Il Racconto della Domenica

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IL RACCONTO DI DOMENICA 25 AGOSTO 2019

Ah, se il grano parlasse

DI LUCIANO SCATENI

Una mano rapace strappa la spiga dallo stelo, un’altra e un’altra. Finiscono nel reparto preparazione dell’Alimentaria S.p.A, all’avanguardia tecnologica nel comparto di genere. La spogliano del suo abito vegetale, tagliano di netto il gambo che la sorreggeva nel campo di dove l’hanno colta, la lavano e privano di piccole imperfezioni che non si considerano una pecca, ma il volere della natura. Il processo è ultrarapido, affidato a macchinari tedeschi tarati per ridurre i tempi di lavorazione quasi a zero. Il nastro trasportatore la trascina velocemente, per vie tortuose, al successivo stadio di lavorazione, il confezionamento. Il contenitore ospita tre spighe sistemate a piramide. Due sulla base, una al di sopra, centralmente. Il passaggio successivo è la chiusura ermetica della confezione con un velo di platica trasparente, ben teso.

È pronta per diventare oggetto di mercato. La catena di montaggio si completa e si ritrova in compagnia di altre diciannove spighe in un cartone rettangolare su cui campeggia la scritta “20 pannocchie”. Il camion della “Alimentaria” esce dalla fabbrica, s’immette nella superstrada di collegamento con l’A1 e viaggia spedito in direzione Napoli, si destreggia nel traffico, per sua fortuna ridotto in tempi di vacanzieri, s’infila nella strettoia che precede il parcheggio del supermercato. L’addetto al ricevimento della merce, carica quattro cartoni sul carrello di servizio e li affida al magazziniere del deposito, che ricevuto il carico, comunica l’arrivo al capo reparto di turno. Le confezioni di spighe finiscono nella scansia che precede gli scaffali della pasta e della farina.

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“Huuu…le spighe”.

Antonio è di corvée. Anna, insegnante delle superiori è a scuola, il compito della spesa tocca al marito, impegnato in turno lavorativo pomeridiano.

“Le spighe, che nostalgia. Le rosolava la nonna, quando ci ha ospitato nella sua casa di campagna, da sfollati, per sottrarci ai pericoli della guerra.

“Nonna cosa sono le pannocchie?”

“Vieni, dammi la mano, accompagnami in campagna”.

Agli occhi del nipote la distesa di un immenso campo di grano maturo, da cui spunta una marea di spighe.

“Guarda Totò, questo ben di Dio è la base principale del cibo degli uomini. Da questo dono del padreterno dipende in gran parte la sopravvivenza umana”

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Lo so, Anna mi bacchetterà con il suo solito ‘se non ti controllo e fai di testa tua, combini solo guai. Pannocchie? E che sei incinta, ne avevi così tanta voglia?’

“Sì e chi se ne frega, ne prendo due confezioni”.

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Anna mangia solo un toast, nell’intervallo tra l’ultima ora di lezione e il consiglio di classe. Pranza in solitudine Antonio. Prima di arrostire le spighe soddisfa l’interesse per questo frutto della terra e viaggia su internet.

‘Triticum (ovvero grano), nella classificazione scientifica: dominio (“Che sarà?) = eukaryota, regno = plantae, divisione = magnoliophyta, classe = liliopsida, oridine = poales, famiglia = poaceae, sottofamiglia pooideae, tribù = triticeae, genere = triticum’.

Stordito da questa sventagliata di riferimenti scientifici, Antonio sorvola sui ventidue nomi delle specie. Apprende che il grano è un cereale di antica coltura nelle aree del Mediterraneo, del Mar Nero e del Caspio. Le tipologie: grano tenero, duro, farro grande, medio e piccolo. Le prime due per la legge italiana rientrano nella categoria del frumento. Per l’alimentazione umana dal grano duro si producono semole e semolati, dal tenero si ottengono farine dai granuli sottili e tondeggianti. Per la panificazione si usa la farina di frumento, per la pasta semola di grano duro e qualunque aggiunta dalla legge è considerata una frode. Altri derivati sono l’amido e con la fermentazione l’alcol, ma anche un olio giallo bruno per la produzione di saponi e perfino la paglia, per le lettiere degli animali e la carta. Quasi settecento milioni di tonnellate è la produzione mondiale, ma fortemente sbilanciata. Paesi del terzo mondo, molte aree dell’Africa, per più motivi ambientali e sociali, ne sono privi e acuiscono il dramma della fame.

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“Questo di Agosto è il mese del raccolto e infatti nei mercati compaiono le pannocchie”: Antonio ritiene concluso l’acculturamento. Accende il gas della piastra più piccola e vi poggia un frangi fiamma. Il fuoco, da principio, indora i chicchi gialli, in modo non omogeneo. Ad ogni esplosione la spiga lancia un lamento inascoltato. Almeno è quanto la mente fervida di Antonio suppone che accompagni ogni scoppio di un chicco.

“Chissà se di lassù, sulle montagne dell’Anatolia, che si congiungono con le coste della Palestina, inclusa la valle del Tigri e dell’Eufrate, definita mezzaluna fertile dagli archeologi luogo di nascita, il frumento, avrebbe mai ipotizzato di finire sul fuoco di un fornello, con una delle sue infiorescenze annerita dal gas.

“Proprio buona e ricca, tanto da mettere il bavaglio all’appetito. Quasi faccio fatica a spolpare completamente la spiga”.

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Anna non ne vuol sapere e non le fa cambiare idea il sapere acquisito dal marito sul prezioso bene comune della Terra.

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Nel campo della nonna, ereditato dai figli, le falciatrici meccanizzate accumulano il frumento in alti covoni. Antonio, con una nuova escursione nell’immaginifico, pensa che se le spighe avessero una vita umanoide sarebbero orgogliose di essere fondamentali per l’umanità.

Ne parla alla moglie.

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“Sembri un bambino, con tutte le fantasiose ingenuità dell’età infantile”. “Non me ne faccio un problema, anzi. Umanizzare è un esercizio gratificante. Sai che ti dico, sgranocchiare una delle pannocchie, da un certo punto di vista, mi è piaciuto poco. Ascolta, il grano possiede il quadruplo di geni di un essere umano. Parola di scienziati. Cito da Wikipedia: ‘Si suppone che lo spirito del grano si incarni in diversi animali: lupo, cane, lepre, gatto, volpe, gallo, oca, quaglia, capra, vacca, maiale, cavallo. Quando si taglia il grano l’animale fugge davanti ai mietitori e se un mietitore si ammala si ritiene che sia inciampato per errore sullo spirito del grano che l’ha punito. La persona che taglia le ultime spighe o l’ultimo covone prende il nome dell’animale e conserva talvolta il nome per tutto l’anno. Talvolta chi ha battuto l’ultimo covone rappresenta esso stesso l’animale. Queste incarnazioni zoomorfe dello spirito del grano mettono in evidenza il carattere sacramentale della cena del raccolto: per i mietitori si tratta dunque di un pasto sacramentale’

“Gesù, Gesù, questo è matto…”

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Il Racconto di Domenica 18 agosto 2019

Dov’è Angela?

DI LUCIANO SCATENI

Il grande specchio che sovrasta il lavabo è crudele, ma lo è di più l’altro, quello del trucco, con il suo spietato effetto di ingrandimento. Appena oltre la soglia dei cinquanta, i solchi delle rughe tagliano le guance e la fronte non è meno aggrottata. Il collo è grinzoso, i seni che non ho mai voluto gonfiare con il silicone sono privi della tonicità che fece dire ad Antonio “Perfetti, li contiene una coppa di champagne”. Già, Antonio, quel vigliacco scomparso nel nulla dopo quattro anni di convivenza, in pratica a mio carico, grazie allo stipendio di assistente di Microbiologia alla Federico II. I fianchi, per fortuna snelli, pronunciati, disposti alla gravidanza nella valutazione di Enrico, ginecologo amico dal liceo Gianbattista Vico. Devo tornare agli esercizi che rassodano il sedere. Era la parte del mio corpo che attirava lo sguardo degli uomini, tondo e sodo. Non sono da buttar via, anzi, ma neppure attraente come Nicole Kidman, beata lei…

In attesa di Ciro, che nel suo giro di edicolante mi consegni il quotidiano che leggo dal giorno della sua nascita, il mio buongiorno alle news è per Sky, Libero, Microsoft, Facebook e altri propagatori d’informazione on line. Anche con la connessa pubblicità che li finanzia. A caratteri cubitali  L’immagine di una stupenda nave da crociera, l’ammiraglia di una delle più importanti compagnie di navigazione, mi strizza l’occhio. Mi lascio catturare dalle meraviglie di questa gigantesca città del mare. Il viaggio inaugurale punta a sud dello Stivale e prende il via da Genova, poco agevole base di partenza per una napoletana come me.

Ho appena voltato l’ultima pagina di un racconto firmato da una giapponese (e chi si ricorda come si chiama, yoko…cosa?). Mi ha consigliato il romanzo “Chery” Alberto, della “Io ci sto”, luogo della cultura solidale nata nel mega rione Vomero, abbandonato da tutte le storiche librerie per il caro affitti.

Mi somiglia Chiyoko. Anche lei è una ricercatrice universitaria  “felicemente single”, come dicono per garbo gli amici sposati di scapoli e nubili. Ha qualche anno di meno la mia omologa, esce da una dolorosa disavventura ‘di cuore’. Ha lavorato al fianco di Mark Windsey, inviato dalla Pennsylvania State University a collaborare con l’Università Imperiale di Tokio, impegnata nella sperimentazione di una nuova molecola antitumorale. Amore e convivenza segnano il loro percorso sentimentale, fino alla brusca interruzione annunciata dalla mail dell’università americana che richiama il suo ricercatore. Mark lo nasconde fino a pochi giorni dal volo della Pan Am e quando decide di parlarne con Chiyoko non ha il coraggio di dirle che il loro futuro si divide lì.

Antonio si è comportato come il Mark della scrittrice giapponese. Ingaggiato da un centro ricerche di Oslo, con l’obbligo di assumere l’incarico con immediatezza, ha troncato di netto la relazione iniziata con me  quattro anni prima.

Ho sfiorato la depressione, ho pianto, ho affrontato il dolore della solitudine con un impegno totale nel lavoro e per un istante ho perfino dimenticato la ferita dell’addio senza alibi di Antonio, ma l’oblio è stato di minima durata.

Nell’inserto del quotidiano: “Con noi, la vacanza da sogno”. Solo pubblicità o è davvero la meraviglia delle navi da crociera? Mi perdo nel fantastico di opzioni e offerte da top passenger e scarto la scelta minimale. Come si dice, chiodo scaccia chiodo e allora, cabina doppia. Elsa, esperta crocierista, mi suggerisce uno stratagemma per godere il massimo comfort. Devo prenotare una cabina doppia, per me e un mio nipotino inesistente, che viaggerebbe  gratis come promette la compagnia di navigazione. Al momento dell’imbarco dirò di un improvvisa malattia di mio nipote e mi godrò la spaziosa cabina doppia con balcone. Mi aspetta il lusso di quattro piscine, 12 ristoranti su cui uno dei re europei degli chef, la spettacolarità di animazioni al massimo livello, gallerie d’arte, un grande parco acquatico, un attrezzatissimo centro sportivo e non so più quanti altri attrattori. Il costo? E’ l’ultima preoccupazione. La somma che mi ha lasciato come unica nipote il fratello di mio padre mi concede questo lusso. Con un dubbio: mi annoierò?

A bordo mi accoglie una deliziosa hostess, ma soprattutto uno strepitoso vice comandante: “Sono Massimo D’Albora, benvenuta. A sua disposizione”.

Accidenti, sembra il set del telefilm ‘La Nave dei Sogni’. La cabina è da sogno e i primi passeggeri che incontro sono l’immagine del ‘divertiamoci’, ragione primaria dei croceristi.

È l’ora della cena, come vestirmi? Scelgo un abito ad ampia scollatura, lungo fino ai piedi, provvedo a un’accurata spazzolata ai capelli biondo ‘Oreal’ e taglio di Riccardo, coiffeur di Via Filangieri, indosso scarpe con tacchi dodici centimetri. Non male…Chissà che al mio tavolo non sieda quel pezzo di vice comandante, ‘come ha detto di chiamarsi, Massimo’?

“Miss Angela, permette che ceni al suo tavolo? Lo chef ci propone un piatto molto particolare della cucina genovese, in omaggio alla città da cui prende il via la crociera. E se ama i vini di qualità, ho chiesto alla nostra enoteca di mettere in tavola un Sassicaia del ’98, annata sontuosa per questa delizia italiana”

“Comandante, è sempre così galante con le ospiti della compagnia?”

“Vice comandante. Le confesso che a volte i doveri di ospitalità mi riservano compiti, come definirli, non proprio piacevoli. Stasera ho la fortuna di cenare con lei. La sorte è dalla mia parte”

D’Albora, 55 anni portati come un atletico quarantenne, ha messo piede sulle navi da crociera quando ne aveva ventisei. Diplomato all’Istituto Nautico di Livorno, il giorno dopo ha spedito il curriculum alla compagnia più in del settore, un vero impero che conta una decina di navi. La scelta di vita del vice comandante è stata condizionata dall’incredibile episodio del suo mancato matrimonio, protagonista la fidanzata, che dopo un rapporto di sei anni, al momento di dire sì al sacerdote, si è alzata dall’inginocchiato, è scappata fuori di sé e lo ha lasciato senza un perché.

Ancora sulla scaletta dell’imbarco, Massimo, primo ufficiale di bordo, mi ha guardato a lungo, come volesse formulare un giudizio d’acchito. Quell’ attenzione, così dedicata, mi ha emozionato. Ho imparato da tempo a decodificare con immediatezza lo sguardo delle persone, grazie a un’acquisita disposizione a giudicarle e ha selezionarle. Anche ora, che al tavolo della cena, Massimo sembra avere occhi solo per me. Sento di ricambiare d’istinto i segnali di un’attrazione reciproca, sorprendente, perché immediata.

“Angela, stanotte luna piena e cielo stellato, fitto come lo propone solo la visione dal mare, lontano dalle luci della città. Un drink della buona notte? Stefano prepara uno ‘stinger’ da favola, profumato alla menta, alcolico quanto basta a far girare piacevolmente la testa”.

Il mare si lascia solcare quieto, una leggera brezza attenua i trentasei gradi di un agosto caldo come non si ricordava da mezzo secolo, lo ‘stinger’ è perfetto. Massimo sa dove è possibile appartarsi.

“Ho un voglia matta di baciarti. Non pensare agli aneddoti sul comandante della nave che fa strage di passeggere in cerca di avventure. Grazie a te è una mia prima volta. Infrango la regola che mi sono imposto di non avere relazioni sentimentali con le ospiti della nave”.

La cabina è climatizzata al punto giusto, il televisore, che ho lasciato acceso, trasmette un documentario sui tesori che custodisce il Tirreno, Massimo sa come anticipare l’amplesso con preliminari raffinati. Li godo con un’intensità che ritenevo perduta.

Bugiardo. Uno dei tanti. Mi confida Pamela, l’addetta alla reception che ha intuito quanto c’è tra me e il vice comandante, che Massimo è un tombeur de femmes incallito, inaffidabile, predatore ricercato dalle crocieriste in cerca di avventure.

Il viaggio volge al termine, all’indomani è previsto l’attracco. Ho finto di non sapere delle ‘imprese’ da ‘sciupafemmene’ di Massimo e cinicamente ci sono andata a letto, notte dopo notte.  Ora, che la crociera è al capolinea, mi assale il disprezzo per l’opportunismo di donna matura che si concede di fare sesso, come una ragazzina in calore.

Saprò uscire indenne dalla disistima, dalla vergogna e cancellare il tradimento alla mia dignità?

Massimo bussa alla porta della cabina, grato per la facile e  piacevole conquista. È il momento del grazie, dell’addio alla ‘vittima di turno’. Angela non c’è. E non c’è tra i passeggeri che si apprestano a lasciare la nave. Non è da nessuna parte.

I pescatori della ‘Rosina’ tirano a bordo il corpo senza vita di una donna, con indosso solo una vestaglia trasparente. Il perito informa il magistrato: “Donna, età apparente 50 anni, nessun segno di violenza”.

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Il Racconto di Domenica 4 agosto 2019

IL MARE. VITA E MORTE DI UN NOCCHIERO

Nunc me fluctus habet versantque in litore venti

[Ora mi tengono le onde e i venti volgono alla costa]

Virgilio, Eneide, VI 362

DI LUCIANO SCATENI

La navigazione procede quieta, la ciurma si rilassa dopo ore di battaglia contro le onde, alimentate da raffiche di tramontana che spazzano la tolda e scaraventano i marinai a poppa. Solo un ricordo le  raffiche possenti che hanno danneggiato e l’invocazione silenziosa al Dio del mare perché plachi la furia del mare. Chrysaphos e Alypios hanno temuto di non rivedere mogli e figli, Palinuro è stato il solo presente a se stesso. Da vecchio nocchiero, sapeva che un suo errore, un momento di mancata lucidità nell’affrontare la furia dei marosi con le contromisure apprese in tanti anni di confronto con il pericolo, avrebbe messo in pericolo la nave e l’intero equipaggio.

“Penelope, dolce compagna, prega tutti gli dei dell’Olimpo perché anche questa furia del cielo risparmi me e la nave”. Ulisse lo ha pensato negli attimi di maggior rischio. Passata la bufera, si impedisce di mostrare ai suoi uomini e soprattutto a Palinuro l’ansia vissuta.  “Palinuro profittiamo della calma piatta del mare. Guadagniamo velocità e puntiamo a sud. Itaca ci aspetta. Punta sul capo che chiude questo golfo, a vele gonfie”.

  • §§

La nave avanza lieve sul mare e non richiede particolare concentrazione, ma da queste parti, come sanno i pescatori locali, mai fidarsi. Intorno alle tredici non è raro che da sud ovest si levi improvviso un forte, infido libeccio. Palinuro è preda del Dio Sonno e la navigazione senza problemi contribuisce a conciliare il sonno. Chiude le palpebre sempre più spesso il prode nocchiero e il risveglio è brusco. Un’onda scavalca la prua si abbatte sul suo volto. La sferzata manda via il torpore e lo allarma. Il rollio è in crescendo preoccupante e a nulla vale il tentativo di deviare la prua della nave per ricevere le onde di tre quarti. L’intensità del libeccio aumenta in prossimità del capo che conclude l’arco del golfo e il governo dell’imbarcazione diventa impossibile. Palinuro è il più esposto. Non può lasciare la barra del timone e abbracciare l’albero per non essere scagliato in mare. Quando i primi faraglioni del litorale si avvicinano pericolosamente, Palinuro è sbalzato fuori bordo. Lotta contro la forte corrente, nuota con fatica versa la costa.

  • §§

Nel frattempo il peggio per la nave è passato, Ulisse si è messo al timone, la nave supera il momento critico. Prevale tra l’equipaggio la convinzione che il nocchiero sia scomparso per sempre nel mare in tempesta.

  • §§

Palinuro avanza bracciata, dopo bracciata e le intervalla in posizione di riposo, supino, la testa appena fuori dell’acqua, sferzata dalle onde. Strarno pensiero in quelle condizioni: “Plyeuctos, come avrà attraversato l’Egeo a nuoto dalle isole di Zante a Leucade? I 500 metri che mi separano dalla terra ferma non sono niente, anche se non sono un nuotatore di fondo. Non mollare”.

  • §§

epa07112772 A handout photo made available by the Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP) on 23 October 2018 shows what scientist describe as the world’s ‘oldest intact shipwreck’ which was found by an Anglo-Bulgarian expedition at the bottom of the Black Sea off the coast of Bulgaria. Due to the lack of oxygene in a depth of about two kilometers the vessel was well preserved for more than 2,400 year. The ship that is thought to be ancient Greek, with its mast, rudders and rowing benches was discovered in 2017. With a small piece of the vessel radiocarbon dated to 400 BC ‘it is confirmed as the oldest intact shipwreck known to mankind’, Black Sea MAP said in a corresponding press release. EPA/BLACK SEA MARITIME ARCHAEOLOGY PROJECT / HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Non molla. Compie le ultime bracciate  con la forza della disperazione e cade, sopraffatto dalla stanchezza, dove le onde incontrano la sabbia, metà corpo ancora nell’acqua, privo di coscienza.

  • §§

Non si chiama per caso Marina. Le ha dato i natali la moglie di Sansone, mitico pescatore di Marina di Camerota, insediamento marinaro alle spalle del Capo doppiato a fatica dalla nave di Ulisse sferzata dal libeccio. Il nome l’ha imposto il padre, per rendere omaggio a sua madre, scomparsa quando è nata la bambina.

Marina vive per il mare e con il mare. La spiaggia è la sua prima casa, dove ha costruito un ampia capanna, il suo rifugio d’estate e d’inverno, dove ‘fiocco’, giovanissimo gabbiano pazientemente addomesticato, le fa compagnia in cambio di avanzi del pranzo che la giovane donna recupera in cucina.

È una domenica pienamente autunnale. L’azzurro del cielo è macchiato da nuvole basse, compatte, la temperatura ha suggerito a Marina di indossare la maglia di lana grezza lavorata dalla madre e conta di incontrare ‘fiocco’, che se il tempo minaccia pioggia vola rapido sul pelo dell’acqua a caccia di piccoli pesci.  In un suo raid radente il giovane gabbiamo sfiora il corpo di Palinuro e attira l’attenzione di Marina che si toglie scarpe e calzini. Corre in direzione del corpo continuamente sfiorato dalle onde, che lo sommergono in parte.

“Dei dell’Olimpo, ma è un uomo. E respira, è vivo.  Chi sarà?”

Con un enorme sforzo trascina Palinuro all’asciutto e prova a parlargli: “Mi sente? Com’è finito su questa spiaggia, Da dove viene?”. Non ha risposta. La voce di Marina arriva ovattata, a volume quasi impercettibile. Colpa dell’acqua nelle orecchie. La giovane donna gli solleva la testa e la poggia su un cuscino che tiene nella capanna sulla sdraio. L’uomo si riprende lentamente e le chiede: “Dove mi trovo, da quanto tempo sono qui?” La risposta: “Questa è la spiaggia di Marina di Camerota e non le so dire da quanto tempo il mare l’ha spinto fin qui”.

Marina è di quelle bellezze che si devono alla generosità della natura. Alta, ben proporzionata, i tratti del viso delicati, sguardo intenso di occhi profondamente neri, pelle ambrata per prolungata esposizione al sole. Palinuro non è da meno. Fisico da atleta, temprato dalla vita faticosa di mare. Sportivo, prima di essere ingaggiato da Ulisse, ha gareggiato come discobolo e velocista. È nel pieno della maturità fisica. La lunga barba gli conferisce un’aria virile e lo invecchia di qualche anno, ma senza  conseguenze sul suo fascino.

Marina: “Lei ha bisogno di abiti asciutti e forse, me lo dica lei, di mangiare. Se la sente di raccontarmi cosa le è successo? Non subito, l’accompagno a casa”.

Palinuro: “Ero sulla nave di Ulisse, un eroe che dopo molti anni puntava con la nave su Itaca, la sua patria. Ci ha sorpreso un forte libeccio e ha provocato onde alte fino a tre metri. Ero al timone, mi ha investito una sferzata d’acqua di incredibile violenza e mi ha scaraventato in mare. È un miracolo se sono riuscito a sopravvivere. Tutto qui”.4

  • §§

Il caso del nocchiero naufragato appassiona l’intera comunità di Marina di Camerota.  Sansone, da uomo di mare, intuisce che il naufrago può essere una risorsa per la comunità dei pescatori. Li consulta e scopre che alla barca “Madonnina” è venuto a mancare il pilota, emigrato al Nord. “Palinuro te la senti?” “Se me la sento? Di corsa”. Marina esulta, ma con l’abituale autocontrollo. La frequentazione e le stesse modalità del primo incontro hanno favorito il consolidarsi di un’amicizia nata da valori condivisi. È diventato amore in fretta, forse troppo e per i genitori di  Marina è l’obiettivo di vedere la figlia “sistemata”.

  • §§

I preparativi del matrimonio diventano motivo di eccitazione e non solo nell’ambito delle cooperative di pescatori. La data della cerimonia coincide con la festa del patrono di Camerota e per l’evento tornano i parenti di Marina che hanno cercato fortuna al Nord.

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Ulisse ha fatto tappa con la sua nave in Sicilia, per riparare i danni della tempesta. Non ha  mai accettato l’idea della fine di Palinuro e in attesa che rimettano in sesto la nave, affida a un suo vice il compito di assumere informazioni nella zona della bufera, di accertare se Palinuro è stato vittima della burrasca o se per miracolo si è salvato. Le risposte di Ascea, Casalvelino, Pisciotta, Pollica, sono tutte negative. Nessuna notizia di naufraghi ritrovati in vita. Ultima tappa della spedizione è Marina di Camerota. “Palinuro? Certo lo hanno trovato mezzo morto sulla nostra spiaggia. Ora lavora con un peschereccio e sta per sposarsi”.

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Si abbracciano. Theifilus non crede ai suoi occhi. “Palinuro, è un miracolo. Ascolta, Ulisse mi ha chiesto di cercarti. La nave è in cantiere per le riparazioni e il posto di nocchiero è tuo. Ulisse vuole tronare a Itaca con te al timone. Non puoi dire di no”.

  • §§

Che fare? Rinviare il matrimonio con Marina, dopo aver concluso il viaggio a Itaca? Rompere definitivamente con lei, da vigliacco, privilegiare l’amicizia di Ulisse, dopo essere stato accolto da Camerota come uno di loro? Palinuro sceglie la soluzione più drastica e dolorosa per Marina, l’unica che ha il coraggio di affrontare. Sono tutti fuori casa. Sansone è al porto, a vendere il pescato. La moglie con la figlia assiste in sartoria alla prova dell’abito di nozze. Palinuro ficca in un borsone le poche cose da portare via e sulla toilette di Marina lascia una lettera di addio.

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“So che non potrai mai perdonarmi. Devo onorare l’impegno preso a suo tempo con Ulisse e condurlo alla sua Itaca. Con te prendo l’impegno di tornare e di sposarti, se ancora lo vorrai. Chiedo scusa ai tuoi genitori. Non smetterò mai di amarti.”

  • §§

Non tornerà Palinuro. Con Ulisse ripartirà per nuove avventure nel mondo. L’Egeo questa volta non avrà pietà del prode nocchiero, inghiottito dal mare su cui s’affaccia l’isola incantata di Skorpios.

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Il Racconto di Domenica 14 luglio 2019

Time Line

di Rosita Praga

Un gran sonno. Pochi minuti prima del salto nessun dolore, fine dell’acido muriatico in tutte le ossa, gli intestini che esplodono, i polmoni insopportabilmente pieni d’acqua. Più niente: solo una beata voglia di dormire. Poi il passaggio nella notte fonda, la scoperta che l’io di dentro c’è ancora tutto. Quanto tempo? Aspetta. Adesso non lo so.

 

AMOROSO ADELINA

I corpi di Pennone Vincenzo e Amoroso Adelina si erano trovati vicini per la prima volta quando la loro time line segnava la data del 1 agosto 1996, ore 18, minuti primi 46 e secondi 3. Fu in quell’istante che portarono Vincenzo, Adelina era già lì sulla tavola accanto con la sua camicina corta color ciclamino. Nella stanzetta per il caldo quel poco di aria si tagliava a fette. Vincenzo indossava il pigiama fresco che gli aveva comprato la moglie una settimana prima quando era entrato nell’ultimo ospedale. Il suo volto disteso accennava ad un vago sorriso.

Un commesso aveva scritto in fretta, a mano, due biglietti con i due nomi a stampatello. Uno accanto all’altro.

Le loro time line erano terminate in rapida successione. Spente e mandate al macero le ricetrasmittenti che avevano occupato fino ad allora. Carni a brandelli, martoriate dai chirurghi più ancora che dalla malattia, che solo pietosi monatti potevano ora raccogliere e portare via.

Le ultime clip delle time line di Vincent e Adelina ci raccontano qualcosa di quel loro io profondo, intatto fin da quando ha memoria di sé, mai colpito da alcuna lesione, geneticamente programmato per ribellarsi fino allo stremo verso un passaggio che avverte come assurdo, innaturale. Ingiusto.

Adelina – Hanno provato a stordirmi, non posso muovere le braccia e le gambe. E la testa. Gli occhi non si aprono e la bocca quella sì che rimane spalancata e non posso chiuderla, ma nel fondo nell’ultimo fondo di me che riesco a sentire, trovo ancora quello che fino ad ora ho identificato chiaramente come “io Adelina”. Ci sono. Ci sono com’è vero che c’è ancora il film e mi passa davanti, posso cominciare a rivederlo da dove voglio. E la prima cosa che vedo è come sempre l’immagine di Adelina che appare automatica ogni volta che rifletto su “io”. Adelina capelli di oro nero occhi brillanti senza paura pelle turgida denti candidi: vedo e rivedo quell’apparecchio quasi nuovo programmato per la time line di “io Adelina” e per restarmi dentro sempre con lo stesso frame, rassicurante, di una forza ancora tanto lontana dalla fine del tempo da non riuscire neppure a supporre che quella fine potesse esistere.

Anche ora quel frame mi consola perché sento che corrisponde in questo istante alla parte più profonda di “io Adelina”. Quella Adelina è qui. Non ha mai perso tutti i denti, la sua carne non è una flaccida massa pendente da un pugno di ossa e il suo cuore è un cannone vigoroso, pompa e pompa sangue al cervello ricevendo ossigeno puro dalle coronarie elastiche che niente potrà mai consumare…


PENNONE VINCENZO
– L’anno prossimo questo viaggio in America devo decidermi a farlo. Gli ospedali sono all’avanguardia e le terapie per il dolore più avanzate che nelle altre parti del mondo… il dolore il dolore il dolore mi squarta non smette da mesi, però non ha ucciso e non ha ferito “io Vincenzo” biondo magrolino studioso curioso senza padre. Peggio, con il ricordo di un grande padre su cui doversi ogni giorno arrampicare, anche sotto le bombe nella città occupata dai tedeschi e io che per salvarmi la vita salgo sul carro con gli altri e poi dico due parole nella loro lingua e mi lasciano andare e per due mesi resto rinchiuso in uno scantinato quasi senza mangiare… Quanto Vincenzo c’è ancora… ci sono e ci sarò, quella forza sta qui ora tutta e l’anno prossimo se mi passa questo dolore andrò in America con la mia figlia più figlia…

 

 

La linea del tempo personale, per Vincent e per Adelina, finì di lì a poche clip da una manciata di minuti ciascuna. Il deperimento dei loro apparati esterni diventò allora galoppante. Quelle due linee del tempo, finita la fase dell’attivazione magnetica, sono ora conservate in forme compresse, quiescenti, negli archivi informatici dello spazio-tempo.

