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di
Tom Behan [
19/06/2010]
In qualsiasi campagna elettorale per un nuovo parlamento, e' inevitabile che i media dedichino molto spazio alle diverse proposte intavolate, ma mai in Inghilterra cosi' tanto tempo e' stato sprecato raccontando frottole. In fondo, pero', la colpa non e' dei media: tutti e tre i partiti erano piu' o meno intercambiabili sulla questione centrale: come risanare il debito pubblico. Quindi, per riempire gli spazi vuoti sono stati interpellati gli stilisti, chiamati a esprimersi sul colore delle cravatte dei leader dei partiti e il guardaroba delle rispettive mogli. In assenza di vere divergenze, tanto vale parlare di scemate.
Guai pero' a toccare questioni scottanti, come la guerra in Afghanistan, su cui per via della comunanza di vedute e' calato il silenzio. Ma dobbiamo ricordare che quando la missione di guerra inglese fu inviata in Afghanistan, nel 2006 e per tre anni, il ministro della Difesa ipotizzo' che non sarebbe stato neppure necessario sparare un solo proiettile. Adesso, dopo quattro anni e milioni di proiettili sparati, il 77% della popolazione vuole il rientro della missione di guerra, ma naturalmente nessuno dei tre partiti appoggia tale richiesta. E quindi la gente si trova a vivere in un vuoto politico, in cui i partiti non rappresentano le istanze che serpeggiano nella societa' civile.
Un altro esempio del vuoto che viene riempito da altri vuoti e' stata la percezione che i liberaldemocratici avrebbero sfondato alla grande e che il loro leader, Nick Clegg, fosse una specie di mini-Obama. Ma questo figlio di un banchiere, educato in una delle scuole private piu' costose del Regno, per poi proseguire gli studi a Cambridge, non rappresenta niente di nuovo. Sposato poi con un'avvocatessa specializzata in diritto commerciale, prima di diventare deputato e' stato consigliere dell'ultraliberista Leon Brittan quando questi era Commissario europeo alla concorrenza. La scelta finale di formare una coalizione con gli ultraliberisti del partito conservatore conferma la tendenza che aveva gia' ampiamente dimostrato.
La cosa stranissima e' che, siccome Clegg ha brillato nel primo di tre dibattiti televisivi da elezioni presidenziali americane, realizzati per la prima volta in Inghilterra quest'anno, i media l'hanno incoronato come capo di un partito che avrebbe anche potuto ottenere la maggioranza al parlamento.
Ma, appena tre settimane dopo, il partito e' riuscito a prendere solo l'8% dei seggi. Come mai? In parte la causa e' da ricercarsi nello sciagurato sistema elettorale britannico. I liberaldemocratici hanno registrato il 23% del voto nazionale, ma sono finiti con l'8% dei deputati perche' tendono ad arrivare sempre secondi in un sistema maggioritario secco. Detto in altri termini, mediamente ci vogliono 30.000 voti per far eleggere un deputato laburista, mentre ne occorrono 124.000 per far salire un liberaldemocratico.
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L'altra causa della loro sconfitta e' da ricercare nell'incapacita' dei media di comprendere la societa' che esiste al di fuori della bolla degli studi televisivi, un'incomprensione che riscontriamo anche in Italia per quanto riguarda la Lega. Sebbene il Carroccio venga piuttosto oscurato dai telegiornali, di anno in anno continua a crescere, e cio' accade nonostante il fatto che i suoi dirigenti spesso appaiono, come Borghezio e Calderoli, quasi impresentabili. La spiegazione del successo leghista e' un intervento a tappeto sul territorio: iniziative, banchetti, incontri, cortei, volantinaggio. Per via di questa presenza la gente viene a sapere che ha la cognata, il cugino, la zia, il collega di lavoro leghista, il che in molti casi serve a legittimare il partito; soprattutto, l'attivismo crea legittimita': «almeno - si dice - questo e' un partito che si fa vedere anche al di fuori dei periodi elettorali». La Lega riempie sostanzialmente il vuoto creato dal ritiro del Pci-Pds-Ds, e ultimamente, del resto della sinistra. Questa debolezza e' stata riscontrata in Inghilterra nel caso dei liberaldemocratici: al di la' della vampata mediatica, non erano abbastanza radicati nei quartieri per trasformare l'impatto televisivo in adesione elettorale.
