|
|
|
GLI ALLEATI DEI CASALESI - LO PSICO BOSS
|
di
RICCARDO CASTAGNERI [
07/07/2009]
Laura Garavini, deputato del Partito democratico, insieme ad altri quaranta parlamentari, ha presentato in aula un'interpellanza al ministro degli Interni e della Giustizia avente come oggetto «le problematiche relative alla collaborazione con la giustizia del boss camorrista Augusto La Torre». Per far luce anche sulle minacce che La Torre avrebbe rivolto ai magistrati Raffaele Cantone e Maria Antonietta Troncone. Garavini domanda inoltre come sia possibile che Augusto La Torre continui ad essere trattato al pari di un collaboratore di giustizia, con i benefici che ne derivano, e se siano state adottate le misure cautelari necessarie ad impedirne i rapporti con l'esterno.
Augusto La Torre e' un criminale anomalo, in carcere riceve bibliografie psicoanalitiche, testi di Freud e Jung, ama citare Lacan e avventurarsi in riflessioni sulla scuola di Gestalt. E' assolutamente convinto che le sue conoscenze di psicologia gli permettano di controllare le persone che hanno in qualche modo a che fare con lui, magistrati compresi. Il suo regno e' Mondragone, un paese del casertano. La storia giudiziaria piu' importante riguarda le indagini, iniziate proprio da Raffaele Cantone nei confronti di Mario Landolfi, fedelissimo di Gianfranco Fini e gia' ministro delle Telecomunicazioni. Le accuse sono di truffa e corruzione «con l'aggravante di aver commesso il fatto per agevolare il clan La Torre». Contro il politico le dichiarazioni dei fratelli Orsi, i re dei rifiuti in Campania grazie ai legami con la camorra. Una storia, ovviamente, anche di clientele. Un portaborse dell'ex ministro dice al telefono: «Nella nettezza urbana prima erano 22, mo' ce ne stanno 86. Chi li deve pagare sti' 51?». E a pagare erano anche le ditte che in zona si occupavano di munnezza: al clan La Torre andavano 15 mila euro al mese. Come reagi' Mario Landolfi? Presentando una sdegnata interrogazione parlamentare contro il pm Cantone. E nel frattempo ci fu anche un arresto eccellente: fini' in carcere il responsabile della segreteria particolare del ministro, Cosimo Chianese, per «associazione a delinquere finalizzata alla truffa». Chianese e' stato rinviato a giudizio. Sulle indagini a carico di Landolfi - il quale dichiaro' che non poteva certo controllare l'operato della sua segreteria personale - e' arrivato lo stop della Camera.
Che i consorzi rifiuti siano espressione diretta dei partiti lo racconta anche Giuseppe Valente, presidente della societa' mista che si occupa della “monnezza” dei 18 comuni del litorale domiziano, la Imp.Re.Ge.Co. srl., indagato per «concorso in truffa con metodo camorrista».
Spiega Michele Orsi: «Quanto alle mie richieste rivolte ai politici di interessarsi per il rilascio della certificazione antimafia, faccio presente che sollecitai direttamente l'onorevole Cosentino (Nicola Cosentino, attuale sottosegretario al ministero dell'Economia, ndr) e, tramite Valente, Mario Landolfi. Ho saputo che Landolfi si era recato presso la Prefettura per perorare il rilascio della certificazione antimafia». Orsi e' stato freddato con numerosi colpi di pistola di grosso calibro, in un bar di Casal di Principe. Secondo gli investigatori a commettere l'omicidio e' stato il gruppo di fuoco dei casalesi riconducibile a Francesco Bidognetti. L'imprenditore aveva cominciato ad indicare nomi importanti e a parlare degli intrecci politica - camorra.
