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di
Andrea Cinquegrani [
18/07/2010]
«E tre assessori a voi...». «Mo' io mi piglio ‘o casertano, tu o' beneventano». «Ma ‘o capogruppo chi s'o piglia?». Queste alcune battute, in perfetto stile britannico, tra l'allora ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino e Aldo Boffa, portaborse di Vincenzo Scotti, in odore di Viminale. E' la primavera del 1989, in piena crisi - l'ennesima - della Regione Campania (nel successivo esecutivo Boffa ricoprira' la strategica poltrona di assessore alle acque e lavori pubblici). Un nastro, in busta anonima, viene spedito alla redazione della Voce. Dopo alcune verifiche, decidiamo di pubblicare il testo di quella conversazione (e di allegare, cellofanata, un musicassetta dal titolo ‘O capogruppo chi s'o piglia?) perche' riteniano un preciso diritto-dovere far conoscere ai cittadini in che modo venga organizzato il “mercato delle vacche” a livello regionale e in quale maniera amministratori pubblici utilizzino poltrone e istituzioni. I nomi dei due “telefonisti”, pero', non li riveliamo ai lettori: anzi, indiciamo un piccolo “concorso-premio”, tre abbonamenti omaggio alla Voce alla prima risposta esatta.
Vincitori pari merito, a poche ore dall'uscita in edicola, risultano proprio Pomicino e Boffa, i quali - via articolo 700, ossia con procedura d'urgenza - chiedono il sequestro del giornale con la cassetta dello scandalo. Segue querela. I due, in sostanza, non ci accusano di aver intercettato la telefonata bollente, ma di averne divulgato il testo, violando «la nostra privacy», «ledendo il nostro ruolo istituzionale», «offendendo la nostra onorabilita'». Ma quale privacy e privacy - ribattiamo - si tratta, appunto, di istituzioni, di danaro pubblico, di pubblici incarichi e funzioni. La undicesima sezione del tribunale di Napoli ci da' ragione.
Sono trascorsi piu' di vent'anni ma il copione non cambia. I furbetti del quartierino rubano? Chissenefrega. Va perseguito il giornalista che denuncia i tentativi di furto. La cricca sciacalla perfino sui morti a L'Aquila? No problem, occorre bastonare chi pubblica i risolini dei faccendieri alla faccia di quei cadaveri. Il vero problema, per il governo Berlusconi, non e' colpire chi delinque, ma tutelare la privacy dei malfattori. «Siamo tutti spiati», sbotta il 17 giugno il Cavaliere al summit della Confcommercio. «Tutto il potere e' nelle mani della lobby magistrati-giornalisti che vuole impedire l'approvazione di una legge giusta». Che consente intercettazioni per 75 giorni e poi comode proroghe di 48 ore in 48 ore (prima si parlava di 3 giorni in 3 giorni, ma evidentemente e' parso troppo).
POMPAe#8200;MAGNA
Pochi ancora sanno - anche per via della scarsa informazione della stampa spesso e volentieri auto-imbavagliata - che per ben 5 anni, dal 2001 al 2006, un nutrito gruppo di magistrati, avvocati, giuristi, giornalisti e politici “scomodi” e' stato dossierato (e pluriattenzionato) dai vertici del Sismi, ossia il numero uno Nicolo' Pollari e il suo braccio destro Pio Pompa. Per ordine di chi? Ma del Cavaliere, allora premier, il quale si sentiva accerchiato, perseguitato da chi voleva a tutti i costi “delegittimarlo”. La privacy? Ma chissenegrega...
