Il Racconto della Domenica

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Il Racconto di Domenica 14 ottobre 2018

E nacque il dream team

L’eredità, ovvero è il gioco televisivo di “indovina la parola”. Se il conduttore Insinna chiedesse “Chi ha vinto l’oro nella pallanuoto alle Olimpiadi di Barcellona ’92?”, si può scommettere, in alta percentuale il concorrente di turno risponderebbe scuotendola testa sconsolato, specialmente se giovane. Ma quanti ricordano l’impresa del settebello nel clima infuocato della piscina Picornell, le emozioni vissute incollati al televisore con gli azzurri impegnati in un’epica battaglia della pallanuoto olimpica con la formidabile Spagna guidata dal più forte giocatore di ogni tempo? Il ero a bordo vasca e vi racconto quell’indimenticabile evento

DI LUCIANO SCATENI

Manuel Estiarte, per chi pensa allo sport in vasca è un mito. Eclettico, grande intelligenza tattica, talento puro, spagnolo caliente per grinta e monomania del campione vincente, leader di un team ad altissimo quoziente di doti tecniche e atletiche, convinto nazionalista: alla vigilia del 1992 aveva scommesso con se stesso e poi trasferito la sfida al vertice del suo Paese, nella persona del re Juan Carlos, di donare alla Spagna il sonoro della marcia trionfale per celebrare il the end delle Olimpiadi di Barcellona con il prestigioso oro della finale di waterpolo, ospitata nell’esaltante cornice della piscina Picornell, tinta di giallo e rosso, con i colori della bandiera spagnola. A contendere la prestigiosa medaglia che s’indossa sul gradino più alto del podio, il Settebello tricolore. Ho goduto del privilegio di raccontare al mondo, in telecronaca diretta, la storica disfida Italia-Spagna, che di ritorno a Napoli, una volta calato il sipario sulle Olimpiadi, ho saputo aveva incollato ai monitor milioni di amanti dello sport, a prescindere dalla pallanuoto.

Nella postazione Rai della Picornell, la tensione era alle stelle e non meno i timori per questa finale programmata dalla Spagna per concludere i Giochi con la vittoria di Estiarte e compagni, alla presenza del re. Erano circolate voci preoccupanti, mai confermate con prove inequivocabili, sulla sospetta designazione del cubano signor Martinez ad arbitro del decisivo match. Raccontavano delle ristrettezze economiche della delegazione di atleti cubani, di consistenti agevolazioni ricevute dalla Spagna per consentire la partecipazione alle Olimpiadi e insinuavano che sarebbero state ripagate con un arbitraggio ai limiti della provocazione pro Spagna del signor Martinez, per rendere esplicita, visibile, la gratitudine di Cuba per le ragioni suddette. Tutto falso, hanno replicato gli spagnoli e allora c’è da pensare che l’arbitro sia stato fazioso per incompetenza a vantaggio di Estiarte e compagni. Troppi i favori concessi alla squadra iberica, troppe e contestatissime le decisioni ai danni dell’Italia.

Impressionato dallo strapotere della squadra di basket Usa, osservato a Barcellona e noto come Dream Team, è stato per me automatico trasferire la definizione alla nostra squadra fantastica di pallanuotisti.

Il mondo delle Olimpiadi di Barcellona avrebbe giurato che nient’altro poteva liberare adrenalina come le performance planetarie di Magic Johnson e dei suoi stellari compagni, ma sbagliando con un errore di valutazione perché anteriore alla infuocata finale della pallanuoto.

A dispetto di Martinez, la partita ha viaggiato in perfetta parità, con andamento ad alta tensione, altissimi picchi di emotività e punte di tachicardia per l’intero spazio dei tempi regolamentari. La pallanuoto iberica era certamente attrezzata per ottenere l’impresa dell’oro, in tribuna Juan era generoso di incitamenti, le condizioni ambientali condizionate da un’impressionante bolgia giallo rossa che spingeva alla vittoria le calottine degli spagnoli.

Estiarte, il fenomeno, di suo fortissimo leader degli spagnoli, aveva disertato il campionato italiano per dedicarsi all’evento del’92, ma non aveva previsto di dover competere con la prodigiosa miscela di tecnica, intelligenza tattica, forza fisica, concentrazione, grinta, saldezza di nervi dell’Italia.

L’energia e la grinta dei napoletani in vasca è stata la spina dorsale d’acciaio del dream team. Ineguagliabile la capacità di Fiorillo di leggere la dinamica del gioco, di inventare scintille di classe purissima. Impeccabile, dei Porzio, il difensore Pino, decisivo nel limitare l’esplosività di Estiarte. Franco, il fratello, punta di diamante dell’attacco, ha colpito l’immaginario collettivo con i suoi missili acqua-acqua di rara potenza, pieni di effetto, potenti e precisi. Nando Gandolfi è il terzo “moschettiere”, eccellenza della napoletanità pallanuotista.

Il match esaurisce il tempo regolamentare senza vinti né vincitori e tutto è affidato all’over time, alla resistenza psicofisica degli atleti, alla lucidità, al coraggio di tentare l’impossibile per schiodare il risultato dalla parità.

Uno, due, tre, quattro, cinque tempi supplementari corrono via senza sbloccarlo.

Se alle spalle di un atleta c’è un match devastante per intensità fisica e nervosa, se gli spalti della piscina Picornell sono ipereccitati come le gradinate della Plaza de Toros che segue le evoluzioni di Dominguin, se un re spinge i suoi alla vittoria, se nella mano destra di un azzurro è incollato un pallone che gronda acqua, ma brucia a temperature da ebollizione, se quel pallone può far scrivere la parola fine alla strenua battaglia per l’oro d Olimpia, se la posizione dell’attaccante è fortemente decentrata e le braccia del portiere appaiono come tentacoli i superabili, si può scommettere che i cento più grandi al mondo della pallanuoto avrebbero esitato a scagliare il pallone verso la rete spagnola e avrebbero cercato mani amiche su cui caricare la responsabilità del tiro della vita. Non Nando Gandolfi, che arma il braccio con le residue, ma cospicue energie tenute in serbo e con l’incoscienza dei superman, dell’Ercole scugnizzo, della sua prorompente napoletanità, spedisce un missile tra palo e mano del portiere e zittisce i diecimila della piscina Picornell.

Neapolitan apoteosi. Capisco in un attimo l’esplosione vocale di Galeazzi, quando gli Abbagnale hanno conquistato l’oro del canottaggio, il “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo”, di Martellini e Pizzul e il mio stesso urlo di pazza gioia, che via etere arriva nella case degli italiani. I ragazzi di Rudic, mitico allenatore serbo dell’Italia, in acqua in un totale abbraccio liberatorio monopolizzano le immagini televisive della festa azzurra. Nell’euforia mi lascio coinvolgere e con me esultano Gianni Lonzi, ex campione di pallanuoto, partner nel commento tecnico della partita, i colleghi di altri sport che affollano in totale euforia la postazione Rai.

Dalla tribuna d’onore, mente i ragazzi cantano l’inno di Mameli, applaude anche Juan Carlos, ma non sorride. L’impresa di Barcellona non sarà il solo trionfo del dream team. Quella nazionale vincerà un anno dopo gli europei di Sheffield e nel ’94, nello scenario della piscina Olimpica di Roma i mondiali. You Tube conserva frammenti di telecronaca dell’oro del ’92 e l’identica emozione di quei momenti.

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Il Racconto di Domenica 7 ottobre 2018

Napoli agli occhi di un discendente di Goethe

I napoletani vivono di esaltazione e sintomi depressivi. Si eccitano se mettono in fila le ragioni del compiacimento per il bello della natura che ha disegnato uno dei più suggestivi golfi del mondo e delle civiltà che hanno periodicamente stratificato sul suo territorio un patrimonio di innumerevoli eccellenze monumentali e artistiche. I napoletani dell’insoddisfazione lamentano inerzie, omissioni e manomissioni che annegano la città nel segno del meno. Nel bel mezzo di queste contraddizioni, una giornata senza infamia e senza lode di uno stranger.  

DI LUCIANO SCATENI

Napoli è città felice per incoscienza. Chi non ha mai pensato che allacciare la cintura di sicurezza è un fastidio, raccolga un sasso e lo scagli perché ha peccato di bugia. E ci ragiona su: “Ma cosa vuoi, a Napoli se guidi a più di trenta all’ora sei baciato dalla fortuna e a quella minima velocità il rischio è zero”. La convinzione si ribalta se lo stesso cittadino partenopeo sale nella macchina di un cugino milanese che l’ha ospitato.

L’automobilista made in Naples è in fenomeno senza tempo e l’era dell’automobile non ha scalfito la sua storica e a tratti cinica indifferenza nei confronti di ogni regola e costrizione. Corollario dell’insofferenza, mista ad anarchia di antica genesi, è la patologica irascibilità per la lentezza cronica del traffico, contrastata con isterici colpi di clacson nella varietà tamburellante o continuativa all’infinito, prodotta da trombe a suono multiplo del tipo curva degli ultras, vietate dal codice della strada, “ma che fa?”.

Ho conosciuto Gunther Von Snyder all’October Fest del 2001, in corso di una scorreria in una delle birrerie più animate da men of deutschland. Eravamo alla quarta o quinta pinta della bionda spumeggiante. E’ a Napoli, tappa di una lunga escursione italiana. “Go, via al mimi tour, Napoli ci aspetta”. Gunther, neanche a dirlo, guarda me e la cintura di sicurezza di mia pertinenza che resta lì inerte. Lo sguardo di perplessità è eloquente e s’incupisce nel momento in cui un paio di scooter ci sorpassano, rigorosamente uno da destra, uno da sinistra per riunirsi con pericolo di tamponamento davanti al nostro cofano, uno dopo aver piegato in avanti lo specchietto retrovisore di destra, l’altro graffiando, per fortuna leggermente il parafango di sinistra. Suono il clacson con energia per intimare ai due di fermarsi a rendere conto del danno procurato e la risposta è la mano del più “sbarazzino” con il dito medio ritto nel segno di facile decodificazione che mi mostra con una smorfia di scherno. Gunther unisce le mani in preghiera e ho l’impressione che si affidi al suo santo protettore, ma richiesto di conferma m’informa che non esiste in Germania e che le mani giunte davanti agli occhi servono a schermare la vista di quanto gli tocca di assistere. “Allora ti devi bendare, ancora non hai visto niente” gli dico perché si prepari al peggio. Fermata d’obbligo appena poco dopo la rotonda che lascia la via Posillipo e poco più in là incontra i famosi chalet di Mergellina. Come sempre in prima fila non c’è un buco libero e non sono poche le auto lasciate in doppia fila. “No problem, Gunther, qui si parcheggia così”. Per non fare neppure due passi a piedi lascio la macchina in terza fila e annuncio al mio ospite tedesco, più a gesti che a parole, che assaggerà da Ciro il re dei gelati di Napoli. Dopo aver apprezzato il gusto di caffè e nocciola, lo stranger mi regala un’espressione soddisfatta e con pollice e indice uniti a cerchio mi fa capire “ok, good”.

Via Caracciolo è splendida in questa mattina di cielo sereno e sole da rapida abbronzatura e le auto l’affrontano ad andatura “allegra”. Sulla scia di tutti gli altri “colleghi” automobilisti filiamo a ottanta all’ora ignorando il rosso dei semafori. A metà del lungomare una Volvo con targa belga è in attesa del verde. Subito dietro le auto che seguono smanettano senza staccare le dita sul clacson e i più scalmanati urlano improperi all’autista della Volvo. “Gunther, non ti scandalizzare, hanno ragione, guarda non c’è nessun pedone che deve attraversare”. Lui è stralunato e non replica. Si chiude in un silenzio che conserverà fino alla fine del tour cittadino. Parleranno per lui gli occhi sbarrati, le mani serrate, la postura difensivista.

Imbocchiamo il tunnel della Vittoria in direzione del porto. Ci supera il solito motorino e ha un assetto speciale. Alla guida c’è un uomo obeso, strabordante dal sellino, dietro di lui la moglie di dimensioni analoghe. Tra sé e il suo uomo una ragazzina di dieci, undici anni e tra il guidatore e il manubrio un bimbetto si tre anni. Tutti e quattro senza casco. All’altezza del Molo Beverllo, dove attraccano le navi città delle crociere, ci imbattiamo nel gorgo dei mille componenti del caos che solo Napoli sa offrire ai suoi cittadini e alla nuova dimensione del flusso turistico. E’ il sabato di una lunga e afosa estate e contemporaneamente provano a coesistere i crocieristi di una delle tre navi città ancorate nelle acque, di dove si susseguono senza soste partenze e arrivi di aliscafi e traghetti che fanno la spola con le isole del golfo. S’incrociano i turisti appena sbarcati da una delle grandi navi e quelli che rientrano dopo la fugace visita alla città. E’ informe la folla di passeggeri in posizione d’assalto per saltare su le imbarcazioni in partenza per Capri e Ischia, la viabilità nei dintorni è ostacolata da strettoie ad imbuto dei lavori in corso nella piazza Municipio. Ne usciamo snervati, Gunther impietrito e grondante sudore. Biascico in un inglese napoletanizzato “You want see Cristo velato?” Lui sa di che parlo, perché preparatissimo come si conviene alla precisone teutonica.

E andiamo, scansando per un niente un corteo di metalmeccanici a rischio licenziamento, una mini processione di ragazzi e adulti, tutti vestiti di bianco, preceduti da una ridotta banda che sembra conoscere solo una marcetta, ripetuta all’infinito. In uno degli stretti vicoli che collegano i decumani ci imbattiamo in un accanito incontro di calcio stradale che vede due squadrette di ragazzini tutti con la maglia di Insigne, idolo del tifo locale. Una pallonata sfiora la tesata di Gunther.

Sulla soglia di un garage che ha tutta l’aria di non essere autorizzato, due tipi seduti all’ingresso giocano a scopa e sottolineano ogni fase della sfida con frasi molto “colorite”. Chiedono tre euro per ogni ora di sosta e non rilasciano lo scontrino di accettazione.

Il tedesco riprende colore ed espressione umana alla vista del Cristo velato, non se vorrebbe distaccare, probabilmente per ritardare di immettersi nuovo nella baronda della città.

“Gunther è ora di riempire lo stomaco”. Mimo il gesto di imboccare qualcosa e lui sembra capire che è l’ora di rifocillarci. Lo piloto in via Santa Chiara, dove due intraprendenti giovai napoletani, scoperta l’inutilità delle rispettive lauree, hanno inventato una catena di ristoranti con l’insegna impropria “Salumeria”, giustificata dall’attività che inizia a prima mattina con l’offerta di robuste colazioni: bagnati da un generoso rosso Pere ‘e Palummo, ingurgitiamo antipasto di mare, la “genovese”, spigola d’allevamento, anguria, babà, caffè e limoncello.

Scaliamo a fatica la collina del Vomero, nell’ora della siesta. La viabilità presenta modeste difficoltà. Il deustch man è instancabile e scrupoloso nel concedersi al programma disposto prima della partenza. E allora Museo della Ceramica nella villa Floridiana, poi su, Castel Sant’Elmo e il museo di San Martino. Il pomeriggio se ne va e il portiere dell’albergo dove alloggia Gunther, per fortuna poliglotta, mi comunica che il cliente vuole mangiare la migliore pizza della città. Decido di averne abbastanza del ruolo di autista e giustifico la scelta della metro con l’opportunità di visitare le stazioni dell’arte. Gunther dopo undici minuti di attesa di un treno indica con un dito l’orologio che ha al polso. Non posso che allargare le braccia in segno di comprensione e penso che anche conoscendo il tedesco non avrei mai potuto spiegargli le ragioni dei tempi di attesa tra una corsa e l’altra, il caldo asfissiante nelle carrozze, prive di aria condizionata.

La pizza è la pizza, niente da dire e niente da dire quando un cameriere emigrato in Germania e tornato a Napoli m’informa che il mio ospite vorrebbe chiudere la serata in un locale dove ascoltare canzoni napoletane.

“Magari” commento, a Napoli non esiste un posto così, dillo al tedesco”. La faccia del berlinese è un capolavoro. Mi guarda a lungo, stupito come se avesse di fronte un alieno, chiede alla reception la chiave della stanza e mi saluta con un “Dank” per nulla entusiasta: a torto? A torto. A dispetto di disservizi e deficit di qualità, Napoli gli rimarrà dentro perché è il mondo senza uguali di dissennatezze ed eccellenze, ma soprattutto di tolleranza, per i propri limiti e quelli di chi accoglie.

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Il Racconto di Domenica 30 settembre 2018

Dell’essere e dell’apparire

Miss qua, miss là, mister muscoli, il più bello d’Italia, miss sorriso, cinema, Padania, occhi belli, gamba lunga, bikini, capelli biondi, Universo, riviera adriatica, pop, futuro, naturalezza, bontà, gentilezza, soavità.

E’ full immersion nell’esteriorità. Ma l’anima, i sentimenti, le intelligenze, gli umori, i pensieri, le opinioni, la coerenza, l’etica, i valori, il sé?  

 

DI LUCIANO SCATENI

Bellissima Clara, bellissima. I tratti del viso ricordano la purezza dei grandi ritrattisti dell’ottocento. Ovale perfetto, occhi di suggestiva dolcezza, capelli naturalmente ramati, sorriso angelico, braccia ben tornite, mani dalle dita affusolate, incrociate sul petto generosamente esibito, il collo snello, una luce invitante negli occhi verde smeraldo, portamento da top model, gambe disegnate da Crepax, giuste rotondità, un andare principesco. Clara. Quando il Vomero per i napoletani “di giù” era il quartiere dei broccoli, racchiuso nel quadrilatero della piazza Vanvitelli (nobile architetto), le vie Scarlatti (eccelso musicista), Luca Giordano (artista pittore) e Cimarosa, (celebre operista) e dominato dalla fertile collina dei Camaldoli, lei si mostrava di rado, mai nel passeggio della domenica mattina. Disertava il rito della tappa al bar Daniele, ritrovo di sportivi calciofili, che pendevano dalle labbra di un narratore amatissimo, ex portiere degli azzurri, il mitico Sentimenti IV.  L’intero liceo Sannazzaro al maschile era innamorato di Clara, nessuno ne era corrisposto e forse l’avrebbe corteggiata anche qualche fanciulla omosessuale, ma senza osarlo, era la stagione distante mille miglia dal coming out, dalla denuncia della propria condizione di gay.

Il numero 7 è stato mio dal momento in cui ho indossato la maglietta di calciatore con quel numero, ala destra del Napoli Boy, poi di play nel basket, poi fidanzato di Rosy, che abitava in via Morghen, al numero 7.

Nel giorno più fortunato della mia vita di giovincello, appunto il 7,  Clara mi ha fermato. Centoventi i battiti del mio cuore al minuto: panico, mani sudate, sguardo da ebete. L’ho sottoposta a tac mentale dalla testa ai piedi. “Ma ce l’ha con me? Sogno o son desto?” Son desto, Clara con voce sussurrata e sguardo penetrante, chiede: “Mi daresti una mano?”

Per sembrare spiritoso rispondo

“Anche tutte e due”.

E lei: “Ti chiami?”

“Lucio”

“Ascolta Lucio, devo fare alla posta l’abbonamento a ‘Grand’Hotel’ e non so come si fa, mi aiuti?”

“Grand’Hotel, ma per te?”

“E allora, per la sorella che non ho?” E’ aggressiva la ragazza, il suo mito inizia a erodersi.

“Insomma, leggi tu quel giornale trash?”

“Non so che significa trash. Sì, lo leggo, c’è qualcosa di male?

“Dovrei spiegartelo, ma lasciamo perdere. Studi?, Che vorresti fare da grande?”

“La Parrucchiera”.

“Auguri, che abbonamento vuoi fare, per un anno?”

“Per un anno”.

In fila, alla Posta, le chiedo di raccontarsi. Non sa farlo e dalle poche cose che riesco a strapparle, mi faccio l’idea che la ragazza non ha solo problemi di verbali, ma che è passata direttamente da Topolino ai settimanali gossip e che al cinema, se proiettano ‘Via col Vento’ penso che deve versare fiumi di lacrime per Rossella ’O Hara”.

“Grazie un milione Lucio”

“Di nulla”.

Mi ficco in un tentativo estremo di scoprire idee condivisibili

“Dimmi, hai preferenze politiche”

“Nessuna, sono tutti uguali”

“Tutti?”

“Un po’ meno la destra”

“Complimenti e perché?”

“Sono più machi”

“Hai proprio ragione, quando picchiano ci vanno duro. Come i fascisti?” “Come Biagio, un mio amico di Casa Pound. Non lo batte nessuno”

“Che devo dirti, spero di non incontrarlo sulla mia strada. E spero di non incontrare più nemmeno te”.

Ho incrociato Clara, po’ razzista, molto qualunquista, un paio di volte in via Scarlatti e ho cambiato marciapiedi a passo svelto. Per fortuna ho dimenticato in fretta quella “bella senz’anima”, per dirla alla Cocciante.

Riflettevo sui “rifatti”, sul fiorente mercato della cosmetica, del cospicuo contributo maschile all’opulenza di Oreal, piuttosto che di Venus, all’opulenza dei chirurghi plastici, al dio dell’apparire sull’essere.

Al vertice dell’edonismo maniacale, spicca il faccione mummificato del cavalier Silvio Berlusconi, come appare nelle riprese televisive. Ho sempre sospettato che oltre al trapianto di capelli, alle flebo facciali di acido ialuronico, alle infiltrazioni di botulino, l’autore del bunga-bunga abbia risposto con dolorose crisi di rigetto e rigore da imbalsamazione. Aggravante di non trascurabile rilievo è la maschera di cerone stesa con generosità dalla truccatrice personale. Che dire, lo valuto come il più classico esempio di pessima compensazione del non essere, in fase di senescenza in maschera.

Nei rifatti, e vale per tutti, poco a poco l’ampiezza degli occhi si ritrae, fino a ridurli a feritoie, gli zigomi gonfiati per stendere le rughe alterano l’ovale del volto, le labbra turgide e le guance stirate, sature di riempitivi “miracolosi”, trasformano il parlare in bisbigli sibilanti, in fonemi biascicati. Il Berlusconi così clonato merita l’attenuante di non aver affidato chiappe, pettorali e ventre al bisturi del chirurgo dimagratore.

Non meritano compassionevole attenzione gli ultracinquantenni che mettono a rischio la salute dei capelli con periodici affidamenti ai coloranti e che, in presenza di errori nella scelta delle tonalità, si mostrano ad amici e parenti con chiome nero acceso, luccicante o biondo ossigenato, lontani dal colore naturale.  Un centro estetico in pieno Vomero, quartiere napoletano a dimensione di piccola città, una delle fonti più consistenti di incasso è il separé di un centro estetico dove i signori si lasciano liberare dei peli con meticolosa totalità.

Conosco una delle operatrici

“Maria, e cos’altro chiedono i maschietti?”

“E’ più facile dire cosa non chiedono. Maschera di bellezza, disegno ad arco sottile delle sopracciglia, manicure e pedicure, eccetera, eccetera”

A condividere il bello dell’età che fa il suo corso, lo confessa Giuditta, ottant’anni portati in serenità, è la donna che alla vita non deve chiedere gratificazioni e la pensa così: “La morte, dovesse presentarsi senza preavviso, mi lascerei prendere senza rimorsi. Ho poco o niente da rimproverarmi”. Ecco, una così non pretenderebbe mai viso, tette e culo da diciottenne.

L’apparire sull’essere è il dogma dell’elettrodomestico che ha addomesticato le coscienze, ha rivoluzionato in negativo i tempi dei rapporti interpersonali, ha creato personaggi dal nulla, consacrato uomini e donne come miti, seguiti sui social da milioni di follower, strapagati in nome della mera fatuità.

In trasferta a Roma, per non perdere la mostra di Van Gogh, assecondo la ritualità del caffè in via Veneto. Accipicchia, quante facce familiari. Da un negozio di cravatte firmate Marinella viene fuori Terence Hill, jeans e camicia a quadroni del tipo uomini del west. Si sarà sottoposto a lifting o conosce l’elisir di lunga vita? Incontra Sandra Milo, ovvero Salvatrice Elena Greco, nata a Tunisil’11 marzo 1933, che prova a ignorare i suoi 85 anni e dopo una parentesi di assenze televisive torna alla ribalta, con i segni di un lavoro paziente e onnicomprensivo di restyling e ci riesce, sotto uno strato coprente di cerone. L’abbraccio è davvero affettuoso, i complimenti reciproci sinceri. Mi regalano le visione diretta di anzianità in gamba, ma rimane la domanda di fondo: “Conta l’apparire o l’essere?”

Il mondo, com’è in questo incipit del millennio della superficialità, sembrerebbe premiare i belli, i giovani, i forti, uomini e donne con l’alone della popolarità, del successo.

Io non lo sono. Trovo rifugio nel silenzio e senza esagerare nell’autoreferenzialità, se tenuta su da risultati con il segno più nel confronto dare-avere, soprattutto se sostenuto da fondamentali come lealtà, cultura, rispetto, onestà.

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Il Racconto di Domenica 23 settembre 2018

Il sesso e papa Francesco

Avanti, a grandi e piccoli passi 

 

di Luciano Scateni

“Il sesso non è divertimento”. Così papa Francesco, pressato dal cattolicesimo che volge lo sguardo senza limiti dogmatici alla natura, alle esigenze fisiologiche degli abitanti del creato, uomini, donne e mondo degli animali. Bergoglio apre un importante spiraglio alle pulsioni dell’eros: “La sessualità, il sesso, è un dono di Dio che il Signore ci dà. Niente tabù. Ha due scopi, amarsi e generare vita” E’ la svolta attesa dall’umanità, di quella che giudica assurdo il voto di castità, il veto ai sacerdoti di amare, sposarsi e dare al mondo figli? Lo è ma al cinquanta percento e per due ragioni. Il papa non confina il sesso nell’atto della procreazione e lo legittima anche tra persone che si amano. Con un’esclusione per nulla tracurabile. Francesco non può o non vuole andare oltre e precisa che l’amore tra un uomo e una donna li porta a dar la vita per sempre con il corpo e con l’anima. “Quando Dio ha creato l’uomo e la donna (e gli omosessuali chi li ha creati il diavolo, n.d.r.?) la bibbia dice che sono immagine e somiglianza di Dio”. E i gay a chi somigliano, al diavolo? (n.d.r.). Su Francesco, ancora un passo avanti, l’amore tra due uomini o due donne è altrettanto amore e fare sesso per il piacere di farlo mica l’ha inventato un pervertito, è parte dell’eros insito nella natura umana. Dai Francesco, pensa alla piaga degli abusi che commettono i preti di ogni latitudine, per la maggior parte come conseguenza della repressione dell’eros imposta dal voto di castità.

 

Don …x, y, era anche mio maestro di catechismo. Avevo undici anni e avvertivo i primi segnali dell’imminente esplosione ormonale. A dire il vero precognizioni di quanto di lì a poco sarebbe avvenuto si erano già manifestate, ma senza attribuirle a consapevolezza di pulsioni dell’eros. Era accaduto nel corso di una notte molto speciale, di un sogno popolato da effusioni platoniche scambiate con una ragazzina bellissima, trecce biondi, occhi azzurri, sul corpo i primi segnali della pubertà imminente. Un bacio sulla sua guancia rosa, il contatto con il suo corpicino, l’inedita emozione per un breve, ma intensa erezione.

Poco più in là nel tempo, ero nella vasca da bagno e insaponare la parte più sensibile del corpo aveva procurato un’erezione prolungata, conclusa per effetto di una mano “irrequieta” con l’eiaculazione, primo incontro con l’estasi dei sensi. Fu il momento della liberazione da paure inculcate durante le ore di catechismo, delle bacchettate sul palmo aperto della mano per aver chiesto “Padre, ma allora se mio fratello bacia la fidanzata, fa peccato?”, provocazione appena dopo che il “buon padre” aveva dipinto la donna, peccatrice dal tempo di Eva e che avevo dissacrato l’Eden, indotto allo scetticismo della ragione da un amico parecchio più grande di me: “Sono tutti bugiardi, mi aveva confidato, inventano leggende. Quando raccontano di Adamo ed Eva la Terra era sì e no abitata da microrganismi”.

La paura del sesso da confessare, di cui pentirsi e promettere di non praticarlo, mi ha procurato un grosso grattacapo e perfino l’idea di miei compagni che fossi gay. Eravamo a casa di una alunna della nostra classe, con il pretesto di studiare collegialmente un ostico capitolo di matematica. I genitori della ragazza non erano in casa, eravamo in sei, tre ragazzi, tre ragazze. Antonio e Stella si eclissarono rapidamente e non era un mistero perché. Lui mi aveva raccontato di aver già fatto l’amore con Stella. Gerardo era in quello che da ragazzi chiamavamo “lavori in corso” con Giovanna, ma non sprecò l’opportunità di allontanarsi dalla stanza e i due scomparvero chissà dove.  Con me rimase Liliana, ultimo esemplare al mondo di ragazza con cui “pomiciare” e dovetti far ricorso a tutte le mie doti di furbizia dialettica perché non mi gettasse le braccia al collo. Era proprio bruttina e per niente simpatica. La stupida raccontò in giro di averla respinta perché gay e per il  mio compleanno il mini clan di compagni in questione mi regalò “Il ritratto di Dorian Gray” con l’intenzione di valutare la mia reazione.

Frequentavo un amico parecchio più grande di me. Mi raccontava le sue imprese di macho e in particolare di una giovane prostituta che riceveva nella sua casetta in via Morghen e non chiedeva ai clienti la carta d’identità.

“Carlo mi devi aiutare” e gli raccontai delle insinuazioni ricevute. “Tranquillo. Ci penso io.

Toccò a me contattare Antonio e Gerardo. “Un amico mi ha detto di una bella ragazza che si prostituisce per una cifra possibile. Vi va di andare a trovarla?” La proposta fu accolta con doppio piacere. Intanto perché non capitava tutti i giorni    un’occasione simile e ancor più per cercare conferma alla convinzione della mia omosessualità.

Carlo fece da apripista. Aveva concertato un “gioco” a mio vantaggio e rivolta alla ragazza, con noi presenti, le chiese di fare la classifica della migliore performance sessuale tra Antonio, Gerardo e me. I due perdenti avrebbero pagato anche per il vincitore. Non saprò mai se vinsi per merito o perché Carlo aveva raccontato alla prostituta le ragioni della gara. So per certo che la mie quotazioni di maschio ebbero da quell’episodio un’impennata e che la “fama” agevolò anche la conclusione di un lungo corteggiamento a Ilaria, miss Terza C.

Il Martedì della settimana a conclusione del primo trimestre, il preside ci affidò a un supplente per coprire l’ora di religione disertata da nostro prof.  Venimmo a conoscenza del perché con il Tg3 Campani della 14: “In manette un prete napoletano, don Bruno De Ceglie, arrestato per aver abusato di tre giovanissimi collegiali. Uno di loro ha raccontato ai genitori le violenze subite. E’ il quarto episodio del genere che si verifica Napoli in poco più di due mesi”.

“Accidenti”, confidai ai miei amici, “ma è quello del catechismo, del divieto di fare sesso ‘per divertimento’”.

