Zelensky firma un decreto che abolisce la libertà di stampa

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Riprendiamo da un articolo di Anushka Patil pubblicato sul New York Times il 30 dicembre: “Giovedì il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha firmato un disegno di legge che amplia i poteri del governo sui mezzi di informazione, una norma che secondo gli organi di stampa potrebbe erodere la libertà di informazione nel Paese”.

Prima i partiti, poi la stampa

“Nonostante il fatto che alcune delle disposizioni più rigorose della legge siano state allentate per rispondere alle critiche precedenti, sono rimaste serie preoccupazioni sull’indipendenza dell’organismo di regolamentazione, hanno affermato venerdì diversi media nazionali e internazionali, aggiungendo che stavano ancora studiando i dettagli della legislazione finale, composta da 279 pagine”.

“La legge estende le prerogative dell’autorità di regolamentazione delle trasmissioni televisive ucraine per coprire i mezzi di informazione online e cartacei. Le bozze precedenti davano all’autorità di regolamentazione il potere di multare i media, revocare le loro licenze, bloccare temporaneamente i siti online senza un ordine del tribunale e di richiedere che le piattaforme dei social media e i giganti tecnologici come Google rimuovano contenuti contrari alla legge”.

Si tratta di un ulteriore giro di vite, dopo quello che ha visto il governo di Kiev mettere fuorilegge tutti i partiti e le forze di opposizione. Tale sviluppo si spiega con le ristrettezze imposte dalla guerra, ovviamente, ma sembra andare oltre le ragionevoli necessità, stando anche a quanto riferisce il Nyt.

La “censura” esiste se esiste una opposizione

Alcune considerazioni a margine. Anzitutto tale misura indica che, nonostante le restrizioni già esistenti e la soppressione delle opposizioni, nel Paese c’era un’insofferenza nei confronti del governo, che iniziava a emergere in siti, Tv e giornali, altrimenti non si spiega l’esigenza di un più severo controllo.

L’altra considerazione riguarda i resoconti dei media mainstream, che da tempo riferiscono che il popolo si è stretto attorno al suo presidente e sostiene la sua decisione di resistere alla Russia fino allo stremo, rigettando negoziati e compromessi.

Evidentemente non hanno mai letto le notizie e le fonti di informazione che preoccupano così tanto il governo da decidere per un ulteriore giro di vite e che certo riflettono l’opinione di parte – quanto grande non lo sappiamo, né forse mai lo sapremo – della popolazione (che, ricordiamo, aveva votato per Zelensky perché facesse la pace con la Russia).

Né evidentemente hanno mai parlato veramente con la gente del posto, se non con interlocutori selezionati (prima o dopo), altrimenti tale sostegno a Zelensky non apparirebbe così unanime come riferiscono usualmente nei loro resoconti. Insomma, la decisione di Kiev evidenzia che tali rapporti sono mera propaganda.

La democrazia ucraina e l’autoritarismo russo

In terzo luogo, la decisione di sopprimere – o controllare che dir si voglia – ogni forma di libertà, politica e di informazione, non sembra rispecchiare né lo slogan tanto in voga per la guerra ucraina, che vede una lotta tra una democrazia, quella di Kiev, contro l’autoritarismo, quello russo; né lo slogan che vede in Kiev un baluardo che, per conto dell’Occidente, sta difendendo le regole fondate sul diritto che hanno retto il mondo nel post Seconda guerra mondiale.

Inoltre c’è una discrasia di fondo. Quando il nemico è percepito come oppressore, e come tale è dipinta la Russia, in genere le forze politiche di un Paese tendono a fare fronte comune, come accadde in Italia contro il nazi-fascismo. Nel caso ucraino tale convergenza non si è data, anzi si assiste a un preoccupante unipolarismo, sempre più stringente. L’assenza di tale fronte comune può non ledere l’immagine di una Russia come stato autoritario, ma certo non aiuta a percepire il governo ucraino come una democrazia.

Il fatto che l’Occidente stia sostenendo in modo tanto incondizionato un governo così autoritario non può non preoccupare. L’urgenza di contrastare la Russia non può passare sopra tutto, altrimenti si cade nella trappola di Pinochet, che fu sostenuto in maniera incondizionata solo perché la sua alternativa erano i “rossi”.

Una bizzarria ulteriore viene registrata nel sottotitolo del New York Times: “I parlamentari che hanno approvato il disegno di legge hanno affermato che aiuterebbe a soddisfare i requisiti per l’adesione all’Unione europea”. Davvero per entrare nella Ue occorre limitare la libertà di stampa in questo modo? Sarebbe interessante cosa ne pensa un altro Parlamento, quello cosiddetto europeo…

Armi e soldi a pioggia…

Infine, cosa non meno importante, va considerato che l’Ucraina in questi mesi è letteralmente inondata di armi e di soldi provenienti dal blocco occidentale. Tali flussi avevano già scarsi controllo in loco, ora non ne hanno alcuno. Ciò non può che alimentare il traffico di armi internazionale, preoccupazione peraltro già presente in passato (vedi Responsible Statecraft), e la corruzione, di cui l’Ucraina è preda da tempo.

L’ultima considerazione è registrata anche da un recente rapporto del CSIS (Center for Strategic & International Studies), peraltro molto ben disposto nei confronti dell’Ucraina, sul quale si legge: “Ricercatori esperti in anti-corruzione hanno anche scoperto che la guerra tende ad esacerbare i rischi di corruzione. Gli sforzi per promuovere l’integrità e individuare le responsabilità dei funzionari disonesti spesso non hanno priorità rispetto alle ragioni della salvaguardia della sicurezza nazionale. L’urgenza e la segretezza degli appalti nel settore della difesa e l’afflusso di assistenza straniera, tra gli altri fattori, creano nuove opportunità di corruzione in un momento in cui lo stato e la società civile hanno una capacità ridotta di monitorare e indagare sui comportamenti illeciti”.

È classica scoperta dell’acqua calda, ma in un momento come questo, nel quale la realtà è distorta al parossismo tanto che i media vendono per vere anche le fole più astruse, anche tali considerazioni suonano come rivoluzionarie.

 

FONTE

piccolenote.ilgiornale.it

 

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