La sporca e piu' che inquietante vicenda viene fuori nel corso dell'inchiesta sul rapimento dell'imam Abu Omar. Nel quartier generale del Sismi, infatti, viene sequestrata su ordine dei pm milanesi una gran quantita' di documenti. Tra essi una montagna di carte (ora raccolte in ben 24 faldoni custoditi presso la procura di Perugia). Fanno capolino una sfilza di memorie redatte da Renato Farina, in codice “agente Betulla” (poi radiato dall'Ordine dei giornalisti ma ancora in pieno servizio sulle colonne di Libero), e soprattutto il meticoloso, quotidiano lavoro di Pompa. Il quale descrive la Voce (allora Voce della Campania) come una vera al Qaeda dell'informazione: «il nutrito gruppo di giornalisti e giuristi militanti raccolto intorno alla Voce della Campania, tra cui figurerebbe Michele Santoro, Giuseppe Giulietti, Paolo Serventi Longhi, Ignazio Patrone, presidente di Medel». Ancora, Pompa dettaglia «il ruolo mediatico» esercitato dalla Voce, «caratterizzato dalle forte connessioni, risalenti all'epoca di Mani pulite, stabilite con ambienti dei cosiddetti giuristi militanti». E via di questo passo.
Iniziato a Roma, il processo a carico di Pollari e Pompa e' stato poi trasferito a Perugia, dal momento che tra le parti lese vi sono alcuni magistrati in servizio nella capitale. L'accusa-base e' quella di peculato, per aver utilizzato, i due, fondi pubblici nello svolgimento di tale illecita attivita' di dossieraggio. Il tandem, pero', invoca il segreto di stato: non ci possiamo difendere - e' la sostanza delle loro tesi, portate avanti per entrambi dagli avvocati Titta e Nicola Madia - perche' per farlo dovremmo produrre documenti che, se di dominio pubblico, rischiano di mettere a repentaglio la sicurezza del nostro paese. In loro soccorso arriva il premier in persona: su tutta la materia che riguarda dirigenti e funzionari dei Servizi (dal caso Abu Omar alla spy story Telecom e ai dossieraggi made in Pompa) va posta una pietra tombale, quella del segreto di Stato. Le vittime? Ari-chissenefrega.
Lapidario il commento del pm milanese Armando Spataro, impegnato nel processo per il rapimento dell'imam. «Ma quale segreto di stato. Si tratta di un rapimento e di atti criminali puri e semplici, come le torture, che non sono previste da alcun ordinamento ne' possono essere giustificate da alcuna norma interna o internazionale».
Documentato il deciso no al segreto di stato pronunciato dal gup di Perugia, Carla Giangamboni (vedi riquadro), che d'altro canto ha accolto la costituzione di parte civile di alcune tra le molte vittime dell'attivita' spionistica del tandem Pollari-Pompa. Tra essi undici magistrati e giuristi europei (Belgio, Francia, Spagna, Portogallo, Lussemburgo, Germania, Olanda e la stessa Italia) raggruppati nella sigla associativa Medel (secondo Pompa una vera e propria cellula eversiva internazionale), i giudici Libero Mancuso (che proprio in quegli anni ha subito 7 procedimenti davanti al Csm), Mario Vaudano e Alberto Perduca, gli ex parlamentari Cesare Salvi e Elio Veltri (all'epoca raggiunto da una decina di citazioni civili milionarie partite dall'entourage berlusconiano), e i direttori della Voce, Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola. «Un risultato molto importante la ammissione come parti civili - sottolinea il penalista Francesco Paola - ma ora il tentativo di apporre il segreto di stato ci pone dinanzi ad un paradossale conflitto d'interessi: a bloccare le indagini sull'attivita' dei Servizi e' proprio il soggetto istituzionalmente preposto alla vigilanza su questi apparati di intelligence, ovvero la presidenza del consiglio. Vale a dire lo stesso soggetto che potrebbe essere chiamato in una eventuale causa civile a rispondere di quei reati di cui cerca oggi di vietare l'accertamento». Su questa incandescente materia si dovra' pronunciare la Corte Costituzionale.
