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PRODI / MASSONI? NO PROBLEM
di Rita Pennarola [ 08/01/2008]


Prima la lettera d'amicizia rivolta dal premier al “lord” della sigla paramassonica palermitana. Poi il plateale encomio del fratello Paolo alla convention del Grande Oriente. Mentre dalle carte dell'inchiesta di Catanzaro emergono traffici di stampo massonico con Paesi del Maghreb in cui sarebbero coinvolti suoi fedelissimi. In esclusiva, testimonianze e documenti inediti.

Ma che cosa ci faceva, Romano Prodi, in quell'afosa estate 1996, alla settima Conferenza sulla Sicurezza nel Mediterraneo? E se anche non vi avesse preso parte direttamente, perche' il 5 agosto di quell'anno rivolge una lettera autografa al “supremo” organizzatore, che altri non era (e non e') se non la grottesca “Sua Beatitudine” Viktor Busa', all'epoca ancora oggetto di pesanti indagini della magistratura?
E infine per quale motivo, dopo averlo salutato «con viva cordialita'», come di rito, aggiunge di suo pugno la frase «con molta amicizia»?
La missiva originale, scritta su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei Ministri, porta la data del 5 agosto 1996. Pompose le credenziali del destinatario: «Mons. Gen. Viktor Busa', Lord Presidente Parlamento Mondiale per la Sicurezza e la Pace, via Marchese Roccaforte 10 Palermo». Il testo. «Gentile Presidente, ho ricevuto la Sua cortese lettera del 4 luglio u.s., insieme con gli Atti Parlamentari relativi alla VII Conferenza sulla Sicurezza nel Mediterraneo e desidero ringraziarLa della cortese attenzione. Mi e' gradita l'occasione per salutarla con viva cordialita'. Con molta amicizia. Romano Prodi».
Ma pensa un po'. In quegli stessi giorni, precisamente il 19 agosto ‘96, lo Scico di Roma redigeva un verbale dal quale emergeva in una luce sinistra la stessa organizzazione palermitana destinataria dei sentimenti amichevoli del premier Prodi. Le ricerche degli investigatori erano appuntate infatti sulla figura del faccendiere Vittore Pascucci e sui suoi legami col massone Curio Pintus. «Nel corso dell'interrogatorio del 7 giugno 1996 - si legge nella consulenza resa alla Procura di Palermo da Piera Amendola, uno fra i massimi esperti delle connection mafia-massoneria - rispondendo ad una domanda relativa alla trattativa per l'acquisizione della Banca di Carini, Pintus chiarisce di essersi incontrato con il direttore della banca, Pirri, e con Piagentini. Quest'ultimo rappresentava il contatto di Pintus con la Sicilia, in quanto membro di una organizzazione ivi operante, una specie di Parlamento Mondiale, attraverso la quale si poteva contare su una rete di appoggi e di collegamenti in tutto il mondo». Siamo solo all'inizio: «Pintus dice che piu' o meno si tratta di un'associazione massonica internazionale, che attraverso i suoi affiliati consente di (...) spostare soldi in tutto il mondo in modo semplice», cosa che lo stesso Pintus ammette di aver fatto, grazie ai buoni uffici del “Parlamento”.
Ma chi e', in realta', il Lord President omaggiato da Romano Prodi?
Le disavventure cominciano il 27 ottobre 1989, quando il giudice istruttore torinese Lorenzo Poggi chiede al governo dell'epoca di acquisire gli atti in possesso dei Servizi di sicurezza riguardanti Vittorio Busa' ed il principe Alliata di Monreale. Entrambi risultano infatti coinvolti in una clamorosa indagine su un giro di falsi diplomi di laurea venduti a peso d'oro. Gia' nel 1975, del resto, Busa' era stato raggiunto da un ordine di cattura emesso dall'autorita' giudiziaria di Roma per associazione a delinquere, truffa e falso, con l'accusa di aver costituito un'organizzazione dedita a smerciare titoli onorifici inesistenti. Nel corso degli anni successivi il “Lord” si trovera' piu' volte al centro di altre bollenti vicende giudiziarie. Mai una condanna. Ma una sequela infinita di imbarazzanti circostanze, tutte rimaste agli atti e mai smentite.
