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CASO DE MAGISTRIS-LA CONTROINCHIESTA
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di
Rita Pennarola [
04/12/2008]
L'attacco hacker del 3 dicembre e' avvenuto poche ore dopo la ripubblicazione in home page della nostra controinchiesta di settembre sulle scottanti conclusioni della Procura salernitana relative al caso De Magistris. La ripubblichiamo per intero qui di seguito.
In quasi 1200 pagine due pubblici ministeri di Salerno ristabiliscono dopo lunghe indagini la verita' sulla assoluta correttezza di Luigi De Magistris, in aperto contrasto con quel verdetto del Csm che lo ha allontanato da Catanzaro e privato delle funzioni inquirenti. Ne emerge il torbido scenario dei rapporti, nel Paese, fra potentati occulti e la parte piu' altisonante della magistratura. Vediamo.
Colpirne due per educarne mille. Questo, in estrema sintesi, il giudizio che la maggior parte degli italiani ha ricavato dalla vicenda kafkiana - e per molti versi analoga - dei due magistrati-coraggio Luigi De Magistris e Clementina Forleo, duramente colpiti dalla kasta del loro ordine professionale per aver osato applicare il principio secondo cui tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge, violando in tal modo quel codice non scritto di omerta' dovuta ai potentati occulti su cui si basano gli assetti istituzionali e politici nel nostro Paese e in buona parte delle “democrazie” occidentali.
Mentre il Consiglio Superiore della Magistratura abbatteva la sua mannaia sul capo della Forleo, che dovra' lasciare l'ufficio gip di Milano (destinazione Cremona), lo scorso 22 luglio il plenum del Csm ha assegnato Napoli come nuova sede per De Magistris, dopo che nei giorni precedenti la Cassazione aveva respinto per motivi formali il ricorso presentato dai legali di quest'ultimo contro la sentenza pronunciata lo scorso gennaio dalla sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli, che ne aveva disposto il trasferimento d'ufficio da Catanzaro per «incompatibilita' ambientale e funzionale», privando il magistrato anche delle funzioni inquirenti.
«Gliela faremo pagare cara... dovra' difendersi tutta la vita...». Le roboanti frasi pronunciate dall'ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Chiaravallotti nel corso di una intercettazione telefonica relativa agli indagati dell'inchiesta Why Not sono state ricordate nel rigoroso, appassionato intervento tenuto da un altro magistrato di punta, Roberto Scarpinato, durante la commemorazione dell'eccidio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, cui ha partecipato lo stesso De Magistris lo scorso 18 luglio a Palermo. «Il metodo mafioso - ha aggiunto Scarpinato - e' la cifra dell'esercizio del potere in Italia, si copiano da Cosa Nostra gli strumenti di intimidazione e di assoggettamento. Non c'e' piu' bisogno di uccidere per fermare un giudice: esistono mille modi per piegare una persona e gettarla nel discredito».
Metodi che pero' talvolta, fra le pagine della storia, possono diventare un boomerang contro chi li ha messi in atto. E proprio nel caso De Magistris esistono stridenti contraddizioni che allungano ombre pesanti sul verdetto del Csm. A cominciare dalle quasi 1200 pagine della monumentale ordinanza di archiviazione con la quale il sostituto procuratore di Salerno Gabriella Nuzzi ed il procuratore capo Luigi Apicella hanno disposto - ai primi di giugno scorso, e quindi dopo la sentenza del Csm - il totale proscioglimento di Luigi De Magistris dalle accuse mosse sul suo conto da personaggi sotto accusa nelle inchieste Toghe Lucane e Why Not. Un documento rigoroso, quello reso dai pm salernitani (cui spetta la competenza d'indagare sulle toghe calabresi), che non si limita a sollevare da ogni accusa il magistrato, ma permette di aprire uno squarcio sulla connection esistente, in Calabria come in Basilicata, fra pezzi deviati della magistratura, organi d'informazione, potere politico, massoneria e clan mafiosi.
L'essenza del lungo e dettagliato documento sta nei titoli stessi dei capitoli in cui e' suddiviso: dopo aver esposto ed esaminato il contenuto delle diverse denunce presentate contro De Magistris da molti fra i suoi indagati (quasi tutti magistrati in servizio o loro congiunti), si entra nel merito delle incolpazioni. Ed ecco la sintesi delle risultanze emerse dall'intenso lavoro investigativo dei pm Apicella e Nuzzi: «Capitolo II - Insussistenza di illegittimita' penalmente rilevanti nell'ambito dei procedimenti cosiddetti Toghe Lucane; Insussistenza delle condotte di abuso d'ufficio». «Capitolo III - Insussistenza dei reati di calunnia e diffamazione». «Capitolo IV - Il contesto storico-ambientale in cui ha operato il pm De Magistris negli anni della sua permanenza presso gli uffici giudiziari di Catanzaro - Insussistenza di inosservanza agli obblighi di astensione». «Capitolo V - Le fughe di notizie - Le indagini della Procura di Matera - Le indagini della Procura di Catanzaro - Insussistenza di profili di penale responsabilita' a carico del dottor De Magistris».
Delle due - allora - l'una: o sbaglia la Procura salernitana (che peraltro annuncia ulteriori indagini a carico di molti fra coloro che avevano accusato ingiustamente De Magistris), oppure ad emettere un verdetto clamorosamente “pilotato” e' stato il Csm. Tertium - come dicono fra loro i giudici - non datur. Anche perche' il 9 gennaio scorso, alla vigilia di quel verdetto, era stata convocata come teste a Palazzo dei Marescialli dinanzi alla sezione disciplinare proprio il pm salernitano Gabriella Nuzzi la quale, insieme al collega Dionigio Verasani, aveva fatto sapere di aver iscritto nel registro degli indagati il sostituto procuratore generale di Catanzaro Dolcino Favi, accusandolo di abuso d'ufficio per aver sottratto a De Magistris l'inchiesta Why Not sulla truffa ai danni dell'Unione europea che aveva coinvolto anche Clemente Mastella e Romano Prodi. In oltre 60 pagine di deposizione Nuzzi e Verasani prefiguravano gia' quel quadro a tinte fosche del panorama giudiziario lucano-calabrese che costituira' poi la base del durissimo provvedimento di giugno.
