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ANATOCISMO - TASSI DA LEGARE
di ELIO LANNUTTI [ 13/05/2012]


La Corte Costituzionale, con la sentenza del 2 aprile scorso, ha dichiarato incostituzionale il colpo di spugna col quale il precedente Governo, che vedeva alla guida del dicastero dell'economia e delle finanze Giulio Tremonti, aveva deciso di cancellare gli effetti della sentenza emessa dalle Sezioni unite di Cassazione il 2 dicembre 2010 sull'anatocismo. Quel provvedimento di due anni fa riconosceva al correntista debitore il diritto di recupero di tutti gli indebiti pagamenti ricevuti dalla banca con gli addebiti trimestrali di illecite competenze.
Risale ai primi anni ‘50 la saga dell'anatocismo, vale a dire gli “interessi sugli interessi” calcolati in maniera illegittima sui conti correnti che vanno in rosso. Si tratta di una pratica illegale, vietata dall'articolo 1283 del codice civile, ma consentita dagli “usi bancari”, applicati per oltre mezzo secolo, di capitalizzare gli interessi sui prestiti effettuati dalle banche ogni tre mesi, annualizzando quelli sui depositi.
La norma contenuta nell'articolo 1283 prevede che «in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi», ma fino al 1999 era stata interpretata dai giudici e dalle banche nel senso di poter attribuire alla locuzione «salvo gli usi contrari» una valenza, per cosi' dire, negoziale. Gli istituti di credito capitalizzavano percio' gli interessi trimestrali, facendo leva sulle necessita' dei correntisti che avevano accesso ad alcune operazioni bancarie soltanto accettando questa odiosa pratica.
Nel 1999 la Suprema Corte ha chiarito che gli usi a cui si riferisce l'articolo 1283 sono esclusivamente quelli normativi in senso tecnico. Nel 2000 anche la Corte costituzionale, dopo il ricorso dell'Adusbef sul cosiddetto decreto salvabanche, aveva assestato un duro colpo all'anatocismo, sia per l'ingiustificata disparita' di trattamento nei confronti dei clienti da parte delle banche, sia per l'irragionevole attribuzione di validita' a clausole anatocistiche gia' riconosciute illecite dalla Cassazione un anno prima.
Nel 2004 gli abusi bancari, praticati per oltre mezzo secolo dagli istituti di credito, vengono nuovamente sconfitti con una nuova sentenza emessa dalle Sezioni unite della Suprema Corte, che in sostanza aveva ritenuto nulle le clausole bancarie anatocistiche la cui stipulazione rispondesse a un uso meramente negoziale, dipendente, cioe', dalla volonta' della banca. I clienti si erano cosi' abituati all'illegittima capitalizzazione, non perche' convinti che fosse conforme alle norme in materia, ma perche' questa veniva imposta con l'inserimento nei moduli predisposti dagli istituti di credito, in conformita' con le direttive dell'Abi.
Siamo cosi' arrivati a dicembre 2010, quando la protervia delle banche e dell'Abi, aduse a chiedere ed ottenere leggi, sentenze e regolamenti a loro uso e consumo, torna alla carica, subito dopo che Adusbef aveva ottenuto dalla Cassazione una condanna delle banche a favore dei cittadini. A distanza di poche settimane il Governo, all'epoca guidato da Silvio Berlusconi, rovescia la pronuncia. Cosi' il sistema bancario italiano non ha dovuto restituire ingenti somme ai clienti (imprese e famiglie) che - classico caso di danno oltre la beffa - si sono visti addebitare in passivo interessi, di fatto illegittimi.
Ma ad aprile di quest'anno, come si diceva in apertura, il diritto di cittadini e correntisti viene nuovamente ripristinato: la Corte Costituzionale, presidente Alfonso Quaranta, relatore Alessandro Criscuolo, attraverso la sentenza del 2 aprile, ha cancellato con un colpo di spugna gli effetti della sentenza di Cassazione del 2 dicembre 2010, riaprendo cosi' la speranza per migliaia di consumatori vessati, taglieggiati ed usurati dalle banche con il concorso del controllore (Bankitalia).
E' l'epilogo definitivo di una lunga ed ultradecennale battaglia intentata dall'Adusbef contro lo strapotere delle banche. Il vicepresidente dell'associazione, l'avvocato Antonio Tanza, ha difeso i correntisti davanti alle Sezioni Unite di Cassazione. L'Adusbef ha combattuto da sola contro l'intero sistema bancario e contro la norma “salva-banche” che violava vari principi costituzionali, tra cui quello di ragionevolezza e di uguaglianza, ottenendo giustizia sui vari governi che si sono succeduti in questi anni e che hanno dimostrato grande attenzione agli interessi illegali dei banchieri.
Alla luce di tutto cio', per evitare che un Governo dei banchieri replichi atti illegittimi severamente sanzionati dalla Corte Costituzionale e puntualmente attuati dai precedenti esecutivi, che dalla fine degli anni novanta in poi si sono caratterizzati come “maggiordomi dei banchieri”, Adusbef ha depositato nei giorni scorsi esposti penali in alcune Procure della Repubblica contro l'Abi e contro l'ex ministro dell'Economia, chiedendo di accertare se il tempestivo intervento di Tremonti nel dicembre 2010 - una settimana dopo la pronuncia delle Sezioni Unite di Cassazione e dopo gli incontri con il presidente dell'Abi Giuseppe Mussari - non sia stato frutto di ricatti, anche con minacce di non acquistare titoli del debito pubblico, inconciliabili con le norme penali vigenti.
Adusbef, nel rivendicare le vittorie a tutela dei consumatori, strozzati dalle banche specie in questa fase di gravissima crisi economica e di stretta creditizia, e nonostante 268 miliardi di prestito triennale Bce al tasso dell'1%, invita gli utenti bancari vittime dell'usura legalizzata a ribellarsi al sistema bancario, pubblicando un decalogo di istruzioni per l'uso sul proprio sito www.adusbef.it., da compilare per poter ottenere in giudizio la restituzione del maltolto.
Poiche' non e' possibile intentare una class action per le restrizioni imposte alla norma sull'azione collettiva dal precedente governo, Adusbef produrra' atti singoli di citazione, da aggiungere alle migliaia di cause pendenti, che erano state per lo piu' congelate in attesa della Sentenza della Consulta, chiedendo ove possibile la riunificazione.





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