Non era ancora il tempo delle rivelazioni sullo scandalo che ha scoperchiato l’omertà del clero a difesa di migliaia di sacerdoti pedofili e responsabili di abusi sessuali. Ora, che sono di dominio pubblico, ci si interroga sul perché il fenomeno non coinvolga i religiosi a cui è consentito di amare, sposarsi, avere figli, in altre parole di non reprimere la loro sessualità.

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Il Racconto di Domenica 16 settembre 2018

“A me gli occhi”, faccende di plagi criminali

di LUCIANO SCATENI

Ingenuità, ignoranza, a volte disperazione: sono i presupposti che consentono a furbi truffatori di depredare chi è in stato di sofferenza per i più vari motivi. Le vittime, tentate tutte le strade della risoluzione razionale dei problemi, si affidano alla fede, e peggio, a millantatori che si autodefiniscono maghi e veggenti, guaritori dotati di qualità extrasensoriali e li spogliano di ogni bene. Questa è la storia di Angela, di uno di mille casi di uomini e soprattutto di donne esposte ai raggiri di malintenzionati.

“Lo ammetto, non sono attrezzata per affrontare i problemi dell’anima e meno che mai quelli del cuore. Questa fragilità mi ha procurato disagi e insoddisfazione dal tempo della scuola. Fino all’età della maturità, liceo Manzoni, non ho vissuto momenti di amore e la consapevolezza della mia timidezza innata, la mancanza di intraprendenza, l’insicurezza di approccio e non solo con l’altro sesso, mi hanno fatto sfiorare lo stato di depressione. Ho invidiato le mie amiche, le compagne di scuola fidanzate. Mi hanno fatto sentire inadeguata i racconti delle loro prime, precoci esperienze sessuali. Ho finto di non capire gli approcci di non pochi ragazzi a cui probabilmente piacevo e mi sono rifugiata in pensieri introversi del tipo ‘questo non fa per me, voglio altro dal ragazzo di cui mi innamorerò’.   Ho pensato anche di chiedere aiuto a una psicologa e l’ho fatto, sacrificando gran parte della generosa paga settimanale dei miei genitori. Le sedute con la dottoressa De Juliis mi hanno giovato, ma per poco. Pochi giorni dopo la conclusione degli incontri il problema si è ripresentato e forse in forma più grave. Mi sono chiusa in me stessa, ho scelto di isolarmi e il problema si è ingigantito fino a diventare patologia, fino a cronicizzarsi.  Ho dovuto mentire a mia madre. Mi chiedeva se avessi un ragazzo e le rispondevo, sì ce l’ho, ma svicolavo se mi chiedeva di conoscerlo, di farlo venire a casa. Non me ne vergogno, ho provato a compensare il rifiuto a relazioni anche superficiali con la masturbazione. L’ho rifiutata presto, considerandola un peccato, come mi avevano fatto credere le suore del Sacro Cuore, dove sono andata a scuola fino alla licenza ginnasiale. La possibile svolta della mia vita è arrivata improvvisa, sconvolgente a ventidue anni. Ho conosciuto Angelo, un ragazzo di due anni più giovane di me.  Non bello, ma pieno di fascino. Mi ha stregato la sua voce, calda, rassicurante. Ho scoperto la qualità e la varietà dei suoi interessi, la generosa disponibilità a solidarizzare con chiunque avesse bisogno di aiuto, la sua dolcezza, il rispetto per le mie idee, i miei principi, ma soprattutto mi ha stregato il tatto con cui ha manifestato il piacere di stare con me, di baciarmi. Sono riuscita a sciupare anche questa opportunità di lasciarmi alle spalle le difficoltà del passato. E’ accaduto quando Angelo mi ha chiesto, seppure con garbo, se fossi pronta a fare l’amore con lui. La normalità della richiesta, non per me,  ha riportato in evidenza tutti i problemi di un tempo e la storia è finita lì.  Ho provato e riprovato a vedere la luce all’uscita del tunnel, l’ho fatto con non poca sofferenza, ho patito ogni volta la disillusione di non riuscire, la rabbia di vedere scorrere gli anni nell’inutile sforzo di vincere il blocco che mi impediva la normalità. Sono diventata aspra, scontrosa, antipatica prima di tutto a me stessa.  Ho trascinato la mia aridità per anni, incapace di prendere di petto il mio problema per dargli una svolta.

Fino a quel fatidico giovedì di Maggio del 2018, quando mi sono confidata con l’unica amica di una vita senza amicizie, paziente compagna di lamenti per la sfortuna di percorsi paralleli, negati alla socializzazione e figuriamoci, a rapporti sentimentali. Marta se ne viene una mattina con una rivista patinata di moda al femminile. Una pagina è piegata a metà per segnalarmi la pubblicità di Maga Lorena, cartomante, astrologa, veggente. ‘Cerchi lavoro, hai problemi di salute, soffri pene d’amore? Prima di te centinaia di persone mi hanno consultato e hanno risolto ogni cosa. No aspettare, telefonami al… per un appuntamento e abbia fiducia, niente è impossibile da risolvere’. “Marta, ma ci credi?” “Non ti so rispondere, ma so di una donna che ha corteggiato per anni un uomo senza successo e lo ha fatto innamorare grazie all’intervento di questa maga. D’altra parte perché non tentare?”.  “Pronto, vorrei parlare con la maga Lorena” “Cara sono io. Dimmi come ti chiami, quanti anni hai, il tuo segno zodiacale e perché mi vuoi consultare” “Sono Maria, ha cinquantacinque anni, il mio segno è sagittario. Ti chiamo…ehm…per questioni di cuore”. “Sei gelosa, il tuo uomo ti tradisce, o sei tu che gli fai le corna?” “Niente di tutto questo. E’ che non riesco ad allacciare uno straccio di  rapporto sentimentale”. “Amica mia, sei capitata con la persona giusta. Ho trattato molti casi come il tuo e sempre con buoni risultati. Ora stammi a sentire, il tuo problema non possiamo risolverlo per telefono. Ti do un appuntamento al mio studio. Sabato alle 10, ti sta bene?” “Quanto mi costa?” “Il primo incontro mi paghi trecento euro, poi vediamo quale amuleto deciderò di farti portare addosso e ti dirò in quanto tempo e di quante sedute avrai bisogno”.

La casa ha un aspetto modestoe le apre un uomo atletico, sui trent’anni, camicia mezza aperta sul petto, barba folta, scuro di pelle, forse un meticcio, che l’introduce nella stanza della maga. Lei indossa un abito largo damascato, in testa ha un turbante nero e verde fissato con un spilla color rubino. Maschera l’età avanzata con un trucco pesante, gli occhi cerchiati di nero danno rilievo a pupille buie nere come la notte. Sul tavolo ricoperto da un telo con il disegno dei dodici segni zodiacali e strane formule indecifrabili la classica palla di vetro, corni di diverse dimensioni, ciuffi di erbe e un libro in bella mostra dal titolo “Prodigi e magie”. Sul muro alle spalle della maga la scritta “Guerra a Satana”.

“Vieni, siediti di fronte a me”

La maga le si avvicina e le pone le mani sul petto, come a sentire il battito del cuore.

“Sento che sei emozionata. Va bene così. Lo faremo battere per l’uomo della tua vita. Ora sdraiati su quel lettino e rilassati. Ti aiuterà Manuel, affidati a lui”.

L’uomo che l’ha accompagnata le massaggia il collo, le spalle, le braccia. E’ decisamente esperto e Angela respinge presto la voce che le dice di sottrarsi alle sua mani. Incoraggiato dalla docilità della donna Manuel va oltre e con evidente esperienza l’eccitazione crescente, ma si ferma prima di concluderla. .

“Angela, prima di quello che pensi ti sentirai pronta per un’avventura sentimentale. Intanto prendi questa bustina e tienila sempre con te. Contiene polvere di erbe che solo io so dove raccogliere. Hanno un grande potere di accendere cuori come il tuo. Sono erbe rare e mi costano molto, perché le trovo in luoghi del mondo molto lontani. A te le do per duecento euro”.

Angela torna a casa con l’equilibrio mentale in condizioni precarie, ma con la ferma intenzione di continuare la “cura”. Le mani del massaggiato le hanno fatto assaporare l’emozione di un contatto eccitante e promettono il meglio. Non si è resa conto di essere stata ipnotizzata dalla maga, di essere alla sua merce, qualunque cosa le avesse chiesto. Che le chiede. Le somme che versa alla coppia di truffatori cresce di pari passo al livello di sudditanza nei confronti della maga e del suo complice che accresce ad ogni seduta il piacere dell’eccitazione stimolata sapientemente dalla mani.

Quando le risorse di Angela sono vicine ad esaurirsi, l’amica Marta, viaggiando su Internet, trova la notizia dell’evasione fiscale per milioni di euro della maga Lorena.

Fuori dall’ipnosi si rende conto finalmente di essere raggirata, ma la rabbia per i soldi che le sono stati sottratti sfuma quando conosce Alberto, l’uomo che avrebbe sempre voluto al suo fianco. La scaltra maga l’avrà pure manipolata, il suo complice le avrà fatto provare il piacere sessuale a pagamento, ma il risultato le fa dimenticare quanto ha subito. Corteggia in modo spregiudicato Alberto e diventa la sua amante.

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Il Racconto di Domenica 9 settembre 2018

Ornella, ho perso per te

di LUCIANO SCATENI

[Cavolo, non è da tutti entrare nel grande circo del tennis dove regnano i top ten del mondo, ma quanta fatica. La mini racchetta me l’ha messa nella sinistra a cinque anni Rolando, mio monumentale padre. Nel tempo che fu visse stagioni di popolarità sportiva per aver perso di misura con il Panatta al massimo del suo percorso agonistico. Era la finale degli Internazionali d’Italia e il centrale era gremito. Il tifo era tutto per Adriano, mi ha raccontato Rolando, ma ha girato per lui nel terzo set, quando si era trovato in vantaggio per quattro a tre. Poi il crollo e non solo fisico. “Tipica paura di vincere” il suo commento.

Il mio maestro, un piemontese che commentava ogni colpo vincente con un “avanti Savoia”, alternava partite ad handicap con i soci del circolo, a cui concedeva il vantaggio di 0 a 15 di vantaggio, a lezioni con i mini allievi come me. “Parti con un interessante vantaggio”, così mi spronava, “i mancini sono la bestia nera dei destrorsi, ma non dimenticare mai, un tennis di potenza è fondamentale, ma per arrivare in alto incide anche di più la capacità di concentrazione dal primo all’ultimo secondo del match”.

Mia madre, ginnasta della nazionale in gioventù, poi direttrice tecnica delle azzurre, iniziò molto presto a parlarmi dell’importanza della grinta. “Massino rispetto per l’avversario, ma cattiveria, sportiva s’intende. Nessuno ti regalerà qualcosa, stanne certo, e se si accorge di un tuo momento di difficoltà, mentale o fisica, non perdonerà”.

Sono cresciuto a bistecche e racchettate, a faticose sedute in palestra e ore di palleggi con il maestro, con allievi del mio corso, poi in giro per Italia, impegnato in tornei di qualificazione per il passaggio alle categorie successive.

Ho avuto i miei momenti difficili. Quando le grandi aziende di settore hanno puntato su di me, miglior quindicenne da Roma in giù, sono arrivate offerte di sponsorizzazione pressanti. Vivevo lontano da casa, nelle vicinanze del Centro Federale di Formia, mi mancavano la saggezza di mio padre, i consigli di mia madre e sono stato a un niente dal perdere di vista il complesso di regole e di comportamenti richiesti dall’obiettivo di entrare nei primi cento del ranking mondiale. Mi ha salvato la tutela psicologica di uno storico socio del circolo a cui mi ero iscritto. Ha tenuto lontano da me gli agenti delle case che producono abbigliamento, racchette, scarpe da tennis, dai soldi offerti per vestire l’una o l’altra marca].

Nelle notti calde di un’estate precoce vivo sogni popolati dal mondo del tennis. Uno a uno affronto i miti ammirati per anni. Eccoli: il signore dei court, l’immortale Federer, il coriaceo Nadal, il serbo Djokovic, re della ribattuta, il gigante Raonic, Juan del Potro, argentino ragionatore, poco caliente ma solido, l’estroso Kyrgios, che avesse più sale in zucca sarebbe imbattibile e Zverev, russo-tedesco con gli occhi di ghiaccio, Dominic Thiem, austriaco che gli esperti pronosticano futuro number one, il croato Cilic dalle lunghe leve e gli occhi bislunghi di Nishikori, i fratelli italiani in tennis Fognini, talento puro e Cecchinato, siciliano emergente.

Domani tocca a me. Alle 10, sul campo numero tre, incontro Stan Wrawinka, lo svizzero amico-avversario del connazionale Federer. Accidenti, Stan ha un gran diritto, una fucilata che se incrocia a dovere è un sicuro vincente. Il mio coach dice che per fronteggiarlo devo stare con i piedi ben dentro la riga di fondo, colpire senza far scendere la palla e martellarlo sul rovescio, non inappuntabile. Dice anche che stasera non devo pensare al match e ho intenzione di obbedire, ma prima di rientrare in albergo mi confondo con la folla di appassionati che rendono vissuto il villaggio degli Internazionali. Incontro Youzhny con il suo allenatore. Firma autografi.

E’ ora di andare a dormire e mi avvio a prendere un taxi che mi porti all’Hotel Meridiana. Mi ferma la mano di una ragazza sul mio braccio.

“Mi regali un selfie?”

“Devi avermi preso per chissà chi. Guarda che non sono famoso”

“Nessun errore, sei Lorenzo”

“E tu?”

“Beh, è passato molto tempo e hai dimenticato. C’ero anch’io a Formia e abbiamo giocato due set di allenamento, che naturalmente hai vinto tu.” “Ornella?”

“Già, Ornella”.

Al diavolo le regole del bravo tennista, Ornella è bellissima ed entriamo in sintonia in un niente.

“Cosa fai a Roma?”

“Ci vivo, frequento architettura, mi sono trasferita qui da un paio di anni”

“Sei fidanzata, hai un compagno?”

“Libera come l’aria, ma non vivo sola. Divido la casa con un ragazzo speciale, gay, un collega di università. Non arzigogolare, è irreprensibile. Ora è tornato in Sicilia per un paio di settimane.”

 

Il feeling, nato un attimo dopo l’incontro porta lontano.

“Mi accompagni a casa?”

“E’ quello che pensavo…Taxi…dove Ornella?”

“Viale Marconi 89”

Non c’è spazio per scrupoli e pentimenti. Fare sesso la sera prima di un incontro è “verboten”, proibito, dicono allenatori e preparatori atletici. Vediamo se è vero.

Nella hall dell’hotel Meridiana Beppe Saltaguardia, il mio coach, si trattiene a stento dal mollarmi un ceffone. In compenso mi scarica addosso una valanga di improperi. “Se domani non giochi come dico io, giuro che ti mollo”.

Nel corridoio che immette sul campo numero tre, Wrawinga lascia che lo preceda, perché i primi applausi di cortesia per me diventino intensi al suo apparire. Il ritmo del cuore balza in su e lo sento battere in gola, nell’orecchio sinistro. Cerco con gli occhi il settore occupato dai miei tecnici. Ci sono anche mio padre e mia madre. Non mi avevano detto che avrebbero assistito al mio esordio. E’ una ragione di più per impegnarmi a non deludere tutti loro. Perdere perderò, ma combattendo fino all’ultimo game.

Arbitra il brasiliano Carlos Berbardes, mitico giudice di sedia. E’ autoritario al punto giusto e non si è lasciato intimidire neppure dall’aggressività di John McEnroe, quando giovanissimo lo ha contrastato con autorevolezza.

Batto per primo, Wrawinka è in fase di rodaggio e dopo un 40 pari chiudo con un passante sul suo lato “debole”. Tre giochi di fila sono dello svizzero, rimonto grazie a una buona serie di battute, poi è buio. 6 a 2.

Che altro speravo? Forse di far colpo su Ornella, che siede alla mia sinistra, dove mi giro per battere. Sottolinea i pochi punti che racimolo con i pugni stretti e leggendo il labiale mi sembra che mi inciti con il rituale “camon”.

Wrawinka, che affronta il match con aria di superiorità, certo legittima, si indispettisce a metà del secondo set. Batto bene, alzo la traiettoria dei miei colpi e lo mando “fuori palla”. Mi ritrovo sul 4 a 3 e servizio sulla mia racchetta. Forse è troppo per me. Due doppi falli gli regalano il 30 a zero che perfeziona alla prima palla break. Si galvanizza, mette a segno un paio di ace. Non c’è più storia.

Esco in fretta dal campo. Doccia e via. C’è Ornella al bar del villaggio e mi è concesso solo di salutarla.

“Ehi boy, fila in albergo, e rivedi in un chiaro flash back le conseguenze dei momenti in cui hai perso la concentrazione. A cosa pensavi?”

“Coach quello a cui pensavo non c’è più, tranquillo”.

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Il Racconto di Domenica 2 settembre 2018

Verde pisello, speranza, utopia, illusione e per fortuna irrealtà

di LUCIANO SCATENI

La stanza del complotto è satura di verde. Verdi le camicie, calzini, cravatte, pantaloni e giacche, soprabiti verde loden, fazzoletti, sciarpe, mutande, montature di occhiali, borse e portafogli, notes, penne e matite, canottiere, e al di sotto di ogni cosa tatuaggi in verde come i cerotti per lievi ferite, ovatta e garze, alcol, cover di cellulari, tablet, pc, lettori di e-book. Sul tavolo ricoperto di panno verde bicchieri e bottiglie, tovagliolini verdi, tazze colme di tè verde, biscotti alla menta verde. Lungo le pareti rigogliose piante e bonsai sempreverdi, alle pareti vedute di Pontida in acrilico verde, le tasche del partito al verde, come gli occhi di “fifì”, mascotte dei verdi. A bocca aperta e occhio languido gli astanti pendono dalle labbra del number one verde 

“Sarò breve. Apriamo qui la campagna d’inverno, in vista della prossima tornata elettorale. Obiettivo è il cinquanta più uno dei voti. Uno a uno, vi elenco gli obiettivi del manifesto verde che vedete esposto nella bacheca con cornice verde rigorosamente alla mia destra. Punto A. Non esiste altro dio, oltre ma mia venerata persona. Punto B. Non nominare il mio nome invano e se costretti a farlo è da accompagnare con uno o più aggettivi scelti tra i seguenti: irraggiungibile, divino, beato o santo, eroe, deus ex machina, onnisciente, onnipotente, irresistibile trombeur de famme, mitico, immortale, napoleonico, furer, giustiziere, immenso, eccelso, geniale. C. Occhi e orecchie aperti per indagare su chiunque osi esprimere critiche sulla mia persona e su quelle dei patrioti in verde. In presenza di soggetti ostili nessun indugio, manganellate, somministrazione di olio di ricino e in caso di resistenza carcere duro, esilio, lavori forzati, torture. D. Emarginazione, confino in sedi scomode, minacce di più gravi sanzioni, per i magistrati fuori lunghezza d’onda del movimento. E. Esproprio e chiusura di giornali della carta stampata e via internet, periodici, reti televisive, film, libri, ostili al regime. F. Perché sia chiaro il rigore nell’applicare questo disposto, mettere in atto esempi inequivocabili del mio volere: roghi in piazza dei quanto sequestrato. G. Appropriazioni con il supporto dei nostri reparti armati d’assalto di tutte le emittenti nazionali e locali. H. Arresto, su segnalazione di spie e infiltrati, di coppie gay, omosessuali e transgender. I. Retata a tappeto di chiunque abbia la pelle nera o gialla, di storpi e malformati da espellere dal Paese utilizzando barche, barconi, gommoni sequestrati ai migranti. L. Nascita di un nuovo “Film Luce” gestito dal ministero verde della propaganda. M. Liberalizzazione della vendita di armi d’ogni tipo. N.  Istituzione di formazioni verdi di età dai cinque anni in poi indottrinati per sostenere il regime. O. Abolizione dei partiti, sostituiti dal partito unico dei verdi. P. Pubblicazione di un dizionario unico dell’italiano, emendato di tutti i termini di altre lingue.  Condanna al rogo per i seguaci di religioni che non sia l’italiano. Q. Invio a ogni cittadino del Paese del libretto verde con quanto fin qui esposto. R. azzeramento della Repubblica e di conseguenza della Costituzione. S. Scioglimento dei sindacati. T. Uscita dall’euro e dalla Comunità europea. U. Adesione alla Santa Alleanza verde con i Paesi governati alla destra in antitesi con la Ue. V. Obbligo per tutti gli studenti di ogni ordine del sistema scolastico di imparare a memoria il testo di questo manifesto, da sostituire alla metrica destabilizzante di Dante e soprattutto di Pasolini. Z. Operare per le dimissioni di Papa Francesco, che lasci il trono a un cardinale con il pollice verde. ps. Spedire a tuti gli italiani copia del manifesto con foto e mia dedica.

La sala gremita di “Noi con Salvini” è in tripudio verde. “Matteo…Matteo… standing ovation, autografi, baci, lancio di fiori, marea di camicie verdi, urla isteriche di ammiratrici: “Matteo santo, subito”.

I più convinti escono frettolosamente dalla grande sala in formazione di ronde armate. “Occhio ai neri” grida un capo squadra, “Presto in via Gramsci, al numero 88 si nasconde un comunista”, urla un altro, “Anna, corri al mercato e compra cinquanta metri di stoffa verde Pontida, fanne camice e mutande, bandiere, pigiami” è l’ordine perentorio di un terzo verde che più verde non si può.

Gruppi armati ammainano ogni tricolore che incontrano, i più canori intonano “Faccetta nera…”, “Giovinezza”, i musici in verde compongono e diffondono l’inno “O verde patria, eccoci qua”. La Ferrari, dopo onorata carriera in rosso è obbligata a ridipingere in verde i suoi bolidi di formula 1. Le donne in verde portano i loro ori e preziosi al ministro dell’economia verde per finanziare progetti di neocolonialismo.  E’ considerata bestemmia la parola “sinistra”, la linea di politica finanziaria si estrinseca nell’ autarchia trumpiana, per tamponare l’impennata dello spread e la conseguente perdita di miliardi si batte moneta, cioè la lira che vale come carta straccia.

Il valpadano “Ce l’ho duro”, alias piccolo Orbàn, alias Salvini Matteo, esaudisce il desiderio coltivato dal giorno della nascita di comiziare dal balcone di Palazzo Venezia.  I sonni del ministro dell’interno, nonché vice premier, nonché burattinaio del presidente del consiglio, mutano da molte notti in sogni e il contenuto è sempre quello del “manifesto verde”.

 

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Il Racconto di Domenica 26 agosto 2018

Ma non è meglio tacere?

 parole in disordine anarchico,

smaltire sbornie di sudore,

secchezza delle fauci,

imbarbarimento da afa

 appassionato sdilinquimento del non fare

del non elaborare strutturalmente

libido per il caos che alluviona la razionalità

il puzzle da sistemare con pazienza

senza limiti di tempo /

ovvero, buona disavventura

DI LUCIANO SCATENI


“Lei credo che sia ansioso” sentenzia l’astrologo “Ne è responsabile un’anomala congiunzione astrale tra Uranio e Plutone”. L’indovino cosmico ha dalla sua, statisticamente, che circa l’ottanta percento di uomini e specialmente donne di questo  mondo tecnologico vivono si ansia, figlia di paura, insicurezza, disagi di ogni tipo.

“Sorprese in amore” pronostica la chiromante ‘Moira riceve per appuntamento’ e la previsione è onnicomprensiva, nel senso che include le probabilità di litigi, riappacificazioni, colpi di fulmine, litigi e ritorni di fiamma. Avrà comunque ragione e il/la cliente sarà un suo agente pubblicitario gratuito, grazie all’efficacia del passa parola.

Strepitoso è il club dei suggeritori televisivi che inducono i giocatori del lotto a telefonare e contribuire al loro incasso con il costo delle telefonate, da spartire con le compagnie di settore. Il trucco è ingegnoso e si basa sul calcolo delle probabilità. Il gestore della trasmissione suggerisce a centinaia di ascoltatori combinazioni da giocare, una diversa dall’altra. Se qualcuno vince, e succede, diventa un prezioso divulgatore delle qualità divinatorie dell’“esperto” del lotto, che conosce  a memoria le simbologie della smorfia e le usa da par suo per abbindolare i giocatori.

Parole, furbe compilation tra loro, intriganti suggestioni, ogni giorno frullano nello shaker degli imbonitori e ne escono addobbate di ambiguità difficili da decodificare.

Il meglio sul mercato della truffa è dell’abile manipolatore delle tre carte, che invita l’antagonista di turno a puntare la posta, certo di aver capito dove sta il re, nonostante la rapidità di movimenti dell’“operatore”. Il sicuro perdente si ostina a sfidare se stesso e dilapida un piccolo patrimonio prima di arrendersi bestemmiando. Il trucco ha varianti raffinate. Un ‘compare’ dell’imbroglione, quasi sempre ben vestito e di aspetto rassicurante, esprime solidarietà al vicino di chi sta perdendo, si dice indignato per la sfortuna che lo ha perseguitato e punta una discreta cifra. Perde, borbotta ma dice a voce alta “Non può andare sempre così.” Punta altre due volte, cifre più alte e vince con la complicità del truffatore. Chi ha assistito alle vincite, galvanizzato, punta una, due, tre volte e perde sistematicamente. Il banchetto delle tre carte sparisce d’incanto se a ‘giocare’ è qualcuno che conosce il trucco e vince.

Parole. Giorni di empiti creativi in bozza, colmi di refusi per pigrizia dell’estensore e lievi deficit di dislessia, omissioni senza libi e chissà perché un mucchio di francesismi, abuso di termini cinesi trasferiti nello scritto con il ‘copia e incolla’ per creare un diversivo iconografico sorprendente. Sulla carta si inseguono folate di ostentato protagonismo, incomprese dai più.

Soprattutto da Amantea, sposa incinta dell’attor giovane, come l’autore del dramma  ha battezzato il mefistofelico marito. In compensazione, tre fiati d’amore del quieto vivere, nel silenzio assordante che avvolge esplicito, ipocrita puritanesimo.

La pillola del day after è cosa da scomunica e come scontentare Francesco, papa, giustiziere di mali immondi del clero? In cima all’amo dell’obbedienza a prescindere. esche appetitose, dogmi rassicuranti, l’eternità gratis se ti bevi la leggenda di Adamo ed Eva, del “péntiti, confessa e vola in paradiso”, del voto di castità gradito all’AL DI LA’.

Trucchi, farciti di salmi, di diamoci la mano in segno di pace, rassegnazione, libero arbitrio, onnipotenza, ogniscienza, misteri gloriosi, kirieleyson, morte e resurrezione, vincit et regna, miserere, obsession, original sin (pardon, peccato originale), confiteor-ergo sum, ite missa est, amen, amen, amen, adios, palm Sunday (pardon, ‘domenica delle palme’), eventi quaresimali, venerdì niente carne, Lazzaro dei miracoli, le stimmate di Pio da Petrelcina, papi Beati, scomuniche e roghi per miscredenti, se il pane e il pesce non bastano no problem basta usare la calcolatrice e moltiplicarli, ego te battezzo, padre, baciamo le mani, femmine nubili incinte in clausura, gli improduttivi tesori del Vaticano, l’esagerato di San Gennaro, la coreografia di don Lurio per le guardie svizzere, il povero vescovo in triste stato di solitudine,vinta con giochi proibiti carpiti ai chierichetti, la sacra sindone, forse rivela la scienza  non l’ha macchiata Cristo  con il suo sangue, va de reto satana, alias te, ateo, unzioni estreme, in hoc signo vinces, giubilate col giubileo, il cupolone di Venditti, habemus papam, miracolo! miracolo! le ore ics rispettate con precisione svizzera di apparizioni  della madonna di Medjugorje per evitare scomode sovrapposizioni temporali dei raduni oceanici, alleluia, osanna, Comunione nonché Liberazione, sinite parvulos venire ad me, pericoloso appello in tempo di pedolifia eccelsiastica. Quei giorni del rimorso, della vacanza di autostima. Di fremiti velleitari dell’annoiata società post sessantottina, divelta in un niente in esito di un meeting del potere universale convocato lassù, in vetta al super attico del graspaciel, piano quarantacinque nella fifthy street di Detroit affollato di top ten della ricchezza mondiale.  Quei giorni della tecnocrazia global. “Vi odio paranoici, megalomani, oligarchi di poteri dominanti. Divorate parole propedeutiche di nuove schiavitù, di silenziatori totali della resistenza “Bella Ciao”, infliggete notti a luce accesa, malate, buie, tormentate, colme di assenzae, di futuro, del che sarà. Conati di rivincita abortiti, timidezze malamente indossate, paure mimetizzate. Pazienza, poi pazienza, tempi angosciosi d’attesa, ore infinite per clonare virtù stucchevoli, si concludono come vizi incoercibili. Parte la scheggia impazzita della vendetta con reiterate follie. Quei giorni del marzo lividi, neppure un’occhiata al mare, maestoso se in tempesta, irriconoscibile, oppresso dai vapori di una foschia densa quando le nebbie di Padania.Giorni di luglio giustiziati da anomali tornado, ma pelle scura di sole, jeans feriti appena sotto il ginocchio da uno zac irriverente delle forbici da sarta, occhiate a un passo dalla tristezza, l’alone di un fanale che buca il grigio dello smog nelle periferie della marginalità.  Al confine, mattini con i vetri appannati, ore qualunque e parole, parole, confessioni (pudore, paura, pudore). Deutschland uber alles, dicevano qui negli anni trenta-quaranta, comoda distrazione in giorni di pietra di Auschwitz. Tre, due…zero a ritroso, vergogna, espiazione (“assolto?”) ma via dalle braccia il numero 9863, impresso col fuoco, facce solo occhi, costole senza carne. Rabbia, a scorrere fogli e fogli di nomi della deportazione, stretta al cuore per quell’impotenza a resistere, montagne di occhiali, scarpe, ossa, teschi, anime trafitte dal dolore.  Giorni di depressione, in bilico sul cornicione, stordito di ansiolitici, braccia aperte come ali, attrazione fatale del vuoto e giù morbose curiosità “Ecco vola”. Lui, perduto nello spazio verticale si agita l’immaginario di tradimenti, insicurezze, dolori respinti, amori rifiutati e saggia l’ora della morte in fine di una vita effimera. “Morte in abiti dimessi e tu, disperazione della mia vita, coppe di Ferrari special, gocce di Chanel sul collo Modigliani, il lungo firmato da Krizia.  Parole, parole, l’informale di Pollock, la dodecafonia di Stockausen, il virtuosismo di Keith Jarrett, il caos sintattico di questo narrare non narrare, le esternazioni di Conte sotto lo sguardo vigile dei suo vice, tutori con diritto di censura, righe della poesia ermetica, escursioni nella parole di cocaina dipendenti o, semplicemente, divertissement di una domenica di fine agosto, 32 gradi all’ombra, 42 percepiti. O, invece, l’incerto della mano di un bambino bendato, che pesca la pallina svitabile con il numero del biglietto acquistato nella romana stazione Termini da Mario Rossi, cittadino di Brescia di sopra, sommerso dalla sciagura di intascare un milione di euro della lotteria ‘Lombardia Felice’ e non saperne se trasformarli in lingotti d’oro, nel mattone o sfizi improduttivi per vedere l’effetto che fa un giorno da emiro arabo. O, peggio, confusione lessica di chi per non litigare con congiuntivi e consecutio temporum ha ficcato nella memoria le ultime cento parole di ogni lettera dell’alfabeto, che frullano a vanvera nell’emisfero celebrare sinistro, dov’è allocato il bello del pensare e dire con raziocinio. Metterci ordine, oppure affibbiare l’onere dell’editing a ciascuno dei lettori di questa mistura incolta perché la riconducano a sistema, con virgole, punti, parentesi e sequenze logiche, connessioni decifrabili, forse a lampi di satira e tuoni reboanti, fino a convincersi che parole e parole, parole, parole, parole, governate da chi conosce la via d’uscita dal labirinto, hanno il crisma di potenziale, prospettica, pacifica convivenza. Il suo contrario è un cocktail avvelenato bissato e ribissato, fino a ottundere la centralina della condivisione, opacizzare l’intelletto e ritrovarsi paralizzato su un letto di contenzione, in procinto di sobbalzare per effetto dell’elettrochoc.

