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FALCONE E I MASSONI
di Ferdinando Imposimato [ 01/09/2011]


L'ultima sentenza della Cassazione contro “Aiello Michele ed altri”, la cosiddetta sentenza Cuffaro, offre un altro importante tassello alla verita' su quella che impropriamente e' stata definita, in un linguaggio giornalistico fuorviante, “la trattativa” tra Stato e Mafia. Tale linguaggio induce a ritenere che lo Stato abbia “trattato” per impedire che venissero commesse altre stragi oltre quelle che avevano gia' insanguinato Palermo, Milano, Roma e Firenze. In questo caso, chiunque dovrebbe riconoscere che il tentativo di fermare la mano omicida di Toto' Riina e complici, discutibile sul piano morale, era apprezzabile al fine di evitare altre stragi dopo quelle gia' inflitte allo Stato e ai suoi massimi rappresentanti, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e alle loro scorte di uomini e donne coraggiosi.
Ma i fatti, a ben vedere, stanno in maniera molto diversa. E questo risulta in modo plastico dalla sentenza dell'Addaura, cui segue la sentenza Cuffaro, opera di quel maestro di diritto ed inflessibile garante di legalita' che e' il giudice Antonio Esposito, relatore di entrambe le sentenze. Invertendo una ormai superata tendenza a vanificare il prezioso e duro lavoro dei magistrati di merito, negli ultimi tempi la Suprema Corte ha riconosciuto la legittimita' e la fondatezza delle sentenze dei magistrati di Palermo e di Caltanissetta su due vicende cruciali nella lotta alla mafia.
La sentenza dell'Addaura e' importante perche' riguarda non solo l'ex vertice della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro, resosi responsabile della propalazione di notizie riservate svolte per la cattura di due feroci assassini come Toto' Riina, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, ma anche altri importanti uomini delle istituzioni, che hanno disonorato i gloriosi corpi di appartenenza, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Polizia Municipale, corpi che hanno dato un enorme contributo di sangue per il ripristino della legalita'.
Passando alla sentenza Cuffaro, e' impressionante la parte in cui si fa riferimento alla rete di militari che, infiltrati nei gangli vitali degli uffici del pm e della Dia, fornivano un ininterrotto flusso di informazioni ai capi di Cosa Nostra, mentre cadevano uomini dello Stato e collaboratori di giustizia, fondamentali nella ricerca della verita'. Tutto cio' con lo sperpero di una quantita' enorme di pubblico denaro per la corruzione di medici e funzionari delle aziende sanitarie di Palermo.
La sentenza scritta da Antonio Esposito, accolta con esemplare correttezza da Cuffaro, affonda il bisturi nella piaga purulenta degli appalti pubblici e dei lavori privati, gestiti per anni dai tre capi di Cosa Nostra sia in Sicilia che nelle altre regioni italiane, a danno delle piccole e medie imprese. E fu proprio per avere messo il naso negli appalti delle grandi opere pubbliche, complici alcuni insospettabili imprenditori del Nord, che venne decretata la condanna a morte di Giovanni Falcone e Salvatore Borsellino. Ma sarebbe un errore isolare la vicenda Cuffaro, che e' di una straordinaria gravita' e pericolosita', dalla strage dell'Addaura. E dalla ricostruzione che la stessa Suprema Corte fa, sempre attraverso uno dei magistrati simbolo della lotta alla mafia, rendendo un prezioso servizio alla verita'.