Come lo stretto rapporto intercorso tra Busa' e un massone di spicco legato alla circoscrizione Sud Usa quale il principe Alliata, «da lui nominato - annota la consulente - consigliere politico del Parlamento Mondiale, al quale risultano peraltro affiliati diversi membri della “Accademia del Mediterraneo” di Alliata». Non basta, perche' Busa' «risulta collegato a piu' ordini cavallereschi e, tra questi, anche al “Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di San Giorgio in Carinzia”, attraverso il Gran Maestro Luciano Pelliccioni». Questo stesso ordine era finito al centro dell'inchiesta sulle trame eversive dell'organizzazione “La rosa dei venti”.
Altro personaggio di spicco ruotante in qualche modo intorno all'organizzazione palermitana era all'epoca il neofascista Amos Spiazzi, ex segretario generale di quei “Gruppi Dannunziani” di cui era presidente onorario lo stesso Alliata di Monreale.

TUTTI A CORTE
Un contesto, insomma, niente male. Eppure, tutto questo non aveva impedito a Busa' di ottenere una importante legittimazione. 1985. La Corte Costituzionale, nell'ambito del «giudizio di legittimita' costituzionale dell'art. 273 del codice penale», considerato che «nel processo penale contro Busa' Vittorio Maria, imputato del delitto di cui all'art. 273 cod. pen. per avere promosso, costituito, organizzato e diretto nel territorio dello Stato, senza autorizzazione del Governo, due associazioni di carattere internazionale (l'una denominata “Parlamento mondiale per la sicurezza e la pace”, l'altra Sezione della “Confederation Europeenne de l'Ordre Judiciaire”), la Corte d'Assise di Palermo, con ordinanza 27 giugno 1984, sollevava questione di legittimita' costituzionale del citato articolo per contrasto con gli artt. 2, 11 e 18 della Costituzione», ritiene di dover dichiarare «l'illegittimita' costituzionale dell'art. 273 cod. pen.». Spianando di fatto la strada all'organizzazione fondata da Busa'.
Sapeva qualcosa, Romano Prodi, dei trascorsi giudiziari dell'eclettico “Milord” palermitano, quando vergava di suo pugno, nel ‘96, i segni della sua amicizia? O magari si era lasciato influenzare dalla sentenza della Corte Costituzionale e dai nomi altisonanti dei suoi componenti dell'epoca (fra gli altri, Oronzo Reale, Antonio La Pergola, Francesco Saya, Giovanni Conso, Ettore Gallo ed Aldo Corasaniti)?
Fatto sta che tre anni piu' tardi - siamo a luglio ‘99 - le cronache giudiziarie tornano ad occuparsi del “Parlamento” palermitano per un vorticoso traffico di uranio, barre micidiali rubate e rivendute servendosi di societa' finanziarie come copertura. Un giro d'affari da circa 100 miliardi delle vecchie lire. Gli otto arrestati e gli altri ricercati (in tutto, 35 persone) «facevano parte - scrive Repubblica il 30 luglio ‘99 - di un'associazione, anche questa truccata, che si chiama “Parlamento per la sicurezza e la pace”, gli uffici a Palermo, i contatti con i governi fuori nazione». Cosi' vengono a galla anche i passaporti taroccati: «Usano passaporti diplomatici accreditati in tutti i Paesi del mondo. I militari (guidati dal partenopeo Vittorio Tomasone, ndr) ne hanno sequestrati cinquanta, insieme a pesos argentini per un miliardo e mezzo di lire».
Alcuni particolari venivano aggiunti dal Messaggero: «L'inchiesta, ancora in corso, e' coordinata dal procuratore capo della capitale Salvatore Vecchione. Intanto da Palermo il presidente del parlamento, l'arcivescovo ortodosso Viktor Busa', dichiara: “Siamo legittimati da una sentenza della Corte Costituzionale” e annuncia provvedimenti contro i membri finiti sotto inchiesta». Anche il titolo di “arcivescovo ortodosso” era nient'altro che il frutto di una auto-proclamazione: basti ricordare che nell'informativa trasmessa al giudice Poggi si riportava l'originaria, modesta provenienza di Busa' dai ranghi impiegatizi di un'associazione artigiana della provincia di Palermo.
