Un mondo di contraddizioni sul cibo

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Se un ignaro extraterrestre dovesse esplorare la Terra, si troverebbe di fronte un’umanità che si crogiola nelle contraddizioni: per esempio, dalla passione per le guerre all’incapacità di frenare i distruttivi cambiamenti climatici che provoca. Però potrebbe essere particolarmente colpito da una situazione ancora più surreale. Quale? La mancanza di cibo per un essere umano su tre e il fallimento del progetto di far calare questo fenomeno (semmai incentivato prima dalla pandemia, poi dalla guerra russo-ucraina). Contemporaneamente, scoprirebbe che il 25% degli esseri umani è sovrappeso od obeso e che ogni anno perdiamo o sprechiamo un terzo di tutti gli alimenti prodotti nel mondo.

Per spiegare allo stupito alieno come stanno le cose, potremmo cominciare fornendogli dati recenti. Quelli contenuti nel Rapporto sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione pubblicato il 6 luglio scorso da cinque agenzie dell’ONU: Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (IFAD), Fondo per l’infanzia (UNICEF), Programma alimentare mondiale (WFP) e Organizzazione mondiale della sanità(OMS). Il rapporto mostra una situazione in continuo peggioramento. Nel 2021 circa 2,3 miliardi di persone nel mondo (il 29,3% di circa 7,9 miliardi totali) hanno vissuto in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave: 350 milioni in più rispetto al 2019, prima della pandemia. Di queste persone, 1,38 miliardi (17,6%) sono state costrette a ridurre la qualità e/o la quantità quotidiana di cibo per mancanza di denaro o di altre risorse. Inoltre, 924 milioni (11,7%) sono rimaste senza poter mangiare per un giorno o di più (+207 milioni rispetto al 2019). Mentre un numero stimato tra 702 e 828 milioni (tra l’8,9% e il 10,5% della popolazione mondiale) è stato colpito da denutrizione cronica, cioè dalla mancanza quasi totale e quotidiana di cibo (+46 milioni rispetto al 2020 e +150 milioni dal 2019).  Considerando anche coloro il cui reddito è stato così basso, rispetto all’elevato costo del cibo di qualità accettabile, da non potersi permettere una dieta sana, nel 2020 si arriva a 3,1 miliardi di uomini, donne e bambini (+112 milioni rispetto all’anno prima) con problemi legati a un’alimentazioneinadeguata: quasi la metà dell’umanità.

 

Tra l’altro, due categorie ‒ bambini e donne ‒ sono le più colpite. «Il divario di genere nell’insicurezza alimentare ha continuato a crescere nel 2021: il 31,9 per cento delle donne nel mondo ha sofferto di insicurezza alimentare moderata o grave, rispetto al 27,6 per cento degli uomini; un divario di oltre 4 punti percentuali, rispetto ai 3 punti percentuali nel 2020», si legge nell’indagine dell’ONU. Poi «si stima che circa 45 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni abbiano sofferto di deperimento: la forma più mortale di malnutrizione, che aumenta il rischio di morte fino a 12 volte. Inoltre, 149 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni hanno avuto deficit di sviluppo a causa di una mancanza cronica di nutrienti essenziali nella loro dieta… Desta grande preoccupazione il fatto che due bambini su tre non abbiano un regime alimentare diversificato, necessario per crescere e sviluppare il proprio pieno potenziale».

 

Lo scorso anno l’Oxfam, organizzazione umanitaria internazionale con 80 anni di storia alle spalle, ha calcolato che ogni minuto nel mondo muoiono d’inedia 11 esseri umani, quasi 16.000 al giorno. Purtroppo non si riesce a frenare questa tendenza, nonostante ricorrenti impegni presi dai 193 Paesi membri dell’ONU. Le proiezioni contenute nel rapporto delle Nazioni Unite indicano che nel 2030 quasi 670 milioni di persone (l’8% della popolazione mondiale) dovranno ancora affrontare la carenza di cibo. È un numero simile a quello del 2015, quando, nell’ambito dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile, l’ONU fissò l’obiettivo di porre fine alla fame, all’insicurezza alimentare e alla malnutrizione proprio entro il 2030. Insomma, tra 8 anni non sarà cambiato nulla.

 

Le previsioni sono negative sebbene prendano in considerazione, “ottimisticamente”, una ripresa economica globale, dato che sono state elaborate prima che il conflitto scatenato da Mosca in Ucraina svelasse i contraccolpi a livello globale. Una nota lo sottolinea: «Nel periodo di pubblicazione di questo rapporto, la guerra in corso in Ucraina, che coinvolge due dei maggiori produttori mondiali di cereali, di olio di semi e di fertilizzanti, sta sconvolgendo le catene di approvvigionamento internazionali e facendo aumentare i prezzi di grano, fertilizzanti, energia, nonché degli alimenti terapeutici pronti all’uso per bambini che soffrono di malnutrizione grave. Ciò accade mentre le catene di approvvigionamento sono già colpite negativamente da eventi climatici estremi sempre più frequenti, specialmente nei Paesi a basso reddito, e ha implicazioni potenzialmente preoccupanti per la sicurezza alimentare e la nutrizione globali». Non a caso nella prefazione del report si sottolinea che «conflitti, shock climatici estremi e economici, combinati con crescenti disuguaglianze», sono i «principali fattori di insicurezza alimentare e malnutrizione».

