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GRANDI FIRME
LEGHISMI FUORI DALL'EUROPA
di Carmine Nardone [ 23/09/2009]


Siamo a quasi 150 anni dall'unita' d'Italia e mai come adesso appaiono visibili le dis-unita' tecnologiche, organizzative, economiche e sociali tra il nord e il sud. Divari mai colmati, nonostante le tante stagioni di “leggi speciali” e “casse per il Mezzogiorno”. Anzi, alle vecchie fratture si aggiungono nuovi dualismi come capacita' di uso della conoscenza, internet, computer e fusione delle tecnologie piu' competitive.
Fallite le casse, i fascismi che arrivarono a negare la esistenza stessa della questione meridionale e a dirottare verso la Libia e l'improbabile impero la forza lavoro meridionale, non si e' mai riusciti a far emergere sul piano politico un percorso credibile, una politica riequilibrante e unificante.
Il punto di maggiore difficolta' e' il protagonismo leghista della seconda Repubblica, che orienta un pezzo di nord verso l'egoismo razzista e sovrasta le tante energie vitali del sud protese verso l'Europa.
Ai leghisti va bene il peggio del sud: i mediatori e dissipatori di spesa pubblica (vedi il caso Catania), o nostalgici piagnoni di assistenzialismo senza futuro. Si puo' dire che i leghisti “uniscono il peggio” del paese, dal nord al sud, anche perche' contrappongono alla politica dominante, tutta basata su evanescenti virtualita', una connessione molto concreta con i territori e gli insediamenti sociali.
L'assurdo riscontrato in questi anni di seconda Repubblica e' stato la rincorsa ai leghismi fatta con piu' o meno affanno dalle forze del centrodestra e, in qualche caso, anche dal centrosinistra. La rimozione della questione meridionale trova energia nell'affiorare di una strumentale e pubblicizzata “questione settentrionale” evocata dalle forze politiche. Il sud si trova senza energia politica, dentro una perdurante crisi strutturale e con una classe dirigente in fuga da responsabilita' e progettualita' innovatrici.
Adesso si ripropone il peggio. Il peggio del nord alimenta il peggio del sud. Si inventa il Partito del Sud invece di dar vita a politiche nazionali nel segno del riequilibrio, in grado di affrontare alla radice il deficit infrastrutturale ed ambientale (il nord per ogni 1000 Kmq ha 100 Km di autostrade, il sud solo 67,7 Km). E arriva la Banca del sud, mentre bisognerebbe affrontare la distribuzione ineguale degli sportelli bancari e banco posta (100 sportelli per ogni 100 Kmq nel nord e solo 48,7 nel sud), per non parlare della disoccupazione e dell'inconsistenza delle politiche assistenziali.
Percio' la priorita' e' adesso quella di evitare a tutti i costi la saldatura dei leghismi, tutta a discapito dei giovani che credono nella legalita', nel talento, nella creativita' e soprattutto nella solidarieta'.
Per questo complesso di ragioni la lotta deve essere orientata innanzitutto contro le cattive politiche endogene come quelle sullo smaltimento dei rifiuti (non e' certo colpa del nord se per ogni 100 tonnellate di rifiuti il sud raccoglie solo il 24,5% del differenziato rispetto al nord, e non basta l'alibi che sono le aziende del nord a gestire i rifiuti nel sud), o come gli investimenti a pioggia, come i lavori socialmente utili. Ma al tempo stesso e' necessario contestare quelle affermazioni politiche di carattere nazionale che tendono a mettere sullo stesso piano i problemi del nord e del sud.
Una nuova competitivita' dello sviluppo e una svolta sostenibile e non artificiosa richiede infatti un approccio orientato rigorosamente all'originalita', alla messa in rete delle eccellenze, alla valorizzazione dei talenti, al riconoscimento dell'autonomia delle vitalita' territoriali e non ancorata, per l'ennesima volta, a processi di mera distribuzione di risorse pubbliche e a politiche sociali ex post.
Ecco perche' dobbiamo sforzarci per unire quei territori che sono stati capaci di realizzare progetti concreti di ritorno dei “cervelli”, senza retoriche ed evocazioni. Occorrono centri di ricerca competitivi per attrarre realmente non solo i nostri talenti, ma in generale i migliori ricercatori.
Piu' che puntare a inedite organizzazioni della politica, utili solo a prolungare la sopravvivenza di ceti tradizionali e poco propensi all'innovazione, e' utile costituire invece “reti di confronto” nord-sud, in grado di unire quella parte dell'Italia rivolta all'Europa, alla creativita', all'innovazione, all'uso della conoscenza che accetta le sfide, che crede possibile coniugare nuova competitivita' e nuova sostenibilita' dello sviluppo.
Una rete nord-sud in grado di evitare il Mezzogiorno come “mercato dell'usato”, delle tecnologie dismesse, ma come propulsore di originalita' e progettualita' utili all'intero paese. Uniamo i talenti solidali. Per questo, fra le tante proposte congiunturali, quella della Fondazione Sudd si differenzia dalle tante idee circolate in questi giorni e potra' accrescere le sue potenzialita', a patto di avere come missione quella di creare rapporti reali con le esperienze non autoreferenti del Mezzogiorno e di relazionarle alle qualita' territoriali dell'intero paese. Un'Italia in declino deve avere un obiettivo nazionale, non deve considerare come freno un'area, il Sud, ricca di straordinarie potenzialita' soprattutto delle classi giovanili ad alta scolarizzazione.
Altro tema centrale deve essere quello di puntare a politiche unificanti e non a “separatismi rissosi”, ma per far questo dobbiamo porre la questione di una drastica riforma delle istituzioni. Le nuove competenze alle regioni si sono sommate alle vecchie e superate competenze mai decentrate agli enti locali. E oggi ci troviamo con le regioni sovraccariche e “ingolfate” di compiti e con istituzioni locali svuotate, peraltro ricche di potenzialita' e di professionalita' a volte nascoste. Ed e' questa la seconda, grande questione politica del Mezzogiorno.