LAVOCE IN EDICOLA



TUTTE LE COPERTINE
  SOMMARIO
In edicola il numero di


SOMMARIO
» VAI ALLA PAGINA «
Gli SPECIALI
LE GRANDI FIRME
OLIVIERO BEHA
BEHA
GIULIETTO CHIESA
CHIESA
ARMANDO DELLA BELLA
DELLA BELLA
JACOPO FO
FO
FERDINANDO IMPOSIMATO
IMPOSIMATO
ELIO LANNUTTI
LANNUTTI
SANDRO PROVVISIONATO
PROVVISIONATO
LUCIANO SCATENI
SCATENI
ELIO VELTRI
VELTRI
IL BLOG DEL DIRETTORE
» VAI AL BLOG «
L'INSOSTENIBILE
(Il blog di Rita Pennarola)

» VAI AL BLOG «
SONDAGGIO
QUANTO DURA IL GOVERNO RENZI?
tutta la legislatura
due anni
un anno
un mese
     
ADV
NEWSLETTER
DICONO DI NOI
LE VOCI
ADV


 
'NDRINE IN LOMBARDIA - CONCORSO ESTREMO
di Andrea Cinquegrani [ 15/06/2012]


Dopo i colpi assestati al reato di concorso esterno in
associazione mafiosa, ecco una sentenza che fa “storia”: protagonisti, tra gli altri, magistrati, medici, politici, quella “borghesia mafiosa” senza cui ‘ndrine e clan
perderebbero la loro autentica forza.

* * *
Concorso esterno in associazione mafiosa. Uno dei cardini giudiziari per combattere con incisivita' la criminalita' organizzata e, soprattutto, la crescita esponenziale della potenza malavitosa. Per anni grimaldello-base (ma non sufficiente) nel contrasto a clan e cosche d'ogni sorta, e' stato di recente “picconato” dopo la sentenza Dell'Utri, autentico salvacondotto per quella “zona grigia” di fiancheggiamento che storicamente costituisce il brodo di coltura per mafie e dintorni. «Ci voleva solo quella sentenza per mettere a repentaglio anni di inchieste - commenta un pm di punta della Dda di Napoli - come se non bastassero i processi mai andati in porto contro i colletti bianchi, quel milieu fatto da politici, imprenditori, professionisti quasi mai toccato e quindi da sempre impunito». Conferma uno studioso che di camorra se ne intende, da docente universitario, scrittore e animatore del primo, storico Osservatorio sulla camorra (al quale collaborava Giancarlo Siani, trucidato nell'84), Amato Lamberti: «Il processo Spartacus ha portato a condanne storiche di pezzi da novanta della camorra. Ma come mai non si e' riusciti a celebrare quei processi, altrettanto importanti, che avrebbero portato alla sbarra i colletti bianchi? A riprova, ce ne fosse ancora bisogno di conferme, che la vera mafia sta in alto, molto in alto...».
Una freschissima sentenza, pero', potrebbe dare nuova linfa alla concreta speranza che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa torni ad avere il suo giusto, strategico peso. E' stata pronunciata lo scorso 20 aprile dalla seconda sezione penale della superama corte di Cassazione, presidente Antonio Esposito, consiglieri Geppino Rago (relatore), Milena Cervadoro, Adriano Iasillo, Giovanna Verga. Sentenza “storica” anche perche' nella connection ‘ndranghetista che sta alla base, troviamo un po' tutti gli ingedienti di quel “milieu”, nessuno escluso: politici, professionisti (medici in primo luogo), magistrati, investigatori con ruoli di vertice, imprenditori.
Partiamo dalla “coda”, il finale di sentenza che ci porta proprio alla vicenda Dell'Utri. «Le censure contenute nei motivi di ricorso in ordine alla contestazione di concorso esterno diventano prive di qualsiasi rilevanza o influenza, cosi' come e', per le medesime ragioni, del tutto irrilevante l'insistito richiamo in udienza del difensore ad una recente requisitoria, formulata da un sostituto Procuratore Generale in un processo penale di grande rilevanza mediatica, per il rerato di concorso esterno in associazione per delinquere».
Proseguiamo con ordine, per dettagliare - come fanno le toghe della seconda sezione penale della Cassazione in modo estremamente chiaro e senza lasciar spazio a dubbi o interpretazioni di sorta - qual e' la reale sostanza del “concorso esterno”; vale a dire, in cosa effettivamente consiste, di quali elementi e' necessario disporre affinche' tale reato si configuri e sia quindi contestabile all'imputato.