Giocarsela a ping-pong propongono gli amanti dell’imponderabile e chissà che non abbiano ragione.

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Il Racconto di Domenica 5 agosto 2018

Ai confini della solidarietà

di Luciano Scateni

Lo ha chiesto con gli occhi lucidi di commozione, gli hai detto “no” una, due, più volte, con motivazioni ragionevoli, sensate, convincenti: “Vedi, ora l’idea di avere un amico che scodinzola quando torni a casa dalla scuola, che si accoccola ai tuoi piedi e chiede una carezza, che guaisce se indossi il cappotto per la passeggiata nel parco, che ti lecca in segno di affetto, che abbaia se ti avvicina uno sconosciuto, che impara a darti la zampa, ad accucciarsi a comando, a coordinare il suo passo al tuo, che scodinzola per dirti che è contento di esserti amico, questa emozionante idea si concretizza con la richiesta di un cane a mamma e papà.

Identico appello l’ho fatto quando avevo la tua età e da un allevamento in Valtellina è arrivato un fantastico esemplare di Labrador. La durata dell’entusiasmo per la sua immediata amicizia ha coinciso poco con i primi impegni: tre volte al giorno in libera uscita e la prima sotto la pioggia battente di un Aprile inclemente. Nel breve viaggio per il Dog Center, il vomito sul sedile posteriore dell’auto nuova di zecca di mia madre, le sue sonore lamentele, la sosta per calmare i conati e in fine di una laboriosa visita, le prescrizioni del veterinario: medicine, alimentazione, questo sì, questo no, tornate tra una settimana, eccetera, eccetera. Vedi, l’impatto con incombenze che non richiede neppure un figlio mi sembrarono all’improvviso un carico di mansioni oneroso, che avrebbero sconvolto tempi e modi della mia vita. Il terzo giorno di mister Labrador ha visto la fine ingloriosa di me cinofilo e al terzo mese di fatiche supplementari per accudirlo è arrivata la decisone, amara, ma inevitabile di mia madre: telefonata e mesto ritorno del Labrador in Valtellina, lacrime di tutti noi per il distacco dall’amico a quattro zampe”.

Ricascarci è improbabile, non impossibile.

La coda guizzante, come un’allegra frusta, linguaggio del corpo più che esplicito, accattivante, ruffiano, a favore di chiunque non gli mostri indifferenza, ostilità, un “tu che vuoi da me” intuìto nell’immediato, grazie al sistema di autodifesa avvezzo ad allertarsi se l’altro trasforma la paura in aggressività e libera adrenalina. Nessun segno di nervosismo se percepisce amicizia di chi lo scruta con garbo.

Bello, o brutto? Beh dipende. In verità non avrebbe scalato il podio del vincitore dei concorsi che vedono sfilare esemplari da mister e miss quattrozampe, con pedigree lunghi pagine e pagine, ma certamente sarebbe salito sullo scalino più alto, se prescelto da giurati che valutano simpatia, eleganza del portamento, comportamento docile.

Piccolo no, di quella statura che con l’avanzare dell’età non muta granché. Di stazza media, direbbe l’esperto di questa razza dell’est europeo. Il muso? Tratti decisi e su tutto l’irriverenza dello sguardo, quasi beffardo, diretto negli occhi di chi l’osserva, sempre acceso di intelligenza, a volte tenero per imploranti richieste di affetto. Colori imprevisti del corpo sottopeso, a segnalare carenze alimentari per aver faticato ad appagare il bisogno quotidiano di cibo. Marrone intenso il lucido mantello, macchiato senza ragionevolezza geometrica di ampie macchie bianco latte, altre, piccole, bionde, appena sopra le narici, nella pancia da riempire al più presto, sulla zampa sinistra e non sulla destra e il perché bisognerebbe chiederlo a chi l’ha partorito.

E’ tanto che vaga senza meta, abbandonato nel bel mezzo di una tunnel urbano, da un’auto che si è assicurata di non avere osservatori, sloggiato dal sedile posteriore, strappato dal cantuccio dove si è rifugiato in tanti spostamenti con il padrone.

Chissà: “questo”, pensa iniziando a seguire un ragazzo che quasi lo protegge nell’attraversare la strada sulle strisce pedonali, “questo mi piace, gli sto dietro”. Errore, il ragazzo non prende in considerazione la richiesta tacita, ma riconoscibile di adozione, affretta il passo e addio padrone.

Biribissi, chissà quale matto lo ha battezzato così, punta un altro possibile amico, incoraggiato da un buffetto sull’orecchio regalato con un sorriso di solidarietà. Il gesto non prelude ad altro, impegnato a premere su “accetta” dello smartphone al primo squillo. Chi lo tiene stretto, con l’avidità dei telefonomani, s’infila nel posto di guida di una lussuosa BMW, indifferente ai richiami silenziosi del mancato amico dell’uomo.

A passo lento incrocia uomini e donne che lo scansano quanto basta a tenderlo lontano, poi una ragazza che sa di zingarella. Odora come Estrella, la giovane rom che lo ha tenuto con sé prima di partire per nuove terre con l’intera comunità nomade. Lejla avrà non più di dodici, tredici anni, ma il viso è già di un’adulta, sofferente. Si piega sulle ginocchia, la gonna lunga fino alle caviglie lambisce la pavimentazione lucida di pioggia del marciapiedi, gli prende il muso tra le mani sporche di miseria, le unghie segnate di nero. La carezza è dolce, da esperta.

Se ne vanno insieme, da nessuna parte, una accanto all’altro. Per i passanti sono una coppia di antica solidarietà, da scansare per non dire no alla mano stesa della zingarella.

Quando le strade si svuotano nell’ora del primo pasto, Lejla e il suo cucciolone si proteggono dalla pioggia sotto la tettoia liberty di un’elegante villetta, ma senza riparo per la fame, dalla tristezza di una solitudine antica, dalle ostilità raccolte anche oggi. La ragazza prende Biribissi tra le braccia. Gli trasmette e riceve un po’ di calore. L’intesa è piena, tenerissima.

Viviamo in avamposti della modernità occidentale che fanno di ogni crocevia urbano il luogo dell’egoismo, di omertà tra caste omologhe chiuse in se stesse. Dove cercare e trovare solidarietà è l’insolubile rebus del nostro tempo.

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Il Racconto di Domenica 29 luglio 2018

MORIRE DI VERTIGINI

di Luciano Scateni

Un uomo tranquillo, “casa e lavoro” dicono di lui, una brava persona, ben vista da amici, parenti e dagli infiniti clienti che a lui ricorrono per esporre il sedere all’ago della siringa e apprezzare la sua abilità di infilarlo in modo indolore.

Il mestiere di “siringatore” è nato dalla necessità di portare a casa quanto occorre alla vita familiare. Era carpentiere specializzato della Ferth & Son, azienda britannica emigrata in Italia quando il costo del lavoro era conveniente, poi esportata in Romania per usufruire di notevoli vantaggi economici sugli oneri della produzione, primo fra tutti il modesto livello salariale degli addetti locali.

Una storia uguale a mille altre, vissuta con cristiana rassegnazione, senza dannarsi l’anima. A bucare le natiche con la siringa, Ugo ha dovuto impararlo in fretta per evitare la spesa dell’infermiere a domicilio imposto dalla terapia a lungo termine del reumatologo di Maria, vecchia e malandata madre. Il secondo passo dell’apprendista paramedico è sopraggiunto con la necessità di praticare iniezioni per via endovenosa alla moglie e di infilarle in vena l’ago delle flebo.

Vivere all’ombra del Vesuvio, come raccontano i bravi narratori, è un vivere speciale. Il magma vulcanico ribolle sotto lo spessore superficiale della terra e condiziona chi abita nella fascia che da ovest a est unisce la sismicità dei campi flegrei alle pendici del Grande Vecchio, sfondo ineguagliabile del mare di Napoli.

Per il turista a caccia di soggetti per smartphone, tablet e sofisticate Nikon, è di grande suggestione il profilo del vulcano immortalato con il lungomare Caracciolo e il Castel dell’Ovo in  primo piano.

Per la maggior parte dei napoletani il Vesuvio è simbolo di virilità, con il suo cratere pronto a eruttare lava procreatrice, per molti altri è generosa madre di fertilità, di linfa che nutre la terra e la rende rigogliosa.

Testimone di rispettosa gratitudine, condita da raptus di incoscienza, è l’urbanizzazione selvaggia ai piedi (e non solo) del Vesuvio. Chi vive in quell’agglomerato di case, ville e casermoni è possibile che si debba rivolgere una seconda volta a San Gennaro per impedire una catastrofica eruzione, pronosticata come più devastante di quella del 79 d.c., dopo averlo invocato perché fermasse la lava incandescente che minacciò i Paesi vesuviani nella prima metà del ’900.

Tanti napoletani non hanno mai scalato la montagna dal doppio profilo che gli aerei provenienti dal nord spesso sorvolano prima di planare su Capodichino. E’ un male. La veduta del golfo dalla sommità del vulcano è mozzafiato. Affacciarsi nel cratere offre la dimensione del pericolo latente che incombe sul territorio napoletano. Nella profondità del cratere il Vesuvio ha un provvidenziale tappo, che anche nella fase in apparenza silente del magma potrebbe saltare da un momento all’altro.

L’insegnante di terza media, scuola Massimo D’Azeglio di Torre del Greco, ha fatto da guida agli alunni per un’escursione sulla sommità del monte e Ugo è stato il più attento ai riferimenti sulle rare specie animali, alla vegetazione tipica incontrata lungo i tornanti, al nero della lava solidificata, ai frammenti che molti turisti raccolgono come souvenir.

Sono rimasti nella sua memoria l’immagine delle ginestre in fiore, il verde intenso della boscaglia, fitta nelle vallate sulla dorsale del monte Somma, dei vigneti del “lacrima christi” recuperati dopo secoli di abbandono, il profumo di piante selvatiche e specialmente l’odore intenso di legna secca  bruciata dai contadini, mista agli effluvi che mandano gli anfratti inesplorati del sottobosco.

Quella gita gli ha rivelato la disgrazia di soffrire senza rimedio di vertigini. In un tratto della scalata, da superare un piede dopo l’altro in uno spazio minimo, Ugo ha guardato in giù e lo ha colto il panico, fino a subire l’irresistibile attrazione del vuoto pur di liberarsi della paura di precipitare. Lo ha soccorso l’insegnate, frapponendosi tra la parete del vulcano e lo strapiombo.

Fine della gita, si torna indietro e Ugo avrà conferma dell’handicap sperimentato sul Vesuvio in visita da amici di famiglia, nella loro casa al dodicesimo piano dell’edificio. Affacciarsi dal balcone e ritrarsi con la sensazione di essere attratto dal vuoto è tutt’uno, come gli è già capitato a  casa sua quando si è trovato sull’ultimo gradino di una scala a pioli.

Figurarsi, non è mai più tornato sui sentieri dell’itinerario consigliato per arrivare indenni su in cima al Vesuvio e il vulcano è diventato un nemico ostile, portatore di disgrazie.

In fabbrica la Ferth & Son ha promosso un incontro con la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano sul tema della pericolosità dell’intera area vulcanica su cui sorgono i Campi flegrei, Napoli e gli insediamenti abitativi da Ponticelli a Torre del Greco, Ercolano, Pompei. “E’ davvero da irresponsabili sottovalutare il rischio sismico, di eruzioni devastanti. Segnali preoccupanti indicano che il magma è attivo, che la temperatura del sottosuolo è in aumento, che il letargo momentaneo dei vulcani è tutt’altro che rassicurante”: così l’esperta e il messaggio va a segno nell’immaginario di Ugo, ad accrescere la paura e l’ostilità per il Vesuvio.

Il dieci di luglio l’Italia brucia, Incendi in Liguria, nel Lazio, Campania, in Sardegna. Tutti a partire da quel giorno di caldo torrido, africano. Autocombustione? Qualcuno azzarda questa ipotesi, gli esperti smentiscono. La coincidenza di tanti focolai è fortemente sospetta e l’ipotesi più accreditata è di incendi provocati da chi spera di arricchirsi con la speculazione di investimenti immobiliari sulla terra bruciata, da chi dà fuoco alla sterpaglia che invade la campagna da coltivare, da incoscienti che si liberano di mozziconi di sigarette accesi dove c’è fogliame secco, perfino da forestali stagionali assunti in numero rilevante per fronteggiare l’emergenza incendi.

Un venerdì libero da impegni di lavoro Ugo inventa una scusa per allontanarsi di casa. Nel portabagagli dell’auto mette una lattina di liquido infiammabile. Imbocca la strada che i cartelli stradali indicano per inerpicarsi sul Vesuvio, ma non supera quote della salita che gli procurerebbero il mal di vertigini. Si addentra a piedi in uno stretto sentiero con la vegetazione ingiallita dal sole, cerca e trova mucchietti di foglie secche ai piedi di alberi spogli, versa nello spazio di venti metri il liquido infiammabile e gli dà fuoco. Per alcuni minuti rimane in stato di allucinazione a osservare l’espandersi del fuoco che incenerisce le piante e attacca il tronco degli alberi. Esce dalla trance in tempo per lasciare l’area dell’incendio e nella mente offuscata si fa strada l’idea di aver cancellato dalla memoria il terrore delle vertigini che senza la prontezza dell’insegnante si sarebbe concluso con una tragedia.

Fine Gennaio del ’96. Con qualche risparmio e con evidente soddisfazione, Ugo riesce a programmare una settimana bianca con la famiglia e soprattutto con Giacomo, il figlio di quindici anni che non è mai stato sulla neve.

Sette giorni passano in fretta e scade il tempo della vacanza, ma la via del ritorno si complica. La strada è ghiacciata e Ugo non è certo esperto di guida in quelle condizioni a rischio. Lungo un tornante l’auto slitta pericolosamente e si proietta senza controllo sul guardrail. L’impatto è violentissimo, l’auto resta in bilico sul burrone sottostante. La moglie di Ugo è sbalzata fuori dall’abitacolo, si aggrappa a un arbusto, il corpo nel vuoto.  Il marito le porge la mano per tirarla su. Prova a non guardare in basso, incontra lo sguardo terrorizzato della moglie. Lo distoglie nello sforzo di reggere il peso della donna, che l’implora di non lasciarle la mano. Sente che il ramo sta per cedere. Gli occhi di Ugo incontrano senza volerlo i duecento e più metri che separano la strada dalla vallata sottostante. Lo assale di nuovo il senso incontrollato dell’angoscia. Al culmine della dissociazione dalla realtà perde il contatto con la mano della moglie e si lascia ingoiare dal vuoto, assurdo esito del bisogno disperato di mettere fine al delirio che assale chi è preda delle vertigini.

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Il Racconto di Domenica 22 luglio 2018

C’è un enclave dell’opulenza, a due passi dall’Italia

di Luciano Scateni

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Vacanza a Puerto Banùs, privilegio meritato? La domanda è lecita, la risposta è tutt’altro che agevole. Marbella, che comprende quest’isola iberica di benessere per nababbi, è preziosa perla dell’Andalusia, nel sud della regione, sessanta chilometri da Malaga, nella Costa del Sol che gli spagnoli hanno saputo ottimizzare e rendere alternativa ai profitti della produzione industriale che non c’è. Nei pochi chilometri delle sue coste si respira odore di euro, dollari, fiorini, dirham arabi e se non indossi bermuda firmati da Dolce & Gabbana non sei nessuno. L’importante è capire di che mondo è fatta Marbella e lo stralusso in cui è avvolta. Anche di più conta se ti serve a capire che senza una rivoluzione globale l’ingiustizia di ricchi ricchissimi e poveri poverissimi resterà il vulnus insanabile della Terra.

Spagna è il titolo della guida messa in valigia nell’angusto portabagagli del “Maggiolino” Volkswagen, l’auto voluta da Hitler per non fermarsi mai, con neve, afa del deserto, strade sconnesse. La mia compagna legge accanto al a me, deputato alla guida. Pagina 127, titolo Costa del Sol, Andalucia, Marbella: “Piccolo centro di pescatori tra Malaga e Gubilterra”. Punto. Marcella, la nostra seconda figlia, vola a Londra, si laurea in marketing alla prestigiosa London School of Economics, assume un incarico di manager alla John Lewis (migliaia di dipendenti). Lascia, per seguire Stefan inglese puro sangue, laureato dalla stessa università, destinato a rappresentare l’Aspen, società di riassicurazioni in quel delle Bermuda. Otto anni di paradiso, anche nell’accezione di “fiscale”. Tornano in patria nello splendido Sussex. Manca il mare e poi, metti come fa bene a Luca e Alex i due pargoli sopraggiunti?

L’inglese economicamente benestante sa come godere il tempo della vacanza e non a caso è una delle comunità estive più folte dell’incantevole Sorrento. La Spagna lo capisce e organizza l’accoglienza con dovizia di mezzi e abilità organizzativa. Marbella diventa in pochi anni un’enclave British. I long la scelgono per lasciare l’Inghilterra appena si prospetta un week end libero da impegni di lavoro di Stefan e una settimana senza scuola di Luca e Alex. La casa nella zona residenziale dei Naranios, a poca distanza da Puerto Banùs è ampia, confortevole, immersa nel verde, dotata di piscina. L’acquistano senza pensarci su due volte. Diventa un rito il soggiorno di due settimane a Marbella per “papi e mami” di Marcella. Ne scopriamo anno dopo anno l’identità. Con i suoi 150.000 abitanti è uno dei centri più abitati dell’area. Il bel lungomare pedonale, il delizioso centro storico e lo charme di Puerto Banus ne fanno la meta di vacanze preferita per milioni di turisti, in larga parte provenienti dalla Gran Bretagna, dai paesi del Nord Europa, dal Kuwait, dall’Arabia Saudita. Di recente è diventato un luogo glamour per attori e sportivi, proprietari di ville a Marbella: Sean Connery, George Clooney, Antonio Banderas, Julio Iglesias e Zinedine Zidane, cantanti, musicisti e personalità di ogni genere. Marbella gode di temperature miti durante i mesi autunnali e invernali, la bellezza dei panorami e la qualità dei servizi giustificano i motivi per cui è una delle scelte del jet set internazionale, attrae gli amanti del golf con una decina di campi nel suggestivo scenario tra mare e monti, dominati dall’imponente Concha. Di alto profilo sono le scuole di equitazione, tennis (famosa quella di Manolo Santana), sport acquatici. La città propone accenni dell’occupazione moresca e le comodità di un luogo di villeggiatura moderno. Sdraiati sulla sabbia della famosa spiaggia La Fontanilla o in visita ai parchi a tema acquatici, naturalistici si scopre il fascino andaluso del quartiere storico, ricco di edifici imbiancati a calce, i resti di una fortezza araba del IX secolo e la fragranza degli aranci. A concludere giornate piacevolmente rilassanti l’offerta di un centinaio di ristoranti che propongono grandi varietà di pesce, i piatti tipici della cucina andalusa e vini di pregio. E perché no, una “zuppa di mandorle fredda ajoblanco o la specialità del gazpacho. Sono 70 gli alberghi, alcuni a molte stelle come l’Amàre Bech, il Paloma blanca, il Molo 44 Luxury Suites e la bellezza di 200 i ristoranti. Famosi il Pasta y Basta (italiano), il Vina & Botega Rem Samen, l’Hermosa e sulla spiaggia l’Aurora Beach, che anticipa gli ombrelloni simili a cappelli vietnamiti, i comodi lettini distanziati quanto basta a godere della privacy, i gazebi protetti da bianche tende di lino, un paio presidiati da abili massaggiatrici.  Una sbarra limita l’accesso delle auto al regni della ricchezza di Puerto Banùs dove accede solo chi ancora nel porto omonimo barche da trenta metri in su, la più sontuosa dei reali inglesi e di emiri di Dubai. Il porto, visitato ogni anno da circa 5 milioni di turisti, può ospitare 915 imbarcazioni. Il molo è la casa delle boutique di grandi firme dell’alta moda, delle gioiellerie di Bulgari e simili, delle ammiraglie dei proprietari di yacht milionari: Rolls Royce, Maserati, Ferrari, Bentley. In vista della movida sfilano bellezze di ogni razza nei loro abiti di Valentino, Armani e Dior. Puerto Banùs si prepara alle sue interminabili notti in discoteche e nell’invitante casinò.

Se pensate alla Svizzera come esempio di perfezione, dove tutto è ordine, rispetto delle regole, opulenza, avete un’idea approssimativa della cura che protegge la bellezza senza pari delle zone residenziali di Marbella. Lì ogni villa, evidentemente disegnata dalla mano di un eccelso architetto, è di un candore permanente, ritoccato a ogni esordio della primavera perché sia un mare infinito di bianco in un oceano di verde, curato fino alla precisione maniaca.

Nasce da questo concentrato di ricchezze la domanda di chi crede nell’accoglienza: come è possibile che qui non tentino di sbarcare gommoni e barconi dei migranti? Non c’è risposta. Marbella vive il privilegio di essere esentata dal dovere di provvedere soccorre chi fugge dalla propria terra dove la scommessa di sopravvivere è persa in partenza. Si capisce come le sculture di Dalì arricchiscano l’Avenida del Mar e non subiscano sfregi o addirittura furti. Sui muri delle case e degli edifici pubblici non una sola scritta, un messaggio di innamorati, il nome di un politico locale, il simbolo di un partito. E’ da non perdere ilbellissimo centro storico, il dedalo di stradine pedonali su cui si affacciano piccole case bianche adornate di fiori. La più importante Plaza è quella del los Naranjos, la piazza degli aranci, su cui si affaccia il municipio costruito nel 1568 dai re cattolici in stile rinascimentale e casa del sindaco, la cappella di Santiago, edificio religioso più vecchio della città. Marbella è sede del Museo contemporaneo delle incisioni spagnole: ospita una collezione di stampe di artisti come Picasso, Mirò, Dalì, del Museo Ralli ispirato all’arte latino-americana, propone sculture di Dalì e di Aristide Maillol, oltre a quadri e dipinti di Dalì, Mirò, Chagall, dl Museo delle arti meccaniche, con sculture di Antonio Alonso che utilizzò parti di automobili usate.Il mare di Marbella, premiato più volte con la bandiera blu è generalmente più freddo del Tirreno, probabilmente perché riceve acqua dall’oceano Atlantico attraverso il vicino stretto di Gibilterra, ma in piena estate è tutt’altro che spiacevole.

Non è dato sapere se vivono ancora gli autori della Guida che descrivo Marbella “piccolo paese di pescatori” della Costa del Sol: questo racconto è dedicato a loro o alla loro memoria. Fossero ancora in età di vacanze estive sarebbe consigliabile donare loro un soggiorno a Puerto Banùs per chiedere loro un corposo aggiornamento.

Morale della favola: se Jeff Bozes, re di Amazon, detiene un patrimonio di 150 miliardi di dollari, di che sorprendersi se Puerto Banùs è Puerto Banùs, se l’areo più lussuoso degli Emirati offre a passeggeri come Bill Gates e Bozes suite con bagno personale e idromassaggio, chef e maggiordomo dedicati?  Come non credere che l’altra faccia del mondo assiste senza sussultare e intervenire alla morte ogni quattro secondi di un bambino che se va per fame, malattie e bombe sganciate dai droni?

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Il Racconto di Domenica 15 luglio 2018

Ingenui e gonzi, truffe e truffati

mini racconti

DI LUCIANO SCATENI

Vittime e predatori: la speranza dei puri di spirito è che lassù, da qualche parte dell’immensità, esistano sistemi stellari similTerra, compatibili con forme eterogenee di vita, di vita “altra”. Non basta, è ben più velleitaria l’ambizione di giusti, rivoluzionari e laici miscredenti, che maledicono il nostro pianeta e i suoi miliardi di cittadini che si scannano per ingordo accaparrare privilegi d’ogni genere: chiedono all’universo di azzerare le nefandezze del nostro pianeta, di rifondarlo con un progetto di rigenerazione, che seppellisca egoismi, prevaricazioni, violenze, diseguaglianze, corrotti e corruttori, truffatori, pedofili e padri padroni, razzismo, femminicidi, rapimenti, droghe, morti “bianche”, tirannie, neocolonialismi, pistole, fucili, mitra, bazooka, missili, armi nucleari e chimiche, stupratori, fascisti e scissionisti, disonorevoli onorevoli, nepotismo, illeciti arricchimenti.

La truffa

L’oroscopo è un gioco a dispetto, come tirar dadi e illudersi di ottenere il sei, al massimo della fortuna tre volte di seguito. Succede solo se a lanciare i dadi (truccati) è un baro. Il truffatore ha sfogliato il cubo e appena al di sotto di un lato, su cui spiccano i sei punti bianchi su fondo nero, ha inserito tondini di acciaio. All’occhiello dell’abito da sera il truffatore ha infilato il gambo di un garofano, a nascondere la potente calamita miniaturizzata, che diretta con gesto apposito della mano libera sui dadi, li induce a ruotare fino a fermarsi con il lato superiore sul numero sei. Davanti all’imbroglione si accumulano gli euro delle vincite. Con espressione di stupore alza lo sguardo al cielo: “Dio che giornata”. Il grazie a viva voce è per Bundai Tofuni, ideatore del trucco e specialmente per Yuto Takahashi, creativo al servizio del male, ricercato in patria per reati contro il patrimonio. A sera, dopo l’ora del rito buddista, il celebrante aveva lasciato aperta la grande porta di ingresso della famosa pagoda del tempio di Shingon, di tu-ji a Kioto, per dare riparo ai senza dimora locali. Yuto Takashai si è finto clochard e si è steso in terra, su una coperta sdrucita. Quando tutti sono caduti in un sonno profondo è sgattaiolato nel locale dove sono custoditi i paramenti sacri e ha sgraffignato il pacco di yen custoditi alla meglio in una scatola di cartone sigillata con nastro adesivo trasparente. Lo ha visto una donna insonne,  capelli bianchi come la neve, mentre vagava di notte nella pagoda, dove viveva invitata dai sacerdoti a vigilare sugli ospiti della notte. Manette per il ladro.


Il gioco delle tre carte:“Questa vince, questa perde”, funziona come un orologio made in Switzerland: inganna l’allocco di turno con l’abilità manuale dell’operatore e il contributo della spalla, inappuntabile, finto giocatore, che, per una volta fa guadagnare cento euro a chi punta (ignaro della combutta) e lo fa perdere per le successive tre.

Di consumata scaltrezza è Conchita, andalusa trapiantata a Palermo. Sottile conoscitrice di soggetti timorosi, superstiziosi, indotti a consultare gli astri per guardare nel futuro, esordisce con un “Sei ansioso, lo sento” e coglie nel segno. Chi si rivolge a lei un motivo di ansia lo vive comunque.

“Sorprese in amore”promette l’astrologo, cioè tutto e niente. E’ considerato un mago se il cliente si innamora davvero. Se al contrario litiga con il compagno/compagna pensa: “Me l’aveva detto, la sorpresa c’è stata, ho litigato e di brutto”.

Il meglio è lo show televisivo di Aldo e Flora. Alle loro spalle incombe il tabellone dei novanta numeri da combinare per tentare ambo, terno…cinquina, da trascrivere su biglietti del lotto. I due compari propongono agli ascoltatori migliaia di abbinamenti e le probabilità di vincita di qualcuno sono altissime. Chi incassa diventa un promoter involontario del passa parola e le telefonate a pagamento alla “ricevitoria” televisiva rendono un bel gruzzolo ai due fertili inventori di guadagni facili.

“Signora Maria, è così che si chiama, vero?lo vedo dalla sua bolletta del gas. La compagnia mi incarica di offrirle uno sconto mensile se accetta di far cambiare a un nostro tecnico il suo contatore con il nuovo che le consente di conoscere in ogni momento l’importo del consumo. Per fare il nuovo contratto ho però bisogno delle sue vecchie fatture. Faccia con comodo, non ho fretta”. La donna si porta nello studiolo del marito, che conserva le bollette, ma “chissà dove?”, il finto addetto della compagnia, a colpo sicuro, si impossessa di duemila euro dal cassetto di un mobile del tinello, dove una cameriera licenziata da Maria lo ha informato che i Forgione conservano i soldi. Maria non trova più il truffatore, che si è congedato con il malloppo rubato. Non è la prima truffa per i Forgione: gran parte dei risparmi di una vita sono andati in fumo, scippati da un consulente finanziario, che in obbedienza alla banca di riferimento, ha veduto loro titoli tossici.  Anselmo, marito di Maria ha inoltre sganciato tremila euro per tornare in possesso della sua auto  rubata sotto casa. I ladri gli hanno telefonato: “Se rivuoi la macchina, a proposito, complimenti è proprio bella, lascia una busta con tremila euro nella tua cassetta della posta”.