Prima di addentrarci fra i personaggi di questa vicenda, va sottolineato che Apicella e Nuzzi fin dalla premessa del loro dettagliato documento ribaltano apertamente sugli “accusatori” le responsabilita' che si volevano addebitare a Luigi De Magistris. Lapidari i due passaggi che seguono: «Le emergenze fattuali concorrono a confutare il grave assunto accusatorio mosso contro il pubblico ministero De Magistris. Neppure sono emersi elementi tali da far ritenere che il pm De Magistris abbia perseguito, nell'esercizio delle funzioni giudiziarie (e, in particolare, nella trattazione dei procedimenti della cosiddetta inchiesta “Toghe Lucane”, ma anche nelle inchieste cosiddette “Poseidone” e “Why Not”), interessi personali, estranei ai doveri e alle funzioni giudiziarie».
«Al contrario, il contesto giudiziario in cui si e' trovato ad operare il pubblico ministero De Magistris negli anni della sua permanenza a Catanzaro appare connotato da un'allarmante commistione di ruoli e fortemente condizionato dal perseguimento di interessi extragiurisdizionali, anche di illecita natura».
Seguiamo allora passo passo l'ordinanza delle toghe salernitane, di cui la stampa ha dato solo qualche fugace notizia, benche' rappresenti, con la sua dettagliata ed impietosa disamina, la chiave di volta per comprendere gli inquinamenti del sistema giudiziario italiano.
Quando l'indagato
denuncia il pm
Il documento della Procura di Salerno si apre con il lungo elenco delle denunce presentate a carico di De Magistris ad opera di personaggi dell'establishment lucano e calabrese (sia giudiziario che politico) sui quali il pm stava indagando, anche attraverso l'uso di perquisizioni ed intercettazioni. «Questo Ufficio - si legge in apertura - ha svolto una complessa ed articolata attivita' di indagine nei confronti del Dr. Luigi De Magistris, magistrato in servizio presso il Distretto Giudiziario di Catanzaro con funzioni di sostituto procuratore, in seguito ad esposti e querele presentati da magistrati ed altre persone sottoposte ad indagini nell'ambito dei procedimenti delegati allo stesso dottor De Magistris, integranti l'inchiesta nota come “Toghe lucane”». Tale inchiesta nasceva peraltro sulla base della competenza che la legge assegna alla Procura catanzarese per le indagini riguardanti i componenti dei distretti giudiziari di Potenza e di Matera. Tracciamo la storia di questa scottante inchiesta, partita nel 2005, attraverso la personalita' dei principali indagati, molti dei quali presenti anche in veste di denuncianti di presunti abusi commessi ai loro danni dal pm inquirente De Magistris - teoremi, come vedremo, totalmente smontati dalla Procura di Salerno e ritortisi in autentici boomerang investigativi.
GENOVESE-CANNIZZARO
Cominciamo con la raffica di esposti e ricorsi presentati dai coniugi Felicia Angelica Genovese e Michele Cannizzaro ai massimi organi inquirenti, compreso il Csm (con espressa richiesta di punizione per De Magistris) ed il ministero della Giustizia, retto all'epoca da Mastella. Una giungla inestricabile di accuse.
Fino allo scorso anno in servizio come magistrato della Dda potentina, la Genovese lamenta presunte irregolarita' relative alla perquisizione subita insieme a suo marito Michele Cannizzaro, allora ancora direttore generale dell'Ospedale San Carlo di Potenza. «Veniva perquisita l'abitazione dei coniugi; l'autovettura Porche Cayenne intestata al dottor Cannizzaro; l'ufficio del dottor Cannizzaro, direttore Generale dell'Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza; l'ufficio della dottoressa Genovese, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Potenza». Entrambi risultavano da tempo indagati nell'inchiesta Toghe Lucane, ma De Magistris - attaccano nell'esposto - «intenzionalmente arrecava ai predetti un ingiusto danno, derivante dal compimento di atti investigativi illegittimi invasivi della propria sfera di liberta' personale». Una sfera molto, molto riservata: durante la perquisizione nell'abitazione dei coniugi viene infatti rinvenuto un carteggio comprovante l'iscrizione alla massoneria - Grande Oriente d'Italia, Loggia Mario Pagano - del dottor Cannizzaro.
Ma sono ben altre - e molteplici - le accuse mosse alla Genovese nell'ambito dell'inchiesta condotta da De Magistris. Si parte proprio con le vicende legate alla sanita' lucana: «la Genovese - scriveva il pm De Magistris - nella sua qualita' di sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Potenza, nello svolgimento delle sue funzioni ed in particolare attraverso le indagini condotte sulla sanita' nella regione Basilicata, con particolare riferimento alla richiesta di archiviazione del 29 giugno 2004 nei confronti di Filippo Bubbico + altri (...) omettendo di astenersi in quanto risultavano interessi del marito Cannizzaro Michele, ed al fine di danneggiare coloro i quali avevano presentato esposti finalizzati a far emergere illeciti nel settore delle Asl e dell'Ospedale di Potenza, intenzionalmente procurava un vantaggio patrimoniale al marito, che otteneva incarichi nell'ambito della predetta struttura ospedaliera, ed un danno ingiusto alla persona offesa, dottor Panio (Giuseppe Panio, direttore generale della Asl di Venosa, ndr). (...) In particolare, l'indagata richiedeva l'archiviazione del procedimento poco prima della nomina, avvenuta sostanzialmente in concomitanza con le indagini, del marito a direttore generale dell'Ospedale San Carlo di Potenza, nomina effettuata da soggetti appartenenti alla stessa Giunta sulla quale il magistrato in questione stava indagando».