L’onda generata dai miliardi di campi magnetici emessi da “io Vincent” rimane nel vuoto e così quella di “io Adelina”. Entrambe portate a confrontarsi ancora, a causa di quella casuale convergenza finale.

 

CANNIBALI

«Non so capire perchè, ma ho la consapevolezza di “come tutto è cominciato”». L’onda “io Adelina” si confronta e s’incrocia con “io Vincent”. Forse a causa della loro strana confluenza finale, tendono a scambiarsi immagini ed apparizioni, man mano che entrano nella loro lunghezza d’onda.

Adelina trasmette la sua spiegazione. «E’ cominciato con una predisposizione attenta. Il racconto di ogni singola time line è stato meticolosamente dispiegato in milioni e milioni di clip, un numero quasi infinito. Si è deciso come impostare ogni singola storia fin dall’inizio. Prima di tutto, l’identità. Ogni destinatario si sentirà sempre presente a se stesso, con un io profondo che potrà ritrovare in ogni frame lungo la time line della sua esistenza. Ho percepito alcune regole».

Vincent intende e interagisce. Vuole sapere di più.

«Lo hanno stabilito a priori: “Dovranno distinguere bene tra vivi e morti. Ci saranno cimiteri per i morti, dove gli apparati esterni saranno conservati fino al deterioramento completo. E cimiteri per vivi, poco dissimili: ambienti circoscritti da mattoni, ma con un maggior numero di aperture per far entrare la luce del sole. Anche questi saranno ambienti temporanei, ma loro dovranno pensare che dureranno molto, molto a lungo. E sempre tante porte, per identificare uno dall’altro”».

Vincent, che durante la sua time line si era interrogato molte volte sulla separazione dello spazio-tempo fra la vita e la morte, trasmette ancora richieste. Sì, le case come loculi per vivi. Ma chi, chi ha deciso? Adelina lo sente. Lei, che durante la sua linea del tempo aveva studiato fino alle elementari e lavorato solo alle pulizie di casa, ora trasmette senza spaventarsi le sue nuove consapevolezze, che ripercorrono frammenti della Genesi dalla parte del “creatore”. «Non ho tutta la visione, ma altri particolari sì. “Mangeranno le carni dei loro simili senza vergogna, e quante più ne mangeranno, tanto meglio alimenteranno i loro apparati esterni”».

 

VOI SIETE QUI

“Io Vincent” resiste, esiste. Acquisisce consapevolezze come in sogno, visioni. Poi, comincia a capire. «Nella dimensione dello spazio-tempo, durante lo svolgimento delle time line, ciascuna identità consapevole “vede” un film che dall’altra parte si svolge in diretta. Nella dimensione umana, su quella che abbiamo chiamato Terra, i nostri apparati esterni (che definiamo corpi) sono predisposti per trasmettere al nostro io profondo scene dal film che chiamiamo “vita”, E che in realtà si sta svolgendo su un “set” nell’altra dimensione». Adelina lo sa: «Sì, come quando vedevamo alla tv scene trasmesse in diretta, che ci sembravano reali, ma avvenivano in studi televisivi o teatri lontani da noi migliaia e migliaia di chilometri». Erano con noi. Ma non c’erano.

(continua)

 

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Il Racconto di Domenica 7 luglio 2019

A tu per tu con Mario Melloni

DI LUCIANO SCATENI

Sbaglia chi ritiene che i nostalgici del Ventennio siano uno sparuto, velleitario e tutto sommato innocuo gruppuscolo in età avanzata, tanto da conservare in memoria la tiritera delle cose “buone” fatte da Mussolini e per esempio edifici pubblici di grandiosa monumentalità, come le sontuose stazioni ferroviarie delle metropoli, bonifica di zone paludose, edifici celebrativi della “grandeur” italica e soprattutto la grande bellezza di lasciare la porta di casa aperta che “tanto nessuno tocca niente”. Un colpo di spugna mentale azzera la tragedia delle leggi razziali, l’epurazione dei dissidenti, le retate di uomini da spedire in Germania nei campi lager o a lavorare nelle fabbriche di armi, la complicità con i tedeschi nelle fucilazioni per rappresaglia di civili innocenti, l’azzeramento delle libertà di pensiero e di parola, le purghe, le manganellate, la galera inflitti ai dissidenti, la follia delle spedizioni per colonizzare l’Africa che s’affaccia nel Mediterraneo, il suicidio della seconda guerra mondiale, l’alleanza con Hitler, la xenofobia, la dittatura del pensiero unico.

Non è una forzatura andare a ritroso nel tempo, agli anni settanta, quando Fortebraccio in un suo lucidissimo corsivo rispondeva a un lettore che lamentava riferimenti ridondanti all’antifascismo della RaiTv, dopo anni di disinteresse per il fenomeno del fascismo di ritorno: “Adesso deve essere successo un miracolo, una parola su tre è fascismo, fascista, antifascismo, antifascista…Il telegiornale sembra tutto letto da ex confinanti o da ex condannati del tribunale speciale di mussoliniana memoria…”.

Le stesse parole, messe in bocca a un leghista, a un Fratelli d’Italia, a un nostalgico che fa il salito romano, tiene in salotto il busto di Mussolini e lo celebra oramai a viso aperto, inducono a recuperare il pensiero di Fortebraccio (da “I nodi al pettine”, corsivi del 1974, Editori Riuniti).

“…Si era, non ricordo il mese, nel 1950 e un giorno, durante una riunione della direzione DC un membro dei quel consesso domandò la parola e dedicò un preoccupato intervento al risorgere del movimento fascista, della ripresa del quale si potevano cogliere svariati segni, sul cui valore e sulla cui portata non potevano cadere in errore quanti tra i presenti avevano vissuto il ventennio littorio e in particolare coloro che ne avevano attivamente avversato la dittatura. Bisognava dunque fare qualche cosa e bisognava farlo subito, perché il ritorno alle mitologie fasciste, che già venivano pubblicamente rimpiante, avrebbe portato al ripristino dei metodi fascisti, sia pure a lungo termine, a costituire una seria minaccia per le istituzioni democratiche, che sono sempre, per loro stessa natura, esposte alle insidie della violenza e del sopruso. Questo discorso cadde nell’indifferenza generale…Nei partiti democratici era prevalso quello che io chiamerei il “fastidio dell’antifascismo”, un sentimento fatto di sordità, di pigrizia, di rassegnazione, e insieme di furbizia . in forza del quale si accantonava volentieri il rigore che aveva caratterizzato i primi tempi della nuova Italia, si sorrideva già dell’epurazione (alla quale del resto, non si era mai del tutto creduto) e si pensava che fosse il caso, finalmente, di non parlarne più. I furbi, che erano la stragrande maggioranza, soffiavano sul fuoco, anzi sulle ceneri, di questa abdicazione ideale, perché essa era il presupposto di quella restaurazione del passato che avrebbe ridato fiato, posizioni e prestigio a persone e a istituti, ma soprattutto a persone, che dei loro trascorsi fascisti avrebbero addirittura finito per farsi un vanto…Quel discorso cadde nella generale indifferenza. Un membro autorevole della direzione democristiana si levò a contrastarlo con vigore…Era l’onorevole Taviani, ministro dell’Interno, il quale sostenne che si intendeva inseguire fantasmi seppelliti per sempre e che il pericolo, il vero pericolo, era un altro: quello comunista.

 

 

 

Un balzo nel presente. Basta sostituire Lega a Dc, Salvini a Taviani Salvini e il corsivo di Fortebraccio diventa perfetta contemporaneità con il nostro tempo.

Fortebraccio: “…A un certo punto, la tolleranza verso il fascismo diviene condizione di un anticomunismo ( sostituire con ‘anti sinistra’) incoerente e globale, come quello del ministro Taviani (sostituire con Salvini)…La verità è che molti uomini della DC (sostituire con Lega) che hanno vissuto i tempi della Resistenza e della Liberazione, essendone protagonisti, non hanno imparato né allora , né poi a conoscere il nostro Paese. Il loro ritrovato antifascismo è frettoloso e posticcio: non vi sarebbero pervenuti se due grandi avvenimenti civili non gli avessero fatto vedere un’Italia che essi né allora sospettavano che potesse esistere, né poi pensavano che si sarebbe affermata. I due grandi eventi sono il 12 maggio e lo sciopero, i comizi seguiti alla strage di Brescia. L’uno e gli altri li hanno stravolti. Gli andavano bene i magistrati fascisti, i prefetti fascisti, i commissari fascisti e gli servivano gli opposti estremisti…

Sulla critica del lettore per la prolissità dei giornalisti in tema di antifascismo: “Non faccia di ogni erba un fascio e stia attento alle voci. Per qualche giornalista della Tv nella ripresa dei due termini (fascismo e antifascismo, ndr) fino a ieri praticamente proibiti, c’è qualcosa di più che l’obbedienza a ordini nuovissimi. C’è il ritrovamento di valori nei quali non aveva mai smesso di credere, e ora bisogna incoraggiarlo a continuare così. Io lo so: c’è gente che li ascolta, la quale si sente rinascere”.

Giambattista Vico docet: gira e rigira ha la meglio su tutto la tentazione di delegare all’uomo forte tutte le fragilità, gli egoismi, l’ansia da insicurezza, il “prima io, poi gli altri”, l’illudersi con le promesse di benessere globale, e di più, di quello personale. Il tempo elegge a deus ex machina gli Achille Lauro, il Giannini dell’Uomo Qualunque, gli imbonitori della prima Repubblica, i predatori seriali del leghismo e a dimensione mondiale, sbruffoni come Trump, sovranisti alla Putin.

È lecito inventare un dialogo con Fortebraccio? E’ un azzardo, ma provarci che costa?

“Dottore, dovesse occuparsi del ministro dell’Interno gialloverde?”

“Via il dottore, siamo colleghi e se mi aiuta l’intuito anche politicamente in sintonia. Salvini? Un mix perfetto di “..ismo”. Li elenco: razzismo, fascismo, sovranismo, qualunquismo, pressappochismo, narcisismo. Fanno eccezione xenofobia e omofobia, sono compresi nella valutazione del vice premier”.

“Condivido. Tutto. Ma la tua opinione deve andare oltre gli ‘ismo’. Quasi il quaranta per cento di italiani sembra fregarsene e gli va dietro come le aragoste neonate che seguono l’esperta capofila per migliaia di chilometri sul fondo degli oceani”.

“L’esempio calza. Se la gente è smarrita, insicura, fragile, socialmente alla merce di un sistema dominato dalla legge del più forte, della sopraffazione dei potenti sui deboli, delle diseguaglianze ed egoismi, l’ansia da paura del futuro porta all’illusione di placarsi con la delega a chi assume il ruolo di risolutore”.

“C’è pessimismo diffuso e non solo tra i succubi per vocazione. Senza speranza? È il mondo andrà avanti così anche in prospettiva, sull’onda anomala di un’incalzante e irrefrenabile, violenta prepotenza?”

“Il germe dell’assuefazione alla dipendenza dai Salvini si diffonde con andamento incontrollato, come un virus senza antidoto. Se vedi nei giovani, negli studenti, nelle donne, un lavoro in progress per trovare la terapia vincente, augurati che tra loro ci sia il leader in grado di trasformare il potenziale in energia “rivoluzionaria”.

“Ho il timore che questa previsione sia viziata di ottimismo, condizionata dalla situazione del Paese che a suo tempo ha spinto il partito comunista a portarsi sulla soglia di palazzo Chigi e oltre con il primo governo di centro sinistra, storica opportunità, gettata al vento”.

“Già”.

Fine del dialogo fantasma, ma chiave di lettura in linea con la realtà di un’Italia in drammatico stato di depressione politica e sociale.

 

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Il Racconto di Domenica 30 giugno 2019

“Freedom”. Libertà

DI LUCIANO SCATENI

Non è ancora accaduto, ma usque tandem?, fino a quando la libertà di stampa sarà uno dei caposaldi della democrazia anche nel nostro Paese è quesito che pesa come un macigno sui media non allineati al potere gialloverde. Prodromi di un possibile e preoccupante rischio non mancano. Il via all’ostilità lo hanno dato i  5Stelle con l’intenzione di tagliare i finanziamenti ai giornali, l’attacco ai quotidiani critici, la decisione condivisa dalla Lega, fortunatamente rientrata, di spegnere la storica voce di radio radicale, la riduzione dei Tg Rai a uffici stampa di Salvini e Di Maio, l’arroganza del vice premier del Carroccio che liquida le domande scomode dei giornalisti con questa incredibile  formula: “Se deve chiedere, chieda, se deve fare un comizio si faccia eleggere alle prossime elezioni”.

La repressione della libertà di stampa ha precedenti di estrema gravità nel ventennio fascista, ma episodi anche nella prima Repubblica. A cosa sarebbe ridotta la consapevolezza collettiva di fatti e misfatti senza le voci libere dell’ informazione? Dove sono messe a tacere con le buone o con la violenza, sono messia a tacere i giornalisti “comprati” con promozioni ad personam o arrestati, i pochi che non si adattano al ruolo di complici della disinformazione pilotata dal potere. Un esempio per tutti è la Turchia di Erdogan che ha messo in carcere decine di giornalisti.

Della questione, negli anni ottanta del secolo scorso, si è occupato da par suo Fortebraccio, autore di corsivi graffianti, che ha  fatto infiniti proseliti delle pagine dell’Unità.

Mario Melloni, nel 1979,  ha commentato così la prolusione in apertura dell’anno giudiziario di Roma del procuratore generale Pasquino: “…Pascalino, pronunciando  tra l’altro giudizi di estrema gravità nei confronti dei giornalisti, per i quali in certi casi in cui essi non hanno fatto altro che esercitare un loro diritto-dovere ineccepibilmente democratico  e costituzionale, ha auspicato l’introduzione di una legge, la quale consenta il mandato di cattura e, se la prova del reato venga raggiunta, sia comminata una pena che vada da quattro mesi a sei anni di galera. Pascalino non se l’abbia  a male, che non abbiamo nessuna intenzione di mancargli di rispetto: ce lo vieta la riverenza che portiamo alla sua altissima carica e la paura della reclusione. Ma è possibile che un uomo con un nome così dolce, Pascalino, sia tanto spietato? È possibile  che egli non senta come, quando uno si chiama Pascalino, il dovere, spirituale e culturale (veramente questo “culturale” non c’entra, ma lo aggiungiamo per far piacere agli intellettuali), dicevamo, il dovere di essere tutto amore e carezze  e ridolini di gioia? Invece no, Pascalino cela nel profondo un’anima di Pascalone e prima ancora che spaventarci ci sconcerta. Ci succede come con Pipino re dei Franchi, che fu uno spudorato perché, con quel nome, si permise di essere il padre di Carlo Magno. Soltanto che lui Pipone non poteva decentemente chiamarsi, mentre Pascalino potrebbe benissimo essere Pascalone. Osiamo dire che andremmo in galera più contenti…”.

Con questi chiari di luna che illuminano scenari apocalittici della magistratura al culmine del suo lignaggio, c’è da aspettarsi anche che un illustre procuratore alla Pascalino si lasci suggestionare dall’idea di recuperare la legge da lui proposta per costringere al silenzio giornalisti critici, malvisti dal potere in cui gli italiani sono finiti per scelte di massima incoscienza.

Ammonisce Fortebraccio: “State attenti colleghi: Pascalino ‘allonga’ la sua ‘manella’ ma non vi accarezza. Vi mette lesto le manette e vi fa condurre al reclusorio”.

In uscita da questo monito Fortebraccio inventa il seguente significativo dialogo

“Che fa il tuo papà?”

“È giornalista”

”E su qual giornale scrive?”

“Su nessuno, perché è da quattro anni in galera. Uscirà fra due anni.”

“E chi è stato?”

“Pascalino”

“C’è di buono che appena entrati in carcere, senza lacci alle scarpe e con le braghe penzoloni, saremo accolti da Paolo Murialdi, che come presidente della nostra federazione, starà, giustamente, scontando l’ergastolo”.

Il mitico Fortebraccio ha impegnato ogni stilla della sua fervida creatività, in sintonia con il meglio della satira, per sognare e far sognare un’Italia nella sua congiunzione con quanto ha immaginato chi ha scritto con lungimiranza l’ adesione ai principi fondamentali della giustizia sociale, dell’eguaglianza, del bene comune,  della solidarietà, dell’accoglienza, titoli che la Costituzione, se applicata pienamente, avrebbe generato un mondo che non c’è. Per dirne una, il corsivista dell’Unità avrebbe commentato con dosi massicce di ironia amara le omissioni dei telegiornali Rai, costruiti per il 50 per cento in funzione della promozione viscerale dei due Dioscuri Castore e Polluce e per l’altra metà di una corposa succursale degli uffici stampa di Questure e delle altre forze dell’ordine, per non distrare gli utenti dal protagonismo del vice premier leghista. Nel raccontare all’inizio del Tg il centesimo e disatteso divieto del Viminale di sbarco dei migranti nei porti italiani, il ‘fine dicitore’ di quella edizione ha rimosso la notizia che mentre la Sea Watch era bloccata a debita distanza, da una barca di modeste dimensioni sono sbarcati quaranta profughi e sono alcuni delle centinaia accolti da Lampedusa in disobbedienza ai divieti di Salvini. Sfumata nel nulla anche la notizia dell’appello alla Corte europea per i diritti dell’uomo partita dai naufraghi stremati della Sea Watch. Ignorato il coraggio di Carola, la capitana della nave  tedesca che ha deciso di sfidare il veto del Viminale e forzare il blocco al limite delle acque territoriali italiane. Omessa anche la notizia della richiesta avanzata dall’Associazione Nazionale Partigiani di chiudere il covo neofascista di Casa Pound.

Eccessiva la nostalgia per i corsivi di Fortebraccio? Per giudicare è utile immaginare come Melloni avrebbe cucinato i piatti appetitosi del governo gialloverde, dei Tonelli, Bonafede, degli inquisiti della Lega, degli avant’indré di Di Maio e Salvini sui punti per loro qualificanti del contratto di governo. Più difficile è immaginare come se la sarebbe  cavata nell’ironizzare sul grande caos dei democratici, sulla longevità politica di Berlusconi, tirata per i pochi capelli da trapianto che gli sono rimasti, su Conte e Tria, vittime sacrificali strette fra l’insipienza di Di Maio e la tracotanza di Salvini. Per fortuna Fortebraccio ha eredi di qualità. Michele Serra, per esempio, con la sua “Amaca” (la Repubblica), pungente con eleganza. Non c’è più l’Unità e si capisce uno dei perché. Mettersi d’accordo sulla linea editoriale sarebbe impresa ardua per le tante anime del Pd.

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C’era una volta Fortebraccio

DI LUCIANO SCATENI

Emuli di Stakanov, prigionieri di risposta all’impegno contrattuale, editorialisti, corsivisti, vignettisti seriali, vivono le fatiche dell’impegno quotidiano di cosa scrivere o disegnare in pura chiave di satira e sono obblighi logoranti come poco altro, fino a irrompere nel vuoto snervante dello stress e in casi limite di depressione, associata a una pressante domanda di staccare la spina, di eclissarsi, perfino di oziare da mane a sera sulla poltrona con poggiapiedi regolabile mediante un clic sul telecomando in dotazione,  gli occhi fissi sulla tv spazzatura di pomeriggi tutti uguali a succursali di uffici stampa di Questure, Finanza, Carabinieri, ospedali, caserme dei Vigili del Fuoco, aule giudiziarie, tutti stazioni narranti femminicidi, truffe agli anziani, gossip su starlette, sciupafemmine e attrici over 80, cantanti dimenticati, neonati di principi, cappelli stravaganti di Elisabetta seconda, tangentisti e mafiosi, fatti  e misfatti sviscerati in sontuose scenografie ricche di divani avvolgenti, presidiati da femmine procaci in minigonna, gambe accavallate fino dove è permesso dalla laicità di reti e linee editoriali, affidati ai bla, bla  di psicologi, psichiatri, criminologhe biondo platino, applauditi a comando dell’assistente di studio.

In stato catatonico evidente, con propensione patologica a negativismo, postura fissa, immobilità, inespressività, inaccessibilità, un eccellentissimo corsivista del francese “Le Figaro”, dopo un’intera mattinata e un apres midi senza uno straccio di idea, lascia un biglietto per il direttore: “Adieu. Oggi, domani e solo la Madonna lo sa per quanto tempo ancora, sarò irreperibile. Non mi cercate”. Si ritira su l’Ile de la cité, in eremitaggio a vita e si dà alla coltivazione di specie rare di orchidee.

In antitesi con il caso dello sfiancato journalist francese, chi ha vissuto gli anni della straordinaria diffusione dell’Unità, organo del partito comunista, il caso della felice prolificità di Mario Melloni, in “arte” Fortebraccio,  mitico autore di corsivi, di capolavori della satira vestita di purezza della lingua italiana, pungenti, acuti, graffianti, incisivi, devastanti, in ogni rigo curati meticolosamente per ottenere un mix di straordinaria efficacia e leggerezza.

Nel sistemare in libreria il reparto “politica e politici” ho riservato  uno spazio di immediata visibilità a quattro raccolte di corsivi  di Mario Melloni. Non poche delle sue riflessioni, rilette a distanza di quarant’anni, invitano a ripubblicarle, a scoprirne la sorprendente contemporaneità. Quella che segue per esempio, in forma di lettera al sindaco di Milano dell’epoca.

Negli anni 80, internet non era ancora in gestazione e la notizia che a Fortebraccio offre lo spunto per il corsivo di un 16 Settembre dell’80 arriva dalla lettura postuma di un articolo del Corriere, che commenta così

“…Soltanto l’altro ieri ho conosciuto i nomi di cittadini, vivi e defunti, ai quali il Comune di Milano ha concesso il giorno di sant’Ambrogio, per benemerenze civiche, la medaglia d’oro o uno speciale attestato e le relative motivazioni. Ho visto che fra i premiati alla memoria figura padre Zucca, ho letto la motivazione della onorificenza e l’opportuna, a mio giudizio, ferma e insieme civilissima deplorazione rilasciata al nostro giornale da Tino Casali, presidente dell’’ANPI. Mi consenta, signor sindaco, nel ripetere la mia incondizionata solidarietà con Casali, di aggiungere un mio personale commento, dovuto al fatto che io ebbi occasione per lunghi anni di seguire da vicino padre Zucca, che il comune ha ritenuto di giudicare benemerito. Tralascio di soffermarmi su quella parte della motivazione che riguarda l’attività di operatore culturale del premiato, attività che ritengo mediocrissima, ma che è materia di cui non ho specifiche competenze, né mi pronuncio sui salvataggi di padre Zucca compiuti nei confronti di ‘partigiani, ebrei, perseguitati politici’. Aspettiamo il giudizio dell’ANPI, cui va riconosciuta la più alta autorità di giudizio in questo campo. Casali lo ha preannunciato e credo che lo conosceremo presto. Ma quello che posso, per personale cognizione, dire fin da ora è che padre Zucca fu un ostinato e rabbioso nemico della democrazia e delle sua istituzioni. Si rese complice del rapimento della salma di Mussolini e lo fece, come i rapitori, per puro sfregio alla Resistenza. Non lo richiedeva infatti  né la religione, né il sentimento della pietà che si deve ai defunti, la salma di Mussolini essendo cristianamente  regolarmente seppellita nel cimitero milanese; e del resto padre Zucca si mostrò poi sempre coerente con questo atteggiamento di irrisione e di avversione antidemocratiche. Essendo guardiano del suo convento, predilesse e incaricò delle prediche durante le messe maggiori e più affollate il padre Parini, un fascista che si vantava di essere tale  e che non perdeva mai, anzi cercava, le occasioni per rovesciare sulla democrazia esplicite insinuazioni e impudenti oltraggi. E padre Zucca, nei discorsi privati, se ne dichiarava felice, come si diceva altezzosamente sicuro di sé in quella amministrazione della Fondazione Bazan, nella quale, lui vivo, non permise mai che si vedesse chiaro, mischiandola impunemente con i suoi traffici personali. Ecco chi fu e come veramente fu padre Zucca. Il comune ha voluto onorarne la memoria e a me non rimane che prenderne atto. Ma siccome qualche anno fa anch’io sono stato insignito dell’Ambrogino d’oro mi sento in dovere, signor sindaco, di restituire la mia onorificenza, perché tra padre Zucca  e me il distacco deve rimanere netto. Io non voglio avere nulla in comune neppure con la sua memoria, a cominciare, manco a dirlo, dagli attestati di benemerenza. Voglia accogliere, signor sindaco, le espressioni del mio ossequio. (Da Fortebraccio:  “Detto tra noi”, Editori Riuniti, 1980)

Ecco chi era Fortebraccio. Fosse ancora in vita, avrebbe di che scrivere sui rigurgiti per lo più impuniti di fascismo che fanno nera la cronaca da qualche tempo in qua, con il governo gialloverde. In questi giorni Melloni avrebbe commentato da par suo gli assalti squadristi ai ragazzi del cinema America, del pestaggio al grido “togliti la maglietta del cinema, di  antifascista, via di qua” e ancora dell’aggressione alla ex fidanzata dell’organizzatore del cinema. Come fece con il sindaco di Milano, si sarebbe rivolto al ministro dell’Interno Salvini, con ironia e disprezzo. Gli avrebbe imputato di essere determinato e veloce nell’ordinare il  respingimento chi fugge da guerre, violenze di ogni tipo, miseria, fame, mentre assiste con inerzia sospetta ai ripetuti episodi di violenza  squadrista.

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Il Racconto di Domenica 16 giugno 2019

“Pronto…”

di LUCIANO SCATENI

Anche a voler gestire con parsimonia il trait d’union dello smartphone, che porta voci amiche e di scocciatori all’orecchio destro e più spesso al  sinistro, mentre te ne stai appisolato sul divano, in stato di dormiveglia da programmi Tv soporiferi, o mentre ti nutri culturalmente delle ultime pagine di “Cristo si è fermato a Eboli”, trascurato in gioventù; se in auto percorri la monotonia dell’Autosole o ti inebri del profumo emanato da una spigola di mare, seduto al tavolo dirimpettaio del ristorante che dalla via Partenope scorge il profilo voluttuoso di Capri; se stai per segnare il gol del sorpasso, da centravanti degli ammogliati contro i nemici scapoli; se un sonoro blin-blon-blan della suoneria disturba la fase convulsa di un intrigante pre eiaculazione e Maria s’incazza come una belva a cui hanno sottratto sul più bello la preda; se Maria deroga dal principio “il cellulare è mio e lo gestisco io”, abbandona il Galaxi e tu sbirci la messaggistica e leggi con il sangue agli occhi, prologo di propositi vendicativi che la tua compagna dedica a tale Umberto la seguente esternazione: “Cara, è stato bellissimo, non vedo l’ora di fare di nuovo l’amore con te”; se perdi la scommessa  di scoprire che nel tuo scomparto delle funicolare c’è almeno una fanciulla che non sta chattando; se alle tre e venti di notte, quando a dispetto dell’insonnia, entri finalmente nella fase rem e la stanza da letto è inondata dalle note di “We are the champions”, suoneria del tuo ‘telefonino’; se a notte fonda, dopo i bagordi di una soiré alcolica il cellulare dichiara la morte temporanea per batteria scarica e non puoi comporre l’8888 della compagnia di taxi e sei in una zona della città priva di capolinea delle auto gialle; se componi il numero che risponde “benvenuto in….questo è il numero per conoscere il traffico residuo…il suo  traffico residuo, alle 20 e 3 minuti è di euro due e settantacinque, ma tu dal momento della ricarica di 30 euro hai fatto solo tre velocissime telefonate e scopri che offerte e promozioni mai chieste hanno fagocitato quasi tutti gli euro della ricarica; se il gestore del mio smartphone, per strappare la mia onorata firma  in calce al contratto mi ha  nascosto che nell’area della mia abitazione non c’è “campo” e per usarlo devo fare trenta metri a piedi, in  salita, per chiamare o ricevere; se con frequenza ossessiva il motivo “lungomare” della suoneria segnala la ventesima offerta di Tim, Vodaphone, Wind, Tiscali, Sky, con identico esordio: “Buongiorno o buonasera, signore, per lei chiamate senza limiti, 10 giga, eccetera eccetera, se passa con noi…”; se, come ammonisce con esempi spiazzanti www.butac.it, sei bombardano con insopportabile frequenza da news vere o false, comunque da verificare per non incorrere in errori o peggio in querele se le utilizzo per le mie note quotidiane. Se per tutto questo non manda in tilt la tua proverbiale tolleranza, allora sei un fottuto complice della dipendenza da cellulare.

Un breve bl-bl mi segnala l’arrivo dell’ultimo messaggio inviato da The Social Post: “Badanti obbligano 94enne a mangiare le feci: orrore a Ravenna. Sospesa casa famiglia. Colpevoli due romene con la complicità del dirigente  della struttura”. I dettagli dell’ignobile vicenda non sono da fascia protetta e non li raccontiamo, ma tra il dovere di informare e il dubbio se prendere per buona la notizia di quella scelleratezza disumana, scelgo di rinviarla e di accertare se è una bufala avvalendomi di comparazioni incrociate tra  agenzie di stampa e redazioni di quotidiani.

A stento riesce a un laureato in informatica introdursi nell’arcano del diabolico complesso di funzioni che convivono in pochi centimetri della pancia degli smartphone e non è raro che uomini  e donne con un  normale quoziente di intelligenza rifiutino di addentrarsi nelle micidiali guide per l’uso del cellulare, che si accontentino di capire come si ricevono e si inviano le telefonate. I più audaci accedono alle meraviglie del watsapp e del selfie.

Da qualche tempo mi godo momenti di quiete quasi paradisiaca. Li trovo nelle sale eventi con inedito obiettivo di ascoltare colti relatori per  continuare ad apprendere  di tutto. Mi concedo così imparare un paio d’ore di silenzio smartphone, privato anche dell’odioso vibratore. Il rumore del silenzio mi conduce lontano dall’allucinazione da poco vissuta nel vagone di testa della funicolare. Tra seduti e in piedi ho contato nove passeggeri e otto erano alle prese con il loro adorato cellulare. Una ragazza comodamente seduta non è stata neppure sfiorata dall l’idea di cedere il posto a una signora dall’equilibrio instabile, che non avrà avuto  meno di 80/85 anni. Si capisce, la fanciulla era impegnata a chattare e dall’espressione estasiata del viso si direbbe che amoreggiasse con il suo ganzo.

