Adela, new Mata Hari

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Non lo è, ma se la sfida tra servizi segreti occidentali e di Putin, si potesse di equiparare a un incontro di tennis, vittoria dei russi con il secco punteggio di sei a zero. Una 007 del Kgb, la finta Maria Adela Kuhfeld Rivera, che si è spacciata per peruviana di padre tedesco, in realtà Olga Kolobova, novella, abile Mata Hari, poliglotta, sotto mentite spoglie, ha carpito informazioni strategiche, della Nato e le ha girate al Cremlino.   Le trappole dell’infiltrata: a Napoli diventa segretaria dl Lyons club, fondato da ufficiali Nato. Per la festa di compleanno (data inventata) li invita, partecipa a numerosi loro eventi, anche a una sontuosa cena nel quartiere generale della Nato. Per ottenere informazioni da girare a Mosca, Maria Adela è generosamente disposta a flirt con chi si può confidare con lei. Frequenta tra gli altri anche il colonnello Bryant ispettore generale delle forze navali Usa in Europa e Africa. Scoperta, non dai nostri 007, ma dall’inchiesta di Repubblica, Bellingcat, Der Spiegel e The Insider, la spia vola a Mosca con biglietto di sola andata. L’operazione di spionaggio, ben congegnata è durata una decina di anni. La spia russa era in frequenti rapporti, non a caso, anche con il Data Systems Administrator del Quartiere General Atlantico, responsabile dei sistemi informatici sensibili. L’inchiesta non ha ancora accertato quante e quali informazioni top secret abbia trasmesso a Mosca, ma è certo che la sua storia è un atto d’accusa alla vigilanza dell’intelligence occidentale, che denuncia la presenza in Italia di 80 agenti segreti russi tra i 240 diplomatici accreditati, ma non ha mai sospettato della Kobolova. Un  bel trio: Kostyukov, che acquistò i biglietti per il volo di Salvini in Russia (poi revocato, perché diventato di pubblico dominio), Daria Pushkova, del canale televisivo russo divulgatore di fake news e Sergei Razov, ambasciatore in Italia, con il suo entourage di agenti segreti sotto copertura.

Merlo (Repubblica), nella sua rubrica quotidiana, risponde alla domanda “Chi ha diffuso il video della donna ucraina violentata in strada?” “Giorgia Meloni non lo ha pubblicato per difendere la vittima, ma perché lo stupratore è un uomo di colore…È vero, lo stupratore è nero, ma non è vero che ha stuprato perché è nero. In tutti i codici si puniscono i criminali, il responsabile è il singolo. Il razzismo di Meloni, una sottocultura ossessiva, identifica invece il colpevole con la sua razza. A nessuno viene in mente di accusare tutti i maschi bianchi per una singola violenza. Non c’è un altro nome, è razzismo”.

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