Campobello, paese di sordomuti

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Paura. Il sistema mafia ha lucrato da sempre sulla paura. L’hanno subìta commercianti e imprenditori minacciati di ritorsione se non avessero pagato il ‘pizzo’ o negato appalti agli affiliati. I pochi coraggiosi che hanno rifiutato di piegarsi alla violenza mafiosa sono stati assassinati, le loro attività sono state sabotate, sono stati costretti a vivere sotto scorta, a trasferirsi in luoghi sicuri, in altre regioni. Ma si può capire il silenzio di un’intera comunità che ha vissuto per mesi vis a vis con Matteo Messina Denaro? Ad esclusione di quanti sono stati ripagati in forme diverse per l’omertà al boss e di chi non ha denunciato la sua presenza per timore delle conseguenze, è verosimile che nessun abitante di Campobello di Mazara, estraneo alla complicità con il super latitante, abbia pensato di informare forze dell’ordine e magistratura? Nessuno di quelli che hanno esultato pubblicamente per la cattura?  Ecco, la paura non c’entra con questa anomalia collettiva, che libera inverosimili supposizioni: Messina Denaro, informato dello stadio finale del tumore, a un passo dalla morte, ne ha fatto partecipe la comunità di Campobello e ha diffuso la notizia di aver concordato con i carabinieri la decisione di arrendersi. La contropartita: il vantaggio di stabilire la data della cattura per avere il tempo di consegnare ai successori documenti scottanti sulle stragi, il coinvolgimento di politici e la rete occulta di fiancheggiatori, le infiltrazioni della mafia in attività ‘pulite’, i nomi di boss emergenti.

Non c’è prova di complici istituzionali, e forse non sarà mai provato se l’incauta previsione del ministro degli interni Piantadose sull’imminente cattura di Messina Denaro è scaturita dalla conoscenza di un ‘patto’ tra il boss e le forze dell’ordine, se è stato un segnale al latitante per consentirgli di far sparire carte compromettenti. La cattura è avvenuta con retroscena atipici. Il boss si è trattenuto pochi minuti nella clinica dove è stato curato, quasi un commiato per gli ultimi consigli e il grazie per l’assistenza ricevuta. Il poi è sconcertante. I carabinieri lo hanno affiancato e lui, docilmente, non ammanettato, li ha seguiti, dopo aver confermato per rassicurarli di non sbagliare persona, di non essere un complice camuffato (occhiali, imbacuccato): “Sì, sono Matteo Messina Denaro”. Voci non confermate raccontano di un accordo-scambio tra il boss e lo Stato: “Mi lascio catturare, ma non rivelo niente e chiedo di rendere meno disagiato il carcere ai mafiosi”.

Per il momento pagano gli affiliati più vicini al boss, due o tre complici della latitanza siciliana e chissà se mai sarà smontato il supporto della cosiddetta ‘borghesia mafiosa’, di logge massoniche in sospetto di collusioni mafiose.

Tutto falso il fuorviante sproloquio televisivo di Salvatore Baiardo, tuttofare dei fratelli Graviano, capimafia? Quale misterioso obiettivo nasconderebbe la rivelazione di miliardi dei clan consegnati alla politica, delle relazioni dei Gravano con Berlusconi? Fosse tutto falso, perché dargli credito vero, perché intervistarlo?

È possibile che le supposizioni sulla ‘strana’ latitanza siciliana di Matteo Messina Denaro siano frutto di fantacronaca, ma una cosa è certa: non può credere nessuno che il ‘padrino’ ha vissuto in anonimato e per un anno, a Campobello, paese di diecimila abitanti, dove inevitabilmente si conoscono tutti, dove il boss ha abitato in uno dei suoi covi dirimpettaio della caserma dei carabinieri, dove ha frequentato bar, ristoranti, farmacia, edicola e forse anche la chiesa. Una cosa è certa, Messina Denaro, come Reina, Provenzano, i Graviano, porterà nella tomba quanto di irrisolto gravita intorno alle vicende della mafia e dei suoi intrighi malavitosi con la politica.

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