STATI UNITI / ‘LIBERATORI’ IN UCRAINA, KILLER A CUBA

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Gli Stati Uniti, così pronti a difendere la libertà e i diritti di tutti gli ucraini, al tempo stesso se ne fottono della vita e dei diritti di tutti i cubani.

Incredibile ma vero.

La prova delle ‘doppia democrazia’ a stelle e strisce si è avuta, in modo che più clamoroso non si può, appena ieri, il 3 novembre, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stata chiamata per l’ennesima volta a votare in merito alla cessazione del ‘blocco’ americano su Cuba, che dura – ancor più incredibile, eppure vero – da 60 anni esatti, quando venne imposto dagli Usa nel 1962, e negli anni scorsi addirittura inasprito da Donald Trump e lasciato inalterato da Joe Biden.

E’ addirittura il trentesimo voto che si svolge davanti all’Assemblea Generaledell’ONU, su richiesta di tanti paesi che   invocano la rimozione di quel vergognoso blocca, un vero ‘genocidio’ che continua nella più perfetta ‘legalità’ occidentale.

Ebbene, al voto di ieri ha stravinto, per l’ennesima volta, la revoca del blocco, con una valanga di ‘sì’, ben 185, praticamente tutti i paesi del mondo tranne due. Stati Uniti e Israele (è proprio vero, Dio li fa e poi li accoppia) infatti hanno votato ‘no. E quel no a stelle strisce pesa, eccome: perché è in grado di bloccare la decisione presa da tutti in mondo plebiscitario.

Una vergogna senza confini.

Dimenticavamo: si sono registrate anche due astensioni. Hanno preferito non prendere posizione, infatti, Brasile e Ucraina. Evidente il motivo che ha spinto Kiev: per genuflettersi davanti all’amico yankee che deve continuare a sganciare armi sempre più sofisticate e in modo sempre più massiccio, nonostante qualche lamentela di ‘Sleepy Joe’ Biden.

Qualche dettaglio in più sulla scandalosa votazione.

Si è trattato di votare il progetto di risoluzione titolato ‘Sulla necessità di porre fine all’embargo commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba’. Il primo voto risale al 1992: poi, come in un macabro rituale, si ripete ogni anno, e sempre con lo stesso esito. Non sarebbe stato il caso, stavolta, visto quanto sta succedendo in Ucraina, di dare un segnale di distensione? Rammentiamo la vicenda dei famosi missili a Cuba del 1962: John Fitzgerald Kennedy e Nikita Kruscev, in tre settimane di febbrili trattative, raggiunsero un accordo: via i missili sovietici, evitato in extremis il conflitto nucleare. Ma iniziò il blocco. E ora che la NATO punta i missili su Mosca proprio dai paesi che fino al 1991 facevano parte dell’allora impero sovietico, come dovrebbe comportarsi Vladimir Putin?

 

Ma torniamo all’ennesimo famigerato voto di ieri.

Vibrate e immediate le proteste del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodriguez: “La comunità internazionale conferma, ancora una volta e in modo eloquente, la richiesta quasi unanime di porre fine al blocco e all’isolamento di cui soffrono gli Stati Uniti a causa di una politica crudele che viola il diritto internazionale”.

Bruno Rodriguez. Sopra, una manifestazione anti-USA a Cuba

Rincara la dose il presidente cubano Miguel Diaz Canel: “Ho ascoltato il ministro Rodriguez, ha parlato forte e chiaro davanti al mondo. La nostra verità può sembrare dura, ma il blocco è immensamente più duro. E’ brutale”.

Già alcune settimane fa il presidente cubano aveva contestato agli Usa il mantenimento di una misura che ha definito “genocida”, “illegale” e “criminale” perché viola i fondamentali diritti dell’intero Paese. “Cosa aspettano – si è chiesto e ha chiesto – gli Stati Uniti a rimuovere il blocco?”.

Da tener presente che il giorno prima, cioè il 2 novembre, sempre all’Assemblea Generale dell’Onu hanno preso la parola o hanno inviato messaggi – tutti favorevoli alla revoca del blocco – poi    letti ufficialmente, vari diplomatici in rappresentanza di organizzazioni e associazioni internazionali, nonché di ben ex 18 presidenti di paesi latinoamericani. Tra le prime, la ‘Associazione della Nazioni del Sud-Est Asiatico’ (ASEAN), la ‘Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi’ (CELAC), il ‘Sistema di Integrazione Centroamericano’ (SICA), la ‘Organizzazione della Cooperazione Islamica’, la ‘Comunità dei Caraibi’ (CARICOM), il ‘Gruppo dei 77+Cina’, il ‘Movimento dei Non Allineati’ (NAM).

Ecco alcune prese di posizione.

Il ‘NAM’ ha sottolineato che attualmente più di 190 nazioni sono impegnate economicamente e politicamente con Cuba, mentre gli Usa rimangono soli nel perseguire una politica di sanzioni economiche ingiustificate e illegali.

Il ‘Gruppo 77 + Cina’ ha rimarcato che l’urgenza di revocare il blocco è ancora più evidente, considerato che si tratta della trentesima occasione in cui l’Assemblea Generale dell’Onu è chiamata ad esprimersi.

La ‘CELAC’, dal canto suo, ha ribadito il suo appello rivolto agli Usa, perché accettino la richiesta dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi, e di tutte le regioni del mondo e del suo stesso popolo, volto a porre finalmente fine all’assurdo e ingiusto blocco contro Cuba.

I 18 ex presidenti latinoamericani hanno firmato e inviato una lettera-appello a Joe Biden, diffusa dalla ‘The Associated Press’, che così si esprime: “Vi chiediamo, signor Presidente, di prendere in considerazione questa drammatica situazione che stanno vivendo migliaia e migliaia di cubani e di fare tutto il necessario per rimuovere le restrizioni che riguardano i più vulnerabili”.

Secondo il più recente rapporto redatto dalle autorità cubane sui devastanti effetti del blocco e presentato all’ONU dal ministro Rodriguez, solo tra l’agosto 2021 e il febbraio 2022 il blocco ha causato a Cuba perdite nell’ordine di 3.806,5 milioni di dollari. Il dato è del 49 per cento superiore a quello registrato tra gennaio e luglio 2021 e rappresenta un record in soli sette mesi.

Sempre stando alle cifre del rapporto, ai prezzi attuali i danni accumulati in sei decenni di blocco ammontano a 150.410,8 milioni di dollari, danni che si riflettono soprattutto su delicati settori come sanità e istruzione.

Solo nei primi 14 mesi dell’amministrazione Biden, le perdite provocate dal blocco hanno raggiunto quota 6.364 milioni di dollari, l’equivalente di 454 milioni di dollari al mese e di oltre 15 milioni di dollari al giorno.

 

Ma la coscienza yankee viene ogni giorno ripulita con l’invio di tank e missili a Kiev…

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