SI SCRIVE BAR SI LEGGE BARI
di ALESSANDRO DE PASCALE [ 18/03/2010]


Si scrive bar si legge bari
Il 12 febbraio nella capitale della Croazia, Zagabria, si e' tenuta una riunione d'urgenza. I ministri dell'Interno dei Balcani assieme ai capi della polizia si sono impegnati ad accrescere i propri sforzi nella lotta contro la criminalita' organizzata e il traffico di stupefacenti. C'erano i rappresentanti di Croazia, Serbia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia. Con l'eccezione di Kosovo e Albania, praticamente tutti i Paesi della regione.
Le pressioni degli organismi occidentali sono aumentate. Anche perche' queste nazioni, nate dalla dissoluzione della ex Jugoslavia, premono per entrare nell'Unione europea. E tranne la Slovenia, nel club di Bruxelles per il momento non e' entrato nessun altro. Nonostante per molti le porte delle trattative si siano gia' spalancate.
Il problema resta la criminalita'. Anche perche' secondo la Dea statunitense (la Drug enforcement administration), le mafie locali ora si sono unite, dando vita a quella che viene definita la “Santa Alleanza Balcanica”. Una potente mafia transnazionale, coinvolta nella tratta di esseri umani ma soprattutto nel traffico di armi, droga, auto rubate e denaro contraffatto. Per le Nazioni Unite quasi tutta la cocaina che circola in Europa e' gestita dall'Alleanza, grazie all'esclusiva ottenuta con i cartelli colombiani. Cui si aggiunge l'eroina. Da sempre infatti i Balcani, essendo a meta' strada tra il principale produttore di oppio al mondo, l'Afghanistan, e il maggiore consumatore, l'Occidente, fanno transitare attraverso il proprio territorio centinaia di tonnellate di droga. Intascando - sempre secondo l'Onu - dai 25 ai 30 miliardi di dollari. Con il risultato che il giro d'affari totale, supera il prodotto interno lordo di molti Paesi della regione. Tanto che il Palazzo di Vetro ritiene l'Alleanza «una minaccia per l'Unione europea». Questo nuovo gruppo ha ormai conquistato il monopolio del traffico di droga nel Vecchio Continente. Anche le mafie italiane ormai si riforniscono da loro. E il motivo e' facile da comprendere.

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Il cartello balcanico offre molte garanzie ai propri acquirenti, prima fra tutte la presa in carico del rischio. Attraverso ex membri delle unita' paramilitari jugoslave e l'uso di veloci natanti oceanici comprano la droga e si occupano del trasporto. I clienti pagano alla consegna. Tutti i rischi degli eventuali sequestri sono a carico dell'Alleanza. In questo consiste la novita'. Anche i prezzi sono ottimi: per la cocaina 35mila dollari al chilo contro i 45mila della concorrenza.
In piu' l'Alleanza e' affidabile e forte come una multinazionale del narcotraffico. Nei Paesi che producono la droga dispone di proprie “teste di ponte”, uomini del gruppo grazie ai quali si e' introdotta anche negli scenari strategici estranei, ostili e scarsamente accessibili.
Lo stupefacente viene solitamente stoccato nel porto di Bar. Almeno questo e' quello che pensano gli inquirenti. L'infrastruttura e' la stessa utilizzata in passato da serbi e montenegrini per invadere l'Italia con le sigarette di contrabbando. Ora con le armi e la droga.
Nelle nazioni in cui rivende lo stupefacente, Italia compresa, l'Alleanza ha realizzato una rete di cellule: piccoli clan di una decina di persone l'una, separate tra loro. Solo nel nostro Paese, negli ultimi mesi, le forze dell'ordine ne hanno sgominate cinque: Udine, Milano, Firenze, Perugia e Bari. La prima il 26 febbraio 2008. A poca distanza dal centro di Milano, in via Washington, la polizia trova in un appartamento 90 chili di cocaina. Le indagini dei nostri inquirenti partono proprio da quel sequestro. Nel gennaio scorso il capo della cellula milanese, il serbo Dragan Gacesa, viene arrestato in Toscana. Gli investigatori scoprono anche il magazzino del nucleo lombardo. In una villa sul mare, nei pressi della frazione litoranea di Tirrenia (comune di Pisa), il gruppo criminale teneva nascosti altri 530 chili di cocaina. Un posto strategico perche' vicino ai porti di Livorno e La Spezia, possibili localita' di sbarco, ma lontano dal luogo di spaccio finale della droga: in questo caso la Lombardia.

