo ha confinato nell’isolamento nel faro”.

“Che aveva fatto?”

“Aveva tradito la compagna con un fantasma femmina molto più giovane”.

“Ora è lì?”

“Lì e si alterna con altri due guardiani.”

“A me i fantasmi non fanno paura”

“Brava, sono nostri amici”

  • §§

Sul diario disegno il faro e lo coloro a mio piacere, a seconda dell’umore e delle fantasie che i racconti di mia madre mi suggeriscono, ma torno quasi sempre al bianco, il colore vero dell’ ‘obelisco’ che si staglia sul grigio della scogliera. Assecondo il talento scoperto dai primi anni di vita e racconto con le matite colorate l’interno, come immagino che vorrebbe che fosse, diviso in altezza: al primo piano la stanza degli ingombri, il deposito del vestiario per le diverse stagioni, riserve alimentari, strumenti di lavoro, fari alogeni di ricambio e un cucinino alimentato a gas. Più su il locale con il letto, un armadio e piccolo bagno annesso. In alto il proiettore che indica ai naviganti il pericolo della lunga scogliera a destra e sinistra del faro. In piedi l’addetto alla manutenzione e alla sicurezza dell’impianto. Lo immagino chissà perché basso e tarchiato, avvolto nel fumo di un grosso sigaro, gli occhi socchiusi per il sonno arretrato e in un angolo, fissato alla parete un televisore di media grandezza, che trasmette le previsioni del tempo.

Come una lunga didascalia si inseguono nelle pagine pensieri e puntuali accenni alla speranza di entrare finalmente in quel tempio della luce che ho visto di lontano fendere la coltre della nebbia.

  • §§

Devo contare sull’offerta dei miei genitori di scegliere un regalo per i miei sedici anni.

“Il faro, vorrei visitare il faro”.

  • §§

Una grossa barca da pesca, presa a noleggio, si avvia borbottando con il suo entrobordo. È già alle spalle la prima decade di Giugno, ma qui, a nord del mondo, il tepore della primavera è sconosciuto. Con lo smartphone scatto decine di fotografie e registro quel che vedo e sento e dentro di me.

“Mare insidioso, specialmente se come ora si leva il vento gelido dell’artico. Le onde cominciano a sorpassare la prua dello scafo, che imbarca acqua. La sagoma del faro, vista da questa distanza, somiglia a un birillo del bowling, non fosse per il lampo intermittente che buca la nebbia a intervalli regolari”.

Richiede tempo e perizia l’attracco al pontile, che prova a resistere all’impeto delle onde. Con mio padre lo attraversiamo di corsa per non inzupparci completamente. È poco più di un sentiero il percorso per raggiungere la base del faro, ma per me è l’approssimarmi all’‘obelisco’ che mi ha affascinata da quando l’ho visto la prima volta.

  • §§

Il trillo del campanello lo sentirebbe anche il marinaio che dorme nella cuccetta di una nave in transito a un miglio di distanza per quanto è forte. Sospetto che sia così assordante perché lo senta il guardiano del faro anche se dorme alla grande. Ci apre un uomo attempato che mi sovrasta con la sua statura di gigante. Sarà alto due metri e dieci? Ha l’aria di chi è stato disturbato mentre assisteva in Tv alla fase finale del superball o di chi è stato svegliato nella fase rem del sonno.

“Ah, siete voi, mi hanno avvertito della vostra visita, accomodatevi, anche se c’è poco da vedere. Tu devi essere la ragazza ‘innamorata’ del faro. Spero di non deluderti”.

“Impossibile, ho sognato mille volte di entrare in questa torre”.

“Non è altro che una casa in verticale, per vecchi orsi come me, che non hanno famiglia e rapporti sociali. Immagino che ti interessi soprattutto vedere l’impianto che emette il raggio di luce, allora saliamo in cima al faro”.

“Per la verità mi interessa altro, quanto dura un turno di lavoro, come lei trascorre le sue otto ore qui dentro, se cucina qui o si porta il pranzo da fuori”.

“Nient’altro?”

“Come è diventato guardiano del faro”.

“Questo posto è assegnato per concorso riservato ai dipendenti civili del Ministero della Marina. Requisiti base sono il diploma e una buona conoscenza di impiantistica dei sistemi elettrici. Dimenticavo, anche la patente nautica per guidare la motobarca in dotazione al Faro per andare e venire dalla terraferma. Ora faccia attenzione a dare le spalle al proiettore, altrimenti la potenza del fascio di luce potrebbe ferirle gli occhi”

  • §§

Nella bacheca, all’ingresso del Ministero della Marina nel foglio A4 firmato dal sottosegretario, dattiloscritto, è affisso l’elenco dei quattro vincitori del concorso. Io sono solo al quarto posto e non riesco a nascondere il disappunto. Sarà difficile che i primi tre rinuncino in blocco a coprire il turnover del guardiano di Thridarangar che va in pensione, ma non si sa mai.

Mi sbagliavo. Il responso non si fa attendere. La raccomandata con l’intestazione del Ministero della Marina mi fa esplodere di gioia, che spero condividerà Betùel Johannssonn, mio marito da appena un mese.

Non mi sembra entusiasta. In contrasto con la natura permissiva degli islandesi in tema di sessualità, lui è un geloso estremo, di quelli che se un uomo mi guarda intenzionalmente s’inalbera e si trattiene dall’aggredirlo solo perché dalle nostre parti non si ricorre mai alla violenza.

  • §§

Il mio primo giorno anticipa le indicazioni dell’ordine di servizio che mi invitava a dare il cambio a Molnar, uno dei due colleghi con cui dividerò il lavoro di guardiania. Impiego il tempo che precede la pausa pranzo per sistemare le mie cose nello spazio che mi è stato riservato. Connetto il mio tablet con il Wi-fi e provo a collegarmi con Google per istallare Skipe che mi consentirà di dialogare visivamente con Betùel. Attivo ‘Alexia’, il dispositivo di Amazon che mi terrà compagnia con la musica che amo e le chiedo di farmi ascoltare The Koln Konzert di Keith Jarret, la più strepitosa performance jazzistica del mitico pianista. Spero che piaccia ai miei colleghi perché di solito l’ascolto almeno due volte alla settimana e con lo stesso piacere della prima volta. Olnir approva, meno male, e mi chiede notizie di Jarrett.

“È un musicista nero, un virtuoso che unisce talento e tecnica che ne hanno fatto un mito per chi ama il jazz. È un tipo schivo, i suoi concerti sono un evento a cui si concede raramente. Il Koln Konzert che hai sentito è forse la musica più utilizzata per sonorizzare film e documentari, specialmente la parte iniziale, la più melodica. È l’ora di mettere qualcosa nello stomaco. Ti piace la pasta? In Italia, dove sono stata in viaggio di nozze, ho imparato a cucinare gli spaghetti. La ricetta è semplice: cottura al dente, uno spicchio d’aglio, semi di peperoncino piccante, olio d’oliva e sul fondo del piatto cubetti di pane arrostiti”

“Mi vizi”

“Puoi ricambiare prima o poi, di dove sei?”

“Della capitale”

“Sono disposta a rischiare. Preparerai un piatto tipico di Reykiavik”

“Per la precisione dei suoi dintorni. Promesso”

  • §§

Oggi da sola. Per fortuna non ho mai sofferto la solitudine. Quassù, in questo cilindro di cemento piantato sugli scogli, si ha la percezione dell’isolamento dal mondo, circondati dal mare spesso turbolento. Per me è un’insperata opportunità per affrontare le ‘fatiche’ di Proust, del suo ‘Alla ricerca del tempo perduto’, opera letteraria che solo lettori di cultura superiore hanno la statura intellettuale per arrivare all’ultima pagina. Mi sono fermata alla conclusione del terzo dei sette volumi, dal titolo ‘I Guermantes’, scoraggiata dal numero totale delle pagine che varia nelle diverse edizioni dalle 3.000 alle 4.200.

Affronto il quarto volume, protagonista la tragica figura del barone di Charlus. In sottofondo ho chiesto ad Alexia, geniale wikipedia sonoro, di mandare in audio musiche famose da film, che a basso volume non interferiscono sulla lettura, come quando studiavo per il diploma ascoltando musica classica da camera. Benché interrotto dal doppio vetro del faro, arriva il rumore delle onde che s’infrangono sulla scogliera. Con il trascorrere delle ore diventa più forte, fino a disturbare la concentrazione richiesta dalla scrittura impegnativa di Proust. Mi avvicino al vetro curvo che chiude la parete esterna del locale e mi rendo conto che le condizioni del mare sono completamente mutate. Il vento del nord gonfia il mare e scrosci violenti d’acqua s’infrangono sulla struttura del faro all’altezza del primo piano. C’è di che preoccuparsi? Burrasche così, da queste parti non sono un’eccezione.

È l’ora di andare a dormire. La televisione, di fronte al letto, trasmette un documentario sulle Bermuda, le sue spiagge immacolate, dove i vip festeggiano il capodanno in spiaggia, a champagne.

Di solito la Tv mi concilia il sonno, ma gli occhi non si chiudono. La furia del mare amplifica l’impatto sonoro delle onde che si abbattono sempre più in alto sul perimetro del faro. Finisco per alzarmi, salgo all’ultimo piano, il naso contro il vetro. Di sotto, per quello che consente di vedere la luce a lunga gittata all’ingresso del faro, la violenza delle onde giustifica il rumore assordante che si avverte all’interno della struttura. È davvero una nottataccia, non pronosticata dal Meteo, ma non rara in questo tratto di mare.

Meglio Proust che un faticoso dormiveglia. Mi ritrovo con il suo quarto volume tra le mani. Ho imparato al tempo della scuola la lettura veloce. In pratica, riesco a captare contemporaneamente il contenuto di un paio di righi senza fermarmi parola per parola. Il limite del metodo che ho perfezionato nel tempo è nella perdita delle sfumature del linguaggio. Sfoglio rapidamente uno degli altri volumi, leggo a caso: “…Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita… non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale…” Piacere, sì. Starmene al caldo, al riparo dalle folate di vento gelido, nel posto dove ho sempre sognato di stare con me stessa, con i piaceri della buona musica, di libri che altrimenti non avrei mai letto, della solitudine ‘attiva’…Solo che il tempo di stasera non va molto d’accordo con le mie aspettative. “Ogni sera, forse, mettendoci a dormire, accettiamo il rischio di vivere dolori che consideriamo come inesistenti e non avvenuti perché saranno sofferti nel corso di un sonno che crediamo senza coscienza”.

  • §§

Un boato all’improvviso, il suono lugubre di uno schianto, grida. Apro un’anta del finestrone, mi sporgo, fendono il buio le luci di un’imbarcazione per metà in mare e per metà rovesciata sulla scogliera. Dal boccaporto escono due uomini barcollanti…Piove a dirotto.

“Dio, ma cosa è successo?”

Mi infilo alla meglio impermeabile e in pochi secondi sono ai piedi del faro. Uno degli uomini che ho visto lasciare la grossa imbarcazione zoppica vistosamente e preme un fazzoletto insanguinato sulla tempia.

“Abbiano urtato il relitto di uno yacht che andava alla deriva, semi sommerso, gli siamo passati sopra, lo scafo ha impattato la nostra elica e l’ha messa fuori uso. Abbiano navigato senza controllo, spinti dalle correnti e siamo finiti sulla scogliera. In quello che resta del battello ci sono tre feriti”.

“Gravi?”

“Due per fortuna no, ma hanno bisogno di aiuto”.

L’idea immediata è di coinvolgere mio marito. In contatto su Skpe gli racconto l’accaduto”

“Betuèl, un disastro, servono aiuti, con urgenza”

“Mi attivo subito, ma il mare è in condizioni proibitive”.

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L’elicottero della Marina si alza in volo a fatica, per l’intensità del vento. A bordo un medico, un’infermiera, due uomini del soccorso in mare e Butuél.

All’altezza del faro si lasciano cadere in acqua a nuoto raggiungono la scogliera dove il battello da pesca s’è infranto.

È peggio di quanto ha raccontato il pescatore venuto via dallo scafo. Il medico affida due uomini dell’equipaggio all’infermiera per la medicazione di ferite lievi e si dedica al terzo ferito che non dà segni di vita. Inutili le manovre per tentare di rianimarlo.

La notizia della sua morte mi provoca un forte choc.

 

Il faro, non l’avrei mai detto, diventa un luogo ostile, ‘nemico’

  • §§

Spettabile Ufficio del personale

Ministro della Marina

Con questa raccomandata comunico le mie dimissioni dall’incarico di guardiania del faro Thridarangar per motivi personali…

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IL RACCONTO DI DOMENICA 27 OTTOBRE 2019

Specchio, mio specchio

DI LUCIANO SCATENI

Porc…accidenti che differenza.

Il grande specchio del bagno, lo sbircio per non tagliarmi quando mi rado, mi rassicura. Certo i segni dell’età sono evidenti, ma tutto sommato non mi deludono più di tanto. Capelli troppo lunghi, questo sì e a sinistra la riga disturbata da una vertigine, ribelle a ogni tentativo di domarla. Mio padre li ha conservati in vecchia, i suoi capelli, ben curati, pettinati all’indietro, ondulati, bianco neve con riflessi dorati, a ricordare il colore originale, un rosso ramato, discreto. Li ho tenuti così, senza la fila su un lato, per gran parte della vita, prima di assecondare il consiglio di Peppino, barbiere di lungo corso, che ho seguito nel suo girovagare in quartieri diversi della città. Allora fila a sinistra, per altri anni, poi sforbiciate e capelli tutti in avanti, cortissimi, sempre ribelli, ma accuratamente disordinati. Cespugli incolti i sopraccigli, molto corte le ciglia, senza colore, inadatte a proteggere gli occhi chiari.

L’oculista ha proiettato e ha ingrandito la sclera. Che impressione, in basso mi mostra la linea intensamente rossa di una ferita provocata dall’esposizione non protetta al sole. Cosa c’è dietro il verde chiaro delle pupilla, in quel piccolo cerchio nero al centro, dio solo lo sa. Se provo a entrarci, posso recuperare dalla memoria immagini archiviate. Vedo la tristezza della depressione che ha aggredito la dolcezza di Donatella, la sua rassegnazione, l’angoscia della domanda “ma che vita è?”. Vado oltre. Scompare il suo volto sofferente. Lo manda via la leggera pressione sulla freccia del ‘go’. E allora il sorriso, lo sguardo involontariamente provocante, i lunghi, nerissimi  capelli di donna del Sud. L’ovale imperfetto, sensuale che fu di Jean Moreau apparso in sogno cento volte. Tutto via, scalzato dalle facce con buchi neri al posto degli occhi delle SS,  a caccia di antifascisti da deportare in  Germania.

Che c’entra il pianto liberatorio di Stefano, appena partorito, in dispnea per due lunghi minuti da incubo di genitori angosciati? Non ho la risposta.

È tutt’altro se lo stato del mio viso è raccontato dallo specchio femminile di Donatella, la mia compagna. Ingrandisce i dettagli, senza pietà. Le rughe dicono la verità di solchi profondi, di muscoli stanchi delle guance che deformano in parte l’ovale di un tempo. A metà del naso è in via di guarigione un’antiestetica ferita, provocata  dal continuo  sfregare degli occhiali da presbite. Ciuffi di peli fuoriescono dalle narici.

Tutto qui il possibile indagare il viso riflesso nel tondo dello specchio da trucco? Eh no, sarebbe banale superficialità.

Ben altro  c’è sotto l’involucro di pelle e ossa del viso. Gli analisti della scuola di Palo Alto collocano il genere umano  di cultura occidentale nella casella dove hanno totale prevalenza la razionalità, i processi logico analitici, il linguaggio, tutte prerogative dell’emisfero celebrale sinistro. Senza eccezioni? Proprio no, non sono rari i casi che smentiscono l’assunto. Di là dai geni, i Leonardo, Galilei, Mozart, Picasso e  miti di pari livello, per ragioni ancora da svelare compiutamente non  pochi uomini, donne e bambini, smentiscono l’esito dell’equazione status di occidentali-razionalità e conservano il potenziale rapporto con l’emisfero destro, sede della creatività, della fantasia, della memoria. Ne faccio parte? La dipendenza dalla scrittura, che mi appassiona con l’obiettivo dell’approssimazione progressiva alla perfezione, la droga del disegno, della pittura, che monopolizzano il mio tempo, fino alle ore sottratte al sonno…nessun dubbio, la mia metà destra del cervello non è stata sopraffatta dal sinistro e la scoperta mi esalta. In quella preziosa sede ‘abita’ anche il sistema immunitario, antagonista di molti mali.

Nell’anta dell’armadio lo specchio a tutta persona dice che la moderazione prolungata adottata per pranzo e cena ha sottratto gran parte del sovrappeso che il cardiologo mi ha ordinato di smaltire. E via i dieci chili di troppo, le trenta sigarette  al giorno, il disordine alimentare, l’ostinato, incosciente abuso di vita sedentaria.

Quanti anni fa? Quattordici, no,  quindici…mamma mia il tempo corre e te ne  accorgi solo allo specchio.

Retromarcia. Serata da allerta rosso, in fine di una giornata eccezionalmente stressante, aggravata da un litigio furibondo, destabilizzante, con un amico-nemico sull’inconsistenza del governo. L’infarto si annuncia con una fitta che stringe petto e spalle. Dolore atroce, prolungato, in crescendo. In casa nessuno. Mi trascino comprimendo l’area del torace in corrispondenza del cuore. Diluvia e il primo vero freddo autunnale è sostenuto dalla tramontana. Non saprò mai come sono arrivato al parcheggio, come ho guidato senza schiantarmi contro un albero, un muro. Il pronto soccorso è presidiato da un mio amico d’infanzia, ho contato su questa fortunata circostanza. Mi inietta un sedativo e via, a sirena spiegata in ospedale. Quante volte, al passaggio di un’ambulanza ho provato a immaginare le ragioni di quelle corse, i perché di un uomo, una donna, un bambino, da salvare, una partoriente, un ferito o appunto, di un infartuato. Del dopo ho memoria viva. Terapia intensiva, il bip del battito cardiaco, la sentenza del primario: “Devono passare 48 ore”. Niente visite. È il momento rinviato cento volte per non andare in panico, per sviare l’idea che morire prima o poi succederà. Ricorro alla contraddizione di uun comodo dogma della laicità. Se ho errori, omissioni, comportamenti negativi da confessare, questo è il momento, e lo è anche per dribblare  la scappatoia del pentimento auto assolutorio. Poca roba: mi convinco di potermene andare senza rimorsi, pentimenti, senza dover chiedere a chicchessia di perdonarmi. Credo sia il bello di aver creduto nella scelta di vita, appunto laica, di  non deviare da onestà e correttezza di comportamenti perché è giusto non deviare e basta.

Continua il suo lavoro il muscolo della vita, anche così, privo di uno dei vasi che lo irrorano, occluso per sempre, ma compensato da un altro in parallelo. Continua a gonfiarsi di desiderio, di innamoramenti appaganti, ma di breve, alta intensità. Il cambiamento e in inedite diversità: qualunque immagine televisiva o diretta di solidarietà, sofferenza, di forte emotività, fa sgorgare lacrime dai miei occhi lucidi. E ancora, ogni lieve dolore intercostale, prima  di esaurirsi lo avvero con segnali, pur brevi  di panico, perché temuto sintomo di infarto.

Mi ammonisce Vitaliano, missionario comboniano che Bergoglio eleggerebbe  a  militante di cattolicesimo condiviso: “La vita è bella anche per questo. Su timori, ansia, preoccupazioni, paure, hanno la meglio la ‘normalità’, i sani interessi, le passioni, il rispetto del sé e dell’altro.

E l’anima? Intanto cos’è. Lo specchio risponde un “Boh” scoraggiante. Come si estrinseca, di cosa è fatta, se è un’impronta universale, se la natura la diversifica per tutti i sette miliardi di umani, è un afflato misterioso, la definizione di un’irrealtà mitizzata, un marchio di fabbrica dell’esistenza, l’insieme di emozioni, sentimenti, sensazioni. È il motore della vita, un lenzuolo bianco su cui scrivi la tua cronaca, un manuale dei comportamenti, l’identikit dello spirito, un’invenzione religiosa, impulsi, pubblico ministero di pregi e difetti… il nulla?

La  certezza è che non esiste genio di intelligenza superiore che possa codificarla senza spaziare inutilmente nell’astratto.

“Bella teoria, mio caro specchio, ho un’anima e poco m’importa di rappresentarla in forma tridimensionale” Ci vado d’accordo, non sempre, ma quanto basta a tener conto dei suoi ammonimenti. Abuso con uno stratagemma, ne ho consapevolezza, della sua benevolenza, ma non trascuro gli ammonimenti a conservarla illibata, sgombra di  macchie scure, o anche solo grigie.  Mi tormenta il dubbio che l’imponderabile della presunta creazione possa aver dimenticato di dotare parte dell’umanità di quella che non possiamo che definire ‘anima’.

Come non stupirsi altrimenti e non condannare chi tortura, violenta, uccide, prevarica, opprime, tormenta, chi si arricchisce impoverendo l’altro, chi stupra, odia, attenta al futuro del mondo, umilia, ingiuria, denigra, disprezza…

L’anima che non c’è, in antitesi, è (forse) la chiave di volta per definire l’anima che c’è. Semplicemente il suo contrario.

“Specchio, mio specchio”…Sì, la postura, terminologia proposta come elisir per ogni male delle ossa. Il fisiatra mi ha denudato o giù di lì. “Schiena dritta, braccia lungo il corpo, fermo così. Mi trafigge con i raggi di un investigatore molto tecnologico che inglobano le immagini del mio scheletro sbilenco di fronte, di  lato, dall’altro. Mi sento trafitto, violato, ma ottimista sull’esito dell’interrogatorio introspettivo. L’aggiusta ossa osserva le immagini con fare  professionale e scuote la testa. “Doc, acciacco grave?” “Grave, ma reversibile. Mi consegna due solette calibrate per compensare, a suo dire, squilibri posturali” “Le devo?” “Se ne  occupa la mia segretaria. Ci vediamo fra tre mesi, prenda l’appuntamento”.

“Pago con bancomat, quanto?”

“Duecento senza fattura, duecentocinquanta con fattura”.

“ ‘Con’, sono in guerra contro l’evasione fiscale”

Lo sguardo della miss è tutto tranne che di condivisione. Pensa al suo stipendio. I tre mesi volano via, la schiena è sempre ‘a pezzi’. Le solette finiscono nel sacchetto dei rifiuti, con il biglietto da visita del genio della  fisiatria.

“Specchio, mio specchio”…Sì sono le mie mani, mai curate, il palmo di destra tutto calli da abuso di mouse, le mani, le mani: da qualche tempo, con l’incalzare della dieta dimagrante la rete delle vene è in grande evidenza. Le mani? Poesia in musica di Eduardo De Crescenzo.

Le parole: “Se sei un amico / ti stringo la mano / se chiedi un aiuto ti stendo la mano / e prendi la mano e dammi la mano / il padre il bambino lo tiene per mano / c’è tutto il destino in un palmo di mano / le mani, le mani, le mani ferite, le mani pulite / saluti ruffiani, baciamo le mani / caliamo i calzoni, in alto le mani / chi sfugge al dovere  se ne lava le mani / le mani, le mani, che sanno tradire / le mani spietate, le mani assassine, che danno la fine / che stringono ancora quei trenta denari / che sanno di terra, che sanno di pane / battiamo le mani, per farci sentire, più forte le mani, che sanno di mare”

Mani pulite. Babbo Gigi (‘babbo’ tradisce le mie lontane origini toscane) ha dialogato raramente con me, ma del monito sull’onestà ha fatto il motivo dominante del nostro rapporto, la sua eredità. Averle pulite, come le rappresenta lo specchio, non è un merito, è il giusto tributo all’importante insegnamento.

Basta. Specchiarsi rischia di sfiorare, il narcisismo, così lontano dalla mia convinta e schiva sobrietà.

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IL RACCONTO DI DOMENICA 20 OTTOBRE 2019

“Change”: una magia

DI LUCIANO SCATENI

Santa donna nonna Angela, timorata di Dio, fervente cattolica. Non avesse assecondato la vocazione di madre, onorata con cinque parti tutti al maschile, di Ezio, Mario, Giulio, Corrado, Luigi, avrebbe sposato Cristo in abiti di monaca.

Anche la prole dei figli che ha partorito incrementa la statistica familiare sulla prevalenza del maschile. Cinque i nipoti, tre le nipoti. In ordine di venuta al mondo nasco dopo i primi due ‘americani’ di Ezio, violinista di talento, migrante negli Stati Uniti. Mi affaccio alla vita con ventuno mesi di ritardo su mio fratello. Nasco in casa, come era frequente nella prima metà del ‘900 e nonna Angelo assiste al parto.

“Dio santissimo, è rosso di cappelli, come il nonno Aristide e suo padre. Che la Madonna ascolti la mia preghiera e questo bambino diventerà un cardinale”. Angela non vive abbastanza per soffrire la disillusione di un nipote tutt’altro che porporato.

Affascinato dal sapere di un insegnante di italiano di fervida fede comunista, lo divento anch’io, con passione di neofita per il mito di Carlo Marx. Pago i miei prezzi, che però esaltano la convinzione di essere nel giusto degli ideali di libertà, giustizia sociale, antifascismo, fino allo scontro fisico con i miei coetanei nostalgici del Ventennio. Patisco il disagio delle classi ginnasiali vissute in un liceo decisamente di destra. Il preside, discendente di un noto gerarca, infligge punizioni agli studenti in sciopero a qualunque titolo. La professoressa di greco, zitella bizzoca e isterica da perenne astinenza sessuale, non nasconde l’astio nei miei confronti di ateo-estremista e mi rende la vita difficile nella materia con cui già di mio nutro una sana ostilità. Mi ritrovo con una sospensione di dieci giorni per comportamento inadeguato. La iella mi ha fatto incontrare la ‘pazza prof’ nel corridoio, in atteggiamento per lei sconveniente di un braccio intorno alle spalle di una ragazza estimatrice del mio talento di cestista e di leader della squadra vincitrice dell’ultimo torneo studentesco.

Mi rimanda ad Ottobre la megera e convince l’insegnate di inglese a fare altrettanto. I due influenzano il collega di matematica, materia che ho poco frequentato per assenze motivate dal pretesto di dovermi allenare   in vista del seguitissimo torneo di pallacanestro, complice un fanatico insegnante di educazione fisica e allenatore della squadra di basket che mi convoca in palestra nelle ore delle odiate materie.

Mi ribello al rinvio post vacanze, agli esami di riparazione rifiuto di rispondere alle interrogazioni. Perdo una anno. Emigro in altri lidi e riesco a farmi inserire in una classe dove insegnano Italiano, Storia e Filosofia due professori di sinistra, il secondo dirigente provinciale del Pci, l’uno e l’altro maestri di vita. Esco con difficoltà dall’età dell’apprendimento, dagli anni di liceo. Li concludo in trasferta, a Torre Annunziata, da esterno, recupero l’anno perduto.

Scelgo emotivamente di proseguire gli studi a Palazzo Gravina, sede della facoltà di Architettura, responsabile la convinzione che la mia riconosciuta bravura nel disegno sia la giusta premessa per scegliere questa facoltà. Mi incoraggia un cugino coetaneo, anche lui matricola. Nel bene e nel male diventiamo una coppia di aspiranti architetti. Renato ha appena comprato una ‘Matchless’, moto probabilmente abbandonata da un tedesco durante la ritirata. Non è il massimo del comfort e dell’affidabilità, ma ci consente collegamenti autonomi con gli scavi di Pompei dove abbiamo il compito eseguire il rilievo di un sito da restaurare. Gli archeologi hanno lasciato a metà il lavoro, per rispondere all’emergenza del crollo della parete di una villa tra le più visitate. A Renato sembra di vedere appena al di sopra di un monticello, addossato a un muro della casa Vezio il terminale di un affresco, un gambo fiorito di giglio o comunque di una pianta che gli somiglia. Con un affilato temperino comincia a liberare quella parte di muro dai detriti. Non l’avesse mai fatto. Graffia di brutto il fiore e ci guardiamo impauriti, come fa un bambino scoperto dalla mamma a mettere le dita nel barattolo della marmellata. Con vigliaccheria, pari all’incompetenza che ha causato il danno all’affresco, lo ricopriamo di terreno ci allontaniamo rapidamente. Gli esercizi degli esami esteticamente ‘formativi’ confermano il mio talento per il disegno, scoperto quando a quattro anni ho riempito venti cartoncini ‘bristol’ di figure e oggetti non facili da riprodurre.

Architettura addio. Costa troppo fra tasse e libri, non permette di conciliare studio e lavoro, soprattutto se a tempo pieno. Nel quartiere della City, al Ponte di Tappia, uno storico agente della rateale Einaudi rileva i grandi locali su tre piani di un edificio a pochi metri dalla centralissima via Toledo e regala a Napoli la prima libreria di ampie dimensioni, con annessa specializzazione in libri stranieri forniti su richiesta alle facoltà universitarie, alla particolare clientela interessata a pubblicazioni in lingua originale. È il settore di cui mi occupo.

