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GRANDI FIRME
A GAZA A GAZA!
di Francesco Caruso [ 30/03/2009]


Isola di Cipro, terra ferma, Mar Mediterraneo. Ci sono cose che fai senza pensarci troppo, d'istinto, uno scatto tra l'ira e la ribellione. Sono giorni che sulle reti internazionali, non certo su Rai e Mediaset dove al massimo inquadrano qualche colonna di fumo in lontananza, vedi le immagini dei corpi martoriati dalle bombe, montagne di cadaveri ammassati, bambini insanguinati, mutilati e piangenti.
Tra le novita' del Grande Fratello e le ultime occasioni dei saldi invernali, gli occhi non ancora assefuatti all'indifferenza si posano su quel lembo di terra martoriata: Gaza, una prigione a cielo a aperto, con oltre un milione di persone letteralmente sequestrate, terrorizzate da una aggressione militare sempre piu' cruenta, portata avanti in modo criminale da criminali in giacca e cravatta che appaiono in televisione per spiegare l'importanza di queste stragi, ignobili personaggi che seminano odio, morte e distruzione per accrescere il loro potere in vista delle prossima scadenza elettorale.
A Gaza, bisogna andare a Gaza. Non c'e' nessun pregiudizio ideologico nella nostra azione, invece di Gaza potevamo sbarcare a Tel Aviv, se Israele fosse interamente occupata militarmente ed un milione di ebrei costretti a vivere in campi profughi, rinchiusi in pochi chilometri senza possibilita' di entrare ed uscire dalla citta', con carri armati e cacciabombardieri che colpiscono le loro teste e pochi ultraortodossi che rispondono con il lancio di qualche malandato razzo anticarro. Ma la verita' purtroppo e' ben altra: c'e' un popolo palestinese che grida la propria disperazione e ci sono governi occidentali che continuano a far finta di non sentire.
Freegaza e' una costola dell'International Solidarity Movement, un gruppo attivo in Palestina da molti anni che pratica forme attive di disobbedienza civile contro gli occupanti israeliani, poche chiacchiere e molte azioni dirette, come quella in cui perse la vita una delle fondatrici del gruppo, Rachel Corrie, morta sotto le ruspe israeliane che abbattevano illegalmente le case dei palestinesi.
Hanno impiantato una loro base logistica a Cipro, dove ogni due o tre settimane organizzano l'invio di una imbarcazione carica di aiuti umanitari diretta a Gaza, cercando di aggirare il blocco navale israeliano. Se prima riuscivano a volte a sbarcare, ora con l'invasione in corso a Gaza sara' molto difficile.
Noi comunque ci tentiamo ugualmente. Siamo una trentina di persone, tra i quali diversi medici volontari che resteranno a Gaza, tre o quattro parlamentari di diversi paesi europei e alcuni giornalisti di testate internazionali.
Appena arriviamo nel porto di Larnaca tra le navi attraccate scorgo una imbarcazione, quei battelli turistici tipo Venezia-Jesolo, di una ventina di metri. Nella stiva entrano centinaia di scatoloni, diverse tonnellate di cibo e medicinali; dentro, sradicate le poltrone, si ricava qualche decina di metri al coperto per posizionare i nostri zaini e sacchi a pelo. La partenza e' emozionante, tanti compagni sulla banchina, striscioni, bandiere palestinesi, abbracci e saluti.
Facciamo poche ore di navigazione ed il generatore elettrico inizia a sbuffare, niente da fare, si torna indietro a Cipro. Ripartiamo il giorno successivo, quasi meta' dei passeggeri e anche una parte dell'equipaggio si sono dileguati. Noi ormai non possiamo tirarci indietro, dalla Grecia arrivano rinforzi, ci facciamo coraggio a vicenda, anche se sappiamo tutti che 22 ore per arrivare a Gaza sono un'eternita' in quelle condizioni e il timore principale e' la traversata di 240 miglia da Larnaca a Gaza. Il tempo di uscire e uno dopo l'altro si comincia a vomitare. Fuori fa un freddo cane, dentro siamo in 30 stipati in pochi metri. Dopo 17 ore in queste condizioni ci intercetta la marina israeliana. Come avevamo deciso sulla terraferma, a questo punto la nostra barca accelera andando a cozzare contro le onde piu' alte. Rimaniamo tutti immobili stesi per terra, come pacchi scaraventati da una parte all'altra della nave.
Dalla radio di bordo le unita' militari israeliane ci intimano ripetutamente di fermarci, poco dopo dalla centrale operativa arriva l'ok all' open fire. Il comandante chiede dieci minuti agli israeliani prima di aprire il fuoco sulla nostra imbarcazione per un veloce consulto con i passeggeri della nave. Per soli due voti passa la decisione di non farci sparare addosso, fermare i motori ed invertire la rotta.
Eppure all'orizzonte i primi chiarori dell'alba ci mostrano in lontananza terra, terra insanguinata, martoriata, bombardata, ma pur sempre terra. Dopo altre 12, terribili ore di navigazione sulla via del ritorno, due elicotteri delle Nazioni Unite iniziano a sorvolare la nostra nave per scortarla dall'alto. Peccato: la loro tardiva presenza non e' altro che lo specchio della loro conclamata impotenza.
Addio Gaza. O, per meglio dire, arrivederci. Solo un po' di tempo per organizzare il prossimo assalto, per cercare di aprire un varco di umanita' contro la violenza barbara che ti sta soffocando. Partiranno altre navi, altri carichi di aiuti, di speranza, di umanita'. Loro schiereranno gli incrociatori, le motovedette, i sommergibili, noi continueremo a schierare la determinazione della solidarieta' contro la barbarie.