Ma la grossa novita' di queste elezioni inglesi e' stata la formazione di un governo di coalizione, appunto tra i liberaldemocratici e i conservatori, per la prima volta nell'arco di decenni. Pero' non c'e' alcuna inversione di rotta rispetto alla politica neo-liberista dei laburisti. Alla fine del periodo Thatcher-Major, l'1% dei cittadini britannici piu' ricchi deteneva il 17% del reddito nazionale, mentre sotto i governi Blair-Brown questa quota e' salita al 21%.
Quindi, la politica centrale del nuovo governo consiste nel “fare come in Grecia”, dove il Fondo Monetario Internazionale vuole ridurre i salari del 20%, in un Paese dove la disoccupazione e' gia' al 10%; cio' vuol dire aggravare e prolungare la recessione. Per andare in pensione bisognera' lavorare piu' a lungo, e invece di prendere l'80% dell'ultimo salario la pensione potrebbe scendere al 60%, ma per averla comunque a tariffa piena bisogna lavorare tre anni in piu'. I lavoratori del pubblico impiego affronteranno un congelamento salariale per i prossimi tre anni, mentre l'iva aumentera' del 4% e passera' al 23%. Dulcis in fundo: le imposte su carburanti, alcolici e tabacchi saliranno di un altro 10%.
Non c'era una soluzione alla crisi, ne' prima ne' dopo quest'ultima stangata. Nel caso della Grecia, la situazione e' precipitata per via dell'esposizione delle sue banche a Dubai, investita dalla crisi a fine 2009. Dopo che le autorita' hanno “assestato” Dubai, o la Grecia, la speculazione e la paura si sono riversate altrove, interessando Portogallo, Spagna, lo stato della California, l'Italia e l'Inghilterra. E subito dopo il pacchetto finanziario concordato tra l'Ue e il Fmi per la Grecia, si e' visto che neppure questo era abbastanza per soddisfare gli appetiti insaziabili del “capitalismo-casino'” mondiale.
L'unica cosa rincuorante e' la presenza in Grecia di un'estesa sinistra anti-capitalista che, sebbene divisa politicamente, e' in grado di mobilitare la gente a scioperare ed ha resistito magnificamente al tentativo di associarla all'attentato contro una banca ad Atene, che ha provocato tre morti. In Italia, di fronte a una tragedia simile, il senso trasversale cattolico della colpa avrebbe stroncato il movimento - se non per un secolo - almeno per un decennio.
L'Inghilterra, forse come l'Italia, si trova a prepararsi contro i tentativi di “fare come in Grecia”. Si tratta di riempire il vuoto creato dal ritiro effettivo della sinistra e del sindacato dall'impegnarsi in battaglie dirette. Pero' qualsiasi movimento che riuscisse in questa situazione a crescere, tendenzialmente si troverebbe maggioritario nella societa', perche' la gente non vuole vivere in una pesante recessione prolungata. E se questo vuoto non viene riempito dalla sinistra, sara' sostituto da forze che colpevolizzano gli immigrati, i banchieri ebrei e via discorrendo.
I pronostici oltremanica, secondo il governatore della Banca d'Inghilterra Mervyn King, sono per tagli di entita' analoga a quelli negli anni Trenta. Questo, a quanto pare, l'ha spinto a confessare ad un economista americano che per lui le votazioni di maggio sarebbero state «elezioni che sarebbe meglio perdere», per via dell'impopolarita' inevitabile di qualunque nuovo governo. Ma in tempi cosi' duri, e' garantito che avremo un governo di coalizione debole e instabile. L'Inghilterra sta per prendere lezioni di greco…
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