“Ovunque il guardo io giro…” come poetò il Metastasio…ho visto  l’incredibile di otto persone affette da smartphonite. Iincuranti della promiscuità, ovvia in un vagone della funicolare, divulgavano i “fatti loro”. Un’elegante signora con una mano si teneva alla barra di sostengo e con  pollice e indice dell’altra provava con grande impegno   a concludere prima della stazione di Piazzetta Augusteo il posizionamento finale delle carte del solitario ‘classico’. Ho saputo da un  tizio che “Giggì, lascia perdere meglio se ti affidi a un avvocato…” /  da una donna incionta “Cara, sto andando da Giulia, sai per il nostro burraco del sabato…” / Un tipo da spiaggia: “Vacanze? No, ancora non abbiamo deciso niente, non sappiamo i ragazzi che intenzioni hanno…”. Un turista (direi tedesco) non è riuscito a mascherare l’espressione di straniamento in presenza del vociare telefonico sommesso, ma non troppo. Quattro sugli otto personaggi smartphone-dipendenti proseguono all’aria aperta il loro dialogo a voce alta, con il cellulare incollato alle labbra.

Ho intrapreso un  percorso di rieducazione tre giorni fa, dopo aver contato sedici chiamate che presumo, perché non  ho risposto, di compagnie telefoniche, di aziende energetiche, case automobilistiche. I luoghi di provenienza chiarivano che provenivano da rompiscatole nigeeiani, albanesi, rumeni…

Come cambierà la ma vita se regalo il mio smartphone a Tharaka, che assiste una mia vecchia zia ed è lontano dalla sua famiglia rimasta nello Sri Lanka? Prima di dargli il cellulare provvedo a cambiare il numero telefonico e mi rendo conto che chi mi chiamerà si sentirà rispondere dalla voce registrata, anonima, di un call center che “Il numero chiamato non è attivo”.

Confesso, i primi giorni di astinenza hanno un che di strano. È spiazzante il silenzio, disturbato solo dalla base del computer che con due mini ventole ne impediscono il surriscaldamento. I vantaggi dell’isolamento sono però evidenti. La consapevolezza di aver rinunciato all’interlocuzione telefonica quotidiana con amici va a tutto vantaggio della concentrazione e della creatività. Scrivo e disegno che è un piacere.

Qualcuno dei miei amici, prova a chiedere in giro “chi l’ha visto”, ma con scarsi risultati. Dopo un settimana di “silenzio stampa”, in un’ora insolita,. poco dopo le 22, bussano. Apro la porta con qualche perplessità per l’orario, ma non mi sorprende l’insolita visita di Eugenio. Ha pubblicato un libro di psicologia e lo presenta nell’accogliente sala eventi di un albergo in via Partenope. Vuole chiedermi di essere uno dei relatori.

“Ma il tuo cellulare è morto? Allora mi presenti ‘Psiche e libido?’”
Ecco, questo faccia a faccia mi mette a disagio. Al telefono, per defilarmi dall’impegno della presentazione di un libro che non è tra i miei interessi, avrei mentito più facilmente. Gli avrei detto “Grazie per aver pensato a me, ma il 25 ho già un impegno a cui non posso sottrarmi. In bocca al lupo”. Guardandolo negli occhi non riesco a mentire.

Il gioco del nascondino è un naturale depuratore delle tossine accumulate  e come accade se si dà un taglio netto al vizio del fumo, superata la crisi iniziale da astinenza, anche lo squillo di un telefono fisso provoca rigetto. Come per le droghe anche per in non facile addio al cellulare c’è il rischio di un ricaduta. Ci finisco dentro come un idiota.

Stefania. Avrà provato a chiamarmi. Inutilmente. Eh no, va tutto bene, la quiete,  la fine delle rotture di scatole a tutte le ore, il bello della concentrazione, ma Stefania è Stefania e non fa parte del piano anticellulare. Lei non è bella come Monica Bellucci, ma è sensuale come,  più di Giulia Roberts in “Pretty woman”. A letto è uno schianto. A Milano per una settimana di incontri con i soci della sua società informatica, mi avrebbe chiamato per concordare i dettagli del blitz a Capri che abbiamo progettato per il prossimo week end. Già, ma come mi contatta se sono telefonicamente irreperibile? No, rinunciare a Stefania sarebbe  davvero troppo.

In un cassetto dovrei avere un vecchio Nokia con lo stesso numero di telefono dello smartphone che ho dato via. Eccolo, lo metto in carica.

 

Ora la batteria è al 65 percento della carica e  squilla tre volte di seguito.

“Sono tua sorella, ma che fine hai fatto?”

“Piera è una lunga storia, poi ti dirò”

“Ehi, finalmente. Sono Enrico, bentornato tra noi”

“Grazie, ci sentiamo, ma ti avverto non ho watts app”

“Sei vivo? Dov’eri sparito?”

“Da nessuna parte Elda, mi ero solo liberato del cellulare”

 

Lo store di Apple è un attrattore irresistibile e interrotto il progetto di uscire dalla dipendenza da smartphone il passo successivo è di puntare

al top dell’offerta, l’Xs Silver 256gb.

“Stefi, ci vediamo a Capodichino. Ho prenotato un volo in elicottero per le 18 di venerdì”

  • §§

“Pronto…signor Luciano, per lei che è nostro cliente c’è l’offerta di telefonate illimitate verso tutti e 10 giga per soli dieci euro al mese…”

Clic

“Pronto, se non è contento del suo contratto con…”

Clic

“Pronto, offerta imperdibile, Tv e fibre a 29 euro al mese…per sempre…”

Clic…clic…clic…clic…clic

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Il Racconto di Domenica 9 giugno 2019

L’incubo

Sogno di mezza primavera, forse autoanalisi, impulsi di fantasie dolorosamente represse arrampicate sugli specchi dell’impossibile, dentro e oltre i confini dell’irrealtà.

DI LUCIANO SCATENI

“Buongiorno dottore”. La guardia giurata è più lesta di Clelia e Maria, le due ragazze dietro il vetro a protezione della guardiola, ma il loro “buona giornata dottore” si accompagna a un sorriso professionale da miss Colgate. Una dozzina di salamelecchi. Uomini e donne Rai si fa in quattro per incrociare il mio sguardo di direttore generale “che non si sa mai, è lui il gran capo e meglio tenerselo buono”. L’ascensore è audio video. Premo il tasto “A”, di attico e la voce soave, educata, accattivante di una girl (ventenne? Forse ha oltrepassato appena l’età per votare, senato escluso) mi informa che l’elegante elevator, profumato di lavanda, è in salita. Lo dice come volesse farmi sentire il  suo profumo, con un sorriso carezzevole e con dizione da Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Poco manca che mi chieda se per la cena ho impegni, che lei conosce un localino di Ostia, in riva al mare con room e discrezione annesse.  Sa bene che parla a me, la web cam le rimanda la mia immagine. Mi chiedo chi giustifichi il costo di migliaia di euro per retribuire le due donzelle che si alternano, dalle 9 alle 19 per rendere piacevole il saliscendi nella cabina ultramoderna.

Violetta, avvertita dalla portineria,  mi aspetta sulla soglia del suo ufficio, che fa da filtro alla mia room, grande quasi quanto mezzo attico. Non ho capito mai come riesca a far arrivare dal bar il mio caffè, lungo e amaro (se no come apprezzi il suo aroma di miscela rigorosamente arabica?) , appena dopo trenta secondi dall’insediamento dietro la mia scrivania a misura di deus ex machina dell’azienda. Peccato, ha superato i 50 la fedele Viola e anche  trent’anni fa non deve aver mai pensato di candidarsi a miss Italia. Meglio così, ne va dell’efficienza, mai flirtare in azienda. Ho sotto gli occhi un documento riservatissimo, per metà redatto dallo staff del Presidente, per l’altro cinquanta per cento da Usigrai e Cgil. Carta straccia. L’analisi aziendale esplora in superficie il dettaglio delle produzioni, costi e ricavi di ogni format, le curve piatte, in ascesa, o al contrario in calo del gettito pubblicitario, l’incidenza sul bilancio delle retribuzioni del personale e delle star. In sintesi tutti i responsabili dei comparti di produzione difendono la gestione del proprio comparto e chiedono più risorse per essere competitivi nel mercato televisivo dominato da potenti network privati. Il sindacato definisce emergenza urgente rinnovare i contratti di lavoro, denuncia sprechi in ogni reparto e  il ricorso sospetto  ad appalti esterni, a fronte di un sotto utilizzo delle  strutture interne. L’Usigrai chiede ragione delle pesanti ipoteche politiche dei partiti di governo sui contenuti dell’informazione e la direzione dello sport avanza la richiesta di investire nel settore trainante del calcio, privato delle telecronache della serie A.

Convoco i capi struttura, i sindacati, il consulente che giudica le compatibilità delle esigenze con la disponibilità finanziaria della Rai. Prima dell’incontro plenario contatto il vertice del più potente gruppo imprenditoriale della Confindustria, che ha più volte sollecitato un risposta alla  richiesta di “vendere” la Rai a vocazione commerciale, con la garanzia di assumere in proprio il personale in  esubero e di consentire che  Saxa Rubra, con i proventi del canone, sia gestita  come servizio pubblico.

Dall’Unione Industriali qualcuno, in disaccordo con la prospettiva  di diventare quarto polo del settore e con un investimento miliardario ritenuto a rischio, informa il segretario del sindacato “giallo”,  fiancheggiatore dei dirigenti Rai, che messi a conoscenza della manovra la bocciano in partenza e organizzano azioni di boicottaggio dell’incontro con il direttore generale, ovvero con il sottoscritto, bersaglio tra due fuochi.

La voce corre presto di bocca in bocca. I giornalisti sospettano che lo scorporamento sia il prologo di un forte  ridimensionamento dell’informazione e della contrazione in unico soggetto della molteplicità di radio e telegiornali, con conseguente svuotamento delle redazioni. Il segretario dell’Usigrai: “Equivarrebbe a un gigantesco regalo alla concorrenza, al disfacimento di un patrimonio di professionalità senza pari nel mondo dell’informazione, allo snaturamento di un modello in linea con la filosofia della par condicio, fondamentale nel panorama della  politica italiana.

Ma fanno sul serio? Non c’è una virgola di quanto passa  nei notiziari che non abbia il placet di referenti dei partiti di governo. L’orgia di faziosità a senso unico dei telegiornali è chiaramente percepita dagli utenti Rai e sotto controllo dei rispettivi direttori, caporedattori, redattori delle pagine di politica.

Mi eclisso per due giorni e li spendo nella più faticosa trattativa in tanti anni da leader di aziende che hanno vissuto fasi drammatiche di fallimenti, chiusure, ridimensionamenti, ristrutturazioni. Fatico e non poco a strappare il via libera al ministro del lavoro, ma la fase più difficile dell’accordo con il pool confindustriale, che s’impegnerebbe a rivelare  oltre metà  della Rai, è la firma congiunta dei nuovi azionisti al capitolo che li impegna ad assumere l’intero organico del personale in uscita dall’azienda dimezzata, senza che perda neppure un giorno di contributi previdenziali.

Tre mesi dopo


Il nuovo palinsesto Rai propone un solo telegiornale e un solo radiogiornale, senza interruzioni tra un’edizione e la successiva, riniti in un’unica direzione collegiale, l’accorpamento delle redazioni regionali nelle tre grandi aree nord, centro, sud e isole. A tutte le redazioni è fatto divieto di affidare ad appalti compiti di riprese esterne e di stipulare contratti extra  con giornalisti pensionati Rai, in particolare con ex direttori. Si specializzano le tre reti. All’ammiraglia, la prima, è affidato l’intero comparto dell’informazione che include Tg, giornali radio, approfondimenti, speciali, corrispondenze dalle principali capitali, rubriche parlamentari, grandi eventi come il G8, Parlamento e Vaticano. Alla rete due spetta la vocazione di canale culturale, con  programmi di teatro, cinema, arte, musica, documentaristica, storia, scienza, libri. La terza rete è riservata  allo sport, con attenzione ai cosiddetti “minori”, all’ambientalismo, ai programmi per bambini e ragazzi, alla televisione di servizio, agli eventi in euro e mondovisione.

Per più di un anno l’effetto sullo share è più che scoraggiante. La gran parte dell’utenza, emigra sui canali commerciali e si fa fatica a disintossicarsi dalla droga del gossip, dell’evasione, di star che hanno fatto la storia della televisione, dai cine panettoni, dalla comicità grossolana, dai quiz, dai pomeriggi fotocopia dei “mattinali” che emettono Questure e Carabinieri, Finanza.

Mi sveglio madido di sudore e non fa poi tanto caldo, con un imponente mal di testa, profonde occhiaie, picchi preoccupanti della  pressione. Devo guardarmi nello specchio per sapere che sono proprio  io. Apro un vasetto di yogurt, sgranocchio una fetta biscottata, integrale, misuro tre volte la pressione, mai sotto 159 di massima e 85 di minima.

Accidenti è tardi, ho la conduzione del tg delle 13. Entro in Rai, gli ascensori sono out, sulla scrivania un pacco di agenzie di stampa della notte e del mattino. Una nota di servizio, firmata dal direttore in persona: “Sembra che il premier sia indagato dalla finanza, per collusione con la cosca emergente della sua città. Ancora niente di ufficiale. Ignora”. Sul monitor del computer sul circuito interno scorrono le immagini della conferenza stampa del premier.

Dio, mente sapendo di mentire. E io che faccio, fingo di non saperlo, davanti alla telecamere farò come sempre, neppure il minimo segno espressivo che riveli di non condividere quanto sono costretto a dire agli italiani? Assurda dissociazione…ma basta, basta, basta.

Ore 13 e 36 minuti. Rientro dallo studio, spengo il pc, esco sbattendo la porta.

“Michele è sempre in piedi la proposta di farmi tornare alla carta stampata, con il tuo giornale?”

“Devi essere proprio incazzato… dai vieni, sei il benvenuto”.

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Il Racconto di Domenica 2 giugno 2019

Miliardi di uguali

Margherita Hack se ne sta a testa alta. Gli occhi stanchi stentano a captare la fitta successione di numeri a dodici cifre che si alternano a immagini tridimensionali, commentate da voci metalliche, senza intonazioni, in sincrono con le curve di diagrammi che avanzano o arretrano sugli schemi millimetrati a segnalare l’andamento in progressione positiva o soste riflessive, utili a trasferire in traiettorie cosmiche i dati elaborati da “Arturo” elaboratore  alimentato da un pannello solare di trecento metri quadrati.

“Antonino, ci siamo. Allerta il centro ‘Over Skay’, tra due ore diamo il via al count down”. Raccontare preparativi e svolgimento dei voli esplorativi dello spazio e non è  il compito piò gradito della scienziata, ma lo esegue con attenzione e precisione.

Margherita Hack, omonima dell’astronoma italiana:

“Qui Juppiter, anno ottavo del quarto miliardo, ottantesima escursione interplanetaria, obiettivo pianeta abitato, illuminato da sole e luna, nato da un’esplosione galattica, fermo all’era nucleare. Tutto ok, ci avviciniamo alla Terra, discesa a velocità programmata”

 

Nel locale dell’Osservatorio Astronomico di Trieste, la scienziata punta il telescopio nella zona XW 23/seventy-nine del planetario, che ha esplorato mille volte a caccia di risposte ad altrettanti why posti dal limite di escursioni non oltre i dintorni di Luna e Marte.

“Eh no, questo bolide non è un asteroide, ma cosa? Si dirige nel deserto del Gobi. Valentino contatta Pechino, chiedi se l’ hanno avvistato”.

Cina. Yuan Yida segue da qualche minuto la traiettoria dell’oggetto che punta l’area ovest del Gobi. Contatta la centrale per gli interventi in emergenza e concorda con il responsabile l’invio di reparti speciali dove avverrà l’impatto con la Terra.

 

Dalla capsula in un materiale trasparente, che non può essere vetro o plastica perché non avrebbe resistito al tuffo nell’atmosfera, escono due figure di dimensione umana , protetti da un alone di luce verde, come fosforescente. Svolgono uno striscione nero. La scritta  bianca è in cinese: ‘Veniamo dall’astro Juppiter, veniamo in pace. Io sono Samantha Cristoforetti, lui è Umberto Guidoni’. Gli uomini dell’Emergency cinese temono di non aver capito:

“Ma sono i nomi di due astronauti italiani e certo non vengono da Juppiter o come si chiama il  vostro astro. Comunque benvenuti. Vi portiamo al nostro Centro spaziale. È in attesa un jet dell’aviazione militare”.

Cinesi e italiani sono in contatto con gli smartphone satellitari:

“Yuan, sono Margherita, cos’è questa storia? Samantha e Umberto sono sotto pressione alla Nasa, in preparazione intensiva per il volo sulla Luna…”

“Lo so bene. Comunque i due astronauti atterrati nel Gobi sono in arrivo. Appena qui capiremo cosa c’è dietro questo mistero di nomi coincidenti”.

 

Su Juppiter c’è fermento. Margherita Hack, informata dal trasmettitore spaziale in dotazione ai suoi viaggiatori nel cosmo dello choc causato dai suoi Umberto e Samantha, immagina lo sconcerto dei colleghi terrestri e intuisce come sarà arduo svelare i miliardi di parallelismi tra astri e pianeti di galassie infinite di cui la Terra sa poco e forse niente.

 

Tutto nasce dal privilegio riservato a Juppiter dall’ultimo discendente della dinastia destinataria dei segreti universali, che coprono l’arcano di sequenze il cui incipit non è databile, perché infinito. È toccato ad Eva ricevere nell’intimità di un rapporto sessualmente intenso e reciprocamente appagante il verbo criptico del suo amante, depositario delle risposte ai perché dei perché, primo fra tutti ‘chi siamo, di dove veniamo, quanti siamo’.

“Ascolta. Il deus, lo chiamo così per comodità di esposizione, è stato investito dall’Entità mistica senza nome del divino compito di sincronizzare e unificare i tempi di vita di tutti gli esseri dell’Universo con la vita dell’intero sistema, che include miliardi di miliardi di stelle, pianeti, soli e lune e altre forme di vita sconosciute sulla Terra”.

“Sincronizzare, unificare?”

“Proprio così. Se le creature disperse nell’immensità di infiniti cosmo avessero toccato punte di perfezione tecnologica di Juppiter saprebbero che ogni minima frazione dello spazio infinito si muove in perfetta armonia”.

“Vuoi dire che sono stati creati in simultanea?”

“Proprio così e non  solo. Tutti i luoghi in cui c’è vita sono abitati da cloni degli stessi uomini, donne, bambini”

“Cioè?”

“Capisco che la prova di questa duplicazione illimitata è sconcertante. Si può immaginare lo sgomento della Margherita Hack terrena quando scoprirà che dallo spazio è atterrato un oggetto volante guidato da un’identica Margherita Hack”.

“Ma sono persone fotocopia solo fisicamente?”

“Sono cloni. Egualmente dotate di intelligenza, di identica personalità, con uguali sentimenti, pregi  e difetto”.

“Ma è angosciante”

“Di più è alienante, risultato della pigrizia del ‘creatore’”.

“Creatore? Ma credi davvero che un essere superiore si sia speso per materializzare un’idea di parità assoluta nel sistema senza confini dove coabitano le Margherite Hack che a specchiarsi restano basite o chissà, contente di non essere sole negli universi quando distese sulla sabbia nelle notti stellate sono assalite dallo sconforto di sentirsi il niente nel nulla?”

“Ten, nine, eight…”

Nell’avveniristica struttura del Centro Spaziale europeo, è in atto il conto alla rovescia che precede l’accensione del razzo vettore per la messa in orbita della navicella. Steve  ’O Callum è in trance come ad ogni lancio. Socchiude gli occhi e ‘vede’ lo spazio oltre i confini delle esplorazioni corredate da immagini suggestive della Terra vista dall’orbita attorno alla luna. ‘Vede’ altre lune, pianeti sconosciuti, ammassi di stelle non codificate. Nel percorso di un’ellisse inedita appaiono un pianeta identico alla Terra e l’incrociarsi della navicella spedita da Cape Canaveral con una gemella,  messa in orbita chissà da chi e da dove, ma  su tutte c’è l’immagine della bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti.

“Seven, six, five…”

Allucinazione? Un miraggio?

Four, three, two…

No, un altro  ’Callum, proprio no.

“One…zero…go”

La missione della navicella che punta in direzione di Marte ha l’obiettivo minimo di testare il tempo che manca all’auspicato approdo sul pianeta rosso. Tutto il resto è uno strano sogno a occhi aperti. Anticipa la tensione per l’esito della missione che ha richiesto anni di preparazione e costi miliardari.

 

Margherita Hack, prestigiosa scienziata triestina,  ne è consapevole e incrocia le dita mentre conta a sua volta “ten, nine, eight…”

 

La vampata di fuoco in coda al missile acceca, ma segnala che è buona la partenza del vettore e il Centro Spaziale si rilassa per un attimo. Le incognite che accompagnano la missione richiedono massima concentrazione. Un margine di rischio c’è e benché contenuto nel limite rassicurante dello 0,5 per cento, non consente disattenzioni. L’astronoma, nella fase meno pericolosa del volo profitta per contattare Pechino, dove si trovano gli astronauti atterrati nel Gabi.

“Yan, sono da te?”.

“Proprio accanto a me. Con chi vuoi parlare?”

“Con uno dei due. Anzi con la mia omonima”

 

“Alò Margherita, sono Margherita. Da dove arrivi, dimmi di te”

“Preparati a sfogliare pagine per te sconosciute, che giudicheresti fantascienza se non rispecchiassero la verità. Per cominciare ti racconto di me, cioè di te. Mi chiamo Margherita Hack, sono un’astronoma, vengo da un mondo bersagliato per miliardi di anni dalla luce accecante e da temperature di cinquecento gradi di un astro infuocato, infine  divenuto abitabile per il progressivo spegnimento, che ha ridotto luce e calore su Juppiter. Da lontananze incalcolabili è atterrata sul nostro suolo una ‘macchina spaziale’ azionata da energia sconosciuta, invisibile e ne è sceso un essere di dimensioni imparagonabili alla nostra. Nell’immensità di ghiacciai disabitati ha convocato scienziati, giornalisti e capi di Stato:

“Sono l’emissario di chi ha dato vita a miliardi di universi. Ho lo sgradito compito di riferirvi che l’onere insostenibile dell’immane impresa lo ha indotto a clonare i prototipi dei viventi da un unico modello, riprodotto all’infinito”. Si è poi rivolto a me e ha detto testualmente che di Margherita Hack, cioè di astronome identiche a noi due ce ne sono miliardi. Hai 61 anni, è così? Anch’io. Gli ho chiesto come sia possibile essere tua coetanea se per arrivare sulla terra ho impiegato un tempo infinito e la risposta mi ha choccato.

“Siete biologicamente programmati perché coincidano, a prescindere da situazioni asincrone, età, condizioni psicofisiche, qualità e difetti. Come puoi sentire, parlo la tua lingua e lo fanno tutte le Margherite Hack di ogni universo”.

“Ma è pazzesco, straniante, se me lo consenti. L’idea subito successiva a questo giudizio, necessariamente sommario, è che quanto mi racconti azzera ogni progetto della Terra di esplorare lo spazio alla scoperta di nuovi mondi. Arrivassimo su Juppiter, in un futuro lontanissimo, ci ritroveremmo in uno scenario esattamente sovrapponibile al nostro, abitato da nostri gemelli, con identiche storie di vita, problemi insoluti, ingiustizie, guerre, povertà e ricchezze, egoismi e solidarietà, paura del futuro. È sconvolgente e sai che ti dico, non ho nessuna voglia di incontrarti, di osservare il mio doppio, di sentire la mia voce coincidere con la tua. Se lo vuoi sapere, il racconto del deus che ha scelto Juppiter per svelare l’assurdo della moltiplicazione di mondi partoriti in fotocopia ha spento per sempre l’interesse scientifico per i misteri del creato. Ma tu, perché qui, sulla Terra?”

“Semplicemente perché come San Tomaso ho voluto trovare la conferma di quanto ci è stato rivelato dall’essere venuto dall’infinito. E l’ho già acquisita. Lo Yan che ci ospita a Pechino, è lo Yan che su Juppiter sovrintende alle attività del nostro Centro Spaziale. Neanche io voglio incontrare un’altra me. Come vedi pensiamo all’unisono. Me ne torno su Juppiter, l’Università La Sapienza mi conferisce la laurea ad honorem in scienze.”

“Ho bisogno di dirti che la stessa università, mi ha convocato con la stessa motivazione?

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Il Racconto di Domenica 26 maggio 2019

Notti in bianco

Purtroppo non mi relaziono con un Freud contemporaneo, rivelatore di anfratti dell’inconscio che elaborano nottetempo l’immaginario in  sogni e incubi. Non mi resta che raccontarli e  lasciare a chi li legge l’esercizio di interpretarli e magari di analizzare i propri se in qualche modo si somigliano. 

DI LUCIANO SCATENI  

Ricordo i sogni con storica difficoltà. Provo poco coraggiosamente a rimuoverli e a volte me ne libero, acquieto l’ansia che ne scaturisce  in questo nostro tempo malato. Sogno la paura e non per la mia persona.  Ho percorso gran parte dell’itinerario biologico che mi concede il destino. Temo e tremo  per Gigliola, Enzo e Amina, ‘Nbuni, Nancy e Juan, Tai-lan, le mie figlie, i loro figli, i bambini con la pelle bianca, nera, gialla, destinati a subire l’umanità disumana del terzo millennio, appena imboccato.

Sogno letti di morte male allineati e corpi monchi, teste senza occhi, ferite rosse di sangue oramai muto, voci strozzate in gola, maledizioni e preghiere, bestemmie pronunciate con cinismo da fantasmi minacciosi contagiati dalla droga del potere che annega i sentimenti e la pietas, il rispetto della vita, l’amore. Mi spaventano la tracotanza di chi pratica la sopraffazione, i propagatori seriali delle ingiustizie. Analizzo il ricorso spregiudicato alla menzogna, l’intolleranza per i diversi, comunque per l’altro. Mi spavento per la mia estraneità alla rivoluzione del pacifismo proposta dal titolo di una riflessione sul tema “Tra Cristo e Gandhi” che leggo distorto, come attraverso lastre smerigliate.  È smarrimento, precarietà,  da uscirne con la resa senza condizioni. M’inalbero per non far niente contro l’Italia che spaccia mine antiuomo ovunque è guerra. L’ultimo numero del periodico dell’Alto Commissariato Onu per i diritti dell’uomo ha in copertina l’immagine di un bambino nero che insegue una palla di pezza saltellando su una gamba sola, aiutandosi con una rozzo bastone per stampella. Il disgusto per chi ha messo l’ordigno che gli ha portato via una gamba, include con uguale indignazione gli oltraggi del terrorismo omicida, dell’odio per l’odio, segnali di percorsi  nell’angoscia degli  incubi, delle crisi di panico, sussulti scanditi dal ticchettio della sveglia, nel cupo silenzio di notti travagliate per brevi, spossanti fibrillazioni. Ogni  tic si distanza dal successivo di un secondo e mi aiuta a contarne quattro, il tempo di una tragedia che nessuno racconta, della successione, che fa bestemmiare, di un bambino che in qualche luogo del mondo dei derelitti muore di fame o malattie, appunto ogni quattro secondi. Uno…due… tre… quattro… “morto un altro, maledizione”.

Mi arrovello nel groviglio di indagini non risolte sulle conseguenze della nascita casuale in un luogo della Terra piuttosto che in un altro, l’uno immerso nella tutela del benessere materiale e immateriale, l’altro escluso dal circuito che procede senza ostacoli sui binari dell’innovazione tecnologica, dei privilegi sociali, della ricchezza in  crescendo a scapito delle povertà, dei monopoli di risorse naturali e umane gestiti da aggressività neocolonialista. Mi smarrisco se provo a capire cosa c’è dietro la vita delle tremila creature stroncate dal crollo delle torri gemelle, delle centinaia di vittime degli attentatori suicidi, dei macellai dell’Isis, e cosa nell’assurdo di femminicidi quotidiani, dietro cosa si maschera la vigliaccheria diffusa delle violenze sui minori, specialmente ignobili se ne sono responsabili preti e alti prelati, cosa nel destino senza un perché di bambini che nascono con malattie mortali e cosa nell’assurdo disumano delle vittime di “bombardamenti chirurgici”.

Migliaia di morti  e sarebbero molti di più senza il generoso volontariato di Medici Senza Frontiere ed di Emergency, dei loro ospedali, di chirurghi, di mani pietose che stringono mani, per aiutare a sopportare il dolore fisico e la disperazione. Senza di loro il massacro di innocenti si  trasformerebbero in strage epocale. La fede, per chi se ne protegge, è un elisir di grande conforto, che tutto riporta all’ineluttabilità di comportamenti dell’umanità consegnati al libero arbitrio.

Rifletto. Per chi non  possiede questa via di uscita dallo sconforto,  per me tra tanti, sono notti avvelenate dalla consapevolezza di rispondere con il nulla alla rabbia impotente.

Basta un eroico sit per fermare i carri armati, le pietre possono davvero opporsi a mitragliatrici blindati, esiste una mazza di ferro virtuale che butti giù muri di cemento armato, che sradichi dai confini blindati barriere chilometriche di filo spinato?  Non basta. Il caso dei vietcong che hanno umiliato la potenza militare degli Stati Uniti è unico e probabilmente irripetibile.

Quanto sembrava appartenere ai secoli bui dell’umanità pervade il tessuto delle società contemporanee. L’elenco delle nefandezze, dei soprusi, dei crimini impuniti, sembra perpetuarsi inalterato e anzi mostra di aggravarsi. Conservo un video girato da antagonisti della pena di morte. Racconta la disumanità delle esecuzioni, negli Stati Uniti, quasi sempre inflitte a condannati che non si possono consentire l’assistenza di studi legali a costi milionari. Mi ossessiona l’immagine del bambino fuggito dal suo Paese dilaniato da violenze sanguinarie,  disteso, senza vita, sulla bastigia dove lo ha trascinato il mare.

Ce n’è abbastanza per un’altra notte di autoanalisi e  brevi incursioni nella depressione, a stento compensati da isole di moderato ottimismo per il ritorno in campo dei giovani, il protagonismo femminista, il “bella ciao” adottato universalmente per contrastare il peggio di poteri dominanti all’insegna della discriminazione razziale, dell’intolleranza, dei forti sui deboli.

Riaprire gli occhi è dura. Un nuovo capitolo della saga “Salvini” rende irrespirabile l’atmosfera che staziona sull’Italia, da Nord a Sud, da quel fatale marzo del 2018. Svela latenze indecorose di un substrato razzista mai totalmente cancellato, maledettamente nostalgico di tempi dell’uomo forte al comando, xenofobo, malato di egocentrismo, soggiogato dalla  tentazione autarchica del “prima gli italiani”.