Truffano le compagnie telefoniche con le fatture ogni 28 giorni, prelievi dal credito per promozioni mai chieste, Truffano il fruttivendolo, che pesa con una bilancia truccata, la presunta azienda di vendite on line, che ti propone bellissime scarpe a 29 euro contro il valore dichiarato di 350 euro e te ne consegna una paio che al posto della pelle hanno plastica scadente,  il postino mariolo che non ti consegna la lettera con un assegno al portatore di settecento euro, la spigola che puzza di vecchio servita dal ristorante “Mare Vivo” come appena pescata, l’automobilista che ti tampona e in  sede di vertenza si presenta con tre testimoni a favore e perdi la causa,  il finto cieco che ti impietosisce, gli metti nel piattino dieci euro e appena ti volti si toglie gli occhiali scuri per vedere se la banconota è da cinque, dieci o cinquanta euro, la moglie fedifraga che inventa un appuntamento con “Chiara, la ricordi, è la mia compagna di classe del liceo Umberto, pranziamo insieme”, ma uscita di casa  infila l’ingresso dell’albergo a ore per scopare con l’amico del marito…

***

Strani effetti dello spinello, se l’erba è di qualità superiore. Nel cerchio magico di compagni di liceo e associati a vario titolo è cult il gioco-test del “che effetto che fa”. Francesco spara un “moltiplica l’efficienza sessuale, quando fumo posso fare anche tre scopate di seguito”, ma non è granché credibile tra gli amici. Laura dà fondo ai ricordi tratti dal genere di rotocalchi di “Grand’Hotel”: “Provo estasi, divento espansiva, oltrepasso i limiti della discrezione”. Angela e Peppe all’unisono: “Facciamo l’amore alla grande”. Pasquale. “Mi stordisce. Se devo scrivere l’articolo per il giornale della scuola dò i numeri. A rileggerlo mi prendo per matto, per squinternato, rinnego quanto scorre sul computer. Una volta ne ho stampato uno che a rileggerlo quasi svenivo. L’ho conservato, ho giurato di non scrivere mai più niente di simile. E’ questo: “Giorni di empiti creativi in bozza, un pieno di refusi, orge di incisi, omissioni plateali, chissà perché, francesismi, spassiba, asta la vista, save de god. Ventate di ostentato a-protagonismo incomprensibile a maggioranze silenziose, vocianti a mille decibel appena saltano sull’aia dei privilegi brutalmente imposti. Tre parole nuove, spinte in faccia alla compagna incinta per mera distrazione. Tre fiati d’amore sospirati per quieto vivere nel silenzio di un’aula che stipa eccellentissimi cadaveri, odorosi di ipocrita puritanesimo. Vi pare poco?” Salvatore: “Sogno in bianco e nero. Il Brennero, il Tav che corre verso Monaco di Baviera. Chiusa dal di fuori la porta del wagon lit e “Perché sei hai già liberato il tuo corpo dalle rigidità indotte dagli anatemi del catechismo bizoco? Ricordi? Su, al Virgiliano, nel parco degli innamorati, in una sera fredda come questa, stretti per non tremare, felici nonostante l’assurdo del primo letto d’amore sulle quattro ruote di una Panda…Ricordi Marbella, Porto Banus, due ore poco più di volo, come planare con ali di aquila su canyon e puntare al cielo spinti da venti ascensionali, per risalire oltre il tetto di altopiani che oltrepassavano nuvole nere a forma di alberi in fiore. Malaga, il Picasso Museum e via, in direzione di Gibilterra”.

Ester, come sempre laconica: “La morte in abito da sera…coppe di “Francia Corta”, gocce lungo la schiena”.

“Ragazzi, stasera niente hascisc, domani ho l’esame di Anatomia due” 

 

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Il Racconto di Domenica 8 luglio 2018

Il fallimento in fotocopia di due grandi progetti

di Luciano Scateni

Quale affronto osservare in parallelo il protagonismo sociale di Cristo e di Marx: certo, è “blasfemia” per il cattolicesimo militante e al contrario compatibilità per i comunisti, ammesso che ne esistano ancora. I due apparenti antagonismi avevano in comune il progetto di rendere giustizia alle diseguaglianze, di abbattere i presidi della violenza, delle prevaricazioni, degli egoismi. Nessuno dei due è riuscito nell’impresa e il mondo continua a girare come conviene ai potenti del mondo. C’è chi afferma che a governare l’umanità sia la mini oligarchia di una decina di despoti detentori delle ricchezze del mondo e delle leve di comando. Non è difficile condividere questa ipotesi e ne deriva una consistente resa al pessimismo della ragione.   

La Galilaea ospitò il travaglio virtuale di Maria e la sala parto dell’Evento, lo racconta la leggenda del Redentore, fu l’antro indicato via cielo dalla punta stellata di una cometa. Il rigore dell’inverno fu sopportabile per aliti caldi di asino e bue. Andò ogni cosa per il meglio, ché a quel tempo le puerpere erano preservata dalla frenesia chirurgica dei ginecologi e si nasceva con dolore, ma senza bisturi. Nel caso in questione niente doglie. Niente. Il resto è noto, fissato dalla finzione del presepe in quel del 25 di Dicembre.

E’ opinione molto poco diffusa, non per questo irragionevole, che la consuetudine a celebrare la data sia un’offesa all’infallibilità del Padre Eterno, di una sua dote celeste, che nelle spoglie del Figlio, abbandonò l’infinita beatitudine dei cieli, per entrare in promiscuità con empi, scellerati, miscredenti, farabutti di ogni risma, al fine di redimerli. Abbiamo alle spalle oltre due millenni da che la Trinità si è disgiunta per misurarsi con la quota di cosmo inquinata dalla violenza e si è immolata per ammonirlo a scegliere la via della bontà, dell’altruismo. E’ blasfemo supporre che la discesa sulla Terra abbia fallito il nobile obiettivo?

C’è una convergenza parallela sui cui riflettere. Un uomo di nome Marx, incentivato da ispirazioni per nulla spirituali, ha immaginato altri campi dii redenzione ed è stata pari la sottovalutazione dell’umana tenacia a proseguire il percorso dell’egoismo su tutto.

E’ nota la frettolosa abiura del comunismo e sorprende non più di tanto la crocefissione dell’autore del Capitale, ordita da chi ha temuto la rivoluzione come insidia peggiore per la tracotante prepotenza del “mors tua, vita mea”. Sconcerta e merita indagini spregiudicate che chiodi, corone di spine e ferite a mani, piedi, costato siano colpa di soggetti privi di consistenza ideologica e addirittura di esistenza significativa, ma trova ragione nel suo teorizzare lo scomodo progetto di eguaglianza fra tutti che accese la speranza di ottenere quanto l’illustre predecessore ha predicato con il suo credo.

Ciascuno dei due default induce a riflettere sull’incompatibilità del genere umano con la luce che un paio di volte ha provato a illuminare le coscienze. Perché no, la via cristiana al ravvedimento è contigua alla strada dell’utopia marxista. L’una e l’altra le hanno percorse adepti di pessima qualità, disposti a tradire per trenta denari.

Nel pessimismo di questo postulato si innesta il passato prossimo della politica nazionale e locale. Si pensi a ladroni, corrotti e corruttori, evasori, furbetti del quartiere, tangentisti, politicanti senz’altra vocazione oltre il personale tornaconto, ai governi che hanno indebitato il Paese per miliardi di euro, ai predatori delle risorse di Paesi colonizzati e affidato l’espropriazione alla complicità di dittatori sanguinari, a guerrafondai, alle mafie. Cristo li caccerebbe in blocco da ogni tempio, ma se ne stanno lì indisturbati, sostenuti da diffusi empiti di partecipazione alla tavola imbandita del potere. Questo coacervo di nefandezze ha impedito di svettare nel mondo all’Italia e alle sue città baciate da prodigiose bellezze naturali e intelligenze vive. A Napoli, per esempio.

Una volta all’anno gli ipotetici e incoerenti seguaci di Gesù riedificano con tenace solerzia la sua povera casa. Sagomano il sughero dello sfondo, attenti a collocare pastori e case con efficace effetto prospettico, simulano fiumi e colline, alberi, botteghe, animali, mestieri. Sostituiscono i magi via via che la prossimità del 25 dicembre si presume li porti in prossimità della Grotta e il giorno fatidico, non un secondo prima della mezzanotte, depongono il Bambino nella mangiatoia. In sottofondo “Tu scendi dalle stelle…”

Ma il figlio di Dio dove nasce ogni anno o meglio, dove sceglie di nascere? Forse in un container dove migranti privi d’aria viaggiano privi di aria e cibo nel tentativo disperato di lasciare fame, guerre e violenze dei loro Paesi derelitti. Certamente nei bassi napoletani vissuti da gente socialmente marginale, ma laboriosa. Il blitz celeste nella Napoli del disagio, lo testimonia l’ufficio stampa del Paradiso, evita i quartieri degli improbi, dove ha cittadinanza il lusso spesso ottenuto nell’illecito, respinto da senza Dio che alla domenica non si perdono una Messa, ipocriti che di tanto in tanto chiedono perdono in confessione di peccati d’ogni genere e l’ottengono, certi di averli emendati con dieci Ave Marie e tre Pater Noster.

L’anima rassegnata di Marx si aggira smarrita dalle Alpi alla punta estrema della Sicilia dove non ha più alcun valore il simbolo “Falce e martello”, dove risuonano sempre più raramente e per mera ritualità “Bandiera rossa”, “Bella Ciao”. Ai piedi di una quercia, di un ulivo, compare timidamente il logo del Partito comunista, appiccicato come il bollino delle “Ciquita”. Poi neanche più quello. Le mani con i guanti bianchi degli eredi del Pci sfogliano la “Margherita”, edulcorano l’idea di sinistra con blandi aggettivi come “dem”, concedono ripetuti tributi al migliorismo, alle contaminazioni di anime prima ritenute incompatibili. Gramsci condannerebbe l’involuzione come “imbroglio”, mistificazione e vieterebbe l’utilizzo improprio di Falce e Martello, se qualcuno si illudesse di recuperarlo strumentalmente per sanare il vulnus della sinistra tradita.

La ferita è così profonda da indurre la Sibilla della politica a emettere sentenze che escludono la prospettiva di orizzonti sgombri nuvole cariche di minacce e negano un futuro di riconciliazione con i progetti catto-marxisti.

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Il Racconto di Domenica 1 luglio 2018

Un accordo in do

di Luciano Scateni

 

Un accordo in do maggiore introduce il “Ne me quitte pas” recitato in musica, intimista, dal belga molto francese Jacques Brel. Troppo poco e allora il Koln Konzert di Keith Jarret, funambolo di stratosferico virtuosismo sui tasti dello Steinway a coda. Per ultimo la registrazione della lingua delle balene, di penetrante e stabilizzante effetto. Di più, musica atonale. Il sistema del riconoscimento è spiazzante, la ragione rifiuta l’incompreso, la mente trova rifugio nel mondo dell’irrazionale e si connette con le atipicità della dodecafonia, delle disarmonie made in Japan, nel jazz “freddo” di pura improvvisazione, di suoni inconsueti. Inizia il viaggio nel cervello diviso, nella magia di Betty Edwards che sfida i trenta ragazzi di “sono negato per il disegno”.  Dopo tre mesi di ricondizionamento della creatività si esprimono come diplomati di accademie delle Belle Arti. 

L’oroscopo è un divertissement, un game bizzarro, l’azzardo incosciente con il caso, scommessa improvvida con il fortuito, l’imponderabile, l’arcano, l’impossibile, il mito dell’ottimismo ingiustificato, l’utopia dei sogni in rosa, refugium peccatorum, l’inganno di tre Ave Maria inflitte per l’assoluzione, un camminare sull’acqua, volare senza le ali, pilotare senza brevetto, respirare nel vuoto d’aria, guidare bendati, eccetera.

Come un tirar dadi e ottenere il sei per sei volte sei, un sestuplo en plein, the maximum. Come incamerare cento milioni con un grattino da cinque euro, comprare un fustino di Dash per mammà e vincere il giro del mondo, business class in jumbo-jet Emirates. Come manipolare la magia di Kubrik, privo delle istruzioni per l’uso, e in un amen colorare le sei facce di rosso, verde, blu, bianco, giallo…

Prodigi della creatività. Doctor Sperry, american indagatore dell’invitto brain, esploratore della centrale bi emisferica del cervello, volò a Oslo, insignito del Nobel per la ricerca. All’incirca nel bel mezzo del secolo da diciotto anni sorpassato, con bisturi affilato separò le due semisfere del cervello di un paziente cavia, in breve distanza dall’ultimo respiro. Dicono autorevoli dizionari di chirurgia che compì un riuscito intervento di commisurotomia, con incisione del corpo calloso e separazione degli emisferi. Sanata la ferita, al letto del “martire” si accalcò una folla di camici bianchi e geni della scuola californiana di Palo Alto, avidi di sapere: “Perché due emisferi, quali compiti, specificità, attitudini, influenze?” In attesa spasmodica di indagarli fu riesumata l’esperienza di due strizzacervelli francesi, tali Vernicke e Brocà, (metà dell’ottocento), autorizzati, primi al mondo, a scoperchiare la cartola cranica di pazienti con seri problemi di parola. Uno incapace di articolare suoni, l’altro con irrefrenabile vortice di parole. Esaminato l’emisfero sinistro, i due chirurghi accertarono nei soggetti esaminati lesioni in un’area analoga, ma con minima distanza l’uno dall’altro. Evviva, avevano scoperto la sede di elaborazione del linguaggio e la ragione del danno subito.

I ricercatori di Palo Alto, fatto tesoro di quella preziosa esperienza, elaborarono teorie rivoluzionarie, fino a definire le grandi categorie di pertinenza dei due emisferi. Accertarono in via sperimentale, che in soggetti di cultura occidentale, il sinistro ha competenza su linguaggio, processi logico analitici e in una parola sulla razionalità. Nel destro, ha sede la fantasia, la creatività, la memoria, il sistema immunitario.

Conclusione provvisoria. A ricerche avanzate approdano alla consapevolezza che negli individui di cultura occidentale è iperattivo l’emisfero sinistro e il destro è sottoutilizzato, quasi in letargo, fino a supporre e poi confermare che le “guarigioni” miracolose sono l’esito di circostanze particolari, di forti suggestioni (Lourdes, fede, carisma a divinizzazione di medici particolari), con conseguente attivazione dell’emisfero destro e del sistema immunitario, capace di contrastare tumori e altre patologie.

Di qui lo studio di tecniche per riequilibrare le attività dei due emisferi, obiettivi che questo racconto sullo split bread, sul cervello diviso, evita di affrontare in dettaglio, perché non lo considera territorio specifico del narrare. E però ecco l’altro di due brevi riferimenti. Uno offre la spiegazione del fenomeno geni (Einstein, Mozart, Picasso…) che per ragioni in parte misteriose hanno esaltato il rapporto con il destro fin dai primi anni di vita. Un secondo invita a riflettere sulla defaillance della memoria che non restituisce un nome familiare, un numero di telefono abituale, il titolo di un libro letto di recente, dati che invece si propongono se improvvisamente l’emisfero destro si attiva per l’impulso di una forte suggestione.

I narratori conoscono bene queste varianti creative. Spesso chi scrive con continuità si deve confrontare con temporanei deficit di fantasia, perché la mente è impegnata in pensieri razionali del tipo “Sta per scadere l’assicurazione”, “Ho sbagliato a fidarmi di…”, “Che seccatura, domani ho appuntamento con il dentista”, eccetera.

L’esordio del racconto appare banale e non incoraggia a proseguire nella scrittura. Altri due o tre tentativi non sono migliori.

Lo scrittore apre la finestra. E’ una giornata di sole, una rondine imbecca i piccoli della nidiata con gli insetti catturati. Si accende la fantasia: “Chissà quanto deve aver volato per tornare al nido dopo l’esodo per l’inverno”. Inverno, neve, sci, “quella bellissima francesina”, chissà se si ricorda di me…”   La fantasia attiva l’emisfero destro, la creatività. Le righe che compaiono sul computer sono l’incipit perfetto per il romanzo che nasce, il via al racconto…

E tempo di mettere in parentesi la scrittura, la cena è pronta. Uff, caldo, meglio togliersi il pullover e Vincenzo lo poggia senza piegarlo sul mobile della sala da pranzo.

Lei, con tono aspro: “Sempre lo stesso. Come posso ottenere che sia ordinato. Mi manchi di rispetto. Fatico tutto il giorno per tenere in ordine la casa. Porca misera, sei incorreggibile”.

Lui: “Non ti sopporto più. Rompi per fesserie, sei un martello, non puoi affliggermi con queste continue tiritere. Basta, sei asfissiante”.

Le liti riempiono di astio le loro serate per mesi, anni.

Oggi lei sfoglia con insolita attenzione “Change” (cambiamento), di Paul Watzlawick, number one di Palo Alto e ne trae ispirazione.

A sera lui si toglie la cravatta e la poggia sulla tavola apparecchiata per la cena. Lo fa, pur cosciente di provocare una nuova lite.

Lei ha preparato un “Negroni”, long drink preferito dal marito e glielo porge con un sorriso. La sorpresa è spiazzante e induce il marito a riflettere su come mettere in corto circuito l’annoso meccanismo azione-reazione delle liti. Prende la cravatta e va a riporla nell’armadio. Ecco, seppur minimo, un esempio di rapporto vincente con il potenziale dell’emisfero destro.

La sperimentazione dei ricercatori di Palo Alto punta in alto, a integrare e porsi in alternativa a parte consistente della medicina accademica. Un terreno fertile è il ruolo del cervello destro nel trattamento di patologie di cui è responsabile la ridotta o nulla funzionalità del sistema immunitario.

 

Guarigioni attribuite a miracoli, la resa dei medici all’evidenza di un male considerato inguaribile che scompare misteriosamente. Succede a Lourdes e in presenza di forti e analoghe suggestioni. Chi attribuisce la guarigione ad altro si chiede provocatoriamente perché Lourdes o la fede nei santi non fanno il miracolo di ricostruire un arto amputato o di indurre a normalità i problemi di devastanti disabilità psicofisiche, di gravi e irreversibili danni celebrali. Perché, se non sono miracoli, non si accetta che in condizioni particolari la suggestione attiva l’emisfero destro e il sistema immunitario. Sono vicine a numeri infiniti le strade della ricerca da percorrere grazie al via che il dottor Sperry, negli anni cinquanta del secolo scorso,  ha dato alla conoscenza di specificità e potenziale degli emisferi celebrali.

Evocando momenti di connessione con la creatività, si è presentato il ricordo suggestivo di un mattino del tiepido inverno, nella casa sul mare di Saint Lpuis, propaggine a nord delle Bermuda. Nel terrazzo proiettato in perpendicolare sull’acqua, mossa da vento lieve del sud, computer sulle gambe, desktop vergine. Non lontano dal verde di uno degli isolotti dell’arcipelago, malignamente ritenuto il Triangolo della morte, una robusta corda di canapa è immersa nell’acqua, trattenuta da un nodo che la fissa alla punta emergente di uno scoglio. All’altro capo una boa dipinta di rosso, abituale stazione di riposo di un airone. Il becco s’immerge ripetutamente nel mare e se ne ritrae quando ha catturato piccole prede, spesso pesci dal corpo verde striato di giallo. Spariscono nello stomaco dell’airone e sembra che non lo sazino. La caccia del predatore prosegue senza soste e racconta la crudele legge della sopravvivenza del mondo animale, scandita dal dramma di mors tua, vita mea.

Le dita corrono veloci sulla tastiera del computer e tornano ogni volta a correggere gli avverbi finiti in “mente”. Un’incoercibile dislessia me li fa scrivere sempre “mnete”.

Scrivo.

 

***

“Luoghi napoletani di consueta sofferenza, siano il basso dei Quartieri Spagnoli o le celle d’alveare delle Vele, perdutamente estranee alla città dei decumani, delle mura greche di piazza Bellini, della Spaccanapoli che ferisce l’intero agglomerato del centro storico per quanto si estende. Questi luoghi raccontano storie di miserie incolpevolmente ereditate, come il colore rosso dei capelli per gli irlandesi e il nero della pelle dei kenioti. Luoghi di antiche nobiltà espulse da sontuosi palazzi, disegnati da illustri architetti, per lo più in evidente abbandono, di rado affidati a uomini illustri della cultura del passato e del tempo recente, come Benedetto Croce, e il Marotta degli Studi Filosofici.

C’è tanto da indagare in un mondo di specchi deformanti che rimandano a repliche infinite della violenza, al racconto di crimini figli dell’istinto di conservazione, in uno scenario di marginalità dove si sopravvive con l’illecito e nessuna alternativa. Il sipario non cala bruscamente su questa rappresentazione di una Napoli estrema e omologa di mille periferie delle metropoli che hanno sulle spalle storie di un passato meno buio.  

Sociologi non catastrofisti tendono a compensare il lato oscuro della città con lo strumento del giornalismo d’indagine e ne scoprono la faccia nobile di chi lavora meglio e più di un pari ruolo del nord, il sentimento dell’accoglienza, della tolleranza, della promiscuità senza riserve per i simili e i diversi, il caso impossibile di un “si loca, ad esclusione dei milanesi”.

Caos calmo, come il titolo di un’opera cinematografica di Nanni Moretti, folclore stantio (perché caro Ozpetek, rivisitare Napoli con lucido cinismo ed estraneità a cuore, arterie e vene di una città misterica, crocevia di culture, lingue, costumi, bellezze e oscenità, musici e teatranti, scrittori fertili come la lava del Vesuvio?)

Spregiudicatezza estroversa, un vociare coinvolgente nei bracci dei decumani, nelle sue incisioni chirurgiche dei vicoli, dove per guardare il cielo devi piegare la testa all’indietro di novanta gradi. Posillipo è posto privilegiato, di dove svieni per l’emozione di viste spettacolari sul golfo incantato in cui si culla Capri, sovrastato dal Vesuvio. Posillipo si specchia nel mare verde, blu, azzurro, rosa al tramonto, incombe su ville hollywoodiane cinte da macchie sempreverdi che scivolano nell’acqua trasparente della riva in silenzio, appena rotto dal garrire di rondini e gabbiani predatori.

Diventa idillio il rapporto con le a, c, r, v della tastiera del Pc, che in memoria custodisce idee, parole, emozioni, amarezze, euforia, quiete e frenesia, versi e musiche, aforismi, colori e attimi di suggestione in vere smeraldo”.

***

“Luciano, hai comprato la cartuccia per la stampante?”

Ah che testa…“Dimenticato”

“Tanto per cambiare, fatti prescrivere una cura di fosforo”

Il richiamo alla realtà segna la fine della magia che accende la creatività. Racconto sospeso, fino a un prossimo incontro con l’emisfero destro.

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Il Racconto di Domenica 24 giugno 2018

Tutti figli di Dio?

di Luciano Scateni

Per talune patologie il meccanismo d’azione dell’aspirinetta proprio non giova e il ricorso a terapie d’urto è d’obbligo. E’ il caso della sofferta e obbligatoria prassi della maternità, di dolore e disagi che accompagnano la gravidanza e il parto, di interventi risolutivi di aborto, spesso decisi in eccesso. E’ lecita la domanda: nella sua cosmica lungimiranza, bontà e intelligenza creativa, perché il Padre Eterno ha punito la donna dandole forma e sostanza per garantire la salvaguardia della specie umana con dolore? Gli eredi di Adamo ed Eva potevano nascere sotto il cavolo, come raccontano gli adulti ai bambini, li poteva portare in volo la cicogna…Di lassù si poteva replicare all’infinito il miracolo di Maria, vergine e madre. Niente di tutto questo e invece la solita, orrenda discriminante tra poveri e ricchi, tra donne del mondo Vip che partoriscono in cliniche di lusso, con ogni comfort e livelli accettabile di dolore e donne che mettono alla luce i figli in disperata solitudine, nello squallore di una capanna, consapevoli di dare la vita a un essere maledettamente destinato a morire con spaventosi dati percentuali. Se questa è la globalizzazione…

Il concepimento, ad esclusione di rare e non influenti eccezioni, è tutt’altro che un evento casuale. Altrimenti perché tanti nati in primavera e autunno, stagioni climatiche miti? Le anomalie di nomi come Natalina e Pasqualino appartengono al vezzo di papà e mamme fan della scaramanzia: “Nascere nei giorni consacrati al Signore porta fortuna”.

La candidata alla maternità è il metronomo dell’accoppiamento a scopo riproduttivo, mentre il partner fornica a prescindere, quasi sempre per godimento personale, estraneo al reticolato entro cui la Chiesa confina il rapporto sessuale con obiettivo riproduzione della specie umana.

Lei governa con disciplina scientifica i ritmi del flusso mestruale e a sera, quando stima di essere in forma fecondità sollecita l’eros del partner con le provocazioni apprese guardando di nascosto il porno “Come eccitare il maschio”. Accertata l’ovulazione, ella concede alla nonna, a zie, comari, amiche e conoscenti di felicitarsi, alcune con lacrimazione commossa che bagna beneaugurante le gote. Ella ha sognato di essere fecondata con accompagnamento sonoro del tema di Lara e l’emozione di Liz Taylor per l’innamoramento di “Via col Vento”, evoluzioni in frac di Fred Astaire e gonne vaporose di Ginger Rogers, profumi di rose rosse in fiore, calici colmi di Moet & Chandon d’annata, la luna a far capolino tra i tetti spioventi di chalet immersi in un tripudio di papaveri, recinti coperti di bouganvillee multicolori, l’ombra accogliente di un patio profumato da ciuffi di lavanda.

Lei, tra le braccia protettive di lui, una sull’altro cullati dal lento, dolce oscillare di un’amaca tesa tra due tronchi di magnolie fiorite, lui in jeans stinti dal sole e camicia azzurro Oxford, generosamente aperta sul petto, lei in mini, seno libero su cui poggia lieve un vaporoso, accessibile top in leggero tulle.

Viene il tempo delle nausee, delle voglie, dei timori, delle ecografie, dell’amniocentesi, dello specchio che rimanda l’immagine di un volto tondeggiante, del giro vita che fu, delle gambe gonfie, del rifiuto di far sesso: “No caro, se ne parla dopo il parto”. Incombe il timore di conseguenti divagazioni erotiche extra coniugali del marito.

“Partorirai con dolore, ricorda la Chiesa alle prossime madri” e lei rischia l’abiura del cattolicesimo: “Perché con dolore, buon dio?” Il Padre eterno non è in ascolto e son doglie allo scoccare del nono mese di gravidanza, punti di sutura, notti insonni post parto, capezzoli dolenti.

Lui è colto alla sprovvista, nel pieno di una contrattazione estenuante con il socio in affari deciso a investire in boticon, culminata con una sgommata che immette la Porsche sulla tangenziale est, via più diretta per raggiungere la clinica “Alba” a cinque stelle, nome che è tutto un programma per il benessere delle partorienti.

In auto sogna il fiocco rosa da appendere alla porta d’ingresso ma sul  cellulare la chiamata drin-drin-drin simil telefono fisso informa che ci siamo, ma quasi, suggerisce pensieri mistici, scalza le news del Gr3 che mette in guardia i risparmiatori dalla suggestione della moneta “clandestina”, “che investi 10 e guadagni mille”.

Sguardo al cielo, che sia benevolo e “Ave Maria, piena di grazia”, offerta di un fioretto. “Se tutto va per il meglio, rottamo san Pancrazio, deludente protettore e scelgo te Maria, che in quanto femmina hai un occhio di riguardo per i maschi. E però, scusa tanto, come madre di Cristo, potevi inventare un’alternativa al dolore del parto e invece niente. Temo sia una questione di egoismo. Sei diventata madre, dio solo sa come, senza sacrificare la tua verginità e il parto pare sia avvenuto per opera dello Spirito Santo. Nemmeno un etto in più, nessuna voglia di fragole, un figlio, e che figlio, bello e pronto, che prima di uscire dal ruolo di neonato ti ha certamente lasciato dormire in pace. Tre re, i Magi, ti hanno arricchita con doni preziosi. Detto questo, che ne pensi di regalare al mondo la maternità extra divina che ti ha privilegiato? E come giudichi l’aborto terapeutico, condannato perfino dal rivoluzionario papa Francesco in sintonia con le donne di fede integralista, che mettono al mondo creature a cui è negata la vita normale per tragiche malformazioni, bambini che nascono con tumori maligni, destinati a morte precoce? Come giudichi la sventura di quelli che nascono in luoghi della Terra abbandonati da Dio e dagli uomini, che muoiono di fame e malattie, uno ogni quattro secondi? Da madre santa, quale sei, suggerisci una sterzata, un’inversione a U di tuo figlio, per convincerlo a tornare tra noi. Che lo faccia e dia il via alla rivoluzione dell’umanità” .

Pensieri in vista di tenere una mano della sposa-madre in fase doglie e consigli memorizzati evocando rappresentazioni cinematografiche.

Si va in sala parto e, maledizione, fumare non si può. Per la tensione una ciocca di capelli imbianca. “Nascerà sano?”

Concluso il rito lei giura silenziosamente “mai più”, sfatta dal travaglio. Pronostico smentito quando i nonni, presi da affetto viscerale per la nipotina approdata ai tre anni, con un sorriso accattivante chiederanno alla figlia “Ora un maschietto. Hai pensato finalmente di metterlo al mondo?”

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Il Racconto di Domenica 17 giugno 2018

I bei tempi che furono

di Luciano Scateni

I bravi educatori d’un tempo, alle prese con bimbi e ragazzi discoli, fugavano ogni dubbio su diagnosi e terapia del rapporto. “I primi passi sull’impervia strada dell’educazione e del rispetto, spettano ai genitori, al loro esemplare comportamento”.  Ed era così. Il mondo evolve e involve. La nuova era dell’umanità ha dimenticato questo fondamentale dell’educazione. La neo genitorialità soffre di patologie endemiche: moglie e marito impegnano il loro tempo nel lavoro e quello libero nella dipendenza dallo schermo televisivo, micidiale strumento di attrazione e di dipendenza. Il giusto timore riverenziale dei loro rampolli è diffusamente uno sbiadito ricordo. L’inversione di tendenza si complica per veloci trasformazioni della condizione giovanile, ribelle a regole e doveri in parallelo con cambiamenti epocali della società. Un passo indietro racconta di eccessi di autoritarismo, soprattutto dei padri. Un balzo in avanti, privo della necessaria gradualità, conduce all’esasperazione di negare ogni limite all’autocontrollo. Il racconto di questa domenica 17 giugno, è datato, recuperato dalla memoria di chi è nella terza età con qualche rammarico, disorientato dagli sconvolgimenti nella vita di relazione genitori-figli.

di Luciano Scateni

Avevo quattro anni? Forse sì ed ero più o meno sveglio come i nati nel terzo millennio. Ero tollerante non fino al punto di sopportare i pizzicotti sulle guance della signora Lia, amica del cuore di mia madre (“Ma quanto sì bello”) e gli innumerevoli diminuitivi-vezzeggiativi subiti in virtù della mia minima altezza da terra, cioè di adorabile piccoletto. “Ti piace la macchinina”, “Metti il cappottino”, “Tieni, una caramellina?”.

Per un ragionevole perché, la ribellione postuma trae spunto dal mio naso (dovrei dire nasino per rimanere in tema). Premessa: non ho mai messo più di un dito, il mignolo, nelle mie narici e di qui il fastidio per i rimproveri  del tipo “Non si mettono le dita nel naso” aggravati da enfasi autoritaria.  Oltre questa contestazione ritenevo che liberare le narici da residui secchi di muco fosse una meritoria operazione di sollievo da fastidiosi ingombri e salutare per il respiro. Quindi giudicavo illegittimo mettermi sul banco degli imputati.

Domenica di giugno inoltrata, di caldo africano, non raro a Napoli e dintorni.  Il mio papi, era intenzionato ad assolvere la prolungata vacanza di genitore con l’investimento di poche migliaia di lire nel parco divertimenti di Edenlandia. Eravamo in marcia, nella nostra “850” Abarth, a passo lento, in coda a cento altre auto nel viale che accede al villaggio giochi. Il quieto procedere mi permise di osservare tre casi di dita nel naso, primi attori distinte persone alla guida delle rispettive macchine. Il primo? Mio padre guidava distratto da chissà quale pensiero sul Napoli-Milan del pomeriggio o per divagazioni erogene da visione virtuale di una nuova collega “bona”. Con scrupolo degno d’altro esplorava le cavità nasali prima di soppiatto e via via con sollazzante lena di esploratore. Ho scoperto in un fatidico attimo il bluff degli adulti e che mettere le dita nel naso diventa lecito se ritieni che nessuno ti stia guardando. Al caso “papà” hanno collaborato due emuli di pari età, anch’essi in auto, con accanto i figli, diretti a Edenlandia.