‘O BOSSe#8200;E e#8200;O' MINISTRO
I rapporti tra La Torre e Landolfi iniziarono in maniera burrascosa: il politico attacco' la camorra e il boss si innervosi' minacciando di farlo picchiare o addirittura sparargli. In seguito le cose cambiarono. Riferisce Stefano Piccirillo, un pentito: «Mario Landolfi si e' incontrato in piu' di un'occasione con esponenti della camorra, in particolare con un certo Renato. La ragione era che Paolina Gravano (madre di Augusto La Torre, ndr) cercava di trovare una soluzione ai problemi giudiziari di Augusto, all'epoca detenuto. A Landolfi era stato proposto un consistente aiuto elettorale in cambio di un suo intervento sui guai del boss». Non risulta che l'ex ministro abbia personalmente incontrato La Torre, ne' in carcere ne' altrove, ma Piccirillo aggiunge. «Dopo quell'incontro, la famiglia La Torre ha significativamente appoggiato Landolfi nelle elezioni».
Un altro collaboratore di giustizia, Mario Sperlongano, appartenente al clan La Torre, verbalizza: «Un giorno incontrai in un bar l'onorevole Landolfi, in compagnia di Giacomo Diana e di Mario Sorrentino (allora assessore comunale in quota An, ndr). Sorrentino mi chiese di appartarmi e nel medesimo bar mi chiese se eravamo disponibili a aiutare Mario Landolfi. Gli risposi che ne avrei parlato con Augusto. In seguito dissi a Diana che Augusto era deciso a appoggiare Berlusconi per le battaglie che faceva sulla giustizia. Giacomo Diana mi spiego' che votare Landolfi non precludeva la possibilita' di votare Forza Italia. Lo riferii ad Augusto, il quale mi disse che se Giacomo Diana aveva detto che andava bene, andava bene».
IMPERATORE DI MUNNEZZA
La dinastia dello “psicoanalista”. Cosi' Roberto Saviano definisce Augusto La Torre in Gomorra. Una famiglia usa a dare ai primogeniti i nomi di imperatori romani. I primi passi con il clan di Antonio Bardellino, per poi schierarsi con Sandokan Schiavone.
Mondragone, un tempo noto solo per la mozzarella di bufala, poi, verso la fine degli anni novanta, crocevia di disperati alla ricerca di un lavoro dignitoso in Inghilterra, Londra piuttosto che Aberdeen. Antonio La Torre, fratello del boss, aveva avviato in Gran Bretagna una serie di attivita' immobiliari e commerciali, soprattutto nel campo della ristorazione. Il clan La Torre era diventato una delle maggiori “imprese” d'Europa. Fino all'arresto, avvenuto nel 2005, di Antonio per associazione a delinquere di stampo camorristico. Reato non riconosciuto dalle autorita' scozzesi: la camorra da quelle parti non esiste.
Altro fatto inusuale, secondo i camorrologi: Augusto La Torre gestiva in autonomia il traffico di stupefacenti; inusuale perche' i casalesi non hanno mai concesso a nessuno opportunita' del genere; il boss di Mondragone, invece, incontrava personalmente i rappresentanti dei cartelli del narcotraffico in Sudamerica.
Tutto questo fa meglio comprendere i motivi per cui i casalesi hanno sempre evitato lo scontro con il clan di Mondragone, e perche' Iovine e Zagaria abbiano deciso di “fare il regalo ad Augusto”.
Comunque Augusto La Torre e' un boss di spessore e con mire espansionistiche. Prova una sconfinata ammirazione per i corleonesi e la loro strategia stragista, indispensabile ad accrescere e consolidare il prestigio all'interno dell'organizzazione. Altrettanto certo e' che abbia continuato a gestire il clan durante la collaborazione. Si sentiva in una botte di ferro ed era solito affermare: «sono in grado di far saltare trecento processi». Altri magistrati sostengono invece che le dichiarazioni rese da La Torre sono identiche a quelle di altri pentiti, quindi la posizione del boss nei “trecento processi” non e' poi cosi' rilevante; inoltre le condanne fondate sulle accuse di un personaggio sostanzialmente inaffidabile potrebbero essere soggette a revisione.