Inutile dire che, dopo il fragore iniziale, l'inchiesta romana ando' ad arenarsi nell'accogliente e rassicurante porto delle nebbie tipico di tante indagini intraprese nella capitale. Nessuno ne ha saputo piu' nulla. Nemmeno quello stesso, tenace colonnello della Guardia di Finanza Mario Venceslai, artefice di una minuziosa attivita' d'intelligence sui traffici collegati al “Parlamento” e poi finito a sua volta sotto processo a Salerno.
«Il vero problema - spiega un esperto di Logge, deviate e non - sta tutto in una formuletta di per se' molto semplice. Fra le migliaia di affiliati ad associazioni e sigle in odor di massoneria, il perno intorno a cui ruotano tante attivita' sono i confratelli magistrati. Il cui nome viene coperto dalla riservatezza piu' assoluta. Per ovvi motivi». Sono loro, le toghe in grembiulino, a far da garanti “in caso di incidenti”? Difficile dirlo, soprattutto perche' gli elenchi, in palese violazione degli ordinamenti vigenti, restano “regolarmente” coperti da segreto.

DA BUSA' ALLA DSSA
Sara' questo, l'appeal inconfessabile che spinge tanti insospettabili cittadini, a cercare un aggancio, la giusta presentazione, per entrare a far parte di Logge o organizzazioni coperte da riservatezza? O sara' magari l'idea di poter partecipare a consessi in cui s'incontrano grossi personaggi, in grado di risolvere ogni problema o favorire affari e carriere, in perfetto spirito di “fraternita'”?
«Fui indotto ad iscrivermi al Parlamento Mondiale su invito di un generale dei Carabinieri il quale, per fornirmi ulteriori prove circa l'affidabilita' dell'organizzazione, mi mostro' una copia delle lettera inviata a Busa' nel ‘96 da Romano Prodi premier». A parlare e' Riccardo Sindoca, lo 007 che era finito agli arresti nel 2005 insieme al massone neofascista Gaetano Saya, nell'ambito dell'inchiesta avviata dalla Procura di Genova su quella Dssa che venne considerata dai pm come un pericoloso tentativo di dar vita ad una sorta di polizia parallela.
Il generale “presentatore” era, in quel caso, l'«On.le Dott. Giuseppe Aleffi, il quale - scrive Busa' in una lettera del 10 gennaio 1998 - e' un Deputato del Parlamento Italiano, mentre nel nostro Parlamento riveste altissime cariche politiche e diplomatiche, quale Senatore, Assessore per gli Affari della Difesa e Protezione Civile, Consigliere Diplomatico di S.E. il Lord Presidente, nonche' di Ministro alla Presidenza del Parlamento Mondiale».
Oggetto della discussione, nella missiva di Busa' rivolta a Sindoca, era la «Candidatura del Maresciallo dei Carabinieri Giovanni Vergottini, che aspira ad essere eletto nel Parlamento Mondiale». No problem: «Non credo che ci siano ostacoli - spiega raggiante il “Lord” - in quanto nel nostro Gruppo Parlamentare Italiano abbiamo, come Senatore, il Maresciallo Maggiore dei Carabinieri Pietro Mineo», oltre naturalmente al generale Aleffi (vedi box). Solo pochi mesi prima Sindoca era stato nominato da Busa' «Giudice a latere della nostra Corte Suprema di Giustizia per la Protezione della Vita», carica da confermarsi attraverso l'inoltro di documenti al plenipotenziario «Gr. Uff. Avv. Antonio Galdieri» di Pagani, popoloso centro dell'agro nocerino sarnese, «Presidente nazionale dell'Associazione Magistrati Onorari».
