CRACK ALVI - FALLITI E VILLANI
di Andrea Cinquegrani [ 20/04/2010]


L'impero del reuccio dei supermercati meridionali, Angelo Villani, finisce in crac, inghiottito in una voragine da 150 milioni di euro circa, una serie di fallimenti a catena, la concreta ipotesi di bancarotta fraudolenta (su cui sta lavorando la procura di Salerno), circa 120 punti vendita ormai al collasso, un migliaio di lavoratori scaraventati per strada, il direttore dell'Iper Alvi di Nocera Superiore, 48 anni, morto suicida a meta' marzo. E' la fine del sogno targato Alvi (prima si chiamava Sosty), delle grandeur di spa come Super Alvi e Iper Alvi, della infinita serie di diramazioni territoriali (le srl Sannio Discount, Abellinum, Casertana Discount, Supermercati calabresi, Supermercati apulolucani), delle sigle di scorta Finavil e Delfin Chimica, e - last but least - della creatura che alla fine si era vista passare il testimone di tutto l'arcipelago, una minuscola sigla da appena 10 mila euro di capitale, Alpa, affidata alle cure di due “amici”.
«Delizia e soprattutto croce per i salernitani, il settore della distribuzione alimentare - commentano in procura - ci sono non poche analogie con un altro clamoroso crac di quasi venticinque anni fa che coinvolse il gruppo Cofima di Giovanni Fimiani, uno che aveva presentato un'offerta addirittura superiore a quella di Carlo De Benedetti per rilevare il gruppo Sme». Oltre 600 miliardi di vecchie lire messi sul piatto, mentre nello stesso periodo - come documento' un'inchiesta della Voce di marzo 1987 - Fimiani (poi utilizzato dallo stesso Silvio Berlusconi come teste nel processo Sme...), si vedeva protestare assegni per 5 o 10 milioni di lire.
Oggi la “massa” dei protesti che pesano sul groppone delle sigle made in Villani raggiunge quota otto milioni (ma di euro...), con un passivo di Alvi spa che «dovrebbe essere - come viene sottolineato nella sentenza di fallimento emessa dal tribunale di Salerno lo scorso 12 dicembre - in attesa della perizia, di circa 150 milioni di euro, di cui 80 milioni verso i fornitori, 35 nei confronti delle banche compresi i mutui e di circa 25 milioni tra Tfr, erario, Inps e altro».

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Una bella legnata per l'ex presidente della Provincia di Salerno, un dc di lungo corso poi folgorato sulla via del Ppi, quindi della Margherita e clamorosamente bocciato un anno fa con la casacca del Pd (a batterlo il Pdl-ex An Edmondo Cirielli). Lasciando le casse provinciali abbondantemente sforacchiate. «Bilanci allegri - commentano negli uffici di palazzo Sant'Agostino, a Salerno - previsioni di spesa senza copertura finanziaria, come dimostra in modo clamoroso la vicenda dell'aeroporto di Pontecagnano». Uno scalo fantasma, un volo al giorno con i passeggeri che si contano sulle dita di una mano, collegamenti con la citta' virtuali. «A fine 2008 la Provincia ha deciso un aumento di capitale per la societa' di gestione - viene ancora sottolineato - mentre il bilancio approvato 48 ore prima non prevedeva alcuna voce in tal senso. Il caso Pontecagnano e' stato l'emblema del fallimento delle poltiche territoriali volute dalla giunta Villani».
Ed oggi, eccoci al fallimento del suo piccolo, grande impero. Duro da digerire per un capo azienda, come lui, che mastico' amaro quando, tre anni fa, la classifica stilata dal Sole 24 ore sul gradimento degli italiani nei confronti dei presidenti di Provincia lo vide al penultimo posto in tutta Italia (mentre sul podio, al secondo, svettava il nome di un altro campano, Carmine Nardone, al vertice della Rocca dei Rettori a Benevento). «Le solite bufale della stampa», taglio' corto.
Saranno tali anche i pesantissimi rilievi - tanto gravi da essere divenuti un fascicolo autonomo trasmesso alla procura, sezione criminalita' economica, per tutti i risvolti penali che la procedura di bancarotta fraudolenta comporta - contenuti nella sentenza di dicembre?
Passiamo allora in rapida carrellata alcuni tra i j'accuse piu' bollenti. Nella gestione aziendale - viene sottolineato - vi e' «una significativa confusione attinente la configurazione delle distinte sfere giuridiche delle diverse societa' del cosiddetto gruppo Alvi. Infatti, proprio perche' non vi e' una corretta tenuta della contabilita', proprio perche' vi e' un'estrema confusione nei rapporti delle societa' del gruppo Alvi, proprio perche' gli esercizi commerciali sono stati repentinamente ceduti ad un terzo, la societa' si presenta oggi nell'udienza prefallimentare con un liquidatore (a suo dire) non a conoscenza dei fatti, senza depositare una situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata». Per di piu', chiedendo di essere sostituito. un vero e proprio harakiri, alla faccia dei mille e passa dipendenti: per la serie, abbiamo preso i soldi, siamo scappati col bottino e vaffaculo a chi resta sul campo.