Dunque, giusto ficcare mignolo e indice nel naso? No, ovvio. La ragione convincente del no, la devo al mio prof di chimica e biologia, primo anno di liceo classico, uomo probo dedito a innata passione per la didattica e il monito a curare fino all’esagerazione l’igiene personale. Timido, specialmente con le alunne della nostra classe promiscua, l’insegnante denunciava disagio incontrollato allorquando il programma prevedeva di affrontare il tema della riproduzione. Si rifugiava allora in malattie “diplomatiche” e del tema per lui scabroso lasciava che si occupasse un supplente. Con l’obiettivo di recuperare credibilità e stima degli studenti il prof organizzò una trasferta universitaria, alla facoltà di Scienze: visita sul campo non priva di interesse. Occhio sui microscopi per consentire la magia dell’ingrandimento di decodificare l’immensamente piccolo. L’operatore, occhialuto, barbuto, triste come può esserlo solo un topo di laboratorio, ometto scialbo, estrae dall’unghia del mio dito medio un frammento di sporcizia e lo sistema sul vetrino. L’occhio impietoso del microscopio svela quanto il professore voleva che gli studenti vedessero, cioè sporcizia, e milioni di germi patogeni. “Vedete, fu il suo invito “e riflettete. Se l’unghia del dito che mettere nel naso provoca una piccola ferita, gli agenti infettivi posso provocare guai”.

La morale della favola è nell’ammonimento agli adulti perché si rimbocchino le maniche e siano protagonisti di ravvedimento per operare al meglio come educatori, con l’esempio e il dialogo permanente, perché siano convinti delle qualità cognitive dei figli, di ogni età.

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Il Racconto di Domenica 10 giugno 2018

Tra un burraco e una coppa di Champagne

di Luciano Scateni

Cavoli, siamo in pieno rinascimento napoletano? Lo pensano i figli di Partenope che pensano positivo. Passeggiare nei decumani di lunedì o di sabato, domenica è un percorso a ostacoli, dentro un’onda tumultuosa di turisti italiani e stranieri. “Antonio riservami un tavolo per sei a pranzo”. “Spiacente, tutto pieno”. “081 8888: un taxi in piazza del Gesù” “Nessuno disponibile, riprovi tra dieci minuti”.  Dove la via Caracciolo sfocia nella piazza Vittoria e si immette in via Partenope, più di venti persone è in attesa di conquistare un tavolo della pizzeria ad angolo, mitizzata a ragione o a torto come eccellenza di genere. Taccuino in mano, un addetto all’accoglienza risponde garbato alla domanda “Quanto tempo per un tavolo?” con un “Quaranta minuti” che spesso non basta. Ciro, tassista di ultima generazione, è affabulatore appagato dal lavoro che c’è e in abbondanza. “Grazie ai turisti, specialmente quelli che al porto scendono dalle navi crociera e chiedono di potarli in costiera. Il guadagno è buono”. Che dire? Napoli come Venezia, Firenze, Roma, città d’arte baciata dalla fortuna? Se l’immagine fosse in bianco e nero, con luci e ombre, sì. Sono i colori che frenano il “bravo, bene, bis”: servizi carenti, trasporti insufficienti, caos. Chi arriva da altri lidi in questo teatro open space vive l’esperienza tra l’ammirato e il divertito. In più di un caso sono stupiti, interdetti, increduli: fermi tecnici di funicolari e metro, corse a sera inoltrata abolite, servizi ridotti nei giorni festivi, altri stop per scioperi semi individuali, chiese sbarrate o chiuse per pausa pranzo.  Ma…  

Gira euforia nella testa di chi ha Napoli dentro di sé con emozioni antitetiche: amaro-dolce, bello-brutto, magia-stregoneria, iella-fortuna e in laconica sintesi amore-odio. Brulicano di turisti i luoghi della città che molto hanno di caos, folclore, casbah, vociante energia, invadente merceologia spicciola. Rare le incursioni nelle isole di eccellenza, monopolizzate dagli store di grandi firme del bel mondo, esibiti nell’esclusive strade dello shopping per Vip senza scopo di lucro, cioè visibili come spot pubblicitari, frequentati semel in anno dal turismo degli emirati, a Napoli per toccate e fughe su “barche” milionarie, che Gennaro e Maria, cittadini dell’enclave di Secondigliano, quartiere periferico, in fase di passeggio domenicale sul lungomare Caracciolo, immortalano con lo smartphone e sonori “Oh, oooooh”.

Nei salotti del burraco, attività trend della media borghesia partenopea, la conversazione standardizzata si nutre di altri “Oh,ooooh”. In ordine di frequenza, dell’enfasi di “quant’è bella Napoli” a cui fa seguito la voluttà da riscatto del “mai visti tanti turisti”, “C’è l’esaurito negli alberghi”. “Ristoranti, pizzerie, paninoteche, bar, gremiti, un B&B ogni cento metri, tour con visita guidata alle stazioni della metro dell’arte, musei affollati, record di arrivi a Capodichino” (e chi l’avrebbe detto, primo aeroporto italiano della sua categoria). Una voce discorde è tollerata solo in omaggio a Monsignor Della Casa.

Gustavo dice che Napoli è un luogo di collettiva sofferenza, si chiami basso, nel dedalo dei suoi vicoli, o cella d’alveare nelle Vele perdutamente lontane dal cuore della città, nella Scampia delle miserie ereditate come si trasmette il colore dei capelli e della pelle, dove si percepisce a vista lo spessore antico della marginalità in un contesto a specchi che replica all’infinito la dipendenza da poteri malavitosi, in vacanza di normalità e di Stato. Che altro cercare di sociologico nella genesi della micro e macro criminalità di questa Napoli altra? Quale filone sociologico scomodare per indagare cristiani che ammazzano cristiani, che firmano esecuzioni un tanto a cadavere, l’arruolamento nella fabbrica del crimine di ragazzi nati dall’omissis di diritti, di cittadini in fieri di un abnorme segmento suburbano, alienante nella sua totale estraneità sociale, spazio dell’esclusione, incomprensibile a chi come noi socializza al tavolino del bridge o del burraco e lamenta di figli e nipoti la dipendenza da cellulari, droghe e alcol, a dispetto di case ricche di librerie, quadri d’autore e musica colta in dvd. Il lamento include la dolorosa rinuncia a esibire gioielli, a indossare pellicce, a portare al polso il Rolex e in borsa più di venti euro.

Foto LaPresse/Marco Cantile

Un gomorriano ammazza un casalese che sgarra? E chi se ne frega, finché si scannano tra loro un delinquente in meno, facciano pure. Dal nostro infastidito versante di gente per bene non si ricava che indifferenza per gli extraurbani e insofferenza per i danni collaterali che disturbano gli standard del nostro tra-tran. La città vissuta in  un fine settimana dal milanese, di turno, che si diverte e ironizza sulla caotica napoletanità, è quella dell’ammuina, del turismo di massa, che per il tam-tam del passa parola fa tappa nella via Toledo, dove si affacciano i vicoli con i panni stesi ad asciugare, i festoni di bandierine colorate, gli inviti di Donna Carmela, cucina tipica napoletana, le gigantografie di Maradona e il commercio minuto delle bancarelle stracolme di cianfrusaglie made in China. Che ne sanno i viaggiatori estemporanei della Napoli che se ne muore, espropriata a est e ovest della classe operaia, tout court del tessuto industriale, senza compensazioni, spaccata in due dall’interessata insipienza di urbanisti e costruttori, con la letale discriminante sociale dei quartieri ghetto, prima il Traiano, poi Scampia.

Chi racconta al visitatore occasionale della bella incompiuta, l’amara notorietà internazionale di Napoli letteraria e cinematografica di Saviano e Garrone, narratori di Gomorra, pessimo biglietto da visita della città, il saccheggio di Ozpetek in archivi polverosi, indotto dalla cattiva letteratura a rileggere il peggio della subcultura ultra popolare: il parto dei femminielli, la tombolella, la scaramanzia, il ricorso a stregonerie e leggende misteriche. Questa Napoli piange le sue ferite antiche con lamenti sommessi e invocazioni inascoltate a sanare le cause dei suoi mali piuttosto che i sintomi di una patologia priva di antidoti. E’ bonaccia sui cieli del Sud e il Meteo di chi abita Palazzo Chigi non pronostica venti di contestazione forti quanto richiederebbe una rivoluzione meridionale.

“Chi dà carte?” Meglio applicarsi al gioco delle pinelle, del pozzetto da conquistare al più presto, dell’obiettivo chiusura, della conta dei punti, del burraco pulito, che vale il doppio.

E’ un sera di luna piena, dal lungomare partono raggi laser che tracciano rette luminose nel cielo, si può giocare con le finestre spalancate, ché la primavera sembra estate, lo champagne di benvenuto è francese e freddo senza esagerare, le signore sono in tiro, i maschi si complimentano reciprocamente per la risolutezza di Salvini che libererà il Paese dall’ingombro dei migranti e a un niente dall’insediamento strizza l’occhio ai contribuenti di fascia alta: “E’ giusto che chi guadagna di più paghi  di meno”.

Filiberto, in fine di una mano di burraco, sputtana Manfredo che bara. Si è accreditato cinquanta punti in più e rimescola in fretta le carte per evitare spiacevoli verifiche. Il tavolo glissa, con nobile far play.  Tra signori un peccato veniale non mette in forse amicizie salde, inviti a week end capresi e circumnavigazioni delle Baleari su “barche” da venti metri e passa. Detto tra noi, bisbiglia Severina, di nobili discendenze, nell’orecchio di Clorinda, erede di latifondi da paperontopoli: “Teniamo fuori Gustavo dal nostro giro. A me sembra un vetero comunista, non trovi?”

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Il Racconto di Domenica 3 giugno 2018

Diavolerie 

di Luciano Scateni

L’invenzione è decisamente geniale. La “preteria”, ovvero i governanti del clero superdotati di fantasia creativa, hanno costruito con abile furbizia leggende e miti. Una per tutte la discendenza nostra dall’afflato che avrebbe generato Adamo e l’intervento chirurgico di asportazione di una sua costola, senza spargimento di sangue, per dar vita alla sua compagna, incapace di resistere al diavolo tentatore e al consiglio, in verità molto postumo, di una mela al giorno che getterebbe il medico di famiglia nella condizione di precario, anzi di disoccupato.

Belzebù, orrendo cornuto della mitologia ecclesiastica, ha esercitato sui deboli di mente e non solo su di loro un terrorizzante potere di coercizione a non commettere peccati veniali o mortali. L’immenso poeta ha popolato il suo inferno di diavoli armato di forconi, intenti a comminare “bollenti” sofferenze ai dannati. Gustavo Dorè, con le sue suggestive tavole ha dipinto gli inferi con mano d’artista, in sintonia con il racconto di Dante.

In conclusione: per l’immaginario collettivo il diavolo si è insinuato nel subconscio di gran parte dell’umanità, con il ruolo di giustiziere implacabile e vendicativo.

Il suo apparire come primo attore nel sonno agitato di quanti hanno qualcosa da rimproverarsi, ha provocato incubi, soprassalti, crisi di panico e ha suggerito a scrittori di fama la trama di dialoghi scabrosi tra Satana e poveri cristi, che in cambio di beni materiali gli vendono l’ anima.  Insomma, diavolerie.

Belzebù, sarà lei

Alquanto decentrate, sovrapposte all’incirca ai padiglioni auricolari, le corna. Il pelo irsuto parte dalla testa quadra e va giù fino ai piedi artigliati. La lingua straripa dalla fessura della bocca. “Belzebù sarà lei, dice Belzebù” a chi se ne sta prono per garantirsi briciole di potere, sicuro che logora chi non ce l’ha.

Diavolo d’un cronista, esperto in demoniologia. La penna sagace rivela gusto del paradosso e laica ironia. A seguire i suoi tratti di penna c’è da divertirsi, senza nulla togliere alla premiership del demone, ma per impedire che ci metta corna e coda per impossessarsi dell’anima nostra e il successivo ricorso all’esorcista.

In difesa mi rivolgo al mio pc, compagno di diavolerie informatiche, alla memoria del disco rigido. Il sistema risponde al quesito “Diavolo” generosamente, con 428 file d’archivio, comprensivi dei sinonimi “demonio, belzebù, Mefistofele” e affini.

Mi distrae il 40 pollici Sony,l’english Tg della BBC, interrotto dall’irruzione in studio di attiviste del sesso libero. La mezzobusto d’Albione non si scompone: “Temo sia in atto un invasione. Se non vado errata si tratta di quattro lesbiche, che fanno il diavolo a quattro”.

“Meglio il sesso”. Così una ragazzina di anni quindici all’adoratore di Satana, mister Byron, cognome dal gaglioffo britannico condannato per la sua “prodezza sessuale” in danno di vergini che ha definito possedute dal demonio. “Creda, signor giudice, senza il viatico di un amplesso non mi avrebbe assistito lo stato di grazia che consente l’esercizio di poteri magici. Occhi di brace e folta barba nera, lo stregone assatanatogiura di aver liberato dal male molte fanciulle in fiore, compresa la figlia tredicenne. Sacerdote dell’occulto, e cooptato dal diavolo, racconta che con riti di magia nera avrebbe garantito all’ultima minorenne posseduta, di finire tra le braccia del principe azzurro. Le ha chiesto: “Rito di sangue o di sesso?” “Sesso” dice che avrebbe risposto la fanciulla. Mica masochista!

Il pianeta anglo americano a volte è prodigo di humour. Sacramento, Usa. Philp Wyman, deputato californiano, ha chiesto un’indagine per accertare se il rock è musica del diavolo. L’acuto parlamentare sospetta che i suoi ritmi nascondano messaggi di Satana.

Come sottrarsi a un’occhiataall’aulica Svizzera e non osservare l’elevato contenuto ecclesiale di Monsignor Marcel Lefevre, che nell’’ordinare otto nuovi sacerdoti così ammonisce: “In Francia il diavolo ha propiziato la vittoria del partito socialista” (tiempe belle e ’na vota…).

Rimini. Nel bel mezzo di un meeting super affollato di giovani, il mai abbastanza compianto Enzo Biagi: “Magari il diavolo ha l’aspetto ingiustificatamente composto di monsignor Marcinkus” (quello dello scandalo Ior).

America, America…San Francisco, parrocchia della chiesa pentecostale. Una quindicina di uomini e donne gay pregano, cantano salmi, leggono i testi sacri, tra le mani la bibbia alla pagina che chiede di “superare l’omosessualità in quattordici tappe”. In piazza, fuori, un milione di omosessuali dà vita a un oceanico raduno. Nella chiesa si dialoga sul tempo di redenzione dall’omosessualità. L’esito: un solo caso di pentimento e un solo fioretto di passare sulla sponda degli etero. Infiniti i default delle buone intenzioni, ma qualcuno insiste: “Se non imbocchi la strada della normalità, dio ti abbandona e finisci tra le grinfie dei demoni”.

Il popolo a stelle e strisce, i suoi presidenti. Ronald Reagan, ovvero un cow boy che cavalca sui prati della casa Bianca, comprimario di western da cinema di periferia, tutto chewingum e colt giocattolo. La sua strategia da grandeur si esprime così: “La Russia? È sempre l’impero del diavolo. Ancoradal cuore degli States: i conservatori attaccano George Schulz: “Fa accordi con ildiavolo comunista”.Miami,Florida. In manette Alberto Mesa. Passeggiava nudo, in un quartiere residenziale, in una mano reggeva la testa di una donna. All’arrivo della polizia ha urlato “L’ho uccisa, è il diavolo”. Bill Alexander, deputato democratico, ostile a Reagan, lo accusa di offese. Una tantum prendiamo le difese del presidente repubblicano, reo di aver pronunciato la frase “Ma vai al diavolo”.

Bergamo,festival dei giovani DC e dibattito sul tema “Il diavolo e l’acqua santa”. Presenti Ronald Reagan e il dicci che più dicci non si può Guido Bodrato.

Crociata anti musicale. Il Cairo: in nome di Allah, gli integralisti islamici minacciano l’uso della violenza per convincere gli egiziani che musica e canto sono peccaminosi. “La musica è la voce del diavolo” dice Amira, studentessa di 35 anni, che considerato il deficit della sua carriera scolastica, non è proprio al top dell’autorevolezza, ma insiste: Chi l’ascolta è ateo e chi prova piacere ad ascoltarla andrà all’inferno”.

(continua)

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Il Racconto di Domenica 27 maggio 2018

Che sfizio pubblicare il non pubblicato…

ANSA, acronimo di Agenzia Nazionale Stampa Associata, è una redazione con presenze capillari sull’intero territorio italiano. Tre quarti di quotidiani, periodici e radio-telegiornali vivono di proficuo parassitismo, nel senso non punitivo del termine, cioè informati dai suoi dispacci su quanto accade in ogni angolo del Paese e non solo. La redazione conta su predatori di notizie di ogni fonte, da cui hanno origine articoli e inchieste dei media. Osservando con occhi impertinenti la mole di invii dell’Ansa, il giornalista non privo di senso dell’humour e di curiosità, potrebbe selezionare, come racconta la nota a seguire, una serie di sorprendenti-divertenti news, probabilmente destinate al cestino del non editabile dal redattore impegnato in faccende più “serie”. Avviso: questi racconti minimali sono sconsigliati a lettori con spiccato senso del pudore e ai fan del linguaggio da Accademia della Crusca, ostinatamente mai trasgressivo.

di Luciano Scateni

“Intimo nordista”. In circuito padan-padano i boxer del Carroccio. “La lega ce l’ha duro” è scritto sulle mutande a righe bianco-verdi, gadget della Lega Nord. E’ il Bossi, ora il Salvini pensiero.

Torino. Macho invadente reso inoffensivo dalla sua femmina, che gli ha addentato il pene per scongiurare la violenza sessuale in corso.

Organizzazione tedesca per la lotta all’Aids si allea con un fantasioso pasticcere di Francoforte e nasce l’idea di uova pasquali con sorpresa-sorprendente. Dentro? Niente ninnoli e affini. Al loro posto una confezione di preservativi.

Wisconsin. Un’organizzazione americana, che si batte per il sesso sicuro, ha bombardato il carcere di Waupun con centinaia di profilattici, lanciati da un aereo da turismo. Le confezioni sono state però sequestrate dalla direzione del carcere, perché considerate di contrabbando!

Il primo amplesso del mondo? E’ di un miliardo di anni fa. Lo rivela il professor William Schopf, paleontologo americano. Il rapporto sessuale numero uno, secondo l’autore della “scoperta”, sarebbe avvenuto tra organismi unicellulari in Cina o in Siberia. (Come la mettiamo con la favola di Adamo ed Eva?n.d.r)

Un’occhiata al futuro e incontriamo la castità spaziale. Dice l’Ansa che il primo viaggio nello cosmo di una coppia marito-moglie non prevede amplessi e neppure il bacio a mezzanotte. Mark e Jan Lee, destinati a volare nello spazio, sottoposti a turni di lavoro astronautico dodici ore su dodici e a debita distanza l’uno dall’altra.

Racconta l’Ansa che fino agli anni novanta del secolo scorso, il prezzo di una ragazza illibata, vergine senza ombra di dubbio, era di 100mila lei. Il costo di una moglie bella e appunto illibata è lievitato a due milioni e mezzo.     Succederebbe nel mondo degli zingari.

Randy Andy, ovvero Andy il mandrillo. Così (sempre ANSA), sarebbe noto il principe Andrea d’Inghilterra, per le sue smanie sessuali. Parte che ne abbia combinate una più del diavolo. In corso di un ballo in maschera avrebbe tirato giù la zip dell’abito di una signora, lasciandola praticamente nuda e paralizzata dalla vergogna. Si dice anche che racconterebbe barzellette molto osé e si rivolgerebbe a ogni femmina che lo attrae dal punto di vista erotico con apprezzamenti da caserma.

Canberra. Ambasciata italiana d’Australia. Durante la proiezione di un video Rai per l’insegnamento della nostra lingua ai connazionali espatriati, anziché assistere alla decima lezione i presenti hanno apprezzato l’esibizione senza veli della famosa pornostar Moana Pozzi. Come giustificare il “disguido”? Guasto tecnico, è il menzognero commento dei tecnici dell’Ambasciata.

Amburgo, Herberstrasse, la via delle prostitute in vetrina. Con straordinaria disinvoltura, un uomo passeggiava nel quartiere dell’eros completamente nudo, ad eccezione del pene, “vestito” con il preservativo, e delle scarpe.

Amore senza età. Negli Stati Uniti un “Romeo” di 36 anni, ha portato via da un ospizio della California una “Giulietta” di anni 96. Fuga d’amore? La polizia ha scoperto che le nonnetta possedeva 500mila dollari e un lussuoso appartamento a Hollywood. Il mancato amante è finito in carcere ed è stato condannati a una penale di 100mila dollari.

Questa è per orecchie che non si scandalizzano. Un “bel tipo” olandese è stato condannato a 18 mesi di reclusione. Il reato? Penetrazione illecita di una salsiccia nella vagina della moglie.

Straordinario il tasso di creatività di una scultrice americana che da studentessa immortalò con il gesso i membri eretti di famosi cantanti rock. L’autrice delle 25 “opere” ha intentato causa (un milione di dollari) all’impresario musicale Herb Cohen che si è appropriato della collezione.

Simpatica l’America. In commercio negli shop dell’erotismo profilattici patriottici. Sulla bustina la bandiera Usa. Stop alle vendite dell’agenzia di sorveglianza sui marchi di Fabbrica, poi marcia indietro perché non sarebbe vilipendio la bandiera nazionale sull’involucro dei preservativi. (???)

Polizia del sesso a New York. “Questa è un’ispezione, vediamo se avete il profilattico”. Le coppie in amore, che non lo avessero usato, potrebbero essere interrotte bruscamente dai poliziotti impegnati a sorvegliare quanto accade nei club privati dove etero e gay s’incontrano per fare sesso. Nessun distinguo tra rapporti anali, vaginali, orali o d’altro tipo (quale altro non è specificato, ndr).

Notizia conclusiva. Shoc in Portogallo per l’immagine del papa (di chi ha preceduto Francesco, ndr) con un preservativo sul naso, trasmessa da un telegiornale. Sdegno e proteste nel cattolicissimo Paese lusitano. La rappresentazione blasfema si deve a un caricaturista ingaggiato da un’azienda produttrice di profilattici.

Anche questo è il mondo

 

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Il Racconto di Domenica 21 maggio 2018

 

Anche questa è Napoli

“Storie di tutti i giorni…” è tra le canzoni che un tempo sopravvivevano all’aleatorietà del genere musica leggera, all’effimero di questo tempo che brucia tutto in fretta, salvo poche eccezioni. Storie di molte città del mondo, ma che a Napoli, per dirla con una parola difficile, sono uno dei suoi paradigmi.

DI LUCIANO SCATENI

Si chiama Nestore e chissà da quale nebulosa originalità viene fuori un nome così inconsueto per un rappresentante della napoletanità più verace, dell’ex regno borbonico.

Lui è un quarantenne, professionista della disoccupazione, nel senso della piena e in parte cercata stabilità nel precariato che lo avvicina all’enciclopedia dei primati per iscrizione longeva alle liste di settore.

Lui è stabilmente emozionato per la condizione di senza lavoro, anzi se ne commuove e le lacrime a comando che versa sulle guance bianco-nere di barba da incipiente canizie, corrono a ritmo lento nei solchi di rughe precoci.

Giacomino, partner di pigrizia felice, colto da repentina coscienza della dignità che accompagna la fatica, tenta l’amico con l’offerta di un attrattore apparsogli irresistibile: L’hotel Adriatico, quattro stelle, aperto tutto l’anno pubblica un allettante “AAA, cercasi personale – contratto a tempo indeterminato – per vigilanza e portierato, alloggio in albergo”. Il “no” di Nestore arriva in contemporanea con la sollecitazione dell’amico e l’AAA, ma forse ci ripensa. Anzi sì e asseconda la sollecitazione dell’amico.

 

Bighellona Nestore, arrangia qualche euro per Malboro con filtro, una pacchetto e mezzo al dì, racimolati battendo avversari di primo pelo a “boccette”, nel locale di don Luigi, dove i tavoli del bigliardo sono appena visibili attraverso la cortina di fumo che ristagna nei due metri della striminzita sala giochi. Passa di lì una troupe legger del tg regionale, inviata in città per indagare il mondo delle disoccupazione.

“Lei, si chiama”? “Nestore e non so perché”. “Occupato, disoccupato?

“Disoccupatissimo”. Da quanto? “Da sempre”. Anni? “Quarantatré”. Come sbarca il cosiddetto lunario? “’Nce pensa mammà, campiamo con la sua pensione. Campiamo, mò…facciamo finta di vivere. Sulo che mammà non è eterna e si more (se muore) è meglio ca me sparo”.

L’inviata prova a curiosare nel caleidoscopio informe dei senza lavoro napoletani giovani, di mezza età, decisamente anziani, degli storici della disoccupazione, di quelli in lista d’attesa al prezzo di una tantum per l’iscrizione e di quote annuali ad libitum per dei richiedenti solitari e nuclei corposi di arrabbiati come mestiere. I professionisti del “Lavoro, Lavoro, Occupazione”, strillato nel megafono del loro leader, finanziati dai partiti all’opposizione per far casino, paralizzare la circolazione urbana e presidiare i palazzi delle istituzioni, con slogan minacciosi.

Nestore è un solitario eclettico, che sfiora la soglia della sopravvivenza alimentare tra il 15 e il 16 del mese. Ogni giorno, ma solo per qualche ora e di buon mattino, perché il resto della giornata lo assorbe la sala bigliardo, presidia il quadrivio della congestione, al Corso Umberto. La preda è l’automobilista stoppato dal rosso del semaforo (ammesso che si fermi), a cui offre di lavare il parabrezza. Al rifiuto (“Vattenne, so’ appena uscito dal lavaggio”) offre fazzolettini con il marchio “Napule è, da gettare appena dopo la prima soffiata di naso, incapaci di trattenere un secondo flusso di muchi influenzali delle narici e sputi di bronchitici cronici. Al frequente, indispettito “Vai via, non mi servono”, subentra la zingarella rumena con un bimbo di pochi mesi in braccio”. Un secondo lavavetri si allontana bofonchiando, scoraggiato da vai e torna dei tergicristalli azionati da automobilisti tirchi e un po’ razzisti.

Nestore non è un “caso” estremo. E’ che lui se ne sta in bilico senza dolersene sul baratro comune a migliaia di suoi cloni, ancorati alle misere risorse dei genitori che, come dice Nestore con ferreo pessimismo, sono tutt’altro che eterni.

Lui è successore della dinastia di diseredati che in piena stagione dorotea, allorché il lavoro era esclusività di clienti, amici e parenti protetti dallo scudo crociato, conquistarono la piazza al grido “Siamo disoccupati e organizzati”. Ex detenuti e attivisti divennero così netturbini e parasanitari, giardinieri, fognatori, assunti per posti di lavoro non precari, spesso ottenuti come esponenti delle famose liste del movimento pilotato alternativamente dalla sinistra-sinistra, oggi diremo dai social, o dalla destra caciaresca e sovversiva.

Nel baratro della crisi che attraversa la società napoletana non c’è più un perimetro degno di questo nome che accolga nuova occupazione e neppure c’è posto per la rassegnazione dei senza lavoro. A Nestore non resta che tifare per la massima longevità della madre, titolare di pensione modesta, ma unica fonte di reddito familiare. In verità, scosso da una compagna a sua volta inoccupata e raggiunta la soglia che separa incosciente giovinezza e in piena maturità, Nestore ci prova. Rinfresca le nozioni tecniche apprese a scuola e messe in pratica nell’unica, frammentaria a prova sul campo e risponde al “Cercasi” dell’imprenditore veneto, in ambasce per non aver ricevuto risposte alla richiesta di lavoratori per la sua fabbrica in espansione.

Dopo qualche tempo, il postino bussa una sola volta alla porta di Nestore e gli consegna una lettera, con l’intestazione dell’azienda a caccia di personale. “Egregio signor Nestore…Nel ringraziarla per aver risposto alla nostra richiesta, siamo spiacenti di informarla della nostra scelta di assumere giovani dipendenti della nostra regione. Cordiali saluti”.

E’ una mattina di sole, di quelle che intorpidiscono corpo e mente. La via Caracciolo è ancora sonnolenta, come Nestore, sdraiato sullo scoglio bianco su cui una Anna e un Gennaro hanno disegnato in rosso un cuore che racchiude i loro nomi. Una barca da competizione fila veloce nel mare quieto, un ragazzo di colore salta di scoglio in scoglio per tentare di vendere mini torce, penne a sfera, blocchetti notes, fazzolettini marcati “Napule è”. Non ci prova nemmeno a offrire la merce a Nestore. Tra simili basta un’occhiata.

E anche questa è Napoli

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Il Racconto di Domenica 25 marzo 2018

Gabriella

di Luciano Scateni

Gabriella, via Luigia Sanfelice, la “Santarella”: un mito. Bionda, alta, personale da modella, ma in carne. L’amava tutta la gioventù del Vomero e non pochi di noi adoratori stazionavamo nello slargo della funicolare di Chiaia per vederla passare, via Bernini, Piazza Vanvitelli, dove ogni mattina prendeva il tram in direzione Santo Spirito. Alla fine dell’anno scolastico il clan degli habitué, bighelloni stanziali nel breve emiciclo prospicente la funicolare di Chiaia, erano attenti a quanti vi montavano su dal terminal del Parco Margherita, perché nel flusso di uscita si mimetizzavano, per fare a botte, “quelli della Riviera”, associati in bande contro i nemici del Vomero, “padroni” del quadrilatero delle vie Bernini, Scarlatti, Luca Giordano, Cimarosa. Già, ma chi tra noi aveva mai pensato di deambulare in strade dedicate a grandi artisti? I punti di rifermento erano altri. L’Ideal, cinema che nelle sere d’estate lasciava respirare e mandava in alto, oltre la sala, la nuvola di fumo densa. A “gentile richiesta” l’addetto al proiettore pigiava sul bottone di comando del tetto semovente e l’applauso saliva entusiastico dai consunti sediolini in legno della platea. L’Ideal, al primo spettacolo, se proiettava western, era territorio off limits per chiunque avesse più di vent’anni e all’ “arrivano dei nostri” gli schiamazzi festeggiavano l’evento battendo i piedi sul pavimento consunto di doghe indi legno, sconnesse. Il superamento dei decibel tollerato dalla proprietà del cinema era zittito da Giggetto, anziana, storica, malandata maschera. Con un fischio da carrettiere intimava alla cabina di proiezione di accendere le luci in sala e interrompeva, sul più bello, il trionfo di John Wayne, sceriffo ammazza banditi.

