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SI RIAPRE IL CASO MANCA / L'UROLOGO E 'ZU BINNU
di ANTONELLA BECCARIA [ 13/05/2010]


Mancavano pochi giorni al suo trentacinquesimo compleanno quando il 12 febbraio 2004 venne trovato senza vita nella sua casa di Viterbo, citta' nella quale si era trasferito un paio d'anni prima per lavorare all'ospedale Belcolle. Attilio Manca, un urologo siciliano nato a San Dona' di Piave ma trasferitosi da bambino con la famiglia a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), venne ucciso da un mix di eroina, Tranquirit - uno psicofarmaco a base di diazepam - e alcol. Svolti i primi accertamenti, si parlo' di overdose e suicidio.
Sulla vicenda oggi pende la terza richiesta di archiviazione da parte della procura di Viterbo. Richiesta a cui la famiglia si e' opposta ancora una volta perche' ritiene che di omicidio si tratti. E, nello specifico, che si tratti di omicidio di mafia, tanto che oggi Attilio Manca viene considerato una vittima non riconosciuta della criminalita' organizzata. La tesi del suicidio, infatti, non sembra giustificare la fine di una promessa della medicina. L'urologo, malgrado la giovane eta', era gia' noto per aver effettuato per primo in Italia interventi alla prostata in laparoscopia, tecnica appresa durante cicli di specializzazione all'estero. A Viterbo, poi, aveva un buon rapporto con colleghi e paramedici. Solo con il primario, Antonio Rizzotto, sembrava andare meno bene: Attilio lo considerava «autoritario, un gerarca», ha detto la madre Angelina Gentile, tanto che voleva tornare a Roma.
Single, una vita brillante, una carriera gia' decollata, Attilio Manca non sembrava dunque avere alcun motivo per gettarsi nelle spire degli stupefacenti ne' per togliersi la vita. Solo nei suoi ultimi giorni e' sembrato preoccupato, anche se il motivo rimane ignoto.

LE ULTIME 48 ORE
Nessuno vede piu' Attilio Manca dal 10 febbraio 2004. A differenza del solito, da' forfait ai colleghi, che si trovano per cena. E non si presenta nemmeno il giorno successivo, l'11 febbraio, a un appuntamento a Roma, al policlinico Gemelli, dove deve incontrare Gerardo Ronzoni, primario di urologia di cui era stato assistente. Quella mattina pero', vero le 9 e mezza, telefona alla madre e le chiede di far riparare la motocicletta che custodiva nella casa di villeggiatura, a Tonnarella (Messina). Strano, ha pensato la donna, dato che Attilio non l'avrebbe utilizzata prima di agosto. E strano anche perche' il mezzo era in perfette condizioni.
Li' per li', dunque, impossibile dare peso alla sua richiesta, a cui segue di nuovo il buio. Cosa accada infatti nella notte tra l'11 e il 12 febbraio non si sa. C'e' solo un vicino di casa che ricorda qualcosa. Racconta che poco dopo le 22 di quell'ultima sera senti' la porta dell'appartamento del medico aprirsi e chiudersi. Poi piu' nulla fino alla notizia alla famiglia. La morte del medico viene comunicata dallo zio, Gaetano Manca (padre di Ugo Manca), che vive nella casa accanto. Quando va a suonare al campanello dei parenti e' l'ora di pranzo. Sa cos'e' accaduto da un paio d'ore e quando incontra una pattuglia della polizia che sta andando ad informare i genitori la manda via. Meglio che sia un parente a comunicare la disgrazia. Il primo con cui Gaetano Manca parla e' il fratello di Attilio, Gianluca, e subito aggiunge che in casa sono state trovate due siringhe, una in bagno e l'altra nella pattumiera della cucina. A dirglielo - afferma - e' stata una collega di Attilio, l'anestesista Giuseppina Genovese, ma Ugo, il cugino della vittima, dara' anche un'altra versione: a informarli sarebbe stato il primario di Viterbo.
Nel dialogo che avviene tra zio e nipote, il primo aggiunge che e' meglio dire che Attilio e' morto per aneurisma. Inoltre sono gia' stati fatti tre biglietti aerei: da Barcellona Pozzo di Gotto devono partire Ugo, Gianluca e Gigi Manca, il padre di Attilio. Ma qui la famiglia non ci sta e alla fine andranno a Viterbo entrambi i genitori, Gianluca e un fratello della madre. I quali, giunti a destinazione, vengono dirottati in albergo: la camera mortuaria e' gia' chiusa e fino al mattino successivo non e' possibile vedere il corpo. Ma anche allora non sara' facile avvicinarsi. «È meglio che ve lo ricordiate com'era da vivo», dicono alla famiglia. «È caduto con il volto sul telecomando, ha il setto nasale deviato e il viso tumefatto».
Inoltre il riconoscimento lo effettua la moglie di Rizzotto, Dalila Ranaletta, perche', come ha detto sempre Ugo Manca, ne andrebbe del buon nome dell'ospedale se si sapesse che uno dei suoi medici faceva uso di sostanze stupefacenti. E la famiglia ha fretta di portarsi via la salma, aggiunge il cugino, che facciano in fretta con l'autopsia e con il dissequestro dell'appartamento.
La macchina investigativa, nel frattempo, si e' messa in moto, per quanto a tutt'oggi non abbia risposto alle domande che la famiglia continua a porre. Dai rilievi effettuati all'interno dell'abitazione, vengono trovate alcune impronte digitali dalle quali piu' tardi si dimostrera' che Ugo Manca, il cugino, li' c'era stato. A meta' dicembre, afferma lui, per essere sottoposto ad un intervento cui ha partecipato anche Attilio. Ma la famiglia lo smentisce: per il Natale 2003 i genitori avevano raggiunto il figlio nella citta' laziale e la madre aveva pulito a fondo l'appartamento. Peraltro a casa del medico non sono state rinvenute le impronte dei familiari e nemmeno quelle degli amici che il 4 febbraio avevano partecipato li' a una cena.