Non do peso al perché della periodica frequentazione di una gran bella ragazza che si affaccia spesso sulla soglia del mio ufficio con pretesti ineccepibili. Chiede la mia opinione per orientare l’acquisto di libri segnalati dalle pagine letterarie dei migliori quotidiani e mi spinge ad anticipare le richieste per risponderle con competenza. Comincio a pensare che l’impegno a non deludere la stima che sembra avere di me, non sia del solo professionale. Lo confermo quando l’assenza di Maria dalla libreria si prolunga. Mi sorprendo a sperare di rivederla presto. Ritorna.

“Studi?”, le chiedo…

Tra breve mi laureo in Educazione Fisica”

“Abiti?”

“In piazza Dante e tu?

“Dove un tempo si diceva di andare a raccogliere broccoli, al Vomero. Oltre a laurearti, cosa?”

“Il cinema”

“Che genere di film?

“Amo i bei film”

“Antonioni?”

“Lui, Fellini, Visconti…”

“Domenica vado a vedere Zabriskie Point, l’ultimo di Antonioni. Posso invitarti?”

“Non per domenica. Anzi, ti invito io per un pomeriggio a casa di un mio amico, simpatico e intelligente. Buona musica e chiacchiere non banali” Ti chiami?”

“Luca e tu?

“Maria”

La casa è un tipico monolocale da scapolo benestante. L’ingresso introduce a un locale ampio, soppalcato. Luci diffuse, non invadenti, impianto dal suono stereo di grande qualità, Lp di qualità, liquori e ghiaccio sul tavolo rotondo accostato a una parete. Dal padrone di casa esonda charme e simpatia. C’è solo lui ad accogliermi e sedute su un divano in pelle Maria e una sorella bella quanto lei. L’idea di essere in anticipo sull’orario svanisce con il passare del tempo. Massimo non ha invitato altri che le due ragazze e me.

Ci offre uno stinger perfetto, ingannatore. Il tasso alcolico del cocktail è e molto alto, ma è sapientemente mascherato dal vigore aromatico della menta liquore. I componenti sono appunto questo ingrediente profumatissimo e brandy, nella proporzione di due terzi e di un terzo. Una bomba di long drink che inganna con la sua temperatura sottozero e l’aroma prepotente. Maria e la sister lo mandano giù senza rendersi conto di mettere nel sangue alcol da perdere l’autocontrollo.

Il resto lo fa l’atmosfera soft del monolocale. Marco si eclissa con Rosanna sul soppalco, dove trova posto un divano letto e di fronte su un tavolino frutto di sofisticato design un videoregistratore che manda sul display il Dvd integrale di “Nove settimane e mezzo”, la sequenza della protagonista che si esibisce in un spogliarello straordinariamente provocante.

Maria è davvero attraente e forse molto timida. Risponde a monosillabi quando le chiedo di parlare di sé. Scoprirò dopo molto tempo che ha architettato l’invito in casa di Marco per incontrami al di fuori della libreria. La musica di Nat King Cole, è un invito esplicito a stringere a sé le ragazze. Trema la mano di Maria che poggia sulla mia spalla e segnala una particolare condizione emotiva.

“Sei molto bella, Maria. Anzi mi correggo, hai fascino. Mi piaci, molto”.

Prima che risponda trascorrono molti secondi. Temo di essere stato intempestivo e non è così.

“Scusa, ho dovuto trovare il coraggio di confessarti che non venivo in libreria per ricevere consigli su cosa leggere, ma per vedere te. Lo so, ti sembrerò una sciocca pulzella che ha preso una cotta. Non importa, pensalo pure. Ho chiesto a Marco di organizzare questo incontro. E va bene, è successo, sono innamorata di te ”.

“Ma non mi conosci, abbiamo scambiato poche frasi, giudizi su autori e opere che pensavo corrispondessero ai tuoi interessi. L’unica occasione per andare oltre le formalità, se ricordo bene, è stato il confronto sulla ricerca avveniristica che ha posto la scuola di Palo Alto al vertice delle acquisizioni su The Split Brain, il cervello diviso, sulla conoscenza delle specificità dei due emisferi celebrali. Mi hai raccontato di essere diventata altro dopo aver approfondito la tesi rivoluzionaria di Paul Watzlawick, del suo saggio “Change”, che ti ha cambiato la vita”.

“Senza questo incontro con geni come Eriksson, Bandler, Grider e appunto Watzlavick, non avrei mai potuto confessarmi con te, come ho fatto”.

“Senza l’incontro che mi hai raccontato, che somiglia come due gocce d’acqua al mio, rimarrei librario a vita e la prospettiva, come puoi immaginare sarebbe davvero deprimente. Ho altro in mente per il mio futuro”.

E lo invento il futuro. È il tempo del romanticismo a 45 giri, di performance di Albertazzi, Foa, Gasmann che incidono su vinile poesie di Neruda, Prevert, Quasimodo. In un reparto della libreria espongo la produzione di questo inedito gemellaggio con la carta stampata e i dischi vanno a ruba. Vado oltre. Perché non estendere l’esperienza positiva alla musica classica? Trasferisco nella nuova iniziativa l’interesse personale per Bach, Beethoven, Mozart, Vivaldi e punto sulla produzione discografica delle Deutsche Grammophon. Divento rapidamente riferimento per gli appassionati.

Al telefono c’è il direttore commerciale della casa tedesca: “Vorrei incontrarla”.

Pranziamo da Ciro a Mergellina e mister Durrell, da bravo tedesco va subito al sodo. Mi chiede di diventare l’agente per la Campania e l’Abruzzo.

Da mesi Maria è la mia compagna. Prima di iniziare il nuovo lavoro la sposo, anzi mi sposa. “L’otto Giugno”, annuncia alla madre, poi lo comunica anche a me”.

Mi diverte la vita da globetrotter e mi ripaga con provvigioni adeguate. Uno dei più importanti clienti è un giovane napoletano nato per stupire il mondo. Diventa in tempi record uno dei più competenti critici musicali e il più importante rivenditore della ‘Deutsche’ da Roma in giù, brucia le tappe come pianista, si afferma come fotografo d’arte, collabora come musicologo per periodici di settore.

“Ti va bene questo mestiere?”. Maria ha intuito che vendere dischi non è il mio un traguardo finale.

Incrocio di nuovo la fortuna. Mi offrono di diventare ‘informatore scientifico’ di una casa farmaceutica milanese.

“Ma che c’entro con i medicinali?”

“Nessun problema, parteciperai a corsi di formazione con nostri esperti”

Il pentimento aver accettato non tarda a presentarsi. Provo il disagio di dover raccontare ai medici, potenziali prescrittori, una serie di frottole con l’apparenza di verità scientifiche. Accetto di cambiare datore di lavoro, incoraggiato da un amico, responsabile di un’altra industria farmaceutica, di cui mi fido perché di sinistra come me. Niente, la promozione dell’uso di medicinali non mi va giù. A convincermi è il tipo di propaganda degli informatori, indotti a raccontare la pericolosità di un potente antinfiammatorio in efficacia. “Vede dottore, ne ha, e come e i suoi indubbi benefici compensano gli effetti collaterali”

Mi cooptano nella segreteria della Filcea, sindacato della Cgil del settore chimico, guido momenti caldi di lotta contro chiusura immotivata di una multinazionale farmaceutica americana. Il Pci mi candida alle regionali, partecipo alla nascita di un quindicinale fiancheggiatore del partito comunista, affianco il sindaco nel ruolo di addetto stampa. Nasce l’edizione napoletana del mitico “Paese Sera”, ne divento cronista e dopo un paio di anni responsabile della redazione.

Maria mi regala due figlie e non nasconde il rammarico per l’ultima svolta della mia vita irrequieta. Per lei ‘Paese Sera’ è il meglio a cui può aspirare un giornalista di sinistra.

La Rai potenzia l’informazione regionale e mi chiama a integrare l’organico della redazione campana. Straordinaria esperienza, in una varietà appassionante di ruoli: conduttore del telegiornale, inviato delle tre testate, radio e telecronista, responsabile di programmi locali e nazionali. A latere mi immergo nell’esperienza letteraria di romanzi, saggi, della pittura, con mostre personali e collettive.

“Ti va di fare un bilancio” mi chiede Maria.

“MI va. Sarà capitato anche a te di immaginare il rapido susseguirsi di pensieri, ricordi, bilanci, a un niente dalla fine della vita. A me è accaduto. Mi sorprende la certezza di viverli in serenità nella presunzione di aver molto poco di cui rimproverarmi, dell’assenza di gravi sensi di colpa. Forse proverei il rimpianto per non aver speso il cento percento di quanto mi ha dato la prossimità al fantastico dell’immaginario della creatività, del cambiamento, della diversità estranea all’opportunismo degli interessi individuali. Che ne dici?”

“Che quando avverrà, il ‘the end’ del tuo viaggio somiglierà molto a un sorriso”.  ……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………..

IL RACCONTO DI DOMENICA 13 OTTOBRE 2019

Peppino, quasi prete

DI LUCIANO SCATENI

Sono nato a Cutro, paese che guarda di lontano lo Jonio massacrato dal pullulare di insediamenti edilizi, simbolo di abusivismo selvaggio, impunito. Nella mia terra o ti spacchi la schiena con la vanga o stenti  a sopravvivere con il poco di un padre contadino e un morso di terra arida, infruttuosa, non irrigata industrialmente.

I miei mi hanno permesso di concludere il breve percorso scolastico con la licenza media, acquisita al prezzo di un continuo andirivieni di quattro chilometri in andata e ritorno per raggiungere la scuola di un paese vicino. Ho bighellonato per anni, come tanti miei coetanei, da sfaticato e ribelle. Mi sono sottratto alle preghiere di mia madre perché  sollevassi mio padre dalle fatiche più dure di contadino, senza pentirmene. Ho rubato dalla cassettina dove i miei  tenevano i loro pochi risparmi  per finanziare l’acquisto di un biglietto del concerto a Crotone di Al Bano. Non ho tenuto a bada le prime pulsioni sessuali e mio padre lo ha intuito osservando le mie occhiaie profonde, ma non ha mai detto una parola, per non  affrontare un argomento per lui scabroso, un tabù. Filomena, ansiosa in dimensione patologica, trasforma il cruccio per il mio ozioso ciondolare in depressione, poi in angoscia. Al mio sedicesimo compleanno si confida con don Erminio, il parroco delle tre chiese del circondario e mente alla domanda “Ma Peppino è almeno timorato di Dio?”. “Sì padre, almeno questo sì”.

È a Catanzaro la sede vescovile dove si svolgono i seminari che si concludono con il sacerdozio. Mi accoglie il direttore dei corsi di teologia, noto per estrema rigidità nel pretendere già dai seminaristi il voto di castità. Fingo di essere convinto del rispetto di questa legge, anche se il mio amico don Vito aveva risposto alla mia curiosità con la smentita che l’attività sessuale sia un dettato della Chiesa di Cristo. “Celibato e castità sono una delle questioni più controverse del mondo cattolico. Non c’è traccia nel racconto della vita di Gesù di veti a sposarsi e ad avere rapporti sessuali. Al contrario il suo invito è ‘crescete e moltiplicatevi’ e  fra tante attribuzioni riservate alla sua vita terrena c’è anche l’ipotesi che avesse una campagna, tra l’altro rappresentata nel  celeberrimo dipinto dell’“Ultima cena” di Leonardo”. “Vuoi dire che non è peccato scopare?” “Non fraintendermi. I preti fanno la libera scelta del celibato e dell’astinenza sessuale, ma non è un dogma, è piuttosto una noma di vita di chi sceglie di servire Dio, codificato dalla Chiesa con motivazioni di volta in volta teologiche o di opportunità, perché i sacerdoti non si distolgano dal mandato di religiosi”. “Ne so meno di prima. Ma secondo te, come fa un prete a non fare l’amore? Se io non ‘sfogo’ mi fa male la minchia. O meglio tu come fai ?”. “A me non fa male, anzi mi fa male, ma non muoio per questo”.

Impatto con il seminario. “Ascolta Giuseppe, qui potrai capire se la vocazione che ti ha illuminato è un solo un bisogno estemporaneo di spiritualità o la scelta definitiva di servire Dio. Come sai da questo momento devi metterti  alla prova dei comportamenti che terrai da sacerdote: celibato e castità”.

Nessun commento. Non me la sento di mentire. Mi conosco, so di non resistere al bisogno di eiaculare, che prima di entrare in seminario l’ho soddisfatto con la masturbazione, in un contesto qual è Cutro, dove le donne devono arrivare alle nozze illibate  e un tempo ha furoreggiato una prostituta, che batteva la zona prima di ritirarsi, oramai sfiorita.

Qualcosa di impensabile avviene. Lego con Silvio, coetaneo determinato ad obbedire a quello che ritiene sacro il dogma divino della castità. Mi sorprende la contraddizione tra il dubbio sul proprio impulso ad assecondare le pulsioni sessuali e la serenità del nuovo amico, che mi confida di praticare la castità senza alcuna difficoltà o scompensi fisiologici. Per trovare conferme al tentativo di aderire alla richiesta di castità, prendo per buono il consiglio dell’amico seminarista, di leggere quanto scrive sul tema Vito Mancuso, indicato da un vaticanista dell’‘Avvenire’ come suprema competenza di teologo illuminato, non allineato con le gerarchie ecclesiastiche: “Il celibato (e il connesso voto di castità) fa parte delle condizioni d’ingaggio dei preti. Non è un dogma e neppure una clausola strutturale. Il sacerdote non è il monaco per cui il voto di castità è costitutivo del codice genetico di vivere solo con Dio. Nel primo millennio il celibato dei preti non era obbligatorio. Dal secondo millennio il sacerdozio si è omologato alla struttura del monaco nella valutazione negativa della sessualità, ma oggi, ha ancora senso imporre ai parroci il celibato? Nel terzo millennio la Chiesa ha il grande problema del calo di vocazioni e molti seminaristi rinunciano a diventare sacerdoti per non sottostare all’obbligo del celibato, dell’astinenza”.

Ricavo dalla lettura il convincimento  che  il celibato ecclesiastico è una ‘invenzione’ medievale e penso che se oggi papa Francesco sembra escludere un radicale cambiamento di rotta, autorevoli voci del cattolicesimo ripetono che “non essendo un dogma” può essere abolito in qualsiasi momento, proprio dal Papa o da un Concilio ecumenico. Medito su queste considerazioni, ma persisto nell’intenzione di accettare i vincoli del celibato e della castità.

Quando mi sembra di aver fatto la scelta  giusta, per quanto impegnativa considerate le rinunce che comporta, il seminario è sotto choc per l’irruzione dei carabinieri che notificano a un  prete addetto alle attività sportive dei convittori l’obbligo di recarsi nella loro stazione, per essere interrogato dal comandante. È sconcerto sul volto di noi seminaristi. Uno ha letto sul computer che il prete portato via dai carabinieri, è accusato di aver abusato di giovanissimi collegiali. All’indomani  ricevo sullo smartphone l’intervista rilasciata da un alto prelato a un quotidiano nazionale. Alla domanda se il celibato è semplicemente una legge della Chiesa, la risposta è che non può essere modificata “perché profondamente radicata”. Domanda: “Ammette che celibato e il voto di castità sono responsabili delle migliaia di predi pedofili, indotti ad abusare dei minori perché reprimono la fisiologica attività sessuale?” “Falso. Gli abusi non sono solo una piaga del sacerdozio”. “Vero, ma statisticamente le migliaia di casi che coinvolgono i preti non hanno riscontro in altri ambiti”.

Sono completamente disorientato. A  scuotermi e a farmi ricredere sulla scelta del celibato casto è la destabilizzante confessione del mio amico seminarista in un momento di grave sconforto: “Non so cosa mi sia successo. Ieri sono andato nella camerata dove dormono i convittori, a portare un opuscolo per la preparazione alla prima comunione a uno di loro. Lui era rimasto solo, ad aspettarmi. Mi ha ringraziato. Era adorabile, così giovane, bellissimo. L’ho abbracciato e non si è ritratto.  Ho abusato di lui. Sono distrutto, niente potrà mai assolvermi. Ho deciso di lasciare il seminario. Se ti ho raccontato questa orribile esperienza è per farti capire che nessuno, se deprime la propria sessualità è esente dal pericolo di pedofili, di relazioni clandestine…”

Sono assolutamente disorientato e il non saper che fare accresce l’incertezza, il disagio per la decisone da prendere. Tento di rispondere ai perché del rimanere in seminario, all’alternativa di mollare tutto, tornare a  Cutro e di lì andar via, dove il sesso non è peccato mortale come lo ha definito il  confessore con cui mi sono confidato.

I miei genitori, mia madre specialmente, sono delusi e preoccupati. Sanno che non ho né arte né parte, temono che andar via da casa,  figlio scapestrato quale sono, sia un’incognita dolorosa, ma non impediscono che azzardi la scommessa di emigrare con pochi euro in tasca e un biglietto di seconda classe per Milano.

Provo da subito a servirmi del mio aspetto fisico di meridionale attraente e busso a cantieri, bar e ristoranti in cerca di personale per i mesi estivi, in sostituzione di dipendenti in ferie. È dura. Difficoltà supplementare è il mio marcato accento calabrese, che non dispone al meglio i datori di lavoro. Se ne vanno senza esito due giorni. Uno zio, che ha lavorato  a Milano  fino alla pensione, quando sono partito mi ha suggerito di battere la zona di piazza San Babila, dove a suo avviso c’è maggiore probabilità di trovare lavoro. Entro nel “Bar Affari” per un caffè. Accanto a me una ragazza sorseggia un thè bollente, fa una smorfia, soffia nella tazza, sorride alla mia espressione di compatimento, mi dice che non le va  a genio il caldo eccessivo di bevande e cibo. Rispondo che  per me è il contrario, non amo il freddo. È curiosa come quasi tutte le donne: “Sei Siciliano?”. “Sbagliato. Calabrese”. “Io napoletana, ma milanese da dieci anni”. “Come mai?”. “Al seguito di mio padre. Lavora alla Rinascente, è il magazziniere” “E tu?” “Sono la commessa di negozio di lusso. Ora sono in pausa pranzo”. “Ti inviterei con piacere ma non posso permetterlo. Sono arrivato a Milano tre giorni fa, in cerca di lavoro. Per il momento non l’ho trovato”. “Che sai fare?”. “Niente. Posso contare solo buona volontà e tanta forza fisica”. “Non sarà facile trovarlo, ma nemmeno impossibile” “Qualche idea?” “Non ti prometto niente, ma chiederò a mio padre se può darti una mano. Domani fatti trovare davanti al negozio dove lavoro all’ora di chiusura, ti dirò se ci sono notizie per te. Vedi, lì di fronte, lavoro al Fashion Italy”. “Ci sarò, grazie. Ti chiami?”. “Ornella e tu?”. “Giuseppe, Peppino. A domani”.

Antonio Di Costanzo si è fatto voler bene nell’ambiente di lavoro e dagli amici acquisti in dieci anni di lavoro a Milano. È particolarmente benvoluto dalla direttrice della Rinascente, nata a Milano, ma da genitori napoletani.  Sa di poter contare su efficienza, precisione, senso di responsabilità, ma anche sulla naturale simpatia del dipendente. La figlia gli ha chiesto di adoperarsi per  trovare lavoro a un giovane calabrese che ha lasciato la sua terra, dove la parola lavoro è sconosciuta.

“Signora Laura, non le ho mai chiesto nulla, conosce la mia discrezione, ma quando una figlia ti chiede di aiutare un amico, che cerca e non trova lavoro, vengo meno alla promessa a me stesso di non darle fastidio e le chiedo se può fare qualcosa”

“Mi prendi alla sprovvista. Così, su due piedi non ho una risposta. Lasciami un po’ di tempo”

Le basta un niente per sciogliere la riserva. “Chiamate Di Costanzo con il telefono interno”. La direttrice ha ricordato che il collega del secondo mega shop della Rinascente le ha detto del posto di vigilante interno ai grandi magazzini da coprire per sostituire uno del reparto che si è licenziato.

“Luigi, credo di avere quello che fa per te. Ti richiamo dopo aver fatto una verifica”.

“Antonio, dì a tua figlia di far venire da me il giovane di cui mi hai parlato”.

“Peppino, domani mattina, all’apertura  della Rinascente, presentati alla direttrice. Incrocia le dita. Ora fammi compagnia, è l’ora dell’aperitivo”.

La figura atletica e l’aria decisa di Giuseppe sono sufficienti alla direttrice per giudicarlo idoneo al ruolo chiesto dal collega.

“Ascolti, ho la responsabilità di aver proposto  la sua persona a un mio collega. Non mi deluda e soprattutto non deluda chi mi ha chiesto di aiutarla”.

“Tranquilla, per me e per i miei il lavoro è troppo importante”

“Allora Peppino, com’è andata?”

“Meglio di così… prendo servizio domani e lo stipendio mi consente di mantenermi senza difficoltà. Non  potrò mai ringraziarti come meriti”.

“Non lo dire. Vedrai che un modo ci sarà. Per cominciare accompagnami al cinema. Ho da utilizzare, prima che scadano, due tagliandi dell’abbonamento al cinema Olympia”

In coincidenza con i settant’anni di Richard Gere, la sala ripropone, per chi lo ha goduto a suo tempo il celeberrimo ‘Pretty woman’.

Il racconto induce a pensieri lievi, a momenti di forte emozione.  Intraprendente è Ornella. Va oltre il contatto con le braccia di Peppino, poggia una mano sulla sua. Quando il film si avvia al romantico finale, l’iniziativa è mia. La bacio e subito dopo le dico all’orecchio che non lo ha fatto solo per ringraziarla.

“Caro Silvio, è passato molto tempo e non so più nulla di te. Ho ripensato ai tuoi problemi di coscienza, di rispetto delle regole imposte dalla Chiesa, alle conseguenze che ti hanno indotto a commettere un grave crimine. Vivo momenti di bella intensità. Ho un lavoro e una passione solo all’inizio, ma che promette molto. Se può servire, ti auguro di rasserenarti, di riconoscere l’arbitrarietà di quanti sostengono che il voto di castità è un dogma. Vivi serenamente la tua sessualità e ritroverai te stesso. Ti abbraccio”.

“Caro Peppino, grazie, con tutto il cuore. Vero, non  ci sentiamo da tempo. Altrimenti sapresti che quanto mi suggerisci è esattamente quello che ha cambiato la mia vita. Ho lasciato come te il seminario, ho rivisto una compagna del liceo, di cui forse ero innamorato. Ora lo sono sicuramente e mi sento rinato. Chissà che non possa raccontarti di persona la mia “rivoluzione”. Prima o poi capiterò dalle  tue parti. Un abbraccio”.

Divoro le riflessioni di chi disserta sul tema. Leggo: “Resta in sospeso il quesito che molti cattolici vorrebbero porre al Vaticano. Cosa farà il Papa? Non è più tanto giovane e considerati i problemi dell’opposizione interna, si dubita che possa andare oltre all’istruire il problema. “Ma perché è così difficile per la chiesa parlare di sesso?” “Probabilmente perché la sessualità è tabù per la religione cattolica. Il celibato deve essere una libera scelta. Ci sono preti celibi straordinari, di una sensibilità non comune, ma la modalità migliore per vivere la consacrazione del proprio tempo non è il celibato e neppure il veto sul diaconato femminile. Non esistono indicazioni bibliche che lo impediscono.Non sta né in cielo né in terra che i preti non si possano sposare.

“Ornella ti amo”.

“A chi aspettavi a dirmelo?”

“Dovevo liberarmi della mia ‘catto dipendenza’ residuale”

“Fatto?”

“Fatto”.

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IL RACCONTO DI DOMENICA 5 OTTOBRE 2019

Vasili e Ully

DI LUCIANO SCATENI

 

Denis, è il primo figlio di Alexandra e Nicholas Georgatos, originari di Lefkada, l’isola greca unita alla terraferma da un ponte sospeso sul mare. Denis, nome imposto per la felicità del nonno, ma Vasilis per i genitori e gli amici, mette i piedini sulla spiaggia incontaminata della sponda ad est, bianchissima, che lambisce il mare di un turchese intenso, cristallino, appena prima del suo battesimo del volo sul jambo della Olympic Airlines, in direzione Usa, California, aeroporto internazionale di San Francisco. In vista dell’atterraggio lo steward prende per mano il bambino e se lo porta dietro nella cabina di pilotaggio. Vasilis non dimenticherà più l’oceano verde che il jet sorvola in una giornata di cielo terso.

Un pullman ultramoderno collega il terminal con Berkeley, sobborgo della città, sede della prestigiosa università omonima. Nicholas è un noto e apprezzato direttore della fotografia. In Grecia ha firmato un paio di colossal prodotti dalla Metro Goldwin Mayer e la famosa sigla di Hollywood lo ha cercato invano per anni senza successo. Georgatos non avrebbe lasciato la Grecia e Lefkade per nessun ingaggio, per quanto allettante. A decidere di accettare l’ultimatum della MGM del tenore ”Ultima proposta come responsabile delle riprese in ruolo di vertice” è Alexandra. A lei Lefkada sta stretta e la prospettiva di migrare in una grande città americana è irresistibile.

  • §§

Il cuore pulsante, il cervello della compagnia, guardano San Francisco dall’alto degli ultimi tre piani del grattacielo ‘On the sky’ e Alexandra non resiste alla tentazione di autoinvitarsi nell’ufficio del marito. In braccio ha Vasilis e per il piccolo la vista che domina la città è un’altra occasione per uno choc emotivo, ma così estraneo al ricordo della distesa di verde apparsa dai settemila metri d’altezza del jet.

  • §§

La villetta scelta dalla MGM per i Georgatos è inserita in tremila metri di verde intenso, ben curato e include un orto di cui si occupa un ex contadino ora in pensione, emigrato in America dallo Zaire. Vasilis inventa di tutto per non andare a scuola e star dietro al vecchio Babukar, lo tormenta con mille domande su ogni frutto della terra. Quando gli è consentito innaffia, trapianta piccole piante, coglie fiori per la casa. In età scolastica ha sempre l’identica risposta alla domanda dei genitori su cosa desideri in regalo per il compleanno, per il Natale e sono sempre libri di botanica. Mamma Alexandra, più del padre, che per lavoro è spesso in trasferta nei set dei film di cui è direttore della fotografia, è consapevole dell’intelligenza fuori dal comune di Vasilis e immagina per lui un futuro di prestigio in uno dei comparti della tecnologia in continua evoluzione. Perché no, in ruoli di spicco nel pianeta dell’informatica. Il figlio l’asseconda e lo fa ad altissimo livello, fino a diventare il numero uno del settore ricerche di una multinazionale che monopolizza il pianeta nel suo campo operativo.

  • §§

Ully ha lasciato in Ucraina affetti familiari, il rapporto di cinque anni con il compagno, le amicizie, l’amore per la sua terra. Il richiamo della Microsoft ha una carica di interesse ineludibile e la giovane ricercatrice ne è attratta al punto di lasciare alle spalle ogni cosa e volare nel cuore della Silycon Valley, assunta nella sede californiana distaccata.

L’intervallo concesso dai giganti che operano in quest’area è sufficiente solo per un rapido work breakfast e il fast food più frequentato è il Mac Donald nell’isola pedonale che avvolge i trenta piani del Microsoft Building. Non dista granché dalla sede Yahoo, dove lavora Vasilis ed è il locale che il ricercatore frequenta abitualmente. Intorno alle tredici è un’impesa trovare posto su uno dei tavolini a quattro posti del Mc Donald. Vasilis gira a vuoto per qualche prezioso minuto, poi gli va bene, si libera un posto a portata di passo svelto. “Salve, posso sedermi qui?” “Se non qui dove? Vede altre sedie libere?”C’è leggera ironia nella risposta della ragazza che gli sta di fronte, ma anche un sorriso amichevole. “Mi chiamo Vasilis, lavoro in Yahoo”“Mi chiamo Ully, piacere, lavoro li, al settimo piano, se alza lo sguardo lo capisce, dove c’è l’unica finestra aperta”.“Non sei americana, da quale emisfero arrivi?”“Ucraina, Kiev. Neppure tu sei uno yankee. Chi invece?“Grecia, Lefkada, paradiso in terra”.“Bum, non esageri per caso?”“Progetta la tua prossima vacanza a Lefkada e scoprirai se esagero”“Perché no”.

Nel cuore di Ully, rimandate dalla memoria dell’età infantile, appaiono le immagini delle grandi distese di boschi fitti, abitati da alberi d’alto fusto, le escursioni nella periferia di Kiev con zaino in spalla, riempito dalla nonna con pane fatto in casa e prosciutto del maiale sacrificato per sfruttare ogni oncia della sua carne da servire in tavola per l’intero anno a venire. “Tornare nella mia terra è un sogno, forse proibito. Ma poi, che fare della mia vita, del lavoro di ricerca che mi strega con l’impegno a scoprire il futuro della tecnologia in congiunzione con l’informatica, degli agi dei questa vita da privilegiata…?”Smaltito in fretta l’hot dog e vuotato il bicchierone di carta colmo di succo di mele, Ully immagina che la frequentazione di quasi un mese, le consenta di parlarne con Vasilis.“Ma non è possibile. Mi ingarbuglio con gli stessi pensieri. Sai Ully, è difficile capire i perché della nostalgia struggente che assale se nella prima stagione della vita hai vissuto emozioni indimenticabili. Sento ancora sui piedi il tepore primaverile della sabbia sottile della spiaggia dove mio padre, nei suoi giorni di festa, mi portava tenendomi sulle spalle, il rumore dello sbattere d’ali degli uccelli che disturbati dalla nostra presenza si levavano in volo, il rombo di onde turbolente spinte con forza dal vento dell’est, l’odore intenso di salsedine, i tramonti colorati da un prodigioso raggio verde. Lefkada, mi manca da morire.