La notte è alle spalle. Oggi Napoli è antirazzista, ed è un buon segnale che sembra interrompere una lunga fase di pigrizia politica. Ieri la mobilitazione anticamorra. Internet racconta che il piccolo, ma laborioso manipolo della procura di Agrigento si appropria dell’indipendenza del potere giudiziario, attentato dal Viminale e vieta il blocco degli sbarchi. Il Paese dei balconi segue passo, passo il veloce trotterellare del ministro dell’Interno in tour elettorale e il benvenuto degli striscioni  più diffuso è “Vattene”. Cresce la solidarietà per l’insegnante e la maestra siciliane punite con la sospensione, l’una per aver consentito agli studenti di riflettere su analogie tra leggi razziali del fascismo e il decreto sicurezza di Salvini condannato dall’Onu, l’altra per aver letto in classe il “Diario di Anna Frank” nella giornata della memoria per la Shoa. Il ministro leghista Bussetti è costretto a tirarsi fuori. Addebita l’iniziativa repressiva all’autorità scolastica locale, come Salvini nega di aver influenzato Questure e vertici della polizia per incriminare le navi Ong che salvano vite umane nel Mediterraneo.

Oggi si vota e in gioco c’è l’Europa della Brexit, dei consorzi di sovranismo nascente, di un consesso politico ed economico stretto nella morsa russo-americana e l’ombra espansiva del colosso Cina che si allunga sul Vecchio Continente.

Penso che non è un bel guardare il futuro di Gigliola, Enzo e Amina, ‘Nbuni, Nancy e Juan, Tai-lan, le mie figlie, i loro figli, i bambini con la pelle bianca, nera, gialla.

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Il Racconto di Domenica 19 maggio 2019

Here is Naples

DI LUCIANO SCATENI

Luoghi di Napoli che inseguono l’internazionalità di isole urbane della merveilleuse Paris senza alcuna timidezza. Introdursi nella petit Montmartre è respirarla, infilarsi nella stratificazione millenaria che si offre con il fossato della piazza Bellini, custode di mura greche. Le raccontano maestre edotte di classicismo a giovanissimi alunni più distratti che attenti. Induce a scrivere su tela parole, a volte colorate, per dire cosa pensare di uno ‘star a Napoli’ con appassionata perplessità, talvolta indotto a rabbiosa ribellione, altre a benevolenza assolutoria, spesso a dolorosa prossimità con la rassegnazione. Il percorso di un itinerario breve, saturo di intensità culturale, è attraversato da esasperanti contraddizioni, da strepitosa concentrazione di offerte omogenee, tra loro compatibili. Nel perimetro che include la piazza dedicata al sommo poeta e il Museo Archeologico Nazionale, si snoda la successione di librerie, case editrici, caffè letterari, offerte di antiquariato e templi delle arti, il Conservatorio Musicale di San Pietro a Maiella, il Teatro Bellini, il liceo Artistico, l’Accademia delle belle Arti, istituzioni universitarie, la galleria Principe di Napoli. Sulla via Costantinopoli, sontuoso collegamento di questa fantastica coesistenza, si affacciano edifici storici, di quell’architettura elegante, nobiliare, che impreziosisce l’intero centro storico. La statua di Bellini domina lo slargo omonimo, meta di turisti qui indirizzati da un convincente passa parola internazionale.

Step one  

Oi bella, bè, bella carnale, puttana, puttà nel blu distesa, seni emersi, carnosi… liquorosa tentatrice del grande vecchio /incombente, silente, esplodente vulcano bisex / seni matronali, due e un cono a vocazione ero-eruttiva /puttana, puttà detto con amorecon odio, amore odioso, odio amoroso / nera di sole, bianca quando è sera (Pierrot in punta di piedi attraversa il crinale ribollente di sbuffi sulfurei) /fianchi slargati dal gran fottere /parole graffiate / e il sudore?

È femmina hai detto ascoltando la Napoli pluri profanatagemere consensualmente / e dai /è setole intrise di magenta, spatole pregne di blugiallo spinto nella trama di lino a dita nudecrete e legno spossato dal tempopietre cavate dagli Appennini /scrivono ciao al corpo nudo di Napoli, violato /gente di mare porta via ore di amoree c’è odore di sale, succhiato dalla pelle

Step two

Di Giugno, quando la notte s’ammala di nostalgia per un giorno fuggito alle otto della sera, al riparo tra le quinte di un nuovo tramonto verde-oro, che in un lampo di tempo s’incendia di rossi suadenti. S’annuncia una tiepida notte a occhi aperti e cioè solo pausa sofferente tra due luminose pacatezze e altrettanti segmenti d’azzurro, puri come trasparenze in incognito. Sul mare di Partenope, di Giugno, aloni di fuoco, nell’alba dell’ottimismo, si oppongono insolenti al possente profilo del Vesuvio, a cavallo dell’ultimo cratere che ha schiantato il Monte Somma, ritroso partner di fumose fibrillazioni.

Step thre  

È subito vespro lassù, in fine di una ripida impennata, dove la collina di Napoli dimentica odori e sapori delle acque salsoiodiche del Borgo Marinari, ai piedi del castello custode di un ‘ovo’ ben nascosto che se fratturato avrebbe causato sciagure. Volgendo lo sguardo in su il verde in tandem della Villa Floridiana e della consorella Lucia, dono di Ferdinando quarto dei Borbone alla moglie morganatica. Lassù, odorosa di rose rosa, la fanciulla in vista di future nozze s’adorna il capo di lievissimo tulle e s’avvolge nella candida vela per coprire il corpo d leggerezza. La donzella mal sopporta la frequentazione di coetanee snob, con indosso gonne griffate. Prima di convolare trova rifugio nel giornalismo e presto sovrasta di molto lo standard medio del pianeta mediatico locale. Se ne separa presto e gli occhi non si inumidiscono di rimpianto. Aggancia il fantastico della fuga nella terra d’Albione dove dire “sorry” è pensare assiduamente ‘scusi’ e non per mero garbo.

La London School of Economics è un irresistibile attrattore e laurea la young girl in marketing, ma le dona anche Stefan, compagno della vita, giovin signore del nord England, dottore in economia destinato a scalare in velocità il totem del gigante Lloyds. Di Giugno, con flemma britannica, il giovane in carriera si abbandona a indolenze indotte dall’habitat mediterraneo e si lascia invadere dal profumo di mare immesso nella suite dal balcone che si affaccia a dominare il golfo di Partenope. In San Pasquale la chiesa anglicana ascolta il doppio “sì” e il sodalizio anglo-partenopeo è consacrato con rito bi-religioso.

La fusoliera s’impenna a malincuore, quasi delusa per il rimpicciolirsi di Capri, alla sinistra della città, a destra di Posillipo collinare. Il muso del Boeing Bristish Airways punta le Alpi, l’acqua irrequieta della Manica, la nebbia che nasconde il verde del Sussex. Bye, bye Naples.

Step four     

Sono sensibili i napoletani, portati a facile commozione se investiti delle disgrazie altrui. I napoletani versano lacrime per ori, stucchi e velluti della veneziana Felice, prestigioso teatro distrutto dalle fiamme. Sfilano dal portafoglio, benché smagrito, un po’ di euro, contributo per la ricostruzione, perché sia rapida, rispettosa dei prestigiosi fastigi originali, estranea al virus di corrotti e corruttori. Generosi i napoletani, ma per nulla stupidi. Confrontano la gara di solidarietà per il teatro di Venezia in fiamme con il sisma nelle visceri del quadrivio di Secondigliano, esplose per una macro fuoriuscita di gas da una conduttura interrata. Qui, così è raccontato in un collegamento televisivo, le fiamme non hanno divorato palchi, poltrone e moquette, bensì vite di operai e di povera gente della periferia immerse nella marginalità sociale. Oltre il ‘cratere della morte’ i napoletani osservano le crepe di strade sconnesse, la desolazione di povere case, il traffico da caos indiano. Zero cordate solidali di grandi banche per questo segmento di città marginale, nessun sos di solidarietà diffusa. Il Quirinale non preannuncia visite del Presidente, che andrà a Venezia, dove dalle ceneri rinascerà una Fenice più bella di prima.

Step five

Napoli è un corpo flessuoso, disteso lungo coste stregate da sibille e maghi. L’accarezza d’azzurro un cielo dipinto da anime sognanti di meritevoli allievi di Raffaello, lo colora d’oro il pennello del Beato Angelico, lo culla il blu profondo del mare, tinto di notti insonni, spese a cantare le vele bianche in volo sulle onde, inarcate verso il cielo prima di tuffarsi nei gorghi spumeggianti. Napoli è vita senza tempo, spazio senza confini, sogno prigioniero dell’allegria, quiete emozionante, frenesia spiazzante, sensi esasperati, complicità nel peccato e compiacimenti, noncuranza, charme, spavalda impertinenza, culto dell’effimero, facili contentezze, piacere di piacere, ore d’amore solo immaginate, consenso e rifiuti. Napoli vive di nulla, tenuta su da due dita di anice e tre di caffè nero, sazia di odori e note portate vie da ali di libellule innamorate di sé. Napoli si nutre del sapore di sale e ingoia lacrime amarissime. Ride di cuore, urla di rabbia, canta. Napoli è sonnolenta, pigra e prodigiosamente laboriosa, ribelle, rivoluzionaria, orgogliosa, nobilmente pezzente, ossequiosa, puttana, per scombussolare il sangue di partner usati e abbandonati con il gusto di provocare sferzate di eccitazione e poi domarle. Napoli è vita inerte, pulsioni sismiche, dignità e fierezza, viaggi nel trash e villania plebea, disprezzo del potere. Napoli danza su fluidi incandescenti, erutta lapilli infuocati, dispensa fertilità ripagata con nettare generoso, premuto da uva dolce come miele, vigorosa come un elisir. È dolce vita Napoli, da raccontare allo spirito di Fellini, immenso autore di “Amarcord”, per il mancato film sulla regina del Mediterraneo.

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Il Racconto di Domenica 12 maggio 2019

Tennis: ‘padroni e sotto, top ten

e raccattapalle’

Nei mondi miliardari dello sport, Paperon  dei Paperoni è mister  Michael Jordan, con un patrimonio di 1 miliardo di dollari, primo a entrare nel club sei super ricchi. Lo tallonano lo sfortunato pilota di formula  Michael Schumacher, Palmer storico golfista e il collega Tiger Woods. Poi un altro cestista dell’Nba, Magic Johnson, il pugile Floyd Mayweather, Shaquille o’Neal, basket, il calciatore sciupafemmine David Beckham.  I signori del tennis sono in questo duemiladiciannove i big al  vertice della classfica Atp. L’intramontabile Federer, il coriaceo Djokovic, lo spagnolo Nadal. Ma come si scala la vetta dei top ten della racchetta?

DI LUCIANO SCATENI


 

Le fatiche di Ercole sono bazzecole per chi è informato della via crucis che percorre un tennista per arrampicarsi nell’eden dei topo ten. Non basta il talento, primo e fondamentale mattone per costruire il capolavoro tecnico e atletico che ambisce a collocare il trofeo di Wimbledon nella bacheca. Si imbocca la via del successo se si concentrano nel candidato alla gloria tenacia, determinazione, intelligenza tattica e soprattutto  capacità di concentrazione dalla prima all’ultima racchettata. L’atleta con questo bagaglio di qualità non è solo a competere con altri giganti del tennis. Lo affiancano una fanatica compagna, il personal trainer, il fisioterapista, uno psicologo, lo stratega, mamma e papà, club di tifosi, sponsor.

La concentrazione. Osservati nella fase strategicamente determinante della battuta i campioni denunciano il ricorso sistematico al proprio “tic”. Ecco un campionario delle star: il fenomeno Rafa Nadal, mancino, ma solo con la racchetta, con la mano destra pizzica il pantaloncino sul di dietro e sul davanti in prossimità di zone ‘intime’, poi il naso, l’orecchio e la sequenza, sempre identica, farebbe perdere la concentrazione anche ai santi. Nole Djokovic guarda torvo il raccattapalle che non gliele serve velocemente. De guadagnare secondi per far rimbalzare all’infinito la palla prima della battuta entro il tempo stabilito dal regolamento. Qualche volta esagera e riceve l’ammonizione dal giudice di sedia. L’avversario si innervosisce. Roger Federer, il signore del tennis, eternamente impeccabile nell’abbigliamento di gioco, cioè elegante nell’abbinamento di maglietta, pantaloncini, bandana, polsini, calzini, scarpe, con la destra, dà una riavviata ai capelli con tocco leggero, dopo ogni punto concluso da una parte o dall’altra. Il russo-tedesco Zverev, astro nascente, con la mano libera solleva la maglietta fino a scoprire la pancia  e non batte senza aver reiterato questo gesto. Il due metri e oltre, l’americano Isner, dopo ogni fase di gioco toglie e rimette il cappellino antisole. Il prode Fognini, che se avesse più cervello sarebbe tra i primi tre del mondo, mentre aspetta di ricevere la battuta dell’avversario, con la punta delle dita verifica una a una la tensione delle corde. La star del femminile, Maria Sharapova, dopo ogni punto, vinto o perso, volta le spalle al campo, compie tre o quattro passi in allontanamento dalla linea di fondo e con un lezioso dietrofront torna in  posizione.

Il capitolo raccattapalle. Ragazzini/ragazzette, per usufruire del “privilegio” di stare in campo, devono superare il test di velocità nel raccogliere le palle e porgerle ai giocatori con tecnica rigorosamente rispettata, uniforme. I due, posti ai lati della rete, finita l’operazione di recupero, devono inginocchiarsi velocemente e aspettare immobili la fine dello scambio. Quelli a fondo campo sono anche addetti alle asciugamani dei giocatori, che anche in condizioni climatiche rigide se lo fanno porgere per asciugare il sudore del viso. Nessuno svela  che il ricorso all’asciugamano serve in realtà a riprendere fiato per qualche secondo. I giocatori corretti, si fanno lanciare tutte le palle disponibili, fingono di scegliere le  ‘migliori’ (altro stratagemma per tornar alla respirazione normale) e restituiscono con garbo quelle scartate ai raccattapalle. Altri le spediscono alle proprie spalle senza badare a dove finiscono.

Capitolo asciugamano. Alcuni dopo aver asciugato la faccia lo porgono ai raccattapalle, altri glielo tirano, costringendoli a difficili parate.  Idea: non sarebbe corretto poggiare l’asciugamano su uno sgabello a portata di mano del tennista e favorire un democratico “fai da te?”. Sui  campi, con cielo sereno, il  sole picchia duro e  durante l’intervallo tra un game e l’altro i tennisti si abbeverano, riposano ai lati del terreno di gioco. La scena è da epoca egiziana, del tempo che gli schiavi facevano aria al re con un ventaglio di piume. To day, il raccattapalle apre un ampio ombrello e ripara il giocatore. Con  l’altra mano apre il frigo e soddisfa la  richiesta di una bibita fresca.

Che dire, il tennis, a questi livelli, è sport  d’élite, molto poco rispettoso della pari dignità. L’obiettivo di insediarsi nell’Eden dei topo ten e il successivo, di rimanerci il più a lungo possibile non è solo avidità, corsa alle cifre milionarie di premi e sponsorizzazioni. Non basterebbe. Il di più è ambizione vestita di edonismo, full immersione nella popolarità, il nome scandito dagli spalti,  striscioni e bandiere, richieste di selfie e autografi,  ingressi e uscite dal campo seguiti da migliaia di fan in delirio, attenzione a piena pagina del giornalismo sportivo e non solo.

  • §§

Il tennis, per quanto se ne sa, non è avvelenato quanto il ciclismo dall’uso di dopanti che spingono a livelli estremi le performance atletiche, ma non ne è neppure esente. I casi da prima pagina: il geniale John McEnroe (streroide per i cavalli), Mats Wilander (cocaina) Matia Sharapaova, miss  tennis (meldonium), Andre Agassi (meyamfetamine), il ceco Novacek, il connazionale Korda, gli argentini Coria, Canas, Chela (nandrolone), l’anglo canadese Rusedski (sostanze illecite), Mariano Puerta (stimolamte cardiaco), la fantastica Martina Hingis, il francese Gasquet (cocaina), il serbo Troiki, Marin Cilic, quattro tennisti russi, dodici spagnoli, nove americani e anche otto italiani.

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Gli appassionati del nostro Paese guardano stupiti al proliferare di campioni di Paesi tra imparagonabili per mille motivi: Stati Uniti, Spagna, Francia, Russia, Paesi slavi e per decenni Australia. Anche meno  comprensibile è la nascita di assi in luoghi del mondo privi di tradizione sportiva specifica, come l’Austria, la Germania. Spiegazione semplificata: in Italia quando un ragazzetto mostra talento precoce, diventa presto oggetto di contratti degli sponsor, di circoli ad alto livello, aziende di abbigliamento, di racchette, accessori. Il vortice di attenzioni coinvolge i familiari e distoglie dalla severità della crescita tecnica e atletica dei ragazzi. E poi, in Italia non esistono scuole alla Bollettieri, che negli Stati Uniti accompagna i ragazzi fino alla maturazione con sistemi di crescita iper collaudati. Fenomeni come Federer, Nadal, Djokovic, non fanno testo. Per loro la sorte ha riservato qualità extra terrestri con uguale generosità donata al genio di Mozart o all’intelligenza scientifica di Einstein.

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Il Racconto di Domenica 5 maggio 2019

Bentornato “Paese”

DI LUCIANO SCATENI

“Sono Nicola, ho un’incredibile, emozionante notizia, per te e molti altri: torna in edicola, non indovineresti mai, il mitico ‘Paese Sera’.

“Sogno o son desto?”

“Fidati, se sogni, sogni a occhi aperti. Non è una fake news, condirettrice è mia nipote”.

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E’ un caso se la notizia è del 25 Aprile e se i giornalisti del rinato, storico quotidiano, hanno raccolto commenti entusiastici, perfino commozione dal popolo del corteo per la Liberazione?

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Fu un colpo al cuore il sipario calato sull’avventura esaltante di Paese Sera, per i suoi lettori e specialmente per chi ha vissuto dal di dentro la passione per il ruolo politico e sociale del giornale per il lavoro redazionale oltre l’orario sindacale e il coinvolgimento, la partecipazione ad un collettivo motivato all’unisono.

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Giugno 1976, entro in redazione, al secondo piano dell’angiporto Galleria Umberto. A sera la prima copia del giornale con le pagine di Napoli sarebbe oramai chiusa intorno alle 23 , in tempo per consentire a Roma di stamparlo e farlo arrivare a Napoli all’alba. Il telecopier, oggi il fax, ma non ancora in quegli anni ha già ingoiato il menabò e nella redazione centrale Fabio Cortese, a Roma, lavora all’impaginazione per chiudere le nostre pagine e spedire il giornale a Napoli perché sia in edicola all’alba, ma…

“Luciano, trenta righe, a tempo di record, smontiamo la prima pagina e pubblichiamo la notizia in apertura”. La notizia dell’ultima ora dice di due operaie morte nell’incendio della fabbrica. Ennio Simeone, capo redattore, ex Unità, è perentorio, anche se consapevole che molti redattori, come me, non hanno alle spalle alcuna confidenza con i ritmi frenetici del quotidiano. Il battesimo fuga supera ogni dubbio, ma c’è poco da festeggiare. Le due edizioni di Paese Sera non concedono pause e la consapevolezza di sfidare i numeri modesti di lettori napoletani dei giornali crea tensione. Per fortuna, giorno dopo giorno, diventa spinta positiva a vincerla.

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Comincia così l’avventura nel quotidiano-scuola di giornalismo che è stato Paese Sera. Fedele agli ideali progressisti della sinistra, ma distante dal ruolo di cinghia di trasmissione del Pci, il giornale a quel tempo diretto da Coppola, fu voce dirompente a Napoli, nella città del Roma, portavoce della destra e del Mattino a vocazione democristiana. Ebbe attenzione significativa per minoranze prive di visibilità, per il disagio sociale, l’esperienza rivoluzionaria del primo sindaco comunista del sud Europa, il risveglio culturale della città, perfino della sinistra Dc, emarginata dalla corrente dominante.

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Quando Ennio Simeone ha lasciato Napoli per un incarico prestigioso nella redazione centrale di Roma, mi ha investito della responsabilità di succedergli e ho vissuto da quel momento gli stimoli di un’onerosa, ma esaltante tensione professionale, non disgiunta dall’emozione per un ruolo condiviso con passione, fatto di lavoro quotidiano di perfezionamento, di collaborazione con un redazione giovane coinvolta molto al di là delle normi contrattuali.

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Il giornale funziona come un magnete e calamita energie, intelligenze, progetti nel cassetto, proposte, partecipazioni prestigiose. Ho continuato a sorprendermi del rispetto per l’autonomia del nostro lavoro, l’assenza di interferenze del Pci, partito di riferimento del giornale, la pacifica tolleranza per qualche rara divergenza nelle valutazioni. Paese Sera cresce con il progressivo consenso dei lettori, di quote significative della società napoletani, sindacati, istituzioni culturali, movimenti, come riferimento in ambiti apparentemente asincroni, del mondo del lavoro e dell’intellettualità. Il giornale vive eventi di straordinario impegno, uno per tutti il rapimento del figlio di De Martino, storico leader socialista. Non si va a letto per seguire le indagini, offrire solidarietà al padre anziano, alla dignità con cui ha vissuto quel dramma nella casa di via Aniello Falcone, più libri che spazi liberi, per essere informati sull’andamento delle indagini.

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Siamo tutti impegnati, ognuno per la propria competenza, nella battaglia civile per l’approvazione della legge sul divorzio, l’esplosione del femminismo, il nuovo interpretato dall’’esecutivo guidato da Valenzi.

Una sera, oltre la mezzanotte, mi chiama al telefono Toto Parisi, medico prestato alla politica. Lo incontro davanti al portone chiuso di Palazzo San Giacomo. Fatica a reggere una borsa di tela. Dentro ha sistemato cinque bottiglie di brandy. Scherzo: “Non ne basta una per ubriacarti?” “Spiritoso, queste sono per la buona notte a chi lavora, mentre tutti dormono”. Inizia così un percorso urbano, come definirlo, istituzionale. Non ricordo più quante tappe ci portano nei punti della città dove operano i fognatori e le squadre di “Napoli pulita”, che nelle strade liberate dalle auto con avvisi preventivi le rigenerano, usando scope meccaniche e autocisterne che lavano il selciato. E’ inverno, fa freddo e il brandy riscalda lo stomaco ma è anche il via a un rapporto di vicinanza dell’assessore ai lavoratori della Nettezza Urbana.

  • §§

Una brutta mattina, mentre esco di casa per andare al giornale faccio entrare in casa un ufficiale giudiziario. Mi mostra il mandato esecutivo che esige da me una somma ingente, stabilita dal tribunale come penale per risarcire un uomo politico che mi ha querelato. Cerco di capire, pago e impreco. Che c’entro io, capo cronista con l’oggetto della querela? M’informo e ho la conferma di un clamoroso errore giudiziario. I fatti: un mio collega denuncia un politico di aver trasformato una licenza per attività produttive in case da villeggiatura. Il magistrato condanna lui e me per un errore di date. L’articolo parla della concessione ottenuta in un certo giorno di fine luglio, mentre èa stata rilasciata cinque giorni prima. Un cavillo, che non lede la sostanza dell’abuso edilizio commesso. Non è il peggio. La giurisprudenza non ritiene responsabile il capo cronista, quindi me, ma l’autore dell’articolo e il direttore del giornale. Una sentenza, per quanto viziata da errore è una sentenza e pago, anche perché il giornale si avvale di un solo legale per difendersi dalle querele e in questo caso non deve aver seguito la mia come richiedeva.

  • §§

Dimentico in fretta, distolto dal piacere delle “Domeniche a piedi”, promosse dal giornale. Con un seguito di famiglie, che scoprono percorsi pieni di fascino, per o più non frequentati, ci si riappropria di angoli che sono storia emarginata della città.I più entusiasti sono i bambini, i ragazzi.

  • §§

Il tempo corre via veloce. I ritmi delle due edizioni rendono minimi gli spazi di riflessione. Non c’è tempo per rammaricarsi di qualche errore e prevale l’auto assoluzione, favorita dall’andamento complessivamente positivo del giornale.

  • §§

L’esodo in Rai non è mai stato un addio a Paese Sera. Di quella straordinaria esperienza, giorno dopo giorno, ho provato a far tesoro. Uno choc, difficile da esorcizzare ha interrotto come un trauma il rapporto virtuale con il quotidiano. “Paese Sera” chiude. La notizia arriva sul mio con dieci righe dell’Ansa. Ma la vita è così, il tempo colma ogni vuoto.

  • §§

“Luciano, sono Nicola, ho un’incredibile, emozionante notizia, per te e molti altri: torna in edicola, non indovineresti mai, il mitico ‘Paese Sera’”.

  • §§

Dal 15 Maggio in edicola, nel frattempo su http:/www.ilpaesesera.it

 

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Il Racconto di Domenica 28 aprile 2019

Parole, parole, parole

Racconto è tutto o niente: parole che vestono idee, fantasie in prosa, invenzioni tra loro sconnesse o connesse da arcani fil rouge, estemporanei lampi di genio se ce n’è nell’angolo protetto dell’emisfero destro, dove il cervello s’industria a emettere lampi di creatività da recepire oltre le sequenze logiche della consecutio, della sequenzialità strutturale. Frammenti allora, puzzle da comporre, appena lasciato il solco del leggere secondo ritmi e logiche a cui si è avvezzi.

DI LUCIANO SCATENI

§§
neppure un angolo nelle volute di vuoti perché

*

su di me, te, su di noi

l’incubo di una “Domenica in”

*

ideologia ‘tecno’

è futuro?

*

spine cercate non fanno sangue, o piaghe,

né dolore, paura, malodore.

niente di niente

*

incerte intrusioni

a due millimetri dal niente

*

svetta controvento

l’alto papavero nel campo appena arato

*

il trash del poeta improvvisato

scomoda voli di gabbiani al tramonto

e declina cuore-amore senza pudore

*

ai cinque rintocchi

tisana al cumino,

una presa di cannabis

basco sulle ventitré.

ici Paris

*

riformisti e/o rivoluzionari,

zero differenze.

nessuna riforma

nessuna rivoluzione

*

cribbio, non ho un rolex d’oro

meno male, sono qualcuno

*

buongiorno, detto per dire,

non porta bene

*

ho indossato la mia laicità

nel giorno della cresima

*

a strizzarla, dalla coscienza dei sanguinari

sprizza bile

*

in ipnosi da rumore del silenzio

scrivo su festoni di carta igienica

fame, sesso, soul, sea, sky, aria sulla quarta corda

*

l’accaduto previene l’imminente:

protagonismo al futuro

*

alieni

giulivi volanti boy scout

*

sferzato dal grecale, lo scoglio odora di pomice

i vicoli senza sole di muffa

*

accordo in sol.

dal triangolo cromato uno dopo l’altro

sette volte din, din,din

a tempo di samba

*

piove, spiove, ripiove, ri-spiove

riga di lacrime il volto “d’e criature ’e Napule”

*

che ogni specchio sia infranto, sicché nelle schegge minute

sia impedito il mio apparire

*

mix: in metrò note sibilanti, ferro su ferro di binari in curva

e rock tosto di un mini lettore

distrattamente, però

*

sottratte ai dogmi

le religioni somigliano

a spogli ramuncoli d’inariditi bonsai

*

tardi, spesso non è l’opposto di presto

*

qui giù, nelle bolge del creato imperfetto

vistosi limiti di previsione

*

fisionomia indecente, di bigottismo insolente

*

so contare da meno due a otto

oltre mi perdo

*

verbi irregolari a sproposito, condizionali sbilenchi…?

silenzio: ssssssssssss!

*

bianco bianco, nero bianco

nero nero, bianco nero: eccesso di sincerità

*

di per sé, cosa si anagramma in caos

è l’indistinto della disumanità

garbuglio, labirinto senza exit

*

stelle in stallo

*

uova di cigno ingoiate dal caimano

e gli dei della natura, dove?

*

Nelle immagini, alcuni dipinti di Luciano Scateni

tempeste defolianti decapitano gli orti urbani

si decompone a vista il maturo melograno

*

un goccia di creatività manda via insolenti monotonie

*

dell’antagonismo teme chi vive di apparenza

*

torre bianca in f5: scacco

con un tocco aggressivo del dito medio s’abbatte il monarca

touché ammette le roi noir.

*

amore / spesso estasi maniacale

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Il Racconto di Pasqua 2019

“Pansé mia, pansé tua…”

DI LUCIANO SCATENI


Tiro fuori dal taschino del gilet il Longines oro che si tramanda di padre in figlio e a cicli settimanali, a volte mensili se non è di buon’umore, decide di fermarsi. Vago senza cognizione del tempo se si stoppa in piena notte.  Barcollo, urto lo spigolo del divano con struttura in legno che se ne sta in agguato nel bel mezzo del corridoio. Si comporta così per vendicare la sostituzione della logora copertura in pelle che ha fatto il suo dovere per quasi trent’anni con una stoffa pesante, leopardata. L’huuuuuu  huhu mi sale dirompente dalla gola e arriva pari, pari alle orecchie della mia compagna, sprofondata da non molto tempo nel sonno degli ingiusti, perciò  infestato di incubi. Il ronfare è sonoro quanto basta a non consentire che piombi anch’io nelle braccia di Orfeo. Al mio urlo, con un colpo di reni si ritrova in un lampo seduta nel mezzo del letto, gli occhi sbarrati.  La prostata ha detto che è trascorso il tempo massimo tra una minzione e la successiva, di qui la sortita al buio nello stretto corridoio. Il ginocchio ha impattato la sponda del divano, ho lanciato un grido alla Munch, mi sono tappato le orecchie con il palmo delle mani, ma il vaffa di Teresa mi informa che l’ho strappata alla scena onirica di lei, sola  al centro della Fifthy Avenue, mentre sta per atterrarle addosso il gemello omozigoto di Hulk, armato di una scimitarra affilatissima, brandita come una clava. “Che cazzo succede?”. La Terry è fuori di sé. In quanto dichiarata masochista, si gode i suoi incubi entrandoci disarmata, con sprezzo del pericolo. Va in fibrillazione, ansima come nel corso di un appagante amplesso. So come fare. Riprendo il racconto-incubo dal momento dell’interruzione – il water deve aspettare – e nella semi oscurità della nostra alcova, rischiarata flebilmente da un led notturno, recito a soggetto la parte del minaccioso Hulk. “Muori, dannata femmina, assaggia il filo della mia infuocata durlindana…” L’alienata spettatrice dell’horror   s’infila sotto le coperte, le mani strette a protezione dei seni, gambe serrate a protezione di un altro bene prezioso e si acquieta. La prostata ringrazia.