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La notte dell'11 ottobre 2009 la palla passa all'antinarcotici sudamericana. Grazie a una tempesta, avviene il sequestro piu' grande dell'anno. Il Maui, uno yacht battente bandiera britannica da 265mila euro (comprato in contanti) e' costretto ad attraccare in Uruguay, nel porto turistico di Santiago Vazquez. Sul Rio de la Plata, un estuario dove il fiume Uruguay si incontra con il Parana'. Segna il confine tra Argentina e Uruguay ma soprattutto sbocca nell'Oceano Atlantico. Il Maui era salpato da Buenos Aires. A bordo tutti marinai serbi, armati fino ai denti, con apparecchiature anti-intercettazione e telefoni satellitari. Quando sulla nave piomba l'antinarcotici, nella stiva vengono trovate due tonnellate di cocaina purissima. La preziosa “merce” era attesa proprio nel porto di Bar, in Montenegro. Un mese dopo viene individuata anche la cellula argentina. In un appartamento di Buenos Aires vengono scovate con altri 500 chili di cocaina le “teste di ponte” dell'Alleanza, la banda di montenegrini e serbi che per conto dell'organizzazione compra la droga in Sudamerica e la imbarca per l'Europa. Il 27 gennaio 2010 vengono arrestate anche le cinque persone che aspettavano il carico a Bar. Altre nove verranno catturate in Serbia.
Il segnale della preoccupazione dell'Unione europea per questo fenomeno e' dato dalle nuove richieste inoltrate da Bruxelles ai Paesi balcanici. Non piu' criminali di guerra ma i capi delle mafie locali, come quelli degli storici clan Zenum e Surcis. Primo fra tutti, pero', nella lista delle richieste, l'uomo che gli inquirenti sia italiani che statunitensi ritengono il capo dell'Alleanza: l'imprenditore montenegrino Darko Soric.

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Il Montenegro, insomma, si conferma la sede operativa delle mafie, il Paese che negli ultimi anni e' diventato l'eldorado del traffico di stupefacenti. Un film gia' visto. Perche' secondo l'accusa, a offrire protezione a Soric, il nuovo re della droga, sarebbe proprio Milo Djukanovic, il premier montenegrino. L'uomo che governa il Paese dal 1991, per il quale in Italia sono stati gia' emessi negli anni scorsi due mandati d'arresto. Chiesti dalla procura di Napoli che lo ritiene a capo del contrabbando. Arresti respinti dal gip e dalla Cassazione non per insufficienza di prove, ma per l'immunita' diplomatica di cui gode Djukanovic, come capo di Stato straniero.
Cambiano gli uomini ma non i reati commessi. Nel 2004 in Croazia e in tutti i Balcani sui giornali si inizia a parlare del contrabbando di sigarette, armi e droga. E del coinvolgimento diretto di Milo Djukanovic in questo business. Articoli firmati dal direttore del National, Ivo Pukanic, saltato in aria a Zagabria su un'autobomba il 23 ottobre 2008. Per questo omicidio il 27 aprile 2009 e' stato arrestato a Belgrado Sreten Jocic, controverso uomo d'affari e faccendiere, meglio noto come Joca Amsterdam. Viveva nella villa del defunto presidente serbo Slobodan Milosevic, nel quartiere residenziale di Dedinje. L'uomo si e' conquistato il soprannome di Amsterdam negli anni in cui ha vissuto all'estero diventando il “re della cocaina”: negli Ottanta in Olanda, nei Novanta in Bulgaria, visitando le carceri di mezza Europa. Accusato di traffico di droga e di aver compiuto diversi omicidi. Il processo per l'uccisione di Pukanic e' iniziato a Zagabria il 3 febbraio scorso. I media locali l'hanno definito «il processo del secolo». Anche se Sreten Jocic non e' stato estradato e sara' giudicato a Belgrado. Sara' perche' nei Balcani sono molto diffuse le cittadinanze multiple e, caso quasi unico al mondo, quelle triple. Inoltre mancano i trattati bilaterali di estradizione tra i Paesi della regione.
Nella capitale croata quindi sul banco degli imputati ci sono quattro uomini sospettati di essere coinvolti nel delitto. Ma non Sreten Jocic. Che secondo due Procure italiane (Bari e Napoli) sarebbe l'uomo che assieme al “Cane” Stanko Subotic, altro chiaccherato uomo d'affari serbo, da anni residente a Ginevra in Svizzera, manteneva i contatti tra il governo monegrino e la criminalita' locale negli anni del contrabbando di sigarette. Per tutto il decennio scorso. Subotic, accusato di essere il principale boss del traffico di bionde, tuttora e' uno dei personaggi piu' ricchi dell'Europa orientale, con un patrimonio stimato intorno ai 650 milioni di euro. Piu' del triplo di quello dello stesso Milo Djukanovic (pare intorno ai 200 milioni di euro).
Le istituzioni montenegrine, scrive la Direzione investigativa antimafia di Bari, «inizialmente hanno ammesso solo la riscossione delle tasse sul transito della merce (…), hanno poi tentato una sorta di difesa d'ufficio sostenendo che il Paese proveniva da una difficile situazione, il conflitto interetnico, l'embargo ecc.».