Il rendez vous serale della combriccola era d’abitudine Geppy, detto Smile, per il suo sorriso a centottanta gradi, Enrico, fine dicitore di barzellette, Lucio e la sua simpatica erre alla francese. In fondo al vicoletto Cimarosa, a un passo dal cancello della Villa Lucia, dono di Ferdinando alla moglie morganatica e parallela alla sontuosa Floridiana, s’imboccava la porticina del biliardo, con un tuffo nell’aria impregnata di fumo e tanfo di chiuso che avvolgeva la sequenza di tavoli da carambola e boccette, giochi dominati rispettivamente da Peppe e Tonino sotto gli occhi vigili di Renato, gestore del locale magro come un chiodo, rannicchiato dietro un tavolino con la cassetta dei soldi, un taccuino per segnare l’orario di inizio del fitto di un tavolo e il pacchetto di “nazionali semplici” una dietro l’altra accese e aspirate a pieni polmoni. Per scala quaranta e ramino, Renato aveva attrezzato un paio di salette interne. Ciro, tredici anni, faceva la spola tra il bar e il biliardo. Alle prime ore del mattino con il caffè in tazza, in vetro, macchiato, corretto, in prossimità del pranzo con bitter e pattatine. Spesso se ne stava in un angolo, incantato, a sbirciare il virtuosismo dei giocatori.

Quella sera Luglio sembrava imitare il solleone d’Agosto e chiudersi nei locali di Renato pronosticava abbondanti sudate. L’idea di alternativa partì da Remo, il più scavezzacollo tra noi, il più spregiudicato, privo di scrupoli, un vero scugnizzo appena maggiorenne. “Ci vediamo sotto l’orologio di piazza Vanvitelli, un quarto d’ora è sono lì”. Arriva alla guida di un “millecento” con il cofano arrotondato, prima serie e senza chiederci perché ci infiliamo in macchina. Viale Michelangelo, via Girolamo Santacroce. Oltre una curva, poggiata a un platano, una donna con mezzo petto fuori dalla camicia a fiori che non lo contiene, una sigaretta aspirata a fondo. Insomma una puttana. Remo s’accosta e la fa salire accanto a sé. Ecco perché ci ha chiesto di stare in tre sul sedile posteriore. Lo stop in una strada senza uscita, su ai Camaldoli. Amplessi frettolosi, come stuprare una bambola di pezza, la povera Giuseppina, palpeggiata grossolanamente scende dall’auto per sistemare la gonna. “In macchina, urla Remo e i disgraziati compagni di un’“impresa” da raccontare al clan della funicolare “Obbediscono”. Giuseppina recita sottovoce l’intero rosario di imprecazioni imparate in anni di mestiere. Un paio rimangono scolpite nella memoria dei quattro bulli.

“Ragazzi, stasera c’è la finalissima Internapoli-Milan Boys, fate il tifo per me”. Mai provata un’emozione così. Grande attesa per l’evento, per la partita delle partite, porte aperte agli abituali frequentatori dei Salesiani, ma anche a parenti e amici dei giocatori, ad appassionati di calcio attirati dalla qualità delle contendenti e dalla presenza di Amadei, centravanti del Napoli e osservatore speciale della società, alla scoperta di talenti.

Calcio d’angolo. Mi faccio spazio al centro dell’area di rigore, il cross è invitante. Mi alzo in orizzontale per colpire con il collo del piede il pallone, ma la robusta marcatura del centro mediano mi sbilancia. Vado giù, sulla pavimentazione del campo in mattonelle, il braccio sotto il corpo. Mi soccorre don Le Pera, Funicolare di Montesanto, ospedale dei Pellegrini, nella popolare Pignasecca: frattura esposta, fasciatura e via. Nel pomeriggio con Gigi, mio padre, ricorriamo alle curea di un ortopedico. Nel suo studio di Via Crispi. Troppi tentativi di ridurre la frattura falliscono, il dolore è atroce. Anestesia, mi addormento e mi sveglio con il braccio ingessato. Com’è finita la finale? “Ha vinto il Milan Boys, ma la tua Internapoli ha fatto una bella partita”.

Gigi è ispettore delle Imposte di consumo, ma la sua vita è altro. E’ un attore nato e un regista di grande qualità. Dirige le filodrammatiche dei salesiani e del circolo Enel, che gestisce un teatro piccolo, ma accogliente in via Roma. Ai salesiani vanno in scena le commedie che non prevedono parti femminili, incompatibili con l’austerity al maschile dell’Istituto e nel periodo natalizio l’immancabile Cantata dei Pastori. D’autorità sono cooptato per il ruolo di Benino. Al circolo dell’Enel è in auge il repertorio di Dario Niccodemi e attrice di spicco è Adriana, attrice di elevata sensibilità. Il teatro è nel Dna di Gigi.

Negli anni della guerra siamo a Roma, lui richiamato al Ministero della Marina, mia madre preoccupata per la scelta del marito di non essere fascista. Nella capitale la compagnia Totò-Anna Magnani mette in scena “Che ti sei messo in testa” e del cast fa partea Gianni Agus, nel ruolo di attor giovane. Deve sere sostituito per ragioni di salute e gli subentra Gigi. Gli chiedono di rimanere nella loro compagnia. Il gran rifiuto gli costa non poco. Si tiene il posto di Ispettore delle Imposte di Consumo e la certezza di uno stipendio garantito a fine mese. Per grazia di Dio la guerra ha fine e con un viaggio complicatissimo, su un camioncino sghangherato, che sbuffa su strade dissestate, siamo finalmente a casa arrampicandoci con il tram lungo i tornanti di via Tasso. Al quarto piano di via Scarlatti, al numero 126, una famiglia ha occupato l’appartamento. Ha perso un tetto con i bombardamenti. Povera gente, per cucinare ha acceso il fuoco sul pavimento della cucina, le stanze sono in cattivo stato, ma è casa mia e si può provare a ritrovare la normalità.

In piazza Vanvitelli mi avvicina un soldato americano. Ho i capelli rossi e le lentiggini, forse gli ricordo il figlio. Mi offre cioccolato e chewingum. Mi parla e chissà che dice, ma che importanza ha, è simpatico.

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Il Racconto di Domenica 17 marzo

scugnizzerie

di Luciano Scateni

Diversamente scugnizzi, i bambini di tutto il mondo sopportano, quando ce la fanno, le pene   dell’ingiustizia sociale, il cinismo dei potenti, l’indifferenza degli adulti. Lamentarsi per le intemperanze dei figli di periferie derelitte è un aggravante del deficit di giustizia che divarica le diversità di chi “per caso”, nasce nel benessere, non solo materiale, e chi deve confrontarsi con il degrado e la marginalità. Quello che segue è il docu-racconto di protagonisti del pianeta solidarietà.        

Rosa Iervolino Russo, prima cittadina di Napoli, ha firmato la significativa riflessione, qui di seguito sul tema della “scugnizzeria” della sua città (Scugnizzi, edizioni Intra Moenia). L’idea di riproporla è di dare consistenza alla “confessione” di Salvatore Di Maio, un ex scugnizzo che racconta l’esperienza della “Casa” fondata da padre Borrelli, in una pubblicazione della “La Città del Sole” dal titolo “Nato il 4 Luglio a Napoli, Le metamorfosi di uno scugnizzo”:

Rosa Iervolino Russo: “In molti luoghi della Terra ci sono bambini che avrebbero voglia di rincorrersi, di tirare calci ad una palla, di inseguire un aquilone, ed invece incontrano ogni giorno un diverso destino. Una mina antiuomo, un buio sottoscala dove cucire scarpe, fame e malattie che, in grandi aree del mondo, spezzano i loro sogni.

C’è da pensare a tutti questi bambini prima di riflettere sulla scugnizzeria napoletana oggi così diversa dalla condizione di tante povertà estreme presenti nel mondo, così diversa anche da quell’idea di geniale impertinenza degli scugnizzi napoletani, del passato e del presente partenopeo.

Ogni giorno molti di loro sfidano ancora le regole sociali, per un modo di confrontarsi con la vita fatto talvolta di vandalismo senza ragione. Spesso condividono il loro disagio con altri piccoli, sfuggiti alle privazioni di Paesi lontani per contendersi l’elemosina ai nostri incroci.

Gli scugnizzi raccontati in questa testimonianza di un tempo non troppo remoto richiamano ancora altre immagini alla mente. Quelle di una città piegata dalle ferite profonde della storia, dei suoi figli senza famiglia e senza casa che diventano lazzari per sopravvivere.

Il “caso” della Caracciolo, che illumina di solidarietà gli anni dal 1913 al 1928, precede la devastazione della seconda guerra mondiale che toccò la nostra città. In quegli anni a ridosso di bombardamenti e miserie, quasi tutta Napoli trovò rifugio nella scugnizzeria, per non restare stremata in ginocchio. L’epopea di Mario Borrelli, prete-scugnizzo raccontato ed esaltato da osservatori di tutto il mondo, è uno degli infiniti esempi della generosità che vive nel Dna dei napoletani.

Oggi siamo in un altro tempo, i nuovi scugnizzi di Napoli hanno altre facce, altri modelli di vita e differenti modi di confrontarsi con la miseria, ma anche queste ferite, come quelle della guerra, richiedono da parte della città un grande impegno per guarire i mali della condizione che gravano sull’infanzia. Sta a noi raccogliere questi segnali e trovare le risposte giuste, che quasi sempre non sono le più facili, per ricostruire attraverso la scuola, le occasioni di incontro, i nuovi spazi, l’invenzione dei parchi ed il coinvolgimento delle famiglie, un rapporto adulto-bambino fatto a misura del loro benessere. È questa sicuramente la nostra scommessa più importante per migliorare davvero il futuro delle nostre città”.

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Sono davvero uguali a tutti gli altri i bambini del mondo che patiscono i mali di un pianeta progettato dai potenti in una scala infinita di disuguaglianze, i bambini che frugano tra le montagne di rifiuti maleodoranti, ai margini delle bidonville messicane, ai confini di megalopoli che assistono inerti alla morte dei loro figli per fame, stenti, malattie?

Ora contate: uno, due, tre, quattro secondi. Con questa terrificante sequenza temporale un bambino dopo l’altro perde la vita e l’Africa delle povertà estreme ha il tragico primato di queste morti. Bambini costretti da truci schiavisti, mercenari senza dio, imbracciano kalashnikov e uccidono “nemici” di cui non sanno nulla. Bambini con le mani tese chiedono l’elemosina, figli di un tempo cinico, indifferente al dramma di neonati in vita con le sole ossa scarnite, creature condannate da padri e madri malati di Aids, ragazzini che inseguono un pallone bitorzoluto e perdono gambe, braccia dilaniate da mine anti-uomo.

Scugnizzi, figli dell’abbandono, tutti uguali, figli di città dell’ex Unione Sovietica ospiti come topi nelle fognature di periferie emarginate, sotto tetti mefitici, uguali ai bambini avvelenati dai miasmi tossici di Cernobyl? Uguali a chi nasce in case agiate, avviato agli studi, a un futuro rassicurante?

Nel Dna della Napoli schiantata dalla guerra e da antiche marginalità del Sud, orfani e figli della miseria, scugnizzi senza nome, non di rado abbandonati da maternità rifiutate. I racconti che li hanno protagonisti, non solo napoletani, hanno ispirato romanzi, saggi, inchieste televisive di inviati speciali, fotografie da premio Pulitzer, film del neorealismo.

La storia della scugnizzeria napoletana è il racconto di una società che ama i bambini e al tempo stesso ignora i figli della marginalità. Chi frequenta la linea 1 della metro, per sottrarsi a possibili angherie evita le ore a rischio, quando i giovani eredi di “Arancia meccanica” insultano, malmenano, strapazzano i malcapitati compagni di viaggio. Talvolta gli affiliati a queste diffuse mini gang concludono le bravate in Questura, provvedimento che però non scoraggia nuove “imprese”, anche se inconsapevolmente legittimate dalla rabbia per la iella di essere nati a Scampia, in un contesto familiare degradato piuttosto che a Posillipo, nella Napoli dei privilegi.

Scugnizzi è idea globale. Include i bambini lavoratori in luoghi del mondo dove potenti multinazionali e imprese senza scrupoli ricompensano con pochi spiccioli dodici ore e più di duro lavoro. I volti di queste piccole vittime sono uguali in Sudamerica, in Romania o in Nigeria, a Napoli, nelle favelas brasiliane e nei sottoscala di fabbriche clandestine cinesi. Le storie degli scugnizzi hanno perciò valore universale, come il teatro dolente di Eduardo e il suo opposto di città simbolo della “grande bellezza”, racchiusa tra la maestà del Vesuvio e la magia delle isole.

Scugnizzo è un atto di accusa, è denuncia di violenze senza alibi sulla quota più debole e indifesa della società.

Solo Napoli e un napoletano speciale potevano inventare un rifugio protetto per bambini e ragazzi reduci da una guerra, la seconda mondiale, pagata dalla città con morti e devastazioni come pochi altri territori del Paese.  La nascita e il percorso della Casa dello Scugnizzo rivelano sofferenze drammatiche, solitudini di vedove e orfani, emergenze sociali, ma anche un unico, straordinario esempio di solidarietà.      Un prete, don Mario Borrelli, mette in un canto la tonaca, il mandato di custode delle anime dei fedeli, gli studi teologici e diventa scugnizzo tra gli scugnizzi.

A Napoli, era la prima decade del ’900, lo scienziato veneto David Levi Moreno ottenne dal governo, in concessione, l’uso della nave “Scilla” e la trasformò in asilo ancorato nel porto per bambini e ragazzi esclusi dalla scolarità da condizioni sociali di estremo disagio. Nacque il primo “convitto di mare”.

Il Ministero della Marina ha poi duplicato l’esperienza e ha affiancato alla “Scilla” la “Caracciolo”. Il compito di ospitare seicento bambini è stato affidato a Giulia Civita, la “Signora degli scugnizzi”.

Un terzo “miracolo” è della fine della seconda guerra e non poteva che avere Napoli come scenario. Decine di bambini nati da madri e padri impossibilitati a crescerli e istruirli sono stati temporaneamente adottati da famiglie emiliane e hanno trovato solidarietà, affetti.

Il dopo guerra. Sterminate distese di macerie, un quasi niente da mangiare erogato con la tessera annonaria, tutti in fila per un pezzo di pane e poco altro. Tempo di lutti per i morti ammazzati da una guerra suicida, giovani donne in vendita nelle propaggini limitrofe del porto, offerte ai marines senza distinguere il colore della pelle. Carcasse di navi affondate, di carrarmati saltati in aria a colpi di bazooka, rastrellati dai mercanti del ferro per rapidi arricchimenti.  “Americane chi fuma” a ogni angolo di strada, facce smunte, mogli vestite di nero, scheletri di palazzi sventrati da raid aerei, nelle orecchie ancora l’agghiacciante ululare delle sirene, notti insonni negli anfratti del tufo sotterraneo, il tuono delle bombe sopra la testa, l’odore invadente della muffa, angoli dove fare i “bisogni” senza privacy, i bambini, appena messi al mondo, avvolti in coperte autarchiche, la paura negli occhi dei più grandi.

I graffiti: “Venti volte in questo rifugio, quando finirà?”, “Giuseppe, mi manchi, fai smettere la guerra”, “Ho fame”.  

I bambini di Napoli. Scugnizzi. Sciuscià, ladruncoli, procacciatori di clienti per le “signorine”, orfani aggregati a mini bande capaci di sopravvivere con mille espedienti, con il poco racimolato tirando la giacca dei grandi, la gonna delle donne, con la mano tesa e la speranza di richiuderla su una moneta.

Eterna diversità. Tutta l’Italia in ginocchio per la devastazione della guerra, ma il peggio al di sotto di Roma, per storica iattura dei Sud del mondo.

I bambini di Napoli. Sfamarli, inventarsi percorsi di recupero della normalità, vestirli, ripristinare l’approccio alla scuola, il rifugio negato della famiglia e gli eroi di quel tempo, missionari nella terra di drammi collettivi: padre Borrelli, ribattezzato don Vesuvio, prete di strada, fondatore della Casa dello Scugnizzo, straordinaria calamita per centinaia di ragazzi sbandati, senza famiglia, piccoli randagi in una città inerme, impotente, don Mario erede dell’esperienza di Giulia Civita, la Madonna del Mare, che nei giorni duri del primo Novecento, della resa generale ai disagi e alle inefficienze delle istituzioni, chiede e ottiene una nave in disarmo nelle acque di Napoli da adibire a casa e scuola per centinaia di ragazzi abbandonati a se stessi. Celebra questo immenso atto d’amore e di magnifica intraprendenza la canzone ’E marinarielli: “’Sta  nave e chistu mare fanno ’ncantà…tenimmo ’a signora ch’è  a  megli ’e tutt’e mamme….”.

Don Vesuvio, padre Borrelli, prende con sé, su di sé, centinaia di ragazzi senza futuro, precorritori dell’arte di arrangiarsi e diventa con loro una comunità, un soggetto sociale tenuto insieme dalla condivisione di percorsi di sofferenza solitaria che il prete scugnizzo aggancia, scugnizzo tra gli scugnizzi, per recuperare i semplici, fondamenti della solidarietà, della fratellanza.

 

Raffaele Rota, operaio da adulto, ex scugnizzo, si racconta così: “Sono nato in una famiglia numerosa…mio padre una volta lavorava, un’altra no…e si viveva male…ero un poco sbandato e stavo con le bande degli scugnizzi. Sono entrato nella Casa dello scugnizzo e lì ho fatto fino alla quinta elementare…certo, io sono scappato diverse volte, ma non perché non ci stavo bene, anzi… era proprio la mia voglia di evadere: volevo essere libero…una volta, era nel ’56, mi presero e mi portarono nel Riformatorio Filangieri…poi sono stato a Nisida per quattro anni e ci ho fatto le scuole di avviamento, dove mi hanno insegnato a fare il tornitore meccanico. Quando stavo allo Scugnizzo, d’estate ci portavano all’ospizio marino di Posillipo…prendevamo il pullman 118 e se vedevamo una persona anziana ci alzavamo per farla sedere e quelli dicevano “Guarda ’sti scugnizzi comme so’ bravi”.

 

Scugnizzo tra gli scugnizzi

E’ ipotesi forse arbitraria, non impossibile, congiungere il miracolo della “Caracciolo”, nave scuola per bambini e ragazzi della Napoli ferita dalla guerra, all’opera di don Mario Borrelli, alla Casa dello Scugnizzo e con il filo rosso di una staffetta ideale tra protagonisti della della solidarietà.

Mario, al tempo dei suoi capelli bianchi ha avversato con tenacia la rappresentazione delle sue più evidenti qualità di prete scugnizzo, ogni tentativo letterario o giornalistico di evocare il senso di una vita che ha oltrepassato le dimensione pragmatica del sacerdozio per irrompere in una nobile avventura cha aggiunge uno speciale capitolo alla Chiesa “altra”, molto prossima a Cristo, pochissimo alla gerarchia ecclesiastica e al suo potere temporale. Di sicuro c’è che Mario Borrelli, giovanissimo, mise in un cassetto remoto la laurea conseguita in Inghilterra e scese in campo per sfidare la lettura catastrofista della Napoli uscita dalla devastazione della seconda guerra mondiale, incapace di lasciarsi alle spalle l’illecito del mercato nero e del contrabbando di “americane”, la compravendita di soldati Usa da abbandonare nei Quartieri Spagnoli dopo averli riempiti di pessimo alcol e svuotati di ogni avere.     Quando don Mario si spoglia dell’abito talare e indossa stracci sporchi, inadeguati a combattere il freddo e l’assalto dei parassiti, così lontani da un minimo di dignità, deve fronteggiare la stupefatta ostilità dell’apparato ecclesiastico e lo scetticismo polemico della famiglia. Il giovane sacerdote si fa scugnizzo e spende entusiasmo, energie, salute fisica, per mimetizzarsi ed essere ammesso nei circuiti impermeabili delle bande di diseredati che infestano il bronx di una città sbrindellata e incapace di provvedere al recupero dei figli di nessuno. Prima di attrarre qualcuno di questi fratelli di strada al riparo di un tetto, Mario vive la scugnizzeria fino all’abbrutimento, al dolore fisico, all’esperienza della fame che giorno dopo giorno non è più dello stomaco, ma della mente e tesse la rete di quel soccorso popolare che solo Napoli sa proporre nei momenti estremi del disagio collettivo. Molto è stato raccontato della Casa dello Scugnizzo e di Mario Borrelli, ma sulla questione dell’infanzia non protetta, benché siano mutati tempi e modi dell’emarginazione urbana, sono ancora in piedi le ragioni per allungare il percorso della solidarietà che omologa la storia della nave-asilo “Caracciolo” all’esperienza di don Mario Borrelli, da esportare nei luoghi della Terra che per deficit sociale avvicinano est e ovest, Europa, Asia e Africa, sobborghi di New York e periferie delle metropoli di ogni sud del mondo. Scugnizzi, a modo loro, sono i bambini che popolano il buio della rete fognaria di città fantasma dell’ex Unione Sovietica e scugnizzi, sono gli eredi di “Arancia Meccanica” che ammazzano per “gioco” chi incrocia la strada delle loro bravate senza un perché nelle strade di Chicago distanti dall’opulenza. Scugnizzi sono i bambini i, armati come soldati e drogati per superare l’orrore del sangue di vittime di una guerriglia spietata, incompatibile con la stagione della fanciullezza. A loro, ai loro simili noti e sconosciuti, è da ascrivere la storia della “Caracciolo”, di Giulia Civita, di Mario Borrelli, di altri eroi del nostro tempo che riempiono la dolorosa solitudine dei figli di nessuno.

Nel contesto dell’operazione letteraria “Scugnizzi”, edita da Intra Moenia, c’è un primo approccio di Salvatore Di Maio alla memoria di ex scugnizzo, di un percorso di vita che lo ha portato al ruolo di dirigente del Comune di Napoli, come racconta in “Nato il 4 Luglio a Napoli”, in corso di presentazione in questi giorni:

“Io non sono uno degli scugnizzi raccolti da Mario Borrelli. Appartengo alla seconda generazione, quella dal ’58 in poi. Abitavo già nel quartiere, a Salita S. Raffaele, praticamente di fronte alla Casa dello Scugnizzo, e a chiedere a Borrelli di prendermi fu proprio mio padre, tipico napoletano bazzariota, che d’estate vende cocomeri e d’inverno carbone…I primi cinque-sei anni della mia vita erano già trascorsi tra i cumuli d’immondizia davanti alla chiesa sconsacrata di S. Gennaro a Materdei, ma non sapevo molto della Casa dello Scugnizzo, anche se ricordo che molti genitori la usavano come una minaccia verso i figli, dicendo: “Mo’ te mando o Serraglio”, e indicavano la Casa dello Scugnizzo. Anche in seguito, quando mi è capitato di parlare di questa esperienza, le persone lo interpretavano come un luogo in cui io fossi stato rinchiuso . . .Io invece ci ho vissuto per otto anni, dal ’59 al ’67, entrandoci senza particolari problemi…il rapporto d’amicizia con i ragazzi con cui sono stato là dentro è stata un’esperienza importante…Le regole della casa non erano di quelle che fanno star male: erano le solite della convivenza. Alzarsi a una certa ora, fare il letto, andare a scuola, pranzare insieme, fare i compiti con gli educatori, le ore di ricreazione, la cena, un po’ di televisione e poi a letto…La sveglia era un rito da camerata militare…Ogni mattina, dopo colazione, uscivamo, ci mettevano in fila ed andavamo alla scuola elementare pubblica, la “O. Fava” di vico Trone a Materdei, dove ho avuto un insegnante straordinario, il maestro D’Andrea. Nel refettorio proiettava un film ogni mese… L’unico elemento di disturbo, in quel periodo, era dí essere individuato in classe come ‘quello della Casa dello Scugnizzo’…Le regole della casa non erano di quelle che fanno star male. Erano le solite della convivenza: alzarsi a una certa ora, fare il letto, andare a scuola, pranzare insieme, fare i compiti con gli educatori, le ore di ricreazione, la cena, un po’ di televisione e poi a dormire….Dopo la scuola c’era il pranzo, poi il rituale della controra, e finito il riposo si tornava nel refettorio per fare i compiti con gli educatori…La domenica eravamo in libera uscita e per me significava andare nella mia casa di fronte…Devo dire che quei ritorni non erano un momento di gioia. La miseria di mio padre mi pesava sempre di più… Durante le feste lui andava in strada con la chitarra, cercando di fare un po’ di soldi e qualche volta toccava a me andare in giro con il piattino o addirittura di cantare…Altri ragazzi stavano peggio di me, perché orfani….Ci piaceva il padre dei fratelli Caso, che tutte le domeniche, benché non avesse una gamba e camminasse con le stampelle, arrancava da Portici fino a Materdei per vedere i figli…Con loro era molto affettuoso…Erano previste anche le punizioni, ma non si trattava di percosse, piuttosto di privazioni, come restare senza frutta, senza cioccolata o senza libera uscita…L’ultimo periodo di permanenza alla Casa dello Scugnizzo è stato più difficile. Eravamo tutti più grandi, vivevamo in un’unica camerata nel sottotetto del convento, avevamo superato la fase della pubertà e cominciavamo ad avere pruriti sessuali…E’ stato il tempo della sfrontatezza. Una delle scommesse a cui ho partecipato richiedeva di alzare le gonne alle ragazze incontrate in strada…Nel ’67 sono andato via dalla Casa dello Scugnizzo. Che cosa mi ha lasciato di importante la Casa dello Scugnizzo? Per me è stata la scoperta che c’era un mondo oltre i confini di Materdei, è stata l’esperienza che mi ha inculcato il senso della comunità…Ho conseguito la licenza media al “Casanova”, convinto che avrei fatto l’aggiustatore meccanico…Uscito dalla Casa, non ero ancora niente…Ho fatto molti mestieri…il carbonaio con mio padre, ho lavato i piatti, ho lavorato come tappezziere, in una tipografia…La verità? Ho avuto due grandi scuole di vita: la Casa dello Scugnizzo ed il grande partito comunista…Mi è venuta la voglia di essere come i ragazzi delle Fgci, ho cominciato a leggere, a studiare e mi sono iscritto al liceo scientifico, all’università (filosofia, laurea in sociologia)… E’ nata la voglia di cambiare le cose, cominciando da me stesso. L’esperienza della Casa è stata straordinaria, ma purtroppo non ho espresso la sua grande potenzialità. Ancora oggi è un approccio educativo per i ragazzi di strada. Non promette di farli diventare tutti scienziati, ma solo normali. Per quanto so, tutti quelli che come me hanno usufruito dell’esperienza vissuta nella Casa dello Scugnizzo si sono inseriti senza problemi nella società”. 

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Il Racconto di Domenica 10 marzo

IL FANTASTICO DELL’IMMAGINARIO

 

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Il misterioso incipit di questo racconto sui generis è, come definirlo, un rebus grafico. Le indicazioni per risolverlo: unire i nove punti con quattro linee (rette) senza staccare la penna dal foglio. Non v’incavolate se un inutile arrovellamento mentale si scarica sul sistema nervoso e vi fa battere i pugni sul tavolo con rabbia. Falliscono cervelloni capaci di calcoli aritmetici a centotrenta cifre, pensatori eccelsi, talenti prodigiosi. E fate un fioretto, non leggete la soluzione posta in coda se non alla fine della lettura di questo anomalo racconto che prende le mosse da una favola terapeutica inventata da una psichiatra torinese di nome Gallino.

L’obiettivo terapeutico è invertire il dolore, il disagio, il pessimismo, in positivo, quello che il genio della psicanalisi, Paul Watzlawik, racchiude nella magia della parola “change”, cambiamento.

“Respiri profondi, rilassamento, quiete, sì così, la mente sgombra” prescrive la Gallino. “Sei ai margini di una palude che ti circonda. Acqua stagnante, nessuna trasparenza, paura dell’incognito (cosa sul fondo della palude?) Un passo dopo l’altro, non c’è modo di uscirne, ma dove finisce? Dolorose punture sulle gambe, immerse fino all’inguine nell’acqua maleodorante. Una fitta al polpaccio, un morso? Panico. Uccelli neri, urlanti, sfiorano i capelli, versi di animali sconosciuti, ma chi li emette? Il cielo, per quello che si intravede tra gli ombrelli verdi di alberi secolari, sono neri di pioggia, solcati da fulmini, seguiti da rombi come cannonate terrorizzanti della guerra mondiale. Un cappio alla gola, sempre più stretto, respiro mozzo, qualcosa di viscido che striscia all’interno della coscia, la fine della palude nascosta da alberi piangenti, con i pipistrelli che si levano dai rami in formazione e sfiorano quanto emerge dall’acqua, a pochi centimetri dalle braccia che brancolano nel vuoto come se fosse bendato, cieco. Il malessere sale d’intensità, prende alla gola, accelera il ritmo cardiaco. Il dolore è acuto come una morsa di angina. Sperimenti il limite della resistenza, lasci che arrivi al parossismo, senza resistergli. Ora è sul punto di crollare, forse non c’è via d’uscita…”

D’incanto ecco il margine della palude, lì a due passi. Oltre, ora che ne sei fuori, la magia di un prato soffice. Piccoli fiori di colore intenso segnano il percorso che conduce con dolce pendenza all’esordio di una collina coperta di ginestre in festosa esplosione. Ad ogni passo in su, verso la cima, una causa della sofferenza si dilegua senza lasciare tracce. Spariscono i segni di punture, la stanchezza. I polpacci, messi a dura prova dal fango sul fondo della palude, rispondono alle sollecitazioni della salita senza risentire dello sforzo. La mente elabora immagini di serenità, perfino un vecchio acciacco a carico della schiena sparisce “miracolosamente”. Al culmine della collina sorridi e pensi con autoironia al rapporto litigioso con Lucia, che può cambiare. Sai che entrato in casa il gesto di gettare il giaccone sulla prima sedia che ti capita a tiro la fa andare in bestia e provoca a catena la tua reazione indignata per la sua pedanteria di perfettina. Sorridi con l’idea del change.

Favole, ma funziona davvero? Anche per chi scommette ogni giorni di scrivere cose intelligenti e in buon italiano? Dicono sì di “maghi” di Palo Alto, ovvero i geni dello split brain, del cervello diviso, che lavorano con alacre profitto alla conoscenza della materia grigia e delle sue eterogenee, ma contemporaneamente integrate attività. In due parole, è la spiegazione della scuola di settore più avanzata del mondo, in individui a formazione e cultura occidentale, l’emisfero sinistro sovrintende all’insieme dei processi logico-analitici, al linguaggio, alla razionalità e il destro, sotto utilizzato per subordinazione ai modi di vita della società evoluta, è deputato alla creatività, al sogno, alla fantasia, alle funzioni della memoria e, oltre a molte attività importanti per la salute psicofisica dell’uomo, anche al miglior funzionamento del sistema immunitario.

Se ne deduce che conviene riequilibrare il potenziale dei due emisferi? Per rispondere è sufficiente interrogarsi sul fenomeno dei geni. Perché Mozart componeva musica straordinaria nell’età in cui i coetanei giocano con il Lego; perché Leonardo, Einstein, Picasso, sono uomini della storia, mentre pinco pallino Giuseppe non sa neppure cambiare una lampadina fulminata, Giovanni ammette di essere negato per la matematica e Gennaro non sa neppure come si tiene in mano una matita da disegno? Per ragioni in corso di accertamento, c’è che i geni hanno conservato fin dalla nascita una stretta relazione con l’emisfero destro.

Ho posto domande ovvie ai pionieri della ricerca sull’organo umano che elabora più e meglio di un mega calcolatore e accende la scintilla delle grandi scoperte, la forza narrativa di eccelsi scrittori, l’originalità di musicisti, pittori, scienziati.