  • §§

Napoli è speciale a tutto tondo. Privata del suo tessuto industriale, espropriata della classe operaia, esercita con pazienza giacobbina, cioè ispirata dal mitico Giacobbe, l’arte sopraffina dell’arrangiarsi. Si dilata la remunerativa attività dello spaccio di droghe d’ogni tipo e prezzo, il racket del pizzo mostra curve di utili in crescendo, la città pullula di bancarelle, di negozi infimi sommerse da pezze di cinque, massimo dieci euro, spacciate per capi di buon livello, rifiniti con etichette contraffatte e spacciati a presunte “boutique”. Napoli trasforma perfino  gli storici “bassi” in B&B, improvvisa una rete di osterie, ristorantini, pizzerie, paninoteche; a vantaggio della Nikon dei turisti assetati di folclore addobba i vicoli con drappi, gigantografie di Maradona, filari di luci intermittenti, vistosi inviti a pranzo e cena con menù di “cucina mediterranea”. Gente allegra dio l’aiuta e il popolo di Partenope è gaio per eredità pluri generazionale, emanazione di un Dna generalizzato, eclatante, ben descritto dal “vota Antonio, vota Antonio” del principe  De Curtis, portato all’estremo dall’interpretazione di artisti di strada, nel ruolo di iettatori retribuiti da negozianti scaramantici perché se ne stiano a distanza di sicurezza.

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Teresa è un’alacre messaggera d’amore. Per serietà professionale si ritrova referente dei trans associati nel gruppo Quartieri Spagnoli. Il passa parola internazionale la propone a turisti sui generis come riferimento per ottenere divagazioni sessuali, ovvero per maschi con vizietto, a cui procura dietro compenso incontri ravvicinati del sesto tipo.

  • §§

A primavera i vicoli dei Quartieri spagnoli si vivono all’aria aperta, una sedia mezza sgangherata in bilico sul selciato sconnesso, canottiera sbrindellata, barba lunga per incuria, la metà di una sigaretta senza filtro consumata fino a reggere quel ne resta con la punta di indice e pollice; le donne indossano ancora il grembiule sporco di sugo, legato in vita, ai piedi hanno le ciabatte di casa, i capelli avrebbero necessità di affidarsi alle mani di Alfonso ’o parrucchiere, uno che ogni lunedì serve gratis le donne di Vico dei Miracoli e dintorni.

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Su per via Speranzella c’è fermento. Luisella, amatissimo “femminiello”, si unisce in matrimonio con il “bello del quartiere”,  ma sono nozze virtuali, finte, celebrate dal boss “santo protettore” di zona con grande compunzione.

  • §§

Teresa precede un omone con tanto di cappello alla John Wayne, stomaco prominente, da hamburgher e coca cola a gogò, che scatta foto a ripetizione con lo smartphone di nuova generazione.

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“Come with me, jamme, viene appriesso a mme”. Il rubizzo made in Usa affanna sulla salita che s’inerpica nel dedalo di vicoli. A pochi metri dalla curva che immette nello slargo a ridosso del Corso Vittorio Emanuele s’infilano in un piccolo portone con la vernice scrostata da sole. All’interno è buio pesto e si avverte l’odore intenso del sugo abase di cipolle della genovese, piatto del rito napoletano del giovedì. Teresa si muove con disinvoltura nell’oscurità. Un breve percorso porta a una scala con gradini altissimi che il “cliente “ della donna supera sbuffando. Al piamo ammezzato un porta semi aperta racconta che ognuno può introdursi in casa senza formalità. Oltre la soglia un piccolo vano, spoglio, con la carta da parato strappata in più punti, precede la camera da letto che accoglie Nennella,  ’a figlia d’’o zuoppo. Il trucco pesante prova a nascondere rughe tipicamente maschili. In braccio stringe una bambola vestita da sposa, dalle labbra pende una Chesterfield con filtro. Le dita che frugano tra i capelli crespi sono macchiate di nicotina. Il largo vestito è corto quanto basta per mostrare a gambe larghe il rosso delle mutandine.  “Americano, divertiti  e posa cinquanta dollari. A Nennella cento. Tenc iu”.

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“Enzuccio, accatto (cioè compro) ’na muzzarella, ’o ppane e vengo a casa. Metti l’acqua sul fuoco che quando arrivo calo la pasta. Su Rai 1 c’è Vespa e a “Porta a Porta”. Un leghista e un dem si scambiano parole grosse, i loro insulti sono soffocati dal crepitare di tri-trac e botte a muro.

“Teré , è il segnale. Hanno consegnato la coca a don Luigi. E’ l’avviso per gli spacciatori, che possono rifornirsi”.

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A Nennella la polvere bianca non manca. “John, e che è, te si bloccato? Nun ce pensà. Fatte ’na tirata cu chesta scacciapenzieri”. Niente da fare, il bisonte del Colorado è in tilt e per somma sventura deve comunque sborsare i cento dollari pattuiti, che finiscono nella cassa di Antonio Basile, “Vini e cucina”,  per pagare il conto della  cena offerta da Nennella a tre amici, femminielli di antica amicizia. Se ne vanno a tarda sera, canticchiando “…me la dai, me la dai, me la dai la tua pansé, io ne tengo un’altra in petto  e le unisco tutte e due, pansè mia, pansè tua…”

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Il Racconto di Domenica 14 aprile 2019

Sogno o son desto

DI LUCIANO SCATENI

Sogni di gioventù, passioni politiche a metà tra utopia e speranza. Sentimenti forti, anni settanta, svaniti nelle nebbie dell’inconsulto, dell’omologazione a step in arretramento, che fanno dire a gran parte degli italiani “Sono tutti uguali, non c’è più destra né sinistra”. Disillusioni cocenti finite in depressione, in pessimismo della ragione, apatia, sconforto.

Nella hall dell’Hilton Opera mi aspetta Quy, la guida con un nome che non riuscirò mai a pronunciare correttamente, indeciso se dirlo come fossi francese o inglese, ma sarà il ricordo più intenso della mia permanenza in Vietnam.

  • §§

Ho immaginato cento volte di salire la scaletta del jet in partenza per Hanoi e per un motivo o l’altro ho sempre rinviato. In gioventù ho tenacemente parteggiato per i guerriglieri opposti al super esercito americano. La solidarietà con quel popolo occupava spazi paralleli della fede politica di sinistra, tutta orientata a combattere l’ingiustizia sociale di un’Italia governata dalla conservazione e del mondo delle diseguaglianze. Nella memoria ho nitido il ricordo della tensione politica coltivata per gli eroi che hanno avuto ragione del potenziale bellico messo in campo dagli Stati Uniti per sottomettere il Paese asiatico di area comunista.

  • §§

Dario è appena rientrato dopo un viaggio organizzato e contagia con il suo dirompente entusiasmo chiunque, anche me, che gli chieda

“Allora, com’è?”

“Un mito. Un Paese e un popolo su cui si è accanita la furia bellica di un gigante del mondo, la terrificante potenza militare degli Stati Uniti d’America, decisi ad annientare il “nemico”, colpevole di essere solidale con l’ideologia comunista”.

“Vado”

  • §§

E sono andato, ma per saperne di più, prima di aggregarmi a un viaggio di gruppo e imbarcarmi sul Jumbo del Qatar, contatto miss Phuong, giovane lettrice vietnamita dell’Istituto Orientale.

“Ma ora, che Paese è?”

Con pazienza tipicamente orientale e disponibilità propria del suo popolo, Phuong mi ha regala tempo e conoscenza appassionata del suo Paese.

“Che paese è il Vietnam?”

“Già, Vietnam. Nella nostra lingua Cộng hòa xã hội chủ nghĩa, Repubblica Socialista del sud est asiatico che condivide i confini con la Cina, il Laos, la Cambogia.

“Ora, che Paese è?”

“Non è un caso se il Vietnam è riuscito nella missione impossibile di resistere ai tentativi americani di cancellarlo con bombardamenti a tappeto, che avrebbero stroncato ogni altra resistenza, con contingenti di marines e altre forze di terra in numero cento volte superiore ai difensori, bombe al napalm, armi sofisticate. L’eroismo del nostro popolo ha sconfitto gli Stati Uniti esattamente come in un racconto leggendario Davide ha la meglio su Golia. Il Vietnam è due fantastiche realtà. Una gliel’ha donata la natura, meravigliosa, preservata con rispetto e amore, qualità sconosciute in gran parte del mondo. E stupisce come il nostro popolo abbia saputo cancellare le ferite della guerra subita e diventare in tempi relativamente brevi una terra in crescita economica e sociale costante, un’ambita meta turistica, un Paese in salute finanziaria, con il prodotto interno lordo positivo per il 7/8 percento ogni anno, capace di realizzare riforme economiche e politiche che lo hanno aperto al mercato libero, lo hanno integrato nella globalizzazione e hanno azzerato la povertà, aumentato i salari”

“Da dove trae questa straordinaria energia?”

“Dal suo passato di Paese assoggettato alla Cina, dal riscatto da questa condizione di vassallaggio, dal successivo dominio della Francia, dall’invasione giapponese, nella seconda guerra mondiale. Al suo interno fu la forza politica guidata da Ho-Chi-Minh a realizzare l’indipendenza con la sconfitta del colonialismo francese nella battaglia di Dien Bien Phu, sebbene offuscata dalla divisione in due tronconi del Paese. Ai comunisti il Vietnam del nord, con il sostegno di Cina e Unione Sovietica, agli anticomunisti il Sud, sotto l’egida degli Stati Uniti”.

“Poi l’aggressione americana”

“Decisa da John Fitzgerald Kennedy e Lyndon Johnson. Un intervento per cancellare una scomoda isola di comunismo in tempi di guerra fredda. Ma ebbe la meglio la resistenza dei Vietcong e la grande America agli occhi del mondo ne uscì umiliata, oltre che sconfitta.

“Il poi?”

“Nel 1995 gli USA hanno ripristinato le relazioni diplomatiche con il Vietnam, divenuto membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Nel 2015 è stato siglato un accordo multilaterale in un’area geopolitica di cui fanno parte Giappone e Australia”.

“La natura”

“Per gran parte è un territorio montuoso, lussureggiante, immerso nel mare. Si contano oltre mille piccole isole. Stupefacente è il parco nazionale Tam Dao e le foreste tropicali ospitano elefanti, tigri, leopardi, scimmie, lepri, lontre, coccodrilli e serpenti. La coltivazione del riso è intensiva. Altre meraviglie della natura: il parco di Con Dao, patrimonio dell’Umanità, la Baia di Ha Long, il Santuario di My Sơn, il Complesso dei monumenti di Hué e l’Antica città di Hoi An, la foresta di Mangrovie di Can Gio, il Delta del Fiume Rosso, la Sin Doong, grotta più grande del mondo.

“Quanto è grande il Vietnam?”

“I vietnamiti sono più di 92 milioni, in gran parte giovani. Sono numerose le etnie: I Tày, gli Zhuang i Mường, gli Hoa,  H’Mông, Dao o Yao. Sono 54 i gruppi etnici. La religione prevalente è il buddismo, ma sono praticati anche confucianesimo, taoismo, cattolicesimo, ateismo”.

“E’ vero, c’è il boom del turismo?”

“Nel tempo ha assunto un’importanza determinante per l’economia del Vietnam. Rappresenta il 7,5 % del Pil. 13 milioni i visitatori nel 2017, in crescendo negli anni successivi. Le destinazioni più visitate sono Ho Chi Minh City con 5,8 milioni di arrivi internazionali, Hanoi con 4,6 milioni e Hạ Long, compresa Hạ Long Bay con 4,4 milioni di arrivi. Tutte e tre sono nelle prime cento città più visitate del mondo. Otto siti sono patrimonio mondiale dell’UNESCO. Per una crociera indimenticabile, dalla montagna si scende al mare nella baia di Halong, ottava nuova meraviglia mondiale e non si possono tralasciare le città di Hue, di Hoi An con il loro straordinario patrimonio storico e culturale. A Ho Chi Minh, l’ex Saigon, si rivivono i giorni storici della guerra contro l’America nel museo di guerra di Cu Chi. Da non perdere è l’escursione nei canali del fiume Mekong e una visita al mercato pittoresco di Cai Rang, conclusione perfetta della visita nel mio Paese”.

  • §§

Il Boeing fa scalo a Bankok e la sosta allunga le ore di viaggio, che diventano più di 14 per l’attesa dei bagagli e il trasferimento dall’aeroporto di Noi Bai all’Hotel Hilton Opera, stazione base scelta per la visita della città.

  • §§

Quy, la guida che ho impegnato per non essere vincolato al gruppo è la nipote di Than, uno dei guerriglieri vietcong che hanno combattuto strenuamente per difendere e liberare il suo Paese.

Di francese, che qui è lingua diffusa in quanto eredità della colonizzazione subita, conosco il poco dell’apprendimento scolastico, ma ho con me il diabolico strumento made in Japan di traduzione simultanea vocale. Ne faccio uso per non vagare alla cieca nella capitale, che in vietnamita si chiama Chữ Hán: 河内 (la città tra i corsi d’acqua)   e conta molti milioni di abitanti.

“Quy, Hanoi?”

“E’ una metropoli emergente. In gran parte la sua rapida evoluzione si deve all’occupazione francese che l’ha modernizzata con grandi viali alberati che ospitano chiese, teatri, edifici istituzionali, ville lussuose. Nel ventesimo secolo la città ha conosciuto una forte esplosione demografica e un notevole sviluppo. Nel centro di Hanoi sorgono numerosi grattacieli -, il più alto è la torre Keangnam – e il Centro universitario culturale. E’ sede dei principali musei del Paese, in particolare quelli della storia vietnamita e delle Belle Arti”

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Guy è una splendida donna. Ha grandi occhi accesi in un volto dall’ovale perfetto e una figura da ex indossatrice. E’ dolce e disponibile come una geisha, ma dietro la gentilezza estrema nasconde un personalità ben strutturata, intransigente, decisa. Imparo a riconoscere presto questo suo lato nascosto. Trascorrere giornate intere con lei, dipendere da lei, la rende desiderabile. Gran parte del primo pomeriggio successivo all’arrivo visitiamo l’ Hanoi Old Quarter Culture Exchange Center, che introduce alla comprensione della città e del suo sviluppo millenario. Al primo piano ci aspetta la mostra di fotografie che risalgono al tardo 1800 e forniscono riferimenti per approfondire il senso di un intricato labirinto di strade e vicoli che si è sviluppato nel corso dei secoli. In cima all’edificio si tiene un concerto di straordinaria qualità, con protagonisti della musica vietnamita tradizionale e contemporanea.

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Conclusa la visita fermo un taxi. Come mi ha suggerito Guy evito l’invito dei risciò, poco raccomandabili a sera e porgo al tassista il biglietto dove il portiere dell’albergo ha scritto l’indirizzo del JW Cafe, lussuoso ristorante con cucina giapponese e coreana.

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Guy suggerisce l’antipasto Goi Cuon. Gamberetti croccanti, vermicelli di riso, verdure, erbe fresche.

“Ora devi assolutamente assaporare il piatto nazionale del mio Paese, il Pho, la zuppa di erbe e germogli di soia servito con carne di manzo e noodles, gli spaghettini di riso con foglie di menta”

“Mi fermerei qui.”

“Eh no, ora una specialità per te insolita. Carne di rana in pastella leggera fritta in olio. Per chiudere Sinh To Bo, frappè di avocado con erbe rinfrescanti e vino di riso, il nostro Ruon Ran”

“Ah no, chiedi al maitre di portare un Moet Chandon dell’ 87, annata favolosa per questo champagne”.

  • §§

“Guy, dove abiti?”

“Non qui, in una cittadina a trenta chilometri da Hanoi, ma per questi giorni ho preso una   stanza in albergo”.

“Che disdici subito. Prenoto anche per te nel mio albergo”

“Perché?”

“Nella grande sala dell’Hilton ho letto che stasera c’è un concerto della vostra cantante più famosa e non mi va di godermelo da solo”

  • §§

“Non ho capito una parola della canzoni nella tua lingua. Mi sono rifatto con quelle in francese. Niente male. Ora è prevista in diffusione musica da ballo, è il nostro momento, anche se non sono un grande ballerino”.

“Stringi sempre così quando balli?”

“E’ che hai un profumo inebriante e mi piace sentirlo sul tuo viso”

“Come scusa non è male, ma è anche una bugia”

“Guy, vuoi proprio confermare la stanza che ho prenotato per te?”

“Il solito italiano che non smentisce la fama di latin lover. No grazie, mi va di dormire e da sola”.

“Touché. Ma peccato. Hai un compagno?”

“Sono libera e felice di esserlo. Sei simpatico, ma troppo intraprendente, felice notte”

  • §§

L’aereo si solleva dolcemente dalla pista di Noi Bai. Quando è in quota, spingo all’indietro la poltrona, mi copro gli occhi con la benda fornita dall’hostess, metto sulle gambe il plaid che le ho chiesto e piombo di colpo nel sonno. Sogno di Guy, che ha deciso di seguirmi in Italia, Paese che l’affascina. La bacio. Mi sveglia lo steward.

“Mister water, tea, coffee?”

“Nothing, thanks”

Il Racconto di Domenica 7 aprile 2019

Anticonformismo terapeutico

DI LUCIANO SCATENI

All’ora ics della transazione nel tempo virtuale dall’ora solare all’ora legale, ho ignorato l’invito della signorina buona notte, una delle tante giovani avvenenti che Sky seleziona per aspetto gradevole, voce educata alla corretta dizione e talento per il giornalismo televisivo. Cioè non ho ruotato in avanti di 60 minuti i dodici orologi accumulati negli ultimi dieci anni, due sveglie tradizionali e una terza made in China che nottetempo proietta l’orario sulla parete di fronte al letto, più un quarta, il padellone piazzato sulla parete della cucina. Ma il rifiuto di alterare l’andamento scandito dalla natura, non lo nego, ha i suoi inconvenienti, se importato senza gli adeguati correttivi comportamentali.

 

  • §§

Sono andato in conflitto con le cose ‘normali’ della quotidianità e di eventi specifici, primo fra tutti, la sconfitta nella finale di doppio misto, fissata da tempo per la trasferta tennistica di Benevento alle 11 del mattino del 15 Aprile. Alle 9, per non rischiare di presentarmi in ritardo, ero già a bordo campo del centrale e mi godevole e apprezzavo le fasi calde della semifinale di singolare femminile. In cuor mio tifavo per Veronica Imperatore, diciotto anni di statuaria bellezza, un efficace rovescio bimane, il dono della concentrazione e della spregiudicatezza, che spesso è il valore in più per vincere, anche con avversari di livello superiore. Alle 10 e 30 (in realtà sono le undici e trenta con l’ora legale) penso che Giulia, mia compagna di doppio, è esente dall’ansia del pre partita di cui sono affetto geneticamente. Probabilmente arriverà, come altre volte, solo mezz’ora prima del match. Alle 11 e cinque, dimentico dell’ “ora in più”, me ne faccio una ragione. Persa la finale per forfeit della mia partner e sconsolato, metto in moto la mia Yaris, in direzione Napoli. Qualunque rappresentante normale del genere umano si sarebbe spernacchiato da solo, nella consapevolezza di essere portatore di stolta amnesia e di aver dimenticato che il mondo, alla fatidica data del 31 Marzo, ha spostato le lancette in avanti di un’ora. Sono rinsavito alle mie 11 e venti, quando sul display dell’Apple è apparso il nome di Giulia, preceduto dalle note di “Bella ciao”, scelto per la mia suoneria.

“Ma sei scemo? Ti sei dimenticato della partita? E’ vero sono arrivata al circolo con dieci minuti di ritardo, ma tu non c’eri”

“Guarda che le cose non stanno così. Ti ho aspettata inutilmente fino alle 11 e cinque”.

“Alle 11 e cinque? Ma la partita era alle 12 e quando sono arrivata, il segretario del circolo mi ha detto che eri andato via da cinque minuti. Sei il solito dissociato, ma stavolta ne la paghi”.

 

Il chiarimento su torto o ragione vede la riconciliazione, all’indomani, seduti a un tavolino del mitico “Ciro a Mergellina”, alle prese con due coppe di gelato al gusto di nocciola e cioccolato, che di meglio non c’è.

Giulia. “Che ora è, ho un appuntamento con Toni per le dodici e trenta, in piazza del Plebiscito”.

Io. “Ma allora abbiamo tutto il tempo per chiacchierare. Sono appena le undici”

Giulia. “E no, eh, mi hai bidonato una volta, la seconda me la risparmio.

Vedo l’orologio del ragazzo seduto al tavolini accano al nostro. E’ mezzogiorno, mio disadattato compagno di racchetta. Ti saluto”.

Io. “Touché, ma non mi rassegno. L’ora legale va contro il mio credo di fedele fan della ‘natura su tutto’”.

***

Leggo e le parole rimbalzano per uno o due giorni nella mia testa frastornata, malata di televisione manipolata, popolar-sovranista, invasiva, che plagia, ottunde, nasconde, o mistifica e nega ogni principio di verità:

“Domani è il giorno dell’astensione, del silenzio di televisioni, radio, smartphone, computer, social”. L’appello ha un corposo incipit, racchiuso nel contesto delle patologie da saturazione. Dice del ridimensionamento drastico delle relazioni sociali, di insalubre sedentarietà, obnubilazione dello spirito critico, permanenza patologica nell’isolamento, subordinazione politica al prevalere dell’apparire sui contenuti, auto pubblicità di pseudo leader, scoramento, rassegnazione all’ineluttabile pessimismo senza una consapevole motivazione, apatia, distanza da ogni forma di partecipazione.

  • §§

La mattina del 1 maggio, come dimenticarlo, è la festa di chi come me fatica da sempre e inizia come ogni altra giornata. La Moka sul fuoco, riempita con miscela arabica, un passaggio veloce in bagno, il gesto in automatico di premere su ‘on’ del telecomando, l’attesa infastidita della luce verde sul decoder. Tata, tatata, tatatatatantata, la sigla del Tg1.

“In apertura la politica. Salvini smentisce le voci di lite con Di Maio, in sincrono prevedono che il governo completerà la legislatura e che andrà oltre”. “Di Maio incontra i rappresentanti di Confindustria e garantisce sostegno alle imprese”. Meno male, l’esordio quotidiano del Tg della rete ammiraglia Rai mi scuote dalla subordinazione patologica al rito quotidiano dell’ascolto passivo, che proseguirebbe con il televisore inutilmente acceso, fino a sera. Clic e spengo. Clic e zittisco il Gr1 che dà corpo alla notizia di un nigeriano implicato nel traffico di droghe, ma che ignora la notizia della tarda serata di ieri, di due giovani milanesi che hanno ridotto in condizioni pietose un clochard di colore.

  • §§

Fosse un giorno qualunque sarei già nello studio, su Google, che a prima mattina mi fa accedere alle news e alle fake news, mediatore del mio vizio di internauta. Subito dopo avrei attivato l’accesso a Libero, la mia e-mail dove scorrono anche le notizie del giorno, decine di annunci pubblicitari, inviti, richieste di consultare linkedin, “perché il tuo profilo sta avendo successo”. A seguire il collegamento a Facebook, per verificare chi ha letto, condiviso o commentato con un like la nota che ho pubblicato ieri. Per ultimo avrei sfogliato le pagine del cellulare, i messaggi, i Whats App.

 

[No, maledetta schiavitù, oggi niente Tv e simili. Spengo tutto e per la prima volta, dopo un tempo che ora mi sembra infinito, faccio il giro di tutti i led che abitualmente restano accesi giorno e notte. Tutti ‘morti’. La cosa mi riempie di orgogliosa presunzione. Sono bravo no? Già, ma ora come passo il mio tempo?]

 

La memoria non è quella di una volta, ma non è proprio in default. Vediamo, oggi cosa propone Napoli? Le meraviglie di Canova al Museo Archeologico Nazionale, il genio di Escher, la sua retrospettiva allestita al Palazzo delle Arti di Napoli. Alla Feltrinelli ogni sera c’è un evento e oggi presenta il suo ultimo saggio Bruno De Vincentis. Sono un lettore veloce. Se m’impegno, lo sfoglio nel primo pomeriggio, quanto basta a capire di che si tratta e alle 18 vado a sentire l’autore, mio amico dimenticato per troppo tempo.

  • §§

Va bene, ma domani? Domani è un altro giorno, Napoli è una città d’arte e quanta non ne conosco è davvero poco, per pigrizia. Poi ho il mio quinto “giallo” da completare e consegnare all’editore. Poi? Poi dio ci pensa.

  • §§

L’effetto della straniazione è molto simile a un choc. Ne esco a fatica. La tentazione di recedere è pressante, ma resisto e mi depuro. Non so quanto tempo richiederà liberarmi di facce, risse, balle, insulti, interi format riempiti di chiacchiere e battibecchi urlati, voci sovrapposte, caos, faziosità, spot elettorali, promesse da marinaio, parole in libertà o, come sono meglio definite, ‘bla-bla-bla’, ma tifo per una definitiva freedom.

  • §§

Ora mi godo il piacevole rumore del silenzio, le sere al teatro e non meno quelle della musica; il “Ciao Serena, non ti vedo da troppo tempo, aperitivo al Gambrinus?”; la trascurata scelta di andare oltre le prime cinquanta pagine di “Alla ricerca del tempo perduto”, l’ascolto di Bach, Concerti Brandeburghesi, il cool jazz di Keith Jarret, le poesie in musica di Fiorella Mannoia, uno storico 33 giri di Ella Fitzgerald e Armostrong.

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Il Racconto di Domenica 31 marzo 2019

Solitudine

DI LUCIANO SCATENI

Vite spaiate. Vissuti di paese, delle grandi città, nei borghi in collina, nella rarefazione di casolari di campagna, in rifugi sui monti. Vite alternative, uguali e antitetiche. Solitudine e sovraffollamento. Spariti o fortemente dilatati i tempi del piacere di stare insieme, i dopocena, il tè della cinque, le gite di gruppo, le vacanze con gli amici. Domina la tirannia della televisione. Sport, informazione, film e telefilm, fiction da mane a sera, gossip, cartoon, talk show, arte e scienza, spettacolo, religione, storia, musica, video hard, televideo, mille canali. Il potere di un clic del telecomando, la dipendenza, il feeling con divano e poltrone, l’ipnosi dell’ascolto passivo, l’effetto sonnifero, un televisore 50 pollici in salotto, un secondo di dimensioni umane in camera da letto, un terzo in cucina, quarto e quinto nelle due stanze dei ragazzi, cinque decoder, cinque card sky, quadruplo abbonamento (Rai, Sky, Dazn, Premium).

  • §§

Che vita sarebbe se nostri antenati non avessero inventato e diffuso il gioco delle carte? Il poker, re incontrastato di questo variegato reame, sta nella memoria collettiva con l’immagine dei western, di affumicati saloon, giocato da pistoleros e bari, di bische della New York del proibizionismo, del privato di case ospitanti il pokerino di fine settimana, dei circoli per soli uomini. Da qualche tempo ha conquistato anche i favore delle donne, tra un bluff e un rilancio.

  • §§

gioco in gioco, quelli pluralisti, cioè giocati a due, quattro o più contendenti. Alcuni hanno il crisma della popolarità per ente semplice:  la scopa, lo scopone, la briscola, l’asso pigliatutto soddisfano le aspettative della vita di relazione, degli anziani, specialmente nei paesi privi di alternative, come il cinema, il teatro. Basta un tavolino accanto al “bar Sport”, una mazzo di carte napoletane e un pizzico di abilità, di memoria e le ore vanno via senza accorgersene. In partite accese da rivalità permanente si sprecano i rimbrotti scambiati reciprocamente per gli errori commessi, ingiurie alla faziosità della fortuna, che premia gli avversari, qualche bestemmia. In palio le consumazioni dei quattro giocatori e la sfida si conclude secondo prassi consolidata con gli sfottò dei vincitori ai perdenti. La buona borghesia si confronta con le due varianti di un gioco “celebrale”, vietato ai distratti e ai poveri di inventiva: il bridge e il tressette. E siamo alla fase dei tornei, di campionati, fino al top dei mondiali. Siamo a livelli di scientificità, di intelligenza tattica, di sapiente esperienza.

  • §§

I giochi della carte hanno le loro stagioni, assecondano le mode, distinguono gli adepti per età, condizione sociale, diversità territoriali. Il tempo del conché, molto praticato dai giovani è stato progressivamente accantonato, complici le slot machine mangiasoldi, il poker on line e altre diavolerie tecnologiche. Ha spopolato la stagione della canasta, specialmente cara alle signore, in alternativa a Scala 40 e Ramino.

  • §§

Antonella, vedova inconsolabile, assorbita dalla vita di reclusa da compiti di massaia e madre, affronta male la solitudine. Non ha sorelle, non ha amiche, amici. Ha mazzi di carte napoletane e francesi, eredità di partitelle serali con il marito. Conosce tutti i classici solitari, i Piramide, Napoleone, Orologio, Scarta i Re, Bidone e i due più noti con le carte francesi, Spider e Free Cell.

  • §§

“Lorenzino, ti insegno un paio di solitari”. In un pomeriggio con compiti di baby sitter, Antonella intrattiene il nipote per consentire alla figlia di profittare dei saldi di stagione e fare qualche acquisto a buon prezzo.

“Nonna insegnami la scopa, i solitari non mi piacciono”

“E va bene. Si comincia così: si danno tre carte per ciascuno e quattro si mettono scoperte sul tavolo…”

  • §§

“…Ora che hai imparato giocherai ancora con la nonna?”

“Eh, ma tu vinci sempre”

“Devi fare un po’ di pratica e vincerai anche tu”

  • §§

Paolo, genero di Antonella, gira il mondo inviato dalla società che lo ha assunto come ingegnere aereospaziale. Di mezzo mondo conosce la mappa internazionale dei casinò. Li frequenta con pericolosa continuità, affetto da ludopatia. A Spalato è conosciuto e gradito ospite. Al tavolo del Black Jack ha lasciato cifre considerevoli.

  • §§

Si tiene lontano dall’azzardo del Baccarà e si avvicina alla roulette, ipnotizzato dalle puntate di un arabo che mette fisches da cinquecento dollari sul “pair”, lo zero e più volte, di seguito, sul numero 7. Finisce tutto al banco. L’arabo raddoppia le puntate. La pila di fisches si assottiglia, ma il folle giocatore, che Paolo pensa sia un emiro, non battea ciglio.

  • §§

In inglese: “Posso chiederle perché si ostina a puntare sul 7”. Lo chiede Paolo dopo una decina di ‘Les jeux sont des faits. Rien ne va plus’ che hanno ignorato quel numero.

“Ho sette mogli, sette pozzi di petrolio e che io sappia almeno sette figli. Sono nato il sette di Luglio, le sembra abbastanza?”