GLI ;INFILTRATI
Non e' necessario “appartenere” al clan o alla cosca, viene spiegato, non c'e' bisogno della cosiddetta affectio societatis (la consapevolezza di inserirsi in un'associazione fuorilegge): basta che «il soggetto fornisca al sodalizio criminale un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario, a carattere indifferentemente occasionale o continuativo, purche' detto contributo abbia un'effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento dell'associazione e l'agente se ne rappresenti, nella forma del dolo diretto, l'utilita' per la realizzazione, anche parziale, del programma criminoso».
Piu' avanti, ancora, si fa riferimento a «positive attivita'», «effettivita' di tale contributo», «ruolo dinamico», «reale contributo», «specifico ruolo, dinamico e funzionale, da cui derivi un costante, effettivo e concreto contributo». E, giustamente, viene poi precisata l'estrema gravita' di tali comportamenti, in un contesto sociale (e delinquenziale) come il nostro: «Non meno importante, ai fini del raggiungimento degli scopi associativi, e' tutta quell'attivita' che serve all'associazione per infiltrarsi nella societa' civile dove si presenta con il volto di personaggi insospettabili i quali, avvalendosi di specifiche competenze professionali, avvantaggiano l'associazione fiancheggiandola e favorendola nel rafforzamento del potere economico, nella protezione dei propri membri, nell'allargamento delle conoscenze e dei contatti con altri membri della societa' civile. (la cosidetta “borghesia mafiosa”)».
E tanto per essere piu' chiari: «Si tratta di un ruolo non meno rilevante di quello attribuito ad altri partecipi (dediti ai reati a fine di estorsione, usura, riciclaggio etc.), anzi ancor piu' essenziale per l'esistenza e il rafforzamento dell'associazione, poiche' il creare - o comunque favorire ed ampliare - le reti di relazione dei capi dell'associazione con politici, magistrati, imprenditori, personale sanitario, etc, permette di moltiplicare la forza di espansione e di penetrazione del sodalizio criminale».
Veniamo alla storia. All'intreccio che - doppio scenario Calabria e Lombardia - unisce in modo inscindibile protagonisti e interpreti del copione affaristico-malavitoso. Star della pie'ce, e imputato del processo, oggi in custodia cautelare dopo la sentenza del gip di Milano (confermata dal Riesame a dicembre 2011 e oggi dalla Cassazione), e' il cinquantottenne Vincenzo Giglio, professione medico. Nella sentenza vengono minuziosamente passati ai raggi x i suoi rapporti con la potente cosca Lampada-Valle, nonche' la fittissima rete di legami familiari e personali, con una sfilza di nomi da novanta. Iper-documentati i rapporti e i summit tra il medico e svariati membri dei due clan: ossia Leonardo e Fortunato Valle, Giulio e Francesco Lampada, avvenuti sia a Reggio Calabria che a Milano. Meta preferita, all'ombra della Madunina, l'albergo Brun, mentre «e' stato documentato che Lampada Giulio ha pagato ben 36 viaggi aerei effettuati dal Giglio Vincenzo e 3 viaggi aerei effettuati dai familiari dello stesso».
Il sodalizio criminale calabrese, fra le altre cose, ha puntato parecchie delle sue fiches sul business dei videopoker («con introiti in nero ingentissimi», sottolineano i giudici), tentando addirittura di «diventare concessionari dei Monopoli di Stato per il controllo dei videogiochi». Del resto, un solo esercizio commerciale nel cuore di Milano, un bar-tabacchi di corso Sempione che fa capo a Francesco Giglio (il figlio) e Giulio Lampada, fattura circa 2 milioni di euro l'anno, mentre il giro d'affari complessivo realizzato nel solo capoluogo meneghino dai Lampada e' pari a circa 12 milioni di euro.
Passiamo ai politici. E' stato Giglio, un passato nella defunta Rosa Bianca di Bruno Tabacci e Mario Baccini, a mettere «in contatto in particolare i fratelli Lampada con Francesco Morelli, all'epoca consigliere regionale e presidente della commissione speciale di vigilanza della regione Calabria, vice presidente della commissione affari istituzionali e componente delle commissioni affari europei e realzioni internazionali, sanita' e servizi sociali, giunta delle elezioni, controllo».
Non basta. Perche' Giglio «si attivava per sostenere la candidatura di Valle Leonardo presso il consiglio comunale di Cologno Monzese alle amministrative del 2009, procurandogli voti».
Gli inquirenti, in particolare, puntano i riflettori sul «summit mafioso svoltosi nella “Masseria” (locale supercontrollato dai Valle, ndr) il 23 maggio 2009 cui hanno partecipato oltre a Valle Leonardo, Valle Fortunato, Lampada Francesco, altri capi dei locali della ‘ndrangheta e in particolare Barranca Cosimo, Barranca Armando, Panetta Pietro Francesco, Magnolo Cosimo Raffaele, Lauro Domenico, Longo Bruno, Zappia Pasquale, Zinghini Saverio, Lentini Domenico, Tagliavia Giuffrido, Marando Pasquale e Panetta Vincenzo, gia' colpiti a loro volta da ordinanza custodiale per associazione a delinquere di stampo mafioso». Tutto cio', al fine di raccogliere voti e «consentire la candidatura ufficiale della ‘ndrangheta in Lombardia».