MAGISTRATI CORAGGIOSI
La sentenza Cuffaro arriva in un momento in cui le cronache si occupano di qualche magistrato infedele ed arrogante, smascherato grazie al prezioso lavoro della Procura della Repubblica di Napoli e dei suoi pm di punta Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli, i quali hanno portato alla luce scandali che erano stati insabbiati e giacevano dimenticati, archiviati in altri uffici giudiziari. Cosi' come siamo grati al pubblico ministero Paolo Ielo per aver ripreso le indagini su filoni collaterali della P4, sempre al servizio della legge, e non di questa o quella parte politica.
Tornando alla cosiddetta trattativa, ricordo che il processo per la strage dell'Addaura, del 21 giugno 1989, fu quello in cui si profilo' la concreta possibilita' di conoscere autori e mandanti istituzionali, associati a Cosa Nostra, di un progetto criminale diretto ad eliminare alcuni magistrati siciliani e di altre citta' d'Italia, impegnati nella ricerca della verita' sui rapporti tra mafia, politica e massoneria. Un patto che, secondo cio' che mi disse Tommaso Buscetta nel corso degli interrogatori svolti assieme a Falcone, risaliva alla fine degli anni sessanta, quando il principe Junio Valerio Borghese strinse un accordo segreto con Cosa Nostra per riportare la destra al potere, stroncando ogni tentativo di rinnovamento avviato in quegli anni con i governi di centro sinistra. Di questa intesa scellerata venne a conoscenza il giornalista Mauro De Mauro, subito eliminato da Cosa Nostra, prima che potesse rivelare l'accordo.
Nel corso degli anni settanta-ottanta Giovanni Falcone imbocco' anche lui la pista mafia- massoneria-servizi segreti quando indago' su Michele Sindona e dopo che, occupandosi dei corleonesi Luciano Liggio, Bernardo Provenzano e Toto' Riina, scopri' “malauguratamente” la loggia massonica Camea, che comprendeva industriali, insospettabili professionisti e criminali del calibro di Pierluigi Concutelli, assassino di Vittorio Occorsio.
Fu quello il momento in cui Falcone comincio' a morire. La sua “pericolosita'” per il sistema divenne intollerabile quando uni' le sue indagini a quelle dei giudici svizzeri Carla Del Ponte e Carlo Lehmann, della giurisdizione sottocenerina della Confederazione elvetica. In quella vicenda si inserirono i servizi segreti, che sparsero la voce secondo cui Falcone si era preparato l'attentato per fare carriera. Notizia che produsse effetti devastanti per l'immagine e la credibilita' di Giovanni Falcone. Si profilo' fraudolentemente e poi si consolido', da parte di poteri allora occulti ma oggi piu' chiari, l'ipotesi che Falcone fosse stato l'ideatore e il mandante di una finta strage che egli avrebbe organizzato a proprio vantaggio per finalita' di carriera. Tale ipotesi, mostruosa e contraria alla verita', non venne adombrata in termini chiari dai nemici di Giovanni Falcone, ma fu accreditata da una serie di prese di posizione proprio di organi investigativi delle istituzioni, che avevano da tempo sotto tiro il magistrato. Ma non solo lui. Altri giudici e pubblici ministeri erano nel mirino dell'associazione criminale fra massoneria, servizi segreti, mafia e politica. Tra loro c'erano Paolo Borsellino ed altri magistrati che indagavano in varie citta' d'Italia. La cui unica, imperdonabile colpa, era quella di voler accertare la verita' su trent'anni di strategia della tensione e sulle collusioni, certamente esistenti, tra Cosa Nostra, poteri massonici, eversione nera e politici al potere. A quell'epoca esistevano gia' le condizioni per ritenere provato che servizi segreti, mafia e politica, con il collante della massoneria, piduista e non, fossero in sinergia per stabilizzare la classe politica immarcescibile che governava da anni.
Ma c'era anche un'altra ragione che spinse ad accelerare i tempi delle stragi: Falcone e Borsellino stavano accertando collegamenti fino ad allora inimmaginabili tra Cosa Nostra, enti pubblici potentissimi, come l'Iri, e imprese che fungevano da schermo nel settore di appalti per centinaia di migliaia di miliardi e nelle grandi opere pubbliche, tra cui la Terza corsia della autostrada del Sole, l'Alta Velocita', i grandi lavori di ricostruzione dei centri storici in Sicilia e Campania. Lavori che prevedevano investimenti per circa trecentomila miliardi di lire.