L'OMBRA ;DI ;PROVENZANO
Con il trascorrere del tempo inizia a profilarsi l'ombra di Cosa Nostra. In un'intercettazione ambientale effettuata nell'ambito dell'operazione antimafia Vivaio, si scopre che il “capo dei capi”, Bernardo Provenzano, era a Tonnarella, la localita' indicata da Attilio Manca alla madre parlando della motocicletta (da rilevare anche che di quell'ultima telefonata non rimarra' traccia nei tabulati). Non sapendo di essere ascoltata dagli inquirenti, la sorella del boss di Barcellona Pozzo di Gotto Carmelo Bisognano parla con un immobiliarista e dice che avevano ragione i Manca a dire che il figlio aveva visitato Provenzano. «Tutti sapevamo che iddu era qua», a Tonnarella. A conferma ci sono anche gli elementi raccolti dai carabinieri del Ros, che lo collocano in quel periodo nel convento di Sant'Antonino.
Facciamo pero' un passo indietro. Il primo dubbio sul legame tra Provenzano e Attilio Manca arriva dopo i funerali. Il padre di un amico del giovane chiede ai genitori se siano sicuri che il medico non abbia mai visitato il boss, firmando cosi' la sua condanna a morte. La famiglia, di primo acchito, reagisce con incredulita' e accantona la faccenda. Ma un anno piu' tardi, il 20 febbraio 2005, la Gazzetta del Sud pubblica le dichiarazioni di Ciccio Pastoia, il capomafia di Belmonte che si suicidera' in carcere un paio di giorno dopo. Dichiarazioni secondo cui un urologo siciliano si sarebbe occupato di Provenzano nel suo rifugio. A questo punto la famiglia chiede - a tutt'oggi inutilmente - che venga accertata l'identita' del medico di cui parla il boss.
E poi c'e' un'altra coincidenza che ruota intorno a Marsiglia, citta' da cui Attilio Manca chiama i genitori. «Sono qui per un intervento», dice nell'ottobre 2003. Quando anche Provenzano e' li' per sottoporsi ad un intervento alla prostata.

FAMIGLIA ;ISOLATA
A cio' si aggiunga il clima ostile che i Manca respirano a Barcellona Pozzo di Gotto. Se appena dopo la morte di Attilio sono in molti a stringersi intorno alla famiglia, presto l'atmosfera cambia e si delineano due fatti. Da un lato, i rapporti con Ugo e con i suoi genitori si raffreddano. E se in un primo momento era stato il cugino a voler celare la storia dell'overdose, poi sua madre fa circolare giornali viterbesi che rilanciano questa ipotesi. Inoltre iniziano a comparire storie infamanti sul giovane medico, ribadite - e smentite - anche nel processo “Mare Nostrum” in cui figura tra gli imputati anche Ugo Manca, condannato in primo grado a nove anni.
I genitori reagiscono, nominano un legale di fiducia, Fabio Repici, il quale ne sostituisce uno precedente. Repici e' noto per la tenace difesa dei familiari delle vittime di mafia (ha seguito tra gli altri il caso di Graziella Campagna, la diciassettenne assassinata a Saponara a fine 1985). Nel frattempo giunge l'esito della perizia medico-legale. Una perizia che, se conferma il setto nasale deviato, parla anche di lividi diffusi e di due fori da siringa - gli unici sul corpo del giovane - sul braccio sinistro. Mentre Attilio era mancino ed incapace di usare la destra. Ma non basta: ai polsi e alle caviglie ha segni come quelli lasciati da una corda o da un altro strumento utilizzato per immobilizzarlo. E ha un testicolo gonfio, come se avesse preso un calcio.
Anche nella casa del giovane ci sono tracce di colluttazione e un peso da sollevamento spaccato. Inoltre, su un tavolino accanto al letto, c'era la sua borsa di lavoro con gli strumenti da chirurgo e un ago da sutura pronto all'uso. Mentre Attilio non portava mai a casa gli attrezzi usati in ospedale.




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