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LE MIOPIE DEL POPOLO VIOLA
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di
Ferdinando Imposimato [
06/04/2010]
In Italia la democrazia regredisce, nonostante l'azione dei movimenti e dei magistrati in difesa della legalita' costituzionale. Il premier mantiene i consensi, anche se si registra una flessione non decisiva ai fini dell'esito delle prossime elezioni. Il popolo viola e' stato la novita' politica fondamentale di questi ultimi tempi. La nascita e la crescita del movimento viola e le sue iniziative in difesa di liberta' di stampa, Corte Costituzionale, magistratura e Costituzione sono state le sole iniziative di opposizione al regime instaurato dal premier. E hanno consentito la partecipazione di tante persone fuori dai partiti al tentativo di cambiamento della politica, in difesa dei diritti inviolabili dell'uomo tra cui il diritto ad un lavoro dignitoso. E alla liberta' di informazione, pilastro della democrazia. Ma non si coglie alcun segnale di rinnovamento nei partiti, che dovrebbero proporsi come forza alternativa.
Cosa e' successo, dopo che il cda della Rai e la commissione parlamentare di Vigilanza hanno confermato la bocciatura dei talk show? Nulla. Silenzio. A parte le reazioni di Repubblica e del Fatto e i coraggiosi servizi di Serena Dandini. Questo clima di rassegnazione e di indifferenza evoca l'atmosfera di disimpegno che favori' l'avvento del fascismo. Cio' che preoccupa piu' di ogni altra cosa e' l'assenza di segnali di cambiamento nei partiti, fondamento della democrazia. Riemergono personaggi logori e squalificati, responsabili del disastro del centro sinistra, che trovano spazi anche nei movimenti. All'iniziativa popolare del 13 aprile in piazza del Popolo, tra coloro che hanno preso la parola c'e' stato Paolo Ferrero, ex ministro del Governo Prodi, uno dei maggiori responsabili della sconfitta del centro sinistra. Ferrero, assieme a Nichi Vendola, ha distrutto, con una scissione devastante, un grande partito come Rifondazione Comunista che, forte dell'8 %, raccoglieva il consenso di milioni di lavoratori. Secondo gli ultimi sondaggi, la sinistra radicale nel suo insieme non supera il 3%. Un crollo irreversibile.
Intanto nel PD continua a fare capolino l'irriducibile Massimo D'Alema, che concede interviste a destra e a manca riproponendosi come il nuovo che avanza. Parla di «barbarie in circolazione» e di «un Presidente del Consiglio che, avendo due milioni e centomila di senza lavoro, si preoccupa di far chiudere una trasmissione per lui scomoda». Cosi' D'Alema ottiene la patente del popolo viola per aver votato contro la legge sul legittimo impedimento. Ma si dimenticano le sue gravi ed imperdonabili colpe sulla nascita e la crescita di Berlusconi come leader incontrastato.
Ecco allora il curriculum dell'ineffabile “baffino”. D'Alema non ha mai cessato di colludere con il primo ministro, cui si e' rivolto per averne l'appoggio prima per tentare la scalata al Quirinale, dicendosi disposto alle riforme volute dal Cavaliere, poi chiedendo il suo consenso per diventare ministro degli Esteri della UE e, infine, avendo i voti del Pdl per diventare presidente del Copasir. Tutto questo, in continuita' con le scelleratezze del passato. Che, e' bene ricordarlo anche al popolo viola, rischia di ritornare. Infatti l'inizio del declino della democrazia italiana non e' di oggi: risale all'elezione al parlamento di Silvio Berlusconi, avallata proprio da D'Alema. Fu l'uso insipiente di una furbizia gravemente censurabile del centrosinistra a compiere il primo di una serie di errori che hanno portato il paese sull'orlo del baratro, oltre il quale sta la fine della nostra democrazia. La furbizia consistette nel voler ignorare - a dispetto delle censure di Paolo Sylos Labini, Giorgio Bocca e Vito Laterza - l'esistenza di un decreto presidenziale (il numero 361 del 30 marzo 1957) che all'articolo 10 contempla esattamente il caso Berlusconi: «Non sono eleggibili coloro che in proprio o in qualita' di rappresentanti legali di societa' o di imprese private, risultino vincolati con lo Stato per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entita' economica...». Quando Berlusconi fu eletto in violazione della legge, la giunta delle elezioni concluse per la sua eleggibilita', in base ad un'assurda interpretazione della norma. Anche allora le intepretazioni erano “creative” e non esplicative.
E cosi' oggi il premier dilaga. Questo era prevedibile: a “non prevederlo” furono D'Alema e Romano Prodi, adducendo la assurda giustificazione che il problema del conflitto di interessi non interessava al Paese. Ma interessava alla democrazia, che e' competizione alla pari tra i partecipanti alla contesa elettorale, come stabilisce l'articolo 51 della Costituzione.
Se questa regola cardine non e' rispettata, tutto il sistema vacilla. L'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema, che ignora la Costituzione e il conflitto di interessi, disse che Mediaset era un patrimonio nazionale. Il problema non era toccare Mediaset, ma applicare la legge. Ed il governo di centro sinistra decise la eleggibilita' di Berlusconi per l'ambizione di D'Alema, che mirava ai voti del premier per stravolgere la Costituzione introducendo il Presidenzialismo.
