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GRANDI FIRME
ORDINE E DIS-ORDINE DEI GIORNALISTI
di Luciano Scateni [ 01/09/2011]


Articolo 2 della legge che regola la professione del giornalista: «E' diritto insopprimibile dei giornalisti la liberta' d'informazione e di critica, mentre e' loro obbligo inderogabile il rispetto della verita' sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealta' e dalla buona fede». Tutta qui la questione. La conseguenza incontestabile e' che ad ogni italiano e' consentito diffondere le proprie idee con i mezzi utilizzati dalla comunicazione e cioe' dai mass media.
L'altro presupposto fondamentale impone doveri deontologici erga omnes, a tutela dei quali interviene la giustizia civile e penale. Che altro? Nulla come dimostra l'elenco di illustri non laureati, o laureati in discipline distanti anni luce dal sistema mediatico, che rivestono ruoli di direzione nelle principali testate del Paese. Nulla se si comprende la assurda precondizione della laurea breve in facolta' anche non specifiche, richiesta per esercitare la professione.
Bisogna aver letto il giornalismo di Enzo Biagi per capire di che si parla. Incisivita', qualita' investigativa, eleganza della scrittura, onesta' intellettuale, classe, lealta': cosi' il maestro che non c'e' piu'. Nella biografia del grande scrittore e giornalista si legge che a soli diciassette anni un suo articolo fu pubblicato sull'Avvenire.
Tre anni dopo, l'assunzione al Carlino Sera e dunque la impossibilita' temporale di laurearsi. Ora uno suo scritto su cui meditare: «Con comprensibile ansia vedo nero nel mio orizzonte di giornalista, ma non ho l'impudenza di tacere e confesso a chi mi ha seguito per quasi mezzo secolo su carta stampata e comunicazione radio televisiva che, dopo aver lasciato gli studi, ai miei tempi privilegio di studenti agiati, ho attraversato in lungo e in largo il territorio della narrativa e della saggistica e sostanziato la vocazione a comunicare grazie all'inebriante percorso nel giornalismo. Non ho alle mie spalle, in bella evidenza come usa nelle pretenziose famiglie borghesi, il trofeo della laurea, su carta pergamena incorniciata in preziosa radica. Che mi perdonino i miei lettori e soprattutto mi assolva l'Ordine evitando di espellermi dalla categoria per aver abusato della professione priva di titolo». Firmato Enzo Biagi.
Avrete intuito che la firma e' un falso strategico, mentre e' vera la sua storia di giornalista e tante altre di omologhi non laureati, di cui e' pieno il territorio dei mass media, purtroppo inquinato da un'orda di laureati-analfabeti incapaci di mettere insieme congiuntivo e condizionale e di distinguere Barack Obama da Osama bin Laden.
Isabella Gigliotti, colta maestra elementare, ha raccolto milleduecentottanta strafalcioni detti e ripetuti da strapagati redattori di emittenti radiotelevisive nazionali e altrettante manomissioni dell'italiano, non meno raccapriccianti, comparse senza scuse postume sulla carta stampata: scommetteteci pure, le e' stata negata la pubblicazione del fitto campionario di asinerie.
Dunque la vita sorridera' in esclusiva al numero sempre minore di ragazzi possidenti che accedono a universita' e lauree? I loro padri torneranno a diffondere l'idea classista «che i figli degli operai facciano gli operai e i contadini zappino la terra ma per carita' non i giornalisti, i medici, gli architetti?». E cosa ne pensa la sinistra che da quasi un secolo tira su signori giornalisti insegnando loro senso del dovere, capacita' investigativa, onesta' intellettuale, rispetto dei lettori, uso appropriato dell'italiano, deontologia professionale e li laurea sul campo, non con il pezzo di carta di una delle semi-inutili facolta' di Scienze della Comunicazione?
Strano che l'obbligo della laurea per esercitare la professione del giornalista sia specularmente bipartisan. Ma poi, gli albi professionali non erano retaggio decrepito di corporazioni, in via di estinzione?
Un impietoso ragionamento merita poi il nuovo, per chi lo teorizza pomposamente, che decreta la seguente castroneria: sara' pubblicista, cioe' una figura non organica alle testate ma altrettanto autorevole, chi attraversera' indenne un colloquio (con chi?) o una esame, dopo due anni di giornalismo.
I fan di questa bravata da loggia massonica fingono di ignorare che il ruolo di pubblicista appartiene da sempre, per meriti indiscussi, a magistrati, scrittori, scienziati e ad altri soggetti che per talento naturale, vocazione all'autodidattica o riconosciuto prestigio, nobilitano le pagine di quotidiani, periodici e mezzi strumenti telematici della comunicazione.
Ed ecco il possibile colloquio a cui sarebbe sottoposta la candidata Rita Levi Montalcini, aspirante pubblicista: «Dica, signora, quante sono le regioni italiane?». E «cosa rischia il giornalista che definisce delinquente un'onesta persona?». O, ficcando il naso nel merito, «Mi sa dire che cos'e' l'ingegneria genetica?».
Per chiudere, un'occhiata ad una delle professioni piu' affascinanti ed impegnative, l'Architettura. Era laureato Le Corbusier, lo era Mies Van der Rohe? Non erano laureati. E Benedetto Croce, Guglielmo Marconi, D'Annunzio? Eccetera, eccetera.