Buio pesto

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La stampa di fede melon-salvin-berluscana è in condizione di frenesia insolente, in trance agonistica, in status di odiosa aggressività, in delirium di euforia servile per i padroni, che non lesinano finanziamenti per scatenare odio contro ogni frammento di democrazia. È gara senza esclusione di colpi nell’inventare immaginare nuovi insulti, ingiurie da trivio. Il drammatico esito del voto produce il fenomeno opposto: quel che resta del timido antagonismo di sinistra al parafascismo, che si prepara a s-governare l’Italia, ha spingerla nelle grinfie del sovranismo di Orban, Le Pen e compari, sembra far tesoro del contraccolpo subito, come un devastante boomerang, per aver focalizzato la strategia elettorale nel demonizzare la borgatara della  Garbatella, fino a indurre perfino ex comunisti ad accettare che la destra faccia man bassa di palazzo Chigi e annessi (enti, Rai, leadership di grandi aziende pubbliche).  Abbandonando con collaudato opportunismo il  fuoco vivo del ‘je accuse’,  gli sconfitti assecondano il garantismo che la furba borgatara si procura vestendo di bianco, ricevendo letterine commoventi del suo pargoletto, opponendosi alla velleitaria quanto illegittima avance dell’alleato ‘carrocciaro’ per tornare al Viminale, innestando  la retromarcia sul famigerato blocco navale anti migranti, spergiurando la sua fede atlantista. Manca solo la beatificazione e per fortuna, se la salute lo assiste, a deciderla dovrebbe essere papa Francesco, di tutt’altra idea.

L’onesto mea culpa di Letta, che d’acchito ha favorito effetti assolutori delle colpe collettive del Pd, ha guadagnato il proscenio dell’attenzione generale. Il cuore del problema resta così nel buio fitto di un partito che non ha alcuna intenzione vera di storicizzare il perché ha imboccato e percorso il viale di un mesto tramonto. Lo ammettono i vertici: dall’Ulivo in poi il poco che residuava del Pci ha prodotto la frattura della sinistra con la classe operaia, con le emergenze sociali, perfino con l’antifascismo, rispolverato in dimensione estemporanea nel tentativo di frenare la corsa della destra. Ma il perché? Lo spiegherebbe con coraggiosa chiarezza l’analisi della metamorfosi post Pci, iniziata con il feeling Moro-Berlinguer, ideologi del ‘compromesso storico’. Il dopo ha del tutto snaturato la coerenza con gli ideali della sinistra, si è lasciato andare a ‘generosità’ nell’accogliere migranti della Dc, di partiti evanescenti o scomparsi, che con riconosciuta, storica abilità hanno iniettato nel sistema venoso del partito democratico dosi massicce di moderazione,  del far politica come mestiere, di logiche estranee alla sinistra con cui arrampicarsi per aderire a correnti dominanti e centri di potere, prima di accorgersi di aver affidato la leadership e non solo, a pericolose quinte colonne come Renzi, con dichiarate origini democristiane, come lo stesso Letta. Ora gli sconfitti annaspano e il massimo dello sforzo per mascherare le responsabilità del disastro è la delega a un congresso riparatore, per il momento lo sventolare rose di ‘papabili’ (l’aggettivo è decisamente appropriato) per gestire il futuro della sinistra. Che dire: non si vede un lampo di luce che contrasti il buio oltre la siepe.

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