LA STRATEGIA DI GIORGIA MELONI / L’ASSO NELLA MANICA SI CHIAMA DRAGHI

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 Una autentica sceneggiata in salsa populista, il tanto atteso ‘discorso’ del primo ‘primo ministro’ donna (non premier) dell’Italia repubblicana, a quanto pare più impegnato a cambiar nomi che la sostanza delle cose (e sono tante) che non vanno.

Avete sentito, nella sua ‘ouverture’ davanti al Paese, una sola parola a favore della Giustizia sociale?

Una sola parola in difesa dei deboli, degli ultimi, di chi ha perso e perde casa, lavoro, diritti?

Una sola parola in difesa dei pensionati ridotti alla fame per il caro-tutto, costretti a ‘vivere’ (sic) con 470 euro al mese?

Una sola parola per cercare di contrastare, finalmente, l’endemica evasione fiscale? Per recuperare i capitali fuggiti all’estero?

Per tagliare i privilegi economici della Kasta (magistrati, alti burocrati, politici, super dirigenti, militari e via sperperando vagonate di danari pubblici) in questa tragica fase sociale ed economica?

 

VUOTA RETORICA E DIFESA DEI PRIVILEGI

Niente. Solo retorica, vuoto assoluto, promesse generiche di qualche cambiamento: come il presidenzialismo, che finirebbe per rappresentare l’ovvia tomba per quei pochi diritti sopravvissuti sul campo.

E – di sostanza vera – ha ribadito un solo concetto già espresso, un paio di settimane fa, in occasione della convention promossa dalla Coldiretti: “lasciate lavorare in pace chi produce ricchezza. Non mettete bastoni fra le ruote”. Tradotto: imprenditori, fate il vostro mestiere senza fregarvene di tasse e controlli, per noi potete far tutto ciò che volete, basta che create un po’ di posti di lavoro.

Ecco il nuovo patriottismo-sovranismo che corre in soccorso al capitalismo più tradizionale, in perfetto stile Draghi!

Enrico Letta

Sorge a questo punto spontanea una considerazione: la politica, ormai, s’è ridotta al rango di ancella del Potere Finanziario, delle lobbies (industria farmaceutica, banche, assicurazioni, fondi speculativi d’investimento che ora vanno per la maggiore): e poco importa che ci sia, come Maggiordomo in veste politica, l’Enrico Letta di turno, un’ameba che ha portato allo sfascio quel poco che restava delle ‘utopie’ della sinistra d’un tempo; oppure il Matteo Renzi pronto ad ogni giravolta politica pur di servire il Padrone di turno; o ancora Giorgia Meloni che è stata votata da tanti italiani per voltar finalmente pagina, e mandare a quel paese i ‘non eletti’ dell’ultimo decennio, ultimo esemplare proprio l’emblema del Potere Finanziario, Mario Draghi.

Del quale la già obnubilata Giorgia sta cominciando ad applicare, per filo e per segno, tutta la famosa ‘Agenda’. Stiamo assistendo, secondo alcuni, ad una sorta di ‘sindrome di Stoccolma’: ossia, l’avversario che hai combattuto per anni, improvvisamente ti ‘ammalia’, non sai liberarti dal suo peso, anzi ti comincia a diventare ‘amico’, suggeritore, non ne puoi più fare a meno.

 

Sintomatico, a tal proposito, l’arruolamento come ‘Super Consulente’ di quel Roberto Cingolani, l’ex ministro della ‘Transizione Ecologica’ nell’esecutivo Draghi. O la consegna delle chiavi dell’Economia al super draghiamo Giancarlo Giorgetti.

Non c’è solo il ‘feeling’ maturato in queste settimane caratterizzate dal classico passaggio di consegne. C’è qualcosa di più, e di ben più ingombrante.

 

L’INCREDIBILE COPIONE

Sta prendendo corpo – secondo indiscrezioni che cominciano a trapelare dal Palazzo – uno scenario fino a qualche mese fa da ‘fantapolitica’.

