MARCO PANTANI / LACUNE, ANOMALIE & OMISSIONI SCOPERTE DALLA COMMISSIONE D’INCHIESTA

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Le inchieste della magistratura fino ad oggi condotte sul giallo della morte di Marco Pantani hanno fatto acqua da tutte le parti e non hanno mai neanche sfiorato l’accertamento di verità e assicurato un minimo di giustizia.

E’ l’amara constatazione fatta da un membro della Commissione parlamentare antimafia che da circa due anni si occupa del caso, finalmente riaperto mesi fa, a gennaio 2022, dalla procura di Rimini, in seguito alla clamorosa verbalizzazione di un teste, il ‘pusher’ Fabio Miradossa, il quale ha dichiarato, davanti agli sbigottiti commissari antimafia, che Marco Pantani non si sarebbe mai tolto la vita, ma è stato ammazzato perché “non doveva parlare”.

Naturalmente il verbale di quella esplosiva testimonianza venne trasmesso, a gennaio, alla procura di Rimini, che ha subito riaperto il caso e interrogato i primi testimoni, tra cui la madre del nostro campione di ciclismo, morto in circostanze ancora tutte avvolte dal mistero il 14 febbraio 2004.

Giovanni Endrizzi

Ecco alcune parole pronunciate dal membro della commissione Giovanni Endrizzi, dei 5 Stelle.

“I protocolli delle analisi per rilevare l’ematocrito di Pantani sono   lacunosi”.

“Alcuni dati fondamentali sono del tutto mancanti e oggi non abbiamo più neanche la possibilità di poter conoscere quei valori ematici”.

E poi: “il dubbio che le mafie possano aver infiltrato e condizionato quel Giro d’Italia resta del tutto aperto, è una ipotesi ancora tutta da valutare”.

Speriamo possa farlo la procura di Rimini, alla quale Endrizzi ha rivolto un caloroso plauso per aver riaperto l’inchiesta. E il

commissario ha ribadito la piena disponibilità della stessa Commissione per collaborare con la procura e fornire tutti i materiali raccolti che possano risultate utili alle indagini e, finalmente, all’accertamento della verità.

La ‘Voce’ ha seguito il caso con molteplici articoli ed inchieste nel corso degli ultimi anni. Ne potete trovare a iosa cliccando il nome ‘Marco Pantani’ nella casella ‘cerca’ che vi porta all’archivio della ‘Voce’.

Ecco, in rapidissima sintesi, cosa è successo.

 

Il primo filone d’inchiesta ha riguardato la morte di Marco,  ‘suicidato’ – secondo la Voce chiaramente ‘ucciso’ – 18 anni fa al Residence ‘Le Rose’ di Rimini. Del caso si è occupata la procura di Forlì che, dopo anni di investigazioni, non ha cavato un ragno dal buco: nonostante le “oltre 100 anomalie” sottolineate negli strabordanti atti giudiziari prodotti dall’avvocato della famiglia Pantani, Antonio De Renzis.

Una scena del crimine del tutto ‘alterata’, rilievi fatti in modo   inadeguato, particolari di grosso valore non presi nella dovuta considerazione: come ad esempio le ‘palline’ di pane & coca che avrebbero dovuto far spalancare gli occhi agli inquirenti, indirizzandoli verso la pista più plausibile. Marco venne ‘riempito’, ingozzato di coca in modo forzato, simulando un’overdose autoinflitta.

Fabio Miradossa

E ancora. Le ferite sul corpo di Marco, i chiari segni di trascinamento del corpo stesso, i mobili fatti a pezzi sono chiari segni di una colluttazione con i suoi killer: ma per gli 007 non hanno avuto alcun significato.

Così come non è stata tenuta in alcuna considerazione la telefonata di molte ore prima di Marco alla reception del ‘Le Rose’, in cui invocava aiuto e chiedeva di chiamare subito i carabinieri. Ma le forze dell’ordine sono arrivate solo molte ore dopo, a cose fatte, ad ‘omicidio’ avvenuto.

Eppure, secondo la procura di Forlì non è successo niente, si è trattato di un banale suicidio. Opinione totalmente condivisa dalla Cassazione che ha archiviato definitivamente il caso.