Confessione di attimi, cancellate dal sopraggiungere dell’impegno di ricercatori, dall’urgenza di obiettivi destinati a rivoluzionare il pianeta della comunicazione e non solo. Da sfondo le riflessioni sul passato remoto non evaporano.

Un video del National Geography racconta uno dei luoghi della mondo illuminato dalla natura. I terrazzamenti liguri delle Cinque Terre sono un meraviglioso incrocio di storia del lavoro umano a livelli di eccellenza, dedizione, amore per l’ambiente e di pace estrema, di vincoli con tradizioni secolari di serenità. Vasilis ne è folgorato. Attiva tutte le sue conoscenze e ottiene un dvd con la registrazione del programma. “Ully, se non hai di meglio da fare, ti aspetto stasera. Preparati a scoprire una delle meraviglie del creato”.

“Affascinante Vasili, unico”. Quasi viene da dubitare che esista un posto così. Ma esiste o è la ricostruzione per una fiction?”“È talmente reale che ho deciso di consumare una settimana di ferie per andare a vedere di persona questo paradiso terrestre”“Vengo con te”“Dici sul serio?”“Sono serissima”Vasilis attraversa il territorio di Vernazza, posto su un piccolo promontorio che digrada a mare. Il nome è probabilmente originato dal vino Vernaccia, famoso prodotto del luogo. Incontra i famosi muri a secco, capolavoro di un artigianato che si tramanda da molte generazioni. Conosce Domenico e Giuseppa, coppia di anziani contadini e allevatori che tramandano la tradizione di un’etnia eterna, tesa a preservare il culto della terra. L’amore a prima vista è condiviso da Ully.

I giorni residui della vacanza italiana sono investiti con frenesia da entusiasmo giovanile nel verificare la possibilità concreta di mollare tutto e spendere i giorni rimanenti in questo Eden, a predisporre la scelta rivoluzionaria di pensare al futuro bucolico nelle Cinque Terre. Vasilis e Ully danno fondo ai rispettivi risparmi. Acquistano un piccolo appezzamento coltivato a vite su cui è presente un pozzo di acqua piovana, una mucca e un mulo giovane, una piccola costruzione un tempo utilizzata dai contadini della zona come deposito degli attrezzi.“È tutto Ully?”. “Quasi. Non rimane che mandar via dalla mente Silycon Valley, Microsoft, Yahoo, la ricerca, l’ambizione dei nostri genitori che hanno tifato per il nostro futuro di scienziati e immaginare le meraviglie della nuova vita”.

“Non ci credo. Il direttore generale della Microsoft va in tilt. Capirei se ci lasciasse per compiere un salto di qualità. Ma diventare una contadina è…è inverosimile, follia pura”. Non è da meno l’amministratore delegato della Yahoo. Identico lo stupore e la censura della scelta di vita di uno dei ricercatori più creativi, con un futuro in sicura crescita.

I primi grappoli dorati pendono dalle viti, Ully munge il latte della mucca Carolina, Vasili torna a dorso di mulo dal lavoro di recinzione di un tratto del terreno destinato a frutteti. Il sole al tramonto tinge di rosso il mare, mentre cala oltre l’orizzonte. Si respira aria pulita, salubre, i pensieri sono colorati di serenità, Microsoft, Yahoo, l’informatica, se ne stanno sopiti in un angolo remoto della coscienza.  

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IL RACCONTO DI DOMENICA 29 SETTEMBRE 2019

L’intervista sognata

DI LUCIANO SCATENI

 

Un lancio dell’agenzia Reuter finisce sul tavolo del vice direttore con delega agli esteri. ‘Greta Thunberg si reca a Davos per il Forum Economico Mondiale’. La direzione si affida al quotidiano svedese Aftonbladet e riceve le informazioni per contattare l’attivista. Le telefono: “Alò, miss Greta…?” “Alò..what do you want?” risponde in inglese e non è una sorpresa. In tutti i Paesi del Nord Europa si parla la lingua  adottata universalmente dai popoli di ogni latitudine. Greta mi chiede dieci minuti, giusto il tempo per consultare i genitori. Le ho chiesto di viaggiare con lei da Olso a Davos per intervistarla. “Yes” è il monosillabo in risposta. Il mio giornale ci contava e mi affida la missione. Arrivo a Stoccolma imbottito come Totò e Peppino in trasferta a Milano. Gli svedesi mi osservano con la loro educata riservatezza. Devo sembrare un marziano. Il riscaldamento globale tocca anche l’ estremo Nord della Svezia e la temperatura è da terre del Sud. Greta affronta il lungo viaggio in treno, che ci porterà in Svizzera, con la dotazione minimale di un trolley e uno zainetto.

“Chi te lo fa fare?”

“Eh no, cominciamo male. Avevo appena compiuto quindici anni. In una notte insonne ho sudato e non faceva caldo. Mi sono vista  seduta sotto un albero nella piazza Stortorget, soffocata da un caldo torrido, le bocca arsa, il respiro affannoso, neppure la forza di alzarmi. Una vecchina si è avvicinata e mi ha parlato con la sua flebile vocina: ‘piccola, spetta ai ragazzi del mondo l’impresa di salvare la terra. Il futuro è nelle tue, nelle vostre mani’”.

“E tu?”

“Provo a impedire che l’uomo vada diritto incontro alla sua fine”

“E allora?”

Mi racconta di essersi seduta davanti al Parlamento svedese, con accanto il cartello-monito Skolstreik för klimatet , che tradotto suona ‘sciopero scolastico per il clima’ e di non essere più andata a scuola fino alle elezioni legislative, per protestare controgli incendi boschivi senza precedenti che hanno colpito il suo paese. Chiedeva al governo svedese di ridurre le emissioni di anidride carbonica come prescrive l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico.

“È servito?”

“È stato il via alla campagna universale a difesa della Terra. È nato il movimento studentesco internazionale Fridays for Future

“La Svezia ha riconosciuto il valore della tua ‘crociata’?”

“Molto di più il mondo. A Bruxelles, Londra, Olanda. Italia, Germania, Finlandia, Danimarca, Russia, Australia…”

“Ti ha dato alla testa questo giro del mondo da protagonista di una rivoluzione? La verità…”

“Non ho avuto né il tempo, né l’opportunità per insuperbirmi. La mia è una missione che non porterebbe a nulla se fosse una battaglia individuale”.

“Tuoi denigratori hanno ironizzato sul tuo aspetto e il tuo male”

“Nessuna sorpresa. Tutte le diversità suscitano sentimenti di ripulsa e spesso di odio”

“Serviva un salto di qualità”

“A dicembre di un anno fa ho portato il mio ammonimento al vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. A Katowice, in Polonia

“È servito?”

“Purtroppo niente è definitivo”

“A questo punto, ti senti una crociata?

“Assolutamente no e neppure Giovanna d’Arco, nemmeno una martire”

“Cosa allora?”

“Una voce piccola. Il movimento  che cresce in tutto il mondo è patrimonio della gioventù e l’ha amplificata, l’ha trasformato in energia il loro monito di ripristinare il clima che preserverà la vita”.

Pausa, è tempo di far colazione. Greta ha scelto di essere vegana e ha convinto anche i genitori a seguirla. Davanti sè due banane e un paio di bottigliette d’acqua naturale in plastica.

“Ti attaccheranno per questo, La plastica è l’altro grande tema che incombe sul pianeta”

“E avranno hanno ragione. Non ci ho pensato prima di andare in stazione e sul treno non ci sono che queste bottigliette”

“Greta, ho trascritto sul  mio taccuino un tuo intervento pubblico. Haidetto: ‘Parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino. La biosfera è sacrificata perché alcuni possano vivere in maniera lussuosa. La sofferenza di molte persone paga il lusso di pochi. Nel 2078 celebrerò i 75 anni e se avrò figli, forse passeranno quella giornata con me. Mi chiederanno di voi, forse mi chiederanno perché non avete fatto nulla, mentre era ancora tempo di agire. Dite di amare i vostri figli sopra qualsiasi altra cosa, eppure state rubando il loro futuro. Avete esaurito le scuse”.

“So che hai incontrato Papa Francesco…”

“Con la solennità e la semplicità che gli sono prorprie che lo fanno personaggio leader del mondo, mi ha detto ‘vai avanti’”.  

“Le tue parole, i tuoi comportamenti, la capacità di coinvolgimento ha proseliti, esempi antecedenti?”

“Nel 1992 la canadese Severn Suzuki, all’età di 12 anni, parlò all’ONU sulle questioni ambientali dal punto di vista dei giovani ed ebbe l’attenzione in tutto il pianeta. Mi sento sua erede. MI sento vicina alla comandante Carola Rackete, che  si batte per la difesa dell’ambiente”

“Ti sottoponi a un lungo viaggio in treno, hai paura di volare?”

“Giuro, non mi fa paura niente e nessuno. Evitare di volare spero serva a far valutare l’entità dell’inquinamento che provocano dai jet”

“Greta, non credi che l’impegno permanente a cui dedichi la giovane vita sottragga normalità ai tuoi sedici anni?”

“Spero che tu mi creda. Ogni assenza, se capisco che vuoi dire, si compensa mille volte con l’entusiasmo che mi regala trovarmi tra migliaia di ragazzi come me, che contestano l’incoscienza interessata degli adulti, le responsabilità criminale di chi inquina e di chi lo consente, della politica a loro asservita”.  

“Ti troverai a New York, nella sede dell’Onu, al cospetto dei potenti della Terra. Pochi  di loro condividono la tua battaglia, molti l’osteggiano, Comunque sarà un parterre che può far tremare i polsi a chiunque. Anche a te?”

“Proprio no. Sono talmente arrabbiata e mi auguro d trasmetterlo, soprattutto a chi finge di non sapere che partecipa al disastro ambientale”.

“Sai già cosa dirai in quell’aula?”

“Non devo inventare niente lì per lì. Dirò tra l’altro… ‘Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia, con le vostre parole vuote. La gente soffre. La gente muore. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa, e voi discutete di soldi, ci propinate le favole di una eterna crescita economica. Come osate? Da oltre 30 anni la scienza è stata chiara, come osate continuare a guardare da un’altra parte? Ci tradite, ma i giovani hanno capito il vostro tradimento. Gli occhi di tutte le future generazioni sono su di voi e, se sceglierete di tradirci, non vi perdoneremo. Mai’. Più o meno questo dirò, guardandoli dritto negli occhi”

“Partirai dall’Inghilterra con una barca a vela, da Plymouth a New York, ma anche questi yatch inquinano”

“La barca è dotata di pannelli solari, è all’insegna delcarbon neutral”.

 

“Dovessi tornare al giorno prima dello sciopero scolastico di Stoccolma, cambieresti cosa?”

“Chiederei a un bravo regista con vocazione ambientalista di filmare gli iceberg che si sciolgono al sole, la terra che si spacca per la siccità, i bambini del mondo che muoiono di fame e sete, la magra dei fiumi, i raccolti persi per le alte temperature, le metropoli sommerse nello smog. Realizzato il docu-film lo imporrei, come obbligo, per la proiezione in tutte le scuole del mondo, nella aule dei Parlamenti, nelle sale cinematografiche. Ma è un’utopia ed è anche ragione che spiega il percorso che sto attraversando”

“Chi era la Greta prima dello sciopero scolastico di Stoccolma?”

“Vivevo chiusa nel mio mutismo, spesso in lacrime per essere vittima di bullismo. Impiegavo ore per mangiare e non finivo mai quello che avevo davanti. Mi portavo addosso le conseguenze della sindrome di Asperger. Mi appassionava lo studio sulle emissioni di anidride carbonica. Era  un’idea fissa”.

“Stanca?”

“Del viaggio o di quello che faccio?”

“Del disagio di  dover lottare spesso contro barriere di cemento su cui rimbalzano, senza scalfirli, le battaglia ambientaliste”

“Forse non lo sai e sarebbe meglio che l’ignorassi. I giornali italiani di destra ti insultano. Su ‘Libero’: Bergoglio in Vaticano, vieni avanti gretina. La rompiballe dal Papa. Il ‘Tempo’: Anche al Papa tocca benedire Greta’. Altri “Faccia di c..o”, in riferimento alla tua malattia. Il ‘Giornale’: Il comunismo verde (proprio così) dei gretini ora sbarca in Vaticano… E però, sappi Greta, che il prestigioso Time ti inserisce tra le 100 persone più influenti del mondo”

“Non lo sapevo degli insulti ma, ma potevo immaginarlo. I demoni che mettono a rischio la sopravvivenza del pianeta hanno dalla loro poteri forti: petrolieri, industrie multinazionali inquinanti, big della produzione di auto, aerei, carrarmati e possono contare sulla stampa amica”.

“Ma sappi Greta, che il prestigioso Time ti inserisce tra le 100 persone più influenti del mondo. La scuola, nel complesso, partecipa al tuo progetto con iniziative di piazza. Presidi di licei e università legittimano le assenze degli studenti nei giorni della mobilitazione. E sai del  racconto dei media progressisti di Leah, una ragazza di quindici anni in piazza a Kampala da otto mesi per ottenere dal presidente del suo Paese la messa la bando della plastica? Sai che negli Stati Uniti Ocasio Cortez, la democratica ambientalistica  americana, si vorrebbe addirittura candidarla per la  Casa Bianca?”

“Sono le mie compagne virtuali, tifo per loro”

“Fra tante malignità anche la voce di una tua faillance scolastica”

“Non poteva mancare, ma basta scorrere i voti sulla mia pagella. In dieci materie la A, punteggio massimo, in altre la B che da noi equivale al 9”

“Greta, siamo quasi in stazione. Tante ore sono volate, spero di non  aver abusato del tuo tempo prezioso. Ti ho lasciato riposare tra un primo turno e l’altro di domande e risposte, ho imparato a leggere nei tuoi grandi occhi, al tempo stesso severi e dolci, ad ascoltare con attenzione la tua voce giovane, autorevole, a giudicare la consapevolezza di un così determinante affidamento alla tua apparente fragilità, di una missione che in poco tempo ha toccato la coscienza di milioni di persone, che ha trasformato le buone intenzioni in impegni concreti. Per fare un esempio l’investimento di 50miliardi di euro annunciati dalla Merkel per l’ambiente e, di questi giorni, la svolta green del governo giallorosso italiano.  Merci Greta e buon futuro”.

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IL RACCONTO DI DOMENICA 22 SETTEMBRE 2019

Il borgo risuscitato

DI LUCIANO SCATENI

L’inganno non è esclusiva di prestigiatori e illusionisti. Famoso è l’americano David Copperfield  che fa sparire  e riapparire interi edifici e persone. Nel pianeta delle religioni si sprecano le frottole su statue di santi e Madonne che piangono lacrime e sangue, venerati fin quando l’esperto di idraulica non provvede a sbugiardare i mistificatori. Ma tutto questo è niente se paragonato ai grandi eventi che appassionano i fedeli, convinti che l’ampolla con il presunto sangue di San Gennaro si sciolga puntualmente due volte all’anno e raramente no, per rendere credibile il miracolo. Monumentale è la suggestione di luoghi come Lourdes, ma  nessuno di chi ci crede ha mai risposto alla provocazione “ma come mai la Madonna non ha mai fatto ricrescere un arto a chi l’ha perso?”      

Il borgo degli Allori se ne sta accucciato sul rilievo a metà del monte Lesima, a seicento metri sul livello del mare, nel cuore delle Alpi liguri. I duecento abitanti, discendenti di  due storiche famiglie, i Ricasoli e i Capalbio, hanno resistito  al flusso di esodi dalle piccole comunità di montagna, fin quando hanno tratto profitto, seppur minimo, dal tenere in vita le colture a terrazzamento di viti e ulivi. Il loro abbandono ha coinciso con il mancato ritorno in termini di profitto del lavoro contadino e l’indisponibilità dei giovani a una vita di fatica avulsa dalla società industriale. Si spopola il borgo, molti vecchi mettono fine alla loro vita di stenti, bambini non ne nascono più. Restano a viverci in cinque, ultrasettantenni, accuditi dal nipote di uno di loro, tornato in paese dopo un’esperienza negativa in città, a Genova. Il destino del borgo è segnato.

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Arturo ha ventinove anni e un’intelligenza che gli specialisti definiscono creativa: dipinge e la sua pittura ricorda la magica fantasia di Mirò, compone canzoni, in assonanza con i cantautori liguri. Si arrovella per inventare qualcosa di risolutivo che rivitalizzi il borgo, che lo rianimi con residenti attratti da motivi condivisi. Ha speso due anni in uno studio di grafica pubblicitaria di Savona, l’ha abbandonato per dissenso sulla linea editoriale dell’azienda, ma ne ha ricavato preziose conoscenze sulla tecnologia applicata alla fiction. Gli capita di leggere il reportage di un inviato che racconta il ‘miracolo’ di Medjugorje, il giro d’affari intorno alle presunte apparizioni della Madonna a veggenti, che a date fisse, per non interferire sui raduni dei fedeli, ricevono il messaggio diretto della Madonna, perché la trasmettano ai popoli. Per saperne di più Arturo investe i risparmi in un viaggio investigativo nella piccola località della Federazione di Bosnia ed Erzegovina di religione cattolica. Domina Medjugorje la chiesa di San Giacomo, opera faraonica criticata, perché esagerata per un villaggio di cento abitanti, ma forse immaginata per  quanto sarebbe accaduto con le presunte apparizioni, incredibile, oceanico  fenomeno di massa. Il piccolo borgo esplode in un macroscopico  boom economico. Sorgono molti alberghi e il flusso di pellegrini tocca il milione di presenze all’anno. Negli anni ottanta a cinque ragazzi è attribuita la ciclica apparizione della Madonna sulla collina di Medjugorje, che consegnerebbe loro messaggi da diffondere al mondo. La Chiesa per molto tempo tace e diventa complice della speculazione miliardaria che ruota intorno quanto raccontano i cinque veggenti, ma negli anni 90 dichiara che “sulla base di quanto finora si è potuto investigare, non si può affermare che abbiamo a che fare con apparizioni e rivelazioni soprannaturali”. La posizione, permeata di scetticismo, non scalfisce il sistema affaristico delle cosiddette apparizioni e neppure il giudizio critico di Papa Francesco.

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Arturo intuisce che per smontare la finzione delle apparizioni deve scovare un quinta colonna della complessa macchina organizzativa. Non gli riesce per molti giorni, ma l’indagine approda finalmente alla svolta decisiva. Nel paese di Medjugorie circola, guardato a vista, un anziano comunista, dichiaratamente ateo. Gli organizzatori dei pellegrinaggi lo pagano generosamente per impedirgli di rivelare i trucchi delle finte apparizioni. Igor è anche sopravvissuto a un tentativo di eliminarlo fisicamente, grazie al suo passato di lottatore che gli ha consentito di schivare le coltellate di un sicario: “Amico, vi dico qual è il trucco, ma dovete impegnarvi a diffondere la verità su Medjugorje. Alle spalle della collina, da una casupola ben occultata, disabitata e interdetta a tutti, un operatore fa apparire l’immagine della Vergine con un sofisticato sistema di proiezione. L’area posteriore della collina è presidiata da polizia e militari che non fanno avvicinare nessuno. Capito?”

“Hai le prove?”

“Domani è prevista un’apparizione. Stasera nascondetevi nel boschetto a pochi metri dalla casupola e domani vedrete il fascio luminoso che proietta l’immagine della Madonna”.

Arturo non mantiene la promessa  e torna al borgo Degli Allori, intenzionato a replicare lo  stratagemma di chi si arricchisce con il mito delle apparizioni. Provvede a procurarsi l’attrezzatura descritta dalla ‘spia’ che ha smascherato la truffa di Medjugorie e sceglie la piazza del paese per creare il ‘miracolo’ di  san Geodosio, patrono del borgo. La casa che abita è strategica per mettere in atto il piano che nelle sue intenzioni dovrebbe attirare folle di fedeli.  La stanza da letto del palazzo dove abita è molto arretrata rispetto al terrazzo che s’affaccia sulla piazza  e dal basso è impossibile scorgere il fascio di luce che proietta l’immagine del santo. La prova del possibile inganno avviene nel momento in cui i superstiti del borgo giocano a carte in un’area della piazza opposta, alla luce fioca di un lampione. Primo ad accorgersi dell’apparizione è il più vecchio del borgo eper poco non viene meno.

Arturo, lasciato in funzione  il proiettore, scende in piazza e grida al miracolo. La voce di quanto è accaduto circola velocemente e arrivano al borgo i primi fedeli, guidati da don Erminio della vicina parrocchia di Civitella, il paese che dista un paio di chilometri dal borgo degli allori e che soffre, di analogo problema per l’esodo di molti paesani.

Rinasce il Borgo, i pellegrinaggi si moltiplicano, fioriscono le attività di ristorazione e ospitalità, tornano i giovani e ad Arturo si affianca lo staff dell’organizzazione, piovono le offerte di benefattori, cattolici credenti. La Chiesa tace.

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IL RACCONTO DI DOMENICA 15 SETTEMBRE 2019

Mia, o di nessuno

Società malata, disparità di sesso, violenze fino al femminicidio, crimine erede della subcultura che per anni ha punito con condanne inverosimilmente lievi il ‘delitto d’onore’; che di fronte alla denuncia di violenze sulle donne ha finto di non capirne la seriale gravità; che ha risposto allo stupro di giovani donne con l’ignobile sospetto di rapporti consenzienti; che ha rimesso in libertà o non ha carcerato mariti, compagni, fidanzati accusati soprus e brutalità .

DI LUCIANO SCATENI

Ossessionato dal sesso. La diagnosi non lascia margini di dubbio. A stilarla è un luminare della psicanalisi, direttore della cattedra di settore, responsabile della società internazionale di psicologia, autore di una decina di saggi tradotti in ventidue lingue. Appena compiuti i diciotto anni, i genitori di Luca si sono affidati al professor Linguardi preoccupati non poco di ‘strani’ comportamenti del figlio fin dai primi anni di vita. La diagnosi: “Non è raro che bambini di pochi anni sentano precocemente pulsioni erotiche. Nella maggioranza dei casi è il riflesso della curiosità per il proprio corpo e più in generale per il sesso, che induce a chiedere come nascono i bambini, perché la mamma ha i seni grandi e un pancione, perché le bambine fanno la pipì sedute sul water”.

Per Luca è altro. A otto anni d’età, solo in casa con la giovanissima cameriera, un ingenua ragazza di campagna spedita a lavorare in città per aiutare le difficoltà della famiglia, la costringe ad accucciarsi in un angolo buio della casa e a togliersi le mutande, per toccarla nelle parti intime. Con l’altra mano le stringe i seni, ben sviluppati.

La madre lo sorprende rientrando dalla spesa anzitempo e urla “Luca, ma che fai?”. Il bambino semplicemente non risponde e la donna inveisce con la ragazza, per essere stata consenziente. Si guarda bene dal parlarne con il marito. Con lui questi argomenti sono assoluto tabù.

Luca frequenta la terza elementare della Scuola Carducci. E’ una classe mista e lui adocchia dal primo giorno la compagna più carina. Celeste è bionda come la mamma, ha piacevoli tratti del viso, cappelli biondi che le cadono sulle spalle. Veste abitualmente con gonne corte, molto alte sulle ginocchia ed è il dettaglio che stuzzica l’erotismo precoce, del ragazzino.

“Maestra, posso uscire?” chiede la bambina.

“Vai pure”

Luca: “Maestra anche io devo andare in bagno”

“Va bene, vai anche tu”

Escono insieme, ma il ragazzo si stacca di corsa dalla compagna ed entra nei bagni con buon anticipo. Non si dirige alle toilette dei maschi, entra in quello delle femmine e si chiude in uno dei due gabinetti. Quando sente entrare la compagna le va dietro, chiude la porta alla sue spalle e le mette le mani addosso. Celeste prova a difendersi, grida, morde una mano di Luca, ma non riesce a respingerlo. Non va peggio solo perché dal corridoio arrivano le voci di due ragazzi che si avvicinano al bagno.

“Celeste, prova a dire qualcosa e te ne pentirai”

La bambina scuote la testa e fa cenno di no. Obbedisce per timidezza e per la vergogna di confessare quanto le è successo. Luca se la cava e promette a se stesso di riprovarci. Scopre di abitare a poca distanza dalla scuola e dalla villetta della bambina, nascosta da un boschetto fitto di pini di mare, che la separano dalla spiaggia. Per Luca è l’occasione per ‘tornare all’attacco’, l’imprevisto di una tarda mattinata che manda gli scolari a casa prima del previsto per un malore della maestra che dev’essere accompagnata al pronto soccorso per precauzione. Luca affretta il passo e si nasconde dietro un pino che costeggia la stradina dov’è l’abitazione della compagna. Quando Celeste si trova all’altezza dall’albero, l’afferra per un braccio e la trascina all’interno del boschetto. Le stringe i polsi con una mano. Con l’altra le solleva la gonnellina, le mette una mano sotto le mutandine, le impone di non gridare.

La bambina arriva a casa piangendo e la governante aspetta che si calmi. Celeste trova il coraggio per raccontarle quanto le è accaduto. Il giorno dopo il padre si precipita alla scuola della figlia e denuncia alla direttrice quanto ha subito Celeste.

La sentenza: sospensione di un mese e al rientro trasferimento in un’altra classe di soli maschi, ma anche il consiglio ai genitori di affidare il figlio a uno psicologo dell’infanzia. Consultano un lontano cugino, laureato a Parigi e tornato in Italia, che accetta di prendersi cura di Luca.

 

“Sono tuo amico e come si fa tra amici puoi parlare liberamente, sicuro che quanto dici rimarrà tra noi due”

“Dottore, ma chi ti devo dire?”

“Cosa ti ha spinto ad assalire Celeste?”

“È che ne so…, non lo so. È che mi piace”

“Vedi Luca, la normalità è che bisogna piacersi in due, altrimenti diventa violenza e oltretutto ottieni il contrario. Ti respingono, com’è successo con la tua compagna. Per un mese non potrai andare a scuola e poi ti ritroverai in una classe diversa. Ma dimmi, ti è successo altre volte di comportarti così?”

“Sì. Ogni volta che vedo qualcuna che mi piace, ho voglia di spogliarla, di toccarla…”

“Senza vergognarti, dimmi adesso se tu ti tocchi, se ti piace toccarti”

“Sì”

“Sai usare il computer?”

“L’ho imparato a scuola, per fare le ricerche”

“E a casa? Hai mai cercato immagini di donne nude?”

“Lo faccio sempre, mi piace guardarle”

“Cosa ti piace di più?”

“Quando si spogliano”

“Vorresti farlo tu, spogliarla?

“Sì”

Lo psicologo riferisce ai genitori “Il problema è più complesso di quanto immaginassi in base a quanto mi avete raccontato. Luca è un caso estremo di ossessione sessuale, assolutamente raro in un bambino della sua età e c’è ben poco da fare per intervenire su questa anomalia”.

“Consigli?”

“Fate in modo che sia attratto da interessi alternativi, che sia impegnato in attività sportive, insegnateli a rispettare gli altri, prima di tutto la volontà degli altri”.

 

 

Luca sembra mettere la testa a posto. Probabilmente perché crescendo ci prova con ragazze della sua età, quasi sempre consenzienti. Appena dopo la maturità cerca e trova lavoro in una società di informatica e interrompe l’impegno ‘terapeutico’ di tenere a bada la prorompente sessualità.

Nell’azienda è a stretto contatto con una collega di aspetto avvenente. Torna nella sua mente deviata il vizio patologico di trasferire il piacere di conoscere una donna nell’ambito immediatamente conseguenziale dell’erotismo.

Convive con lei e la scopre disposta a un rapporto sessuale privo di limiti. Diana, condivide totalmente l’ossessione del marito.

Quando Luca si assenta per una missione di lavoro, invita a casa Egidio, collega di cui si parla come uno stallone insaziabile e ci va a letto più volte.

Luca torma dalla trasferta e si sorprende con dispetto a non corrispondere completamente alla libidine delle moglie. Lei non fa niente per nascondere l’insoddisfazione.

Con alibi ben congegnati Diana si ritaglia spazi per gli incontri con l’amante, consumati in un modesto alberghetto a ore.

Elisa, collega di Luca, che non nasconde di corteggiarlo, scopre per caso le trasgressioni di sua moglie. Mentre guida, si trova per caso alle spalle dell’auto di Egidio, che conosce bene. La macchina poco prima di una rotonda rallenta e curva a sinistra per arrestarsi di fronte alla porta d’ingresso dell’ ‘Hotel tre stelle’. Dall’auto scendono Egidio e Celeste che e si affrettano entrare dopo essersi accerta che nessuno li ha visti.

“Luca, ho pensato a lungo se dirtelo o no, ma ho deciso che è la cosa migliore è parlartene”.

