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GRANDI FIRME
LA EXIT STRATEGY DEI CAVALIERI
di Luciano Scateni [ 04/12/2011]


Patrimoniale si', patrimoniale no, riequilibrio sociale tra ricchezze e poverta' o conferma della sperequazione; correzione sostanziale dei contratti di lavoro per i giovani o chiacchiere per blandire il movimento degli indignati; riforma della legge elettorale o voto secondo porcellum; tassazione progressiva, in rapporto al reddito, o tasse uguali per redditi alti, medi e bassi; tutela per chi perde il lavoro o liberta' di licenziare; ghigliottina sui privilegi della casta o ritocchi superficiali. Oltre all'accertato perbenismo del Monti style e al garbo della squadra, il campo di verifica del post berlusconismo e' esattamente in questi punti che il governo dei tecnici deve dimostrare, con i giusti attributi, di trasformare in atti concreti e ravvicinati, a dispetto di minacce e diktat di Cicchitto e soci. Non fosse cosi', dovrebbe battersi il petto e recitare il mea culpa chi ha anteposto la fase di transizione al voto sicuramente fatale per un tramortito Pdl.
Oltre questa vendoliana premessa, si osservi la preoccupante sfida in corso tra i furbi del mediocre scenario parlamentare italiano e la linea Maginot della politica, che nella stagione di massimo discredito dei partiti adotta il catenaccio sperando in un imminente contropiede. Gioca vigliaccamente in difesa l'intero Parlamento e la domanda degli onesti tifosi dell'Italia e' “ma i gol, chi li segna?”.
Il Berlusca di un disastroso ventennio contratta con Napolitano e con i temporanei successori alla guida del Paese garanzie di impunita' per se' e le imprese che lo hanno reso miliardario. Blandisce e minaccia, elogia il presidente incaricato ma gli spedisce il torvo avvertimento «rimarrete finche' lo voglio io, finche' non decidero' di staccare la spina». Nell'aula di Montecitorio che sommerge il nuovo governo con una cascata di si', il fu presidente della destra evita di pronunciare l'intervento sul voto di fiducia. Il sospetto degli osservatori piu' addentro alla psicologia malata del cavaliere e' che abbia evitato di rivolgersi a Monti con il rispettoso “Signor Presidente”, avendo in animo di intascare i trenta denari di Giuda.
E che dire degli elogi di Monti al predecessore? Il bon ton, roba da salotti bene, mal si adatta al passaggio di consegne che liberano l'Italia dalla gramigna del berlusconismo. Insomma, troppo charme, percio' sospetto.
Di la' dall'indignazione per le lodi al burattinaio che ci ha sputtanato nel mondo intero, monta la rabbia degli indignati contro l'assurdo del 99 per cento delle ricchezze nelle mani di pochi e l'1 per cento in quelle di tutti gli altri.
Nel quaderno delle intenzioni di Monti non c'e' traccia esplicita dell'intenzione di colpire da subito i grandi patrimoni, l'illecito di chi accumula capitali e li trasferisce nella pancia satolla di banche svizzere e paradisi fiscali. Dove sono i segnali della rivoluzione che dovrebbe spazzare via il malgoverno e praticare al Paese la terapia di urgenza richiesta dal pericolo incombente di default? Dov'e' la lotta aperta all'iniquita' che mette in ginocchio grande parte del Paese e continua ad arricchire i re Mida? In ogni caso, mentre la zattera di salvataggio dell'Italia fa acqua e rischia di inabissarsi, i furbetti del parlamento italico tramano per sabotare Monti e compagni. Bersani e soci del centrosinistra, ormai molto piu' centro che sinistra, hanno sognato per un solo attimo di aprire i seggi elettorali e strapazzare la destra, ma e' subito subentrata la consapevolezza di essere inadeguati e impreparati a governare. Ora sembra che siano in procinto di partecipare alla grande ammucchiata dei moderati, alla santa alleanza con il terzo polo, i transfughi del Pdl e le cariatidi della vecchia Dc. Bersani getta alle ortiche gli effetti dell'espulsione di Berlusconi e ha la meglio il protagonismo di Napolitano, che impone il passo dopo passo. Risultato: si' del Pd ai tecnici, ma con riserva sul programma; no dell'Italia dei Valori, poi un si' condizionato; il ni di Vendola, con annessa minaccia di cannonate nell'ipotesi di oneri supplementari a carico dei ceti deboli.
E Grillo? Cinquestelle e' silente, in attesa di aprire il fuoco ad altezza d'uomo contro il neonato governo. Entusiasmo in casa del terzo polo, impegnato a trainare dentro il suo caotico seno gli ultramoderati notabili dell'ex Dc, estratti dai sarcofaghi dove la tragica storia della prima Repubblica li aveva mummificati. E in casa del Berlusca, che furbata… Il Pdl dice si' ai salvatori della Patria ma minaccia il no a provvedimenti estranei alla missiva del Berlusca all'autorita' economica dell'Europa e progetta di mandare Monti a casa tra non molto, per andare al voto senza la riforma elettorale e nel tempo utile a imbellettare la sua faccia sporca.
Furbissima la Lega, che avra' ragione comunque. Calderoli e il raffinato Borghezio, se Monti toccasse la previdenza sociale, con il dito medio alzato al cielo, guadagnerebbero la simpatia elettorale dei pensionati padani; se poi non si ridimensionassero drasticamente i privilegi dei parlamentari, diventerebbero i paladini dell'etica. Infine, se il progetto Monti fallisse del tutto, Maroni potrebbe esibire un vantaggioso «Meglio le urne, noi lo avevamo detto».