“Ok, punto anch’io sul sette. Ho giocato a calcio, ala destra, con il numero sette, poi a basket e sempre con quel numero. Qualche anno fa ho vinto uno Galazy di ultima generazione messo in palio durante una serata all’insena della beneficenza. L’ho vinto con il biglietto numero sette. Che ne dice è abbastanza?”

“Prima o poi uscirà qui”.

  • §§

Escono: ventuno, quarantatré, nove, ottantaquattro, due volte di seguito il ventuno, settantasei, dodici…

Finiscono nelle casse del Casinò uno stipendio intero di Paolo, l’importo della diaria e cinquemila euro del conto corrente.

  • §§

“Paolo, tutto bene? Quando ritorni?”

Elisabetta lo chiede con la preoccupazione che accompagna ogni trasferta del marito.

“Dimmi che non hai giocato, me l’avevi giurato”

“Tranquilla, mi era di strada il Casinò i Spalato, ma non mi ha visto”

“Scusa Paolo, ma sono stata in banca e dall’estratto conto mancano cinquemila euro. Hai fatto una spesa di questo importo senza dirmelo?” “E’ così, ho ordinato un televisore di cinquanta pollici, con schermo a ultra definizione. Praticamente come vedere un film al cinema”

“Ma sei matto, cinquemila euro?

“Non sei d’accordo? Va bene, posso disdire facilmente l’acquisto”

  • §§

“Giorgio, ti chiamo da Spalato. La società ha già accreditato il bonus?”

“No, è in pagamento per dopodomani.”

“Ho bisogno di un grande favore. Blocca in amministrazione il mio bonifico. Ritiro l’importo appena rientro. Grazie”.

  • §§

Antonella è alle prese con la solita partitina di scopa e prova a far vincere il nipote. La posta in palio è di due euro.

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Il Racconto di Domenica 24 marzo 2019

Enzo l’enigmista

DI LUCIANO SCATENI

E’ giovane. Tre mesi fa ha spento con le dita le diciotto candeline resistenti  al soffio del festeggiato. Dal padre, fedelissimo fruitore di riviste enigmistiche, Enzo ha ereditato il piacere, quasi morboso, di risolvere cruciverba, rebus, anagrammi, indovinelli e ogni altro “gioco” di molteplici  difficoltà. E’ gara di abilità con il vecchio genitore e per competere alla pari, in casa entrano due copie dello stesso settimanale.

Spesso ha la meglio Enzo, fresco di studi e lettore assiduo di ogni genere letterario. Completa per primo gli schemi degli “Incroci obbligati” e della “Ricerca di parole crociate”, ma soprattutto i difficilissimi “Incroci in- superabili”.

La fama di bravo solutore oltrepassa i confini di casa e nonni e zie, con identica mania, ma meno abili, lo consultano per completare le più ostiche “Parole crociate a schema libero”.

De Paolis, accreditato autore di enigmistica che pubblica su una delle più affermate riviste di settore, è l’idolo di Enzo, che gli ha scritto più volte, per esprimergli ammirazione e proporsi come collaboratore.

Ogni sera, intorno alle 19 e 45, in casa Ronchetti si consuma il rito dell’ “Eredità”, storico quiz che premia il concorrente in grado di superare le prove a cui lo sottopone. A prevalere, fortuna a parte, è di solito chi è in possesso di una cultura onnicomprensiva, chi risponde velocemente e ha capacità di associare elementi disomogenei.

Anna, madre di Enzo, non ha dubbi: “Enzo, è un programma fatto per te”. Il figlio si schernisce: “Mamma un conto è rispondere seduti comodamente su un divano, da casa. Lì devi controllare l’emozione, misurarti con lo stress da competizione, concentrarti in un ambiente che distrae”.

L’idea di partecipare è accantonata con rammarico di tutta la famiglia.

Martedì, 5 febbraio, 19 e 28. Un’anziana concorrente, insegnante pensionata di Lettere, consuma tutti i secondi disponibili per rispondere alla banale domanda sul regime in vigore Svezia. 12…11…10…3…2…1…Si esaurisce il conto alla rovescia ed è esclusa dalla fase finale. Enzo esplode in un “Che figuraccia, ma come hai fatto a insegnare?”

E’ troppo. A sua insaputa la madre invia alla redazione del programma la domanda di partecipazione per conto del figlio. Allega una fotografia e poche note sulla sua bravura.

Dopo due mesi, quando la donna era oramai convinta che il programma non avesse preso in considerazione la domanda, è proprio lei a rispondere al telefono.”.

“E’ la Rai. Le telefono per convocare Enzo Ronchetti. A Roma,  mercoledì 13 alle 11 e 30. Farà un provino per partecipare all’Eredità. Mi conferma la disponibilità?”

“Enzo, non puoi rifiutare”

“Potrei, mà. E invece no, ci vado”

L’Italo delle otto e dieci lascia i binari della stazione centrale di Napoli in perfetto orario. Enzo, poggia sul tavolinetto la rivista di enigmistica e la biro. Ha lasciato per ultimo lo schema più difficile, rimasto in sospeso alla definizione ‘quartiere della prostituzione alla periferia di Bangkok’.

 

[“Incredibile , non me lo ricordo, eppure lo sapevo. Ecco, fosse stato uno dei quiz dell’Eredità, sai che figura?”]

 

Il giovane sa bene che sforzarsi di ricordare non serve a niente. Meglio distrarsi, pensare ad altro.

“Prima o poi mi tornerà in mente”.

Ha dormito poco e male e chiude gli occhi nel tentativo di recuperare il sonno perduto.

 

In prossimità di Formia, viene sbalzato con violenza inaudita dal sedile. Nemmeno il tempo di capire il perché e si ritrova sul pavimento, con una ferita profonda alla fronte e un dolore lancinante alla schiena. Prova a rialzarsi, le gambe non rispondono.

Intorno a sé lamenti,  grida di aiuto, una donna che non dà segni di vita, un forte odore di bruciato. Poi il buio.

Rinviene al Pronto Soccorso dell’Ospedale Di Liegro, a Gaeta. Dopo una visita sommaria e dopo aver suturato la ferita alla testa con dodici punti, il giovane medico di turno lo dirotta in terapia intensiva. Il primario prescrive una tac e gli somministra un sedativo.

Accorrono i familiari, avvertiti dalla direzione sanitaria dell’ospedale.

Il responso della risonanza magnetica conferma la diagnosi del primario di neurologia. Compressione irreversibile del midollo spinale. E’ paralisi degli arti inferiori.

 

Le ore che distanziano una seduta di fisioterapia dalla successiva diventano un problema. Come riempirle? Lo aiuta l’amore per la lettura, che programma per alternare l’escursione nei classici della letteratura con i saggi a firma dei ricercatori di Palo Alto, leader degli studi più avanzati sul cervello diviso, The split brain” e con trattati di medicina, la disciplina scelta ancor prima di concludere gli studi liceali per il successivo corso di laurea.

 

La notizia del disastro ferroviario che ha fatto ventidue vittime e decine di feriti, è riportata con grande rilievo dalla stampa e dai telegiornali. L’inviato del Corriere della Sera contatta i parenti dei superstiti e dei morti.

“Mio figlio” gli racconta Anna “Era diretto a Roma, per sostenere un provino alla Rai, invitato dal programma ‘Eredità’”.

“Con quale motivazione?”

“Lui è bravissimo. Ogni sera, seguiva da casa la trasmissione e rispondeva a tutte le domande prima dei concorrenti. E’ molto colto, si interessa di tutto e risolve da anni tutti i giochi enigmistici.”

“Da che gli deriva questa poliedricità?”

“Ha letto decine di libri di ogni genere. Si è sempre interessato agli eventi della cronaca, della storia, ha competenza in geografia, è appassionato cultore dell’arte, si occupa di spettacolo in tutte le sue forme”

“Insomma è un tuttologo”

“Credo proprio di sì”

 

De Paolis, di buon mattino, sfoglia i giornali che il portiere gli consegna ogni mattina a casa. Le pagine di cronaca del Corriere riservano due pagine al disastro ferroviario. Accanto all’articolo di cronaca, le interviste dell’inviato ed pensa…

“Ma questo ragazzo, non è quello che mi ha chiesto di collaborare come autore di cruciverba? Accidenti è paralizzato    

 

Il giornalista parla con la segreteria del Corriere. Lo mettono in contatto con l’inviato che ha intervistato Enzo.

“Ciao, sai come rintracciare i parenti del ragazzo?”

“Semplice. Uno dei genitori è sempre con lui, nell’ospedale dov’è ricoverato. A Gaeta”.

 

All’accettazione del Di Liegro il corriere consegna un pacco, destinato al paziente Enzo Ronchetti, reparto neurologia.

 

“Aprilo Enzo, chi lo ha inviato?”

“Incredibile. Lo ha spedito Luciano De Paolis, il direttore di “All Enigmistica. Guarda, mi ha mandato le copie dei primi tre anni di pubblicazioni della rivista. C’è anche una lettera. Scrive che ha saputo di quanto mi è successo e che ha ritrovato in un cassetto del giornale la mia lettera. Mi offre di collaborare”.

Martedì 21 aprile, “All Enigmistica”, numero 603. Ai margini della pagina 24, dove campeggia un grande schema di parole crociate, Enzo legge il nome dell’autore. E’ il suo.

La definizione dell’1 orizzontale, richiede di riempire le otto caselle con il corrispettivo di  Menomazione  traumatica degli arti inferiori.  La prima lettera della soluzione è una ‘p’, l’ultima una ‘a’.

 

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Il Racconto di Domenica 17 marzo 2019

Esperia ad Alma: “Qua la mano”

Se un fiore sullo stelo, sbocciato dalla pianta, non riceve l’alimento primo della crescita, ovvero l’acqua dal cielo o da un pollice verde, appassisce e muore. Se non si protegge una statua di Michelangelo il tempo l’insulta. Se permetti che un’isola di plastica grande quanto la Spagna e la Francia si appropri di un’area dell’oceano di pari dimensione, ammali il mare  per sempre. Se derubi un Paese, ricco per risorse naturali, quella terra precipita nella povertà, nel  caos, nella disgregazione. Per esempio il Venezuela. 

DI LUCIANO SCATENI

Corre a fatica, l’anca sinistra è più dolente del solito. Anche solo camminare provoca fitte, riflessi su tutto l’arco della schiena a pari livello. Rimediano solo dosi sconsigliate dal fisiatra e dal bugiardino che ha letto augurandosi che esageri i rischi di assunzione e allora oggi niente antinfiammatori, antidolorifici. Il bruciore alla bocca dello stomaco non  lascia dubbi, i danni  di quelle benedette e maledette bustine sembra che minaccino di provocare un ulcera o quanto meno una grave gastrite. Pazienza. Manuela ha dovuto imparare a convivere con il dolore. E allora corre, zoppica, non ha aria da mandare ai polmoni, ansima, gli occhi infiammati da folate impetuose di vento e sabbia spediti dal deserto di Los Medanos. Quanto mancherà per l’ospedale pediatrico di Coro?

Dio dammi la forza  arrivare prima che sia troppo tardi, Madonna mia, aiutami”.

 L’ingresso dell’ospedale, i corridoi, le stanze con le porte spalancate sono al buio. Sulla soglia e oltre pazienti in pigiama, facce stralunate, borbottii, qualche imprecazione a voce alta, lamenti.

“Dottore, il reparto neonatale?

“Lei chi è?”

“La madre di una bambina”

“Non salga, mi segua”

Nella stanza dove il medico precede la donna un paio di candele rischiarano a malapena l’ambiente. Un altro medico siede dietro una scrivania ingombra di cartelle.

“Si accomodi. Sono uno psicologo e l’ospedale mi ha chiesto di assistere le madri come lei”.

“Assistere? Che succede dottore, che accidenti succede?”

“Deve essere forte. Purtroppo quasi tutto il Venezuela è privo di energia elettrica e i bambini prematuri, purtroppo non solo loro, sono morti, per il mancato funzionamento delle culle termiche e delle incubatrici.”

“Dio, che padreterno significa, tutti morti?”

“Maledizione, sì”

Viene meno Manuela e quando si riprende, aiutata dai medici, non versa una lacrima. Urla con quanto fiato ha in corpo, bestemmia, maledice il Venezuela e i nonni, che un secolo prima sono emigrati in Sud America dall’Italia.

“Quel delinquente di Maduro, che un fulmine lo spedisca all’inferno. Se Dio esiste lo sbatterà nel girone dei dannati arsi in eterno tra le fiamme”.

  • §§

Nella stanza da letto, la donna stringe al petto Esperia, la prima figlia.  Finalmente piange.

Antonio ha saputo. La notizia degli ottanta bambini morti negli ospedali pediatrici è una ragione in più che agita il caos in tutto il Venezuela. Lascia sconvolto il corteo nell’Avenida che a Caracas si dirama dalla Piazza Bolivar, autoconvocato  per festeggiare il rientro in patria di Guaidò. Con la moto, rifornita di carburante dopo una fila di ore a uno dei pochi distributori forniti, rientra a casa per abbracciare la moglie e provare a consolarla.

“Manuela, amore, sono disperato quanto te. Dobbiamo farci forza, il Paese ci costringe a reagire, non possiamo lasciare che la morte del piccolo Andrea ci privi della forza necessaria per affrontare questo terribile momento”.

“E’, che quando e se finirà, non potremo provare a fare un altro figlio. Già la gravidanza di Andrea, alla mia età è stato un miracolo a sentire il  ginecologo. Ha detto anche ‘irripetibile’”

  • §§

Il peggio lentamente passa. Il Venezuela sceglie di essere governato da Guaidò e Maduro lascia il Paese con il tesoro messo insieme con tangenti milionarie. La rivoluzione del neo presidente è a centottanta gradi. Il controllo sulla risorsa dell’oro nero erode progressivamente il cumulo del debito pubblico e fanno il resto gli investimenti oculati in settori trainanti  dell’economia messa in ginocchio dai governi dei corrotti.

Antonio rimette in sesto l’attività di commerciante di alimentari e riprende a fornire la grande distribuzione con i prodotti della terra ereditata dalla moglie. Il tempo e il paziente, rivoluzionario lavoro di Guaidò, restituiscono a Santa Ana de Coro parte della normalità sconvolta negli anni del caos politico e sociale.

“Antonio, stamattina sono andata nel centro di accoglienza dei bambini che la guerra civile ha reso orfani. Il governo ha emanato un provvedimento che rende agile l’iter burocratico per le adozioni. Li vedessi questi bambini, si legge sulle loro faccine sconforto, tracce della solitudine,  la tristezza di occhi che non hanno motivo di sorridere. Ti prego, quando puoi accompagnami a quel centro di solidarietà”.

“Manu, a che pensi?

“No, ora non te lo dico. Tu accompagnami.

  • §§

La casa dei ninos è una vecchia caserma abbandonata per scelta del nuovo governo. Un tempo è servita a rinchiudere gli oppositori di regimi dittatoriali in attesa di essere giustiziati. In alcune celle, non ristrutturate, i le pareti conservano scritte di prigionieri disperati, slogan anti governativi, messaggi a mogli, figli, compagni di lotta.

“Antonio, guarda quella bambina, guarda quant’è dolce il suo visetto, guarda l’espressione intelligente degli occhi, i riccioli biondi, disordinati, bellissimi”.

“Manu, attenta, non fare l’errore di innamorarti di quella bambina. Perché siamo venuti qui?”

“Fingi di non  saperlo? Mi conosci troppo bene per chiedermi il perché”

“Attenta, adottare un bambino non è così semplice. E a questo che pensi, no?”

  • §§

L’iter è davvero complesso, a tratti scoraggiante, ma Manuela è disposta a dedicare tempo e pazienza per superare ogni difficoltà.

Preparare Esperia.  Deve essere coinvolta in questo mutamento, nell’idea di dividere l’affetto dei genitori con un fratello o una sorella.

“Piccola, non puoi ricordarlo, eri troppo piccola. Abbiamo attraversato anni difficili, di più, devastanti. Molti uomini e donne hanno perso la vita per colpa di lotte sanguinose che hanno messo i venezuelani gli uni contro gli altri. Ne hanno fatto le spese  tanti bambini, rimasti senza genitori. Noi,  te l’ho raccontato, abbiamo perso un bambino, morto in ospedale. Ora io e papà abbiamo pensato di darti un fratellino, una sorellina, di dargli i genitori che non hanno più. Vogliamo sapere se sei d’accordo, se ti fa piacere”.

La bimba non  risponde subito. Snocciola una serie di perché, come, quando. Si chiude per più di un’ora in un silenzio che mette ansia alla madre. Lo interrompe con un abbraccio che dice più di parole per lei difficili.

  • §§

Alma è frastornata. Osserva incantata la camera di Esperia, le pareti azzurro pastello, i disegni infantili fissati con scotch blu alle ante del grande armadio dirimpettaio del letto a castello, i giocattoli che tracimano dal cesto di vimini, la scrivania ingombra di album, bricchi colmi di pastelli, l’orologio a muro a forma di sole con la lancetta dei secondi  che avanza a scatti. La grande finestra inquadra il parco giochi del ‘barrio’, l’altalena, gli scivoli. Esperia le cinge le spalle, le carezza i capelli di un nero totale, le porge la bambola che tiene stretta al petto al momento di addormentarsi.

Manuela  è commossa. Antonio finge di no. Accende la radiolina a transistor che porta con sé allo stadio per conoscere in tempo reale i risultati delle altre partite.

“…il presidente Guaidò ha presentato alla stampa il progetto  del governo  per la ripresa dell’economia, gli investimenti,  il piano per il lavoro, ha firmato il decreto che destina ingenti risorse ai sussidi per i senza lavoro. Disdetti tutti i contratti con imprese straniere per l’estrazione del petrolio Giacimenti nazionalizzati, rimborso in vent’anni per le compagnie, da rimborsare in vent’anni alle compagnie straniere espropriate”.

  • §§

Bellissima Esperia e più di lei Alma. A 19 anni è proclamata miss Venezuela nello scenario hollywoodiano del Teatro Teresa Carreñodi Caracas.

  • §§

Nell’Avenida Bolivar avanza il corteo del Sul, sindacato unico dei lavoratori. E’ il primo Maggio, la comunità dei nostri connazionali lo festeggia a Casa Italia. Gruppi folcloristici si esibiscono in balli e canti delle regioni, che più di altre hanno fatto grande il numero degli immigrati. Sul maxi schermo nella grande sala dell’“accoglienza”, passano le immagini e l’audio dell’intervista ad Alma e Casa Italia è in festa. Anche per questo.

 

 

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Il Racconto di Domenica 10 marzo 2019

Sogno o son desto

DI LUCIANO SCATENI

E’ antico il vezzo di catalogare l’accumulo di “cose” utili, superflue, nocive alla salute mentale, dimenticate, obsolete, consumate dall’usura, programmate da chi le produce per emettere l’ultimo respiro a breve termine, barattoli di sottaceti stracolmi di chiodi, viti, rondelle, bulloni, chiavi, spilli, guarnizioni; cassette di vini in legno, doni natalizi messi in disparte “che vedrai, verrà un giorno serviranno” e infatti conservano in mazzi legati con elastici due set di giravitini piccolissimi, medi, maxi, tenaglie e pinze, una morsa made in China, tre saldatori elettrici, martelli, lime e raspe, rotoli di fil di ferro, pacchi di carta vetrata, taglierini, mega spillatrice, trapano Bosh, mini sega a pile, metro metallico, ganci per quadri; nell’ampio contenitore di dodici bottiglie del Brunello di Montalcino, riserva 1998, scolate in allegre serate goderecce, lampadine tradizionali e led , rotoli di nastro isolante, spine, prese singole e multiple, perette aperte e mai richiuse in corto circuito, spezzoni di fili elettrici, decine di pile stilo, cilindriche, cariche e scariche…vatti a ricordare; in scatole metalliche di cioccolatini Lindt una ventina di auricolari, sette cellulari old style, alimentatori, libricini con le istruzioni d’uso, tre vecchi cordless, accessori del computer fuori uso, ventotto dvd per l’installazione di web cam e altri congegni, quattro mouse con annessi tappetini logori, calcolatrici tascabili, chiavette con giga saturi di foto ricordo e file di articoli pubblicati negli anni, bozze di sceneggiature mai trasformate in fiction, una marea di account e password scaduti, copie di lettere, sette mailing list mai unificate, disegni da replicare in stamperia, scritti di qualità acquisiti con il copia-incolla; nello scatolo, dove all’atto dell’acquisto erano allineati venti preziosi esemplari di classici della letteratura in piccolo formato, rilegati in pelle, si affollano cd e dvd con tanto di etichette per informare sul contenuto di fotografie, musica leggera e classica, copie di documenti; sui ripiani laterali della scrivania uno sull’altro un pacco di carta copiativa, un secondo di carta fotografica, in memoria di quando nacque il raptus della stampa domestica del bianco e nero, album di immagini catalogate per avvenimenti: matrimonio, anniversari, panorami, gite, ‘istantanee belle’ , ‘strane’, ‘curiose’ ‘di Napoli’, ‘viaggi’, ‘vacanze’, ‘parenti’, ‘amici’; in un paio di mensole della libreria, copie in cassetta di programmi televisivi realizzati in venticinque anni di Rai, la serie “Capolavori della Campania in dieci capitoli”, lo scatolo con tutto quello che serve per accedere in aeroporto alla sala vip, dono della banca di riferimento, quattro boccali per la birra residuo di un October Fest, zeppi di bic, stilografiche, matite, pennarelli, un tagliacarte d’acciaio, forbicine, clip, gomme, l’esemplare di penna da scuola elementare con pennino da intingere nell’inchiostro, tre foto tessera sfocate; in un mobile a muro senza ante, barattoli di colori primari acrilici, spry di fissaggio, in un involucro di cannucce strette da cotone robusto pennelli in decine di dimensioni, un armamentario di righe, compassi, oggetti di varia foggia utilizzati per disegni geometrici; poggiato alla parete di fronte un cavalletto professionale, da studio e poggiate in terra tele made in France di ogni dimensione, un paio di quadri in attesa da mesi di essere incorniciati; sulle pareti decine di quadri, datati dl 1990 al 2019, molti residuali di mostre, alcuni in attesa di essere cancellati con il bianco denso di una vernice coprente per essere riutilizzati; in un armadietto che ha perso gran parte del colore lucido originale, in ventitré cartelle è custodita la storia di mezzo secolo raccontata dalla bollette di acqua, luce, gas, telefono, telepass, da alcuni anni di Sky, resoconti bancari, documenti vari, lettere, recensioni di libri e mostre, cartoline da tutto il mondo, vecchie pagelle, moduli vergini per stilare il testamento biologico, disposizione post mortem: “Cremazione, no funerali”, il menù di un pranzo che ha riunito tutta la famiglia in una borgata dei Castelli romani; eccetera, eccetera, eccetera.

Due chance: far finta di niente, ovvero bere due bicchieri in più di robusto aglianico e mandar via dalla mente l’idea di selezionare con animo di giustiziere l’ottanta percento di quanto si è accumulato, senza moderazione e discernimento tra essenziale e superfluo, o telefonare a “Ciro, svuoto case e cantine, cellulare 335….571”, e adottare la filosofia del ‘change’, cioè brindare a un nuovo modello di vita, tutto proiettato oltre i limiti della stanza dove dipingere e disegnare, scrivere articoli quotidiani, racconti, saggi, romanzi, dove confinare le relazioni esterne con il surrogato di Skipe, dove dialogare con il personal computer e in sottofondo la cascata di invenzioni di Keith Jarrett, genio del pianismo jazz, per fortuna presente su You Tube con il suo strabiliante virtuosismo.

L’effetto del doppio aglianico si esaurisce con una dormita pomeridiana anomala e subentra una sorta di sogno incubo a occhi aperti.

[Il furgone di Ciro ha percorso tutto il viale. Pochi metri e sarà alla porta di casa, un pacco di scatoloni di cartone in testa, da ricomporre e riempire fimo a spogliare lo studio fino all’ultima spilla.

“E no, Ciro, la macchina fotografica no. La mia Nikon ha scoperto a Venezia che frammenti di muri sono opere d’arte spontanee a saperli guardare.

La mia Nikon ha indagato Napoli, quella del labirinto di vicoli dove scopri una vecchia porta dipinta da un ignoto, geniale grafitaro, presidiata da una vecchina di ottant’anni che ne dimostra centotrenta e potrebbe fornire il titolo di apertura al capitolo sulla donna più longeva del mondo, quellal della città che dai bastioni di Castel Sant’Elmo, piomba sull’ordito di case senza respiro tra l’una e l’altra, sovrastate all’80 per cento da sopraelevate abusive, che sbirciano a sinistra il profilo del grande vecchio, l’imponenza del Vesuvio e di fronte la sagoma di Capri, la “bella del golfo”, a destra le propaggini collinari di Pausillipon in picchiata sul blu dipinto di blu del mare nostrum.

No, la Nikon no. Ha esplorato Roscigno, quasi irraggiungibile, nel Cilento interno, luogo di pietre fantasma, tronchi svuotati di linfa, mura sbrecciate, dell’inesistente vigilato da un matusalemme canuto, con il suo intrigo di rughe celate dalla corona di lunghi peli bianchi, terra spinta giù senza radici che ne trattengano l’inconsistenza.

La mia Nikon no, ha inglobato l’ovale di un volto nobilmente etereo, della mia donna, come neppure Hamilton avrebbe saputo raccontare.

“Smartphon, tablet?” “Please, Ciro sono tuoi, nessun rimpianto e bye, adieu, ciao”. Sembra che respiri a fatica il motore del furgone, che trattenga il fiato nel misurarsi con la ripida discesa del parco, traballante sotto il carico in eccesso, una sembianza sempre più piccola nel procedere. Infine un punto, niente di più. Troppo presto, per sempre.

Ora è il luogo della mia vita di solitario, è un cubo inanimato, pareti desnude, solo pavimento e solaio, evanescenza, bisbigli del vuoto, passi incerti, privi di memoria senza i noti riferimenti di destra, sinistra, alto, basso. Dalla finestra spalancata a mandar via polveri e odori di antico, penetra la scia di un drrrrrrrrr irriconoscibile fino al momento che tra un’alta palma e l’antenna di un ripetitore di telefonia si inoltra un drone ronzante. Avessi una carabina, di quelle a pallini di piombo, la punterei contro. Nessuna speranza di abbatterlo, ma il gusto di impallinarlo, di provarlo della superbia con cui esibisce un’idea di futuro].

Fine della finzione: clicco su word, seleziono Times New Roman, corpo 16. Ovvero, tutto come prima.

PD RINATO? C’E’ CHI CI CREDE

Zingaretti, nel ragusano, terra di Montalbano, fa il pieno di voti.

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Il Racconto di Domenica 3 marzo 2019

ESTRELITA

Molto simili una all’altra, le grandi famiglie circensi tramandano in via diretta da padri e madri a figli e figlie un’arte ricca di fascino, coinvolgente. A distanza di decenni l’identico cognome spicca in risalto sui manifesti che pubblicizzano l’arrivo del circo nelle città e nei paesi di mezzo mondo. Ma c’è chi interrompe il rito dell’ereditarietà, attratto da altro. 

DI LUCIANO SCATENI

Perché Estrelita? Perché questo nome che pretende di calzare un essere di eccelsa statura estetica, di livello etico superiore, di straordinaria empatia, perché? Nascere in uno dei mille luoghi del mondo dove Romeo Nasti ha piantato le tende del suo circo itinerante, non è normale, specialmente se a metterti la mondo è una donna che vigila da mattina a sera sulla sostenibilità economica di acrobati, pagliacci, trapezisti, domatori, inservienti, autisti, ballerine. Le doglie, la rottura delle acque colgono mamma Rosa nel bel mezzo del numero clou di una serata riservata ai bambini delle scuole di Castelleda Marina. Romeo affida al suo vice la scaletta del programma messo giù per il maggior gradimento dei piccoli spettatori e fila veloce in auto in direzione dell’unico ospedale con un reparto di ostetricia, distante venti chilometri da Castelleda.  La bimba nasce con difficoltà. Problemi di respirazione, il battito irregolare del cuoricino, è sottopeso. Alla bimba la mamma vuole regalare un nome che sa di speranza, dell’auspicio di lasciarsi alle spalle l’inizio non felice della vita, di diventare una trapezista, com’è nella tradizione familiare.

  • §§

Previsione smentita. La vocazione di Estrelita va in tutt’altra direzione. Per il gioco che l’ha catturata all’età di otto anni, adatta un grembiulino a camice da dottoressa e coinvolge amici e amiche, ingaggiati come  ammalati da curare.

  • §§

“Perché Estrelita”, chiede a mamma Rosa quando a scuola un bambino a sua volta si pone il perché di nome “strano”.

“A suo tempo diventerai la nostra stella, la nostra star che farà faville nel nostro circo”.

  • §§

Una stellina, certo, e complimenti da tutti, coccole della mamma, vani i tentativi del padre di interessarla al mondo circense. Alla figlia, divenuta una ragazza da far girare la testa a coetanei e adulti, del circo piace da morire l’umorismo surreale di Guelfo, il clown autore di un monologo irresistibile, forse troppo sofisticato per il pubblico che ogni sera affolla il tendone per assistere con il fiato sospeso alle evoluzioni dei trapezisti e al numero del dominatore che avvicinava la faccia alla bocca del leone.

Della ragazza si invaghisce Oreste, figlio della donna cannone, un ragazzo dal fisico scultoreo, con il destino segnato di acrobata comune ai due fratelli più grandi, ma Estrelita ha altro per la testa, impegnata anima e corpo per ottenere il massimo dei voti all’esame di maturità, condizione per ottenere la borsa di studio e affrontare le spese dell’università al Policlinico del capoluogo.

  • §§

Un studentessa bella come una miss non passa inosservata e sono in molti a provarci, senza ottenere che rifiuti decisi, ma cortesi e un sorriso beffardo.

Il docente di anatomia patologica, etichettato come don Giovanni dalla comunità universitaria, ci prova con tutte le studentesse di bell’aspetto, compensate con voti generosi al momento delle sedute di esame.

“Come si chiama signorina?”

“Romeo”

“No, di nome…”

“Estrelita”

“Sia benedetta sua madre, ha messo al mondo una bella creatura”

“Professore, ho chiesto di parlarle dell’esame”

“E parliamone. Lei sa certamente che promozioni e voti alti non ne regalo”

“E non vorrei mai regali”

“Tutti sanno che il mio è forse l’esame più difficile di tutto il corso di laurea”

“Le chiedo solo se per lei conta la nozionistica o l’interpretazione dei sintomi, l’anamnesi delle malattie”.

“Né l’una, né l’altra, ma per farti capire meglio come affrontare l’esame abbiamo bisogno di più tempo. Vieni stasera a casa mia”

  • §§

Gli l’hanno detto e ridetto.