 

Quindi «la questione in gioco non è se le avversità continueranno a verificarsi o meno, ma come intraprendere azioni più audaci per costruire la resilienza contro gli shock futuri», per esempio riqualificando le politiche agricole a livello globale. I rischi sono molto alti per tutti; anche per i Paesi ricchi, in cui la fame è un problema molto marginale. Il direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale, David Beasley, ha riassunto: «C’è il pericolo reale che i numeri salgano ancora di più nei prossimi mesi. I picchi globali dei prezzi di cibo, carburante e fertilizzanti minacciano di far precipitare nella carestia diversi Paesi. Il risultato sarà destabilizzazione globale, fame e migrazioni di massa a livelli senza precedenti. Dobbiamo agire oggi, per evitare questa catastrofe all’orizzonte». Un problema enorme. Rispetto al quale altri fenomeni apparentemente in contraddizione, come il boom di obesi e lo spreco di cibo, sono l’altra faccia della stessa medaglia: l’incapacità di governare non solo la produzione alimentare nel mondo ma anche la sua qualità, non di rado scarsissima (il cibo più economico spesso è molto calorico ma privo delle sostanze nutrienti necessarie).

 

Per esempio, in un articolo pubblicato nel 2021 sul sito dell’OMS, si legge che l’obesità a livello mondiale è quasi triplicata dal 1975: nel 2016 oltre 1,9 miliardi di adulti dai 18 anni in su erano in sovrappeso (il 39% del totale); di questi oltre 650 milioni erano obesi (13%). Per quel che riguarda bimbi e adolescenti, nel 2020 ne risultavano sovrappeso od obesi 39 milioni tra quelli sotto i 5 anni e 340 milioni tra i 5 e i 18. Il sovrappeso e l’obesità, un tempo considerati un problema dei Paesi ad alto reddito, sono in aumento in quelli a basso e medio reddito, in particolare nelle città. In Africa il numero di bambini sotto i 5 anni in sovrappeso od obesi è aumentato del 24% dal 2000. Quasi la metà dei bimbi con questo problema nel 2019 viveva in Asia. L’OMS scrive che al peso eccessivo «sono legati più decessi in tutto il mondo rispetto al sottopeso», perché «è un importante fattore di rischio per malattie non trasmissibili», come quelle cardiovascolari (tra le prime cause di morte), il diabete, i disturbi muscoloscheletrici e alcuni tipi di cancro. Inoltre, «non è raro trovare denutrizione e obesità che coesistono all’interno dello stesso Paese, della stessa comunità e della stessa famiglia», a causa della scarsissima qualità nutrizionale dei cibi accessibili.

 

A loro volta, gli sprechi alimentari sono enormi. La FAO segnala che finisce nella spazzatura un terzo del cibo prodotto nel mondo, ogni anno. Il suo spreco corrisponde anche alla perdita di un terzo dell’energia e di un terzo dell’acqua usate per  produrlo (basti pensare che, solo per gli animali allevati, ne servono, in 12 mesi, 2.000 miliardi di metri cubi). Ha elaborato, in questo campo, il Food Loss Index: è dedicato allo sperpero delle 10 principali materie prime alimentari, dalla produzione alla vendita all’ingrosso; si arriva, in questa fase, al 13,8%. Mentre il Food Waste Index Report dell’United Nations Environment Programme (UNEP) è dedicato agli sprechi nella parte terminale: gli scarti prodotti nelle case, nella ristorazione e nella vendita al dettaglio. Si arriva a 931 milioni di tonnellate l’anno nel 2019, di cui il 61% proviene dai consumi domestici, il 26% dai ristoranti, il 13% dai negozi. In Italia, secondo l’UNEP, siamo sotto la media globale per quel che riguarda gli sprechi in famiglia, con “appena” 67 kg l’anno pro capite (4 milioni di tonnellate totali), ma non è consolante.

 

È chiaro che diminuendo il numero di obesi nel mondo non si salva automaticamente la vita a milioni di persone che muoiono di fame. Né ha un’utilità pratica il monito con cui spesso gli adulti sgridano i bimbi inappetenti nei Paesi benestanti (“Mangia! Pensa ai bambini che in Africa non hanno niente!”). Tuttavia, quei fenomeni contrastanti ‒ l’inedia cui sono condannati centinaia di milioni di persone mentre altre mangiano troppo cibo e/o lo buttano via ‒ sono una metafora delle contraddizioni della società globale. Il rimedio teoricamente consiste in una radicale trasformazione del nostro modo di produrre e di consumare generi alimentari. Però i governi dei Paesi più ricchi non sono ‒ a quanto pare ‒ in grado di farlo e di mantenere gli impegni, così come le multinazionali del cibo non hanno interesse a cambiare i loro business. Quindi il visitatore extraterrestre probabilmente tornerebbe sconsolato sul suo pianeta per raccontare le nostre contraddizioni. Anche se forse gli alieni siamo noi stessi, troppo spesso incapaci di renderci conto della situazione.

 

 

FONTE

https://www.treccani.it/magazine/atlante/societa/Un_mondo_contraddizioni_cibo.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

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