CAPPUCCI E GRANDI OPERE
L'aspetto sconvolgente emerso dalla indagine era il legame fra alcune grandi imprese del Nord, come la Calcestruzzi del gladiatore Raul Gardini, l'Iri, che era la piu' grande impresa pubblica, e molte aziende private che facevano da copertura a Cosa Nostra. Gli scandali venivano sistematicamente insabbiati perche' i maggiori quotidiani nazionali - tra cui il Corriere della Sera - erano nelle mani di alcune grandi famiglie di imprenditori, che erano a loro volta gli stessi general contractor delle opere pubbliche. Queste holding, senza muovere un dito, percepivano grosse fette delle somme stanziate, affidando in subappalto i lavori ad imprese della mafia, della 'ndrangheta e della camorra. Il 90% del denaro pubblico investito nei grandi appalti veniva diviso tra politici, mafiosi e faccendieri, mentre solo il 10% era destinato alla realizzazione dell'opera. Si trattava di una forma di corruzione legalizzata, che beneficava destra, sinistra e centro, gravando in modo insopportabile sulle spalle dei cittadini ignari. La conseguenza era - ed e' rimasta tale anche negli anni successivi fino ad oggi - che le opere realizzate erano “eterne” e largamente imperfette e spesso gli operai erano sottopagati e non garantiti nei loro diritti fondamentali. E spesso erano costretti a dure manifestazioni di protesta legittima, prontamente represse da squadre di mafiosi che garantivano la pace sindacale, anche per contro delle imprese pubbliche.
Grazie alla magistrale sentenza della seconda sezione della Cassazione, presieduta da Antonio Esposito, sulla tragedia dell'Addaura si e' saputa la verita' ed e' da queste due sentenze che bisogna partire se si vuole rompere il velo di omerta' che ancora avvolge il patto scellerato, non la “trattativa”, tra mafia, servizi segreti, politici oggi al potere, e massoneria. Senza che nessuno dei resposabili sia stato arrestato e punito. Falcone era assediato da sospetti infondati, propalati ad arte da mafiosi e loro alleati. Era addirittura accusato di favorire i mafiosi che collaboravano con lui. Fu inquisito dal Csm, che lo interrogo'. L'accusa era di non avere, nonostante le prove - che non c'erano - arrestato alcuni imprenditori mafiosi.
Egli lascio' gli uffici di Palermo e si trasferi' a Roma, alla direzione degli Affari Penali. Ma il “vizio” di indagare su mafia e massoneria non lo abbandono'.
Nel 1993 ad una domanda di un giornalista del Sabato sulle inchieste di Falcone, risposi: «Giovanni Falcone e' stato ammazzato per quello che aveva fatto, che stava facendo e che voleva fare, contro i tanti poteri occulti intrecciati, usando la Procura Antimafia, che era una sua creatura». E ancora: «L'Italia e' anche il paese della strategia della tensione, dello stragismo e di Gladio: ci sono tante pagine di verita' ancora da scrivere. Se ripercorriamo certi sentieri, possono aprirsi squarci di luce sulla storia recente e passata». A quel punto il giornalista mi domando': «Intende dire che Falcone voleva occuparsi anche di Gladio?». Risposi: «Si', voleva occuparsi anche di Gladio. Conoscevo Giovanni Falcone. Sono stato suo amico fraterno e collega per vent'anni. So bene come la pensava su queste cose».

LA LETTERA ALLA ANSELMI
Ma la morte di Falcone ebbe una accelerazione dopo la lettera dell'8 novembre 1982 rivolta al presidente della Commissione d'inchiesta sulla P2, Tina Anselmi. «Con riferimento alla nota n. 850 /c P2 del 15 ottobre 1982, pregiomi comunicare - scriveva Falcone - che nel corso di indagini su organizzazioni mafiose siciliane, e' emerso che alcuni personaggi, appartenenti a cosche mafiose, avevano operato per il trasferimento di Michele Sindona da Atene a Palermo nell'agosto 1979: trattasi di Giacomo Vitale e di Francesco Fodera', entrambi latitanti. Costoro fanno parte della nota Loggia Camea, il cui capo e' il dott. Gaetano Barresi, arrestato su mandato di cattura dei giudici Giuliano Turone e Gherardo Colombo».
Sono trascorsi 20 anni da allora. Ercole Incalza, da me denunziato nella relazione sulla Tav per la questione dei grandi appalti a Cosa Nostra e alla Camorra, ha fatto carriera. Mentre si riparla delle stesse indagini compiute da Falcone e Borsellino. E apprendiamo - ma lo si sapeva da allora - che la strage dell'Addaura, organizzata da mafia e agenti nemici di Falcone, fu evitata grazie al coraggioso intervento di due uomini fedeli al magistrato: Nino Agostino, che scopri' collusioni tra poliziotti e mafiosi, ucciso assieme alla moglie; ed Emanuele Piazza, collaboratore del servizio segreto civile, strangolato il 15 marzo 1990, pochi mesi dopo l'attentato dell'Addaura. Una infinita' di depistaggi e di omicidi impedirono l'accertamento della verita'.




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