“Attenta, il prof ci prova con tutte”.

“Non con me” risponde sicura Estrelita, che ci pensa su e invia un messaggio al giovane trapezista del circo. “Oreste, so che stasera e domani non devi lavorare, non c’è spettacolo. Vieni a trovarmi? Ti aspetto nella libreria Dante alle sette”.

  • §§

“Cosa non va? Perché mi hai chiesto di venire?”

“Un favore, grande. Devo vendicare tutte le ragazze vittime di un docente che pensa di poter profittare del suo ruolo. Ti spiego…”

  • §§

A quest’ora il professore è come sempre ancora all’università. Sul retro della villetta la porta finestra è chiusa con un serratura che il giovane trapezista apre senza difficoltà con la lama di un temprino multiuso. L’esplorazione richiede poco tempo e Oreste memorizza la pianta della casa.

  • §§

All’indomani nella villetta non c’è nessuno oltre il professore, che ha concesso alla vecchia domestica un paio di giorni per recarsi a trovare la figlia e i nipoti che non vede da tempo. La villetta è contornata di aiuole e di piante esotiche.In una grande fontana la statua di una sirena riceve gli zampilli a diverse altezze d’acqua riciclata.

  • §§

“Brava Estrelita, ti aspettavo, hai fatto bene a venire, entra”.

Oreste forza la porta dell’ingresso posteriore che dà accesso alla grande cucina e s’intrufola in casa. Si avvicina silenziosamente allo studio dove il professore ha introdotto la ragazza. Alla parete di fronte all’imponente scrivania è addossato un lettino da psicanalisi.

“Quanti anni hai?

“Diciannove”

“Forse te ne hanno parlato. Una della lacune del corso di laurea in medicina è l’impossibilità di confermare verificare l’apprendimento teorico di discipline fondamentali, come l’anatomia. Il numero elevato di studenti non consente loro di esaminare i pazienti e le loro patologie. Con alcuni di voi mi adopero per colmare questa lacuna. Ecco, per questo ti ho chiesto di venire da me. Non devi vergognarti se ti chiedo di spogliarti. Oltre che docente sono anche medico e fai conto di essere una paziente da visitare.”

“Professore, mi ha preso per una delle ragazze di cui abusa in cambio di un bel voto al suo esame?”

“Ma sentila…hai fatto forse il voto di castità, sei ancora vergine, mi consideri vecchio, che altro?

“Te lo dico, mi fai veramente schifo, sei un pervertito, un vigliacco, un animale”

“Ragazzina, basta chiacchiere, vieni qua. Ora ti spogli, con le buone o con le cattive”

“Oreste…”

Accorre il giovane trapezista. Ha ascoltato con il ricevitore auricolare quanto è successo dalla stanza dove si è appostato. Irrompe nello studio e si avventa sul professore che ha bloccato i polsi della ragazza e sta per spingerla sul lettino.

“Brutto animale, non ti spacco la faccia, mi fa schifo perfino metterti le mani addosso, ma hai finito di fare il porco, anzi qui finisce anche la tua carriera di docente. Estrelita digli perché”.

La ragazza libera il trasmettitore dal cerotto che lo fissava al petto e lo mette sotto il naso del professore.

“Vedi, bestia che non sei altro, abbiamo registrato tutto e c’è un giornale nazionale interessato a pubblicare parola per parola”.

  • §§

Il titolo è in prima pagina:

Cade nella trappola tesa da una studentessa

“Finite a letto per un trenta e lode”

Abusi sessuali di un docente universitario

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Il Racconto di Domenica 24 febbraio 2019

Lo iettatore dei cinque milioni

Un episodio, se evento sporadico, passi. Ma tre, uno dietro l’altro, trasformano la casualità in dato statistico significativo

DI LUCIANO SCATENI

Giacomo esce dalla bottega di Ermete, storico tabaccaio di Forcella, regno dell’illecito su cui hanno regnato i Giuliano e s’inchioda sul quadrato di porfido vesuviano, appena oltre la soglia. “Acc…, il cellulare, dove cavolo l’ho perso?” Si fruga in tutte e tasche, sbircia nella busta dove tiene due stecche di aromatiche Dunhil e spera “l’ho lasciato da Ermete”. Dietrofront e un sospiro di sollievo, lo smartphone è sul banco, mezzo nascosto dall’espositore di cartoline con le bellezze della città. Esce frettolosamente dal negozio e urta involontariamente un’anziana signora malferma sulle gambe, costretta a un passo di lato. Dal cornicione viene giù un blocco di intonaco e finisce dritto sulla testa della donna che si affloscia sul marciapiedi. Dalla profonda ferita sgorga molto sangue, per lei non c’è più niente da fare. Una ragazza è testimone del dramma e commenta l’episodio con il capannello di curiosi richiamati dall’incredibile episodio. “E che iella, senza quella spinta, beninteso, involontaria, la donna si sarebbe salvata”. C’è chi cerca nel libro della smorfia i numeri per un terno al lotto e chi non dimentica quanto è successo.

  • §§

Claudio ha fama di abile cercatore di funghi e la stagione è propizia per una battuta sulle alture della Sila. A sera, dopo una giornata in compagnia con il fido Thor, che ne ha scovata una buona quantità, i porcini si trifolano in una grande padella, ricoperti d’olio. Cotti al punto giusto, sono serviti in grandi piatti decorati con disegni floreali. Giacomo, ospite abituale di Claudio, non resiste al bis e si sazia, come il comune amico Vincenzo. Sicuro delle capacità di giudizio acquisite in tanti anni di spedizioni a funghi, il padrone di casa ha evitato di sottoporli alla valutazione dell’esperto della Asl. Chiede Giacomo “Siamo sicuri? Garantisci tu? Ho i miei dubbi”.

Crampi, sempre più dolorosi, vomito, diarrea, un cerchio opprimente tra fronte e nuca, stomaco in subbuglio, tremore diffuso: Vincenzo stringe le braccia attorno al ventre, dalla bocca cola una bava nauseabonda, non ha voce per darne alla paura. In casa nessuno. A fatica compone il numero 118 sulla tastiera del cellulare.

In rianimazione non risponde all’aggressione della terapia antiveleni. Il cuore cede, debilitato da precedenti insulti. L’ultimo pensiero è per i dubbi di Giacomo e la iella di aver mandato giù un ‘amanita Verna’, incredibilmente non riconosciuto da Claudio. “Sono devastato, dichiara Claudio “e non ho alibi”. Ho affidato i funghi alla cuoca senza riguardarli uno per uno e non so spiegarmi come sia capitato tra i porcini che ho raccolto. Purtroppo ho ignorato il timore di Giacomo. Avrei fatto bene ad ascoltarlo”.

  • §§

Il commendatore Russo ha gestito per oltre trent’anni l’agenzia numero 27 della compagnia di assicurazioni La Fidata, ma ritagliandosi ogni fine settimana il tempo per guidare escursioni di appassionati sui monti a lui noti dell’Appenino umbro. Un fedelissimo al seguito è il suo collaboratore più anziano. Giacomo Colasanto, appena laureato, è stato assunto dall’agenzia grazie alle buone referenze del rettore della facoltà di giurisprudenza.

“Domenica ce ne andiamo sul Monte Utero. Vedrai: magia dei paesaggi, giusta alternanza di salite e pianori, vegetazione rigogliosa, aria pura, come sempre, piacevole compagnia”.

Di buon’ora, sacco in spalla, scarpe adatte, buona disposizione a condividere l’entusiasmo del capo, Giacomo tiene a stento il suo passo, benchè sia molto più giovane. Dopo un’ora di cammino, s’infittisce il bosco in cui s’è inoltrato, ed è distanziato dagli escursionisti che avanzano più spediti. All’improvviso la vegetazione fitta si apre in uno spiazzo con erba alta fino al ginocchio. E’ difficile a cosa attribuire un fruscio insistito, in assenza di vento che Giacomo avverte con inquietudine, la solita che lo accompagna da sempre esponendolo a noiosi stati di ansietà. Affretta il passo e raggiunge Russo, il gruppo in sosta per un coffee break.

“Dottore, non ci sarà niente di strano, ma poco distante da qui ho avuto l’impressione che un animale mi seguisse nell’erba. In queste montagne dicono che si incontrano lupi aggressivi”.

“Tranquillo sono leggende”.

“Mi auguro che abbia ragione”.

Freddo fa freddo, altro che.Qualcuno suggerisce di trovare della legna, di accenderla e fare colazione al caldo. Il volontario della compagnia è Giorgio, tra i più giovani e ben allenati.

“Vado io, cominciate a sistemarvi”.

Giacomo lo ferma

“Aspetta, vengo anch’io, non vorrei che fossi da solo a fare brutti incontri” La replica

“Qui, in montagna? Non siamo mica nelle periferie a rischio di città mal frequentate. Rimani con gli altri e riposati”.

Giacomo

“Come vuoi, ma usa la prudenza”.

Girano panini con speak, frittate, formaggio, vino robusto, e per chi ha stomaco forte una grappa distillata da Fra Gregorio sul Carso, dove ha vissuto per anni in un convento poi chiuso per mancanza di frati. Ne ha portato a Grottaminarda, nell’Irpinia interna una botticella, per e le grandi occasioni, come questa camminata in Montagna. In lontananza, e stavolta non è solo Giacomo a preoccuparsi, arriva l’ululato di lupi. Da un cespuglio, ai limiti dello spiazzo dove sosta la comitiva dei marciatori, vien fuori a fatica Giorgio. Preme una mano insanguinata stretta sul fianco e avanza con difficoltà. Russo gli va incontro e lo sostiene, con il braccio sotto l’ascella del lato dove non è stato ferito.

“I lupi?”

“Sì maledizione, purtroppo aveva ragione Giacomo. Ne ho colpito uno con

il bastone e un altro mi è saltato addosso, mi ha azzannato qui al fianco”.

Russo.

“Rosa, apri il mio zaino, c’è una cassettina del pronto soccorso”

La moglie prepara acqua ossigenata, bende e una largo cerotto e medica il ferito.

“Ma allora”, commentano le donne della spedizione. Non è un pettegolezzo la fama di iettatore di Giacomo…”.

 

Non è vero, ma ci credo. Anche i più scettici, i razionalisti della combriccola, distolgono lo sguardo dalla figura dell’“untore” che lascia trapelare lo sgomento per l’etichetta che gli hanno messo addosso. La gita prosegue senza altri incidenti di percorso, ma c’è chi, tornato in città, mette in fila gli episodi nefasti accaduti in presenza di Giacomo per escluderlo da ogni rapporto. L’emarginazione diventa comportamento virale di amici e conoscenti e a nulla vale la scelta opposta della compagna, che ostenta con disinvoltura la normalità della relazione con il presunto porta iella. Giacomo si auto suggestiona. Con lenta, ripetuta sequenza, gli cade di mano e smette di vivere lo smartphone Samsung da seicento euro e la stilografica Montblanc senza cappuccio, regalo di laurea dei genitori. Il pennino d’oro è fuori uso per sempre. La vittima di questi incidenti va in depressione e l’aria lugubre che assume contribuisce a renderlo cupo, per nulla empatico, da evitare.

  • §§

Il 5 Gennaio, la madre di Giacomo, afflitta per la tetra fama del figlio ed evitata dalle amiche di sempre, prova a scuoterlo.

“Devi uscire, non puoi eclissarti. Fammi un piacere, vai alla tabaccheria di Tommaso e compra due biglietti della lotteria, uno per me, uno per te”.

Il tabaccaio, con ironia

“Sei nato con la camicia, sono gli ultimi due, non ne ho più”.

 

  • §§

Amadeus conduce la serata che può arricchire italiani baciati dalla fortuna e chi ha sperato trattiene il fiato quando legge i dati dei vincitori. Pende dalle sue labbra anche la madre di Giacomo, delusa per non essere tra i possessori dei tagliandi dei premi dal secondo in poi. Non resta che incrociare le dita.

“Hai controllato il tuo biglietto?”

“Mà, non ci penso proprio. Te l’immagini che la dea bendata bussa alla mia porta?”

“Certo che no, ma dammi il biglietto, controllo io”

Amadeus.

“Siamo al momento sognato da milioni di italiani, non resta che scandire lettere e numeri del premio da 5 Milioni. E allora. Biglietto seria EV, venduto a Napoli. 3…8…1…7…9…5.

 

Sviene la povera donna e Giacomo deve soccorrerla. Le alza le gambe per far affluire il sangue alla testa e aspetta che si rianimi.

“Mamma, stai bene? Passato?”

“Giacomo, se non m’è venuto un infarto, non succederà più. Il tuo biglietto è quello del premio da cinque milioni. Da ora in poi sfido chiunque a trattarti come iettatore”.

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Il Racconto di Domenica 17 febbraio 2019

La magia del ‘Change’

Storie di ordinaria conflittualità. Quando non originate da incompatibilità insanabili, sempre che ne esistano, nascono tra le acque inquiete di piccoli dissapori, pericolosamente reiterati e alimentati da pigrizia nell’affrontarli, da superbia, permalosità, sessismo, invidia.

DI LUCIANO SCATENI

 

“Ma che fai?”

“Non lo vedi? Le valigie”

“Credi che sia così facile scappare?”

“A te che sembra?”

“Che sei nato vigliacco. Un fottuto vigliacco”

“E tu una povera stronza”

 

Lo studio di Elena Menegatti è severo, sobrio, ingombro di libri lungo tre pareti, in scaffali che raccolgono le annate di pubblicazioni giuridiche e neppure un romanzo, ma l’intero catalogo di Astrolabio, editore dei titoli in italiano di quanto elabora la scuola di Palo Alto su “The split Brain”, il cervello diviso. Ad Alba lo ha raccomandato la zia Veronica, che dopo anni di separazione dal marito, ha ricucito il rapporto guidata con successo dall’avvocato Menegatti.

Milano è città ostile in questo scorcio di Febbraio che alterna pioggia, nebbia e neve. Concedersi una mattinata intera coccolata dal tepore del piumone, questa è vita pensa Alba, ma si affaccia pestifera alla memoria la pagina del calendario da scrivania con gli impegni di giornata, in gran parte dettati alla costrizione all’autosufficienza dopo la separazione da Mario, così si rassegna e si organizza mentalmente per riservare lo spazio pomeridiano dell’appuntamento con l’avvocatessa Menegatti, accreditata come stimata matrimonialista, ovvero di grande competenza professionale, integrata da qualità collaterali di psicologa non accademica, in scia con il sapere inedito acquisito metabolizzando le ricerche di Watzlawick, Bandler, Grinder e specialmente del mitico Erickson.

 

Mi chiamo Elena e tu?”

“Alba”

“Sei molto bella e ancora molto giovane…”

“Grazie. Mi hanno parlato molto bene di lei”  

“Di te”

“Sì, di te. Sei davvero così brava?”

“Lo scoprirai. Da dieci a cento, quanto ti ha segnato il trauma della separazione?”

“Non ho parlato di separazione”

“E’ vero, ma non è questo il tuo problema?”

“Sei anche indovina?”

“In qualche modo, sì anche, ma soprattutto esperta di comunicazioni non verbali”

“Ovvero?”

“Vedi, da come sei vestita, dal modo diretto di esprimerti e altri dettagli, deduco che sei single e che non lo sei stata in passato”

“Spiega”

“Una donna bella, e tu sei molto bella, di trenta, trentacinque anni, evoluta, se ha un compagno ha molta più cura di sé, a cominciare dal trucco. Non vedo traccia di fard, mascara e rossetto sul viso…”

“Tutto qua?”

“Ah, no. Non nascondo la mia specializzazione di matrimonialista, è perfino in evidenza sul mio biglietto da visita, accanto al mio nome nell’elenco telefonico e immagino che non saresti venuta nel mio studio per parlare di regnanti inglesi”

“Sono indotta dall’intuito a darti credito, ma sono anche ragionevolmente pessimista”

“Hai figli?”

“Aldo, quattro anni. Gli manca il padre e crede che sia colpa mia. Antonella è piccina, ha due anni e andiamo d’accordo. Complicità al femminil?”

“Quando vedono il padre?”

“Se va bene a Pasqua e Natale. E’ architetto e ha deciso di lavorare a Lugano, in uno studio di professionisti associati”.

“Racconta”

“Non so da dove cominciare. O forse sì. E’ nato tutto da un irrazionale conflitto sostanzialmente verbale. Abbiamo inventato il gioco perverso di rinfacciarci di tutto e per di più cose di nessun conto”

“Per esempio: ‘Lasci sempre il tubetto del dentifricio aperto”. ‘E tu, mi spieghi come fai a proiettare gli spruzzi dello spazzolino elettrico sullo specchio?’”

“E’ un buon inizio, continua”

“Impossibile ricordare tutti i pretesti per liti banali, ma accese in continuità e sempre con maggiore astio, insolenti. Provocazioni insensate, se giudicate a freddo”.

“E poi?”

“E poi è salito il livello dello scontro”

“A che livello?”

“Lui: ‘Rompi, sei ossessiva, intollerante. Torno a casa dopo una giornata difficile, faticosa, di scelte di grande responsabilità e strilli come un’isterica perché ho dimenticato di comprare le pile per il telecomando del televisore. Non potevi pensarci tu?’ Io: ‘Da oggi in poi riempirò un diario con tutto quello di cui mi occupo oltre le ore di insegnamento. Chi tiene la contabilità di casa, chi bada alla scadenza delle tasse, delle assicurazioni, che ne sai dei mille problemi che tocca a me risolvere per tirare su i bambini?’”

“Mi sembra ancora poco per giustificare la separazione”

“Certo, c’è altro. Lui è comunista da sempre e non accetta che la sinistra storica si sia dissolta nel nulla. È talmente arrabbiato da impedirmi di vedere i telegiornali perché monopolizzati dai leader del governo Lega-5Stelle. Io ho votato per il movimento di Grillo e anche se non sono più convinta di aver fatto la scelta giusta, difendo alcuni suoi provvedimenti condivisibili. Lui non ama il cinema, io non potrei farne a meno, io ho una carica erotica mai totalmente soddisfatta, lui considera il sesso una componente non fondamentale nel rapporto di coppia”

“Tutto nella norma. Devi imparare da Watzlawick le dinamiche del cambiamento, racchiuse nel termine secco ‘change’”

“Spiega”

“Se lo chiami e gli chiedi di venire a Milano perché vuoi parlargli, come pensi che ti risponda?”

“Con un garbato ‘non rompere’”

“Se gli scrivi che Aldo domenica prossima si esibisce a scuola in una recita per bambini come protagonista e ha chiesto ‘viene papà?’, cosa ti aspetti?

“Già, ma Aldo non ha nessuna recita in programma”

“E’ vero, ma la bugia non sarà uno stratagemma fine a se stesso”

“Cioè?”

“Aldo preparerà con il tuo aiuto un disegno del papà e della mamma con tanti cuoricini e tu gli confesserai di aver inventato la recita della scuola. E certo che lui ti assalirà, come sempre ed è certo che si aspetterà la tua abituale reazione. Che non ci sarà. Gli regali una copia della famosa colomba della pace di Picasso e una riedizione della summa di scritti di Marx. Stappi una bottiglia di champagne. Gli chiedi: ‘La lontananza ci ha sottratto alla spirale di liti banali o motivate da convinzioni non omogenee che tra persone mature possono integrarsi reciprocamente. In questi giorni ha chiesto di incontrarmi Ettore Damiani, l’archistar che è stato testimone del nostro matrimonio. Il suo studio di Milano si occuperà di due mega progetti che assicurano lavoro per i prossimi dieci anni. Ti vuole come partner e socio. Accetta e giuro, sono decisa a impormi il pacifismo del niente più screzi, ripicche, rimbrotti”.

“Funzionerà?”

“Applica con convinzione e senza trasgressioni la magia del ‘Change’, non voglio più vederti in questo studio”.

 

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Il Racconto di Domenica 3 febbraio 2019

Pasquale e Hans

Archeologia bellica le trincee, immagini cinematografiche ricostruite dagli scenografi, scene recuperate dalla memoria del tempo, storie di vite perdute, di guerre con milioni di vittime, di conflitti sovranisti, intrecci di vite spezzate, di soldati assurti a dignità di eroi per aver imbracciato fucili e mitra e sparato, sparato su commissione, in obbedienza a ordini superiori subiti, spesso non condivisi: la guerra.

DI LUCIANO SCATENI

Piove da due settimane, sono fradicio, il cappotto intriso d’acqua pesa tre volte quanto dovrebbe sulle spalle curve di stanchezza. Pensieri bui, rabbia, senso di impotenza. Dall’elmetto con la vernice scrostata, chissà quanti prima di me ha protetto, vengono giù rivoli di pioggia. Solcano le guance. Il gocciolare s’interrompe incontrando le sopracciglia, le trafigge e sono spine ghiacciate. Geremia, ha vent’anni, è un gigante che prima di raccontare dei suoi due anni Padova a studiare medicina, diresti che di mestiere era uno spaccalegna e nel tempo libero “pilone” della nazionale di rugby. Come farà? Sembra che sopporti pioggia e gelo senza averne danno e gioca con il termometro da esterni. Me lo mostra: segna cinque gradi sotto zero. Oltre il calare della sera? Meglio non pensarci. In trincea c’è un solo e minimo riparo, l’involucro di cartone che ha portato fin qua armi e munizioni che qualcuno ha ficcato nella ferita del terrapieno scavata con una baionetta. Per tutti noi è prescritta, come vero e proprio ordine di servizio, la situazione che permette di ripararsi, lo spazio per scrivere. Per questo una lettera al giorno per Fiorella, anche se nessuno garantisce dal fronte arrivi a destinazione, ma almeno per mezz’ora me ne sto al riparo e proteggo le lettere dalla pioggia sotto la piccola tettoia, dopo aver letto l’ultima di Fiorella e le poche righe in coda di mia madre. I piedi sono congelati. Negli scarponi, che avrebbero bisogno di un calzolaio, l’acqua, che dopo il diluvio di tanti giorni penetra fra suola e tomaia, ha inzuppato i calzerotti di lana e zero ricambi.

Quante pietose bugie. “Sto bene, non vi preoccupate per me. L’ultimo assalto, quello di due giorni fa, ve l’ho raccontato ieri, è stato un nostro successo e ci fa sperare di concludere questa operazione con il prossimo. La vita in trincea è fatta di solidarietà fra tutti noi. Ci facciamo coraggio,  raccontiamo della nostra vita prima della chiamata alle armi che speriamo sia solo una parentesi e breve, di madri e mogli, fidanzate, qualcuno dei figli. Imparo un po’ alla volta a capire i dialetti dei commilitoni di mezza Italia. Sapeste, c’è un abisso tra il veneto di Livio, esuberante padovano e il calabrese di Toto, tra i rimpianti di Lucio per le sua amate orecchiette con le rape e il risotto allo zafferano di Antonio, specialità milanese. Io difendo il ragù che faceva nonna Concetta. Cara Fiorella, come va da voi, ancora bombardamenti? Per fortuna avete trovato ospitalità dagli zii contadini di Baiano e non vi mancherà il mangiare. E mamma, come vanno i suoi reumatismi? Scusa, ora devo lasciarti ora, con un bacio e infinita nostalgia per i momenti trascorsi insieme. Un abbraccio a mamma. Tuo Pasquale”.

  • §§

“Dai Pasquale, muoviti, ci prepariamo a uscire dalla trincea, dobbiamo chiudere il conto con questi crucchi”.

  • §§

Hans ha sangue nobile in circolo, ha compiuto da tre giorni i diciotto anni e all’indomani del compleanno bussa alla porta della villa, nei dintorni di Vienna, il comandante della stazione militare di Evenbruck.

“Hans Winker?”

“Sono la madre”

“Suo figlio partirà tra due giorni con il contingente comandato dal colonnello Junker. Questo è l’ordine di arruolamento. Si presenterà al comando alle sette del mattino di dopodomani”.

“Winker?

“Ja”

“Siamo in difficoltà. Gli italiani lo sanno e sono più numerosi di noi. Ci aspettiamo un attacco. Per non soccombere abbiamo una sola opportunità. Vedi quelle colline alla destra delle trincee nemiche? Dobbiamo provare a raggiungerle per attaccarli alle spalle ed è possibile solo di notte”.

  • §§

“Allora, pronti? “

“Caggiano, Verdi, Di Tommaso, Ottavi, tocca a voi creare un diversivo per far concentrare i tedeschi sul lato destro delle loro postazioni. Noi attaccheremo dalla parte opposta. Pasquale, sei il più esperto, mi raccomando”.

  • §§

“Achtung, ci attaccano, lasciate che si avvicinino e pronti a sparare.

“Hans, alla mitragliatrice”

  • §§

Avanzano di corsa, piegati in due, con rapidi scarti a destra e sinistra, con l’adrenalina a mille e la paura scacciata dalla concentrazione. Pasquale corre alla testa degli altri tre incursori.

Joseph Reinther mira proprio a lui, primo bersaglio a tiro. Spara e spara, ma è difficile colpire un uomo che si muove velocemente a zig-zag.

 

“Fiorella, Dio, Madonna delle Grazie non voglio morire per la fucilata di un maledetto tedesco”

Corre ancora più veloce Pasquale, con la rabbia in corpo.

  • §§

Non sbaglia Hans e lo colpisce, appena sotto il ginocchio della gamba sinistra. Pasquale piomba sul terreno ghiacciato e rimane immobile, come morto.

Il diversivo dei quattro incursori ha funzionato e l’attacco italiano riesce, almeno in parte. Gli austriaci si ritirano in una trincea arretrata, ma decimati, gli italiani nelle loro postazione.

  • §§

“La riuscita del piano per aggirarli è ancora più importante. Hans stanotte. Il cielo è ancora nuvoloso e possiamo muoverci senza essere visti. Trasmetti l’ordine a tutti”.

  • §§

A sera, Pasquale si trascina su una sola gamba e riesce a raggiungere la sua postazione. Il medico al seguito si accerta che non vi sia ritenzione del proiettile e benda la ferita, che non fa molto male grazie a una compressa di antidolorifico. Alla luce di una torcia, Pasquale mette giù altre poche righe. “Fiorella, operazione riuscita, molte perdite tra i nemici, un bacio”.

  • §§

Una dozzina di austriaci sguscia in silenzio dalla trincea e nel buio totale raggiunge le colline alle spalle dei soldati italiani.

“Facciamone fuori quanti è possibile” sussurra il colonnello Kritsle.

Hans piomba su un terminale della trincea italiana e con lo sten uccide quattro o cinque soldati nel pieno del sonno. Avanza sparando, ne fa fuori altri tre.

Pasquale non riesce ad addormentarsi che a notte inoltrata. E’ ancora sveglio e intuisce che gli austriaci sono riusciti a sorprendere chi dorme. Imbraccia il fucile e avanza con cautela imprecando fin dove hanno fatto irruzione. Zoppica, ma può camminare. Con il cuore in tumulto sa di dover affrontare un commando di soldati decisi a tutto. Oltrepassa una curva stretta e si trova faccia a faccia con Hans. Non un attimo di esitazione dei due nemici. Sparano contemporaneamente. Un proiettile colpisce il soldato austriaco al petto e trapassa il cuore, la scarica del mitra di Hans è altrettanto mortale, Lede organi vitali.

  • §§

Raccomandata, dal comando militare di Trieste alla signorina Fiorella Cappelli. “Con profondo cordoglio le comunichiamo la scomparsa del soldato Pasquale Caggiano, morto eroicamente in un conflitto a fuoco con un militare tedesco”.

  • §§

Alla nobile famiglia Winker. “Questo comando comunica con dolore la morte in battaglia del giovane Hans Winker, avvenuta al fronte durante un attacco a postazioni. Le più sentite condoglianze

 

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Il Racconto di Domenica 27 gennaio 2019

Mad, giovane dea della Martinica

DI LUCIANO SCATENI

Amici per sempre. Noti così nell’immaginario del cerchio magico dei “ragazzi” di San Martino, area urbana molto esclusiva, vissuta con la presunzione di superiorità verso tutto l’altro del quartiere collinare, custodi di un segreto mistero che ha fatto arrovellare un’ampia cerchia di curiosi: di chi hi era innamorata Gloria, di me o di Rino? L’affetto visibile che ci legava rendeva impossibile scoprirlo. Era Rino il compagno dell’affascinante romana immigrata a Napoli al seguito del padre bancario, promosso direttore con obbligo di trasferimento a Bergamo o a Roma, filiali senza dirigente da tempo: “Napoli, nessun dubbio”, la risposta immediata dell’interessato e approvazione entusiastica di Gloria. Ci siamo conosciuti in facoltà, al corso di laurea. Abbiamo eletto Rino leader del terzetto, all’unanimità e gli abbiamo delegato la gestione del tempo libero, dello svago, delle trasgressioni. Rino godeva di grande notorietà. Il padre, ortopedico da centomila lire a visita senza rilasciare la ricevuta, gli regala un “Giulietta sprint”, oggetto del desiderio di tutti i giovani del rione. L’auto diventa un cult. Rino suscita l’invidia dei coetanei e interessati innamoramenti di molte ragazze. Il fascino di Gloria ha ragione della concorrenza, ma il rapporto con Rino rimane clandestino, per loro scelta, in un gioco dell’ambiguità condiviso da me.

A primavera inoltrata il “Pigalle club” in posizione strategica, affacciato sulla baia di Trentaremi, rioccupa gli spazi esterni con i suoi tavolini orientati verso il mare e le giovanissime ragazze che vanno e vengono dal bar con i vassoi di portata. Siamo assidui frequentatori del “Pigalle. Rino, amico del cantautore ingaggiato dal proprietario del locale, si avvicina al piano e si fa accompagnare per un’interpretazione garbata di “Canzoni stonate”.

Applaude e gli sorride Madelen. E’ bella da restare senza fiato, il corpo statuario è da copertina di Playboy, la pelle scura a metà è ambrata, in contrasto con i grandi occhi verdi. Si accompagna a una ragazza bionda, con i tratti somatici delle svedesi, gustano il Pigalle long drink, specialità del barman Antonio, in arte Anthony. Ci provo. Avvicino Madelen, le chiedo se vuole ballare, appena il cantante ha intonato l’incipit di “Resta cumme”, omaggio a Napoli di Modugno.

“Di quale Paese magico sei?”

“Martinica”

“Perché Napoli?”

Mi dice, in francese, che un suo amico gli ha raccontato di Napoli, delle sue bellezze, di una città viva, accogliente e ha scelto di conoscerla. Ha indosso un odore lieve, naturale, niente a che vedere con i profumi di grandi firme.

“Conosci Capri?”

“Conosci la Martinica?”

Il patto è di colmare i reciproci vuoti di conoscenza e Capri soddisfa il primo impegno. Madelen se ne innamora.