«Lo sa qual e' la principale differenza fra me e Gaetano Saya? - dice oggi Riccardo Sindoca - Mentre lui denuncia i giudici, io con la magistratura ho sempre collaborato, a cominciare proprio dai pm genovesi Nicola Piacente e Francesca Nanni (titolari dell'inchiesta sulla Dssa, ndr). Sara' perche' provengo dai ranghi della polizia giudiziaria, ma nella giustizia io ho sempre avuto fiducia». Tanta fiducia che nel 2004, ben prima che scoppiasse il caso Dssa, l'ex portavoce dell'Unione Nazionale Forze di Polizia Sindoca presenta una denuncia che prefigura, in qualche modo, le operazioni di spionaggio emerse solo qualche anno dopo nell'inchiesta Telecom con protagonisti come Giuliano Tavaroli ed Emanuele Cipriani. Operazioni che, secondo Sindoca, erano tutt'altro che disgiunte dalle attivita' della Cia, fino ad arrivare al sequestro di Abu Omar. «Il vero Servizio deviato - taglia corto - era il Sismi».
Quanto all'inchiesta genovese che lo vedeva coinvolto (partita, lo ricordiamo, nel capoluogo ligure perche' nata da un troncone delle indagini sull'arruolamento in Iraq di Fabrizio Quattrocchi), Sindoca spiega che ad oggi, dopo la chiusura indagini del luglio 2007, non ha ricevuto alcuna richiesta di rinvio a giudizio. «Sono e resto incensurato, e lo dico con orgoglio», afferma, non senza aver ricordato di essere stato insignito, nel 1999, della «Commenda dell'Ordine Equestre di San Silvestro Papa a firma del cardinale Angelo Sodano, con l'autorizzazione dell'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema», come riportato anche nelle note autobiografiche in controcopertina del volume “L'affaire Mitrokhin”, scritto a quattro mani da Sindoca e dal giornalista Marco Gregoretti.
MIEI PRODI FRATELLI
C'e' un'altra cosa di cui Riccardo Sindoca non fa assolutamente mistero: la sua antica e solida affiliazione alla massoneria. «Mi ritengo un personaggio scomodo, in quanto detentore di inquietanti verita'. Sono massone ed atlantista». Del resto, sembra che oggi siano in tanti, e con nomi ben piu' altisonanti, a tessere pubblicamente l'elogio dei confratelli muratori o addirittura a presenziare in occasione delle convention promosse «nel segno della trasparenza» dal gran maestro del Grande Oriente d'Italia Gustavo Raffi. Dai semplici frequentatori come il filosofo Giulio Giorello, il violinista Salvatore Accardo, lo storico Giuseppe Galasso o il radicale Massimo Teodori, o il presidente emerito della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre, o ancora il ginecologo Sergio Flamigni. Fino a massoni di provata fede del calibro dello psichiatra Alessandro Meluzzi, del giornalista Roberto Gervaso o dell'ex ministro liberale Valerio Zanone, per fare solo qualche nome.
Non manca di decantarne le virtu' nemmeno lo storico Paolo Prodi, fratello dell'attuale presidente del Consiglio. Lo ricorda Ferruccio Pinotti nel recentissimo, monumentale “Fratelli d'Italia”, appena uscito per le edizioni Bur. L'occasione e' data dall'incontro della Gran Loggia del Grande Oriente d'Italia, tenutasi al Palacongressi di Rimini nell'aprile 2007. Dopo aver letto i messaggi di saluto fatti pervenire da Daniele Capezzone della Rosa nel Pugno e dal senatore Marco Filippi dell'Ulivo, Raffi passa a citare una esemplare definizione di Paolo Prodi, secondo il quale il Goi «e' una delle piu' importanti agenzie produttrici di etica che abbia creato dal suo seno la storia dell'Occidente».
E le logge coperte? E i legami piu' volte intercorsi con i capimandamento mafiosi? E le inchieste giudiziarie finite nel nulla? E la P2, nata da una costola del Goi? Altrettanti “incidenti” - par di capire - di un percorso altrimenti lineare e luminoso.