Non basta. Il prosieguo delle indagini permette a De Magistris di ravvisare a carico della Genovese un'altra e ben piu' grave ipotesi di reato: corruzione in atti giudiziari. La vicenda si riferisce alle indagini sui brogli elettorali avvenuti nel seggio di Scanzano Jonico condotte dalla stessa Genovese la quale, secondo l'accusa, avrebbe «omesso - viene ricostruito da Nuzzi ed Apicella - di provvedere alla iscrizione nel registro degli indagati dei nominativi dell'avvocato Giuseppe Labriola (legato all'avvocato Nicola Emilio Buccico e al marito dottor Michele Cannizzaro) e della funzionaria della Corte d'Appello Eugenia Lo Nigro, pur direttamente coinvolti nelle illecite nomine dei presidenti di seggio, per ottenere, in cambio, dall'avvocato Nicola Emilio Buccico, senatore di Alleanza Nazionale, la nomina all'incarico di membro effettivo della Commissione Nazionale Antimafia». Nomina che di fatto poi arrivo'. Piu' che corretto anche in questo caso - osservano i pm di Salerno - l'operato di De Magistris: «Le denunce, le dichiarazioni testimoniali e le conseguenti attivita' di riscontro compendiate nelle note informative degli organi investigativi fondanti il provvedimento appaiono idonei anche a delineare in punto di fatto la condotta di corruzione in atti giudiziari ipotizzata a carico del Labriola (in concorso con gli indagati Genovese e Cannizzaro) ed i sottostanti legami con gli indagati Buccico e Bubbico».
Sui coniugi Genovese-Cannizzaro, inoltre, l'ordinanza di Salerno si sofferma a lungo per il loro pesante coinvolgimento nel caso della giovane Elisa Claps (vedi piu' avanti).
VINCENZOe#8200;TUFANO
Doppia veste (indagato da De Magistris a Catanzaro nell'ambito di Toghe Lucane e denunciante a Salerno contro lo stesso pm) anche per Vincenzo Tufano, procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Potenza, nei cui confronti De Magistris aveva eseguito un decreto di perquisizione e sequestro il 7 giugno 2007 con l'ipotesi di concorso in abuso d'ufficio. Duro l'esposto del pg Tufano contro De Magistris, la cui «ipotesi accusatoria - sostenevano i difensori del pg - avrebbe trovato riscontri esclusivamente nelle dichiarazioni rese da magistrati del distretto di Potenza coinvolti da rilievi disciplinari, ovvero da persone loro estremamente vicine». Senza contare le proteste di Tufano per «un atto investigativo tanto invasivo, nonche' sulle modalita' di esecuzione, tenuto conto che si era svolta una operazione di polizia articolata e spettacolare, con la sistematica presenza dei media e con la distruzione mediatica di una persona e di una professionalita' illibata». Il j'accuse di Tufano, lungi dal limitarsi ad investire solo la Procura di Salerno, era stato rivolto anche al Csm, al presidente della Cassazione e perfino al Capo dello Stato: un «complotto giudiziario», quello ordito ai suoi danni, «finalizzato a delegittimare l'operato del Procuratore Generale nell'esercizio delle sue funzioni di vigilanza, per provocarne l'allontanamento dalla sede di Potenza».
Due pesi e due misure: questa in sintesi l'accusa contestata da De Magistris al procuratore Tufano, il quale avrebbe continuamente censurato l'opera dei pubblici ministeri di Potenza Giuseppe Galante, Vincenzo Montemurro e John Woodcock, mentre ben diverso sarebbe stato il trattamento riservato a Felicia Genovese. «Riguardo ai suoi rapporti con il dottor Michele Cannizzaro, marito del sostituto procuratore di Potenza Felicia Angelica Genovese e (all'epoca dei fatti) direttore generale dell'Ospedale San Carlo di Potenza, il dottor Tufano - scrivono a Salerno - ne ricollegava l'origine ai gravi problemi di salute da cui era affetto al punto da costringerlo a subire, a partire dal 22 maggio 2001 (circa un mese dopo il suo insediamento a Potenza), ben cinque ricoveri nell'Ospedale di San Carlo di Potenza (reparti di cardiologia, terapia intensiva coronarica, cardiochirurgia), di cui uno disposto d'urgenza, durato dal 31 agosto 2006 sino al 5 ottobre 2006, per un intervento cardiochirurgico di cinque bypass aortocoronarici». Vedremo piu' avanti le conclusioni alle quali arrivano Apicella e Nuzzi in merito alle indagini di De Magistris sul pg Tufano.
ISIDE GRANESE
Altro personaggio di grossa rilevanza indagato da De Magistris nell'ambito dell'inchiesta Toghe Lucane e' poi il presidente del Tribunale di Matera Iside Granese, sottoposta il 17 febbraio 2007 a provvedimento di perquisizione e sequestro insieme ad Attilio Caruso, all'epoca dei fatti presidente del cda della Banca Popolare del Materano. La Granese era accusata di irregolarita' relative al fallimento del Consorzio Anthill, grazie alle quali sarebbe stata garantita l'impunita' ad Attilio Caruso, il quale sarebbe a sua volta stato artefice di reati nella gestione dello stesso Consorzio e della societa' ILM srl. «Era emerso - sottolineano gli inquirenti salernitani - che la dottoressa Granese, divenuta presidente del Tribunale di Matera in data 2 maggio 2002, aveva continuato a seguire le vicende processuali della Banca Popolare del Materano, nonostante avesse contratto un rapporto di debito/credito con la Banca a far data dal 4-10-2002». «In cambio di siffatte condotte - si legge piu' avanti - veniva garantito alla dottoressa Granese dal presidente del cda Caruso la concessione, da parte della Banca Popolare del Materano, prima di un fido, che, a seguito di piu' variazioni in aumento, veniva portato ad avere uno scoperto di circa 500.000 euro; poi di un mutuo di 620.000 euro, senza alcuna garanzia (...) e ad un tasso irrisorio (3%)».