Ricevo un paio di risposte propositive: “Guarigioni inspiegabili, esempio estremo è la scomparsa di tumori in stato avanzato, per chi ha fede si attribuiscono a miracoli di Santi e Madonne. Oltre, la scienza accademica non va. Non vuole andare. È duro ammettere che in alcuni casi e con motivazioni diverse, forti suggestioni attivano il sistema immunitario fino ad antagonizzare le cellule tumorali”. Seconda risposta: “Sei un giornalista, uno scrittore? Ricorda, ti capita di metterti al computer e di logorarti inutilmente per la difficoltà di un incipit convincente? Succede e più ti impegni per razionalizzare (emisfero sinistro) la ricerca di un inizio non banale né ripetitivo di un articolo, di un racconto, meno riesce lo sforzo. A un niente dalla resa all’esordio meno condiviso, lo sguardo vaga oltre la finestra che s’affaccia sul mare. Si avvicina al porto una nave crociera. Ti ricorda la traversata nel Mediterraneo con destinazione Malta, il viso angelico di Ester, poggiata al parapetto in coperta, il suo sguardo dolce e intenso. Il cuore batte forte, la fantasia su quel viaggio vissuto come una magia ti connette all’emisfero destro, alla creatività. Le dita corrono sui tasti del Mac e, uscito dalla “trance” emotiva, sai di aver scritto il migliore esordio del racconto sul mare che bagna la tua città”.

Prima di andare oltre un altro rebus grafico: sistemare dieci alberi su cinque file di quattro alberi ciascuna. La soluzione alla fine dello scritto, auguri.

E le maie di change? Provare per credere. Sono uno dei milioni di uomini che dopo una giornata di lavoro rientrano a casa sotto stress. Ogni sera mi libero di soprabito e giacca e li butto lì, dove capita, sulla sedia più vicina. Il dopo appartiene a un collaudato rituale. Mia moglie mi urla appellativi coloriti “Scostumato, ingrato. Lavoro tutto il giorno per tenere a casa in ordine e tu ti comporti come un lazzaro”. Di solito reagisco così: “Ma che brontoli, ho lavorato come un matto, ho affrontato e risolto mille problemi e tu rompi con queste cretinate…”

Lite continua assicurata, reiterata, giorno dopo giorno e così quasi all’infinito per stupidi screzi. Non stasera. Sistemo la giacca nell’armadio, il soprabito sull’attaccapanni e porgo a Lucia il long drink che ho preparato. “Ciao amore, mi sei mancata”. La sorpresa choc funziona. “Litigare per sciocchezze? Mai più”.

Mi convince. Un’altra prova della specularità dei due emisferi? “Se l’ictus colpisce la zona celebrale sinistra, chi lo subisce perde il dono della parola”.

E in positivo? “Betty Edwards, docente di disegno esperta in tecniche di attivazione dell’emisfero destro, sperimenta le tecniche con un gruppo di trenta giovanissimi che denunciano di essere ‘negati’. Dopo tre mesi i partecipanti all’esperienza sembra siano tutti neo diplomati dall’Accademia delle Belle Arti. Come? Parlando al destro con il linguaggio del destro. Se vuoi approfondire, c’è una intera biblioteca di studi, saggi, ricerche della scuola di Palo Alto, pubblicate da Adelphi.

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Il Racconto di Domenica 4 marzo

L’ITALIA NEL CUORE

di Luciano Scateni

Italiani speciali regalano la vita alla propria terra. La vocazione è antica. E’ dote di uomini e donne impegnati a tessere fitte reti di rapporti internazionali, persuasori per nulla occulti, che promuovono il Bel Paese nel mondo. Quanto conoscono un siciliano, un veneto, un valdostano, del magnifico Abbruzzo, e quanto gli abruzzesi di Bolzano, del Trentino, di Nuoro? Poco, spesso niente. Paradossalmente più delle Maldive, di Formentera. Il ruolo di ambasciatore di chi racconta storie, dei protagonisti di nobili eventi, eroismi, eccellenze, è prezioso, come una missione. Ne scopro uno dicendo sì alla richiesta di partecipare alla presentazione del libro “L’Italia nel cuore” di Goffredo Palmerini. Ne traggo le riflessioni del resoconto-racconto, qui di seguito.

 

“L’Italia nel cuore”, ponderoso volume firmato da Goffredo Palmertini, per un napoletano quale sono evoca le corrispondenze, i racconti dei grandi e illustri viaggiatori dell’800 e del primo Novecento, attratti dal fascino di Partenope, del suo passato, di superfetazioni greche, romane, di dominazioni che la città ha inglobato senza perdere la sua storica specificità. Il docu-libro suscita anche invidia per chi come me vorrebbe esibire di Napoli, ma non l’ha fatto ancora, altrettanta dovizia di personaggi ed eventi incolonnati in grandi numeri, perché li includano strutturalmente.

“L’Italia nel cuore” è come un inno nazionale al merito del Paese, alla solidarietà, all’accoglienza dei migranti, al sentimento collettivo che, fatta eccezione per minoranze intolleranti, ha origine nella memoria delle nostre migrazioni nel mondo.

L’Italia è legittimamente orgogliosa, perché esempio di generosa accoglienza dei migranti costretti a lasciare le loro terre martoriate da guerre sanguinose, feroci tirannie, da fame e quasi nessuna tutela sanitaria. Quanto a solidarietà non c’è possibile confronto tra l’Italia e il resto dell’Europa. L’estremo opposto è il filo spinato srotolato lungo i confini di Paesi membri che non fanno nulla per meritare l’accoglienza nella Comunità e le risorse ricevute dalla Ue: Ungheria, Polonia, in parte l’Austria.

A chi in Italia partecipa alla gara dell’espulsione dal nostro Paese e la quantifica in mezzo milione, seicentomila migranti, la storia ha il dovere di ricordare il numero di connazionali emigrati in fasi successive dal Paese economicamente in ginocchio: milioni e milioni. Non meno convincente dovrebbe essere il dato dell’ultimo censimento degli italiani che oggi vivono in altri paesi. Sono all’incirca quattro milioni e mezzo. Il numero più alto in Argentina (650mila), e in Germania (oltre seicentomila), 300mila in Gran Bretagna. Per la maggior parte si tratta di eccellenze che il mondo accoglie e valorizza. In passato hanno contribuito all’esodo il Veneto, l’Abruzzo, le regioni del Sud, principalmente Sicilia e Campania, territori economicamente arretrati.

Come accade in questo esordio del terzo millennio per i profughi africani, anche i nostri espatriati in successive fasi storiche coincidenti con crisi economiche epocali, hanno cercato lavoro e fortuna sopportando disagi, discriminazioni, ghettizzazioni, prima di omologarsi ai Paesi ospitanti e di integrarsi completamente, fino a occupare ruoli istituzionali di massimo livello, posizioni preminenti nei campi della scienza, dell’arte, dell’imprenditoria.

Chi guarda lontano sa che nel tempo il fenomeno riguarderà anche l’Italia, in generale l’Europa. Già adesso il popolo dei migranti contribuisce con un apporto interessante alla nostra economia e dato non irrilevante, rallenta la tendenza all’invecchiamento degli italiani, con la nascita dei suoi figli. Già tanti immigrati, specialmente africani, sono inseriti nel sistema italiano del lavoro, molti in condizioni disumane, frequentano le nostre scuole, lavorano nelle nostre fabbriche e in molti casi si adattano a svolgere mansioni che i nostri connazionali rifiutano perché gravosi o mal retribuiti.

Goffredo Palmerini, sta dalla loro parte, consapevole della dimensione mondiale del fenomeno e dei tanti abruzzesi emigrati dalla sua terra.

L’autore di “L’Italia nel cuore” è un personaggio di straordinaria poliedricità e di sorprendente universalità. Potrebbe apparire secondario, ma per chi come me si occupa di comunicazione, i dati che sto per citare hanno il carattere dell’eccezionalità. Per promuovere l’incontro napoletano di presentazione del suo libro, il comunicato stampa da lui redatto è stato pubblicato da venti testate, di cui una argentina e una brasiliana. Altre particolarità: “L’Italia nel cuore” ha ricevuto 58 recensioni internazionali nei seguenti paesi: Argentina 3, Australia, Brasile 3, Canada 6, Cile, Danimarca, Germania 2, Lussemburgo 3, Messico, Perù, Polonia, Repubblica Domenicana 2, Spagna 2, Stati Uniti 10, Sud Africa, Svezia, Svizzera 3, Uruguay 2, Venezuela 11. E ancora, da 11 testate on line italiane, 37 abruzzesi, da 9 Agenzie di stampa internazionali, 4 quotidiani, 7 periodici.

Questi dati rivelano antica e attuale contiguità dell’opera di Palmerini con il tema dell’emigrazione, di cui è uno stimato operatore internazionale e sottolineano le relazioni   culturali che intrattiene con personalità di spicco in Paesi come gli Stati Uniti, l’Argentina, il Venezuela, terre di grandi flussi migratori degli italiani.

Avrei voglia di citare come ha fatto Palmerini tutti gli uomini e le donne abruzzesi raccontate dall’autore di “L’Italia nel cuore”, soggetti di una folta e prestigiosa rappresentanza all’estero, ma occorrerebbe ben altro spazio per non dimenticare alcuni degli innumerevoli scrittori, musicisti, scienziati, esponenti di istituzioni internazionali e persone semplici che hanno acquisito meriti speciali in tutti i campi, per generosità, altruismo, competenze.

Goffredo Palmerini, lo testimonia la sua biografia, è come dicevo una personalità poliedrica. Ha rivestito incarichi amministrativi per la città natale, l’Aquila, da assessore e vice sindaco, poi si è affermato come scrittore e giornalista. Ha pubblicato i libri “Oltre confine”, “Abruzzo Gran Riserva”, “L’Aquila nel mondo”, “L’Altra Italia”, l’“Italia dei sogni”, “Le radici e le ali” e questo imponente “L’Italia nel cuore”. Per l’attività letteraria e di giornalista ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Di recente il premio internazionale di giornalismo Gaetano Scardocchia, il premio Maria Grazia Cutuli. In passato Palmerini è stato insignito del prestigioso premio Nelson Mandela per i diritti umani.

Come accennato è un apprezzato studioso di migrazioni, autore e componente del Comitato scientifico del dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo.

Se merita un titolo aggiuntivo è quello globale di ambasciatore dell’Abruzzo nel mondo.

Due colte presentazioni introducono il lettore a “L’Italia nel cuore”. Scrive Luisa Prayer, musicista di fama su Palmerini “E’ innamorato delle storie che racconta, delle persone che incontra, perché capace di una meravigliosa disposizione interiore, aperta, disinteressata, pronta a gioire dei successi dei protagonisti dei suoi reportage”. Carla Rosati, docente universitaria, dice nella prefazione: “Palmerini, in questo suo ultimo lavo ci prende per mano e ci accompagna in giro per il mondo…ci fa attraversare la sua terra…descrive paesaggi magici…annota con finezza di scrittura sensazioni ed emozioni”.

Il libro presentato a Napoli nello spazio eventi dell’editore Guida, preceduto da una nota dell’autore, propone ventitré capitoli e in appendice nove scritti di autorevoli autori/autrici. Per avere un’idea seppure approssimativa, ma il libro va letto con l’attenzione che merita, cito il numero sorprendente di nomi elencati da Palmerini in uno degli indici: sono i trecentoventi di persone che fanno parte della sua narrazione. Un capitolo speciale del volume porta il lettore negli Stati Uniti, dove l’autore incontra personalità abruzzesi affermate in tutti i campi della cultura e della scienza e dov’è conservata la memoria delle migrazioni italiane di cui musicisti, medici, ricercatori e amministratori italo americani sono discendenti.

Noi napoletani andiamo fieri degli innamoramenti per la nostra città, raccontata dai grandi viaggiatori come Goethe, da musicisti di fama. Riconosciamo alla nostra gente eccellenze che si sono affermate nel mondo: poeti, scrittori, drammaturghi. Ricordiamo, a chi considera solo le criticità di Napoli, che tra la fine dell’800 e gli inizi del secolo successivo, la città poteva esibire oltre cento primati in tutti i campi dell’economia, delle scienze, dell’arte.

L’operazione di Palmerini somiglia, per l’Abruzzo, a questo genere di riconoscimenti, che nella stagione attuale si manifesta con lo straordinario merito dell’accoglienza ai migranti, della negazione di ogni forma di razzismo, di una forte e sentita solidarietà.

L’opera complessiva a favore delle emigrazioni di Palmerini svela, in parallelo con Napoli, il ruolo dell’Abruzzo, della terra provata dalle catastrofi naturali, di un’umanità per questo temprata, tenace, intraprendente e stimola il desiderio che si moltiplichino le iniziative come “L’Italia nel cuore”, per ciascuna delle venti regioni del Paese. A Napoli non fanno difetto intelligenze e competenze per sistemare in un’opera enciclopedica eventi, nomi, eccellenze, di questa terra di grandi personaggi, citati individualmente, mai in un contesto globale, esaustivo.

Mi piace concludere con una annotazione sulla ricchezza della documentazione fotografica del volume e, da giornalista, con due domande all’autore. Quale futuro per le aree dell’Italia centrale colpite più volte nel tempo dal terremoto e quali garanzie che la ricostruzione, dov’è possibile, avvenga con sistemi antisismici, con piena trasparenza degli appalti. In altre parole, cioè, come vigilano gli abruzzesi sulla loro terra? Vigiliamo, risponde Palmerini e non c’è motivo per non credergli.

La cronaca racconta tempi e modi della ricostruzione post terremoto dell’Aquila che descrive più bella di prima, con il suo centro storico più grande d’Europa. Di nuovo si fa strada il rammarico per la storica inerzia che e nega la valorizzazione del centro antico di Napoli, ricco come nessun altro di beni artistici e testimonianze del passato.

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Il Racconto di Domenica 25 febbraio

Il monito senza tempo della Resistenza

di Luciano Scateni

[Questa narrazione chiede ai lettori la retrodatazione, cioè di riportarla agli avvenimenti degli anni ottanta del secolo scorso, quando l’Italia si è consegnata al governo di centrodestra. Erano già in progress, non così espliciti come in questa vigilia delle politiche di Marzo, le divergenze interne alla sinistra storica e si dimostrò politicamente profetica la scelta di pubblicate il Dizionario della Resistenza, firmata da Gaetano Arfè. Oggi, l’opera assume dimensione di ammonimento, perché il Paese stronchi sul nascere ogni tentativo di legittimazione della destra neofascista. Di sicuro l’opera di Arfè, edita da Einaudi, dovrebbe trovar posto nelle biblioteche scolastiche, per accompagnare con l’autorevolezza dell’autore un’incursione consapevole nella storia italiana del secolo che abbiamo lasciato alle nostre spalle e la cognizione di quanto accade oggi nel mondo e in Italia, investiti da una pericolosa deriva della destra.]

A conoscerli, i partigiani si mostrano spesso lontani dall’immagine pro­posta da alcuni film che fortunatamente ricordano il patrimonio storico e politico della Resistenza. Lo stereotipo degli eroici protagonisti della Liberazione è ben chiaro nella percezione dei più: uomini forti come querce, capaci di sacrificare se stessi, di negarsi agli affetti più cari, di prendere la strada del pericolo incombente in ogni istante e buttar fuori dall’Italia il nazifascismo. In antitesi, ma con altrettanta autenticità, l’im­maginario propone esili figure che hanno donato alla causa intelligenza, esperienze e altrettanto coraggio, ma in retrovia, dove hanno progettato non meno pericolosamente la libertà, il ritorno alla democrazia e le stra­tegie per appropriarsene. Tra molte cose che non so di Gaetano Arfè anche questa: se fu partigiano d’assalto o cervello dell’organizzazione, Mi induce a propendere per la seconda ipotesi la lunga frequentazione di quanto si iscrive nelle ricerche della scuola di Palo Alto, così attenta alle comunicazioni verbali e soprattutto non verbali, da cui dedurre attendibili riflessioni, indizi e giudizi sul prossimo. Le deduzioni prodot­te dall’osservazione di gesti ed espressioni del leader socialista direbbero che è stato uno tra tanti intellettuali che hanno messo temporaneamen­te in disparte studi e ruoli accademici, per offrirsi al prodigio organizza­tivo delle formazioni partigiane. Fossi smentito non scemerebbe comun­que il credito che Paul Watzlawick e l’intera scuola californiana hanno acquisito per le avveniristiche esplorazioni del cervello.

Sono certo che Ciro Raia, suo estimatore e promotore dell’incontro per la presentazione del Dizionario della Resistenza nella prestigiosa sede dell’Istituto degli studi Filosofici di Gerardo Marotta, ha sollecitato al ricordo di Arfè prestigiose menti che lo hanno conosciuto e conservano con rispettosa meticolosi­tà la memoria della sua vita intensa, esemplarmente coerente, generosa.

Di qui la scelta di evitare l’esegesi di un padre dell’Italia, che l’ha attra­versata da protagonista illuminato e, invece, l’intenzione di ricordare un incontro specialmente importante, per me impegnativo, emotivamente unico. A chi ha sfiorato gli avvenimenti chiave della storia recente, suc­cede di convivere con due sentimenti; l’uno riprovevole, d’invidia per altri che vi hanno partecipato, l’altro di soggezione per quanti possono ancora raccontare il loro esserci stati. Non troppo tempo addietro, ho dunque goduto del privilegio di introdurre l’appassionata presentazione di Arfè di un’opera monumentale edita da Einaudi, su un tema colpevolmente incompleto, tanto da sottrarre consapevolezza dell’evento decisivo per la nascita della Repubblica a gran parte delle nuove generazioni. Per qual­che istante ho temuto di essere inadeguato. I timori sono però svaniti alle prime parole di Gaetano Arfè, quieto segnale di benevolenza e di attenzione senza riserve, paritario, che incoraggiava e svelava l’abitudine antica a elargire protezione, ad anticipare il dono di saggezza che lì a poco avrebbe diffuso nella sala del convegno. Per l’avvenimento vi erano convenuti vec­chi compagni, ma anche alcuni giovani, attratti dal carisma del leader socialista e da quanto gli storici hanno rivelato di una sua vita esempla­re e non poco scomoda. Era fresco di stampa il primo volume del Di­zionario della Resistenza, che animò quell’incontro, evocando l’immenso valore della lotta partigiana per la liberazione e l’evidente attualità di quegli eventi da cui nacque l’Italia repubblicana e la Costituzione, det­tata con storica partecipazione da tutte le componenti democratiche. In quei momenti Gaetano Arfè era uno, ma idealmente impersonava tutti gli uomini e le donne incarcerati per aver opposto alla barbarie del nazi­fascismo gli ideali di libertà e di eguaglianza. Gaetano non aveva, o per­lomeno non aveva più, la corporatura di chi anche fisicamente sa di poter contrastare alla pari l’oppressore, eppure ogni ricordo dell’epopea vissuta in condizioni impossibili dava alla sua voce un’energia incontenibile. Ecco, senza alcuna necessità di spingere il volume a grandi picchi, le sue parole erano solide come pietre, emozionanti come lo è stato “I1 ser­gente nella neve” di Rigoni Stern o la cronaca scarna, ma appassionante, di un partigiano piemontese capitato a Napoli, per aprire nel cuore della città lo spazio della Libreria Minerva, per anni terminale moderno del­l’editoria e non meno di dibattiti, di riflessione. Aldemaro Ossella, il partigiano che era in lui, aveva mani grandi e straordinarie storie da tirar fuori, ma a fatica, da una struttura caratteriale schiva. Fisicamente era forse il doppio di Gaetano Arfè, ma per una diversità fatta solo di cen­timetri. L’uno, nonostante l’attività libraria, era a suo agio specialmente allorché il tempo gli concedeva di dedicarsi a lavori manuali, che proba­bilmente favorivano la distanza dalla routine della quotidianità e la memoria di sé partigiano; l’altro, guardando all’indietro, sembrava tra­sformare l’intensità di una vita intera, che i biografi faticano a sistemare compiutamente, in un’esemplare testimonianza di lealtà al socialismo, attraversato non senza sofferenze e ripensamenti in epoche della politi­ca condivise a fatica o rifiutate. Sia l’uno che l’altro dimostravano con lo sguardo, la pacatezza dei forti e idee nobili, uguale appartenenza agli ideali di giustizia, libertà, identica consapevolezza di aver contribuito a sradicare la malapianta del fascismo.

A lungo, ho ripensato all’incontro nel palazzo che ricorda la rivolu­zione del 1799 e mi sono chiesto quale giudizio riserverebbe Arfè al gri­gio e malinconico tramonto della politica che opprime l’esordio del terzo millennio, ai transiti spregiudicati di mestieranti che nascono comunisti e saltano sul carro della destra, di centristi ondivaghi, uomi­ni del liberismo avanzato aggregati al polo riformista del centrosinistra e cani sciolti eletti nelle file di uno schieramento abbandonato un giorno dopo il voto a favore dell’area avversaria. La scontatis­sima risposta introduce l’accostamento tra le due immagini più nobili del socialismo italiano: se Arfè dice di sé di appartenere “alla storia di uomini che non trionfarono mai, ma che non furono mai vinti”, pensa probabilmente al meglio delle nuove generazioni che ancora congiungo­no le loro coscienze agli ideali di “Giustizia e Libertà”. Sarebbe stata altrettanto perentoria la risposta di Franceso De Martino e fu inten­sa l’emozione di condividere, seppure per il tempo breve di un’intervista televisiva, il luogo dove il leader socialista ha vissuto l’ultima parte della sua vita, nella casa-biblioteca di via Aniello Falcone, a Napoli, letteral­mente avvolto dai libri, dedito al suo lavoro intellettuale intenso, in una stanza per il resto scarna, minimalista come si direbbe oggi. L’esponente lombardia­no del PSI, nei suoi ultimi anni di vita, agiva da quella stanza, coscienza severa e rigorosa di un’idea del socialismo esattamente opposta all’interpretazione deteriore del partito guidato da Craxi e dal suo éntoura­ge. Esaurita la quota di rispettosa timidezza, il ruolo di coordinatore del dibattito sul Dizionario della Resistenza non mi ha più procurato disagio e in prossimità della conclusione, è apparsa pienamente l’opportuni­tà di un’opera che ripercorre puntualmente gli avvenimenti della lotta per la liberazione e consegna ai giovani, intatto, il valore di quella esperienza. Pensando alle non cospicue disponibilità economiche dei giovani, chiesi ad Arfè se il prezzo di diverse decine di euro del primo volume non gli sembrasse inavvicinabile e, dunque, incoerente con l’obiettivo di operazione cultura­le generalizzata. Mi disse che condivideva la riflessione e fui certo della sin­cerità, ma anche del suo realismo nella valutare che un’opera tanto com­plessa e ponderosa debba necessariamente richiedere costi elevati. Infine una citazione tratta da suoi scritti nel pieno di una stagione della politica che avvicina, perico­losamente, progetti e programmi dei due poli: “La scomparsa di Ber­linguer… la defenestrazione di Natta, segnano l’inizio del malinconico declino dell’ultimo tentativo di Pani (Sinistra Indipendente). Il nuovo gruppo dirigente del Partito comunista in via di metamorfosi, con l’auto­lesionismo proprio degli ignari e degli ignavi, procede alla liquidazione di un’eredità troppo pesante per le sue gracili spalle… L’operazione si colloca nel quadro del reganismo e del tatcherismo trionfanti e dell’offensiva ideologica ideata da Beffino Craxi, condotta con grande rozzezza cultu­rale ma non con superiore intelligenza tattica”.

“Uomo mite, ma rigoroso nelle idee e nelle scelte”: così, Nicola Tran-faglia definisce Arfè e in qualche modo è quanto ho avuto la presunzione di capire di lui nelle, purtroppo, rare occasioni di incontro e di ascolto.

Così dicevano il volto, sofferente ma insieme sereno, la voce, che assecon­dava la dote di affabulatore tanto colto da sostenere, senza un rigo di scritto, incontri e interviste impegnativi. Come questa: “Cosa pensa del partito democratico?” “Ci credo poco… quando vedrà la luce non sarà robusto per la scarsa partecipazione della gente. “E della ricomposizione della sinistra?” “Possibile ma ci vorrà tempo e soprattutto la capacità di rimettersi tutti in gioco”. Che direbbe ai socialisti?” “Gli direi, riprendi e segui il socialismo di Lombardi”.

Gaetano Arfè

Ad un anno dalla scomparsa di Gaetano Arfè non si è spenta la sua voce autorevole, che mai come oggi avrebbe molto da dire sull’incertez­za caotica e l’etica discutibile della politica.

L’Italia, il 13 e 14 aprile, è stata riconsegnata alla destra, ai conati raz­zisti del secessionismo leghista, al neofascismo di Berlusconi e Fini, al militarismo, alla subordinazione dello Stato laico al clericalismo. La responsabilità della sinistra è di nuovo nella divisione e frammentazione che troppo spesso contrappone strategie e progetti a favore di interessi prevalentemente strumentali, di parte. Il torto del popolo di sinistra e di aver sussurrato, anziché urlare, la censura a comportamenti degli appa­rati che hanno poca o nessuna affinità con le idee e, se non spaventa il termine, con l’ideologia della sinistra.

[Non è difficile immaginare che Arfè, avesse assistito al disastro che potrebbe riaffidare l’Italia al berlusconismo, avrebbe lucidamente individuato la patologia della sinistra e la terapia d’urto per sanarla. Li dove riposa avrà di che riflettere sulla conflittua­lità della sinistra che nel tempo ha generato scissioni e riapparentamen­ti, ma sempre nel segno di obiettivi elettorali e sodalizi di potere].

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Il Racconto di Domenica 18 febbraio

Qua la mano

di Luciano Scateni

Siamo, oramai, oltre ogni confine della tolleranza per i misfatti che relegano l’Italia giù e di parecchio nella graduatoria mondiale delle eccellenze, quasi rassegnati alle brutalità, alla violenza bullista, al gradino infimo della xenofobia. Assistiamo, complici di inerzie istituzionali, al crescendo di aggressioni razziste, a esplicite quanto vietate spavalderie del neofascismo. Poco ci adoperiamo per spiegare all’Italia che lo ignora o finge di non valutarlo il plus valore dei migranti per l’economia del nostro Paese. Questo racconto è un breve spaccato della grande questione che impone di prendere coscienza dei disagi fisici e psichici di chi sopravvive alle insidie mortali del Mediterraneo e ci chiede accoglienza, lavoro, lo status sociale di persona, il riconoscimento della dignità negata nella terra che gli ha dato i natali e niente più. 

Zwanga, rifugiato camerunense: assassinato da una banda di criminali. La sua morte spinse l’Italia a garantire diritti e doveri agli immigrati con la prima manifestazione antirazzista e la partecipazione di oltre 200.000 persone. Ne conseguì la legge Martelli, che riconobbe agli stranieri extraeuropei lo status di rifugiato e i diritti dei lavoratori stranieri e segnò un importante passo in avanti per l’avvio della convivenza multietnica, che nell’attuale fase politica pre elettorale sembra arretrare, negata dal razzismo della destra. Zwanga nasce  in povertà, vive in una capanna di legno e lamiere, ma riesce a completare gli studi, lotta contro  l’apartheid.

Lascia il suo Paese dopo un colpo di Stato e messi al sicuro moglie figli nel Gabon, con il poco che gli rimane compra un biglietto aereo per l’Italia, dove chiede asilo politico. Gli è negato perché previsto solo per i cittadini dell’Europa Orientale. Zwanga rimane in Italia senza alcun riconoscimento giuridico e, accolto dalla comunità di Sant’Egidio, si adatta a svolgere piccoli lavori per sopravvivere. Si trasferisce nel casertano dove gli dicono che può lavorare alla raccolta di pomodori. Ogni mattina all’alba, si ritrova con una moltitudine di immigrati nella “piazza degli schiavi”, assoldato dai “caporali”. Quindici ore di lavoro al giorno e una paga di quarantamila lire per quaranta cassette da venticinque chili riempite di pomodori. Tornato a Villa Literno  dopo un tentativo vano di trovare lavoro a Roma, scopre una nuova consapevolezza delle condizioni di sfruttamento subite dagli immigrati, ma anche il moltiplicarsi di episodi d’intolleranza per i profughi, minacciati di violenze da squadre di picchiatori. I carabinieri trovano volantini che incitano alla violenza: “È aperta la caccia permanente al nero. Data la ferocia di tali bestie e poiché scorrazzano per il territorio in branchi, si consiglia di operare battute di caccia in gruppi di almeno tre uomini”. 

Un gruppo di criminali a volto coperto irrompe nel capannone dove Zwanga dorme con Masslo e altri migranti. I banditi si fanno consegnare il denaro di due mesi di lavoro e al rifiuto di alcuni reagiscono sparando. Colpiscono Zwanga e Masslo a morte.

La Rai trasmette l’intervista rilasciata da Masslo per la rubrica “Nonsolonero”: “Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà, un’accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui. E fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato ed allora ci si accorgerà che esistiamo”.

***

“Mi dai una mano?” Se frequenti quelli dell’associazione nata nel nome di Masslo ti abitui ad ascoltare questa richiesta di coinvolgimento in un’opera di solidarietà che non consente pause, rinvii e neppure ritardi, che infine condividi, fino a non trovare più alibi per chi non si lascia tirare dentro il grande territorio della partecipazione. In principio stenti a iscrivere il progetto dell’associazione in una cornice di fattibilità. Più che dall’ottimismo della ragione ogni cosa sembra suggerita da disegni ambiziosi e perfino velleitari. È che la normalità non s’accorda con l’eccezionalità e che un centimetro oltre la linea di demarcazione che separa il volontariato dalla società del profitto, sarebbe impossibile sognare, ma specialmente tramutare i contenuti dell’onirico nella realtà delle iniziative pensate per sorelle e fratelli di altri mondi spinti all’esilio dalla violenza di persecuzioni politiche o dal bisogno estremo. Se hai ancora pudore, presto ti starà addosso, con molta pena, la consapevolezza di aver fatto finta di niente e di aver cancellato, perché scomoda, la percezione del disagio estremo che sopravvive faticosamente a due passi dal territorio sociale di tua appartenenza. Per la salute dello spirito di un’umanità non ipnotizzata dai sistemi mediatici di omologazione, diventa grave contraddire l’assioma dell’eguaglianza tra creature che solo casualmente nascono a Copenaghen o a Kigali, a Kampala o nella Milano di via Monte Napoleone.

Impossibile non emozionarsi e non condividere i versi di una poesia per la morte di Masslo:

Sono qui, nel cimitero di Villa Literno. Qui, sepolto sotto una croce senza nome. Non vedo altro che un cielo di terra.

Nel suo nome, in quello di Zwanga tragiche vittime  di un’orrenda barbarie, incide nelle coscienze il racconto di uomini e donne, che sulla loro onestà di creature ancora aggrappate agli ideali di giustizia sociale, hanno edificato la propria strategia della solidarietà e sperano ancora che l’Italia sia terra di speranze e non sono scoraggiati da ripetute  disillusioni.

Questa piccola, grande storia di amore per le vite negate degli emigranti, origina in un luogo speciale, dove il rispetto delle regole è esclusività di minoranze e il degrado diventa luogo di deviazioni per violenti e sbandati.

