Meloni governa, Draghi comanda

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Giovanni Tria, in un intervento sul Sole24Ore di sabato 8 ottobre, dal titolo “L’agenda immediata del governo è difficile ma già definita”, sintetizza il quadro delle priorità che il futuro esecutivo dovrà affrontare, soprattutto quelle di natura più squisitamente economica.

L’abbiamo più volte ribadito anche prima del responso delle urne del 25 settembre: la strada tracciata dai centri decisionali fuori dal nostro Paese ne avrebbe determinato le scelte politiche interne di fondo dentro un quadro piuttosto rigido.

«In conclusione», afferma Tria, «Il governo ha di fronte un’agenda sostanzialmente già definita nei temi prioritari obbligati. Si tratta di un’agenda molto difficile da gestire, appunto per la complessità degli obiettivi interconnessi e per il contesto economico e politico non favorevole».

Detto in maniera meno elegante, il prossimo governo ha le mani legate.

Mario Draghi ha garantito agli interlocutori internazionali, da Washington a Bruxelles, che Giorgia Meloni non avrebbe cercato di divincolarsi, lasciando che la leader di Fratelli d’Italia possa cucinare un “precotto” abbastanza indigesto sia per i suoi alleati – in particolare la Lega – ma molto di più per le classe subalterne del nostro Paese.

Attendendo, probabilmente, di ascendere al Viminale, SuperMario sembra il vero dominus della politica italiana.

Le recenti stoccate del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, sulla flat tax ed il disastro delle scelte, poi riviste, del neo-governo conservatore britannico rispetto alla politica fiscale, hanno dato il colpo di grazie alle velleità di Salvini di contare qualcosa.

E sul contesto economico non favorevole è giunta questa settimana la notizia che il Fondo Monetario Internazionale si prepara a tagliare le stime di crescita nell’outlook che verrà emesso la prossima settimana.

Sarà la quarta revisione al ribasso da parte del Fondo, segno che la capacità previsionale delle alte sfere dell’economia neo-liberista non gode di ottima salute, già certificata dal fatto che sia Federale Reserve che la BCE avevano giudicato l’inflazione di natura transitoria e dovuta alla “ripresa” post-pandemica.

La direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, è stata lapidaria: «i rischi di recessione stanno aumentando: Paesi che rappresentano circa un terzo dell’economia mondiale subiranno almeno due trimestri consecutivi di contrazione tra quest’anno e il prossimo».

Un quadro impietoso che azzera le chiacchiere sulla ripresa a breve termine.

Aspettando la pubblicazione dell’Outlook ci vogliamo concentrare qui su una delle tre priorità che la direttrice indica ai governi, perché naturalmente è una ulteriore indicazione stringente per il nascente esecutivo del nostro Paese e per l’approccio che si dovrà avere.

Definisce per così dire la filosofia della governance delle contraddizioni sociali di cui si dovranno fare carico la Meloni e soci.

Si tratta di attuare politiche fiscali responsabili: «evitare misure di sostegno indiscriminate», con interventi che devono essere temporanei e concentrati sui ceti più in difficoltà, e non sulla ridistribuzione della ricchezza.

E sui tetti al prezzo dell’energia la Georgieva insiste «Sappiamo che il controllo dei prezzi per un lungo periodo di tempo non è conveniente e neppure efficace».

I mercati poi, sono lì a ricordarle che dalla strada tracciata non si può deviare, e le indicazioni di questi giorni delle agenzie di rating (prima Moody’s e poi Fitch) sono abbastanza stringenti: qualora su Nadef, Pnrr, pensioni, reddito di cittadinanza, pensasse di avere margini – anche risicati – per modificare il percorso gli “investitori”, riprenderebbero a lasciare il nostro paese, dando forma tra l’altro a fenomeni di speculazione sui vari titoli di stato con cui finanziamo il “nostro” debito pubblico.

Così Moody’s: «Probabilmente declasseremo i rating dell’Italia se dovessimo vedere un significativo indebolimento delle prospettive di crescita di medio termine del Paese, a causa della mancata attuazione delle riforme a favore della crescita, comprese quelle delineate dal Pnrr».

Così Fitch: «lo spazio fiscale per manovrare sarà molto limitato se si vuole che il rapporto debito pubblico e PIL continui a scendere», in caso contrario la reazione dei mercati sarebbe avversa.

Più chiari di così…

L’UE ha già abbondantemente ricordato che l’attivazione del TPI, il nuovo meccanismo anti-spread, è vincolato strettamente alla realizzazione degli obiettivi della versione italiana del Next Generation EU – il PNRR – e all’accoglimento delle raccomandazioni sulla politica economica già formulate il maggio scorso nella stesura della Finanziaria, già “impostata” dal pool di Draghi.

In questo senso, al di là della composizione dell’esecutivo più o meno tecnico, in un primo momento il prossimo governo sarà a tutti gli effetti un Draghi-bis, che tra l’altro ne completerà l’azione di smantellamento delle risicate garanzie promosse dal primo governo Conte: Reddito di Cittadinanza e parziale modifica della Legge Fornero, che tornerà a tutti gli effetti in vigore dal primo gennaio prossimo, oltre all’ennesima ondata di liberalizzazioni relative a ciò che rimane delle “municipalizzate”.

Sulla base delle previsioni della Nadef, consegnata alle Camere da Mario Draghi e dal ministro Daniele Franco, con il ritorno secco alla Fornero – quindi con l’esaurimento di Quota 102, Opzione donna, Ape sociale – le uscite pensionistiche salirebbero nel 2023 di ben 7,9%, come ha ricordato il presidente dell’INPS Pasquale Tridico.

Le previsioni di spesa pensionistica saranno più alte delle stime fatte in precedenza.

Il messaggio sotto-traccia che si può leggere è quello che si prospetta una riforma in peggio della Fornero, considerata la non rosea situazione economica – passeremo presto dalla stagnazione alla contrazione, altro che ripresa – e l’inflazione galoppante che le strette monetarie della BCE non possono certo fermare, ma da cui non possono tornare indietro.

Ciliegina sulla torta, che aggraverà ulteriormente il quadro, il taglio drastico disposto dall’OPEC+ della produzione di greggio che porterà il prezzo del barile a cifre molto superiori di quelle precedenti l’accordo “patrocinato” da Russia ed Arabia Saudita, che già oggi risfiora i 100 dollari al barile.

Tornando al fosco quadro geopolitico è chiaro che l’”allineamento atlantista” della Meloni non fa in alcun modo sperare in una qualche forma di iniziativa diplomatica tesa a disinnescare l’escalation bellica in Ucraina, come altrove, che permetta al quadro macro-economico di stabilizzarsi.

Per certi versi l’Italia, nel Mediterraneo, potrebbe fare la parte che la Polonia svolge nell’est europeo, facendo da testa di ponte per un euro-atlantismo ancora più aggressivo nel Mare Nostrum, fino al Sahel e al Medio-Oriente.

Cosa fare, quindi?

É chiaro che bisogna costruire un opposizione politica “extra-parlamentare” che contrasti il combinato disposto di austerità, bellicismo e torsione autoritaria, senza tentennamenti di fronte a chi ha spianato la strada alle compagini politiche che guideranno il prossimo esecutivo – Movimento 5 Stelle e Partito Democratico in testa – su parole d’ordine chiare che sappiano dialettizzarsi con il montante malessere sociale e smascherare il “gattopardismo” di chi ha governato fin qui questo paese, accettando i Diktat della NATO ed i desiderata di Bruxelles senza batter ciglio.

FONTE

contropiano.org

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