GAETANOe#8200;BONOMI
Il 22 maggio 2007 a denunciare De Magistris alla Procura salernitana e' ancora un alto magistrato finito nel registro degli indagati, il sostituto procuratore generale di Potenza Gaetano Bonomi, il quale aveva appreso «attraverso organi di informazione - scrive - precisamente “La Stampa” di Torino del 22 maggio 2007, di essere indagato con accusa di abuso d'ufficio per un presunto “comitato d'affari” di Potenza». «Si vedeva pertanto costretto oltre che a denunziare lo stesso magistrato per tutti i reati ravvisabili e connessi alla avvenuta pubblicazione di tali notizie, a rinnovare nei suoi confronti gli inviti ad astenersi dalle indagini che lo riguardassero come indagato o parte lesa». Nel documento Nuzzi-Apicella vengono sottolineati, fra l'altro, «lo stretto rapporto tra il Dr. Tufano ed il sostituto procuratore generale Dr. Gaetano Bonomi; i legami di quest'ultimo con gli ambienti del Ministero di Giustizia e dell'Ispettorato; i rapporti del Bonomi con alcuni dei pubblici amministratori imputati del processo cosiddetto “Panio”». Ottimi, in particolare, i rapporti fra il sostituto pg Bonomi e l'ispettore inviato da Via Arenula Gianfranco Mantelli al punto che in una «nota del 30 novembre 2007 poteva desumersi che, gia' in epoca anteriore al rinvio a giudizio del Dr. De Magistris dinanzi alla Sezione Disciplinare del Csm, il Dr. Bonomi fosse a conoscenza degli esiti della relazione ispettiva a firma del vice-capo dell'ispettorato del Ministero della Giustizia dr. Mantelli, nonche', nei dettagli, delle incolpazioni disciplinari».
LUISAe#8200;FASANO
Rilevante anche il collegamento fra Gaetano Bonomi e Luisa Fasano, ex dirigente della Squadra Mobile di Potenza, poi capo di Gabinetto della Questura, nonche' consorte del deputato dell'Ulivo (oggi PD) Salvatore Margiotta. Il 16 luglio 2007 Luisa Fasano si rivolge alla Procura della Repubblica di Salerno denunciando Luigi De Magistris per presunto abuso d'ufficio, con particolare riguardo alla perquisizione subita il 7 giugno di quello stesso, bollente anno. Ascoltato dai pubblici ministeri salernitani il 7 ottobre 2007, John Woodcock riferisce fra l'altro «che dall'attivita' di intercettazione telefonica espletata nell'ambito di procedimenti da lui trattati, i cui esiti in parte erano gia' stati trasmessi alla Procura di Catanzaro per competenza, emergevano stretti legami tra i coniugi Genovese-Cannizzaro ed il marito di quest'ultima Salvatore Margiotta, deputato della Margherita. Anche la nomina del dottor Cannizzaro all'incarico di direttore generale dell'Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza gli risultava essere stata sostenuta politicamente dall'onorevole Margiotta. Stretti erano altresi' i rapporti tra la dottoressa Fasano e il sostituto procuratore generale, dottor Gaetano Bonomi, come poteva evincersi dal contenuto di alcune conversazioni oggetto di intercettazione telefonica nelle quali i due interlocutori dialogano della nomina del nuovo Procuratore della Repubblica di Potenza, concorso al quale partecipa lo stesso Dr. Bonomi».
MARIANOe#8200;LOMBARDI
GIANcarloe#8200;PITTELLI
Procuratore capo di Catanzaro, Mariano Lombardi era dunque il diretto superiore di De Magistris. Particolarmente significativi in tutta questa vicenda sono i rapporti fra Lombardi e l'avvocato-senatore di Forza Italia Gianni Pittelli, (oggi deputato) che scende in campo per difendere numerosi vip indagati da De Magistris sia nell'inchiesta Poseidone (relativa ai presunti illeciti da milioni di euro che sarebbero stati compiuti nella gestione dell'emergenza ambientale), che in Toghe Lucane. In primis i coniugi Cannizzaro-Genovese, poi anche Iside Granese. Il superattivo Pittelli aveva ottenuto, attraverso un'apposita interrogazione parlamentare, che il pm potentino John Woodcock (altro inquirente che procedeva a carico, fra gli altri, di Michele Cannizzaro) finisse dinanzi al Csm sotto procedimento disciplinare (conclusosi peraltro col proscioglimento).
A fine marzo 2007 viene diffusa la notizia dell'avviso di garanzia notificato a Pittelli nell'ambito dell'inchiesta Poseidone e della conseguente revoca a De Magistris della delega alla trattazione del procedimento disposta dal procuratore capo Mariano Lombardi. Associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e violazione della Legge Anselmi erano le accuse. «Invero - si legge nel documento Apicella-Nuzzi alla pagina 111 - gia' prima dell'assunzione del mandato difensivo in favore dei coniugi Genovese-Cannizzaro, esisteva e si palesava pubblicamente un legame di antica amicizia e frequentazione tra l'avvocato Giancarlo Pittelli ed il procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, co-assegnatario di ambo i procedimenti». C'e' di piu': «Presso lo studio legale dell'avvocato Pittelli espletava attivita' forense anche l'avvocato Pierpaolo Greco, figlio della moglie-compagna del dottor Lombardi, dottoressa Maria Grazia Muzzi, funzionaria amministrativa presso la Corte d'Appello di Catanzaro».
Stretti i legami fra Pittelli e Greco: «Nell'ottobre 2006 il Greco, avvalendosi dell'appoggio finanziario dello stesso dottor Lombardi, costituiva con il Pittelli ed altri soci una societa' di consulenza, la “Roma 9 srl”, tramite la quale veniva acquistato un prestigioso immobile nel centro storico di Catanzaro, alla piazza Roma 9, che veniva intestato al Pittelli e all'amministratore unico della societa' Filippo Pietropaolo, ex sindaco di Catanzaro». Solida anche la fede nella destra: «Il legame con l'avvocato parlamentare era vieppiu' rafforzato dalla comune appartenenza politica, comprovata dalla candidatura del Greco, nell'ambito dello stesso partito di Forza Italia, alle elezioni comunali di Catanzaro e dalla pubblica partecipazione del dottor Lombardi a manifestazioni elettorali organizzate per le politiche del maggio 2006 dalla coalizione dei partiti di centro-destra ovvero a serate di gala, alle quali erano presenti indagati e difensori del procedimento Poseidone».