Nasce a Villa Literno e svela energie sane, capaci di un lavoro duro, difficile, denuncia gli stenti che l’associazione Masslo deve affrontare giorno dopo giorno, per riempire vuoti di presenze istituzionali. Ore di sonno perdute, carriere personali frenate dall’impegno richiesto da questa nobile missione. La ragnatela fitta di rughe scava oltre il dato anagrafico fronti e guance. E’ oscuro, tenace, la logorante operatività, lo stress psicofisico per la ricerca di risorse, non solo materiali, indispensabili a trasformare un buon progetto in operatività.

Questo breve racconto si propone di sollecitare attenzione sulla prodigiosa sinergia tra chi opera nel volontariato  e chiede “Mi dai una mano?” Questa idea di partecipazione è piena di eventi, intenzioni, straordinarie operazioni sociali e umanitarie. Prova a rendere compatibili utopia e sogno con la concretezza di un ospedale da edificare in Camerun, la terra di Zwanga  nel rispetto della la cultura, delle attese di chi ne usufruirà. Il progetto è di un architetto che ha assimilato le specificità della cultura, delle tradizioni, delle caratteristiche morfologiche di luoghi dove sorgerà la struttura. Accantonato il pregresso della progettualità tecnologica, attinge a piene mani a modi di vita, materiali e filosofie dell’Africa per rispetto delle diversità.

In parallelo nascono strumenti di comunicazione dell’associazione e il fine è far crescere l’attenzione per società multiculturali.

Si moltiplivacano i sì alla domanda “Mi dai una mano?” Come lo chiedessero Zwanga e Masslo con le parole di versi che raccontano il sacrificio della sua vita preziosa:

Jerry! Mi chiamava il mio amico chino su di me sanguinante

mentre un balordo fuggiva

con le mie poche lire di immigrato

A sud o a nord, est, ovest: dov’è il Camerun e su quale oceano s’affaccia? Ma guarda poi il mare? Quante anime conta e quanti corpi da sfamare e curare, per liberarli da mali estremi e pericoli imminenti, futuri? Ha governo democratico o tirannia e la pelle dei suoi figli è nera come la pece o mediamente scura, quale religione vi si pratica, su quante lire, euro, dollari, può far conto una famiglia di Douala o Yaoundé? La speranza è che i più sappiano rispondere e mostrare che l’attenzione del mondo non si limita all’indignazione per i civili massacrati in Iraq da bombe e missili, cannonate e raffiche di mitraglia, da incursioni cosiddette chirurgiche e ordigni con esplosioni a grappolo. Purtroppo è modesta la conoscenza del continente africano. Non va oltre qualche cifra poco significativa, e per restare al Camerun, la sua estensione geografica, di circa il quaranta per cento superiore all’Italia o la popolazione, inferiore per oltre il sessanta percento alla nostra. Di emergenze e bisogni poco si sa e bisogna contare sul racconto di chi da quel Paese è partito, senza neppure la valigia di cartone degli emigranti italiani e ora si batte nel nome di Zwanga per la nascita di un ospedale che colmi un drammatico deficit di tutela della salute.

E’ una goccia nell’oceano delle grandi questioni irrisolte? Senza dubbio, ma segnala la concretezza di un impegno che moltiplicato può diventare sistema. Un altro mondo è possibile? Dovrebbero rispondere, ma tacciono, quanti possiedono le chiavi della cassaforte mondiale che governa il controllo sulle risorse della Terra, chi tutela i privilegi delle potenti multinazionali, dei signori della guerra, di chi è padrone del destino dei popoli. Contro questo coacervo di poteri forti può sembrare imparagonabile l’antagonismo degli uomini di buona volontà, ma può avere la meglio l’impegno di contrastare la rassegnazione all’ineluttabile, semplicemente con la concretezza di cento posti letto, sale operatorie, reparti medici, reparti di maternità, pediatria, chirurgia.

Un mondo senza odio e razzismo, un mondo di tolleranza e di pace, di libertà e solidarietà.

…Ora il sogno appartiene a tutti gli uomini…

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Il Racconto di Domenica 11 febbraio

Nell’immaginario collettivo, Bermuda, o meglio Bermude perché è un arcipelago, evocano immagini tra loro discordi. Alcuni le ritenendo incluse nel cerchio magico delle caraibiche e ne hanno l’immagine di luogo per holidays vip o meta di viaggi di nozze. Altri associano le isole, un piccolo punto geografico in pieno oceano atlantico, alla leggenda del “triangolo della morte”, di un perimetro marino che avrebbe inghiottito per ragioni sconosciute navi ed aerei. La scienza lo nega e le dà ragione la cronaca dei presunti misteri. Gli ultimi racconti di sparizioni risalgono alla metà degli anni quaranta del secolo scorso (in piena guerra mondiale), nessun’altra da allora. L’oceano è diventato buonista?   Altri sognano le sue spiagge rosate, il suo verde lussureggiante, la quiete ostinatamente difesa dal turismo di massa. Un paradiso in terra. Per pochi giganti della finanza, le Bermude sono davvero un paradiso, ma fiscale, terra di evasioni per miliardi di dollari. Per le grandi compagnie crocieristiche americane le isole sono tappa di un mordi e fuggi imposto dal protezionismo di questo protettorato britannico nei confronti di flussi stanziali del turismo.  Per Berlusconi le Bermuda sono un parco con villa inavvicinabile, guardata a vista da vigilanti armati, in zona esclusiva, dove una barca a vela e un famoso skipper sono sempre pronti a navigare fino e oltre la barriera corallina. 

Cosa può sconvolgere questo angolo di lussuosa mondanità? 

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Delitto alle Bermude

di Luciano Scateni

Il “Daily Guardian”, quotidiano bermudiano, fa fatica a riempire con un solo titolo le nove colonne della prima di cronaca del quotidiano più diffuso nell’arcipelago atlantico. Arthur Mosley, il caporedattore, ha faticato anche di più a cercarlo nel vocabolario per lui insolito della “nera” e a conclusione dello sforzo mentale non è certo soddisfatto. Etichettare la strage dei Thompson non è proprio giornalismo normale per l’isola che il mondo intero immagina a ragione un paradiso terrestre del nostro tempo. Il giornalista mette in fila gli elementi utili: coperti di sangue, provocato da ferite inferte con furia dall’assassino, non distanti uno dall’altro sono riversi a terra Adam Thompson e Linda, la moglie con il viso più bello dell’arcipelago ma il corpo sfatto per sei gravidanze ravvicinate. Lui si è trascinato per qualche metro, probabilmente per raggiungere il piccolo tavolo di legno intarsiato, dono di nozze, dove è sistemato il cordless rosso fuoco scelto da Linda. Eduard e Maggie, quattro e sei anni, i corpi straziati e gli occhi sbarrati, sono in terra nel bagno e poco distante gli spazzolini bianchi di dentifricio lasciano intendere che erano stati spediti a lavare i denti prima di andare a letto. Frank ha il viso coperto di sangue, che arrossa il pigiama sulla schiena. I capelli sono arruffati innaturalmente, come se l’assassino avesse agguantato le ciocche bionde per tenerlo fermo mentre lo colpiva con il coltello. Aveva appena tre anni, uno più di Marilyn, uccisa nel suo lettino che ormai era diventato piccolo. Michael, dieci anni, appena uscito dal primo quinquennio di studi, si era attardato in giardino prima di curiosare nel garage, dove il padre aveva attrezzato una piccola officina per assecondare la vocazione al “fai da te”.

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Tornato in casa non sente avvicinarsi l’assassino. Si paralizza un attimo dopo. L’uomo – ma era poi un uomo? – preme la lama di un coltellaccio sulla gola di Stephanie, sua gemella e con l’altra mano gli intima di far silenzio, inutilmente. Il ragazzino non avrebbe mai trovato la voce per chiedere aiuto. Terrorizzato subisce la furia animalesca dell’aggressore, il suo ghigno osceno, le minacce dell’arma agitata con gesti isterici che gli sfiorano la gola. Michael, prima di morire, si copre gli occhi con le due mani, per non assistere alla fine cruenta della sorellina e si risparmia anche la violenza turpemente libidinosa del carnefice che ha violato il suo corpicino con brutalità.

Compiuta la strage, il carnefice traccia sulla parete alle spalle dei corpi straziati parole terrorizzanti:

MORIRETE TUTTI
MORIRETE PRESTO

Robert Parrish è smarrito, incapace di decisionismo, sconvolto da un evento che neppure una Cassandra avrebbe mai pronosticato. Il capitano della Bermude Police, dovesse scrivere l’autobiografia di capo dei servizi di sicurezza, avrebbe ben poco di eccezionale da raccontare. Ah, sì, la rivolta dei neri sottopagati, emarginati nell’agglomerato di abitazioni imparagonabili ai lussuosi residence di Saint George, discriminati, esclusi dal circuito privilegiato dei bianchi, subentrati ai fondatori africani dell’arcipelago per farne un paradiso fiscale dominato da big della finanza, banchieri e multinazionali delle assicurazioni. Parrish ricorda di aver contrastato i tentativi di emigrati colombiani di invadere l’isola con la cocaina, la droga dei ricchi, e di essere intervenuto nella capitale Hamilton per mettere fine a una rissa scoppiata nel giardino del lussuoso Rosewood Tucker’s Point, meta di uomini in carriera del venerdì, giorno di ubriacature antistress. Poca cosa se paragonata al massacro dei Thompson.

Lo sconcertato poliziotto capisce di non avere esperienza e attributi per venire a capo della vicenda e d’altra parte fatica a contrastare la pressione del Governatore, a sua volta incalzato dalla stampa.

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Idea: S.O.S. per Jo l’americano, detective privato di chiara fama, stimato dall’establisment bermudiano per un suo intervento risolutivo di recupero crediti con le banche statunitensi, difficili da esigere per irregolarità burocratiche. Chiedendo qua e là, il detective finisce per indagare sul boss di una compagnia multinazionale di assicurazioni. Un confidente lo informa del licenziamento di un autista, da quel momento senza lavoro e con una famiglia numerosa da sostenere. L’interrogatorio fuga presto ogni sospetto sul pover’uomo che esibisce un alibi blindato. Nel giorno della strage era a bordo di una barca per la pesca d’altura, ingaggiato da un ricco americano con la passione del mare. Quando Parrish è sul punto di alzare le braccia in segno di resa, arriva da Robert, “amico di tutti” l’aiuto oramai insperato. L’uomo, vicino ai novant’anni, ogni mattina di buon’ora si apposta sul margine della rotonda di accesso al centro di Hamilton e saluta uno per uno gli automobilisti che procedono in direzione del centro uffici. Nel giorno degli omicidi è stato quasi travolto da un turista barcollante, pieno di alcol, farneticante. A Robert non sono sfuggite le macchie di sangue sulla giacca dell’uomo e meno che mai le frasi farfugliate con la lingua impastata.

Parrish è tutto orecchie: “Cosa diceva?” “Parole su parole che mi sono sembrate senza senso” “Per esempio?” “Dio è grande, si è vendicato… non l’hai fatta franca… giustizia è fatta…”

La Princess è sempre ancorata nella rada di

Hamilton, impedita a proseguire la crociera da un guasto al sistema elettrico e il comandante Mc Gregor bestemmia, subissato di improperi dell’armatore, ma non può negarsi all’ufficiale di polizia.

“Comandante, pensa che possa esserci un nesso tra

il racconto del vecchio Robert, gli omicidi e uno dei suoi passeggeri?” “Non posso escluderlo. Mi faccia parlare con il personale addetto alla pulizia delle cabine e alla lavanderia”. Dolores, cameriera del piano “nobile” della nave riferisce di una stranezza su cui è passata sopra per non intrufolarsi nella vita del passeggero, ma ricorda che le ha dato per la lavanderia un giaccone con maniche e parte del davanti sporche di rosso, anche se sbiadito, come per un tentativo malriuscito di pulirle. “Non ci giurerei, ma doveva essere sangue”. Parrish chiede via email notizie del passeggero alla compagnia di navigazione e la risposta è sorprendente. Il responsabile della crociera confida le perplessità nell’accettare il passeggero Steven Hardy, perché noto alcolista con precedenti penali.

Ci siamo, pensa il poliziotto. La prova di aver fatto centro si deve a uno steward in servizio la sera della strage. Ha visto il passeggero uscire dalla cabina

barcollando, appoggiarsi alla balaustra del piano e vomitare. “Ho visto altro. Ha preso dalla tasca un panno da cui mi è parso sporgere la lama di un coltello e lo ha lanciato in mare”. Per Parrish caso chiuso e sospiro di sollievo, ma di più, la prospettiva di tornare alla dorata inattività, arricchita da scorribande in catamarano per circumnavigazioni delle Bermude, paradiso esente da mafie, ladruncoli e rapinatori.

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Il Racconto di Domenica 4 febbraio

Dream team, neapolitan apoteosi

di Luciano Scateni

Barcellona: emozioni irripetibili, adrenalina a mille, anche paura, di non saper raccontare, lucida consapevolezza che la telecronaca di Spagna-Italia, Olimpiadi del 92, partiva da bordo vasca della piscina Picornell per finire sugli schermi televisivi, negli altoparlanti dei radio e radioline, in tutta Italia e mostrare gli esalanti minuti del tripudio in vasca, l’abbraccio in acqua degli azzurri, il tuffo non spontaneo di Ratko Rudic, sergente di ferro alla guida della nostra nazionale, i suoi ragazzi schierati a bordo campo, mano nella mano mentre sugli spagnoli piovevano le note dell’inno di Mameli e la bandiera tricolore saliva alta sul pennone. Se a sedici anni distanza ricordo di aver raccontato Per la Rai quell’impresa è per non dimenticare gli eroi napoletani di quel “sette bellissimo”, il loro grande slam (Olimpiadi, Europei di Sheffield, Mondiali di Roma). Sandro Campagna, un altro  protagonista siciliano di quell’impresa, ora prova da tecnico della nazionale a far rinascere il dream team. Non gli sarà facile. Non nascono a comando i Porzio, Fiorillo, Silipo, Gandolfi. 

esultanza

Dream Team sembrava ai più il titolo che solo il quintetto di Magic Johnson avrebbe sopportato: chi è malato di basket ha vissuto Barcellona ’92 ubriaco di velocità, funambolismi, performaces atletiche planetarie, tap-in stratosferici e assist marziani, iper-riflessi, combinazioni balistiche soprannaturali.

Ai più sembrava impossibile che qualunque altra impresa olimpica invadesse l’immaginario onirico con suggestioni di pari emotività, ma i più sarebbero stati smentiti dall’epopea che in un torrido pomeriggio di Spagna la piscina Picornell ha riservato al popolo degli sportivi italiani con un giusto mixage di spettacolarità, trance agonistica, orgoglio nazionalista e rabbia in corpo. La Spagna di Estiarte era certa di far calare il sipario dei Giochi sul trionfo in acqua dei suoi figli focosi, in danno di chiunque avesse osato contrastare il progetto. La pallanuoto iberica era tecnicamente attrezzata per l’impresa, in tribuna era incitata dal re Juan Carlos in perona, la benevolenza dell’arbitro Martinez era clamorosamente evidente, le condizioni ambientali aumentavano in misura esponenziale la tendenza del destino a incoronare gli spagnoli. Manuel Estiarte, il fenomeno, aveva disertato il campionato italiano nell’anno precedente le Olimpiadi, per dedicarsi all’evento del ’92. Peccato, per lui, la Spagna, il suo re e gli sceneggiatori dell’ultima giornata di Giochi, che la vasca per la finale di pallanuoto, fosse abitata dalle calottine tricolori e che a indossarle fosse la più prodigiosa miscela d’ogni tempo di tecnica, intelligenza tattica, forza fisica e capacità di concentrazione. Questa Italia fu epica. Senza le nefandezze di Martinez avrebbe fatto della Spagna un sol boccone e concluso la sfida con un normale carico di fatica. L’impianto napoletano del Settebello era una spina dorsale d’acciaio, l’incredibile sintesi delle virtù che fanno di un pallanuotista un fuoriclasse.

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Ineguagliabile la capacità di Mario Fiorillo di leggere la partita, dirigere l’inerzia del gioco, sostenere mentalmente la squadra nei momenti di crisi, inventare scintille di classe pura per affondare il nemico e spingere il morale dei compagni fin su nel cielo terso di Barcellona.

L’impeccabile Pino, poi. Porzio junior ha un torto anagrafico e lo ha scontato nel percorso di una carriera fulgida, esemplare: la vocazione genetica a presidiare le zone arretrate dello schieramento ha oscurato un tasso di classe limpida, compiuta, per “colpa” di un fratello che, scelta la via dell’attacco ha colpito l’immaginario collettivo con i suoi missili acqua-acqua di rara potenza e precisione. Non che Pino fosse estraneo al dum-dum che piega le mani dei portieri, ma le ragioni della sua grandezza erano soprattutto nella monumentale e statuaria capacità di presidiare la difesa, di neutralizzare con autorevolezza il potenziale d’attacco di avversari che avrebbero fatto tremare i polsi a chiunque, nella “olimpica” saldezza di nervi a cui l’intero reparto attingeva nelle fasi di gioco più dure.

giornaleNando Gandolfi, quarto caso di stupefacente napoletanità. Se alle spalle di un atleta, nella ribollente tensione della piscina spagnola c’è un match fisicamente devastante e psicologicamente logorante, se gli spalti sono ipereccitati come le gradinate della Plaza de Toros nei giorni di San Isidro, se un re incita i suoi alla vittoria e se a bordo vasca infierisce un fischietto nemico, se nella mano destra di un azzurro s’incolla un pallone che brucia a temperature da ebollizione, se quel pallone può scrivere la parola fine alla disputa sulla conquista dell’oro, se la posizione dell’attaccante è decentrata rispetto alla porta nemica e le braccia del portiere sembrano tentacoli mostruosi, insuperabili, si può scommettere che cento grandi della pallanuoto su cento avrebbero esitato e cercato una mano amica su cui caricare la responsabilità del tiro della vita. Invece energia del terzo tipo nel braccio di Nando Gandolfi, coraggio nel cuore, incoscienza nella mente, la grandezza di uomo senza paura, di scugnizzo adulto, una prorompente napoletanità. Nando ha caricato il braccio e ha infilato il missile tra palo e braccia del portiere, ha chiuso la sfida dopo sei terrificanti supplementari, ha tolto la voce ai diecimila della Picornell e amplificato gli osanna degli italiani al seguito. Neapolitan Apoteosi.

Di pari spavalderia è fatta la tempra di Franco Porzio: si sa, per verifiche sul campo, che molti avversari hanno involontariamente agevolato la sua fama di possente uomo-gol per sudditanza psicologica o, più brutalmente, per paura. Il suo sinistro dovrebbe essere raccontato da un docente di anatomia funzionale. La capacità di caricarlo come una potentissima e imprevedibile fionda è generoso dono della natura, ma la perizia di usarlo per imprimere al pallone le traiettorie maligne che hanno fatto piangere i più grandi portieri del mondo è cosa di Franco Porzio, del lavoro di fino per impugnare il pallone con artigli d’acciaio e lasciar partire bordate ad andamento quasi innaturale, grazie a quantità e qualità di effetto variabili, in sinergia con le condizioni complessive dell’azione offensiva. S’arrabbiò molto il biondo mancino, in quel di Sheffield, allorchè gli inglesi per gli europei del ’93 misero in acqua palloni con rugosità di superficie inferiore alla norma. Franco vide troppi palloni schizzar via dalla parabola vincente. Albione fece marcia indietro, Franco riprese a far paura al nemico, oro italiano.

titoloChi ha visto evolvere gli equilibri psicofisici di Carletto Silipo, giovanissimo cardine del Posillipo e della nazionale, ha intuito che il gigante azzurro avrebbe aumentato con sistematica regolarità la classe innata, la potenza delle leve, la capacità di intimidire l’avversario, la lucidità e il coraggio di scelte di tiro che hanno risolto mille battaglie e specialmente nei momenti in cui il gioco è bloccato da marcature individuali asfissianti e dispositivi a zona impenetrabili, da maglie fitte difensive in inferiorità numerica. In ciascuna di queste situazioni estreme Carlo è stato, è, la risorsa che neutralizza l’implacabile trascorrere dei secondi concessi per l’offensiva. In sintonia con la maturità psicofisica, Silipo esplode a Roma nell’incanto dello stadio del nuoto, quando l’oro del mondiale conclude l’esaltante trilogia Olimpiadi, Europei, Mondiali e giustifica l’estensione al Settebello del titolo Dream Team.

Due fantastici difensori, un jolly grandissimo, un regista di straordinario ingegno, un irresistibile ariete, ovvero Carlo Silipo, Pino Porzio, Nando Gandolfi, Mario Fiorillo, Franco Porzio, fanno grande la tradizione della pallanuoto napoletana che continua a generare campioni dalla mentalità vincente.

Deviando solo per un momento dal percorso della napoletanità è facile congiungere all’anima partenopea la nobiltà di un atleta simbolo che ha vissuto la storia della nazionale dei miracoli con pari intensità: identica la fatica di preparazioni massacranti, i sacrifici, le rinunce, imparagonabile un protagonismo per nulla appariscente, ma fondamentale nel cosiddetto spogliatoio. Gianni Averaimo, preceduto da Attolico per scelte della panchina, ha sofferto e gioito per tre lunghi anni a bordo vasca senza mai un gesto di insofferenza, una cenno polemico, un’espressione contrariata. Anche a lui si deve la legittimità dell’etichetta Dream Team che adorna le calottine di una nazionale forse irraggiungibile.

Pensate alle imprese di Barcellona, Sheffield e Roma e provate a cancellare quei nomi, quella prodigiosa congiunzione di talenti e personalità dalle formazioni che hanno realizzato il grande slam, a sostituirli con altri campioni del loro tempo: ci ha provato Rudic, nel segno del cambiamento e sognare con il Dream Team è diventato una gran fatica.

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Il Racconto di Domenica 8 gennaio

Governi come i marinai, promesse al vento

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di Luciano Scateni

Il primato dell’infingardaggine dei governi italiani, sputtanati per inerzie pluridecennali nell’affrontare e risolvere il dopo terremoto, spetta al Belice, abbandonato al suo destino di devastazione, ma la tragedia del sisma in Italia centrale si avvia, come altri (Veneto, Irpinia) a superare quel caso emblematico. Nell’area colpita con durezza inaudita, dopo molti mesi la rimozione delle macerie è ferma a un vergognoso 8%. La promessa di ospitare i terremotati in casette di legno è stata rispettata in misura ridotta, gli alunni dei paesi colpiti sono emigrati in scuole della costa adriatica. Raro il ripristino di stalle e il traguardo finale della ricostruzione è un miraggio. Il pellegrinaggio di uomini delle istituzioni nei luoghi del disastro per garantire “lo Stato c’è, non vi abbandoneremo” suona come una beffa, tipica delle parole al vento dei marinai. Se n’è andato da poco un prete che con qualche anno in meno avrebbe meritato di condividere, fianco a fianco, la rivoluzione culturale del Vaticano. Don Riboldi, amava che gli si rivolgesse così, semplicemente, dopo anni di assenza dello Stato nella terra del Belice devastata dal sisma, ha capitanato la spedizione romana di protesta per rivendicare il diritto negato della rinascita. Più tardi, vescovo di Acerra, ha vissuto sotto scorta, protetto per salvare la sua preziosa vita dalle minacce di morte della camorra, contro cui la lottato con coraggio e abnegazione.

Il tempo dal punto di vista della capacità di sfumare il ricordo di tragedie è maestro. La tensione positiva della comunità nazionale, gli slanci di solidarietà, l’alacrità dei primi interventi, si coniugano con la presenza intensiva di politici sui luoghi del disastro.

I media: accompagnano con mezzi adeguati gli eventi disastrosi, specialmente alluvioni e terremoti, con dovizia di presenze nei telegiornali e con speciali. Poi, l’attenzione e la vigilanza, quando sarebbero occhi aperti per indagare sui processi di restauro della normalità, diradano la presenza sui luoghi colpiti, fino quasi a dimenticare (o a far dimenticare). E’ successo, meno in Emilia Romagna, regione ad alta qualità nella gestione delle emergenze, molto meno in Veneto per accertata competenza e alacrità, consolidata intraprendenza e gestione dell’autonomia. Sono interessanti eccezioni.

L’evento catastrofico che ha fatto piegare le ginocchia alle popolazioni del centro Italia riporta invece la riflessione sull’inconsistenza del sistema italiano in tema di sciagure provocate dalla natura. Per mesi i Paesi colpiti da un’impressionante sequenza di scosse sono rimasti cumuli di macerie, economie disastrate, insopportabili disagi degli abitanti aggravati da freddo, pioggia, neve, disperazione di chi ha perso familiari, casa, attività, lavoro.

Un dettaglio, tutt’altro che trascurabile: alla consegna di un piccolo nucleo di casette provvisorie i destinatari hanno scoperto difetti e disfunzioni di ogni genere. Porte d’ingresso che non si chiudevano, mancati collegamenti di acqua e luce, infiltrazioni della pioggia. Con lodevole tempestività è intervenuto il capo della protezione ma sentite come ha commentato l’episodio: “Sì, ho constatato questi episodi ma abbiamo provveduto”. E no, bisognava intervenire in partenza, prima della consegna. Ma è solo una goccia d’acqua, pure rilevante, se confrontata con i ritardi nel restituire a un’area di straordinaria bellezza, storica meta di turismo stanziale e temporaneo, il ruolo di polo felice degli Appennini. Le incertezze sul suo futuro sono imbarazzanti. Si ricostruiranno i centri colpiti esattamente com’era prima delle spallate del terremo e con quali garanzie antisismiche, la crepa chilometrica che ha spaccato il territorio è destinata ad allargarsi e a compromettere l’idea di ricostruzione in loco? Si mozzeranno le mani degli speculatori in agguato per arricchirsi aggiudicandosi illecitamente gli appalti?

La lunghezza inconsueta di questa premessa sovrasta il racconto che segue, ma è indispensabile per collocare la storia sociale di Remigio e Cristiana, 71 e 68 anni, contadini di Arquata.

La prima spallata del sisma ha raso al suolo la casetta dove hanno cresciuto tre figli, emigrati in Germania. A non più di cinquanta metri è crollata la tettoia della stalla che proteggeva dalle intemperie il bestiame: mucche, pecore, asini e galline. Remigio rifiuta di ripararsi nella tendopoli allestita in un largo spiazzo ai piedi del paese. A chi lo invita a mettersi al coperto, risponde “Gli animali non li lascio”. Cristiana non può fargli compagnia. Soffre di artrite deformante, responsabile l’umidità della casetta costruita in economia. Non hanno modo di comunicare, il cellulare è un “marchingegno moderno, buono per i nostri nipotini”. E’ difficile inerpicarsi fu lassù dove Remigio è asserragliato con gli animali e se ne deve far carico, con faticose discese e risalite, per procurarsi il mangime e quanto gli occorre per sopravvivere in condizioni estreme. L’inviato di un giornale locale lo raggiunge per raccontare la sua storia di triste solitudine e di abbandono.

“Remigio, come ve la cavate?” “Come vedete, mi arrangio. Le bestie hanno bisogno che io sto qua”. “Avete notizie di vostra moglie?” “Ogni tanto, quando qualcuno sale fino a quassù”. “Di notte fa freddo” “Lo so, mi hanno portato delle coperte, ah, anche una bottiglia di brandy”. “E cosa sperate?” “Che la terra la smetta di tremare. La paura è la mia compagna di ogni notte”.

L’articolo finisce sul tavolo del governo. Il ministro si consulta con la struttura di vertice della Protezione Civile e il caso di Remigio diventa appunto un caso. Una squadra di operai edili raggiunge la stalla e si mette all’opera per ripristinare il riparo degli animali. Un’altra fornisce Remigio di abbondante cibo per alimentarli. Altri tracciano un sentiero abbastanza percorribile per consentire all’anziano contadino di scendere nella tendopoli e risalire quando è necessario. Ora può anche assistere Cristiana, che si rasserena. La storia diventa rapidamente lo strumento di amplificazione dell’efficienza degli interventi nelle aree del sisma. Purtroppo, a distanza di un anno e mezzo dal sisma le macerie sono sempre lì e non tutti i terremotati hanno ricevuto il minimo conforto delle casette provvisorie. A sentire i politici della maggioranza si smentiscono ritardi e inadempienze. “Il governo è vicino alle popolazioni colpite, con qualche prevista difficoltà”.

Il dissenso degli assegnatari parla una lingua a loro sconosciuta. Sono voci pacate, ma comunque ad alto volume, di alcuni privilegiati che hanno ricevuto le chiavi delle “casette”, ma anche la sgradita sorpresa di infiltrazioni, impianti elettrici e idrici non collegati o non funzionanti, porte d’ingresso che non si chiudono, elettrodomestici non attivi. Non è il peggio. Per molti altri l’attesa di un riparo vero è ancora motivo di disagio insopportabile, o di lontananza dalle comunità espulse dal terremoto.

Il rischio di crollare nel tunnel buio della depressione cresce con il passare del tempo e le speranze di tornare alla normalità in tempi ragionevoli svaniscono portandosi dietro tutte le negatività: nella famiglia dei Guerini si sommano con effetti moltiplicatori. Il soggiorno coatto in un ospitale albergo del litorale costringe Gemma, ostetrica di lungo corso, ha spostamenti defatiganti per correre ad assistere le partorienti. Fernando, il primo figlio, universitario, si arrangia in coabitazione con altri due studenti in un mini appartamento della capitale e riesce a fatica a sfamarsi. La piccola Teresina stenta ad ambientarsi nella scuola di Porto San Giorgio. E’ malata di nostalgia per il suo paese, le amiche, la palestra dove si allenava per partecipare alla rassegna nazionale di ginnastica a corpo libero. Sull’intera famiglia pesa la sofferta inattività di Luigi, capofamiglia che per decenni, ogni mattina ha tirato su la saracinesca del “Bar dello Sport” ridotto un cumulo di macerie dalla spallata del terremoto. Segnali preoccupanti di tendenza a togliersi la vita sono solo in sospeso, sventati dall’assistenza di un esperto psicologo della Asl di Ancona, inviato nei luoghi che ospitano i terremotati per fornire assistenza professionale.

“Una famiglia come tante la nostra, forse più serena di altre, unita, con grande fiducia nel futuro. Non so più cos’è, ditelo voi, non lo so più”. Luigi non ha molta voglia di rispondere all’inviato, continua a guardare nel vuoto, come se lo sguardo senza meta possa disegnare il sogno che la terra non abbia mai tremato, fino a cambiargli la vita.

Ne sa davvero qualcosa chi ha il compito di restituire alle sventurate vittime la normalità? La storia e la cronaca recente rispondono elencando lentezze, inerzie, difficoltà burocratiche, mancanza di attenzione quotidiana al rispristino di condizioni di vita accettabili. Lo sfondo dell’illecito è in agguato. Imprese edili border line, ai limiti del lecito, portano il solito assalto a suon di milioni agli appalti della ricostruzione e mettono in forse la qualità e la sicurezza antisismica di quanto dovrà far rivivere le comunità distrutte dalla terra che ha tremato.

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