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Non basta. Perche' «l'attuale management non ha in alcun modo assunto alcuna misura per fronteggiare la crisi allorche' poteva essere ancora gestita con strumenti ordinari mediante procedure concorsuali minori. Anzi, Alvi spa ha poi assunto condotte dismissive non solo del patrimonio sociale ma anche della merce ricevuta da fornitori non ancora pagati». Uno tra questi, Cavamarket, a quanto pare si e' offerto per acquistare l'intero gruppo, prezzo 25 miloni di euro: ma - secondo le ultime notizie - si sarebbe poi tirato indietro visto che grossi quantitativi di merci fornite non sono state mai pagate (Cavamarket era uno tra i fornitori principali per le sigle di casa Villani).
Ed e' proprio casa Villani ad avere in mano le chiavi della cassaforte. Il Gruppo Alvi, infatti, e' equamente suddiviso in sei fette, ognuna pari al 16,6 per cento dell'intera torta azionaria. Fanno capo a Anna, Antonia, Elisa, Giovanni e Giuseppe Villani, nonche' alla Italia Invest sas di Rosanna Pecoraro.
Gli “amici”, invece, hanno in tasca le chiavi di Alpa srl, che «in questo periodo - scrivono i giudici Giorgio Jachia e Salvatore Russo nella sentenza di fallimento - gestirebbe nel proprio assoluto interesse “beni” di Alvi spa senza che Alvi spa e i suoi creditori possano nemmeno interloquire». Ma chi sono, a questo punto, i primattori di Alpa, costituita nel 2003, tenuta per sette anni in naftalina e rivitalizzata solo poche settimane fa? Amministratore unico della piccola srl (10 mila euro il capitale, di cui solo 6 mila versati) e' Bartolomeo Pagano, quarantaquattrenne da Cava de' Tirreni, consulente del gruppo Villani, alla guida anche dell'immobiliare partenopea Ciba e di Vipa, dedita all'allevamento bufalino. A lui fa capo il 40 per cento delle quote Alpa, mentre il socio di maggioranza, con il restante 60 per cento, e' Vittorio Aliberti, gia' a capo della segretaria particolare di Villani ai tempi della presidenza alla Provincia.

AMMORTIZZATORI, ALMENO
I sindacati? Muti, o quasi. Una voce nel deserto e' quella di una sigla nata da pochi mesi a Salerno, Confsal, che si sta battendo per fronteggiare il dramma di centinaia e centinaia di famiglie sull'orlo del baratro economico. Il 2 febbraio parte una denuncia inviata all'ispettorato del lavoro e alla procura di Salerno, da cui prende il via la successiva indagine della guardia di Finanza (i cui esiti andranno alla sezione criminalita' economica della procura peraltro gia' al lavoro). In essa vengono puntati i riflettori su un dato inquietante: ovvero «la molteplicita' di trasferimenti d'azienda e cessioni di ramo d'azienda», in particolare quello da ben 700 dipendenti intercorso tra SuperAlvi spa e Alpa srl, «in palese violazione di una serie di normative contrattuali e della legislazione che regola la materia».
Non basta, perche' ai 700 dipendenti diretti vanno aggiunte le tante centinaia di indiretti, tra cui i 104 della “piattaforma logistica di Fisciano”, i 30 autotrasportatori (messi da ottobre in ferie forzate e senza vedere una lira), i 30 amministrativi che fanno capo ad un'altra collegata, Sogedat, anch'essi da mesi senza il becco d'un quattrino.
Commenta il segretario provinciale della Confsal, Agostino Arguto: «attualmente con i lavoratori abbiamo presentato i ricorsi di fallimento contro SuperAlvi e Alpa perche' non pagano, non arriva merce e molti punti vendita sono stati chiusi improvvisamente. Ci stiamo battendo per il sequestro cautelativo e la nomina di un custode giudiziario per tutto il gruppo, in modo da ricostruire le necessarie condizioni di trasparenza e legalita' che possano permettere ai lavoratori di accedere ad una vera cassa integrazione straordinaria e che preveda la ripresa dell'attivita' produttiva attraverso nuovi, sani acquirenti».
Il principale punto di vendita napoletano, a pochi metri della centralissima piazza Carlo III, fino a qualche settimana fa pieno di merce e affollato di clienti, e' ora praticamente deserto, scaffali semivuoti, una sola cassiera che, desolata, osserva: «dopo tanti anni di lavoro non immaginavamo lontanamente questo tsunami, rischiamo il posto, gli stipendi arretrati, la liquidazione e per di piu' senza una prospettiva concreta. Fanno il bottino, se lo portano all'estero e a noi un bel calcio».
Ma i fallimenti, ormai, sono come i tric trac, uno tira l'altro. Dopo il botto di capodanno con Alvi, a meta' marzo e' stata la volta di SuperAlvi e, poi, di Abellinum market. E lui, il capo, che fa? Pensa forse di prendere il volo dal suo scalo fantasma di Pontecagnano?

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