8 settembre 2007: l'ispettore inviato da via Arenula ad indagare sul caso Catanzaro, Gianfranco Mantelli, propone al Guardasigilli (era Clemente Mastella) di esercitare l'azione disciplinare nei confronti di De Magistris e del procuratore Lombardi e di richiederne al Csm il trasferimento ad altra sede e ad altra funzione. La proposta viene accolta dal ministero. «Dagli accertamenti investigativi condotti da questo Ufficio - sottolineano Apicella e Nuzzi - sono emersi fatti, situazioni concorrenti a delineare il difficile contesto ambientale nel quale il dottor De Magistris si e' trovato a svolgere le funzioni inquirenti, i legami tra vertici dell'Ufficio giudiziario di Catanzaro, difensori ed indagati, gli interessi sottostanti alle vicende oggetto dei procedimenti da lui trattati (tra cui Toghe Lucane), le condotte di interferenza ed ostacolo al suo operato, che, obiettivamente, hanno avuto una incidenza rilevante nella gestione dei rapporti informativi con i vertici dell'Ufficio di Procura dottor Lombardi e dottor Murone».
«Gli elementi acquisiti - rincarano poi la dose - hanno indotto quest'Ufficio nel dicembre 2007 alla iscrizione di procedimenti penali per gravi reati a carico, tra gli altri, del Procuratore dottor Lombardi, dell'Aggiunto dottor Murone (Salvatore Murone, che risultava fra l'altro dai tabulati di De Magistris in contatti telefonici col principale indagato dell'inchiesta Why Not, l'imprenditore Antonio Saladino, ndr) e del Presidente del Tribunale del Riesame Dr. Rinardo (Adalgisa Rinardo, che aveva annullato perquisizioni e sequestri nei confronti degli indagati Genovese, Cannizzaro e Granese, ndr), attualmente in fase d'indagini coperte da segreto».
DOLCINOe#8200;FAVI
Procuratore generale facente funzione presso la Corte d'Appello di Catanzaro, il dottor Dolcino Favi - lo stesso per il quale, come abbiamo visto in apertura, era stato ipotizzato il reato di abuso d'ufficio dinanzi al Csm dai pm salernitani, per aver sottratto l'inchiesta Why Not a De Magistris - compare numerose volte, con precise accuse, a rinforzare gli esposti degli indagati-denuncianti che si rivolgono al tribunale di Salerno. Lo fa, in particolare, con riferimento a quelli presentati dalla coppia Genovese-Cannizzaro. Ma le accuse di Favi procedono anche in maniera autonoma: con una nota del 30 maggio 2007 sostiene infatti che De Magistris «quale pubblico ufficiale, in concorso con altri pubblici ufficiali da identificare e con Petrasso Pablo, giornalista del quotidiano Calabria Ora, violando i doveri inerenti alle sue funzioni o comunque abusando della sua qualita', rivelava a terzi e, comunque, agevolava la conoscenza di notizie d'ufficio coperte da segreto istruttorio (...)». Ipotesi di violazione totalmente respinte dai procuratori salernitani Apicella e Nuzzi. Tanto che oggi il nome di Dolcino Favi figura nell'elenco degli indagati dalla Procura di Salerno (vedi note conclusive). Parte offesa: Luigi De Magistris.
ALTRIe#8200;VIPe#8200;INDAGATI
GIUSEPPEe#8200;CHIECO
Il 6 aprile 2006 De Magistris iscrive nel registro degli indagati il procuratore capo di Matera Giuseppe Chieco. Il 17 febbraio dell'anno successivo scattano perquisizioni a carico di Chieco e di Vincenzo Vitale, legale rappresentante del Consorzio Marinagri, con sequestro preventivo d'urgenza del polo turistico con annesso porticciolo, strutture ricettive alberghiere e residenziali facenti capo alla stessa Marinagri in localita' Torre Mozza di Policoro.
Sotto i riflettori le ipotesi di truffa ai danni dello Stato, abusi edilizi e violazioni ambientali, tutto per ottenere illecitamente un finanziamento Cipe pari a 50 miliardi delle vecchie lire e poter costruire il villaggio turistico Marinagri, dal valore stimato - al suo completamento - di 400 miliardi di vecchie lire.
«Tali illeciti - scrivono Apicella e Nuzzi - secondo la prospettazione accusatoria, erano stati segnalati al Procuratore di Matera Giuseppe Chieco che, tuttavia, non aveva avviato alcuna indagine nei confronti del rappresentante legale della Marinagri Vincenzo Vitale, definendo il procedimento con richiesta di archiviazione». Ma c'e' di piu': «dalle investigazioni della Polizia Giudiziaria era tuttavia emerso che, nel periodo in cui si svolgevano le indagini preliminari su Marinagri, il dottor Chieco aveva espresso la sua intenzione, visitando anche il cantiere del villaggio (...) di acquistare un immobile all'interno del villaggio in costruzione, provvedendo a vendere altre sue proprieta'».
NICOLAe#8200;BUCCICO
7 febbraio 2007: sulla base della nota informativa delle Fiamme gialle di Catanzaro, il pubblico ministero De Magistris dispone l'iscrizione di Nicola Emilio Buccico, senatore di AN, avvocato penalista ed oggi sindaco di Matera. «Dall'analisi dei traffici dei tabulati telefonici - scrivono i pm salernitani - poteva evincersi il ruolo avuto dal senatore Buccico che, quale componente del Consiglio Superiore della Magistratura, era in grado di garantire protezione ad appartenenti al sodalizio e, comunque, ai suoi “amici” magistrati» (pagina 157 della richiesta di archiviazione). Buoni inoltre i rapporti fra Buccico e il procuratore aggiunto Salvatore Murone (vedi), al punto che «la nomina del Dr. Murone a Procuratore Aggiunto di Catanzaro - scrivono a Salerno - veniva appoggiata in seno al Csm dell'avvocato Nicola Emilio Buccico, divenuto nell'ultima legislatura Senatore di Alleanza Nazionale».
FILIPPOe#8200;BUBBICO
Il 5 marzo 2007 viene iscritto nel registro degli indagati il nome di Filippo Bubbico, sottosegretario allo sviluppo economico nel governo Prodi. Ma gia' nel 2006 Bubbico era stato indagato dalla Procura di Potenza, pm Alberto Iannuzzi. Dopo pochi giorni dalla richiesta di imputazione coatta e la richiesta di rinvio a giudizio a carico di Bubbico - come aveva ricordato anche Marco Travaglio su Micromega - il sostituto procuratore generale di Potenza Gaetano Bonomi appare in un servizio del TG3 al fianco di Bubbico, ex presidente della Regione Basilicata, in occasione del Congresso Ds che doveva eleggere il nuovo segretario regionale (vedi anche il paragrafo dedicato ai coniugi Genovese-Cannizzaro).
