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SCAJOLA E LA CASA DEI BOSS
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di
Andrea Cinquegrani [
19/06/2010]
Non solo il Colosseo negli iter mattonari dell'ex titolare dello Sviluppo economico. Prima i Parioli, con un fitto “istituzionale” in un immobile confiscato per camorra. Non resta che sperare nel rampollo Pier Carlo, a tutto “vento” e tributi..
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Un ministro non puo' sospettare di abitare in una casa pagata da altri. Se dovessi acclarare che l'abitazione dove vivo fosse stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto e l'interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni legali necessarie per annullare il contratto».
Non siamo su “Scherzi a parte”. Ne' nel bel mezzo di uno dei capolavori di Eduardo De Filippo, “Questi fantasmi”, tra padroni e inquilini in contatto con altre “entita'”. I ghostbusters qui non c'entrano e siamo in pieno al di qua, nel cuore della conferenza stampa di un quasi allucinato (ex) ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, alle prese con iperboliche quanto farneticanti spiegazioni sull'affare del secolo, ossia l'acquisto per 600 milioni e spiccioli del maxi appartamento vis a vis col Colosseo, pagato da «non so chi», alias la cricca di Anemone e C.
La memoria del titolare di un dicastero strategico - tutto numeri, cifre, previsioni, statistiche - vacilla, le figure sbiadiscono. Angelo Zampolino, architetto, chi sara' mai costui? «Di lui ricordo poco - fatica Scajola - era la persona a cui si era rivolto Angelo Balducci, l'allora provveditore alla Opere pubbliche del Lazio, che si era offerto di aiutarmi a cercare casa a Roma». Stesso copione per il costruttore ovunque nella Protezione civile targata Guido Bertolaso: «Ho conosciuto Diego Anemone da ministro dell'Interno, perche' una sua impresa stava effettuando dei lavori di messa in sicurezza dell'alloggio di servizio del ministero».
Attenzione alle date, un ingrediente-base nella ricostruzione dell'intrigo mattonaro e milionario.
L'ultimo riferimento di Scajola (i lavori per l'alloggio ministeriale) e' con tutta evidenza al 2001, quando ricopriva (ancora) la carica di titolare del Viminale. Una sistemazione spartana in qualche caserma? Una location ad hoc per un ministro impegnato su delicati fronti di contrasto al crimine (organizzato e non solo)? Non proprio, visto che si trattava di un attico da 400 metri in piazza del Collegio romano. Comunque sia - parola di berlusconiano doc - e' in occasione di quei lavoretti di sistemazione e “messa in sicurezza” che i due, il ministro e il costruttore, si conoscono. E sboccia un'amicizia salda come il cemento...
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Gli eventi, pero', cominciano a congiurare. Arriva quel maledetto G8 di Genova, i mega disordini, l'omicidio di Carlo Giuliani. In cabina di “regia” lui, il ministro degli Interni, al suo fianco l'oggi “bolscevico” Gianfranco Fini, i vertici delle forze dell'ordine coordinati del superpoliziotto (buono per tutti i governi) Gianni De Gennaro.
Succede qualcosa, allora? Tutto ok, davanti agli sbigottiti occhi del mondo, per i quali e' andata in mondovisione la vergogna delle vergogne (di Stato).
Ci vuole la maxi gaffe su Marco Biagi per disarcionare l'altrimenti inamovibile conducator del Viminale. Succede il 3 luglio 2003, quando Scajola e' costretto a dimettersi per aver parlato di quel “rompicoglioni”, il consulente del governo in materia del lavoro assassinato dalle Brigate rosse a Bologna. Scaricato dal Cavaliere, messo all'indice dai berluscones? Macche'. Premiato con il robusto incarico di “coordinatore di Forza Italia”, tanto piu' strategico perche' in vista del voto di primavera...
Natale 2003. Sotto l'albero il fresco “Coordinator” trova un piccolo cadeau. Un appartamento, per ritemprarsi e prepararsi al meglio all'ardua campagna elettorale sotto le insegne del prode Silvio. La maison, stavolta, si trova nel cuore bene dei Parioli, via Bruxelles, 320 metri quadrati tanto per gradire, valore “catastale” che supera i due miliardi delle vecchie lire. La confezione-regalo arriva a Scajola nientemeno che dal “Dipartimento di Pubblica Sicurezza”, incaricato di gestire una serie di patrimoni immobiliari confiscati a clan di mafia, ‘ndrangheta e camorra. Nella cassaforte del dipartimento, tra le ultime “conquiste”, fa capolino un bel bottino a base di mattoni, la bellezza di 200 appartamenti sparsi tra la Campania e il Lazio, tutti intestati a una serie di sigle e societa' facenti capo al costruttore partenopeo Francesco Rea, quartier generale nel popoloso comune dell'hinterland flegreo, Giugliano. Un maxi patrimonio riconducibile a svariate societa' - Elba, Gasbet, Sbe - e a diversi personaggi (figurano anche Bruno e Giovanni Rea, Eleonora Basso, Vincenzo Iacolare, Giuseppe Palladino). Il primo provvedimento di confisca e' del 1996 (a carico delle persone fisiche titolari delle quote societarie, e dei beni intestati a Sbe spa), confermato un anno dopo dall'ottava sezione della Corte d'appello di Napoli, ufficio misure di prevenzione e reso irrevocabile da un terza sentenza del 26 gennaio 1998.