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Oggi, come del resto anche negli anni Novanta, il Montenegro vive una crisi economica senza precedenti. Anche se il Paese non fa parte dell'Eurozona, la moneta ufficiale del Paese e' l'euro (situazione che facilita i traffici illeciti). La Banca centrale di Podgorica ha comunicato alla fine di novembre che sono stati bloccati per insolvenza i conti di piu' di 12mila aziende che hanno raggiunto un debito record di 166,94 milioni di euro. E anche i tycoon russi, che nel decennio scorso hanno colonizzato il settore immobiliare montegrino con immense colate di cemento lungo la bellissima costa del Paese, oggi battono in ritirata. E secondo gli inquirenti elevetici - in Svizzera avvengono le intermediazioni per i traffici - l'attuale sistema economico del Montenegro e' ormai basato proprio sul denaro dei vari gruppi criminali che investono in patria i guadagni. In passato infatti li riciclavano nelle banche svizzere, monegasche e cipriote, come dimostrato nel 2008 dall'inchiesta Montecristo della Procura di Bellinzona (Canton Ticino).
Oggi, invece, l'imprenditore Darko Soric avrebbe depositato il suo denaro nella Prva Banka, di proprieta' del fratello del premier montenegrino, Aleksandar Djukanovic, detto Aco.
Per il ministro degli Interni della Serbia, Ivica Dacic, impegnata in tutta una serie di arresti e nella convalida di quelli internazionali emessi dagli inquirenti italiani, solo sul proprio territorio nazionale esistono almeno 40 gruppi mafiosi. Con piu' di 400 persone tuttora latitanti. Un vero e proprio esercito criminale che, grazie al meccanismo delle cittadinanze multiple e alla mancanza di accordi bilaterali, circolano liberamente nella regione balcanica. Anche perche' le mafie serba, croata, albanese, montenegrina e kosovara non conoscono barriere interetniche tra i popoli.
Il ministro serbo degli Interni si e' poi detta a favore della cancellazione delle eccessive pastoie legali e brucratiche. Per facilitare al massimo le procedure di arresto di persone coinvolte in attivita' criminali. Ma rappresenta un governo che ha definito un «processo politico» quello iniziato a Zagabria per l'omicidio del direttore del National. Rifiutandosi di consegnare alle autorita' croate Sreten Jocic: sara' processato in patria.

