Fino a quando la barca andrà?

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La navicella della Meloni naviga in acque tutt’altro che quiete, la nocchiera è alle prese con venti burrascosi di varia provenienza. In assenza di agguerriti, tradizionali censori dell’opposizione in altre faccende affaccendati, non si va oltre l’acceso strepitare dei 5Stelle, il loro dichiarato interesse a scippare consensi ai dem. A frenare la serie di selfie auto celebrativi di “Yo soy Giorgia” provvedono le faide interne e altre solo formalmente esterne (per non far nomi, ministri e sottosegretari del ‘Carroccio’, in fase di spavento per la decrescita di consensi alla Lega, ma anche il tandem Calenda-Renzi intenti a scacciare la noia dello star fuori dalla cabina di comando e da posizioni di potere. La ‘borgatara della Garbatella’ non trascura l’ordine del suo staff di sorridere 48 ore su 48 (anche nel sonno, in ‘fase rem’) per accreditarsi come protagonista di  ‘tutto va ben, madama la marchesa’), ma in cuor suo è incavolata, costretta a difendere l’indifendibile, a tener buoni i partner di serie ‘B’, a innestare la retromarcia  un giorno sì e l’altro pure,  a blindare il contestato  Nordio per assecondare il socio Berlusconi, indagato e processato anche grazie alle intercettazioni telefoniche (che così esterna: “Sosteniamo il ministro Nordio. Ora una riforma contro la magistratura politicizzata”). Il nobile appello è accolto con un sospirone di sollievo dal diffuso coacervo di mafiosi, massoni e insospettabili, che in rete hanno contribuito alla tutela della latitanza di Messina Denaro, fino all’arresto, secondo gli esperti   concordato: l’ultimo mammasantissima della mafia siciliana, prossimo a morire di cancro, avrebbe pattuito la resa con la speranza di accorciare la detenzione di boss stragisti. Una grana dopo l’altra per la Meloni globetrotter (neppure una pausa dai compiti familiari di “‘yo so madre”) e presenze strategiche auto promozionali. In Sicilia per accreditarsi come premier dell’arresto di Messina Denaro e trasferta in Algeria (in divisa militare ?), mentre Forza Italia, per non essere da meno, ha spedito al Cairo  Tajani, interlocutore passivo di Al Sisi, destinatario di una nuova sceneggiata del governo egiziano, che ha garantito, come fa da sette anni di “risolvere il problema”. Il ministro degli esteri ha negato che vi siano ostacoli alla richiesta di proficua collaborazione con l’Italia (!!!).

Ai grattacapi della Meloni manca solo il via all’opera faraonica, per nulla prioritaria del ponte di Messina, che propone profitti miliardari ai costruttori, risorse che sarebbero sottratte alla risoluzione di storici problemi della Sicilia: la mobilità interna di livello infimo, il deficit idrico, la disoccupazione, la mobilitazione del Sud contro gli autonomisti del Nord e il loro disegno discriminante le Regioni finanziariamente più disagiate,   pericoloso prologo del secessionismo leghista.

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