GIUSEPPEe#8200;GALANTE
Il procuratore della Repubblica di Potenza Giuseppe Galante era stato indicato nelle denunce di Nicola Piccenna (vedi) come proprietario di parte dei terreni prescelti per la illegittima edificazione del villaggio turistico Marinagri, «ovvero - ricostruiscono a Salerno - come “ospite” del complesso, in cui sarebbero state organizzate feste private o partite di caccia», ad una delle quali, nel 2004, Galante avrebbe partecipato con il figlio Marco ed il marito della dottoressa Genovese, Michele Cannizzaro». Sugli abusi alla Asl, inoltre, Galante - subentrato alla Genovese come titolare delle indagini - avrebbe «riproposto nuova richiesta di archiviazione, mentre il figlio Marco riceveva un incarico di arbitrato da una Asl della stessa Regione Basilicata».
PARLAe#8200;NICOLA PICCENNA
Imprenditore e giornalista, in prima fila nel periodico d'inchiesta “Il Resto”, con redazione a Potenza, Nicola Piccenna e' un po' il primum movens di tutta l'inchiesta Toghe Lucane: grazie alle sue dettagliate denunce, infatti, a partire dal 2005 la procura di Catanzaro scoperchiera', tappa dopo tappa, un pentolone fatto di corruzioni giudiziarie, omissioni, favoritismi e parentele eccellenti che vede al centro alte cariche della magistratura e della politica locale.
Di particolare interesse le ricostruzioni di Piccenna sul contesto massonico in cui si trovano ad operare molti dei personaggi indagati da De Magistris. Dichiara ad esempio ai pm salernitani: «Segnalo anche che noi abbiamo ricostruito - per quello che potevamo ricostruire attraverso i dati disponibili su internet - e abbiamo visto che altre persone legate comunque a questa vicenda, come il dottore Cannizzaro, l'avvocato Giuseppe Labriola e il dottore Maruggi (Gianpiero Maruggi, ndr), il direttore generale della Popolare del Materano, facevano parte della lista Cordova, quindi erano iscritti alla massoneria e risultano nella lista Cordova, nella famosa lista del '92. L'altro aspetto singolare e' che queste tre persone, cioe' Labriola, Maruggi e Cannizzaro, tutte e tre “vanno in sonno” negli anni 96-97, anni in cui incomincia una super attivita' di queste tre persone, come se l'andata in sonno in realta', diciamo cosi', nascondesse una costituzione di un ulteriore raggruppamento che rispetto alle logge ufficiali risulta in sonno, pero' e' molto attivo rispetto a logge non ufficiali».
Le#8200;CASOe#8200;ELISAe#8200;CLAPS
Una pagina inquietante si apre, nell'inchiesta Toghe Lucane, sulla misteriosa scomparsa della giovane Elisa Claps, avvenuta a Potenza il 12 settembre 1993. Il caso torna infatti alla luce su iniziativa dei pm Apicella e Nuzzi che, per riscontrare ulteriormente la correttezza delle attivita' investigative condotte da Luigi De Magistris, assumono importanti riscontri in merito alle indagini condotte da quest'ultimo a carico di Felicia Genovese e Michele Cannizzaro coinvolti - come vedremo - nel caso Elisa Claps. Seguiamo la ricostruzione dei pubblici ministeri salernitani.
Nel 1999 il collaboratore di giustizia Gennaro Cappiello rivela come un fiume in piena particolari sulla scomparsa della ragazza, verbalizzando dinanzi al pubblico ministero della Dda di Potenza Vincenzo Montemurro. Secondo Cappiello (il quale dichiarava di aver appreso le notizie sul caso Elisa Claps da un mercante d'arte di Potenza, Luigi Memoli), a causare la morte della ragazza era stato il giovane Danilo Restivo. Il fatto sarebbe avvenuto presso la scala mobile in construzione a quell'epoca, dove il corpo di Elisa sarebbe stato sepolto.
Sempre stando alla versione fornita dal pentito, Maurizio Restivo, padre di Danilo, «implicato nell'indagine e poi condannato per false informazioni al pubblico ministero aveva, per il tramite del Memoli, contattato il Cannizzaro accordandosi per la somma di 100 milioni di lire affinche' intervenisse sulla moglie, dottoressa Genovese, titolare delle indagini riguardanti il caso della scomparsa della Claps». In seguito alle verbalizzazioni di Cappiello, il caso Claps passa alla Procura di Salerno, competente ad indagare sulle presunte omissioni o violazioni della Genovese. Veniva accertato che quel 12 settembre 1993 Danilo Restivo era stato effettivamente in compagnia della giovane poco prima della scomparsa.
Cosa fece il pm Genovese, all'epoca - come abbiamo visto - titolare delle indagini? «Le articolate indagini esperite dalla Procura di Salerno consentivano di ricondurre la scomparsa della giovane Elisa Claps ad una morte violenta, ma non anche ad individuare nel Restivo Danilo l'autore del fatto criminoso. Invero, si acclarava che il giorno 12 settembre 1993, Restivo Danilo, effettivamente, era stato in compagnia della giovane poco prima della scomparsa; che quel giorno stesso era stato medicato presso il locale nosocomio per alcune lesioni, prodotte, a suo dire, per un'accidentale caduta, ma, verosimilmente, frutto di una colluttazione. L'esame dell'attivita' investigativa svolta e coordinata dalla Procura di Potenza, in persona del pubblico ministero Dr. Genovese, evidenziava, tuttavia, che nella immediatezza della notizia della scomparsa, alcuna perquisizione era stata disposta ne' sulla persona del Restivo Danilo, ne' presso l'abitazione familiare ovvero altri luoghi nella sua diretta disponibilita'». Il 27 gennaio 2000 depone dinanzi al pm di Salerno l'avvocato Giuseppe Cristiani, legale della famiglia Claps, il quale fra l'altro fornisce elementi circa la comune appartenenza alla massoneria di Cannizzaro e di Maurizio Restivo, padre di Danilo. Le indagini avviate all'epoca dalla Procura salernitana su questa vicenda non consentirono di «individuare nel Restivo Danilo l'autore del fatto criminoso» ed anche l'operato della Genovese venne considerato corretto.
