PONTE MORANDI / NIENTE RESPONSABILITA’ CIVILE PER ‘AUTOSTRADE’ E ‘SPEA’

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Autostrade per l’Italia (ASPI) e SPEA (la società incaricata dei controlli e dei collaudi), non saranno mai colpite da responsabilità civile per la tragedia del ponte Morandi.

Incredibile ma vero.

Succede al tribunale di Genova, che ha deciso in tal senso, dopo il parere favorevole espresso dalla Procura.

In caso di condanne al termine del processo, che si annuncia lunghissimo, praticamente ‘eterno’, a pagare saranno chiamati i singoli imputati, fra dirigenti e tecnici delle due aziende oppure del ministero delle Infrastrutture e del Provveditorato alle Opere Pubbliche della Liguria.

Le due società, ASPI e SPEA, hanno infatti patteggiato, liquidando un risarcimento forfettario ai parenti delle vittime da 30 milioni di euro: soprattutto per evitare le ‘sanzioni interdittive’ che avrebbero rischiato affrontando il processo.

I risarcimenti sono stati accettati da tutte le famiglie, tranne due (Battiloro e Passetti) che hanno invece rifiutato ogni accordo conservando il diritto a costituirsi parte civile.

Il processo vedrà alla sbarra 59 imputati, tutti accusati di essere ben a conoscenza delle precarie condizioni strutturali in cui si trovava il ponte Morandi e, nonostante ciò, di non aver preso alcun provvedimento.

Si tratterà di un processo lunghissimo, visto che ci sono oltre 300 parti civili e la lista dei testi è smisurata: ne sono previsti addirittura 1.228, avete letto bene, oltre mille e duecento testimoni. “Il processo non avrà mai fine e ovviamente finirà in prescrizione”, ammette il pm, Massimo Terrile.

Sottolinea con dolore Egle Possetti, la portavoce del Comitato nato in ricordo delle vittime: “Siamo amareggiati non tanto per i risarcimenti, ma per l’immagine: sembra che in Italia ci sia un accanimento solo contro le vittime, tra riti abbreviati, patteggiamenti e prescrizioni. La cosa grave è che la norma ti permette di sfuggire, di lasciare il processo”.

 

Intanto alla procura di Roma prende corpo una nuova inchiesta, sempre a carico di Autostrade per l’Italia.

Tutto nasce da un esposto (non si sa se anonimo o meno, ma sicuramente si tratta di qualcuno che conosce perfettamente i meccanismi societari interni) sul quale da alcuni mesi sta lavorando il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza capitolina.

Di che si tratta? In soldoni, per anni Autostrade per l’Italia non avrebbe utilizzato i soldi incassati dai pedaggi (e anche dai pedaggi aumentati) per investire nella manutenzione delle sue infrastrutture e per investire nelle opere già programmate.

L’esposto è stato presentato a Genova, ma la Cassazione ne ha deciso il trasferimento alla procura di Roma, per competenza territoriale.

Il ‘nodo’ – a quanto pare – starebbe tra le pieghe dei bilanci societari di Autostrade. In particolare viene tirato in ballo, nell’esposto, la IV convenzione aggiuntiva ANAS-Autostrade del 23 dicembre 2002, il cui iter amministrativo si è concluso con un decreto del 2003, convertito in legge l’anno successivo.

Oltre all’aumento dei pedaggi, quella norma prevedeva degli stanziamenti per le opere future che sarebbero stati del tutto o in parte disattesi: per stornare quelle cifre in altre direzioni, come ad esempio il pagamento di debiti, come quello da 8 miliardi di euro per liquidare molti soci ASPI. Meccanismi non poco complessi, che dovevano condurre ai nuovi assetti societari e sui quali, appunto, stanno lavorando da mesi le Fiamme gialle romane.

Tra le opere previste figurano, per fare alcuni esempi, nove svincoli, la terza corsia del ‘Grande Raccordo Anulare’ di Roma, la quarta corsia della Milano-Bergamo, la ‘Gronda di Ponente’.

 

 

 

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