TOGHE GROSSE
Eccoci ai magistrati. Due i nomi di spicco. Si tratta di Vincenzo Giuseppe Giglio, cugino del medico, e di Giancarlo Giusti. Al primo, in particolare, e' poi dedicata una sentenza ad hoc, emessa lo stesso giorno (20 aprile 2012) e dal medesimo collegio della Cassazione. Per la toga cinquantatreenne accusata di favoreggiamento, infatti, era stata ordinata dal gip la custodia cautelare, confermata dal Riesame e impugnata dai suoi legali: la Cassazione, ora, ha confermato quel provvedimento. Tre le accuse. Pesantissima la prima: «per aver - viene scritto - nella sua qualita' di magistrato in servizio presso il tribunale di Reggio Calabria, fornito notizie coperte dal segreto a Giulio e Francesco Lampada incontrandoli in diverse occasioni nella propria abitazione, propalazioni a seguito delle quali il sodalizio criminoso di cui facevano parte i Lampada adottava nuove strategie di occultamento e mimetizzazione». Poi: «per aver rivelato a Giulio Lampada che presso la procura della repubblica di Reggio Calabria non vi era alcuna iscrizione a carico dei Lampada, che nessun procediemnto era pendente presso la sezione misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria; che vi erano accertamenti su condotte di riciclaggio poste in essere con le famiglie mafiose calabresi dei Condello».
Terzo: «perche' si metteva a disposizione di Morelli Francesco, concorrente esterno all'associazione mafiosa, per le necessita' che quest'ultimo poteva avere in ambito giudiziario e, in particolare, rivelando allo stesso notizie riservate, ottenendo in cambio la disponibilita' di Morelli a soddisfare le esigenze lavorative della moglie Sarlo Alessandra, intervendo per favorirne la nomina a commissario straordinario dell'azienda sanitaria provinciale di Vibo Valentia».
Molto chiaro il motivo per il quale Morelli “ci tiene” alla carriera di lady Sarlo in Giglio. «Il giudice del Riesame - rammentano le toghe della Suprema Corte - ha convincentemente spiegato i motivi per i quali il Morelli non poteva sottrarsi alle insistenti e pressanti richieste del magistrato, atteso che egli paventava che non gli venissero conferiti incarichi di rilievo dato che si ipotizzava che lo stesso potesse essere indagato per gravi reati. L'obiettivo primario dell'ambizioso Morelli era quello di dimostrare ai vari politici del suo entourage e, soprattutto, a Gianni Alemanno, di essere esente da pendenze per gravi reati».
Viene ancora ricostruito: «Il 12 luglio 2011, dopo vari messaggi tra il ricorrente (Giglio Vincenzo Giuseppe, ndr) ed il Morelli aventi ad oggetto proprio la promozione della moglie del Giglio, e dopo che il Morelli si era attivato con il consigliere regionale Luigi Fedele (capogruppo Pdl in consiglio regionale, ndr) venne deliberata la nomina della Sarlo a commissario straordinario della Asl e Morelli commentava la notizia con un “Deo Gratias”».
Come si articola la difesa di Giglio? Non sapeva con chi aveva a che fare - e' il baluardo difensivo - siccome «Lampada frequentava personaggi altolocati della politica», lui «si sentiva tranquillizzato». Sciocchezze, ribattono le toghe della Cassazione: «proprio in considerazione del particolarissimo e delicato ruolo che svolgeva all'interno del tribuale di Reggio Calabria, era perfettamente consapevole che comunicava notizie riservate a soggetti appartenenti ad una nota e pericolosa cosca mafiosa».
Eccoci a Giusti, che ricopre un altro strategico ruolo nel contesto giudiziario reggino. Ha lavorato, infatti, alla sezione fallimentare. E' stato il medico Giglio a mettere in contatto «i membri del sodalizio criminoso» con Giancarlo Giusti, organizzando un viaggio nel settembre 2008 a Venezia: dove «il magistrato partecipava a un convegno, presentandolo a Giuseppe Lampada e consentendo cosi' il contatto tra quest'ultimo e il giudice, rapporto consolidatosi nel tempo con l'offerta di viaggi gratuiti a Milano, soggiorni gratuiti presso l'hotel Brun e pagamento di prestazioni sessuali». Insomma, bunga bunga e altre benefit in salsa calabro-milanese... . E' poi l'avvocato Minasi - un nome che ricorre spesso nella pagine della sentenza - a rendere agli inquirenti, il primo dicembre 2011, una verbalizzazione da brividi, tra misteriose sigle (la Indres, di cui sarebbero soci Giulio Lampada, lo stesso Giusti, il medico Giglio e l'architetto Pullano), perizie fasulle, ipervalutazioni o sottovalutazioni di immobili, aste truccate, mazzette, parcelle divisa tra compagni di merende.