Strettamente collegato alla scomparsa di Elisa Claps era pero' quanto il pentito Cappiello verbalizzo' in seguito sul duplice omicidio di stampo mafioso dei coniugi Giuseppe Gianfredi e Patrizia Santarsiero, avvenuto a Potenza il 29 aprile ‘97. Cappiello sosteneva di avere appreso quelle notizie da Saverio Riviezzi, un pregiudicato di Potenza che era stato contattato da alcuni calabresi, fra cui un certo Aldo Tripodi, uno degli esecutori dell'omicidio, per quella duplice esecuzione. Secondo il racconto del collaboratore di giustizia ai pm della Direzione Antimafia, «mandante dell'omicidio dei coniugi Gianfredi-Santarsiero era - seguiamo ancora la ricostruzione di Cappiello, cosi' come riportata dal documento di Apicella e Nuzzi - Cannizzaro Michele, marito del sostituto procuratore dottoressa Genovese, che aveva inizialmente curato le indagini relative al duplice omicidio in questione». Quanto al movente, «il Cappiello lo riconduceva ai rapporti che il Gianfredi aveva avuto con il Cannizzaro Michele aventi natura finanziaria, assumendo che tale ultimo era un grosso giocatore d'azzardo, rapporti bilanciati da favori giudiziari di cui il Gianfredi godeva per il tramite della moglie del Cannizzaro».
Comincia dunque una lunga serie di indagini che la Procura di Salerno avvia per riscontrare le dichiarazioni di Cappiello. «Gli esiti - spiegano oggi nell'ordinanza Apicella e Nuzzi - non consentivano di ritenere acquisite fonti di prova idonee a ricondurre agli indagati i gravi fatti delittuosi iscritti a loro carico. Emergevano, tuttavia, dalle investigazioni svolte alcune significative circostanze atte a delineare il particolare contesto ambientale di consumazione dei fatti delittuosi, la condotta tenuta dalla dottoressa Genovese nelle prime investigazioni, la personalita' del marito dottor Cannizzaro, le frequentazioni ed i suoi legami con ambienti criminosi - in particolare, con Gianfredi Giuseppe, vittima del duplice omicidio - i contatti con esponenti della criminalita' organizzata calabrese, i suoi interessi economici che, allora, come oggi, non potevano, comunque, non apparire “inquietanti” in relazione alla natura dell'attivita' svolta dalla moglie dottoressa Genovese, designata all'incarico di sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza, nell'ambito, cioe', del medesimo luogo di consumazione degli accadimenti delittuosi».
Dopo lunghe indagini, il pentito Cappiello sara' considerato dall'autorita' giudiziaria di Salerno “inattendibile”. Eppure, ad offrire uno scenario sorprendentemente simile delle due vicende (Claps e Gianfredi), era arrivata la testimonianza di un prete-coraggio della diocesi di Potenza: don Marcello Cozzi. La giovane, quel fatale giorno del 1993, aveva battuto mortalmente la testa per sottrarsi ad un tentativo di violenza messo in atto da Danilo Restivo, il cui padre, per coprire le responsabilita' del ragazzo, avrebbe contattato il dottor Cannizzaro; questi a sua volta si sarebbe rivolto a Giuseppe Gianfredi, che avrebbe fatto sparire il cadavere con l'aiuto dei fratelli Notargiacomo, titolari di un'officina meccanica, che avevano pertanto la disponibilita' di acido in grado di dissolvere il cadavere.
Anche stavolta le indagini furono archiviate. Si segnala intanto ancora un particolare: da alcuni accertamenti della Guardia di Finanza di Catanzaro era emerso che Luigi Grimaldi, dirigente della Squadra Mobile di Potenza all'epoca delle indagini sulla scomparsa di Elisa Claps, dopo aver ricoperto l'incarico di dirigente amministrativo presso l'Universita' di Salerno, svolgeva l'incarico di dirigente amministrativo presso l'Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza, dove Michele Cannizzaro era direttore generale.
Per concludere questa vicenda va segnalato che, sentito come teste a ottobre 2007 nel corso delle indagini sull'operato di De Magistris, ai colleghi Nuzzi ed Apicella il pubblico ministero di Potenza John Woodcock ha raccontato d'aver chiesto a marzo 2007 di astenersi in un procedimento a carico, fra gli altri, di Michele Cannizzaro in ragione del contenuto di una intercettazione telefonica fra la moglie di Cannizzaro Felicia Genovese ed il procuratore generale Vincenzo Tufano, «nella quale venivano usate espressioni particolarmente volgari sulla giornalista (Federica Sciarelli, che piu' volte nel corso della trasmissione “Chi l'ha visto” si e' occupata del caso Elisa Claps, ndr) e sul suo rapporto di amicizia con il magistrato (Woodcock, ndr)». Quest'ultimo riferiva inoltre «di altri emblematici tentativi di indebita strumentalizzazione del suo rapporto personale con la giornalista Federica Sciarelli, riconducibili al medesimo gruppo di soggetti indagati dal pubblico ministero De Magistris nel procedimento Toghe Lucane».
ILe#8200;CSM “AMICO”
Il 4 marzo 2008 De Magistris chiede alla Procura salernitana che indaga sul suo conto (e che poi lo prosciogliera', aggiungendo ipotesi di gravi addebiti a carico dei suoi principali denuncianti), di rendere testimonianza spontanea. Dalla lunga verbalizzazione emerge, fra l'altro, l'allucinante spaccato sul ruolo del Csm cosi' come si evince direttamente dalla lettura secca dell'intercettazione telefonica intercorsa il 28 febbraio 2007 tra Felicia Genovese ed un altro noto esponente di Magistratura Indipendente, Antonio Patrono, presidente della prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, deputata a verificare l'apertura di una pratica di trasferimento per incompatibilita' ambientale di De Magistris. La conversazione avviene il giorno successivo all'esecuzione delle perquisizioni nell'ambito del procedimento Toghe Lucane.