“Parlare di che?”

“Credimi, mi dispiace farlo, ma credo debba sapere che tua moglie ti tradisce.”

“È una tua velenosa fantasia?”

“Prova a capire cosa fa e dove va tua moglie quando si assenta”

Nessun dubbio, Elisa ha detto la verità.

 

“Celeste, dove sei stata?”

“In centro sono cominciati i saldi e ho voluto dare un’occhiata alle offerte”

“Puttana, li chiami saldi le scopate con quella bestia di Egidio? Hai fatto lo sbaglio della tua vita. Cosa pensi, che me ne faccio una ragione, che ti perdoni, che diventi un cornuto senza palle?”

“Aspetta, ascolta, hai ragione mi sono comportata da puttana, ho sbagliato, ti chiedo perdono. Non provo niente per quell’uomo”.

“Non provi niente? E ti sembra una scusa. E peggio, molto peggio. Te ne fossi innamorata, non sarebbe cambiato molto, ma andarci a letto solo per scopare mi convince che devi sparire dalla mia vita e anche dalla tua. Mettiti in ginocchio…in ginocchio, subito.

 

Un colpo della 6 e 75 finisce nell’inguine delle donna, il secondo dritto al cuore.

I media il giorno dopo: “Tragedia passionale a Gorizia. Uomo, reo confesso, ha ucciso la moglie con due colpi di pistola. È l’ennesimo femminicidio e conferma la cancrena del machismo che considera la donna una proprietà di cui disporre a proprio piacimento”.……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………..

IL RACCONTO DI DOMENICA 8 SETTEMBRE 2019

Cosimo

“L’amore appena nato…è già finito…”

DI LUCIANO SCATENI

Fabiana ha dalla sua un sorriso dolce, occhi che se guardano con inusuale intensità perché tu non ti sottragga, oltrepassano retina e cristallino e si tuffano nel dedalo dei gangli dove si nascondono le vibrazioni più inconsciamente emozionanti. La giovane universitaria ha chiesto all’ufficiale dell’anagrafe di concederle un metro e sessantotto di altezza, ma i suoi centimetri non superano i centosessantaquattro. Non è bella Fabiana, ma è la più elevata concentrazione di fascino e lo deve a Ela Severova, alla madre bielorussa, incoronata miss del suo Paese appena compiuti i 18 anni, ingaggiata dalla casa di produzione cinematografica di Minsk per film e video pubblicitari, poi strapagata dalla Emerson Usa, casa di San Pedro produttrice di film hard, poi divorziata da Eugenio Curtis, man in carriera. Ela era sessualità in ogni centimetro del corpo. Avrebbe indotto a pentimento il vezzo pittorico di Modigliani di dipingere imperfezioni femminili, marchio di fabbrica della sua arte raffinata.

Fabiana ha coltivato il mito della madre. Come lei, se si esclude la notevole differenza di altezza, è erotismo puro, che le rende arduo tenere a distanza i coetanei della facoltà di architettura, dov’è a un niente dalla laurea e la fastidiosa intraprendenza di un paio di docenti.

È in corso la terza edizione del campionato universitario di basket. È storica la rivalità di Architettura con la facoltà di Legge. Una vittoria per ciascuno negli ultimi due anni, favorite dall’una e dall’altra parte dalla presenza di atleti che giocano in squadre di serie A e B. La differenza nel team dei futuri architetti la fa il talento di Massimo Occhipinti, un pivot di 2 metri e 3 dell’Olimpia Basket. Per i quasi avvocati il numero uno è Cosimo Durante, guardia da 25 punti a partita. La finale si gioca in campo neutro, nel palasport del Cus, Centro Universitario Sportivo, ospite equidistante delle due squadre.

Fabiana è affascinata dalla trance agonistica dei ragazzi in campo, ma combattuta tra il campanilismo per il team della sua Facoltà e l’interesse non solo cestistico per il ‘fenomeno’ della squadra avversaria.

Cosimo lo sa. Tutto ha avuto inizio con la sorpresa di scoprirsi reciprocamente attratti dal cinema d’essai. Il primo incontro è avvenuto alla rassegna retrospettiva di Goddard, regista,

sceneggiatorecritico cinematografico, uno degli esponenti più importanti della Nouvelle Vague, tra i più significativi del cinema francese e internazionale, innovatore linguistico del cinema, Leone d’oro alla carriera, Oscar onorario.

“Mi sbaglio o ti ho vista un anno fa, tra i tifosi di Architettura, alla partita che abbiamo vinto?”

“C’ero, ma non sono una tifosa, mi piace il basket e fossi più alta l’avrei praticato”

“Non sei molto informata. Uno dei giocatori americani più pagati si chiama Bill Brook e sai quanto è alto? Un metro e sessantotto, altezza incompatibile con il basket moderno. Ma lui segna quasi trenta punti a partita. Io stesso non sono un gigante, ma dicono che ho talento e gioco in serie A, a scapito della laurea che inseguo da troppo tempo” “E Goddard?”

“Non è il cinema che amo di più, ma la sceneggiatura dei suoi film è da Nobel e quel che più conta è l’architetto responsabile delle ambientazioni. Secondo me è un genio”

“Il tuo regista preferito?”

“Antonioni, forse Bergman. Hanno il cinema nel loro Dna. Il tuo?”

“Clint Eastwood di ‘Gran Torino’, di ‘Million Dollar Baby’. Musica?”

“Se conosci The Koln Konzert di Keith Jarret hai fatto centro, ah, i Concerti brandeburghesi di Bach”.

“Ma sono agli antipodi…”

“Obiezione respinta. La musica di Bach è paradossalmente ultra moderna, quanto il jazz”.

“Allora dobbiamo ascoltare insieme Jarret e Bach”

“Se è una sfida accetto. In palio cosa?”

“I canestri della finale con Architettura dedicati a te”

“Lo farò di là dalla tua promessa richiesta”.

“ Ascolta, sulla collina alle spalle della città, i miei genitori, quando erano ancora nel pieno della maturità affettiva, hanno comprato una villetta, dove hanno vissuto gli ultimi anni in serenità. Purtroppo non ci sono più, ma la villetta e ancora lì e ho integrato i comfort con un impianto stereo da discoteca. L’ideale per ascoltare Bach e i virtuosismi di Jarret.”

Massimo è alle prese con l’esame di composizione 2, ma la testa è alla finale con la squadra di Legge. Non spetta a lui neutralizzare l’abilità balistica del miglior realizzatore della storica avversaria, ma non è detto. “Potrei almeno limitarlo nella percussioni a canestro con le stoppate, ma da me il coach vuole soprattutto canestri nei due o tre metri del sotto canestro”.

 

Architettura 64/Legge 61 al settimo minuto del quarto periodo. Il match è alla svolta che può decidere la sfida. Il tiro da tre punti di De Vitiis di Architettura rimbalza tre volte di seguito sul ferro del canestro e beffa l’autore del tentativo. Il rimbalzo è nelle mani del pivot di Legge che lascia al play di dare il via alla manovra d’attacco. A formazione schierata il pallone è nella mani di Cosimo Durante. Doppio scambio con il play, una serie di finte per disorientare la guardia avversaria e si proietta a canestro in palleggio. All’altezza della lunetta, Occhipinti esce dall’area dei tre secondi per contrastare la percussione dell’avversario. Allarga una gamba per impedire di essere superato. Troppo. Il ginocchio della guardia di Legge incontra la tibia del pivot. Il crac non lascia spazio all’ottimismo. Lo sfortunato Cosimo si accascia sul parquet. Lo portano negli spogliatoi i due assistenti dell’allenatore.

La sua assenza condiziona l’esito dell’incontro. Architettura 74, Legge 71.

 

Accanto al lettino dell’ospedale, si affollano il coach della squadra, i compagni, i familiari.

Fabiana resta fuori fino a quando nella stanza non rimane nessuno.

“Cosimo, maledizione, che sfortuna”.

“Ci sta, Fabiana, chi pratica sport mette anche questo nel conto. Pazienza. Considero l’infortunio una pausa. Profitterò per studiare Diritto Internazionale e un paio di libri accantonati per mancanza di tempo. L’unico rammarico è di aver interrotto il fil rouge del nostro rapporto. L’incontro nella mia villetta mi sta nella memoria come un magia, bruscamente infranta da questo guaio”.

Fabiana trattiene le lacrime, ma si lascia andare appena all’esterno dell’ospedale. All’indomani, in facoltà, incrocia Massimo Occhipinti.

“Sorry, lo sport è fatto così. Si vince, si perde”.

“Non è proprio così. Sulla nostra vittoria incombe un nuvolone, come sai bene”.

“Ne ho colpa?”

“Lo sai solo tu. La gamba che ha provocato la frattura di Cosimo non era certo la mia”

“Sei innamorata di lui?”

“Sono innamorata”

 

Nella camera operatoria il professor Mingardi è corrucciato. La frattura esposta del giocatore infortunato si è infettata ed è degenerata in cancrena, nonostante i sanitari si siamo prodigati per impedirlo e la complicazione che il chirurgo ha sotto gli occhi è l’esito del check up. Il cardiologo ha riscontrato una malformazione cardiaca mai accertata. Il paziente è a rischio.

 

Fabiana è all’oscuro di tutto. Non le hanno detto che Cosimo perderà una gamba e che rischia di non superare l’intervento.

 

Il peggio è passato. L’operazione è riuscita e il cardiologo è sicuro che al tempo giusto un intervento di routine correggerà l’anomalia riscontrata nel paziente.

Il padre di Fabiana è ceo di una multinazionale dell’informatica. Il vertice tedesco dell’azienda gli chiede di guidare la nascita della filiale francese e la nuova destinazione coinvolge tutta la famiglia.

 

“Cosimo, ho provato a restare in Italia, non mi è riuscito. Ti auguro tutto il bene possibile. Sei abbastanza forte per superare quanto ti è accaduto. Non ti dimenticherò e prima o poi tornerò in Italia”

Una notte insonne, l’immobilità a cui non è abituato, spettri all’orizzonte di un futuro da invalido, lo stop allo sport che ha amato, lo sfondo grigio di una vita da handicappato, la storia appena iniziata con Fabiana, interrotta. Ma sarà vero, per il trasferimento della famiglia, o è un modo per mettere fine senza rimorsi a un rapporto impossibile?

La stanza di ospedale dov’è ricoverato Cosimo affaccia sul cortile interno, dove sono parcheggiate le auto del personale in servizio notturno.

Nella frazione di tempo prima che si arresti il volo nel vuoto, il niente, prima del tonfo sul tetto di una Volkswagen. Di primo mattino un’infermiera scopre il corpo senza vita dell’atleta.

 

Il mondo dello sport è in lutto. A Fabiana la notizia arriva con un messaggio sullo smartphone e va in rapida, ma per fortuna temporanea depressione.

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IL RACCONTO DI DOMENICA 1 SETTEMBRE 2019

Bogotà andata e ritorno

DI LUCIANO SCATENI

Nelle vie del Chorro de Quevedo, luogo di spettacolari graffiti di Bogotà, il traffico è interdetto dalle prime ore di questo 20 Febbraio uggioso, infastidito da una pioggia fitta, leggera, di quella che per i napoletani “schizzichea”, straordinaria invenzione onomatopeica.Dalle fabbriche della zona industriale sono convenuti metalmeccanici, chimici, edili e lavoratori dei trasporti. La recessione è al suo culmine e migliaia di operai hanno perso il lavoro, il ricorso alla cassa integrazione tocca cifre mai raggiunte prima. La forbice che separa ricchezza e povertà si è drammaticamente divaricata.

Somiglia a un fiume in piena l’esodo di colombiani allo stremo.  Sperano di trovare il minimo per la sopravvivenza nella vicina Venezuela, ignari che il Paese confinante, dopo gli anni dell’opulenza, dei macchinoni americani, dei grattacieli, degli alberghi di lusso come l’Hilton, è piombato nel baratro dei  governi della corruzione. I colombiani che valicano il  crinale della montagna che incombe su Caracas non vanno oltre il versante opposto. Come altre centinaia di migliaia di connazionali, che li hanno preceduti, diventano abitanti abusivi di miseri ranchitos abbarbicati addosso all’altro. In tanti finiscono per militare nello sterminato esercito di disperati che nottetempo scendono in città per rubare e rapinare, specialmente i turisti. Altri diventano pusher per lo smercio di cocaina esportata dalla Colombia, che nonostante interventi repressivi e piani di riconversione dell’economia è stabilmente leader nella produzione mondiale, con il 70% della produzione il 90 della trasformazione.

Ai margini del corteo che attraversa il Charro dei graffiti Alejandro e Gabriel, fratelli divisi da un paio di anni d’età, sono di quei colombiani che s’arrangiano con lavori saltuari di ambulantato.

“Gabri, non so tu, ma io ne ho abbastanza di vivacchiare a stento in  questo dannato Paese. Qui non abbiamo futuro e meno di noi ne ha chi viene dopo di noi”

“Ale, a chi lo dici. Non riesco più ad arrivare alla fine del mese, ma che facciamo?”

“Ho sentito Tomas. Nostro cugino ha messo su una fabbrica di scarpe a Napoli. Lavora per una grande azienda multinazionale e mi dice che gli va bene”.

“Che vuoi dire, emigriamo in Italia?”

“Hai un’idea migliore?”

Con la vendita della casa popolare assegnata alla famiglia di Alejandro,    coabitata dal fratello Gabriel, i Cortez raggranellano i pesos per il viaggio in classe Economy Bogotà–Milano della compagnia di bandiera Avianca,  per la prosecuzione Malpensa-Capodichino e quanto occorre per il soggiorno iniziale a Napoli. Il Boeing atterra a Napoli con venti minuti di ritardo, alle 22 e 45 del 10 marzo.

Flash back. Bogotà, Pedro, è infuriato per la partenza di Maia. Da due anni sono amanti e hanno accuratamente nascosto a occhi indiscreti la loro relazione. Gabriel ne è all’oscuro, gli incontri clandestini avvengono in  un albergo a ore in periferia, con tutte le cautele. Pedro le ha provate tutte per scongiurare la separazione. Minacce, inutili, ripetuti tentativi di convincerla: “Maia, fai qualcosa per scoraggiare tuo marito, non puoi lasciarmi, ti prego…”

La donna ha provato a resistereall’incognita della migrazione. Aveva buoni motivi per farlo, ma non è riuscita  a far cambiare idea al marito. Aleena, moglie di Alejandro è invece ben disposta  a lasciare in Colombia anni di stenti. Spera di trovare a Napoli l’opportunità di mettersi alle spalle i disagi delle miseria.

Napoli. Tomas,con la moglie Selena, che non gli  ha dato figli, ha concentrato casa e laboratorio delle scarpe in due piani di un palazzo ferito dal terremoto dell’80, che porta ancora evidenti i segni dei danni subiti. Nello stesso edificio, al primo piano, l’insegna della Polizia segnala la sede del commissariato di zona. Il dirigente ha desistito dai tentativi di sfrattare la rumorosa fabbrichetta. Ha prevalso la tolleranza, per salvaguardare l’occupazione di una ventina di lavoranti.

Con qualche disagiole due famiglie colombiane riescono a sistemarsi nella vecchia casa, che ha stanze enormi e soffitti alti. In pochi giorni muratori e falegnami installano un paio di soppalchi.

Bogotà, 13 marzo. Pedro non si è mai rassegnato a perdere Maia. Ha provato a telefonarle,  per chiedere di lasciare il marito, di tornare. “Sai che posso offrirti una vita agiata, perfino lussuosa. La mia villetta nella collina che si affaccia sul  Lago Guatavita è pronta a ospitarti, ti aspetto”. L’amante non ha mai risposto. Non se l’è mai sentita di lasciare il marito e soprattutto il piccolo Victor, che non potrebbe portare con sé.

I fratelli Cortez trovano lavoro nel laboratorio di Tomas. Aleena e Maia, si ritagliano un loro spazio nella fabbrica del cognato. Comprano all’ingrosso stoffe che ricordano colori del Venezuela, confezionano semplici abiti, gonne, camicie e le vendono in una traversa di via Toledo, sulla loro bancarella. Se ne occupa quasi esclusivamente Aleena, mentre Maia si dedica al confezionamento. Del piccolo Victor si occupa una vicina, che intrattiene a pagamento i bambini delle donne che lavorano.

Bogotà, 2 Aprile. Pedro s’imbarca sul jet dell’Avianca, poi a Milano sul volo Alitalia per Napoli. A Capodichino chiede al tassista di lasciarlo al numero 89 della via Speranzella, dove un amico venezuelano trasferitosi a Napoli da anni lo ha informato che vive Maia. Si aggira nei dintorni, finché rintraccia la bottega di fabbro dell’amico, che lo mette al corrente sulle abitudini dei Cortez.

Il brigadiere Bonifaci s’inerpica fino all’ultimo piano dell’edificio, chiamato telefonicamente da uno donna novantenne colta da un  malore. Passa accanto all’abitazione dei Cortez.

“Strano, la porta è spalancata e da queste parti è una cosa che non va. Diamo un’occhiata all’interno”. Nella terza stanza di un lungo corridoio sembra che non ci sia nulla di anormale. Il letto matrimoniale è stato rifatto, come il lettino accanto. Per deformazione professionale Bonifaci ci gira attorno. In posizione scomposta il corpo di Maia è ricoperto del sangue di una decina di coltellate. La donna è morta da non più di un’ora, dice il perito settore. Il  brigadiere ha scoperto il delitto intorno alle 12. Le indagini si orientano in direzione del delitto passionale. Primo sospettato è il marito, ma all’ora accertata dell’omicidio, lo testimoniano gli operai della fabbrica, Gabriel era al lavoro e non si è mai mosso.

Nella mani  del  commissario il cellulare di Maia. Messaggio: “Non sei mia, non sarai di nessuno. Pace all’anima tua”. La scientifica risale all’autore.

Napoli, Capodichino. La polizia aeroportuale ammanetta  Pedro Sanchez, mentre in fila alla postazione Alitalia è in attesa di fare il check in per il volo Milano-Malpensa-Malpensa-Bogotà .

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IL RACCONTO DI DOMENICA 25 AGOSTO 2019

Ah, se il grano parlasse

DI LUCIANO SCATENI

Una mano rapace strappa la spiga dallo stelo, un’altra e un’altra. Finiscono nel reparto preparazione dell’Alimentaria S.p.A, all’avanguardia tecnologica nel comparto di genere. La spogliano del suo abito vegetale, tagliano di netto il gambo che la sorreggeva nel campo di dove l’hanno colta, la lavano e privano di piccole imperfezioni che non si considerano una pecca, ma il volere della natura. Il processo è ultrarapido, affidato a macchinari tedeschi tarati per ridurre i tempi di lavorazione quasi a zero. Il nastro trasportatore la trascina velocemente, per vie tortuose, al successivo stadio di lavorazione, il confezionamento. Il contenitore ospita tre spighe sistemate a piramide. Due sulla base, una al di sopra, centralmente. Il passaggio successivo è la chiusura ermetica della confezione con un velo di platica trasparente, ben teso.

È pronta per diventare oggetto di mercato. La catena di montaggio si completa e si ritrova in compagnia di altre diciannove spighe in un cartone rettangolare su cui campeggia la scritta “20 pannocchie”. Il camion della “Alimentaria” esce dalla fabbrica, s’immette nella superstrada di collegamento con l’A1 e viaggia spedito in direzione Napoli, si destreggia nel traffico, per sua fortuna ridotto in tempi di vacanzieri, s’infila nella strettoia che precede il parcheggio del supermercato. L’addetto al ricevimento della merce, carica quattro cartoni sul carrello di servizio e li affida al magazziniere del deposito, che ricevuto il carico, comunica l’arrivo al capo reparto di turno. Le confezioni di spighe finiscono nella scansia che precede gli scaffali della pasta e della farina.

  • §§

“Huuu…le spighe”.

Antonio è di corvée. Anna, insegnante delle superiori è a scuola, il compito della spesa tocca al marito, impegnato in turno lavorativo pomeridiano.

“Le spighe, che nostalgia. Le rosolava la nonna, quando ci ha ospitato nella sua casa di campagna, da sfollati, per sottrarci ai pericoli della guerra.

“Nonna cosa sono le pannocchie?”

“Vieni, dammi la mano, accompagnami in campagna”.

Agli occhi del nipote la distesa di un immenso campo di grano maturo, da cui spunta una marea di spighe.

“Guarda Totò, questo ben di Dio è la base principale del cibo degli uomini. Da questo dono del padreterno dipende in gran parte la sopravvivenza umana”

  • §§

Lo so, Anna mi bacchetterà con il suo solito ‘se non ti controllo e fai di testa tua, combini solo guai. Pannocchie? E che sei incinta, ne avevi così tanta voglia?’

“Sì e chi se ne frega, ne prendo due confezioni”.

  • §§

Anna mangia solo un toast, nell’intervallo tra l’ultima ora di lezione e il consiglio di classe. Pranza in solitudine Antonio. Prima di arrostire le spighe soddisfa l’interesse per questo frutto della terra e viaggia su internet.

‘Triticum (ovvero grano), nella classificazione scientifica: dominio (“Che sarà?) = eukaryota, regno = plantae, divisione = magnoliophyta, classe = liliopsida, oridine = poales, famiglia = poaceae, sottofamiglia pooideae, tribù = triticeae, genere = triticum’.

Stordito da questa sventagliata di riferimenti scientifici, Antonio sorvola sui ventidue nomi delle specie. Apprende che il grano è un cereale di antica coltura nelle aree del Mediterraneo, del Mar Nero e del Caspio. Le tipologie: grano tenero, duro, farro grande, medio e piccolo. Le prime due per la legge italiana rientrano nella categoria del frumento. Per l’alimentazione umana dal grano duro si producono semole e semolati, dal tenero si ottengono farine dai granuli sottili e tondeggianti. Per la panificazione si usa la farina di frumento, per la pasta semola di grano duro e qualunque aggiunta dalla legge è considerata una frode. Altri derivati sono l’amido e con la fermentazione l’alcol, ma anche un olio giallo bruno per la produzione di saponi e perfino la paglia, per le lettiere degli animali e la carta. Quasi settecento milioni di tonnellate è la produzione mondiale, ma fortemente sbilanciata. Paesi del terzo mondo, molte aree dell’Africa, per più motivi ambientali e sociali, ne sono privi e acuiscono il dramma della fame.

  • §§

“Questo di Agosto è il mese del raccolto e infatti nei mercati compaiono le pannocchie”: Antonio ritiene concluso l’acculturamento. Accende il gas della piastra più piccola e vi poggia un frangi fiamma. Il fuoco, da principio, indora i chicchi gialli, in modo non omogeneo. Ad ogni esplosione la spiga lancia un lamento inascoltato. Almeno è quanto la mente fervida di Antonio suppone che accompagni ogni scoppio di un chicco.

“Chissà se di lassù, sulle montagne dell’Anatolia, che si congiungono con le coste della Palestina, inclusa la valle del Tigri e dell’Eufrate, definita mezzaluna fertile dagli archeologi luogo di nascita, il frumento, avrebbe mai ipotizzato di finire sul fuoco di un fornello, con una delle sue infiorescenze annerita dal gas.

“Proprio buona e ricca, tanto da mettere il bavaglio all’appetito. Quasi faccio fatica a spolpare completamente la spiga”.

  • §§

Anna non ne vuol sapere e non le fa cambiare idea il sapere acquisito dal marito sul prezioso bene comune della Terra.

  • §§

Nel campo della nonna, ereditato dai figli, le falciatrici meccanizzate accumulano il frumento in alti covoni. Antonio, con una nuova escursione nell’immaginifico, pensa che se le spighe avessero una vita umanoide sarebbero orgogliose di essere fondamentali per l’umanità.

Ne parla alla moglie.

  • §§

“Sembri un bambino, con tutte le fantasiose ingenuità dell’età infantile”. “Non me ne faccio un problema, anzi. Umanizzare è un esercizio gratificante. Sai che ti dico, sgranocchiare una delle pannocchie, da un certo punto di vista, mi è piaciuto poco. Ascolta, il grano possiede il quadruplo di geni di un essere umano. Parola di scienziati. Cito da Wikipedia: ‘Si suppone che lo spirito del grano si incarni in diversi animali: lupo, cane, lepre, gatto, volpe, gallo, oca, quaglia, capra, vacca, maiale, cavallo. Quando si taglia il grano l’animale fugge davanti ai mietitori e se un mietitore si ammala si ritiene che sia inciampato per errore sullo spirito del grano che l’ha punito. La persona che taglia le ultime spighe o l’ultimo covone prende il nome dell’animale e conserva talvolta il nome per tutto l’anno. Talvolta chi ha battuto l’ultimo covone rappresenta esso stesso l’animale. Queste incarnazioni zoomorfe dello spirito del grano mettono in evidenza il carattere sacramentale della cena del raccolto: per i mietitori si tratta dunque di un pasto sacramentale’

“Gesù, Gesù, questo è matto…”

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Il Racconto di Domenica 18 agosto 2019

Dov’è Angela?

DI LUCIANO SCATENI

Il grande specchio che sovrasta il lavabo è crudele, ma lo è di più l’altro, quello del trucco, con il suo spietato effetto di ingrandimento. Appena oltre la soglia dei cinquanta, i solchi delle rughe tagliano le guance e la fronte non è meno aggrottata. Il collo è grinzoso, i seni che non ho mai voluto gonfiare con il silicone sono privi della tonicità che fece dire ad Antonio “Perfetti, li contiene una coppa di champagne”. Già, Antonio, quel vigliacco scomparso nel nulla dopo quattro anni di convivenza, in pratica a mio carico, grazie allo stipendio di assistente di Microbiologia alla Federico II. I fianchi, per fortuna snelli, pronunciati, disposti alla gravidanza nella valutazione di Enrico, ginecologo amico dal liceo Gianbattista Vico. Devo tornare agli esercizi che rassodano il sedere. Era la parte del mio corpo che attirava lo sguardo degli uomini, tondo e sodo. Non sono da buttar via, anzi, ma neppure attraente come Nicole Kidman, beata lei…

In attesa di Ciro, che nel suo giro di edicolante mi consegni il quotidiano che leggo dal giorno della sua nascita, il mio buongiorno alle news è per Sky, Libero, Microsoft, Facebook e altri propagatori d’informazione on line. Anche con la connessa pubblicità che li finanzia. A caratteri cubitali  L’immagine di una stupenda nave da crociera, l’ammiraglia di una delle più importanti compagnie di navigazione, mi strizza l’occhio. Mi lascio catturare dalle meraviglie di questa gigantesca città del mare. Il viaggio inaugurale punta a sud dello Stivale e prende il via da Genova, poco agevole base di partenza per una napoletana come me.

Ho appena voltato l’ultima pagina di un racconto firmato da una giapponese (e chi si ricorda come si chiama, yoko…cosa?). Mi ha consigliato il romanzo “Chery” Alberto, della “Io ci sto”, luogo della cultura solidale nata nel mega rione Vomero, abbandonato da tutte le storiche librerie per il caro affitti.

Mi somiglia Chiyoko. Anche lei è una ricercatrice universitaria  “felicemente single”, come dicono per garbo gli amici sposati di scapoli e nubili. Ha qualche anno di meno la mia omologa, esce da una dolorosa disavventura ‘di cuore’. Ha lavorato al fianco di Mark Windsey, inviato dalla Pennsylvania State University a collaborare con l’Università Imperiale di Tokio, impegnata nella sperimentazione di una nuova molecola antitumorale. Amore e convivenza segnano il loro percorso sentimentale, fino alla brusca interruzione annunciata dalla mail dell’università americana che richiama il suo ricercatore. Mark lo nasconde fino a pochi giorni dal volo della Pan Am e quando decide di parlarne con Chiyoko non ha il coraggio di dirle che il loro futuro si divide lì.

Antonio si è comportato come il Mark della scrittrice giapponese. Ingaggiato da un centro ricerche di Oslo, con l’obbligo di assumere l’incarico con immediatezza, ha troncato di netto la relazione iniziata con me  quattro anni prima.

Ho sfiorato la depressione, ho pianto, ho affrontato il dolore della solitudine con un impegno totale nel lavoro e per un istante ho perfino dimenticato la ferita dell’addio senza alibi di Antonio, ma l’oblio è stato di minima durata.

Nell’inserto del quotidiano: “Con noi, la vacanza da sogno”. Solo pubblicità o è davvero la meraviglia delle navi da crociera? Mi perdo nel fantastico di opzioni e offerte da top passenger e scarto la scelta minimale. Come si dice, chiodo scaccia chiodo e allora, cabina doppia. Elsa, esperta crocierista, mi suggerisce uno stratagemma per godere il massimo comfort. Devo prenotare una cabina doppia, per me e un mio nipotino inesistente, che viaggerebbe  gratis come promette la compagnia di navigazione. Al momento dell’imbarco dirò di un improvvisa malattia di mio nipote e mi godrò la spaziosa cabina doppia con balcone. Mi aspetta il lusso di quattro piscine, 12 ristoranti su cui uno dei re europei degli chef, la spettacolarità di animazioni al massimo livello, gallerie d’arte, un grande parco acquatico, un attrezzatissimo centro sportivo e non so più quanti altri attrattori. Il costo? E’ l’ultima preoccupazione. La somma che mi ha lasciato come unica nipote il fratello di mio padre mi concede questo lusso. Con un dubbio: mi annoierò?