L'UOMO ;DELL'AISI
Nel valzer di nomi spicca quello di un terzo Giglio (ed ennesimo cugino) della rigogliosa dinasty, Mario, che tra il 2004 e il 2008 ha occupato la strategica poltrona di «capostruttura dell'on. Fortugno presso la Regione Calabria». Per chi ha la memoria corta, Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, venne ammazzato il 16 ottobre 2005 in un agguato mafioso.
Ma e' sulla forza di penetrazione dei due primi Giglio (il medico e il magistrato) nei gangli vitali della societa', rendendosi complici dei vertici operativi della cosca a due teste (Lampada e Valle), che punta i riflettori la sentenza, oggi definitiva, delineando la struttura di un “concorso esterno” che piu' concreto e fattivo non ci si potrebbe mai sognare.
Vincenzo, addirittura, arriva a contattare il colonnello Antonio Cristaudo, Capo Centro Aisi a Reggio Calabria, «al fine di avere conferme delle investigazioni in corso nei confronti dei fratelli Lampada». Piu' precisamente, «sa che i Lampada sono indagati, va dal colonnello dei Servizi Segreti per avere notizia dei Lampada, approfittando di chissa' quali conoscenze tali da consentirgli di avere un appuntamento con il colonnello nel giro di un giorno».
Gia', quali conoscenze? Di che livello? Sarebbe interessante saperlo.




Scrivi un commento