E oggi con quale faccia tosta D'Alema accusa il premier, suo amico e sodale? Come fa a dimenticare che il disastro dell'Agcom - lo ricorda Sergio Rizzo sul Corsera del 15 marzo scorso - e' dovuto ad una legge «fatta male mentre era in pieno svolgimento la Bicamerale presieduta da Massimo D'Alema»? «In quel momento - nota Rizzo - il tema del conflitto di interessi televisivo era stato completamente accantonato a vantaggio del compromesso. Una scelta insensata che porto' alla nascita di un'agenzia che e' organo della maggioranza e non garantisce la indipendenza della informazione». Con l'aggravante che i cittadini contribuenti sono costretti a pagare al presidente Corrado Calabro' la bellezza di 477.752 euro lordi l'anno, mentre agli otto commissari provenienti dai vari partiti ne toccano 398,127 l'anno. Un record assoluto che nessuna altra autorita' “indipendente” puo' vantare.
Ne' si vede un'opposizione convinta del PD di fronte al tentativo di “privatizzare” la giustizia del lavoro, privando i lavoratori italiani, gia' umiliati da precariato e miseria dei salari, della garanzia di giudici imparziali al servizio della Costituzione. Se dovesse passare quella legge, per i lavoratori sarebbe un disastro. ll disegno del premier e' ridurre anche la Consulta ad un organo del governo, come Agcom, cda Rai e Vigilanza.
Il nodo resta sempre quello della degenerazione dei partiti, incapaci di rinnovarsi negli uomini e nelle regole. Lo ha ben detto anche Massimo Fini sul Fatto del 17 marzo. La degenerazione dei partiti e' stata possibile grazie all'assenza di regole e controlli sul loro funzionamento. La vita dei partiti si e' cosi' spenta fino ad isterilirsi. Nessuno dei bubboni piu' gravi esplosi negli ultimi tempi e' dovuto all'azione dell'opposizione. Guido Bertolaso ha potuto affidare per anni appalti miliardari a imprenditori amici e amici degli amici, grazie all'assenza totale dei partiti della opposizione. E solo grazie alla magistratura di Firenze e dell'Aquila si e' scoperto il marciume che infesta la protezione civile. Oggi bisogna riconoscere che il problema non e' piu' solo dei programmi che non esistono. E' degli uomini che non rappresentano piu' gli interessi e i valori della sinistra.
La strada da percorrere e' la gestione democratica e trasparente dei partiti, con regole sul loro funzionamento. Che non siano affidate a statuti interni, inesistenti o violati. A ben riflettere, la crisi dei partiti e' stata voluta da coloro che costituiscono la loro leadership. Sul piano giuridico i partiti, pur essendo previsti dalla Costituzione (articolo 49) come essenziali alla democrazia, sono semplici associazioni di fatto non riconosciute - sembra incredibile ma e' cosi' - e disciplinate dagli articoli 36 e seguenti del codice civile. Come tali essi non sono soggetti ad alcun controllo ne' di rango costituzionale ne' di altro genere.
PERICOLO DIe#8200;AUTODISTRUZIONE
La ragione di tutto questo e' nella insufficienza della legislazione costituzionale e nella mancanza di una legge ordinaria in grado di fissare regole sulla democrazia interna, sull'accesso ai partiti e sulla tutela degli iscritti. Su questa esigenza di riforma dei partiti il popolo viola tace ed e' inerte, ma anzi lascia spazio a personaggi senza credito e con gravi responsabilita'.
E' la strada per la autodistruzione dei movimenti: non possono ignorare che i partiti, pur rappresentando interessi particolari della realta' sociale, svolgono una funzione pubblica che non puo' essere abbandonata a se stessa, come e' adesso. E soprattutto non possono essere lasciati all'iniziativa di cambiamento degli stessi apparati, che non ci sara' mai. E quando i partiti sono, come oggi, senza statuto pubblico, si lascia scoperto uno dei settori piu' delicati della vita politica e si lasciano senza garanzia i cittadini. Una battaglia al loro interno puo' avere conseguenze sulla direzione della cosa pubblica, e dunque sui cittadini, anche su quelli che non militano nei partiti.
Non e' piu' tollerabile la gestione autoritaria e arbitraria dei partiti da parte della leadership, non solo nell'area della maggioranza, ma anche in quella della opposizione. Occorre una forte iniziativa dei movimenti che tenda a responsabilizzare i partiti per un cambiamento a partire da una legge ordinaria che preveda rotazione nelle cariche direttive, congressi periodici, programmi differenziati, eliminazione dei partiti-persona, controlli dei bilanci da parte di organi esterni indipendenti. E soprattutto la gestione dei partiti con metodo democratico, con la partecipazione reale e il controllo da parte degli iscritti.
Diversamente, di fronte allo spettacolo di oligarchie immarcescibili e di partiti logori e spenti nella opposizione e la valanga di abusi, attacchi alla stampa, alla giustizia, al Parlamento e ai lavoratori da parte della maggioranza, si prospetta il dramma dell'astensionismo. Che non puo' essere arginato neppure dai movimenti: questi rischiano di morire rapidamente se si lasceranno egemonizzare da partiti e personaggi senza alcuna credibilita' morale e nessun radicamento sociale, come purtroppo sembra stia accadendo.
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