A bordo mi accoglie una deliziosa hostess, ma soprattutto uno strepitoso vice comandante: “Sono Massimo D’Albora, benvenuta. A sua disposizione”.

Accidenti, sembra il set del telefilm ‘La Nave dei Sogni’. La cabina è da sogno e i primi passeggeri che incontro sono l’immagine del ‘divertiamoci’, ragione primaria dei croceristi.

È l’ora della cena, come vestirmi? Scelgo un abito ad ampia scollatura, lungo fino ai piedi, provvedo a un’accurata spazzolata ai capelli biondo ‘Oreal’ e taglio di Riccardo, coiffeur di Via Filangieri, indosso scarpe con tacchi dodici centimetri. Non male…Chissà che al mio tavolo non sieda quel pezzo di vice comandante, ‘come ha detto di chiamarsi, Massimo’?

“Miss Angela, permette che ceni al suo tavolo? Lo chef ci propone un piatto molto particolare della cucina genovese, in omaggio alla città da cui prende il via la crociera. E se ama i vini di qualità, ho chiesto alla nostra enoteca di mettere in tavola un Sassicaia del ’98, annata sontuosa per questa delizia italiana”

“Comandante, è sempre così galante con le ospiti della compagnia?”

“Vice comandante. Le confesso che a volte i doveri di ospitalità mi riservano compiti, come definirli, non proprio piacevoli. Stasera ho la fortuna di cenare con lei. La sorte è dalla mia parte”

D’Albora, 55 anni portati come un atletico quarantenne, ha messo piede sulle navi da crociera quando ne aveva ventisei. Diplomato all’Istituto Nautico di Livorno, il giorno dopo ha spedito il curriculum alla compagnia più in del settore, un vero impero che conta una decina di navi. La scelta di vita del vice comandante è stata condizionata dall’incredibile episodio del suo mancato matrimonio, protagonista la fidanzata, che dopo un rapporto di sei anni, al momento di dire sì al sacerdote, si è alzata dall’inginocchiato, è scappata fuori di sé e lo ha lasciato senza un perché.

Ancora sulla scaletta dell’imbarco, Massimo, primo ufficiale di bordo, mi ha guardato a lungo, come volesse formulare un giudizio d’acchito. Quell’ attenzione, così dedicata, mi ha emozionato. Ho imparato da tempo a decodificare con immediatezza lo sguardo delle persone, grazie a un’acquisita disposizione a giudicarle e ha selezionarle. Anche ora, che al tavolo della cena, Massimo sembra avere occhi solo per me. Sento di ricambiare d’istinto i segnali di un’attrazione reciproca, sorprendente, perché immediata.

“Angela, stanotte luna piena e cielo stellato, fitto come lo propone solo la visione dal mare, lontano dalle luci della città. Un drink della buona notte? Stefano prepara uno ‘stinger’ da favola, profumato alla menta, alcolico quanto basta a far girare piacevolmente la testa”.

Il mare si lascia solcare quieto, una leggera brezza attenua i trentasei gradi di un agosto caldo come non si ricordava da mezzo secolo, lo ‘stinger’ è perfetto. Massimo sa dove è possibile appartarsi.

“Ho un voglia matta di baciarti. Non pensare agli aneddoti sul comandante della nave che fa strage di passeggere in cerca di avventure. Grazie a te è una mia prima volta. Infrango la regola che mi sono imposto di non avere relazioni sentimentali con le ospiti della nave”.

La cabina è climatizzata al punto giusto, il televisore, che ho lasciato acceso, trasmette un documentario sui tesori che custodisce il Tirreno, Massimo sa come anticipare l’amplesso con preliminari raffinati. Li godo con un’intensità che ritenevo perduta.

Bugiardo. Uno dei tanti. Mi confida Pamela, l’addetta alla reception che ha intuito quanto c’è tra me e il vice comandante, che Massimo è un tombeur de femmes incallito, inaffidabile, predatore ricercato dalle crocieriste in cerca di avventure.

Il viaggio volge al termine, all’indomani è previsto l’attracco. Ho finto di non sapere delle ‘imprese’ da ‘sciupafemmene’ di Massimo e cinicamente ci sono andata a letto, notte dopo notte.  Ora, che la crociera è al capolinea, mi assale il disprezzo per l’opportunismo di donna matura che si concede di fare sesso, come una ragazzina in calore.

Saprò uscire indenne dalla disistima, dalla vergogna e cancellare il tradimento alla mia dignità?

Massimo bussa alla porta della cabina, grato per la facile e  piacevole conquista. È il momento del grazie, dell’addio alla ‘vittima di turno’. Angela non c’è. E non c’è tra i passeggeri che si apprestano a lasciare la nave. Non è da nessuna parte.

I pescatori della ‘Rosina’ tirano a bordo il corpo senza vita di una donna, con indosso solo una vestaglia trasparente. Il perito informa il magistrato: “Donna, età apparente 50 anni, nessun segno di violenza”.

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Il Racconto di Domenica 4 agosto 2019

IL MARE. VITA E MORTE DI UN NOCCHIERO

Nunc me fluctus habet versantque in litore venti

[Ora mi tengono le onde e i venti volgono alla costa]

Virgilio, Eneide, VI 362

DI LUCIANO SCATENI

La navigazione procede quieta, la ciurma si rilassa dopo ore di battaglia contro le onde, alimentate da raffiche di tramontana che spazzano la tolda e scaraventano i marinai a poppa. Solo un ricordo le  raffiche possenti che hanno danneggiato e l’invocazione silenziosa al Dio del mare perché plachi la furia del mare. Chrysaphos e Alypios hanno temuto di non rivedere mogli e figli, Palinuro è stato il solo presente a se stesso. Da vecchio nocchiero, sapeva che un suo errore, un momento di mancata lucidità nell’affrontare la furia dei marosi con le contromisure apprese in tanti anni di confronto con il pericolo, avrebbe messo in pericolo la nave e l’intero equipaggio.

“Penelope, dolce compagna, prega tutti gli dei dell’Olimpo perché anche questa furia del cielo risparmi me e la nave”. Ulisse lo ha pensato negli attimi di maggior rischio. Passata la bufera, si impedisce di mostrare ai suoi uomini e soprattutto a Palinuro l’ansia vissuta.  “Palinuro profittiamo della calma piatta del mare. Guadagniamo velocità e puntiamo a sud. Itaca ci aspetta. Punta sul capo che chiude questo golfo, a vele gonfie”.

  • §§

La nave avanza lieve sul mare e non richiede particolare concentrazione, ma da queste parti, come sanno i pescatori locali, mai fidarsi. Intorno alle tredici non è raro che da sud ovest si levi improvviso un forte, infido libeccio. Palinuro è preda del Dio Sonno e la navigazione senza problemi contribuisce a conciliare il sonno. Chiude le palpebre sempre più spesso il prode nocchiero e il risveglio è brusco. Un’onda scavalca la prua si abbatte sul suo volto. La sferzata manda via il torpore e lo allarma. Il rollio è in crescendo preoccupante e a nulla vale il tentativo di deviare la prua della nave per ricevere le onde di tre quarti. L’intensità del libeccio aumenta in prossimità del capo che conclude l’arco del golfo e il governo dell’imbarcazione diventa impossibile. Palinuro è il più esposto. Non può lasciare la barra del timone e abbracciare l’albero per non essere scagliato in mare. Quando i primi faraglioni del litorale si avvicinano pericolosamente, Palinuro è sbalzato fuori bordo. Lotta contro la forte corrente, nuota con fatica versa la costa.

  • §§

Nel frattempo il peggio per la nave è passato, Ulisse si è messo al timone, la nave supera il momento critico. Prevale tra l’equipaggio la convinzione che il nocchiero sia scomparso per sempre nel mare in tempesta.

  • §§

Palinuro avanza bracciata, dopo bracciata e le intervalla in posizione di riposo, supino, la testa appena fuori dell’acqua, sferzata dalle onde. Strarno pensiero in quelle condizioni: “Plyeuctos, come avrà attraversato l’Egeo a nuoto dalle isole di Zante a Leucade? I 500 metri che mi separano dalla terra ferma non sono niente, anche se non sono un nuotatore di fondo. Non mollare”.

  • §§

epa07112772 A handout photo made available by the Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP) on 23 October 2018 shows what scientist describe as the world’s ‘oldest intact shipwreck’ which was found by an Anglo-Bulgarian expedition at the bottom of the Black Sea off the coast of Bulgaria. Due to the lack of oxygene in a depth of about two kilometers the vessel was well preserved for more than 2,400 year. The ship that is thought to be ancient Greek, with its mast, rudders and rowing benches was discovered in 2017. With a small piece of the vessel radiocarbon dated to 400 BC ‘it is confirmed as the oldest intact shipwreck known to mankind’, Black Sea MAP said in a corresponding press release. EPA/BLACK SEA MARITIME ARCHAEOLOGY PROJECT / HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Non molla. Compie le ultime bracciate  con la forza della disperazione e cade, sopraffatto dalla stanchezza, dove le onde incontrano la sabbia, metà corpo ancora nell’acqua, privo di coscienza.

  • §§

Non si chiama per caso Marina. Le ha dato i natali la moglie di Sansone, mitico pescatore di Marina di Camerota, insediamento marinaro alle spalle del Capo doppiato a fatica dalla nave di Ulisse sferzata dal libeccio. Il nome l’ha imposto il padre, per rendere omaggio a sua madre, scomparsa quando è nata la bambina.

Marina vive per il mare e con il mare. La spiaggia è la sua prima casa, dove ha costruito un ampia capanna, il suo rifugio d’estate e d’inverno, dove ‘fiocco’, giovanissimo gabbiano pazientemente addomesticato, le fa compagnia in cambio di avanzi del pranzo che la giovane donna recupera in cucina.

È una domenica pienamente autunnale. L’azzurro del cielo è macchiato da nuvole basse, compatte, la temperatura ha suggerito a Marina di indossare la maglia di lana grezza lavorata dalla madre e conta di incontrare ‘fiocco’, che se il tempo minaccia pioggia vola rapido sul pelo dell’acqua a caccia di piccoli pesci.  In un suo raid radente il giovane gabbiamo sfiora il corpo di Palinuro e attira l’attenzione di Marina che si toglie scarpe e calzini. Corre in direzione del corpo continuamente sfiorato dalle onde, che lo sommergono in parte.

“Dei dell’Olimpo, ma è un uomo. E respira, è vivo.  Chi sarà?”

Con un enorme sforzo trascina Palinuro all’asciutto e prova a parlargli: “Mi sente? Com’è finito su questa spiaggia, Da dove viene?”. Non ha risposta. La voce di Marina arriva ovattata, a volume quasi impercettibile. Colpa dell’acqua nelle orecchie. La giovane donna gli solleva la testa e la poggia su un cuscino che tiene nella capanna sulla sdraio. L’uomo si riprende lentamente e le chiede: “Dove mi trovo, da quanto tempo sono qui?” La risposta: “Questa è la spiaggia di Marina di Camerota e non le so dire da quanto tempo il mare l’ha spinto fin qui”.

Marina è di quelle bellezze che si devono alla generosità della natura. Alta, ben proporzionata, i tratti del viso delicati, sguardo intenso di occhi profondamente neri, pelle ambrata per prolungata esposizione al sole. Palinuro non è da meno. Fisico da atleta, temprato dalla vita faticosa di mare. Sportivo, prima di essere ingaggiato da Ulisse, ha gareggiato come discobolo e velocista. È nel pieno della maturità fisica. La lunga barba gli conferisce un’aria virile e lo invecchia di qualche anno, ma senza  conseguenze sul suo fascino.

Marina: “Lei ha bisogno di abiti asciutti e forse, me lo dica lei, di mangiare. Se la sente di raccontarmi cosa le è successo? Non subito, l’accompagno a casa”.

Palinuro: “Ero sulla nave di Ulisse, un eroe che dopo molti anni puntava con la nave su Itaca, la sua patria. Ci ha sorpreso un forte libeccio e ha provocato onde alte fino a tre metri. Ero al timone, mi ha investito una sferzata d’acqua di incredibile violenza e mi ha scaraventato in mare. È un miracolo se sono riuscito a sopravvivere. Tutto qui”.4

  • §§

Il caso del nocchiero naufragato appassiona l’intera comunità di Marina di Camerota.  Sansone, da uomo di mare, intuisce che il naufrago può essere una risorsa per la comunità dei pescatori. Li consulta e scopre che alla barca “Madonnina” è venuto a mancare il pilota, emigrato al Nord. “Palinuro te la senti?” “Se me la sento? Di corsa”. Marina esulta, ma con l’abituale autocontrollo. La frequentazione e le stesse modalità del primo incontro hanno favorito il consolidarsi di un’amicizia nata da valori condivisi. È diventato amore in fretta, forse troppo e per i genitori di  Marina è l’obiettivo di vedere la figlia “sistemata”.

  • §§

I preparativi del matrimonio diventano motivo di eccitazione e non solo nell’ambito delle cooperative di pescatori. La data della cerimonia coincide con la festa del patrono di Camerota e per l’evento tornano i parenti di Marina che hanno cercato fortuna al Nord.

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Ulisse ha fatto tappa con la sua nave in Sicilia, per riparare i danni della tempesta. Non ha  mai accettato l’idea della fine di Palinuro e in attesa che rimettano in sesto la nave, affida a un suo vice il compito di assumere informazioni nella zona della bufera, di accertare se Palinuro è stato vittima della burrasca o se per miracolo si è salvato. Le risposte di Ascea, Casalvelino, Pisciotta, Pollica, sono tutte negative. Nessuna notizia di naufraghi ritrovati in vita. Ultima tappa della spedizione è Marina di Camerota. “Palinuro? Certo lo hanno trovato mezzo morto sulla nostra spiaggia. Ora lavora con un peschereccio e sta per sposarsi”.

  • §§

Si abbracciano. Theifilus non crede ai suoi occhi. “Palinuro, è un miracolo. Ascolta, Ulisse mi ha chiesto di cercarti. La nave è in cantiere per le riparazioni e il posto di nocchiero è tuo. Ulisse vuole tronare a Itaca con te al timone. Non puoi dire di no”.

  • §§

Che fare? Rinviare il matrimonio con Marina, dopo aver concluso il viaggio a Itaca? Rompere definitivamente con lei, da vigliacco, privilegiare l’amicizia di Ulisse, dopo essere stato accolto da Camerota come uno di loro? Palinuro sceglie la soluzione più drastica e dolorosa per Marina, l’unica che ha il coraggio di affrontare. Sono tutti fuori casa. Sansone è al porto, a vendere il pescato. La moglie con la figlia assiste in sartoria alla prova dell’abito di nozze. Palinuro ficca in un borsone le poche cose da portare via e sulla toilette di Marina lascia una lettera di addio.

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“So che non potrai mai perdonarmi. Devo onorare l’impegno preso a suo tempo con Ulisse e condurlo alla sua Itaca. Con te prendo l’impegno di tornare e di sposarti, se ancora lo vorrai. Chiedo scusa ai tuoi genitori. Non smetterò mai di amarti.”

  • §§

Non tornerà Palinuro. Con Ulisse ripartirà per nuove avventure nel mondo. L’Egeo questa volta non avrà pietà del prode nocchiero, inghiottito dal mare su cui s’affaccia l’isola incantata di Skorpios.

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Il Racconto di Domenica 14 luglio 2019

Time Line

di Rosita Praga

Un gran sonno. Pochi minuti prima del salto nessun dolore, fine dell’acido muriatico in tutte le ossa, gli intestini che esplodono, i polmoni insopportabilmente pieni d’acqua. Più niente: solo una beata voglia di dormire. Poi il passaggio nella notte fonda, la scoperta che l’io di dentro c’è ancora tutto. Quanto tempo? Aspetta. Adesso non lo so.

 

AMOROSO ADELINA

I corpi di Pennone Vincenzo e Amoroso Adelina si erano trovati vicini per la prima volta quando la loro time line segnava la data del 1 agosto 1996, ore 18, minuti primi 46 e secondi 3. Fu in quell’istante che portarono Vincenzo, Adelina era già lì sulla tavola accanto con la sua camicina corta color ciclamino. Nella stanzetta per il caldo quel poco di aria si tagliava a fette. Vincenzo indossava il pigiama fresco che gli aveva comprato la moglie una settimana prima quando era entrato nell’ultimo ospedale. Il suo volto disteso accennava ad un vago sorriso.

Un commesso aveva scritto in fretta, a mano, due biglietti con i due nomi a stampatello. Uno accanto all’altro.

Le loro time line erano terminate in rapida successione. Spente e mandate al macero le ricetrasmittenti che avevano occupato fino ad allora. Carni a brandelli, martoriate dai chirurghi più ancora che dalla malattia, che solo pietosi monatti potevano ora raccogliere e portare via.

Le ultime clip delle time line di Vincent e Adelina ci raccontano qualcosa di quel loro io profondo, intatto fin da quando ha memoria di sé, mai colpito da alcuna lesione, geneticamente programmato per ribellarsi fino allo stremo verso un passaggio che avverte come assurdo, innaturale. Ingiusto.

Adelina – Hanno provato a stordirmi, non posso muovere le braccia e le gambe. E la testa. Gli occhi non si aprono e la bocca quella sì che rimane spalancata e non posso chiuderla, ma nel fondo nell’ultimo fondo di me che riesco a sentire, trovo ancora quello che fino ad ora ho identificato chiaramente come “io Adelina”. Ci sono. Ci sono com’è vero che c’è ancora il film e mi passa davanti, posso cominciare a rivederlo da dove voglio. E la prima cosa che vedo è come sempre l’immagine di Adelina che appare automatica ogni volta che rifletto su “io”. Adelina capelli di oro nero occhi brillanti senza paura pelle turgida denti candidi: vedo e rivedo quell’apparecchio quasi nuovo programmato per la time line di “io Adelina” e per restarmi dentro sempre con lo stesso frame, rassicurante, di una forza ancora tanto lontana dalla fine del tempo da non riuscire neppure a supporre che quella fine potesse esistere.

Anche ora quel frame mi consola perché sento che corrisponde in questo istante alla parte più profonda di “io Adelina”. Quella Adelina è qui. Non ha mai perso tutti i denti, la sua carne non è una flaccida massa pendente da un pugno di ossa e il suo cuore è un cannone vigoroso, pompa e pompa sangue al cervello ricevendo ossigeno puro dalle coronarie elastiche che niente potrà mai consumare…


PENNONE VINCENZO
– L’anno prossimo questo viaggio in America devo decidermi a farlo. Gli ospedali sono all’avanguardia e le terapie per il dolore più avanzate che nelle altre parti del mondo… il dolore il dolore il dolore mi squarta non smette da mesi, però non ha ucciso e non ha ferito “io Vincenzo” biondo magrolino studioso curioso senza padre. Peggio, con il ricordo di un grande padre su cui doversi ogni giorno arrampicare, anche sotto le bombe nella città occupata dai tedeschi e io che per salvarmi la vita salgo sul carro con gli altri e poi dico due parole nella loro lingua e mi lasciano andare e per due mesi resto rinchiuso in uno scantinato quasi senza mangiare… Quanto Vincenzo c’è ancora… ci sono e ci sarò, quella forza sta qui ora tutta e l’anno prossimo se mi passa questo dolore andrò in America con la mia figlia più figlia…

 

 

La linea del tempo personale, per Vincent e per Adelina, finì di lì a poche clip da una manciata di minuti ciascuna. Il deperimento dei loro apparati esterni diventò allora galoppante. Quelle due linee del tempo, finita la fase dell’attivazione magnetica, sono ora conservate in forme compresse, quiescenti, negli archivi informatici dello spazio-tempo.

L’onda generata dai miliardi di campi magnetici emessi da “io Vincent” rimane nel vuoto e così quella di “io Adelina”. Entrambe portate a confrontarsi ancora, a causa di quella casuale convergenza finale.

 

CANNIBALI

«Non so capire perchè, ma ho la consapevolezza di “come tutto è cominciato”». L’onda “io Adelina” si confronta e s’incrocia con “io Vincent”. Forse a causa della loro strana confluenza finale, tendono a scambiarsi immagini ed apparizioni, man mano che entrano nella loro lunghezza d’onda.

Adelina trasmette la sua spiegazione. «E’ cominciato con una predisposizione attenta. Il racconto di ogni singola time line è stato meticolosamente dispiegato in milioni e milioni di clip, un numero quasi infinito. Si è deciso come impostare ogni singola storia fin dall’inizio. Prima di tutto, l’identità. Ogni destinatario si sentirà sempre presente a se stesso, con un io profondo che potrà ritrovare in ogni frame lungo la time line della sua esistenza. Ho percepito alcune regole».

Vincent intende e interagisce. Vuole sapere di più.

«Lo hanno stabilito a priori: “Dovranno distinguere bene tra vivi e morti. Ci saranno cimiteri per i morti, dove gli apparati esterni saranno conservati fino al deterioramento completo. E cimiteri per vivi, poco dissimili: ambienti circoscritti da mattoni, ma con un maggior numero di aperture per far entrare la luce del sole. Anche questi saranno ambienti temporanei, ma loro dovranno pensare che dureranno molto, molto a lungo. E sempre tante porte, per identificare uno dall’altro”».

Vincent, che durante la sua time line si era interrogato molte volte sulla separazione dello spazio-tempo fra la vita e la morte, trasmette ancora richieste. Sì, le case come loculi per vivi. Ma chi, chi ha deciso? Adelina lo sente. Lei, che durante la sua linea del tempo aveva studiato fino alle elementari e lavorato solo alle pulizie di casa, ora trasmette senza spaventarsi le sue nuove consapevolezze, che ripercorrono frammenti della Genesi dalla parte del “creatore”. «Non ho tutta la visione, ma altri particolari sì. “Mangeranno le carni dei loro simili senza vergogna, e quante più ne mangeranno, tanto meglio alimenteranno i loro apparati esterni”».

 

VOI SIETE QUI

“Io Vincent” resiste, esiste. Acquisisce consapevolezze come in sogno, visioni. Poi, comincia a capire. «Nella dimensione dello spazio-tempo, durante lo svolgimento delle time line, ciascuna identità consapevole “vede” un film che dall’altra parte si svolge in diretta. Nella dimensione umana, su quella che abbiamo chiamato Terra, i nostri apparati esterni (che definiamo corpi) sono predisposti per trasmettere al nostro io profondo scene dal film che chiamiamo “vita”, E che in realtà si sta svolgendo su un “set” nell’altra dimensione». Adelina lo sa: «Sì, come quando vedevamo alla tv scene trasmesse in diretta, che ci sembravano reali, ma avvenivano in studi televisivi o teatri lontani da noi migliaia e migliaia di chilometri». Erano con noi. Ma non c’erano.

(continua)

 

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Il Racconto di Domenica 7 luglio 2019

A tu per tu con Mario Melloni

DI LUCIANO SCATENI

Sbaglia chi ritiene che i nostalgici del Ventennio siano uno sparuto, velleitario e tutto sommato innocuo gruppuscolo in età avanzata, tanto da conservare in memoria la tiritera delle cose “buone” fatte da Mussolini e per esempio edifici pubblici di grandiosa monumentalità, come le sontuose stazioni ferroviarie delle metropoli, bonifica di zone paludose, edifici celebrativi della “grandeur” italica e soprattutto la grande bellezza di lasciare la porta di casa aperta che “tanto nessuno tocca niente”. Un colpo di spugna mentale azzera la tragedia delle leggi razziali, l’epurazione dei dissidenti, le retate di uomini da spedire in Germania nei campi lager o a lavorare nelle fabbriche di armi, la complicità con i tedeschi nelle fucilazioni per rappresaglia di civili innocenti, l’azzeramento delle libertà di pensiero e di parola, le purghe, le manganellate, la galera inflitti ai dissidenti, la follia delle spedizioni per colonizzare l’Africa che s’affaccia nel Mediterraneo, il suicidio della seconda guerra mondiale, l’alleanza con Hitler, la xenofobia, la dittatura del pensiero unico.

Non è una forzatura andare a ritroso nel tempo, agli anni settanta, quando Fortebraccio in un suo lucidissimo corsivo rispondeva a un lettore che lamentava riferimenti ridondanti all’antifascismo della RaiTv, dopo anni di disinteresse per il fenomeno del fascismo di ritorno: “Adesso deve essere successo un miracolo, una parola su tre è fascismo, fascista, antifascismo, antifascista…Il telegiornale sembra tutto letto da ex confinanti o da ex condannati del tribunale speciale di mussoliniana memoria…”.

Le stesse parole, messe in bocca a un leghista, a un Fratelli d’Italia, a un nostalgico che fa il salito romano, tiene in salotto il busto di Mussolini e lo celebra oramai a viso aperto, inducono a recuperare il pensiero di Fortebraccio (da “I nodi al pettine”, corsivi del 1974, Editori Riuniti).

“…Si era, non ricordo il mese, nel 1950 e un giorno, durante una riunione della direzione DC un membro dei quel consesso domandò la parola e dedicò un preoccupato intervento al risorgere del movimento fascista, della ripresa del quale si potevano cogliere svariati segni, sul cui valore e sulla cui portata non potevano cadere in errore quanti tra i presenti avevano vissuto il ventennio littorio e in particolare coloro che ne avevano attivamente avversato la dittatura. Bisognava dunque fare qualche cosa e bisognava farlo subito, perché il ritorno alle mitologie fasciste, che già venivano pubblicamente rimpiante, avrebbe portato al ripristino dei metodi fascisti, sia pure a lungo termine, a costituire una seria minaccia per le istituzioni democratiche, che sono sempre, per loro stessa natura, esposte alle insidie della violenza e del sopruso. Questo discorso cadde nell’indifferenza generale…Nei partiti democratici era prevalso quello che io chiamerei il “fastidio dell’antifascismo”, un sentimento fatto di sordità, di pigrizia, di rassegnazione, e insieme di furbizia . in forza del quale si accantonava volentieri il rigore che aveva caratterizzato i primi tempi della nuova Italia, si sorrideva già dell’epurazione (alla quale del resto, non si era mai del tutto creduto) e si pensava che fosse il caso, finalmente, di non parlarne più. I furbi, che erano la stragrande maggioranza, soffiavano sul fuoco, anzi sulle ceneri, di questa abdicazione ideale, perché essa era il presupposto di quella restaurazione del passato che avrebbe ridato fiato, posizioni e prestigio a persone e a istituti, ma soprattutto a persone, che dei loro trascorsi fascisti avrebbero addirittura finito per farsi un vanto…Quel discorso cadde nella generale indifferenza. Un membro autorevole della direzione democristiana si levò a contrastarlo con vigore…Era l’onorevole Taviani, ministro dell’Interno, il quale sostenne che si intendeva inseguire fantasmi seppelliti per sempre e che il pericolo, il vero pericolo, era un altro: quello comunista.

 

 

 

Un balzo nel presente. Basta sostituire Lega a Dc, Salvini a Taviani Salvini e il corsivo di Fortebraccio diventa perfetta contemporaneità con il nostro tempo.

Fortebraccio: “…A un certo punto, la tolleranza verso il fascismo diviene condizione di un anticomunismo ( sostituire con ‘anti sinistra’) incoerente e globale, come quello del ministro Taviani (sostituire con Salvini)…La verità è che molti uomini della DC (sostituire con Lega) che hanno vissuto i tempi della Resistenza e della Liberazione, essendone protagonisti, non hanno imparato né allora , né poi a conoscere il nostro Paese. Il loro ritrovato antifascismo è frettoloso e posticcio: non vi sarebbero pervenuti se due grandi avvenimenti civili non gli avessero fatto vedere un’Italia che essi né allora sospettavano che potesse esistere, né poi pensavano che si sarebbe affermata. I due grandi eventi sono il 12 maggio e lo sciopero, i comizi seguiti alla strage di Brescia. L’uno e gli altri li hanno stravolti. Gli andavano bene i magistrati fascisti, i prefetti fascisti, i commissari fascisti e gli servivano gli opposti estremisti…

Sulla critica del lettore per la prolissità dei giornalisti in tema di antifascismo: “Non faccia di ogni erba un fascio e stia attento alle voci. Per qualche giornalista della Tv nella ripresa dei due termini (fascismo e antifascismo, ndr) fino a ieri praticamente proibiti, c’è qualcosa di più che l’obbedienza a ordini nuovissimi. C’è il ritrovamento di valori nei quali non aveva mai smesso di credere, e ora bisogna incoraggiarlo a continuare così. Io lo so: c’è gente che li ascolta, la quale si sente rinascere”.

Giambattista Vico docet: gira e rigira ha la meglio su tutto la tentazione di delegare all’uomo forte tutte le fragilità, gli egoismi, l’ansia da insicurezza, il “prima io, poi gli altri”, l’illudersi con le promesse di benessere globale, e di più, di quello personale. Il tempo elegge a deus ex machina gli Achille Lauro, il Giannini dell’Uomo Qualunque, gli imbonitori della prima Repubblica, i predatori seriali del leghismo e a dimensione mondiale, sbruffoni come Trump, sovranisti alla Putin.

È lecito inventare un dialogo con Fortebraccio? E’ un azzardo, ma provarci che costa?