TRONCONEe#8200;INe#8200;CAMPO
Anche in questa inquietante vicenda di tritolo e minacce di morte a magistrati, l'atteggiamento di La Torre e' ambiguo. Smentisce tutto e si scusa con Cantone, mentre avrebbe riferito di non conoscere neppure il procuratore aggiunto di Nola, Maria Antonietta Troncone. «Colpire la Troncone - osserva un avvocato della zona - e' sintomatico della personalita' ambigua di La Torre: da un lato perseguirebbe l'obiettivo della sua ascesa criminale, dall'altro farebbe un favore ad altri clan. Non va inoltre dimenticato che difficilmente potrebbe essere incriminato, in quanto la Troncone non ha mai indagato direttamente sui casalesi». L'intero fascicolo e', per competenza, al vaglio della Dda di Roma.
Eppure, stando ad altre dichiarazioni, La Torre conosce bene la dottoressa Troncone. Si tratta del pentito Luigi Viesto, il quale afferma che il boss di Mondragone avrebbe promesso “un regalo” al magistrato, aggiungendo di essere a conoscenza dell'indirizzo della figlia, che vive in una localita' protetta. Viesto e' un personaggio particolare, ma il suo contributo come collaboratore di giustizia non e' da mettere in discussione. Per le minacce subite e gli “inviti” a ritrattare le accuse formulate nei confronti di La Torre e' stato disposto il suo trasferimento al carcere di Rebibbia, ma la Dda di Napoli al momento ha bloccato questa misura. Un secondo collaboratore, Antonio Forte, detenuto nel carcere di Ferrara insieme a Augusto La Torre, rivela un particolare agghiacciante circa le “preferenze” del boss in materia di attentati: «Mi disse che voleva attuare una strategia stragista, non servendosi dei soliti camorristi, ma di elementi paramilitari, quale risposta allo Stato che ha impiegato l'esercito nella lotta alla camorra. Invece del tritolo, voleva usare il C4, piu' potente. 40 o 50 chili, un quantitativo inimmaginabile, ne basta una cassa, 12 chili, per ottenere effetti devastanti. L'obiettivo era Saviano, insieme ai magistrati Cantone e Troncone. Ma colpire i giudici - continua Forte - era piu' rilevante, perche' gli avrebbe consentito l'ascesa criminale. Inoltre Cantone gli aveva messo contro la moglie e, a suo dire, la Troncone era responsabile della revoca dei benefici che era in procinto di ottenere».
In una lettera inviata a Viesto, Forte esterna uno sconforto che desta quanto meno perplessita': «Mi rammarico di aver reso queste dichiarazioni, firmando un verbale. Forse avrei fatto meglio ad avvertire informalmente la dottoressa Troncone. Il personale penitenziario a Ferrara mi era ostile». Insomma, il pentito avrebbe inspiegabilmente subito un inasprimento del trattamento carcerario.
Trattamento che certamente non era riservato a Augusto La Torre, il quale, secondo indiscrezioni, in carcere a Torino era provvisto addirittura di chiavetta internet per poter tranquillamente navigare in rete, alla faccia di ogni regolamento penitenziario. Ancora oggi il boss continuerebbe ad avere contatti con l'esterno e a curare i propri affari. Per quale motivo e' stato trasferito a Velletri, non cosi' lontano da Mondragone, nel marzo 2009? E perche' solo ora, dopo l'interrogazione parlamentare di Garavini, viene applicato nei suoi confronti il regime del 41bis?
Ma per comprendere perche' il boss di Mondragone vuole colpire proprio Maria Antonietta Troncone, e' necessario tornare alle recenti dichiarazioni del collaboratore che i magistrati ritengono del tutto attendibile, il capo del clan di Quindici, Felice Graziano. Secondo Graziano il piano risalirebbe al 2003-2004 ed il magistrato sarebbe stato scelto come obiettivo per la sua inflessibilita'. Nonostante tutto, pero', parte della magistratura continua a ritenere Augusto La Torre un collaboratore prezioso, quasi indispensabile: «pur con contraddizioni, aporie e carenze, si dimostra sempre utile fonte cognitiva e in numerosi casi decisiva; il tutto tenendo ben presenti le plurime gravi azioni criminali commesse nel periodo collaborativo». Tutti sedotti dalle arti psicologiche del boss?
|
|
|
|
|
|
|