L'AFFONDO DI LIBERA
Ma torniamo a bomba, ossia a Scajola e all'appartamento ex Rea, ormai confiscato. A meta' 2001 e' lo stesso Dipartimento a dettagliare l'uso che quell'immobile di via Bruxelles potra' avere. «Utilizzo, in modo rigorosamente transitorio, a favore di personalita' istituzionali in relazione all'incarico rivestito», si legge nel documento. La vicenda viene ricostruita e denunciata a febbraio 2003 dalla Voce che in un'inchiesta si chiede: «Quale sara' mai, ora, l'incarico rivestito da una simile “personalita' istituzionale” come Scajola? Quello di coordinatore delle campagne elettorali di Forza Italia...».
Dopo qualche mese qualcuno comincia a chiedersi qualcosa. A domandarsi cosa sia mai potuto succedere. Poche voci, comunque, nel deserto pressoche' totale dei media.
E' Articolo 21 a sollevare il problema di un «appartamento concesso a titolo gratuito a un ex ministro, valore 2 miliardi e 100 milioni di lire, salone, camino angolare, quattro stanze da letto, quattro bagni, una megacucina, due terrazzi, box e cantina». A settembre 2003 il piu' forte j'accuse nei confronti delle istituzioni; arriva da Giuseppe Di Lello, europarlamentare di Rifondazione comunista, ex magistrato per anni in prima linea al fianco di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: «Stanno totalmente snaturando lo spirito della legge sull'uso sociale dei beni confiscati alle mafie», tuona. Una voce da non poco, la sua, visto che e' stato proprio Di Lello a presentare alle Camere il testo di legge che, approvato dopo due anni di tormentato iter parlamentare, alla fine ha consentito di far diventare scuola l'ex villa di Toto' Riina a Corleone e di trasformare nella “Casa del jazz” la magione romana del cassiere della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti, per fare solo due esempi.
«Come si fa a sostenere che a un ex ministro dell'Interno e' stato assegnato un appartamento ai Parioli per fini di sicurezza?», si chiede incredulo Di Lello. Che incalza: «Avrei capito se fosse stato in una struttura dove alloggiano solo poliziotti e carabinieri, ma cosi' ci troviamo di fronte a un puro e semplice provvedimento di favore». Si mobilita Libera, secondo cui la assegnazione dell'alloggio a Scajola «non c'entra con la lotta alla mafia e contiene un doppio valore negativo: uno, perche' non gli spetta, due, perche' fa pensare che i beni confiscati vengono utilizzati per creare privilegi».
Poi di nuovo un assordante silenzio. Fino ai botti di oggi. Economia in crac? Il nostro paese senza titolare di uno strategico ministero? No problem. C'e' il Cavaliere. E, comunque, una soluzione ad hoc, miracolosa, dietro l'angolo. Il viceministro all'Economia, Nicola Cosentino, mancato numero uno della Regione Campania e quindi pronto a rimboccarsi le maniche per il Paese. E chissenefrega se i pm della procura di Napoli ne hanno chiesto l'arresto per legami organici - e parentali - con il clan dei Casalesi, proprio con la famiglia di Sandokan: il parlamento - grazie ai vacanzieri targati Pd - ha respinto la richiesta. ‘Scordammoce ‘o passato...
Pier Carlo nel vento
Sole e vento nel destino di Scajola junior, Pier Carlo, trent'anni, una passione per la green economy, senza tralasciare le piu' ruspanti riscossioni tributarie. La sua “creatura”, infatti, si chiama Agena, acronimo di “azienda per la generazione di energie alternative”, partorita due anni fa a Monza. Ottantamila euro il capitale sociale, diviso in parti uguali tra Pier Carlo e Daniele Santucci, che occupa la poltrona di presidente del cda.
61 anni, varesino, Santucci e' stato uno dei protagonisti dei business nella Milano “da bere” targata Paolo Pillitteri e finita dritta nel calderone del pool di Mani pulite. Uno degli affari piu' ghiotti, infatti, la realizzazione del metro', per il quale s'e' data da fare Avio Nord, sul cui ponte di comando sedevano Santucci e Gianfranco Troielli, il gran regista delle opere pubbliche (craxiane e soprattutto trasversali) all'ombra della Madunina, ottimo amico del suo omologo meridionale, Vincenzo Maria Greco, uomo ovunque nel dopo terremoto e alter ego dell'ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino.
Ma la corazzata di casa Santucci si chiama Aipa (Agenzia Italia Pubbliche Amministrazioni), spa milanese da 10 milioni di capitale, nata con modeste ambizioni, come puo' essere la affissione di manifesti nelle citta', per diventare col passar degli anni un vero e proprio colosso nel settore (privato) della riscossione (pubblica). Riuscendo a far incetta di comuni - pare abbiano raggiunto quota 1.200, per una popolazione da circa 7 milioni - e ponendosi, nei fatti, come principale concorrente di Equitalia e Tributi Italia, monopolisti del settore. «E' tutto un gioco alla spartizione, e al solito sono battaglie finte - racconta chi ha lavorato per anni in una esattoria genovese - Tributi Italia spara contro Aipa, ma sotto sotto sono d'accordo, le persone di vertice, poi, sono intercambiabili. E spesso fanno capo alla stessa area politica». E aggiunge: «basta vedere i tric trac di fine anno sparati dalla responsabile per la comunicazione di Tributi Italia Isabella De Martini, poi scaricata dai vertici, contro Aipa e il tandem Santucci-Scajola junior. E la replica del ministero per l'Economia, dove il capo ufficio stampa Paolo Mazzanti ha precisato che Santucci e Aipa si sono sempre comportati in maniera corretta nei confronti di Tributi Italia». Insomma, tributi al vento...
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