Nel commentare con Patrono le sue vicende giudiziarie, Genovese sollecita l'interessamento di altri componenti del Csm tra cui Giulio Romano, della sua stessa corrente, e Cosimo Ferri. «Tra i nominativi richiamati nella conversazione - tengono a sottolineare Apicella e Nuzzi - vi e' quello del dottor Giulio Romano, componente della Sezione Disciplinare del Csm e relatore della sentenza emessa nei confronti del dottor De Magistris»
ATTACCOe#8200;PREVENTIVOe#8200;
Su come il Consiglio Superiore della Magistratura operi talvolta attraverso informazioni ed azioni “preventive” la dicono lunga le dichiarazioni rese a febbraio di quest'anno da De Magistris ai pm salernitani e da questi ultimi riportate in tutta evidenza nella richiesta di archiviazione. De Magistris segnalava in quella occasione « il contenuto di intercettazioni telefoniche, disposte dalla Procura di Potenza nell'ambito di autonoma attivita' investigativa e trasmesse alle Procure di Catanzaro e di Salerno, indicative di una palese “vicinanza” tra il sostituto procuratore generale dottor Bonomi, indagato nell'ambito del procedimento penale Toghe Lucane ed il vice capo dell'Ispettorato Generale dottor Mantelli».
Nella stessa deposizione De Magistris aveva segnalato i rapporti fra lo stesso Tufano ed esponenti di Palazzo dei Marescialli, in particolare con membri della sezione disciplinare che gli aveva inflitto la condanna. A riprova di cio', aveva esibito una nota indirizzata da Tufano al consigliere del Csm Giuseppe Maria Berruti (fratello del parlamentare di Forza Italia fedelissimo di Berlusconi, Massimo Maria Berruti, condannato a 8 mesi per favoreggiamento).
LEe#8200;CONCLUSIONI
A conclusione delle circa 1200 pagine, dopo un'intensa attivita' di indagini, centinaia di testimoni sentiti e migliaia di documenti acquisiti, il pubblico ministero salernitano Gabriella Nuzzi ed il procuratore capo Luigi Apicella non potrebbero essere maggiormente espliciti: «Ad un'analitica ed organica lettura del complesso compendio documentale ed informativo acquisito, si ritiene di poter formulare un giudizio di assoluta estraneita' del dottor De Magistris da tutte le gravi accuse al medesimo ascritte dai denuncianti Dr. Felicia Angelica Genovese, Dr. Michele Cannizzaro, Dr. Vincenzo Tufano, Dr. Gaetano Bonomi, Dr. Luisa Fasano, Dr. Francesco Basentini, Dr. Mariano Lombardi; nonche' alle ipotesi delittuose al predetto riconducibili alla stregua degli esiti delle attivita' d'indagine esperite dalla Procura di Matera Dr. Annunziata Cazzetta e dalla Procura di Catanzaro Dr. Salvatore Curcio e Dr. Francesco De Tommasi (che avevano aperto indagini a carico dello stesso De Magistris, ndr)».
Per effetto dell'inchiesta Toghe Lucane, Felicia Angelica Genovese, sostituto procuratore alla Direzione distrettuale antimafia di Potenza e Iside Granese, presidente del Tribunale di Matera, sono state trasferite d'ufficio, in via cautelare, ad un'altra sede e funzione. Michele Cannizzaro si e' dimesso dalla carica di direttore generale dell'Ospedale San Carlo; il Procuratore della Repubblica di Potenza Giuseppe Galante, anch'egli sottoposto a procedure disciplinari, si e' lasciato decadere dalla carica.
Quanto a De Magistris, lasciamo parlare ancora Apicella e Nuzzi: «E' appena il caso di rilevare che gli illeciti disciplinari afferenti all'attivita' d'indagine svolta nell'ambito del procedimento Toghe Lucane e per i quali il dottor De Magistris veniva riconosciuto colpevole - sottolineano, in aperta polemica con il verdetto del Csm - costituiscono oggetto delle denunce della dottoressa Felicia Angelica Genovese, del marito Michele Cannizzaro e del Procuratore Generale Vincenzo Tufano all'Autorita' Giudiziaria di Salerno e agli organi di vigilanza, recepite nella relazione dell'8 settembre 2007 a firma del vice capo dell'Ispettorato Gianfranco Mantelli». Gli altri presunti illeciti «riguardano, invece, la gestione del procedimento penale cosiddetto Poseidone e, segnatamente: il provvedimento di iscrizione nel registro degli indagati dell'onorevole Giancarlo Pittelli e del Generale della Guardia di Finanza Walter Lombardo Cretella, disposto dal pm De Magistris il 31 gennaio 2007» ed infine, «la trasmissione del relativo fascicolo all'Autorita' Giudiziaria di Salerno, a seguito della revoca della delega alla trattazione del procedimento disposta dal Procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi ed in relazione a presunti illeciti penali ascrivibili allo stesso Procuratore». «Fatti, questi ultimi - avverte la Procura salernitana - attualmente al vaglio investigativo di questo Ufficio».
Per intanto, alcuni fascioli d'indagine a carico di protagonisti del caso Catanzaro sono stati aperti a Salerno (pm la stessa Gabriella Nuzzi insieme al collega Dionigio Verasani), cosi' come indicato nella richiesta di archiviazione sul caso De Magistris. Si tratta di due procedimenti iscritti il 18 dicembre 2007. Il primo: «procedimento penale n.11551/07/21 a carico di Pittelli Giancarlo, Gambardella Francesco, Chiaravallotti Giuseppe, Saladino Antonio, Lombardi Mariano, Murone Salvatore, Rinardo Adalgisa (fatti accertati a partire dalla primavera del 2005) e Favi Dolcino (in Catanzaro ottobre 2007)». Fra le ipotesi di reato, la corruzione in atti giudiziari.
Il secondo (procedimento penale n.11556/07/21), che vede come persona offesa Luigi De Magistris e ribalta definitivamente il teorema accusatorio, ha fra gli indagati molti personaggi presenti anche nel primo procedimento (Lombardi, Murone, Favi, Pittelli, Saladino). Con loro, numerosi giornalisti che si sono occupati di queste vicende fra i quali Paolo Pollichieni (vedi box di pagina 12), Betty Calabretta (Gazzetta del Sud), Carlo Macri' e Carlo Vulpio del Corriere della Sera.
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