Fra gli “incidenti” andra' comunque annoverato, almeno secondo i tanti seguaci degli incappucciati, anche il clamore suscitato dall'inchiesta condotta dal pm di Catanzaro Luigi De Magistris, che prende le mosse da apparati massonici acquartierati nella Repubblica di San Marino. A tirare in ballo i confratelli e' il consulente di De Magistris Pietro Sagona, ex ispettore Bankitalia. «Per offrire un apparente schermo di legalita' - scrive - ed anche per consolidare i rapporti, di tipo massonico, tra i soggetti, venivano costituite associazioni e fondazioni, soprattutto operanti con l'estero. E' questo il caso dell'Osservatorio del Mediterraneo, in cui si e' costruito un solido legame tra Fabio Schettini e l'ex ministro Franco Frattini, attuale Commissario europeo a Bruxelles, ed in cui e' confluito denaro illecito nella disponibilita' del predetto Schettini (persona incaricata di raccogliere denaro per conto di Forza Italia)».
Ce n'e' anche per il centrosinistra. Coinvolti nei traffici finanziari risultano infatti due personaggi dell'entourage di Romano Prodi: il dirigente di una sigla informatica Pietro Macri', vicepresidente Confindustria a Vibo Valentia, considerato dagli inquirenti «rappresentante della cd. Loggia San Marino», e soprattutto Pietro Scarpellini, funzionario della societa' sammarinese Pragmata, nata da una costola di Nomisma. Una vicenda giudiziaria che ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati dello stesso Prodi, l'accusa e' abuso d'ufficio. «Per il biennio 2004-2006 - si afferma nel decreto di perquisizione - la Commissione Europea ha stanziato oltre 1.100 milioni di euro per l'attivazione di progetti di collaborazione e Piero Scarpellini, consulente di Romano Prodi, con base nella Repubblica di San Marino, sembra avere una passione per gli affari tra Italia e Nord Africa. Pare essere esperto di investimenti pubblici in Africa, membro del consiglio direttivo di Teresys Foundation - International Observatory of economic, juridical and fiscal policies - Republic of San Marino».
Gli obiettivi dichiarati di Teresys non sembrano tutto sommato diversi da quelli dell'Osservatorio frattiniano: «Teresys pone a suo fondamento l'intento di favorire, consolidare ed approfondire i rapporti interculturali fra il continente europeo ed i paesi limitrofi del Mediterraneo, compresi il Medio Oriente e l'Africa sub-sahariana». Nell'organigramma di vertice siedono, oltre a Scarpellini, l'austriaco Michael Azodanlo, la francese Corinne Fayolle e, dalla Germania, Laurent Westermeyer; oltre naturalmente al segretario generale, l'italiano Francesco Lanzoni, amministratore delegato di Credit Suisse Italy.
Raramente Romano Prodi ha fatto mancare la sua presenza in occasione dei piu' importanti eventi organizzati da Teresys. Come l'African Union Summit di Addis Abeba, il 30 gennaio 2007. O lo Scientific Committee Meeting, svoltosi a San Marino lo scorso 1 aprile. E ancor prima a Bruxelles, nel novembre 2006, in occasione degli incontri bilaterali destinati a favorire le sorti del Burkina Faso. A partire dalla seconda meta' del 2007, pero', la partecipazione di Romano Prodi agli special events di Teresys si diradano, fino a scomparire. Colpa dei grattacapi connessi all'azione di governo in Italia, Finanziaria compresa? O prudenza dettata dal clamore per l'inchiesta De Magistris?
MAL D'AFRICA BIPARTISAN
Il mal d'Africa, in ogni caso, sembra non conoscere contrapposizioni fra destra e sinistra. Mentre il prodiano Scarpellini volava in Maghreb, alla Farnesina nasceva, con Frattini ministro, l'Osservatorio del Mediterraneo. Forse non a caso, scorrendone l'organigramma, subito dopo il presidente del cda Frattini troviamo, come suo vice, Ubaldo Livolsi. Scrive Sagona nella consulenza a De Magistris: «Legame di tipo anche affaristico (quello fra Schettini e Frattini, secondo l'accusa, ndr) che si consolida attraverso la costituzione - grazie alla collaborazione dello “Studio Livolsi” - dell'Istituto per il Turismo nel Sud, avente il dichiarato obiettivo di perseguire attivita' turistiche e imprendutoriali nel Sud Italia attraverso la Nuova Merchant spa, con il supporto di Banca Nuova spa, con sede in Palermo, che ha un ruolo, guarda caso, proprio nell'Osservatorio del Mediterraneo».