“Dottore, dovesse occuparsi del ministro dell’Interno gialloverde?”

“Via il dottore, siamo colleghi e se mi aiuta l’intuito anche politicamente in sintonia. Salvini? Un mix perfetto di “..ismo”. Li elenco: razzismo, fascismo, sovranismo, qualunquismo, pressappochismo, narcisismo. Fanno eccezione xenofobia e omofobia, sono compresi nella valutazione del vice premier”.

“Condivido. Tutto. Ma la tua opinione deve andare oltre gli ‘ismo’. Quasi il quaranta per cento di italiani sembra fregarsene e gli va dietro come le aragoste neonate che seguono l’esperta capofila per migliaia di chilometri sul fondo degli oceani”.

“L’esempio calza. Se la gente è smarrita, insicura, fragile, socialmente alla merce di un sistema dominato dalla legge del più forte, della sopraffazione dei potenti sui deboli, delle diseguaglianze ed egoismi, l’ansia da paura del futuro porta all’illusione di placarsi con la delega a chi assume il ruolo di risolutore”.

“C’è pessimismo diffuso e non solo tra i succubi per vocazione. Senza speranza? È il mondo andrà avanti così anche in prospettiva, sull’onda anomala di un’incalzante e irrefrenabile, violenta prepotenza?”

“Il germe dell’assuefazione alla dipendenza dai Salvini si diffonde con andamento incontrollato, come un virus senza antidoto. Se vedi nei giovani, negli studenti, nelle donne, un lavoro in progress per trovare la terapia vincente, augurati che tra loro ci sia il leader in grado di trasformare il potenziale in energia “rivoluzionaria”.

“Ho il timore che questa previsione sia viziata di ottimismo, condizionata dalla situazione del Paese che a suo tempo ha spinto il partito comunista a portarsi sulla soglia di palazzo Chigi e oltre con il primo governo di centro sinistra, storica opportunità, gettata al vento”.

“Già”.

Fine del dialogo fantasma, ma chiave di lettura in linea con la realtà di un’Italia in drammatico stato di depressione politica e sociale.

 

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Il Racconto di Domenica 30 giugno 2019

“Freedom”. Libertà

DI LUCIANO SCATENI

Non è ancora accaduto, ma usque tandem?, fino a quando la libertà di stampa sarà uno dei caposaldi della democrazia anche nel nostro Paese è quesito che pesa come un macigno sui media non allineati al potere gialloverde. Prodromi di un possibile e preoccupante rischio non mancano. Il via all’ostilità lo hanno dato i  5Stelle con l’intenzione di tagliare i finanziamenti ai giornali, l’attacco ai quotidiani critici, la decisione condivisa dalla Lega, fortunatamente rientrata, di spegnere la storica voce di radio radicale, la riduzione dei Tg Rai a uffici stampa di Salvini e Di Maio, l’arroganza del vice premier del Carroccio che liquida le domande scomode dei giornalisti con questa incredibile  formula: “Se deve chiedere, chieda, se deve fare un comizio si faccia eleggere alle prossime elezioni”.

La repressione della libertà di stampa ha precedenti di estrema gravità nel ventennio fascista, ma episodi anche nella prima Repubblica. A cosa sarebbe ridotta la consapevolezza collettiva di fatti e misfatti senza le voci libere dell’ informazione? Dove sono messe a tacere con le buone o con la violenza, sono messia a tacere i giornalisti “comprati” con promozioni ad personam o arrestati, i pochi che non si adattano al ruolo di complici della disinformazione pilotata dal potere. Un esempio per tutti è la Turchia di Erdogan che ha messo in carcere decine di giornalisti.

Della questione, negli anni ottanta del secolo scorso, si è occupato da par suo Fortebraccio, autore di corsivi graffianti, che ha  fatto infiniti proseliti delle pagine dell’Unità.

Mario Melloni, nel 1979,  ha commentato così la prolusione in apertura dell’anno giudiziario di Roma del procuratore generale Pasquino: “…Pascalino, pronunciando  tra l’altro giudizi di estrema gravità nei confronti dei giornalisti, per i quali in certi casi in cui essi non hanno fatto altro che esercitare un loro diritto-dovere ineccepibilmente democratico  e costituzionale, ha auspicato l’introduzione di una legge, la quale consenta il mandato di cattura e, se la prova del reato venga raggiunta, sia comminata una pena che vada da quattro mesi a sei anni di galera. Pascalino non se l’abbia  a male, che non abbiamo nessuna intenzione di mancargli di rispetto: ce lo vieta la riverenza che portiamo alla sua altissima carica e la paura della reclusione. Ma è possibile che un uomo con un nome così dolce, Pascalino, sia tanto spietato? È possibile  che egli non senta come, quando uno si chiama Pascalino, il dovere, spirituale e culturale (veramente questo “culturale” non c’entra, ma lo aggiungiamo per far piacere agli intellettuali), dicevamo, il dovere di essere tutto amore e carezze  e ridolini di gioia? Invece no, Pascalino cela nel profondo un’anima di Pascalone e prima ancora che spaventarci ci sconcerta. Ci succede come con Pipino re dei Franchi, che fu uno spudorato perché, con quel nome, si permise di essere il padre di Carlo Magno. Soltanto che lui Pipone non poteva decentemente chiamarsi, mentre Pascalino potrebbe benissimo essere Pascalone. Osiamo dire che andremmo in galera più contenti…”.

Con questi chiari di luna che illuminano scenari apocalittici della magistratura al culmine del suo lignaggio, c’è da aspettarsi anche che un illustre procuratore alla Pascalino si lasci suggestionare dall’idea di recuperare la legge da lui proposta per costringere al silenzio giornalisti critici, malvisti dal potere in cui gli italiani sono finiti per scelte di massima incoscienza.

Ammonisce Fortebraccio: “State attenti colleghi: Pascalino ‘allonga’ la sua ‘manella’ ma non vi accarezza. Vi mette lesto le manette e vi fa condurre al reclusorio”.

In uscita da questo monito Fortebraccio inventa il seguente significativo dialogo

“Che fa il tuo papà?”

“È giornalista”

”E su qual giornale scrive?”

“Su nessuno, perché è da quattro anni in galera. Uscirà fra due anni.”

“E chi è stato?”

“Pascalino”

“C’è di buono che appena entrati in carcere, senza lacci alle scarpe e con le braghe penzoloni, saremo accolti da Paolo Murialdi, che come presidente della nostra federazione, starà, giustamente, scontando l’ergastolo”.

Il mitico Fortebraccio ha impegnato ogni stilla della sua fervida creatività, in sintonia con il meglio della satira, per sognare e far sognare un’Italia nella sua congiunzione con quanto ha immaginato chi ha scritto con lungimiranza l’ adesione ai principi fondamentali della giustizia sociale, dell’eguaglianza, del bene comune,  della solidarietà, dell’accoglienza, titoli che la Costituzione, se applicata pienamente, avrebbe generato un mondo che non c’è. Per dirne una, il corsivista dell’Unità avrebbe commentato con dosi massicce di ironia amara le omissioni dei telegiornali Rai, costruiti per il 50 per cento in funzione della promozione viscerale dei due Dioscuri Castore e Polluce e per l’altra metà di una corposa succursale degli uffici stampa di Questure e delle altre forze dell’ordine, per non distrare gli utenti dal protagonismo del vice premier leghista. Nel raccontare all’inizio del Tg il centesimo e disatteso divieto del Viminale di sbarco dei migranti nei porti italiani, il ‘fine dicitore’ di quella edizione ha rimosso la notizia che mentre la Sea Watch era bloccata a debita distanza, da una barca di modeste dimensioni sono sbarcati quaranta profughi e sono alcuni delle centinaia accolti da Lampedusa in disobbedienza ai divieti di Salvini. Sfumata nel nulla anche la notizia dell’appello alla Corte europea per i diritti dell’uomo partita dai naufraghi stremati della Sea Watch. Ignorato il coraggio di Carola, la capitana della nave  tedesca che ha deciso di sfidare il veto del Viminale e forzare il blocco al limite delle acque territoriali italiane. Omessa anche la notizia della richiesta avanzata dall’Associazione Nazionale Partigiani di chiudere il covo neofascista di Casa Pound.

Eccessiva la nostalgia per i corsivi di Fortebraccio? Per giudicare è utile immaginare come Melloni avrebbe cucinato i piatti appetitosi del governo gialloverde, dei Tonelli, Bonafede, degli inquisiti della Lega, degli avant’indré di Di Maio e Salvini sui punti per loro qualificanti del contratto di governo. Più difficile è immaginare come se la sarebbe  cavata nell’ironizzare sul grande caos dei democratici, sulla longevità politica di Berlusconi, tirata per i pochi capelli da trapianto che gli sono rimasti, su Conte e Tria, vittime sacrificali strette fra l’insipienza di Di Maio e la tracotanza di Salvini. Per fortuna Fortebraccio ha eredi di qualità. Michele Serra, per esempio, con la sua “Amaca” (la Repubblica), pungente con eleganza. Non c’è più l’Unità e si capisce uno dei perché. Mettersi d’accordo sulla linea editoriale sarebbe impresa ardua per le tante anime del Pd.

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C’era una volta Fortebraccio

DI LUCIANO SCATENI

Emuli di Stakanov, prigionieri di risposta all’impegno contrattuale, editorialisti, corsivisti, vignettisti seriali, vivono le fatiche dell’impegno quotidiano di cosa scrivere o disegnare in pura chiave di satira e sono obblighi logoranti come poco altro, fino a irrompere nel vuoto snervante dello stress e in casi limite di depressione, associata a una pressante domanda di staccare la spina, di eclissarsi, perfino di oziare da mane a sera sulla poltrona con poggiapiedi regolabile mediante un clic sul telecomando in dotazione,  gli occhi fissi sulla tv spazzatura di pomeriggi tutti uguali a succursali di uffici stampa di Questure, Finanza, Carabinieri, ospedali, caserme dei Vigili del Fuoco, aule giudiziarie, tutti stazioni narranti femminicidi, truffe agli anziani, gossip su starlette, sciupafemmine e attrici over 80, cantanti dimenticati, neonati di principi, cappelli stravaganti di Elisabetta seconda, tangentisti e mafiosi, fatti  e misfatti sviscerati in sontuose scenografie ricche di divani avvolgenti, presidiati da femmine procaci in minigonna, gambe accavallate fino dove è permesso dalla laicità di reti e linee editoriali, affidati ai bla, bla  di psicologi, psichiatri, criminologhe biondo platino, applauditi a comando dell’assistente di studio.

In stato catatonico evidente, con propensione patologica a negativismo, postura fissa, immobilità, inespressività, inaccessibilità, un eccellentissimo corsivista del francese “Le Figaro”, dopo un’intera mattinata e un apres midi senza uno straccio di idea, lascia un biglietto per il direttore: “Adieu. Oggi, domani e solo la Madonna lo sa per quanto tempo ancora, sarò irreperibile. Non mi cercate”. Si ritira su l’Ile de la cité, in eremitaggio a vita e si dà alla coltivazione di specie rare di orchidee.

In antitesi con il caso dello sfiancato journalist francese, chi ha vissuto gli anni della straordinaria diffusione dell’Unità, organo del partito comunista, il caso della felice prolificità di Mario Melloni, in “arte” Fortebraccio,  mitico autore di corsivi, di capolavori della satira vestita di purezza della lingua italiana, pungenti, acuti, graffianti, incisivi, devastanti, in ogni rigo curati meticolosamente per ottenere un mix di straordinaria efficacia e leggerezza.

Nel sistemare in libreria il reparto “politica e politici” ho riservato  uno spazio di immediata visibilità a quattro raccolte di corsivi  di Mario Melloni. Non poche delle sue riflessioni, rilette a distanza di quarant’anni, invitano a ripubblicarle, a scoprirne la sorprendente contemporaneità. Quella che segue per esempio, in forma di lettera al sindaco di Milano dell’epoca.

Negli anni 80, internet non era ancora in gestazione e la notizia che a Fortebraccio offre lo spunto per il corsivo di un 16 Settembre dell’80 arriva dalla lettura postuma di un articolo del Corriere, che commenta così

“…Soltanto l’altro ieri ho conosciuto i nomi di cittadini, vivi e defunti, ai quali il Comune di Milano ha concesso il giorno di sant’Ambrogio, per benemerenze civiche, la medaglia d’oro o uno speciale attestato e le relative motivazioni. Ho visto che fra i premiati alla memoria figura padre Zucca, ho letto la motivazione della onorificenza e l’opportuna, a mio giudizio, ferma e insieme civilissima deplorazione rilasciata al nostro giornale da Tino Casali, presidente dell’’ANPI. Mi consenta, signor sindaco, nel ripetere la mia incondizionata solidarietà con Casali, di aggiungere un mio personale commento, dovuto al fatto che io ebbi occasione per lunghi anni di seguire da vicino padre Zucca, che il comune ha ritenuto di giudicare benemerito. Tralascio di soffermarmi su quella parte della motivazione che riguarda l’attività di operatore culturale del premiato, attività che ritengo mediocrissima, ma che è materia di cui non ho specifiche competenze, né mi pronuncio sui salvataggi di padre Zucca compiuti nei confronti di ‘partigiani, ebrei, perseguitati politici’. Aspettiamo il giudizio dell’ANPI, cui va riconosciuta la più alta autorità di giudizio in questo campo. Casali lo ha preannunciato e credo che lo conosceremo presto. Ma quello che posso, per personale cognizione, dire fin da ora è che padre Zucca fu un ostinato e rabbioso nemico della democrazia e delle sua istituzioni. Si rese complice del rapimento della salma di Mussolini e lo fece, come i rapitori, per puro sfregio alla Resistenza. Non lo richiedeva infatti  né la religione, né il sentimento della pietà che si deve ai defunti, la salma di Mussolini essendo cristianamente  regolarmente seppellita nel cimitero milanese; e del resto padre Zucca si mostrò poi sempre coerente con questo atteggiamento di irrisione e di avversione antidemocratiche. Essendo guardiano del suo convento, predilesse e incaricò delle prediche durante le messe maggiori e più affollate il padre Parini, un fascista che si vantava di essere tale  e che non perdeva mai, anzi cercava, le occasioni per rovesciare sulla democrazia esplicite insinuazioni e impudenti oltraggi. E padre Zucca, nei discorsi privati, se ne dichiarava felice, come si diceva altezzosamente sicuro di sé in quella amministrazione della Fondazione Bazan, nella quale, lui vivo, non permise mai che si vedesse chiaro, mischiandola impunemente con i suoi traffici personali. Ecco chi fu e come veramente fu padre Zucca. Il comune ha voluto onorarne la memoria e a me non rimane che prenderne atto. Ma siccome qualche anno fa anch’io sono stato insignito dell’Ambrogino d’oro mi sento in dovere, signor sindaco, di restituire la mia onorificenza, perché tra padre Zucca  e me il distacco deve rimanere netto. Io non voglio avere nulla in comune neppure con la sua memoria, a cominciare, manco a dirlo, dagli attestati di benemerenza. Voglia accogliere, signor sindaco, le espressioni del mio ossequio. (Da Fortebraccio:  “Detto tra noi”, Editori Riuniti, 1980)

Ecco chi era Fortebraccio. Fosse ancora in vita, avrebbe di che scrivere sui rigurgiti per lo più impuniti di fascismo che fanno nera la cronaca da qualche tempo in qua, con il governo gialloverde. In questi giorni Melloni avrebbe commentato da par suo gli assalti squadristi ai ragazzi del cinema America, del pestaggio al grido “togliti la maglietta del cinema, di  antifascista, via di qua” e ancora dell’aggressione alla ex fidanzata dell’organizzatore del cinema. Come fece con il sindaco di Milano, si sarebbe rivolto al ministro dell’Interno Salvini, con ironia e disprezzo. Gli avrebbe imputato di essere determinato e veloce nell’ordinare il  respingimento chi fugge da guerre, violenze di ogni tipo, miseria, fame, mentre assiste con inerzia sospetta ai ripetuti episodi di violenza  squadrista.

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Il Racconto di Domenica 16 giugno 2019

“Pronto…”

di LUCIANO SCATENI

Anche a voler gestire con parsimonia il trait d’union dello smartphone, che porta voci amiche e di scocciatori all’orecchio destro e più spesso al  sinistro, mentre te ne stai appisolato sul divano, in stato di dormiveglia da programmi Tv soporiferi, o mentre ti nutri culturalmente delle ultime pagine di “Cristo si è fermato a Eboli”, trascurato in gioventù; se in auto percorri la monotonia dell’Autosole o ti inebri del profumo emanato da una spigola di mare, seduto al tavolo dirimpettaio del ristorante che dalla via Partenope scorge il profilo voluttuoso di Capri; se stai per segnare il gol del sorpasso, da centravanti degli ammogliati contro i nemici scapoli; se un sonoro blin-blon-blan della suoneria disturba la fase convulsa di un intrigante pre eiaculazione e Maria s’incazza come una belva a cui hanno sottratto sul più bello la preda; se Maria deroga dal principio “il cellulare è mio e lo gestisco io”, abbandona il Galaxi e tu sbirci la messaggistica e leggi con il sangue agli occhi, prologo di propositi vendicativi che la tua compagna dedica a tale Umberto la seguente esternazione: “Cara, è stato bellissimo, non vedo l’ora di fare di nuovo l’amore con te”; se perdi la scommessa  di scoprire che nel tuo scomparto delle funicolare c’è almeno una fanciulla che non sta chattando; se alle tre e venti di notte, quando a dispetto dell’insonnia, entri finalmente nella fase rem e la stanza da letto è inondata dalle note di “We are the champions”, suoneria del tuo ‘telefonino’; se a notte fonda, dopo i bagordi di una soiré alcolica il cellulare dichiara la morte temporanea per batteria scarica e non puoi comporre l’8888 della compagnia di taxi e sei in una zona della città priva di capolinea delle auto gialle; se componi il numero che risponde “benvenuto in….questo è il numero per conoscere il traffico residuo…il suo  traffico residuo, alle 20 e 3 minuti è di euro due e settantacinque, ma tu dal momento della ricarica di 30 euro hai fatto solo tre velocissime telefonate e scopri che offerte e promozioni mai chieste hanno fagocitato quasi tutti gli euro della ricarica; se il gestore del mio smartphone, per strappare la mia onorata firma  in calce al contratto mi ha  nascosto che nell’area della mia abitazione non c’è “campo” e per usarlo devo fare trenta metri a piedi, in  salita, per chiamare o ricevere; se con frequenza ossessiva il motivo “lungomare” della suoneria segnala la ventesima offerta di Tim, Vodaphone, Wind, Tiscali, Sky, con identico esordio: “Buongiorno o buonasera, signore, per lei chiamate senza limiti, 10 giga, eccetera eccetera, se passa con noi…”; se, come ammonisce con esempi spiazzanti www.butac.it, sei bombardano con insopportabile frequenza da news vere o false, comunque da verificare per non incorrere in errori o peggio in querele se le utilizzo per le mie note quotidiane. Se per tutto questo non manda in tilt la tua proverbiale tolleranza, allora sei un fottuto complice della dipendenza da cellulare.

Un breve bl-bl mi segnala l’arrivo dell’ultimo messaggio inviato da The Social Post: “Badanti obbligano 94enne a mangiare le feci: orrore a Ravenna. Sospesa casa famiglia. Colpevoli due romene con la complicità del dirigente  della struttura”. I dettagli dell’ignobile vicenda non sono da fascia protetta e non li raccontiamo, ma tra il dovere di informare e il dubbio se prendere per buona la notizia di quella scelleratezza disumana, scelgo di rinviarla e di accertare se è una bufala avvalendomi di comparazioni incrociate tra  agenzie di stampa e redazioni di quotidiani.

A stento riesce a un laureato in informatica introdursi nell’arcano del diabolico complesso di funzioni che convivono in pochi centimetri della pancia degli smartphone e non è raro che uomini  e donne con un  normale quoziente di intelligenza rifiutino di addentrarsi nelle micidiali guide per l’uso del cellulare, che si accontentino di capire come si ricevono e si inviano le telefonate. I più audaci accedono alle meraviglie del watsapp e del selfie.

Da qualche tempo mi godo momenti di quiete quasi paradisiaca. Li trovo nelle sale eventi con inedito obiettivo di ascoltare colti relatori per  continuare ad apprendere  di tutto. Mi concedo così imparare un paio d’ore di silenzio smartphone, privato anche dell’odioso vibratore. Il rumore del silenzio mi conduce lontano dall’allucinazione da poco vissuta nel vagone di testa della funicolare. Tra seduti e in piedi ho contato nove passeggeri e otto erano alle prese con il loro adorato cellulare. Una ragazza comodamente seduta non è stata neppure sfiorata dall l’idea di cedere il posto a una signora dall’equilibrio instabile, che non avrà avuto  meno di 80/85 anni. Si capisce, la fanciulla era impegnata a chattare e dall’espressione estasiata del viso si direbbe che amoreggiasse con il suo ganzo.

“Ovunque il guardo io giro…” come poetò il Metastasio…ho visto  l’incredibile di otto persone affette da smartphonite. Iincuranti della promiscuità, ovvia in un vagone della funicolare, divulgavano i “fatti loro”. Un’elegante signora con una mano si teneva alla barra di sostengo e con  pollice e indice dell’altra provava con grande impegno   a concludere prima della stazione di Piazzetta Augusteo il posizionamento finale delle carte del solitario ‘classico’. Ho saputo da un  tizio che “Giggì, lascia perdere meglio se ti affidi a un avvocato…” /  da una donna incionta “Cara, sto andando da Giulia, sai per il nostro burraco del sabato…” / Un tipo da spiaggia: “Vacanze? No, ancora non abbiamo deciso niente, non sappiamo i ragazzi che intenzioni hanno…”. Un turista (direi tedesco) non è riuscito a mascherare l’espressione di straniamento in presenza del vociare telefonico sommesso, ma non troppo. Quattro sugli otto personaggi smartphone-dipendenti proseguono all’aria aperta il loro dialogo a voce alta, con il cellulare incollato alle labbra.

Ho intrapreso un  percorso di rieducazione tre giorni fa, dopo aver contato sedici chiamate che presumo, perché non  ho risposto, di compagnie telefoniche, di aziende energetiche, case automobilistiche. I luoghi di provenienza chiarivano che provenivano da rompiscatole nigeeiani, albanesi, rumeni…

Come cambierà la ma vita se regalo il mio smartphone a Tharaka, che assiste una mia vecchia zia ed è lontano dalla sua famiglia rimasta nello Sri Lanka? Prima di dargli il cellulare provvedo a cambiare il numero telefonico e mi rendo conto che chi mi chiamerà si sentirà rispondere dalla voce registrata, anonima, di un call center che “Il numero chiamato non è attivo”.

Confesso, i primi giorni di astinenza hanno un che di strano. È spiazzante il silenzio, disturbato solo dalla base del computer che con due mini ventole ne impediscono il surriscaldamento. I vantaggi dell’isolamento sono però evidenti. La consapevolezza di aver rinunciato all’interlocuzione telefonica quotidiana con amici va a tutto vantaggio della concentrazione e della creatività. Scrivo e disegno che è un piacere.

Qualcuno dei miei amici, prova a chiedere in giro “chi l’ha visto”, ma con scarsi risultati. Dopo un settimana di “silenzio stampa”, in un’ora insolita,. poco dopo le 22, bussano. Apro la porta con qualche perplessità per l’orario, ma non mi sorprende l’insolita visita di Eugenio. Ha pubblicato un libro di psicologia e lo presenta nell’accogliente sala eventi di un albergo in via Partenope. Vuole chiedermi di essere uno dei relatori.

“Ma il tuo cellulare è morto? Allora mi presenti ‘Psiche e libido?’”
Ecco, questo faccia a faccia mi mette a disagio. Al telefono, per defilarmi dall’impegno della presentazione di un libro che non è tra i miei interessi, avrei mentito più facilmente. Gli avrei detto “Grazie per aver pensato a me, ma il 25 ho già un impegno a cui non posso sottrarmi. In bocca al lupo”. Guardandolo negli occhi non riesco a mentire.

Il gioco del nascondino è un naturale depuratore delle tossine accumulate  e come accade se si dà un taglio netto al vizio del fumo, superata la crisi iniziale da astinenza, anche lo squillo di un telefono fisso provoca rigetto. Come per le droghe anche per in non facile addio al cellulare c’è il rischio di un ricaduta. Ci finisco dentro come un idiota.

Stefania. Avrà provato a chiamarmi. Inutilmente. Eh no, va tutto bene, la quiete,  la fine delle rotture di scatole a tutte le ore, il bello della concentrazione, ma Stefania è Stefania e non fa parte del piano anticellulare. Lei non è bella come Monica Bellucci, ma è sensuale come,  più di Giulia Roberts in “Pretty woman”. A letto è uno schianto. A Milano per una settimana di incontri con i soci della sua società informatica, mi avrebbe chiamato per concordare i dettagli del blitz a Capri che abbiamo progettato per il prossimo week end. Già, ma come mi contatta se sono telefonicamente irreperibile? No, rinunciare a Stefania sarebbe  davvero troppo.

In un cassetto dovrei avere un vecchio Nokia con lo stesso numero di telefono dello smartphone che ho dato via. Eccolo, lo metto in carica.

 

Ora la batteria è al 65 percento della carica e  squilla tre volte di seguito.

“Sono tua sorella, ma che fine hai fatto?”

“Piera è una lunga storia, poi ti dirò”

“Ehi, finalmente. Sono Enrico, bentornato tra noi”

“Grazie, ci sentiamo, ma ti avverto non ho watts app”

“Sei vivo? Dov’eri sparito?”

“Da nessuna parte Elda, mi ero solo liberato del cellulare”

 

Lo store di Apple è un attrattore irresistibile e interrotto il progetto di uscire dalla dipendenza da smartphone il passo successivo è di puntare

al top dell’offerta, l’Xs Silver 256gb.

“Stefi, ci vediamo a Capodichino. Ho prenotato un volo in elicottero per le 18 di venerdì”

  • §§

“Pronto…signor Luciano, per lei che è nostro cliente c’è l’offerta di telefonate illimitate verso tutti e 10 giga per soli dieci euro al mese…”

Clic

“Pronto, se non è contento del suo contratto con…”

Clic

“Pronto, offerta imperdibile, Tv e fibre a 29 euro al mese…per sempre…”

Clic…clic…clic…clic…clic

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Il Racconto di Domenica 9 giugno 2019

L’incubo

Sogno di mezza primavera, forse autoanalisi, impulsi di fantasie dolorosamente represse arrampicate sugli specchi dell’impossibile, dentro e oltre i confini dell’irrealtà.

DI LUCIANO SCATENI

“Buongiorno dottore”. La guardia giurata è più lesta di Clelia e Maria, le due ragazze dietro il vetro a protezione della guardiola, ma il loro “buona giornata dottore” si accompagna a un sorriso professionale da miss Colgate. Una dozzina di salamelecchi. Uomini e donne Rai si fa in quattro per incrociare il mio sguardo di direttore generale “che non si sa mai, è lui il gran capo e meglio tenerselo buono”. L’ascensore è audio video. Premo il tasto “A”, di attico e la voce soave, educata, accattivante di una girl (ventenne? Forse ha oltrepassato appena l’età per votare, senato escluso) mi informa che l’elegante elevator, profumato di lavanda, è in salita. Lo dice come volesse farmi sentire il  suo profumo, con un sorriso carezzevole e con dizione da Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Poco manca che mi chieda se per la cena ho impegni, che lei conosce un localino di Ostia, in riva al mare con room e discrezione annesse.  Sa bene che parla a me, la web cam le rimanda la mia immagine. Mi chiedo chi giustifichi il costo di migliaia di euro per retribuire le due donzelle che si alternano, dalle 9 alle 19 per rendere piacevole il saliscendi nella cabina ultramoderna.

Violetta, avvertita dalla portineria,  mi aspetta sulla soglia del suo ufficio, che fa da filtro alla mia room, grande quasi quanto mezzo attico. Non ho capito mai come riesca a far arrivare dal bar il mio caffè, lungo e amaro (se no come apprezzi il suo aroma di miscela rigorosamente arabica?) , appena dopo trenta secondi dall’insediamento dietro la mia scrivania a misura di deus ex machina dell’azienda. Peccato, ha superato i 50 la fedele Viola e anche  trent’anni fa non deve aver mai pensato di candidarsi a miss Italia. Meglio così, ne va dell’efficienza, mai flirtare in azienda. Ho sotto gli occhi un documento riservatissimo, per metà redatto dallo staff del Presidente, per l’altro cinquanta per cento da Usigrai e Cgil. Carta straccia. L’analisi aziendale esplora in superficie il dettaglio delle produzioni, costi e ricavi di ogni format, le curve piatte, in ascesa, o al contrario in calo del gettito pubblicitario, l’incidenza sul bilancio delle retribuzioni del personale e delle star. In sintesi tutti i responsabili dei comparti di produzione difendono la gestione del proprio comparto e chiedono più risorse per essere competitivi nel mercato televisivo dominato da potenti network privati. Il sindacato definisce emergenza urgente rinnovare i contratti di lavoro, denuncia sprechi in ogni reparto e  il ricorso sospetto  ad appalti esterni, a fronte di un sotto utilizzo delle  strutture interne. L’Usigrai chiede ragione delle pesanti ipoteche politiche dei partiti di governo sui contenuti dell’informazione e la direzione dello sport avanza la richiesta di investire nel settore trainante del calcio, privato delle telecronache della serie A.