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Una nota della polizia serba non lascia spazio a interpretazioni sul fatto che la nostra criminalita' sia in affari con l'Alleanza: «Quando si parla di mafia si fa riferimento soprattutto a quella italiana, che e' piu' organizzata e lavora proprio come una multinazionale dalla gerarchia ben precisa. I loro boss, attualmente, si trovano tutti qui. Usano la Serbia come Paese di transito per la droga trafficata dal porto di Bar».
Tanto che il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e' stato a Belgrado due volte. L'ultima il 29 settembre 2009, assieme al commissario europeo alla Giustizia uscente, Jacques Barrot. «Il sospetto e' che nella regione si stia moltiplicando l'insediamento di basi operative, gestite insieme da clan italiani e locali come depositi di stoccaggio dai quali si possono dosare, verso il mercato finale occidentale, le forniture di eroina afgana ma anche di cocaina proveniente da altri continenti», ha spiegato Grasso. Una sorta di maxi retro-bottega attivo nel porto montenegrino di Bar che scarica la “merce” anche in Italia.
L'ultima operazione condotta nel nostro Paese contro l'Alleanza e' del 28 gennaio scorso. Quando il Gico della Guardia di Finanza e la Dda di Bari con l'operazione “Sha mat”, scacco matto in serbo, hanno emesso un ordine di cattura a carico per 33 persone per associazione finalizzata al traffico di droga con l'aggravante della transnazionalita': cittadini italiani, serbi, montenegrini e colombiani. E altri residenti in Svizzera e Svezia. Con beni sequestrati per oltre due milioni di euro, tra esercizi commerciali del Borgo Antico di Bari, quote societarie, appartamenti, auto e motocicli di grossa cilindrata. Molti italiani arrestati, secondo l'accusa, erano affiliati al clan Capriati. Gruppo attivo nella citta' vecchia di Bari, tra i piu' potenti della Puglia, ritenuto contiguo alla Sacra corona unita ma non affiliato.
Il modus operandi, scoperto grazie a 300 intercettazioni (oltre 120mila conversazioni registrate) e' sempre lo stesso. La mafia serbo-montenegrina comprava tramite le proprie “teste di ponte” la cocaina in Colombia. Poi la consegnava agli ex scafisti brindisini per il trasporto in Italia.

DROGA NEL TROLLEY
Negli ultimi tempi uno scienziato colombiano aveva messo a punto un nuovo metodo di trasporto. La coca veniva nascosta nei rivestimenti dei trolley. Attraverso un procedimento chimico la sostanza veniva sciolta con la plastica, per poi essere recuperata una volta giunta a destinazione. «Il centro direttivo era radicato nei Balcani, tra la Serbia e il Montenegro - spiega il procuratore della Dda di Bari, titolare dell'inchiesta, Antonio Laudati - dove ex milizie e clan hanno dato vita ad un'organizzazione violentissima, capace di macchiarsi di omicidi, che si avvale di manodopera a basso costo ed e' organizzata al suo interno con un sistema di gerarchie perfette».
Anche il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, si e' complimentato con gli inquirenti: «Siamo riusciti a mettere a fuoco l'attivita' di una grossa organizzazione serbo-montenegrina che rifornisce di cocaina nella piazza di Bari e soprattutto riesce a rendere disponibile in poco tempo sull'intera Europa la sostanza stupefacente».Il 12 febbraio nella capitale della Croazia, Zagabria, si e' tenuta una riunione d'urgenza. I ministri dell'Interno dei Balcani assieme ai capi della polizia si sono impegnati ad accrescere i propri sforzi nella lotta contro la criminalita' organizzata e il traffico di stupefacenti. C'erano i rappresentanti di Croazia, Serbia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia. Con l'eccezione di Kosovo e Albania, praticamente tutti i Paesi della regione.
Le pressioni degli organismi occidentali sono aumentate. Anche perche' queste nazioni, nate dalla dissoluzione della ex Jugoslavia, premono per entrare nell'Unione europea. E tranne la Slovenia, nel club di Bruxelles per il momento non e' entrato nessun altro. Nonostante per molti le porte delle trattative si siano gia' spalancate.
Il problema resta la criminalita'. Anche perche' secondo la Dea statunitense (la Drug enforcement administration), le mafie locali ora si sono unite, dando vita a quella che viene definita la “Santa Alleanza Balcanica”. Una potente mafia transnazionale, coinvolta nella tratta di esseri umani ma soprattutto nel traffico di armi, droga, auto rubate e denaro contraffatto. Per le Nazioni Unite quasi tutta la cocaina che circola in Europa e' gestita dall'Alleanza, grazie all'esclusiva ottenuta con i cartelli colombiani. Cui si aggiunge l'eroina. Da sempre infatti i Balcani, essendo a meta' strada tra il principale produttore di oppio al mondo, l'Afghanistan, e il maggiore consumatore, l'Occidente, fanno transitare attraverso il proprio territorio centinaia di tonnellate di droga. Intascando - sempre secondo l'Onu - dai 25 ai 30 miliardi di dollari. Con il risultato che il giro d'affari totale, supera il prodotto interno lordo di molti Paesi della regione. Tanto che il Palazzo di Vetro ritiene l'Alleanza «una minaccia per l'Unione europea». Questo nuovo gruppo ha ormai conquistato il monopolio del traffico di droga nel Vecchio Continente. Anche le mafie italiane ormai si riforniscono da loro. E il motivo e' facile da comprendere.

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