Niente di nuovo sotto il sole per un finanziere navigato come Livolsi, l'uomo accreditato d'aver salvato in anni lontani il gruppo Berlusconi dal fallimento e, in tempi piu' recenti, a un passo dal cda dell'Antonveneta, se all'amico Stefano Ricucci fosse riuscita la scalata del colosso.


A CHI ALEFFI? A DI PIETRO!
Nasce ad Asmara nel 1939 il baffutissimo ex deputato di Forza Italia Giuseppe Aleffi. Licenza media superiore, si legge nella “navicella” dell'epoca, anno di grazia 1996 quando viene eletto nel nome di Silvio in Sardegna, collegio di IGlesias. Sara' poi chiamato a far parte della Commissione Difesa, ma anche della delegazione parlamentare italiana all'Assemblea dell'Unione Europea Occidentale e di quella presso il Consiglio d'Europa. Nella sua attivita' legislativa spicca la proposta di legge «per la concessione dell'uso della bandiera nazionale al Corpo speciale volontario ausiliario dell'esercito dell'Associazione dei cavalieri italiani del Sovrano militare ordine di Malta».
Non e' solo cavaliere di Malta, Aleffi. Piduista iscritto a Pisa (tessera numero 762), scalera' poi il cursus honorum fino a diventare generale. Ed e' con questo roboante pedigree che il generale, a fine anni novanta, contatta Riccardo Sindoca (vedi articolo principale) per invitarlo ad iscriversi al Parlamento Mondiale di Palermo fondato da Vittorio Busa'. Nel frattempo aveva comandato i nuclei Sios di controospionaggio. Con un tale medagliere, Aleffi poteva mai non essere ricandidato al Parlamento (quello italiano, piazza Montecitorio) nel 2006? Impossibile, anche se un fastidioso dissidio col partito del Biscione sembrava frapporsi fra il suo intento di legiferare a favore del nostro Paese e le concrete possibilita' di continuare a farlo.
Per fortuna c'e' Italia dei Valori, che per la campagna elettorale del 2006 spalanca le sue porte alla candidatura di Aleffi.
Il blog di Antonio Di Pietro, dopo la notizia, viene letteralmente subissato di proteste. Lui, l'ex magistrato, non si scompone piu' di tanto: «Sono state a noi presentate e da noi vagliate - risponde ad un furibondo lettore - numerose candidature esterne con i relativi curricula. Tra queste e' emersa quella del generale di divisione Giuseppe Aleffi, prospettataci da persone integerrime, dal curriculum del quale egli risulta avere svolto una brillante carriera nell'Arma dei Carabinieri, riportando encomi e senza provvedimenti disciplinari, essere stato deputato al Parlamento ed avere di recente conseguito un'alta onorificenza conferitagli dal Presidente Ciampi. (...). Tanto per noi era piu' che sufficiente per il suo accoglimento come indipendente nella nostra lista, considerato anche che aveva espresso la sua totale disapprovazione verso la cultura berlusconiana e di centrodestra».
Ci sarebbe il piccolo particolare della tessera piduista: «Aleffi ha firmato, circa 25 anni fa e all'inizio della sua carriera militare, su proposta del suo comandante dell'epoca, un modulo di adesione ad una generica associazione a cui risultavano iscritti molti militari. Lo ha fatto senza alcuna conoscenza delle finalita' perseguite dai vertici dell'associazione, di cui solo molti mesi dopo e' venuto a conoscenza. La sua adesione si e' pero' limitata a quella firma». Aleffi, insomma, delle trame di Licio Gelli non sapeva nulla. Proprio come Berlusconi...




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