Convoco i capi struttura, i sindacati, il consulente che giudica le compatibilità delle esigenze con la disponibilità finanziaria della Rai. Prima dell’incontro plenario contatto il vertice del più potente gruppo imprenditoriale della Confindustria, che ha più volte sollecitato un risposta alla  richiesta di “vendere” la Rai a vocazione commerciale, con la garanzia di assumere in proprio il personale in  esubero e di consentire che  Saxa Rubra, con i proventi del canone, sia gestita  come servizio pubblico.

Dall’Unione Industriali qualcuno, in disaccordo con la prospettiva  di diventare quarto polo del settore e con un investimento miliardario ritenuto a rischio, informa il segretario del sindacato “giallo”,  fiancheggiatore dei dirigenti Rai, che messi a conoscenza della manovra la bocciano in partenza e organizzano azioni di boicottaggio dell’incontro con il direttore generale, ovvero con il sottoscritto, bersaglio tra due fuochi.

La voce corre presto di bocca in bocca. I giornalisti sospettano che lo scorporamento sia il prologo di un forte  ridimensionamento dell’informazione e della contrazione in unico soggetto della molteplicità di radio e telegiornali, con conseguente svuotamento delle redazioni. Il segretario dell’Usigrai: “Equivarrebbe a un gigantesco regalo alla concorrenza, al disfacimento di un patrimonio di professionalità senza pari nel mondo dell’informazione, allo snaturamento di un modello in linea con la filosofia della par condicio, fondamentale nel panorama della  politica italiana.

Ma fanno sul serio? Non c’è una virgola di quanto passa  nei notiziari che non abbia il placet di referenti dei partiti di governo. L’orgia di faziosità a senso unico dei telegiornali è chiaramente percepita dagli utenti Rai e sotto controllo dei rispettivi direttori, caporedattori, redattori delle pagine di politica.

Mi eclisso per due giorni e li spendo nella più faticosa trattativa in tanti anni da leader di aziende che hanno vissuto fasi drammatiche di fallimenti, chiusure, ridimensionamenti, ristrutturazioni. Fatico e non poco a strappare il via libera al ministro del lavoro, ma la fase più difficile dell’accordo con il pool confindustriale, che s’impegnerebbe a rivelare  oltre metà  della Rai, è la firma congiunta dei nuovi azionisti al capitolo che li impegna ad assumere l’intero organico del personale in uscita dall’azienda dimezzata, senza che perda neppure un giorno di contributi previdenziali.

Tre mesi dopo


Il nuovo palinsesto Rai propone un solo telegiornale e un solo radiogiornale, senza interruzioni tra un’edizione e la successiva, riniti in un’unica direzione collegiale, l’accorpamento delle redazioni regionali nelle tre grandi aree nord, centro, sud e isole. A tutte le redazioni è fatto divieto di affidare ad appalti compiti di riprese esterne e di stipulare contratti extra  con giornalisti pensionati Rai, in particolare con ex direttori. Si specializzano le tre reti. All’ammiraglia, la prima, è affidato l’intero comparto dell’informazione che include Tg, giornali radio, approfondimenti, speciali, corrispondenze dalle principali capitali, rubriche parlamentari, grandi eventi come il G8, Parlamento e Vaticano. Alla rete due spetta la vocazione di canale culturale, con  programmi di teatro, cinema, arte, musica, documentaristica, storia, scienza, libri. La terza rete è riservata  allo sport, con attenzione ai cosiddetti “minori”, all’ambientalismo, ai programmi per bambini e ragazzi, alla televisione di servizio, agli eventi in euro e mondovisione.

Per più di un anno l’effetto sullo share è più che scoraggiante. La gran parte dell’utenza, emigra sui canali commerciali e si fa fatica a disintossicarsi dalla droga del gossip, dell’evasione, di star che hanno fatto la storia della televisione, dai cine panettoni, dalla comicità grossolana, dai quiz, dai pomeriggi fotocopia dei “mattinali” che emettono Questure e Carabinieri, Finanza.

Mi sveglio madido di sudore e non fa poi tanto caldo, con un imponente mal di testa, profonde occhiaie, picchi preoccupanti della  pressione. Devo guardarmi nello specchio per sapere che sono proprio  io. Apro un vasetto di yogurt, sgranocchio una fetta biscottata, integrale, misuro tre volte la pressione, mai sotto 159 di massima e 85 di minima.

Accidenti è tardi, ho la conduzione del tg delle 13. Entro in Rai, gli ascensori sono out, sulla scrivania un pacco di agenzie di stampa della notte e del mattino. Una nota di servizio, firmata dal direttore in persona: “Sembra che il premier sia indagato dalla finanza, per collusione con la cosca emergente della sua città. Ancora niente di ufficiale. Ignora”. Sul monitor del computer sul circuito interno scorrono le immagini della conferenza stampa del premier.

Dio, mente sapendo di mentire. E io che faccio, fingo di non saperlo, davanti alla telecamere farò come sempre, neppure il minimo segno espressivo che riveli di non condividere quanto sono costretto a dire agli italiani? Assurda dissociazione…ma basta, basta, basta.

Ore 13 e 36 minuti. Rientro dallo studio, spengo il pc, esco sbattendo la porta.

“Michele è sempre in piedi la proposta di farmi tornare alla carta stampata, con il tuo giornale?”

“Devi essere proprio incazzato… dai vieni, sei il benvenuto”.

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Il Racconto di Domenica 2 giugno 2019

Miliardi di uguali

Margherita Hack se ne sta a testa alta. Gli occhi stanchi stentano a captare la fitta successione di numeri a dodici cifre che si alternano a immagini tridimensionali, commentate da voci metalliche, senza intonazioni, in sincrono con le curve di diagrammi che avanzano o arretrano sugli schemi millimetrati a segnalare l’andamento in progressione positiva o soste riflessive, utili a trasferire in traiettorie cosmiche i dati elaborati da “Arturo” elaboratore  alimentato da un pannello solare di trecento metri quadrati.

“Antonino, ci siamo. Allerta il centro ‘Over Skay’, tra due ore diamo il via al count down”. Raccontare preparativi e svolgimento dei voli esplorativi dello spazio e non è  il compito piò gradito della scienziata, ma lo esegue con attenzione e precisione.

Margherita Hack, omonima dell’astronoma italiana:

“Qui Juppiter, anno ottavo del quarto miliardo, ottantesima escursione interplanetaria, obiettivo pianeta abitato, illuminato da sole e luna, nato da un’esplosione galattica, fermo all’era nucleare. Tutto ok, ci avviciniamo alla Terra, discesa a velocità programmata”

 

Nel locale dell’Osservatorio Astronomico di Trieste, la scienziata punta il telescopio nella zona XW 23/seventy-nine del planetario, che ha esplorato mille volte a caccia di risposte ad altrettanti why posti dal limite di escursioni non oltre i dintorni di Luna e Marte.

“Eh no, questo bolide non è un asteroide, ma cosa? Si dirige nel deserto del Gobi. Valentino contatta Pechino, chiedi se l’ hanno avvistato”.

Cina. Yuan Yida segue da qualche minuto la traiettoria dell’oggetto che punta l’area ovest del Gobi. Contatta la centrale per gli interventi in emergenza e concorda con il responsabile l’invio di reparti speciali dove avverrà l’impatto con la Terra.

 

Dalla capsula in un materiale trasparente, che non può essere vetro o plastica perché non avrebbe resistito al tuffo nell’atmosfera, escono due figure di dimensione umana , protetti da un alone di luce verde, come fosforescente. Svolgono uno striscione nero. La scritta  bianca è in cinese: ‘Veniamo dall’astro Juppiter, veniamo in pace. Io sono Samantha Cristoforetti, lui è Umberto Guidoni’. Gli uomini dell’Emergency cinese temono di non aver capito:

“Ma sono i nomi di due astronauti italiani e certo non vengono da Juppiter o come si chiama il  vostro astro. Comunque benvenuti. Vi portiamo al nostro Centro spaziale. È in attesa un jet dell’aviazione militare”.

Cinesi e italiani sono in contatto con gli smartphone satellitari:

“Yuan, sono Margherita, cos’è questa storia? Samantha e Umberto sono sotto pressione alla Nasa, in preparazione intensiva per il volo sulla Luna…”

“Lo so bene. Comunque i due astronauti atterrati nel Gobi sono in arrivo. Appena qui capiremo cosa c’è dietro questo mistero di nomi coincidenti”.

 

Su Juppiter c’è fermento. Margherita Hack, informata dal trasmettitore spaziale in dotazione ai suoi viaggiatori nel cosmo dello choc causato dai suoi Umberto e Samantha, immagina lo sconcerto dei colleghi terrestri e intuisce come sarà arduo svelare i miliardi di parallelismi tra astri e pianeti di galassie infinite di cui la Terra sa poco e forse niente.

 

Tutto nasce dal privilegio riservato a Juppiter dall’ultimo discendente della dinastia destinataria dei segreti universali, che coprono l’arcano di sequenze il cui incipit non è databile, perché infinito. È toccato ad Eva ricevere nell’intimità di un rapporto sessualmente intenso e reciprocamente appagante il verbo criptico del suo amante, depositario delle risposte ai perché dei perché, primo fra tutti ‘chi siamo, di dove veniamo, quanti siamo’.

“Ascolta. Il deus, lo chiamo così per comodità di esposizione, è stato investito dall’Entità mistica senza nome del divino compito di sincronizzare e unificare i tempi di vita di tutti gli esseri dell’Universo con la vita dell’intero sistema, che include miliardi di miliardi di stelle, pianeti, soli e lune e altre forme di vita sconosciute sulla Terra”.

“Sincronizzare, unificare?”

“Proprio così. Se le creature disperse nell’immensità di infiniti cosmo avessero toccato punte di perfezione tecnologica di Juppiter saprebbero che ogni minima frazione dello spazio infinito si muove in perfetta armonia”.

“Vuoi dire che sono stati creati in simultanea?”

“Proprio così e non  solo. Tutti i luoghi in cui c’è vita sono abitati da cloni degli stessi uomini, donne, bambini”

“Cioè?”

“Capisco che la prova di questa duplicazione illimitata è sconcertante. Si può immaginare lo sgomento della Margherita Hack terrena quando scoprirà che dallo spazio è atterrato un oggetto volante guidato da un’identica Margherita Hack”.

“Ma sono persone fotocopia solo fisicamente?”

“Sono cloni. Egualmente dotate di intelligenza, di identica personalità, con uguali sentimenti, pregi  e difetto”.

“Ma è angosciante”

“Di più è alienante, risultato della pigrizia del ‘creatore’”.

“Creatore? Ma credi davvero che un essere superiore si sia speso per materializzare un’idea di parità assoluta nel sistema senza confini dove coabitano le Margherite Hack che a specchiarsi restano basite o chissà, contente di non essere sole negli universi quando distese sulla sabbia nelle notti stellate sono assalite dallo sconforto di sentirsi il niente nel nulla?”

“Ten, nine, eight…”

Nell’avveniristica struttura del Centro Spaziale europeo, è in atto il conto alla rovescia che precede l’accensione del razzo vettore per la messa in orbita della navicella. Steve  ’O Callum è in trance come ad ogni lancio. Socchiude gli occhi e ‘vede’ lo spazio oltre i confini delle esplorazioni corredate da immagini suggestive della Terra vista dall’orbita attorno alla luna. ‘Vede’ altre lune, pianeti sconosciuti, ammassi di stelle non codificate. Nel percorso di un’ellisse inedita appaiono un pianeta identico alla Terra e l’incrociarsi della navicella spedita da Cape Canaveral con una gemella,  messa in orbita chissà da chi e da dove, ma  su tutte c’è l’immagine della bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti.

“Seven, six, five…”

Allucinazione? Un miraggio?

Four, three, two…

No, un altro  ’Callum, proprio no.

“One…zero…go”

La missione della navicella che punta in direzione di Marte ha l’obiettivo minimo di testare il tempo che manca all’auspicato approdo sul pianeta rosso. Tutto il resto è uno strano sogno a occhi aperti. Anticipa la tensione per l’esito della missione che ha richiesto anni di preparazione e costi miliardari.

 

Margherita Hack, prestigiosa scienziata triestina,  ne è consapevole e incrocia le dita mentre conta a sua volta “ten, nine, eight…”

 

La vampata di fuoco in coda al missile acceca, ma segnala che è buona la partenza del vettore e il Centro Spaziale si rilassa per un attimo. Le incognite che accompagnano la missione richiedono massima concentrazione. Un margine di rischio c’è e benché contenuto nel limite rassicurante dello 0,5 per cento, non consente disattenzioni. L’astronoma, nella fase meno pericolosa del volo profitta per contattare Pechino, dove si trovano gli astronauti atterrati nel Gabi.

“Yan, sono da te?”.

“Proprio accanto a me. Con chi vuoi parlare?”

“Con uno dei due. Anzi con la mia omonima”

 

“Alò Margherita, sono Margherita. Da dove arrivi, dimmi di te”

“Preparati a sfogliare pagine per te sconosciute, che giudicheresti fantascienza se non rispecchiassero la verità. Per cominciare ti racconto di me, cioè di te. Mi chiamo Margherita Hack, sono un’astronoma, vengo da un mondo bersagliato per miliardi di anni dalla luce accecante e da temperature di cinquecento gradi di un astro infuocato, infine  divenuto abitabile per il progressivo spegnimento, che ha ridotto luce e calore su Juppiter. Da lontananze incalcolabili è atterrata sul nostro suolo una ‘macchina spaziale’ azionata da energia sconosciuta, invisibile e ne è sceso un essere di dimensioni imparagonabili alla nostra. Nell’immensità di ghiacciai disabitati ha convocato scienziati, giornalisti e capi di Stato:

“Sono l’emissario di chi ha dato vita a miliardi di universi. Ho lo sgradito compito di riferirvi che l’onere insostenibile dell’immane impresa lo ha indotto a clonare i prototipi dei viventi da un unico modello, riprodotto all’infinito”. Si è poi rivolto a me e ha detto testualmente che di Margherita Hack, cioè di astronome identiche a noi due ce ne sono miliardi. Hai 61 anni, è così? Anch’io. Gli ho chiesto come sia possibile essere tua coetanea se per arrivare sulla terra ho impiegato un tempo infinito e la risposta mi ha choccato.

“Siete biologicamente programmati perché coincidano, a prescindere da situazioni asincrone, età, condizioni psicofisiche, qualità e difetti. Come puoi sentire, parlo la tua lingua e lo fanno tutte le Margherite Hack di ogni universo”.

“Ma è pazzesco, straniante, se me lo consenti. L’idea subito successiva a questo giudizio, necessariamente sommario, è che quanto mi racconti azzera ogni progetto della Terra di esplorare lo spazio alla scoperta di nuovi mondi. Arrivassimo su Juppiter, in un futuro lontanissimo, ci ritroveremmo in uno scenario esattamente sovrapponibile al nostro, abitato da nostri gemelli, con identiche storie di vita, problemi insoluti, ingiustizie, guerre, povertà e ricchezze, egoismi e solidarietà, paura del futuro. È sconvolgente e sai che ti dico, non ho nessuna voglia di incontrarti, di osservare il mio doppio, di sentire la mia voce coincidere con la tua. Se lo vuoi sapere, il racconto del deus che ha scelto Juppiter per svelare l’assurdo della moltiplicazione di mondi partoriti in fotocopia ha spento per sempre l’interesse scientifico per i misteri del creato. Ma tu, perché qui, sulla Terra?”

“Semplicemente perché come San Tomaso ho voluto trovare la conferma di quanto ci è stato rivelato dall’essere venuto dall’infinito. E l’ho già acquisita. Lo Yan che ci ospita a Pechino, è lo Yan che su Juppiter sovrintende alle attività del nostro Centro Spaziale. Neanche io voglio incontrare un’altra me. Come vedi pensiamo all’unisono. Me ne torno su Juppiter, l’Università La Sapienza mi conferisce la laurea ad honorem in scienze.”

“Ho bisogno di dirti che la stessa università, mi ha convocato con la stessa motivazione?

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Il Racconto di Domenica 26 maggio 2019

Notti in bianco

Purtroppo non mi relaziono con un Freud contemporaneo, rivelatore di anfratti dell’inconscio che elaborano nottetempo l’immaginario in  sogni e incubi. Non mi resta che raccontarli e  lasciare a chi li legge l’esercizio di interpretarli e magari di analizzare i propri se in qualche modo si somigliano. 

DI LUCIANO SCATENI  

Ricordo i sogni con storica difficoltà. Provo poco coraggiosamente a rimuoverli e a volte me ne libero, acquieto l’ansia che ne scaturisce  in questo nostro tempo malato. Sogno la paura e non per la mia persona.  Ho percorso gran parte dell’itinerario biologico che mi concede il destino. Temo e tremo  per Gigliola, Enzo e Amina, ‘Nbuni, Nancy e Juan, Tai-lan, le mie figlie, i loro figli, i bambini con la pelle bianca, nera, gialla, destinati a subire l’umanità disumana del terzo millennio, appena imboccato.

Sogno letti di morte male allineati e corpi monchi, teste senza occhi, ferite rosse di sangue oramai muto, voci strozzate in gola, maledizioni e preghiere, bestemmie pronunciate con cinismo da fantasmi minacciosi contagiati dalla droga del potere che annega i sentimenti e la pietas, il rispetto della vita, l’amore. Mi spaventano la tracotanza di chi pratica la sopraffazione, i propagatori seriali delle ingiustizie. Analizzo il ricorso spregiudicato alla menzogna, l’intolleranza per i diversi, comunque per l’altro. Mi spavento per la mia estraneità alla rivoluzione del pacifismo proposta dal titolo di una riflessione sul tema “Tra Cristo e Gandhi” che leggo distorto, come attraverso lastre smerigliate.  È smarrimento, precarietà,  da uscirne con la resa senza condizioni. M’inalbero per non far niente contro l’Italia che spaccia mine antiuomo ovunque è guerra. L’ultimo numero del periodico dell’Alto Commissariato Onu per i diritti dell’uomo ha in copertina l’immagine di un bambino nero che insegue una palla di pezza saltellando su una gamba sola, aiutandosi con una rozzo bastone per stampella. Il disgusto per chi ha messo l’ordigno che gli ha portato via una gamba, include con uguale indignazione gli oltraggi del terrorismo omicida, dell’odio per l’odio, segnali di percorsi  nell’angoscia degli  incubi, delle crisi di panico, sussulti scanditi dal ticchettio della sveglia, nel cupo silenzio di notti travagliate per brevi, spossanti fibrillazioni. Ogni  tic si distanza dal successivo di un secondo e mi aiuta a contarne quattro, il tempo di una tragedia che nessuno racconta, della successione, che fa bestemmiare, di un bambino che in qualche luogo del mondo dei derelitti muore di fame o malattie, appunto ogni quattro secondi. Uno…due… tre… quattro… “morto un altro, maledizione”.

Mi arrovello nel groviglio di indagini non risolte sulle conseguenze della nascita casuale in un luogo della Terra piuttosto che in un altro, l’uno immerso nella tutela del benessere materiale e immateriale, l’altro escluso dal circuito che procede senza ostacoli sui binari dell’innovazione tecnologica, dei privilegi sociali, della ricchezza in  crescendo a scapito delle povertà, dei monopoli di risorse naturali e umane gestiti da aggressività neocolonialista. Mi smarrisco se provo a capire cosa c’è dietro la vita delle tremila creature stroncate dal crollo delle torri gemelle, delle centinaia di vittime degli attentatori suicidi, dei macellai dell’Isis, e cosa nell’assurdo di femminicidi quotidiani, dietro cosa si maschera la vigliaccheria diffusa delle violenze sui minori, specialmente ignobili se ne sono responsabili preti e alti prelati, cosa nel destino senza un perché di bambini che nascono con malattie mortali e cosa nell’assurdo disumano delle vittime di “bombardamenti chirurgici”.

Migliaia di morti  e sarebbero molti di più senza il generoso volontariato di Medici Senza Frontiere ed di Emergency, dei loro ospedali, di chirurghi, di mani pietose che stringono mani, per aiutare a sopportare il dolore fisico e la disperazione. Senza di loro il massacro di innocenti si  trasformerebbero in strage epocale. La fede, per chi se ne protegge, è un elisir di grande conforto, che tutto riporta all’ineluttabilità di comportamenti dell’umanità consegnati al libero arbitrio.

Rifletto. Per chi non  possiede questa via di uscita dallo sconforto,  per me tra tanti, sono notti avvelenate dalla consapevolezza di rispondere con il nulla alla rabbia impotente.

Basta un eroico sit per fermare i carri armati, le pietre possono davvero opporsi a mitragliatrici blindati, esiste una mazza di ferro virtuale che butti giù muri di cemento armato, che sradichi dai confini blindati barriere chilometriche di filo spinato?  Non basta. Il caso dei vietcong che hanno umiliato la potenza militare degli Stati Uniti è unico e probabilmente irripetibile.

Quanto sembrava appartenere ai secoli bui dell’umanità pervade il tessuto delle società contemporanee. L’elenco delle nefandezze, dei soprusi, dei crimini impuniti, sembra perpetuarsi inalterato e anzi mostra di aggravarsi. Conservo un video girato da antagonisti della pena di morte. Racconta la disumanità delle esecuzioni, negli Stati Uniti, quasi sempre inflitte a condannati che non si possono consentire l’assistenza di studi legali a costi milionari. Mi ossessiona l’immagine del bambino fuggito dal suo Paese dilaniato da violenze sanguinarie,  disteso, senza vita, sulla bastigia dove lo ha trascinato il mare.

Ce n’è abbastanza per un’altra notte di autoanalisi e  brevi incursioni nella depressione, a stento compensati da isole di moderato ottimismo per il ritorno in campo dei giovani, il protagonismo femminista, il “bella ciao” adottato universalmente per contrastare il peggio di poteri dominanti all’insegna della discriminazione razziale, dell’intolleranza, dei forti sui deboli.

Riaprire gli occhi è dura. Un nuovo capitolo della saga “Salvini” rende irrespirabile l’atmosfera che staziona sull’Italia, da Nord a Sud, da quel fatale marzo del 2018. Svela latenze indecorose di un substrato razzista mai totalmente cancellato, maledettamente nostalgico di tempi dell’uomo forte al comando, xenofobo, malato di egocentrismo, soggiogato dalla  tentazione autarchica del “prima gli italiani”.

La notte è alle spalle. Oggi Napoli è antirazzista, ed è un buon segnale che sembra interrompere una lunga fase di pigrizia politica. Ieri la mobilitazione anticamorra. Internet racconta che il piccolo, ma laborioso manipolo della procura di Agrigento si appropria dell’indipendenza del potere giudiziario, attentato dal Viminale e vieta il blocco degli sbarchi. Il Paese dei balconi segue passo, passo il veloce trotterellare del ministro dell’Interno in tour elettorale e il benvenuto degli striscioni  più diffuso è “Vattene”. Cresce la solidarietà per l’insegnante e la maestra siciliane punite con la sospensione, l’una per aver consentito agli studenti di riflettere su analogie tra leggi razziali del fascismo e il decreto sicurezza di Salvini condannato dall’Onu, l’altra per aver letto in classe il “Diario di Anna Frank” nella giornata della memoria per la Shoa. Il ministro leghista Bussetti è costretto a tirarsi fuori. Addebita l’iniziativa repressiva all’autorità scolastica locale, come Salvini nega di aver influenzato Questure e vertici della polizia per incriminare le navi Ong che salvano vite umane nel Mediterraneo.

Oggi si vota e in gioco c’è l’Europa della Brexit, dei consorzi di sovranismo nascente, di un consesso politico ed economico stretto nella morsa russo-americana e l’ombra espansiva del colosso Cina che si allunga sul Vecchio Continente.

Penso che non è un bel guardare il futuro di Gigliola, Enzo e Amina, ‘Nbuni, Nancy e Juan, Tai-lan, le mie figlie, i loro figli, i bambini con la pelle bianca, nera, gialla.

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Il Racconto di Domenica 19 maggio 2019

Here is Naples

DI LUCIANO SCATENI

Luoghi di Napoli che inseguono l’internazionalità di isole urbane della merveilleuse Paris senza alcuna timidezza. Introdursi nella petit Montmartre è respirarla, infilarsi nella stratificazione millenaria che si offre con il fossato della piazza Bellini, custode di mura greche. Le raccontano maestre edotte di classicismo a giovanissimi alunni più distratti che attenti. Induce a scrivere su tela parole, a volte colorate, per dire cosa pensare di uno ‘star a Napoli’ con appassionata perplessità, talvolta indotto a rabbiosa ribellione, altre a benevolenza assolutoria, spesso a dolorosa prossimità con la rassegnazione. Il percorso di un itinerario breve, saturo di intensità culturale, è attraversato da esasperanti contraddizioni, da strepitosa concentrazione di offerte omogenee, tra loro compatibili. Nel perimetro che include la piazza dedicata al sommo poeta e il Museo Archeologico Nazionale, si snoda la successione di librerie, case editrici, caffè letterari, offerte di antiquariato e templi delle arti, il Conservatorio Musicale di San Pietro a Maiella, il Teatro Bellini, il liceo Artistico, l’Accademia delle belle Arti, istituzioni universitarie, la galleria Principe di Napoli. Sulla via Costantinopoli, sontuoso collegamento di questa fantastica coesistenza, si affacciano edifici storici, di quell’architettura elegante, nobiliare, che impreziosisce l’intero centro storico. La statua di Bellini domina lo slargo omonimo, meta di turisti qui indirizzati da un convincente passa parola internazionale.

Step one  

Oi bella, bè, bella carnale, puttana, puttà nel blu distesa, seni emersi, carnosi… liquorosa tentatrice del grande vecchio /incombente, silente, esplodente vulcano bisex / seni matronali, due e un cono a vocazione ero-eruttiva /puttana, puttà detto con amorecon odio, amore odioso, odio amoroso / nera di sole, bianca quando è sera (Pierrot in punta di piedi attraversa il crinale ribollente di sbuffi sulfurei) /fianchi slargati dal gran fottere /parole graffiate / e il sudore?

È femmina hai detto ascoltando la Napoli pluri profanatagemere consensualmente / e dai /è setole intrise di magenta, spatole pregne di blugiallo spinto nella trama di lino a dita nudecrete e legno spossato dal tempopietre cavate dagli Appennini /scrivono ciao al corpo nudo di Napoli, violato /gente di mare porta via ore di amoree c’è odore di sale, succhiato dalla pelle

Step two

Di Giugno, quando la notte s’ammala di nostalgia per un giorno fuggito alle otto della sera, al riparo tra le quinte di un nuovo tramonto verde-oro, che in un lampo di tempo s’incendia di rossi suadenti. S’annuncia una tiepida notte a occhi aperti e cioè solo pausa sofferente tra due luminose pacatezze e altrettanti segmenti d’azzurro, puri come trasparenze in incognito. Sul mare di Partenope, di Giugno, aloni di fuoco, nell’alba dell’ottimismo, si oppongono insolenti al possente profilo del Vesuvio, a cavallo dell’ultimo cratere che ha schiantato il Monte Somma, ritroso partner di fumose fibrillazioni.

Step thre  

È subito vespro lassù, in fine di una ripida impennata, dove la collina di Napoli dimentica odori e sapori delle acque salsoiodiche del Borgo Marinari, ai piedi del castello custode di un ‘ovo’ ben nascosto che se fratturato avrebbe causato sciagure. Volgendo lo sguardo in su il verde in tandem della Villa Floridiana e della consorella Lucia, dono di Ferdinando quarto dei Borbone alla moglie morganatica. Lassù, odorosa di rose rosa, la fanciulla in vista di future nozze s’adorna il capo di lievissimo tulle e s’avvolge nella candida vela per coprire il corpo d leggerezza. La donzella mal sopporta la frequentazione di coetanee snob, con indosso gonne griffate. Prima di convolare trova rifugio nel giornalismo e presto sovrasta di molto lo standard medio del pianeta mediatico locale. Se ne separa presto e gli occhi non si inumidiscono di rimpianto. Aggancia il fantastico della fuga nella terra d’Albione dove dire “sorry” è pensare assiduamente ‘scusi’ e non per mero garbo.

La London School of Economics è un irresistibile attrattore e laurea la young girl in marketing, ma le dona anche Stefan, compagno della vita, giovin signore del nord England, dottore in economia destinato a scalare in velocità il totem del gigante Lloyds. Di Giugno, con flemma britannica, il giovane in carriera si abbandona a indolenze indotte dall’habitat mediterraneo e si lascia invadere dal profumo di mare immesso nella suite dal balcone che si affaccia a dominare il golfo di Partenope. In San Pasquale la chiesa anglicana ascolta il doppio “sì” e il sodalizio anglo-partenopeo è consacrato con rito bi-religioso.

La fusoliera s’impenna a malincuore, quasi delusa per il rimpicciolirsi di Capri, alla sinistra della città, a destra di Posillipo collinare. Il muso del Boeing Bristish Airways punta le Alpi, l’acqua irrequieta della Manica, la nebbia che nasconde il verde del Sussex. Bye, bye Naples.

