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GRANDI FIRME
LETTERA APERTA A KOSSIGA
di Francesco Caruso [ 15/01/2009]


Caro Emerito Presidente, mi permetto di scriverle sollecitato dalla sua lettera pubblicata su “Il Tempo” di qualche settimana fa. Vorrei farle presente che non sono il capo dei noglobal o dei blackblok e ancor meno il geniale inventore dello slogan sui morti di Nassirya. Non sono diventato un moderato e un pacifico, in quanto a suo confronto lo sono sempre stato. Del resto, mentre io giocavo a tre anni con il mio primo trenino, lei pianificava l'omicidio di Giorgiana Masi, la studentessa di vent'anni uccisa dai proiettili di un agente infiltrato nel corteo del 12 maggio 1977. Le violenze poliziesche con le loro pallottole eternamente vaganti che guarda caso si conficcavano sempre nei cuori di giovani studenti, da Francesco Lorusso a Giorgiana, erano una costante durante il suo mandato di ministro degli Interni.
Le complicita' e le connivenze della burocrazia comunista e sindacale non possono certo essere un'attenuante o, ancor peggio, una giustificazione a quell'ignobile strategia della tensione che ha insanguinato le strade e le piazze del nostro paese negli anni settanta.
Per questo capira' che sentir dire proprio da lei - che a mio avviso fu non il migliore, ma il peggior ministro degli Interni della storia della repubblica - parole di esortazioni rivolte ai vertici delle forze dell'ordine sul modo con cui trattare le recenti mobilitazioni studentesche, passando da un «picchiare a sangue professori e studenti» al desiderio perverso di una vittima, «preferibilmente una donna o un bambino», provoca un senso di inquietitudine.
L'attenuante che molti rivolgono nei suoi confronti - la senilita' avanzata e i suoi inevitabili effetti collaterali - non puo' sminuire il valore storico delle sue affermazioni, che ci restituiscono alcuni squarci di una verita' per decenni da lei stesso e dagli apparati istituzionali sistematicamente negata: che dinanzi alle insorgenze sociali di allora lo stato scelse di porre in essere una strategia criminale di violenza assassina, per sospingere i movimenti sul terreno dello scontro armato. Ripensi alle sue azioni se veramente, come scrive, vuol sforzarsi di «comprendere perche' tanti giovani si siano dati alla lotta armata». Alle loro istanze radicali di trasformazione, la risposta furono i suoi carri armati nelle piazze, i carri armati della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista.
Forse lei nemmeno si rende conto della distanza siderale che intercorre tra i suoi schematismi e il mondo reale. Gli studenti in piazza avranno risvegliato in lei nostalgici ricordi, ma il mondo nel frattempo e' cambiato, e con esso i movimenti, gli studenti e la lotta. Il movimento contro la Gelmini, con il suo carattere moltitudinario, il suo esodo culturale dalle cosiddette categorie del novecento, la sua irriducibilita' alle forme tradizionali e incancrenite della politica, non si riesce a sconfiggerlo sul terreno della violenza. Non ci riescono i manganelli che, anziche' intimorire, rafforzano ed estendono la mobilitazione. Non ci riescono le infiltrazioni neofasciste, che tentano invano di riportare un'altrettanto archeologica strategia degli opposti estremismi.
Dopo i suoi continui appelli alla polizia - che dal punto di vista penale rasentano istigazione a delinquere ed apologia di reato - lei scrive che nei confronti dell'“Onda” ci vuole tolleranza e dialogo. Dialogare con chi ha una pistola in una mano e il manganello nell'altra non viene proprio naturale.