Come mai un argomento cosi' forte, tale da palesare le evidenti contraddizioni di un Cavaliere-Premier che ora e' contro le intercettazioni antimafiosi, ma per 5 anni ne ordinava a profusione contro inconsapevoli cittadini la cui stessa privacy, evidentemente, non contava un bel niente, non e' rimbalzato sulle prime pagine dei media “progressisti”? Oltre all'imbavagliamento, forse c'e' il forte rischio autoimbavagliamento. E un pericoloso gioco delle parti...
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Segreto di Stato? Ma mi faccia il piacere...
Ecco alcuni fra i passaggi salienti dell'ordinanza pronunciata dal gup della procura di Perugia, Carla Giangamboni, a proposito del “conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato”, ora al vaglio della Corte Costituzionale.
In primo luogo il gup esamina la possibilita' di invocare il segreto di stato in una vicenda come questa. Finendo con l'escluderlo in modo categorico. «L'esatto oggetto del segreto di Stato che il presidente del Consiglio dei ministri ha inteso confermare deve essere individuato sulla scorta delle accuse mosse agli imputati Pollari e Pompa. (...) Nel presente procedimento, alla luce del complesso delle acquisizioni di indagine, emerge l'estraneita' alle funzioni e ai compiti istituzionali del Sismi di tutta l'attivita' descritta, che il pm postula indebitamente finanziata con risorse pubbliche». E ricorda proprio una sentenza della Consulta (1998) dove si afferma che «la disciplina del segreto di Stato involge il supremo interesse della sicurezza dello Stato nella sua personalita' internazionale, e cioe' l'interesse dello Stato-Comunita' alla propria integrita' territoriale e alla propria indipendenza»: cose che poco hanno a che vedere con le attivita' spionistiche del tandem Pollari-Pompa.
Ancora: «La Corte tiene a sottolineare come l'autorita' competente in materia di segreto di Stato non possa ritenersi dotata di un potere incontrollabile e possa essere, di conseguenza, del tutto irresponsabile per eventuali abusi. (...) La Corte evidenzia la necessita' per il Presidente del Consiglio dei ministri di indicare le ragioni essenziali poste a fondamento del segreto». Di Pulcinella, per la Toto' band.
Il giudice Giangamboni nelle pagine seguenti e' ancor piu' esplicita, facendo riferimento a «ipotesi di peculato continuato aggravato relativo all'appropriazione e all'indebito utilizzo, da parte degli imputati, di somme di danaro, materiali e risorse umane del Servizio, utilizzandoli per scopi palesemente diversi da quelli istituzionali»; nonche' di un «indebito utilizzo dei fondi e delle risorse del Servizio per l'espletamento di una attivita' sicuramente estranea, a mente della disciplina al tempo vigente, ai compiti istituzionali del Sismi».
Insomma - sostanzia il gup - invocare il segreto di stato non puo' rappresentare una sorta di lasciapassare, una “esimente in bianco”. E - rincara - «non appare giustificabile una tutela indiscriminata delle esigenze di riserbo in punto di modalita' organizzative e operative del Servizio, soprattutto laddove vengano in considerazione condotte di singoli soggetti legati a vario titolo ai Servizi che integrino esse stesse reato o abbiano avuto incidenza causale su fatti costituenti reato. In altre parole, appare necessario che la nozione di segreto di Stato sia circoscritta entro un ambito costituzionalmente ammissibile, delimitato dalla preminenza di interessi ai quali e' preordinato rispetto agli altri beni giuridici costituzionalmente protetti, tra cui quello della corretta amministrazione della giustizia». Conclude escludendo «che il segreto di Stato possa essere opposto con riguardo ad attivita' estranee alle finalita' istituzionali del Servizio».
Chiede infine alla Consulta di «voler dichiarare che non spetta al Presidente del Consiglio dei ministri secretare, mediante conferma dell'opposizione del segreto da altri opposto, modi e forme dirette e indirette di finanziamento per la gestione da parte di Pio Pompa della sede del Sismi di via Nazionale a Roma, allorche' il Servizio era retto da Nicolo' Pollari».
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