Step four     

Sono sensibili i napoletani, portati a facile commozione se investiti delle disgrazie altrui. I napoletani versano lacrime per ori, stucchi e velluti della veneziana Felice, prestigioso teatro distrutto dalle fiamme. Sfilano dal portafoglio, benché smagrito, un po’ di euro, contributo per la ricostruzione, perché sia rapida, rispettosa dei prestigiosi fastigi originali, estranea al virus di corrotti e corruttori. Generosi i napoletani, ma per nulla stupidi. Confrontano la gara di solidarietà per il teatro di Venezia in fiamme con il sisma nelle visceri del quadrivio di Secondigliano, esplose per una macro fuoriuscita di gas da una conduttura interrata. Qui, così è raccontato in un collegamento televisivo, le fiamme non hanno divorato palchi, poltrone e moquette, bensì vite di operai e di povera gente della periferia immerse nella marginalità sociale. Oltre il ‘cratere della morte’ i napoletani osservano le crepe di strade sconnesse, la desolazione di povere case, il traffico da caos indiano. Zero cordate solidali di grandi banche per questo segmento di città marginale, nessun sos di solidarietà diffusa. Il Quirinale non preannuncia visite del Presidente, che andrà a Venezia, dove dalle ceneri rinascerà una Fenice più bella di prima.

Step five

Napoli è un corpo flessuoso, disteso lungo coste stregate da sibille e maghi. L’accarezza d’azzurro un cielo dipinto da anime sognanti di meritevoli allievi di Raffaello, lo colora d’oro il pennello del Beato Angelico, lo culla il blu profondo del mare, tinto di notti insonni, spese a cantare le vele bianche in volo sulle onde, inarcate verso il cielo prima di tuffarsi nei gorghi spumeggianti. Napoli è vita senza tempo, spazio senza confini, sogno prigioniero dell’allegria, quiete emozionante, frenesia spiazzante, sensi esasperati, complicità nel peccato e compiacimenti, noncuranza, charme, spavalda impertinenza, culto dell’effimero, facili contentezze, piacere di piacere, ore d’amore solo immaginate, consenso e rifiuti. Napoli vive di nulla, tenuta su da due dita di anice e tre di caffè nero, sazia di odori e note portate vie da ali di libellule innamorate di sé. Napoli si nutre del sapore di sale e ingoia lacrime amarissime. Ride di cuore, urla di rabbia, canta. Napoli è sonnolenta, pigra e prodigiosamente laboriosa, ribelle, rivoluzionaria, orgogliosa, nobilmente pezzente, ossequiosa, puttana, per scombussolare il sangue di partner usati e abbandonati con il gusto di provocare sferzate di eccitazione e poi domarle. Napoli è vita inerte, pulsioni sismiche, dignità e fierezza, viaggi nel trash e villania plebea, disprezzo del potere. Napoli danza su fluidi incandescenti, erutta lapilli infuocati, dispensa fertilità ripagata con nettare generoso, premuto da uva dolce come miele, vigorosa come un elisir. È dolce vita Napoli, da raccontare allo spirito di Fellini, immenso autore di “Amarcord”, per il mancato film sulla regina del Mediterraneo.

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Il Racconto di Domenica 12 maggio 2019

Tennis: ‘padroni e sotto, top ten

e raccattapalle’

Nei mondi miliardari dello sport, Paperon  dei Paperoni è mister  Michael Jordan, con un patrimonio di 1 miliardo di dollari, primo a entrare nel club sei super ricchi. Lo tallonano lo sfortunato pilota di formula  Michael Schumacher, Palmer storico golfista e il collega Tiger Woods. Poi un altro cestista dell’Nba, Magic Johnson, il pugile Floyd Mayweather, Shaquille o’Neal, basket, il calciatore sciupafemmine David Beckham.  I signori del tennis sono in questo duemiladiciannove i big al  vertice della classfica Atp. L’intramontabile Federer, il coriaceo Djokovic, lo spagnolo Nadal. Ma come si scala la vetta dei top ten della racchetta?

DI LUCIANO SCATENI


 

Le fatiche di Ercole sono bazzecole per chi è informato della via crucis che percorre un tennista per arrampicarsi nell’eden dei topo ten. Non basta il talento, primo e fondamentale mattone per costruire il capolavoro tecnico e atletico che ambisce a collocare il trofeo di Wimbledon nella bacheca. Si imbocca la via del successo se si concentrano nel candidato alla gloria tenacia, determinazione, intelligenza tattica e soprattutto  capacità di concentrazione dalla prima all’ultima racchettata. L’atleta con questo bagaglio di qualità non è solo a competere con altri giganti del tennis. Lo affiancano una fanatica compagna, il personal trainer, il fisioterapista, uno psicologo, lo stratega, mamma e papà, club di tifosi, sponsor.

La concentrazione. Osservati nella fase strategicamente determinante della battuta i campioni denunciano il ricorso sistematico al proprio “tic”. Ecco un campionario delle star: il fenomeno Rafa Nadal, mancino, ma solo con la racchetta, con la mano destra pizzica il pantaloncino sul di dietro e sul davanti in prossimità di zone ‘intime’, poi il naso, l’orecchio e la sequenza, sempre identica, farebbe perdere la concentrazione anche ai santi. Nole Djokovic guarda torvo il raccattapalle che non gliele serve velocemente. De guadagnare secondi per far rimbalzare all’infinito la palla prima della battuta entro il tempo stabilito dal regolamento. Qualche volta esagera e riceve l’ammonizione dal giudice di sedia. L’avversario si innervosisce. Roger Federer, il signore del tennis, eternamente impeccabile nell’abbigliamento di gioco, cioè elegante nell’abbinamento di maglietta, pantaloncini, bandana, polsini, calzini, scarpe, con la destra, dà una riavviata ai capelli con tocco leggero, dopo ogni punto concluso da una parte o dall’altra. Il russo-tedesco Zverev, astro nascente, con la mano libera solleva la maglietta fino a scoprire la pancia  e non batte senza aver reiterato questo gesto. Il due metri e oltre, l’americano Isner, dopo ogni fase di gioco toglie e rimette il cappellino antisole. Il prode Fognini, che se avesse più cervello sarebbe tra i primi tre del mondo, mentre aspetta di ricevere la battuta dell’avversario, con la punta delle dita verifica una a una la tensione delle corde. La star del femminile, Maria Sharapova, dopo ogni punto, vinto o perso, volta le spalle al campo, compie tre o quattro passi in allontanamento dalla linea di fondo e con un lezioso dietrofront torna in  posizione.

Il capitolo raccattapalle. Ragazzini/ragazzette, per usufruire del “privilegio” di stare in campo, devono superare il test di velocità nel raccogliere le palle e porgerle ai giocatori con tecnica rigorosamente rispettata, uniforme. I due, posti ai lati della rete, finita l’operazione di recupero, devono inginocchiarsi velocemente e aspettare immobili la fine dello scambio. Quelli a fondo campo sono anche addetti alle asciugamani dei giocatori, che anche in condizioni climatiche rigide se lo fanno porgere per asciugare il sudore del viso. Nessuno svela  che il ricorso all’asciugamano serve in realtà a riprendere fiato per qualche secondo. I giocatori corretti, si fanno lanciare tutte le palle disponibili, fingono di scegliere le  ‘migliori’ (altro stratagemma per tornar alla respirazione normale) e restituiscono con garbo quelle scartate ai raccattapalle. Altri le spediscono alle proprie spalle senza badare a dove finiscono.

Capitolo asciugamano. Alcuni dopo aver asciugato la faccia lo porgono ai raccattapalle, altri glielo tirano, costringendoli a difficili parate.  Idea: non sarebbe corretto poggiare l’asciugamano su uno sgabello a portata di mano del tennista e favorire un democratico “fai da te?”. Sui  campi, con cielo sereno, il  sole picchia duro e  durante l’intervallo tra un game e l’altro i tennisti si abbeverano, riposano ai lati del terreno di gioco. La scena è da epoca egiziana, del tempo che gli schiavi facevano aria al re con un ventaglio di piume. To day, il raccattapalle apre un ampio ombrello e ripara il giocatore. Con  l’altra mano apre il frigo e soddisfa la  richiesta di una bibita fresca.

Che dire, il tennis, a questi livelli, è sport  d’élite, molto poco rispettoso della pari dignità. L’obiettivo di insediarsi nell’Eden dei topo ten e il successivo, di rimanerci il più a lungo possibile non è solo avidità, corsa alle cifre milionarie di premi e sponsorizzazioni. Non basterebbe. Il di più è ambizione vestita di edonismo, full immersione nella popolarità, il nome scandito dagli spalti,  striscioni e bandiere, richieste di selfie e autografi,  ingressi e uscite dal campo seguiti da migliaia di fan in delirio, attenzione a piena pagina del giornalismo sportivo e non solo.

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Il tennis, per quanto se ne sa, non è avvelenato quanto il ciclismo dall’uso di dopanti che spingono a livelli estremi le performance atletiche, ma non ne è neppure esente. I casi da prima pagina: il geniale John McEnroe (streroide per i cavalli), Mats Wilander (cocaina) Matia Sharapaova, miss  tennis (meldonium), Andre Agassi (meyamfetamine), il ceco Novacek, il connazionale Korda, gli argentini Coria, Canas, Chela (nandrolone), l’anglo canadese Rusedski (sostanze illecite), Mariano Puerta (stimolamte cardiaco), la fantastica Martina Hingis, il francese Gasquet (cocaina), il serbo Troiki, Marin Cilic, quattro tennisti russi, dodici spagnoli, nove americani e anche otto italiani.

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Gli appassionati del nostro Paese guardano stupiti al proliferare di campioni di Paesi tra imparagonabili per mille motivi: Stati Uniti, Spagna, Francia, Russia, Paesi slavi e per decenni Australia. Anche meno  comprensibile è la nascita di assi in luoghi del mondo privi di tradizione sportiva specifica, come l’Austria, la Germania. Spiegazione semplificata: in Italia quando un ragazzetto mostra talento precoce, diventa presto oggetto di contratti degli sponsor, di circoli ad alto livello, aziende di abbigliamento, di racchette, accessori. Il vortice di attenzioni coinvolge i familiari e distoglie dalla severità della crescita tecnica e atletica dei ragazzi. E poi, in Italia non esistono scuole alla Bollettieri, che negli Stati Uniti accompagna i ragazzi fino alla maturazione con sistemi di crescita iper collaudati. Fenomeni come Federer, Nadal, Djokovic, non fanno testo. Per loro la sorte ha riservato qualità extra terrestri con uguale generosità donata al genio di Mozart o all’intelligenza scientifica di Einstein.

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Il Racconto di Domenica 5 maggio 2019

Bentornato “Paese”

DI LUCIANO SCATENI

“Sono Nicola, ho un’incredibile, emozionante notizia, per te e molti altri: torna in edicola, non indovineresti mai, il mitico ‘Paese Sera’.

“Sogno o son desto?”

“Fidati, se sogni, sogni a occhi aperti. Non è una fake news, condirettrice è mia nipote”.

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E’ un caso se la notizia è del 25 Aprile e se i giornalisti del rinato, storico quotidiano, hanno raccolto commenti entusiastici, perfino commozione dal popolo del corteo per la Liberazione?

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Fu un colpo al cuore il sipario calato sull’avventura esaltante di Paese Sera, per i suoi lettori e specialmente per chi ha vissuto dal di dentro la passione per il ruolo politico e sociale del giornale per il lavoro redazionale oltre l’orario sindacale e il coinvolgimento, la partecipazione ad un collettivo motivato all’unisono.

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Giugno 1976, entro in redazione, al secondo piano dell’angiporto Galleria Umberto. A sera la prima copia del giornale con le pagine di Napoli sarebbe oramai chiusa intorno alle 23 , in tempo per consentire a Roma di stamparlo e farlo arrivare a Napoli all’alba. Il telecopier, oggi il fax, ma non ancora in quegli anni ha già ingoiato il menabò e nella redazione centrale Fabio Cortese, a Roma, lavora all’impaginazione per chiudere le nostre pagine e spedire il giornale a Napoli perché sia in edicola all’alba, ma…

“Luciano, trenta righe, a tempo di record, smontiamo la prima pagina e pubblichiamo la notizia in apertura”. La notizia dell’ultima ora dice di due operaie morte nell’incendio della fabbrica. Ennio Simeone, capo redattore, ex Unità, è perentorio, anche se consapevole che molti redattori, come me, non hanno alle spalle alcuna confidenza con i ritmi frenetici del quotidiano. Il battesimo fuga supera ogni dubbio, ma c’è poco da festeggiare. Le due edizioni di Paese Sera non concedono pause e la consapevolezza di sfidare i numeri modesti di lettori napoletani dei giornali crea tensione. Per fortuna, giorno dopo giorno, diventa spinta positiva a vincerla.

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Comincia così l’avventura nel quotidiano-scuola di giornalismo che è stato Paese Sera. Fedele agli ideali progressisti della sinistra, ma distante dal ruolo di cinghia di trasmissione del Pci, il giornale a quel tempo diretto da Coppola, fu voce dirompente a Napoli, nella città del Roma, portavoce della destra e del Mattino a vocazione democristiana. Ebbe attenzione significativa per minoranze prive di visibilità, per il disagio sociale, l’esperienza rivoluzionaria del primo sindaco comunista del sud Europa, il risveglio culturale della città, perfino della sinistra Dc, emarginata dalla corrente dominante.

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Quando Ennio Simeone ha lasciato Napoli per un incarico prestigioso nella redazione centrale di Roma, mi ha investito della responsabilità di succedergli e ho vissuto da quel momento gli stimoli di un’onerosa, ma esaltante tensione professionale, non disgiunta dall’emozione per un ruolo condiviso con passione, fatto di lavoro quotidiano di perfezionamento, di collaborazione con un redazione giovane coinvolta molto al di là delle normi contrattuali.

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Il giornale funziona come un magnete e calamita energie, intelligenze, progetti nel cassetto, proposte, partecipazioni prestigiose. Ho continuato a sorprendermi del rispetto per l’autonomia del nostro lavoro, l’assenza di interferenze del Pci, partito di riferimento del giornale, la pacifica tolleranza per qualche rara divergenza nelle valutazioni. Paese Sera cresce con il progressivo consenso dei lettori, di quote significative della società napoletani, sindacati, istituzioni culturali, movimenti, come riferimento in ambiti apparentemente asincroni, del mondo del lavoro e dell’intellettualità. Il giornale vive eventi di straordinario impegno, uno per tutti il rapimento del figlio di De Martino, storico leader socialista. Non si va a letto per seguire le indagini, offrire solidarietà al padre anziano, alla dignità con cui ha vissuto quel dramma nella casa di via Aniello Falcone, più libri che spazi liberi, per essere informati sull’andamento delle indagini.

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Siamo tutti impegnati, ognuno per la propria competenza, nella battaglia civile per l’approvazione della legge sul divorzio, l’esplosione del femminismo, il nuovo interpretato dall’’esecutivo guidato da Valenzi.

Una sera, oltre la mezzanotte, mi chiama al telefono Toto Parisi, medico prestato alla politica. Lo incontro davanti al portone chiuso di Palazzo San Giacomo. Fatica a reggere una borsa di tela. Dentro ha sistemato cinque bottiglie di brandy. Scherzo: “Non ne basta una per ubriacarti?” “Spiritoso, queste sono per la buona notte a chi lavora, mentre tutti dormono”. Inizia così un percorso urbano, come definirlo, istituzionale. Non ricordo più quante tappe ci portano nei punti della città dove operano i fognatori e le squadre di “Napoli pulita”, che nelle strade liberate dalle auto con avvisi preventivi le rigenerano, usando scope meccaniche e autocisterne che lavano il selciato. E’ inverno, fa freddo e il brandy riscalda lo stomaco ma è anche il via a un rapporto di vicinanza dell’assessore ai lavoratori della Nettezza Urbana.

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Una brutta mattina, mentre esco di casa per andare al giornale faccio entrare in casa un ufficiale giudiziario. Mi mostra il mandato esecutivo che esige da me una somma ingente, stabilita dal tribunale come penale per risarcire un uomo politico che mi ha querelato. Cerco di capire, pago e impreco. Che c’entro io, capo cronista con l’oggetto della querela? M’informo e ho la conferma di un clamoroso errore giudiziario. I fatti: un mio collega denuncia un politico di aver trasformato una licenza per attività produttive in case da villeggiatura. Il magistrato condanna lui e me per un errore di date. L’articolo parla della concessione ottenuta in un certo giorno di fine luglio, mentre èa stata rilasciata cinque giorni prima. Un cavillo, che non lede la sostanza dell’abuso edilizio commesso. Non è il peggio. La giurisprudenza non ritiene responsabile il capo cronista, quindi me, ma l’autore dell’articolo e il direttore del giornale. Una sentenza, per quanto viziata da errore è una sentenza e pago, anche perché il giornale si avvale di un solo legale per difendersi dalle querele e in questo caso non deve aver seguito la mia come richiedeva.

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Dimentico in fretta, distolto dal piacere delle “Domeniche a piedi”, promosse dal giornale. Con un seguito di famiglie, che scoprono percorsi pieni di fascino, per o più non frequentati, ci si riappropria di angoli che sono storia emarginata della città.I più entusiasti sono i bambini, i ragazzi.

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Il tempo corre via veloce. I ritmi delle due edizioni rendono minimi gli spazi di riflessione. Non c’è tempo per rammaricarsi di qualche errore e prevale l’auto assoluzione, favorita dall’andamento complessivamente positivo del giornale.

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L’esodo in Rai non è mai stato un addio a Paese Sera. Di quella straordinaria esperienza, giorno dopo giorno, ho provato a far tesoro. Uno choc, difficile da esorcizzare ha interrotto come un trauma il rapporto virtuale con il quotidiano. “Paese Sera” chiude. La notizia arriva sul mio con dieci righe dell’Ansa. Ma la vita è così, il tempo colma ogni vuoto.

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“Luciano, sono Nicola, ho un’incredibile, emozionante notizia, per te e molti altri: torna in edicola, non indovineresti mai, il mitico ‘Paese Sera’”.

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Dal 15 Maggio in edicola, nel frattempo su http:/www.ilpaesesera.it

 

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Il Racconto di Domenica 28 aprile 2019

Parole, parole, parole

Racconto è tutto o niente: parole che vestono idee, fantasie in prosa, invenzioni tra loro sconnesse o connesse da arcani fil rouge, estemporanei lampi di genio se ce n’è nell’angolo protetto dell’emisfero destro, dove il cervello s’industria a emettere lampi di creatività da recepire oltre le sequenze logiche della consecutio, della sequenzialità strutturale. Frammenti allora, puzzle da comporre, appena lasciato il solco del leggere secondo ritmi e logiche a cui si è avvezzi.

DI LUCIANO SCATENI

§§
neppure un angolo nelle volute di vuoti perché

*

su di me, te, su di noi

l’incubo di una “Domenica in”

*

ideologia ‘tecno’

è futuro?

*

spine cercate non fanno sangue, o piaghe,

né dolore, paura, malodore.

niente di niente

*

incerte intrusioni

a due millimetri dal niente

*

svetta controvento

l’alto papavero nel campo appena arato

*

il trash del poeta improvvisato

scomoda voli di gabbiani al tramonto

e declina cuore-amore senza pudore

*

ai cinque rintocchi

tisana al cumino,

una presa di cannabis

basco sulle ventitré.

ici Paris

*

riformisti e/o rivoluzionari,

zero differenze.

nessuna riforma

nessuna rivoluzione

*

cribbio, non ho un rolex d’oro

meno male, sono qualcuno

*

buongiorno, detto per dire,

non porta bene

*

ho indossato la mia laicità

nel giorno della cresima

*

a strizzarla, dalla coscienza dei sanguinari

sprizza bile

*

in ipnosi da rumore del silenzio

scrivo su festoni di carta igienica

fame, sesso, soul, sea, sky, aria sulla quarta corda

*

l’accaduto previene l’imminente:

protagonismo al futuro

*

alieni

giulivi volanti boy scout

*

sferzato dal grecale, lo scoglio odora di pomice

i vicoli senza sole di muffa

*

accordo in sol.

dal triangolo cromato uno dopo l’altro

sette volte din, din,din

a tempo di samba

*

piove, spiove, ripiove, ri-spiove

riga di lacrime il volto “d’e criature ’e Napule”

*

che ogni specchio sia infranto, sicché nelle schegge minute

sia impedito il mio apparire

*

mix: in metrò note sibilanti, ferro su ferro di binari in curva

e rock tosto di un mini lettore

distrattamente, però

*

sottratte ai dogmi

le religioni somigliano

a spogli ramuncoli d’inariditi bonsai

*

tardi, spesso non è l’opposto di presto

*

qui giù, nelle bolge del creato imperfetto

vistosi limiti di previsione

*

fisionomia indecente, di bigottismo insolente

*

so contare da meno due a otto

oltre mi perdo

*

verbi irregolari a sproposito, condizionali sbilenchi…?

silenzio: ssssssssssss!

*

bianco bianco, nero bianco

nero nero, bianco nero: eccesso di sincerità

*

di per sé, cosa si anagramma in caos

è l’indistinto della disumanità

garbuglio, labirinto senza exit

*

stelle in stallo

*

uova di cigno ingoiate dal caimano

e gli dei della natura, dove?

*

Nelle immagini, alcuni dipinti di Luciano Scateni

tempeste defolianti decapitano gli orti urbani

si decompone a vista il maturo melograno

*

un goccia di creatività manda via insolenti monotonie

*

dell’antagonismo teme chi vive di apparenza

*

torre bianca in f5: scacco

con un tocco aggressivo del dito medio s’abbatte il monarca

touché ammette le roi noir.

*

amore / spesso estasi maniacale

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Il Racconto di Pasqua 2019

“Pansé mia, pansé tua…”

DI LUCIANO SCATENI


Tiro fuori dal taschino del gilet il Longines oro che si tramanda di padre in figlio e a cicli settimanali, a volte mensili se non è di buon’umore, decide di fermarsi. Vago senza cognizione del tempo se si stoppa in piena notte.  Barcollo, urto lo spigolo del divano con struttura in legno che se ne sta in agguato nel bel mezzo del corridoio. Si comporta così per vendicare la sostituzione della logora copertura in pelle che ha fatto il suo dovere per quasi trent’anni con una stoffa pesante, leopardata. L’huuuuuu  huhu mi sale dirompente dalla gola e arriva pari, pari alle orecchie della mia compagna, sprofondata da non molto tempo nel sonno degli ingiusti, perciò  infestato di incubi. Il ronfare è sonoro quanto basta a non consentire che piombi anch’io nelle braccia di Orfeo. Al mio urlo, con un colpo di reni si ritrova in un lampo seduta nel mezzo del letto, gli occhi sbarrati.  La prostata ha detto che è trascorso il tempo massimo tra una minzione e la successiva, di qui la sortita al buio nello stretto corridoio. Il ginocchio ha impattato la sponda del divano, ho lanciato un grido alla Munch, mi sono tappato le orecchie con il palmo delle mani, ma il vaffa di Teresa mi informa che l’ho strappata alla scena onirica di lei, sola  al centro della Fifthy Avenue, mentre sta per atterrarle addosso il gemello omozigoto di Hulk, armato di una scimitarra affilatissima, brandita come una clava. “Che cazzo succede?”. La Terry è fuori di sé. In quanto dichiarata masochista, si gode i suoi incubi entrandoci disarmata, con sprezzo del pericolo. Va in fibrillazione, ansima come nel corso di un appagante amplesso. So come fare. Riprendo il racconto-incubo dal momento dell’interruzione – il water deve aspettare – e nella semi oscurità della nostra alcova, rischiarata flebilmente da un led notturno, recito a soggetto la parte del minaccioso Hulk. “Muori, dannata femmina, assaggia il filo della mia infuocata durlindana…” L’alienata spettatrice dell’horror   s’infila sotto le coperte, le mani strette a protezione dei seni, gambe serrate a protezione di un altro bene prezioso e si acquieta. La prostata ringrazia.

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Napoli è speciale a tutto tondo. Privata del suo tessuto industriale, espropriata della classe operaia, esercita con pazienza giacobbina, cioè ispirata dal mitico Giacobbe, l’arte sopraffina dell’arrangiarsi. Si dilata la remunerativa attività dello spaccio di droghe d’ogni tipo e prezzo, il racket del pizzo mostra curve di utili in crescendo, la città pullula di bancarelle, di negozi infimi sommerse da pezze di cinque, massimo dieci euro, spacciate per capi di buon livello, rifiniti con etichette contraffatte e spacciati a presunte “boutique”. Napoli trasforma perfino  gli storici “bassi” in B&B, improvvisa una rete di osterie, ristorantini, pizzerie, paninoteche; a vantaggio della Nikon dei turisti assetati di folclore addobba i vicoli con drappi, gigantografie di Maradona, filari di luci intermittenti, vistosi inviti a pranzo e cena con menù di “cucina mediterranea”. Gente allegra dio l’aiuta e il popolo di Partenope è gaio per eredità pluri generazionale, emanazione di un Dna generalizzato, eclatante, ben descritto dal “vota Antonio, vota Antonio” del principe  De Curtis, portato all’estremo dall’interpretazione di artisti di strada, nel ruolo di iettatori retribuiti da negozianti scaramantici perché se ne stiano a distanza di sicurezza.

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Teresa è un’alacre messaggera d’amore. Per serietà professionale si ritrova referente dei trans associati nel gruppo Quartieri Spagnoli. Il passa parola internazionale la propone a turisti sui generis come riferimento per ottenere divagazioni sessuali, ovvero per maschi con vizietto, a cui procura dietro compenso incontri ravvicinati del sesto tipo.

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A primavera i vicoli dei Quartieri spagnoli si vivono all’aria aperta, una sedia mezza sgangherata in bilico sul selciato sconnesso, canottiera sbrindellata, barba lunga per incuria, la metà di una sigaretta senza filtro consumata fino a reggere quel ne resta con la punta di indice e pollice; le donne indossano ancora il grembiule sporco di sugo, legato in vita, ai piedi hanno le ciabatte di casa, i capelli avrebbero necessità di affidarsi alle mani di Alfonso ’o parrucchiere, uno che ogni lunedì serve gratis le donne di Vico dei Miracoli e dintorni.

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Su per via Speranzella c’è fermento. Luisella, amatissimo “femminiello”, si unisce in matrimonio con il “bello del quartiere”,  ma sono nozze virtuali, finte, celebrate dal boss “santo protettore” di zona con grande compunzione.

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Teresa precede un omone con tanto di cappello alla John Wayne, stomaco prominente, da hamburgher e coca cola a gogò, che scatta foto a ripetizione con lo smartphone di nuova generazione.

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“Come with me, jamme, viene appriesso a mme”. Il rubizzo made in Usa affanna sulla salita che s’inerpica nel dedalo di vicoli. A pochi metri dalla curva che immette nello slargo a ridosso del Corso Vittorio Emanuele s’infilano in un piccolo portone con la vernice scrostata da sole. All’interno è buio pesto e si avverte l’odore intenso del sugo abase di cipolle della genovese, piatto del rito napoletano del giovedì. Teresa si muove con disinvoltura nell’oscurità. Un breve percorso porta a una scala con gradini altissimi che il “cliente “ della donna supera sbuffando. Al piamo ammezzato un porta semi aperta racconta che ognuno può introdursi in casa senza formalità. Oltre la soglia un piccolo vano, spoglio, con la carta da parato strappata in più punti, precede la camera da letto che accoglie Nennella,  ’a figlia d’’o zuoppo. Il trucco pesante prova a nascondere rughe tipicamente maschili. In braccio stringe una bambola vestita da sposa, dalle labbra pende una Chesterfield con filtro. Le dita che frugano tra i capelli crespi sono macchiate di nicotina. Il largo vestito è corto quanto basta per mostrare a gambe larghe il rosso delle mutandine.  “Americano, divertiti  e posa cinquanta dollari. A Nennella cento. Tenc iu”.

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“Enzuccio, accatto (cioè compro) ’na muzzarella, ’o ppane e vengo a casa. Metti l’acqua sul fuoco che quando arrivo calo la pasta. Su Rai 1 c’è Vespa e a “Porta a Porta”. Un leghista e un dem si scambiano parole grosse, i loro insulti sono soffocati dal crepitare di tri-trac e botte a muro.

“Teré , è il segnale. Hanno consegnato la coca a don Luigi. E’ l’avviso per gli spacciatori, che possono rifornirsi”.

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A Nennella la polvere bianca non manca. “John, e che è, te si bloccato? Nun ce pensà. Fatte ’na tirata cu chesta scacciapenzieri”. Niente da fare, il bisonte del Colorado è in tilt e per somma sventura deve comunque sborsare i cento dollari pattuiti, che finiscono nella cassa di Antonio Basile, “Vini e cucina”,  per pagare il conto della  cena offerta da Nennella a tre amici, femminielli di antica amicizia. Se ne vanno a tarda sera, canticchiando “…me la dai, me la dai, me la dai la tua pansé, io ne tengo un’altra in petto  e le unisco tutte e due, pansè mia, pansè tua…”

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