Tre i protagonisti dell’incredibile copione, degno della più imprevedibile piece teatrale: Draghi, Meloni e nientemeno che il capo dello Stato, Sergio Mattarella.

Quest’ultimo è stato tirato per i capelli fin sul colle del Quirinale, per la totale incapacità dei partiti di trovare un nuovo candidato ‘presentabile’. Ma, a quanto pare, non vede l’ora di godersi una meritata pensione d’oro. In tale contesto, potrebbe dimettersi – una volta ben consolidato il governo – tra alcuni mesi, diciamo la prossima estate.

Porte e portoni, a questo punto, spalancati per il candidato mancato lo scorso gennaio, l’uomo della Provvidenza, appunto Super Mario Draghi, che otterrebbe, tra l’altro, una clamorosa rivincita contro quel vecchio Parlamento che gli aveva sbattuto la porta in faccia.

In questo modo la scaltra Meloni potrebbe tirare un grosso sospiro di sollievo, perché Draghi al Quirinale rappresenterebbe per lei e per il suo esecutivo il miglior lasciapassare possibile in casa UE, dove a quel punto davanti a lei verrebbero stesi tappeti rossi (o neri?) d’ogni sorta. Una garanzia, Draghi, per tutto il lungo percorso del PNRR. E una fondamentale garanzia per gli Stati Uniti, ai quali Draghi s’è sempre proclamato eterno e fedele alleato.

Sergio Mattarella

Da superare solo qualche ostacolo. I possibili mal di pancia d’una   parte di Fratelli d’Italia che negli anni e anche nei mesi scorsi vedeva nell’ex capo della BCE l’incarnazione della globalizzazione spinta e delle lobby finanziarie più voraci. E forse anche il non gradimento di Silvio Berlusconi, il quale però sta diventando sempre più marginale all’interno dello stesso partito che ha fondato.

Bazzecole facilmente superabili. Visto che Letta, eterno sponsor di Draghi premier, non potrebbe che accettare di ottimo grado.

E lo stesso non potrebbero che fare sia Carlo Calenda che Matteo Renzi, i quali hanno speso gli ultimi mesi nelle genuflessioni al Vate supremo, auspicandone un ritorno in sella.

Resta un ultimo nodo da sciogliere.

Perché dopo la prima bocciatura per l’ascesa al Quirinale di gennaio, Draghi aveva puntato le sue carte sulla poltrona di Segretario Generale della NATO, che si libera a fine anno, dopo la proroga dell’incarico al norvegese Jens Stoltemberg decisa a febbraio, appena scoppiato il conflitto in Ucraina. Un incarico che, con l’addensarsi dei venti di guerra, soprattutto dopo la fresca super mobilitazione e 150.000 soldati NATO ammassati al confine rumeno con l’Ucraina, diventa sempre più pesante, pressante, oneroso, pur se prestigioso.

Jens Stoltenberg

A questo punto Draghi riflette e valuta: meglio un ritorno come Padre della Patria (e i ‘patrioti’ gongolano), acclamato come il Dio sceso in terra, capace con un solo sguardo di sedurre il Parlamento europeo (ormai sempre più prono davanti ai diktat in arrivo quotidiano dalla Casa Bianca), piuttosto che le fatiche, anche fisiche, che il vertice NATO comporta. E poi, appunto, la rivincita su quel gregge di politicanti che non lo avevano votato per il Quirinale (pur se l’attuale non è certo meglio, anzi).

‘I have a dream’, diceva Martin Luther King pensando ad un mondo di eguaglianza tra bianchi e neri (e non solo). E’ questo il sogno nel cassetto del primo ministro Giorgia Meloni, per spaccare una buona volta quel ‘Tetto di cristallo’ che ha rammentato nel suo primo giorno da Number One.

 

Di seguito vi proponiamo la lettura di uno stimolante intervento di Giorgio Cremaschi, incentrato proprio sul processo di progressiva ‘draghizzazione’ del neo primo ministro Meloni.