Il volo charter dell’Iberia è un’opportunità preziosa per cercare idee condivise, percorsi paralleli, ma in situazioni sociali e politiche vissute in ambiti tra loro disomogenei.

L’aereo inizia la discesa sulla Martinica dopo aver sorvolato l’esordio  delle Piccole Antille.

Madelen per gran arte del viaggio mi racconta di Colombo che ha scoperto la Martinica, della fortuna di abitare a poca distanza dalla spiaggia delle Salines, la più bella della Madinina, nota agli indigeni come isola dei fiori.

“La mia casa dista poco dal mare, è in cima a una piccola collina immersa nel verde, dove è fitto il succedersi di alberi, piante e fiori, come in un gande giardino naturale”. Nelle pagine centrali di una rivista infilata nella tasca della poltrona dinanzi a me in un lungo articolo corredato di immagini suggestive, si legge “La popolazione delle Piccole Antille è un mixer di etnie, nato dal flusso di conquistatori europei e dalla deportazione di neri africani. L’esito di questi incroci è visibile nei corpi perfetti, nei bellissimi volti, negli occhi color smeraldo, nella pelle levigata, imbrunita dal sole. E le ragazze: fisico perfetto, disegnato dal vento, grazia innata, armonia ed energia sconosciute ai bianchi”.

Il bus che collega l’aeroporto ai quattro arrondissement (qui è invasiva l’influenza della Francia) è una delle mille occasioni per la gente della Martinica di manifestare al gioia di vivere in un paradiso terrestre, dove la musica, il ballo e l’allegria collettiva si fondono in sequenze permanenti.

Durante il tragitto i passeggeri mi guardano con evidente curiosità e sorridoeno, tutti. Impossibile non lasciarsi coinvolgere. Madelen prova a capire se sono a mio agio e mi prende la mano, si stringe a me, sorride anche lei, rassicurate.

La casa dei suoi è un bel fabbricato di due piani, le pareti esterne sono dipinte con colori pastello su cui risalta il verde intenso delle persiane di legno. Michel e Justine, i genitori di Madelen, mi accolgono come fossi un vecchio amico della figlia e non sembra che siano a disagio per il mio francese approssimativo. La camera degli ospiti che mi hanno riservato è confortevole, l’arredamento è simpaticamente minimalista, un ventilatore da soffitto rinfresca l’aria piacevolmente. La madre di Madelen ha cucinato quello che l’isola offre con generosità. Pesce dal sapore della cernia, crostacei di ogni tipo e un’insalata coloratissima, coltivata in un ampio orto che circonda la casa.

E’ sera, vicina al tramonto di un sole rosso fuoco. In motorino, che Mad guida con perizia, lasciamo la sommità della collina e pochi minuti arriviamo a un niente dal mare. Dove si conclude la curva a ovest della spiaggia, un capanno con il tetto di canne usato da tutti per svestirsi e indossare il costume, in questa stagione non è ancora utilizzato. Madelen mi precede all’interno, oramai quasi buio. Si spoglia, senza alcun imbarazzo e la imito, con qualche esitazione.

E’ amore estasi, intensità a mille, momenti di tenerezza, di carezze delicate, di parole dolci, di piacere mai sazio.

Sono a disagio con Michel e Justine, per aver tradito la loro accoglienza. Non è così per Madelen e quando è per tutti l’ora di andare a dormire si stende accanto a me nel letto, e si addormenta stretta a me.

Dopo tre giorni che non dimenticherò mai è vicina la scadenza del tempo programmato come turista nell’eden della Martinica. “Non te ne andare” dice con convinzione la splendida creatura dagli occhi verde intenso con cui scoperto il bello della vita lontano dal gran caos di Napoli. “Devo andare” le dico senza convinzione.

E’ l’ultimo giorno in questo angolo unico al mondo.

“In spiaggia, un’ultima volta”

Come non dirle sì.

L’acqua è ancora molto fredda e per difendersi non c’è che da nuotare senza mai fermarsi.

“Mad, attenta sei troppo vicina agli scogli”

“Tranquillo, nessun pericolo”.

Ha torto. Si ferisce a una gamba e perde sangue.

“Torniamo a riva, devi medicarti”

Un urlo, all’improvviso, il mare attorno alla ragazza in subbuglio, il grido si perde mentre sparisce sott’acqua. Una macchia rossa affiora nel punto in cui Madelen si è inabissata. Poco oltre la pinna di un squalo indica che il predatore si sta allontanando. Mi avvicino alla chiazza di sangue e vado giù velocemente. Devo ripetere più volte l’immersione prima di scoprire dove il corpo senza vita, dilaniato dallo squalo, si è adagiato su uno scoglio piatto.

“Maledetto Atlantico, maledetta Martinica, dannato quell’incontro al club Pigalle, maledetto me e la sbandata per una dea in terra, dagli occhi verdi e un corpo oltre la perfezione.

 

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Il Racconto di Domenica 20 gennaio 2019

L’uomo di Montevergine

Primo attore di questa pièce è Guglielmo, così battezzato per devozione al santo fondatore del santuario in vetta ai milleduecento metri della montagna che incombe sul verde dell’Irpinia. Scelte di vita fuori schema, inusuali, concluse con il richiamo della terra madre.

DI LUCIANO SCATENI

Nascere in montagna, duecento metri oltre i mille, con altri duecento da guardare di sotto in su e dominare Avellino, i suoi dintorni, il verde rigoglioso, che in questa stagione, mai così rigida, s’imbianca di neve fino alla galleria di Monteforte, perché, oltrepassata in direzione di Napoli, racconta un altro meteo, senza più un metro d’asfalto coperto di fiocchi banchi. Non spiega nessuno perché, ma l’idea prevalente è che salgono dalla pianura venti temperati, interrotti dal tunnel.

Nascere nella sacrestia del santuario fondato da san Guglielmo da Vercelli. Agnese, moglie di Ciriaco Buonsignore, tuttofare ingaggiato dalla congregazione verginiana per le molteplici incombenze del santuario meta permanente del turismo religioso. Cucina per i monaci, si occupa della lavanderia e sovrintende alla pulizia dei luoghi affidata a due nipoti. Lui, nel poco tempo libero, e con l’aiuto di un monaco di origini contadine, coltiva la terra che l’Abate gli ha trasferito in proprietà, dopo l’abbandono di secoli.

Come tante donne semplici, poco dotate culturalmente, anche Agnese lavora a un niente dalla scadenza della gravidanza ed è colta dalle doglie mentre è intenta a stirare la tonaca di uno dei monaci.

“Ciriaaaco, chiamma ’a mammana, fa ’mpresso”

Ciriaco si precipita in sacrestia e telefona ai carabinieri di Mercogliano, centro ai piedi della montagna.

Per fortuna la funicolare ha ripreso a collegare il santuario con i centri sottostanti e Maria, ostetrica senza titolo, in pochi minuti è accanto alla partoriente adagiata su un divano, assistita dalle due donne delle pulizie, che hanno bollito un pentolone d’acqua e preparato panni di lino puliti.

Non senza rischi e con la tensione alle stelle del marito, Agnese dà alla luce un maschio fuori misura, che a occhio non pesa meno di quattro chili. E’ sano e Ciriaco esulta. La sua nascita segna una svolta nella vita dei Buonsignore. Maria lascia il lavoro del Santuario e si trasferisce

a Ospedaletto d’Alpinolo per crescere il bambino nella normalità di un centro abitato. Il marito vive con disagio la decisione e il rapporto con la moglie s’incrina.

Guglielmo, così lo definiscono la madre e chi lo conosce bene, è un ragazzo con la testa sulle spalle, senza grilli per la testa, positivo, studioso. Supera senza problemi gli esami di licenzia media e ginnasiale e quando la mamma gli chiede se vuole continuare negli studi e con quale obiettivo, Guglielmo non ha dubbi “Voglio fare il maestro” e sceglie di proseguire gli studi nell’ Istituto Publio Virgilio Marone di Avellino, accreditata scuola delle magistrali.

Il suo percorso di maestro diventa mitico. Nessuno gli ha insegnato a insegnare ed è la condizione che molti suoi colleghi pagano con evidenti deficit pedagogiche, che gli alunni sottolineano con manifestazioni di indisciplina.

Guglielmo sopperisce da autodidatta. Scrive saggi sulla professione dell’insegnare che fanno tendenza tra i colleghi più disposti a integrare il deficit della preparazione scolastica, ma non esaurisce nella scrittura la spinta a dare di più.

Giuseppe, suo coetaneo, eterno disoccupato, ha dato retta a un paio di amici e li ha raggiunti in Belgio, ad Anversa dove lavorano in una raffineria del porto, secondo per importanza in Europa fino al 2005. Sono un centinaio gli italiani emigrati nella città a nord di Bruxelles.

“Siamo una piccola comunità”, racconta a Guglielmo “ma abbiamo difficoltà a conservare la nostra italianità”.

Alle via dei Marinai, le famiglie degli operai hanno affittato un piccolo appartamento che si affaccia sul porto. Diventa la mini Casa Italia di Anversa e l’animatore è Guglielmo, che sacrifica a questo impegno gran parte delle vacanze estive. Per i figli degli emigranti organizza corsi di italiano, proietta documentari sulle bellezze delle regioni da cui provengono, realizzati dal ministero della Cultura e cerca con le agenzie di settore le migliori opportunità per viaggi in Italia nel periodo natalizio.

La qualità dell’attività didattica universalmente riconosciuta ha come naturale sbocco la candidatura di Guglielmo Buonsignore al ruolo di preside. Lo diventa, ma lo condivide a fatica. Non è per lui il compito di dirigere la scuola impicciato nel labirinto di regole, circolari e soprattutto non è nelle sue corde amministrare risorse insufficienti, a scapito del buon funzionamento. La goccia che fa traboccare non si fa aspettare. Antonio, storico bidello della scuola, bussa trafelato alla porta della presidenza e racconta con quanto succede nella II B.

“Preside, non si può credere. Un ragazzo ha tirato fuori dalla tasca un coltello e ha minacciato il professore”.

Si chiama Genny e dicono i compagni che non è nuovo a queste “bravate”.

Il preside lo trascina per un braccio nel suo ufficio e dopo più di un’ora di domande e impacciate risposte si rende conto che il gesto del ragazzo è il risultato di una situazione ambientale dura, senza soluzione. Come preside sarebbe tenuto a espellere e sospendere il ragazzo, da attento osservatore sa che il suo comportamento aggressivo è materia per assistenti sociali di grande esperienza.

 

Lungo il versante ovest di Montevergine un largo terrazzamento è accuratamente ricoperto di vigneti. Sono piante giovani, esposte a Mezzogiorno, venute su con cura maniacale e con il sudore di Ciriaco, che Guglielmo ha imparato a rispettare come ogni cosa della natura.

Se ne sta a gambe divaricate in margine al perimetro della terra donata dal santuario. Un bambino, avrà sette, otto anni, gli circonda una gamba con il braccio. Nell’insieme, da chi s’avvicina alla terra, appaiono come una quercia con un piccolo ramo laterale. Respirano l’aria lieve che muove le foglie dei vigneti con il suono di un sussurro, lo sguardo si perde lontano. Guglielmo si rivede nell’atto di consegnare le dimissioni da preside per tornare alla terra e riflette sulla casualità della nascita. Quel ragazzo del coltello puntato su un professore…fosse nato in una sacrestia del santuario e non in una famiglia asociale…

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Per i lettori

I Racconti da gennaio a giugno 2018 potete trovarli in una pagina dedicata delle News

Il Racconto del 13 gennaio 2019

Il piacere della retrospettiva

Come si affronta un evento che mette di fronte alla possibilità di concludere la tua vita? C’è chi vive questa esperienza con rabbia: “Gesù, perché proprio io?”, chi, credente, teme di aver peccato e di presentarsi al giudizio divino senza essersi pentito per tempo. Una terza via è possibile e la contiene il racconto semi autobiografico di questa domenica di gennaio

DI LUCIANO SCATENI

Mi hanno sedato, questa è una delle poche certezze che mi ritrovo nel letto di una sala dove coabito con persone di cui non so nulla, ma tutte monitorate. Se volto la testa quanto serve a leggere il video alle mie spalle, vedo con qualche picco di ansia il punto luminoso che lascia dietro di se una traccia irregolare. Sul petto piccole ventose registrano certamente i battiti del cuore e chissà cos’altro. Il catetere è doloroso, ma a chi lo dico e provo a non pensarci. Con un infarto in corso diventa tutto il resto poca cosa. Il peggio è non sapere molto del mio futuro immediato.

Che ore erano? Forse le dieci a giudicare dalla fine del primo tempo di “Dieci piccoli indiani” lasciato scorrere sul televisore per pigrizia. Quel film l’ho visto almeno due volte prima di stasera. Improvvisa, devastante, una fitta dal petto alla schiena, un morso di dolore simile, ma molto più violento, ad altri episodi di breve durata, superati stringendo il petto con tutta la forza delle mie braccia e con una pillola di Carvasin, indicati e contemporaneamente sconsigliati in queste forme di angina, perché in grado di ripristinare il flusso del sangue in tratti delle arterie temporaneamente occlusi: segnali trascurati, da incosciente come mi avrebbe catalogato il cardiologo interrogandomi sui precedenti di questo infarto.

Sarà un effetto del sedativo, del conforto di essere in buone mani o il sollievo per la scomparsa del dolore, e non lo saprò mai. Non mi sono interrogato sulle motivazioni che mi concedono di pensare quasi con distacco di aver esposto a rischio la mia vita. Il medico di turno non mi ha nascosto che il protocollo prevede di sciogliere la riserva solo dopo quarantotto ore quando l’esame degli enzimi, e non ha approfondito quali, dovrebbero annunciare lo scampato pericolo.

Mettiamo che il cuore decida di aver pompato sangue per troppo tempo, che la faccenda degli enzimi dica male, insomma che sia arrivato il momento di chiudere con la vita: sarebbe l’ora di un percorso all’indietro che in tanti anni ho accuratamente evitato per dimenticare il peggio del mio passato e indugiare sporadicamente sul meglio, da confessare in pubblico, perché condivisibile.

Mi chiedo se vi sia qualcosa di ancestrale nel ricordo di una sera come tante, quando si cenava in cucina, sul tavolo appena discosto dalla parete dove in successione trovavano posto i fornelli e il frigo della Ignis. Mio padre era come sempre in ritardo, trattenuto da impegni di un doppio lavoro cercato per non far mancare nulla alla famiglia. Arriva, bacia mia madre sulla guancia e si dirige sparato nella mia direzione. Mi molla un ceffone con quanta forza ha nelle mani e sbatto la testa contro la parete alle mie spalle. Saprò il giorno dopo il motivo di uno schiaffo che fa più male al morale che alla faccia.

“Mamma perché?”

“Passando dalla tua stanza ha trovato nella libreria un saggio di Freud sulla sessualità e il Capitale di Marx”.

“E allora?”

“Sai che lui è molto all’antica ed è un cattolico praticante”

“E non capisce che con quella assurda reazione ottiene l’effetto contrario”

“Devi avere pazienza, è un buon padre e fa di tutto per non farci mancare niente”.

“Lo so, ma così alza un muro tra me e lui”.

Va così. Le vaghe condivisioni iniziali degli ideali del comunismo si consolidano e chiudo con la frequentazione dell’istituto religioso dove ha trascorso molti anni dell’infanzia, unico luogo dove fare sport, nel grande cortile esterno.

A concludere quella fase della mia vita contribuiscono la violenza di un prete manesco fino alla violenza e le voci sussurrate che accusavano il vice direttore, insegnante di catechismo, di molestie sui ragazzi del convitto.

Un ricordo che sembrava inaugurare l’escursione a ritroso della mia vita era approdato a un finale positivo. Buono l’inizio.

Me la cavo con fatica con la prima degli studi superiori, scelgo per simpatia la facoltà di architettura e scopro di aver talento per il disegno, ma lo accantono, preso da distrazioni che fondono l’esuberanza giovanile con la facilità, di cui non mi sono mai chiesto le ragioni, di flirt e brevi fidanzamenti, quasi sempre con compagne conosciute al partito.

A casa si avverte il disagio della crisi in atto nel Paese e il consiglio di famiglia mi spinge a tentare di conciliare lo studio con il lavoro. Si apre a Napoli una moderna libreria, il coraggioso proprietario è un mitico partigiano e mi affida il settore, unico in città, del rapporto e della fornitura di libri stranieri alla Federico II. Da cosa nasce cosa e mi invento un reparto fino ad allora inesistente di dischi letterari. Funziona e integro l’iniziativa con la vendita di dischi di musica classica, in particolare della Deutsche Grammophon. Dopo un anno piomba a Napoli l’amministratore delegato della casa discografica tedesca e mi coopta come rappresentante per Campania e Abruzzo. Guadagno un bel po’di soldi e si esaurisce per noia la mia vena di venditore. Ma che vita, in tandem con un collega della Philips che miscelava a meraviglia il lavoro e il piacere: irruzioni sprint nelle discoteche, dove era abilissimo nel rimorchiare ragazze disponibili.

E’ solo un intermezzo in una folla di ricordi che si affollano al di fuori di ogni logica temporale.

A Napoli c’era ancora un contingente di soldati americani. Più di uno mi ha avvicinato: un carezza, un buffetto, il regalo di chewingum e cioccolata. Con i miei capelli rossi e il viso pieno di lentiggini, probabilmente ricordavo loro un figlio.

Fine anni sessanta, Via San Giacomo dei Capri, strada sconosciuta al traffico delle auto, poco illuminata, ideale per fugaci incontri sentimentali, il primo vero bacio con Sonja, deliziosa quattordicenne.

Frequento l’italiano con rispetto e chi mi legge aggiunge “con qualità”. La Filcea è il sindacato del settore chimici della Cgil. Mi tira dentro, a seguito di una fase della mia vita lavorativa impegnata nell’informazione scientifica, che in chiaro, significa convincere i medici a prescrivere i farmaci dell’azienda che ti paga per questo. Resisto non per molto in questa veste di persuasore occulto. Qualcuno deve averlo scoperto. Più che decantare le virtù di antibiotici e affini metto in guardia i medici sulla pericolosità dei cosiddetti effetti collaterali. Per la Filcea, affronto affollate assemblee di lavoratori in lotta per contrastare la fase critica del settore che chiude grandi e piccole fabbriche e invento uno strumento di comunicazione del sindacato chimici, un settimanale stampato artigianalmente.

Nasce il periodico “La voce della Campania” e ne faccio parte. Nel 1975 Maurizio Valenzi è il sindaco comunista più a Sud dell’Europa. Gli do una mano come addetto stampa.

Che donna: quando mi ha detto ci sposiamo il prossimo 6 di giugno, ho provato a immaginare la vita in due con questa creatura intelligente, dinamica, saggia, generosa, attraente, ideologicamente compatibile e ho saputo che il futuro mi avrebbe regalato serenità.

Se ne vanno Luigi e Marcella, prima lei, prova da due ictus. Lui si lascia morire dopo poco. Avrei fatto così anch’io in una condizione analoga? È questo il sublime di una vita a due condivisa, come quella di mio padre e mia madre?

Marcella, figlia numero due, è una special young woman. Giornalista impeccabile a Napoli, vola a Londra e si laurea alla London School of Economics. Diventa manager di un gruppo britannico con migliaia di dipendenti, sposa un inglese destinato al successo professionale, lo segue alle Bermuda, inviato dalla sua società. Dopo otto anni torna con il compagno e due figli in Gran Bretagna, nel Sussex, in una grade casa vittoriana. Alex sette anni, è convocato niente meno che dal Chelsea per un provino. E’ nato calciatore, il suo talento stupisce tutti. E’ la copia al femminile di Marcella. Luca, di tre anni più grande ha successo nel nuoto ed è il padre in sedicesimo.

Nel ’76 Paese Sera estende il suo raggio della sua informazione coraggiosa alla Campania. Prima cronista, poi responsabile della redazione, vivo questa esaltante esperienza con l’entusiasmo alimentato dalla piena condivisione della linea politica del giornale e di battaglie storiche, per il divorzio, il femminismo, la giustizia sociale.

Lara è più grande di Marcella. Architetto si laurea con 110 e lode, sposa Alessandro, avvocato. E’ di una bellezza sconvolgente e fa innamorare mezza Napoli. Ha due figli speciali. Livia scrive e pubblica il suo primo romanzo fantasy tra i dodici e i tredici anni. Nel suo futuro c’è la medicina e diventa milanese per frequentare l’eccellenza dell’università Humanitas. E un adorabile esempio di saggezza. Lorenzo di tre anni più giovane è in bellezza la versione maschile della madre. Il suo sport è il tennis, intrepretato al meglio e connotato da mancanza di “cattiveria”, che non gli aprirà la strada dei top ten, ma gli darà molto di più nella vita.

Più di vent’anni di Rai. Inchieste, conduzione di programmi regionali e nazionali, per molti anni del Tg3 Campania, collaborazione con le tre reti, radiotelecronista di sport nobili come il basket e la pallanuoto.

Questo turbine di quote di una vita che asseconda una vocazione naturale per la creatività, racconta di una ventina di libri pubblicati, di centinaia di quadri e disegni.

Ecco, dottore, venga pure con la sua prognosi. Questo guardarmi indietro ha un punto di arrivo. Rifletto in un lampo all’ipotesi di esito negativo dell’indagine sul mio cuore ferito e sono certo che la morte mi incontrerebbe con un sorriso sulle labbra, in serenità per aver tirato una riga sotto gli addendi senza l’ombra di un rimpianto.

I pensieri sono bruscamente interrotti dal preoccupante suono di un dispositivo che controlla il cuore di quanti sono in questa sala della terapia intensiva. Entrano trafelati i due cardiologi di turno, il capo sala, una suora e capiamo dopo momenti collettivi di comprensibile tensione che sono diretti a un lettino che non è il mio. Niente di grave, solo un controllo.

Uno dei medici mi sorride: “Tutto ok, è fuori pericolo”

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Il Racconto del 6 gennaio 2019

I ragazzi del Vomero

Nel cinema America, su a San Martino, parte alta del Vomero, si accendono le luci nell’intervallo del film “Opera senza autore” e accanto a me riconosco la ragazza che un bel po’ di anni fa era riferimento centrale di una combriccola di amici vivaci”, tra il goliardico e l’anarchia. Al the end del film ci tratteniamo nel foyer a ricordare, a partire da quel ’56 che imbiancò la città e accese la fantasia dei ragazzi, improvvisate corse di bob rudimentali sulle discese del Vomero. 

DI LUCIANO SCATENI

Siamo i ragazzi del Vomero, i ragazzi delle medie, ginnasiali e del “classico” Jacopo Sannazzaro, viale delle Acacie, che fai cento metri e sei sulla soglia della scuola. Il preside come ogni mattina sorveglia l’ingresso e la solita espressione di rimprovero preventivo, per chi gli sembra esitante nel varcare il portone aperto a metà, presidiato da Giovanni, storico bidello tuttofare.

Ho greco alla prima ora, e le probabilità che il dito della professoressa Di Lieto si fermi sul mio nome è alta. Le ho provate tutte per evitare l’interrogazione e oggi non avrei una via di fuga, ma il bisogno, come ama dire Sandro Di Costanzo, insegnante di educazione fisica, aguzza l’ingegno. Prima di imboccare la rampa di scale che porta alla I C, costeggio la vetrata che s’affaccia sul cortile, dove bianche righe perimetrali disegnano la dimensione del campo di pallacanestro, attrezzato con canestri dai tabelloni in legno, in alcuni punti sconnesso e cerchi in ferro privi della retina. Di Costanzo è malato di basket, come me, che lo pratico da quando zio Mario, entrato nel giro della nazionale ha inculcato nei sei nipoti, me compreso, il virus di uno sport ancora lontano dall’atletismo esasperato del basket Usa. Anche stamattina, prima dell’inizio delle lezioni, Di Costanzo si allena al 21, un gioco che abbiamo inventato per sfidarci. A turno tiriamo dalle linea del personale. Se il pallone entra nel canestro possiamo riprenderlo per provare a segnare con l’aiuto del tabellone e se il tiro va a segno realizziamo tre punti. Se il tentativo dalla “lunetta” fallisce chi sbaglia passa il turno con zero punti. Vince chi totalizza per primo 21 punti. Ci provo: “Prof, sos, devo scansare l’interrogazione in greco”. “Ok, ci penso io. La prossima settimana inizia il campionato studentesco di basket e dirò che ti ho distolto io dalle lezioni di stamattina per allenarti”. “Grazie prof, basta giustificarmi per l’assenza alla prima ora di greco”.

Nel corridoio che porta alla mia classe incrocio Daria, la biondina che ho conosciuto una domenica fa a casa di Nicola, che assenti i genitori, ha organizzato un balletto. Monopolizzo questa ragazza dall’area di santarella, ma che mi dicono sia tutt’altro che un acqua cheta. Complice Nat King Cole l’ho agganciata.

La sua classe non distante dalla mia: le metto una mano sulle spalle e lei lascia fare. Purtroppo incrociamo l’insegnante di greco, che finita l’ora di lezione, come sua abitudine si reca in presidenza. Mi squadra con l’inequivocabile espressione di minaccia che conosco bene. Non dice niente, ma dopo poco il bidello entra in classe e mi chiede di recarmi in presidenza, dove scopro di essere “esentato” per cinque giorni dal venire a scuola, sospeso per motivi disciplinari. La Di Lieto ha fatto uno più uno: disertata la lezione di greco e “abbracciato” a una ragazza.

Sannazzaro adios. Sono tempi difficili, di un dopoguerra che non si è lasciato ancora alle spalle i disagi di un Paese che ha perso la guerra e una quota consistente della sua già precaria economia. Emigro al liceo Gianbattista Vico, sezione B, mi garantisco di studiare con i professori di italiano e latino, storia e filosofia, due che non fanno mistero di essere comunisti. Imparo da loro che cultura non è sapere molte cose, ma la capacità di discernimento tra bene e male, onestà e slealtà, egoismo e altruismo. Abito al Vomero, vado e vengo dal Vico a piedi per riservare ad altro i pochi soldi dei mezzi di trasporto. Tra i ragazzi della funicolare di Chiaia, luogo di incontro collettivo, vale un codice di solidarietà. Se si va al cinema e uno di noi non ha i soldi per il biglietto, è automatico fare una colletta per non escluderlo.

La “B” è sezione mista, come tutte le altre del Vico e un paio di ragazze non sono niente male. Sono le leader di un’allegra compagnia che integra l’impegno scolastico con diversivi francamente piacevoli. La fama di baskettaro mi segue anche qui e con la squadra del liceo vinco consecutivamente due tornei battendo gli storici avversari del Sannazaro.
Non ho mai capito come fosse possibile per i miei genitori garantirci ogni anno la villeggiatura in Cilento, ma non me lo sono neppure chiesto. Ad Acciaroli, nei mesi di luglio e agosto, tutto il turismo balneare era limitato alla presenza di quattro famiglie napoletane e due romane. Il terzo anno la consistenza dei villeggianti era discretamente incrementata e non ho mai accertato come fossero arrivate fin lì due ragazze svizzere. Una, scultrice, è stata la mia compagna di un’intera estate e la prima esperienza sessuale prolungata, esplicita, intensa tanto da scandalizzare la gente del posto e non meno mio padre, che in piena notte, su implorazione di una preoccupatissima moglie, è venuto a prelevarmi in un momento molto imbarazzante, in un campo di girasoli. Sarei sprofondato e non ho mai trovato le parole adatte per giustificare con Denise l’episodio per lei incomprensibile.

Fu merito del benestante di un paese confinante il “lusso” di balletti a tarda sera sul ponte sovrastante un fiume in secca estiva, con la musica della sua autoradio. Nel letto del fiume alla domenica si disputavano accaniti incontri di calcio contro squadre dei paesi vicini e per i tanti gol segnati ho ricevuto l’investitura di cittadino onorario di Acciaroli.

Ho rivisto a Napoli Elisabetta, una ragazza carina, tutt’altro che alta, ma con un corpo perfetto. Ad Acciaroli l’avevamo ribattezzata Brigitte per una vaga somiglianza con la Bardot. Mi ha telefonato all’inizi di Settembre, è stata la mia ragazza per pochi mesi, troppo gelosa per un ondivago sentimentale come me.

Il vicoletto Cimarosa che fiancheggia la gloriosa stazione della funicolare di Chiaia, a pochi passi dal sontuoso cancello d’ingresso della Villa Lucia, dono di re Ferdinando di Borbone alla moglie morganatica, ci si infilava nella nuvola di fumo permanente della sala biliardo gestita dal tetro Renato, quaranta sigarette al giorno, pallore da stazionamento in luogo chiuso per dodici ore, feriali, festivi e feste comandate incluse. Ai frequentatori abituali, come me, concedeva credito per una partita di boccette o di carambola. Una saletta attigua era riservata ai giocatori di ramino. Quel locale dall’aria irrespirabile è stato il rifugio di un numero consistente di “filoni” giustificati con la firma di mio padre prima che mi scoprisse falsario.
Abitavo esattamente di fronte al cinema Ideal, un locale con sedili in legno rompi sedere, dotato di una copertura scorrevole, aperta a sera per liberare la sala del fumo greve accumulato nel pomeriggio. Scoprimmo la corruttibilità della maschera e ne abusammo sistematicamente. Per un compenso di dieci Nazionali Esportazione, ci apriva la porta dell’uscita di emergenza e sgattaiolavamo dentro. Lucia, uno delle ragazze di brevi fidanzamenti, se ne vergognava, ma l’imbarazzo spariva rapidamente con i baci scambiati nell’oscurità.

Il circuito dello “struscio” quotidiano era obbligato dalle caratteristiche ambientali del Vomero. Si esauriva nel quadrilatero delle vie Scarlatti, Luca Giordano, Cimarosa, Bernini. Era il percorso degli incontri, conclusi nello spazio antistante la funicolare di Chiaia e raramente nel piazzale del museo di San Martino, improvvisato campo di calcio con le porte segnate da pile di libri di scuola e in occasioni molto speciali via d’accesso per le scale della Pedamentina che assicuravano la privacy per pomiciare con ragazze accondiscendenti.

L’oggi è lontano anni luce il tempo in cui i vomeresi dicevano “Andiamo giù a Napoli” e nella piazza Medaglie d’Oro, allora una distesa di terreno incolto, si disputavano mini tornei di calcio. L’oggi è una città nella città e chissà dove sono, cosa fanno Geppy, Enrico, Guglielmo, Rossella, Umberto, il Renato del biliardo, ora sala per signore con l’obiettivo di preservare un aspetto giovanile.

“Sapessi com’è strano, sentirsi innamorarsi a Milano” ha cantato Memo Remigi. In variante napoletana diventa “Sapessi com’è strano sentirsi estraneo in questo Vomero”.

 

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