 

Percorso praticamente identico per il secondo filone d’inchiesta, quello che ha riguardato il famigerato Giro d’Italia 1999, quando Marco venne fermato dopo che dall’esame del suo campione di sangue era saltato fuori un ematocrito un po’ superiore rispetto ai livelli consentiti.

Ora i commissari antimafia scrivono di ‘anomalie’, ‘dati mancanti’ ‘risultati lacunosi’ e dell’odierna impossibilità, ormai, di far chiarezza sui quei valori.

Eppure, all’epoca della prima inchiesta riminese non vennero tenute in alcun conto delle testimonianze fondamentali: sia sul modo in cui si svolsero quegli esami, sia sull’intervento della camorra (oggi la Commissione parla di ‘mafie’) per condizionare quel Giro del ’99.

Partiamo dagli esami.

I medici dell’equipe vennero ‘convinti’ da ‘uomini di rispetto’ che quei valori dovevano essere modificati, taroccati: per il semplice motivo che il campione e gran favorito per la vittoria finale, Pantani, non doveva tagliare il traguardo finale a Milano.

Proprio per questo il capo del team medico, l’olandese Vim Jeremiasse, si lasciò sfuggire le parole: “Dio mio cosa abbiamo combinato!”. Purtroppo Jeremiasse non può più testimoniare su quanto successe perché pochi mesi dopo perse la vita – lui, provetto pilota d’auto – in uno strano incidente stradale in Austria, finendo dritto in un lago ghiacciato.

Per quanto concerne l’intervento della camorra, il primo tassello-base arriva nientemeno che da Renato Vallanzasca, il ‘bel Renè, il quale nel carcere milanese di ‘Opera’ ricevè la confidenza di un pentito di camorra lì ristretto. E dopo qualche settimana dopo, per la precisione l’8 novembre 2007, scrisse una accorata lettera alla madre di Pantani, Tonina, per informarla di quanto gli era stato raccontato.

La signora Tonina, a questo punto, informa del fatto gli inquirenti che cominciano ad indagare. E subito ne scoprono delle belle. Svariati pentiti di camorra, infatti, avevano parlato – e anche verbalizzato – proprio sulla combine per quel Giro ’99: i clan, infatti, avevano scommesso ‘pesante’ sulla sconfitta di Marco, che, appunto, non avrebbe mai raggiunto il traguardo finale di Milano.

Ma che succede? La Procura di Rimini, che all’epoca non capiva un tubo di camorra e intimidazioni mafiose, ritenne il tutto insufficiente per arrivare a formalizzare accuse precise e istruire un processo. Il fascicolo, quindi, venne archiviato!

E ci vuole solo la cocciutaggine e l’impegno dell’avvocato De Renzis per chiedere la riapertura del caso a Napoli: visto, di tutta evidenza, che si tratta della procura più competente per trattare su fatti di camorra e, oltretutto, che diversi pentiti sono già stati sentiti, per altre vicende, dalla stessa Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.

Il fascicolo, così, finisce nelle mani di uno dei pm della DDA partenopea, Antonella Serio. La quale, però, non si sbraccia più di tanto. La ‘pratica’ resta a prendere polvere nei cassetti e, alla fine, viene chieste e ottenuta l’ennesima archiviazione.

Fine della storia.

Tenuta unicamente in vita dai servizi giornalistici delle immancabili ‘Iene’ e dalle inchieste della ‘Voce’, che non si contano nell’arco degli anni.

Poi, a gennaio di quest’anno, il miracoloso colpo di scena, con la verbalizzazione di Fabio Miradossa, il pusher che riforniva di coca il ‘Pirata’ che per il suo uso personale, vista la profonda crisi depressiva in cui era piombato dopo la clamorosa espulsione dal Giro.

Ed è così che a Rimini va in scena la seconda inchiesta.

Avrà miglior esito della prima?

Sarebbe, nel frattempo, interessante sapere cosa è successo in questi primi 9 mesi. Il tempo necessario per veder nascere una creatura: possibile, allora, che dall’invio a Rimini del ‘verbale Miradossa’ ancora non si sia mossa una foglia?

Errare è umano. Perseverare è diabolico.

 

 

 

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