 

DRAGHISTI E CLERICO FASCISTI UNITI

Tutta la grande stampa italiana è improvvisamente dolcissima con Meloni, come Putin con Berlusconi. Il pericolo fascista sembra sparito, mentre la legittimazione di NATO, USA e UE fa del governo di estrema destra un campione dell’Occidente, come quelli baltici o polacco.

Dopo un po’ di tempo di maturazione, l’establishment ha cambiato di spalla al proprio fucile.

Una volta il sistema, quando c’era da far ingoiare controriforme alle classi popolari, usava il centrosinistra. Questa linea fu cinicamente annunciata negli anni 90 da Gianni Agnelli , che una volta, incontrandosi a Torino con D’Alema, dichiarò: io sono favorevole ai governi sinistra, perché solo con la sinistra al governo si posso fare politiche che non piacciono ai lavoratori e ai sindacati.

La sinistra di governo si è autodistrutta così, accettando l’offerta di Agnelli.

Ora il sistema usa il consenso della destra con lo stesso scopo: continuare a comandare e a fare i propri affari.

Draghi, quando era ancora a capo della BCE, affermò che in politica economica era in vigore il pilota automatico. Cioè nessun governo poteva uscire dai percorsi di liberismo ed austerità, percorsi tracciati dai vincoli dei trattati europei. Vincoli che la pandemia e poi i fondi del Recovery hanno un poco e temporaneamente allentato, ma non modificato.

La guerra tra NATO e Russia ha poi imposto un altro obbligo, altrettanto rigido come quello economico: quello della fedeltà militare euroatlantica.

Così i due punti fondamentali che definiscono un governo, economia e politica estera, sono già stabiliti per Meloni; e sono gli stessi di Draghi e dei suoi predecessori.

Il governo di destra dovrà obbedire ai padroni del sistema e avrà come spazio di manovra lo stesso che avevano quelli di centrosinistra: i diritti civili e della persona. E qui però finisce la specularità tra i due schieramenti di governo di questi decenni.

Perché il centrosinistra ha sì proclamato la centralità dei diritti, ma poi ha fatto ben poco in concreto per essi. E questo perché i diritti non viaggiano per compartimenti stagni, se li togli ai lavoratori e ai pensionati, non puoi poi estenderli alla società.

La destra invece i diritti li aggredirà sul serio perché la guerra tra i poveri e dei penultimi contro gli ultimi è parte fondamentale della sua natura ideologica e pratica. Per la destra libertà di licenziamento e aggressione al diritto all’aborto stanno bene assieme, così come le scelte guerrafondaie e il regime razzista verso i migranti. Fedeltà alla NATO e leggi di polizia. Ancora una volta la Polonia insegna.

Non c’è nulla di più di destra della guerra, che è la prima vera forza costituente della politica. Se il governo Meloni riuscirà a trasferire sul piano interno le ragioni della partecipazione italiana alla guerra alla Russia, allora cercherà di realizzare con coerenza il peggio dei programmi della destra.

Draghi e Meloni non si sono scambiati affetto e complimenti solo per l’efficacia mediatica della cerimonia del campanello. No, il passaggio di consegne dal governo dei tecnici a quello dei reazionari avviene nella più pura continuità dei programmi .

Come il fascismo fu autobiografia della nazione, secondo la definizione di Piero Gobetti, così il governo Meloni rappresenta la conclusione di decenni di involuzione sociale, politica e culturale del Paese. Involuzione a cui hanno dato un contributo determinante sia i governi di centrosinistra, sia quelli tecnici.

Non c’è nessun salto dai draghisti ai clerico fascisti, ma un profondo legame, quello storico tra liberismo e fascismo ora consolidato dalla guerra.

Per questo l’opposizione a Meloni dovrà essere anche alla guerra e al draghismo. Altrimenti non sarà opposizione, ma collaborazione.

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