RACCONTO DI NATALE / IL ‘GRANDE VECCHIO’

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Neve sugli alti pendii del vulcano: i Tg investono gli schermi con l’immagine imbiancata del Vesuvio, come fosse un inedito del ‘Grande Vecchio’ e non un ‘caso’, che si rinnova ad ogni inverno, nei pressi del Natale, del Capodanno.

Il Vesuvio, la prima volta sulla montagna di fuoco, in un giorno dicembre vicino al ‘noel’, invaso di nuvole leggere, traccianti percorsi insoliti in vetta. Sbuffanti, brontolanti, venivano su dai visceri del vulcano e ne uscivano ustionate, per tracce rosa ai margini e rosse nel corpo. Stretto il sentiero, insidioso, esposto a sferzate di tramontana e lungo i fianchi neri di lava mettevano paura il vento, a ogni passo di una marcia volenterosa quanto incosciente e il vuoto profondo, a un niente da passi impervi, poco sicuri da scalare. Ebbe la meglio una paurosa attrazione per le ferite profonde della montagna, incise dalle incandescenze del magma infuocato, da volarci dentro.

Un viaggio senza qualità, quasi obbligato dl dovere: come il rito ineludibile della visita agli scavi di Pompei e di Ercolano, alle magie di Vivara, Procida, Ischia, Capri, alla Cappella Sansevero, al Museo di Capodimonte.

Vesuvio così come il Louvre consumato in una sola metà di una giornata che stordisce di sommarietà ed espone al ludibrio l’incompetenza frettolosi viaggiatori del nostro tempo. Tomi voluminosi raccontano chiese e palazzi, chiostri, spezzoni di archeologia urbana, musei, dimore reali. Non il Vesuvio, nel tempo andato indagato, descritto da naturalisti e letterati, pittori e cronisti, appassionati della montagna eruttiva, della grandiosità di un vulcano che ha posizionamento felice nell’arco di un golfo stupefacente.

Vesuvio è altro, non cattedrale nel deserto, è monumentale solennità, è pietra da toccare e fiori odorosi, piante sacre, orto sapido. È l’anima innocente di abitatori alati e grufolanti, di grilli, cicale e ragni, innocue serpi, affascinanti insetti che volano, strisciano, saltano tra lava e tralci di vite, sottobosco profumato e rigogliosa macchia mediterranea.

Vesuvio è lacrime di Cristo, che carezzano la gola, sgorgate da grappoli saturi di sole, da terra generosa. È ali di rapaci liberi di cacciare negli anfratti segreti, è teneri uccelletti innamorati di sentieri invisibili dai vertiginosi tornanti, effluvio di antica, intima energia. Ai suoi piedi, dove i campi restituiscono la fertilità donata dalle esplosioni eruttive, nascono nenie e tammurriate, danze tribali profane e invocazioni religiose propiziatrici, musici istintivi e adoratori del cratere, impauriti superstiti di un massacro ambientale che Vesuvio osserva con severo sussiego e calma inquieta.

 

 

Se ne può scrivere così:

D’intorno al vulcano il respiro è lento, periodico, greve,

adulto da sempre nella terra bruciata e continuamente rinata.

L’umore rinnovato ricambia con frutti superbi, sapori lievi-forti,

odori paradisiaci, asprezze diaboliche.

Aggredendo vulcano, salgono evidenti canti antichi e moderne melodie, dolcissime rime azzardate,

la verità di schiene e braccia piegate dalla fatica contadina,

il quieto scorrere della vita, appagata da raccolti copiosi,

 mietiture generose e vini fragranti.

È invasivo il Vesuvio, paura e severità protettiva.

Imponente il profilo, mutevole per scuotimenti periodici,

ardua la conquista della sommità

spesso decapitata dalla falce vendicativa del Male.

Severi si propongono i neri totali della lava, le sculture spontanee.

È inesauribile l’iconografia

 e nel tempo del riposo del vulcano

racconta le due vette, il Maschio poderoso, la femmina prosperosa, corteggiata, vergine e prostituta.

Energia riproduttiva Egli, Ella utero fertilissimo, simbolo di maestosa ambivalenza.

Latte, sgorga avaro in principio, poi sfrontatamente copioso per eccitazione dell’anima cremosa trascina su lievi rigurgiti e aliti puerili.

Chi ne coglie le suggestioni è dal Monte impressionato

e lo canta in sordina, o a gran voce,

ricambiato dall’ironia di una chioma effimera,

e vapori di smog emessi dalla bocca di un corpo languidissimo.

Nuvole, scherzi del Vesuvio.

Clone dis-indentificato per pudore, energia incupita, laida,

utero più volte gravido di semi,

intima, isterica estraneità red carminio, cerulea,

intensamente pregna d’inchiostri,

a segnare quel che fu del magma con muschi fluorescenti.

È qui il tempo ludico di accucciarsi dove il vulcano dirada tra i sentieri, in attesa della festa

di applaudire a sipario spalancato l’emozione Vesuvio. 

 

 

 

 

Queste immagini sono tratte da quadri di Luciano Scateni

 

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