Landini in ginocchio da Draghi: il triste declino del sindacato italiano

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DI Savino Balzano

 

Ho atteso ventiquattro ore prima di scriverci qualcosa, ma certe volte davvero è impossibile contenersi e mandarla giù. Ieri la Segreteria Confederale della CGIL ha partorito un comunicato stampa semplicemente delirante in merito alla (presunta) crisi di governo: «ribadiamo con forza che la crisi sociale deve essere la priorità che tutti devono avere presente» – premessa che francamente uno si aspetterebbe sostenga chi vuol disarcionare Draghi e invece chiosano con «non è il momento di indebolire il Paese e bloccare le riforme».

 

 

Lo dico subito: affermare che i sindacalisti siano tutti complici dei banchieri e delle multinazionali è il favore più grosso che si possa fare a questi ultimi, non sperano in altro. Personalmente conosco donne e uomini di CGIL che servono con coraggio la causa del lavoro rimettendoci parecchio del proprio. Fatta questa premessa, non posso che affermare che il comunicato di ieri sia una macchia semplicemente vergognosa (l’ennesima!) nella storia del sindacato italiano.

Peraltro, la nota apparsa ieri sulla pagina ufficiale Facebook della confederazione è stata frettolosamente rimossa: i commenti delle lavoratrici e dei lavoratori erano tanti e tali da far scappare la dirigenza con la coda tra le gambe. Non lo si può definire diversamente: un doppio salto mortale carpiato con triplo avvitamento di figura di merda.

Da concittadino di Giuseppe Di Vittorio mi domando con rammarico e amarezza se davvero sia mai stato fatto peggio di così: si, insomma, dopo la Camusso in un certo senso ho tirato un sospiro di sollievo, mi sono detto che peggio di così non potesse assolutamente andare. E invece no: assistiamo alle gesta del più grande sindacato del paese che accorre a puntellare il banchiere (il banchiere!) claudicante. Assurdo, semplicemente assurdo.

Ridicolo in termini di opportunità politica, ma ancora più ridicolo nel merito: «non è il momento di indebolire il Paese e bloccare le riforme», dicono, e allora vediamole queste riforme made by Mario Draghi.

Senza voler risalire eccessivamente lungo la storia, vale la pena ricordare (ancora una volta, viene la nausea a doverne scrivere di nuovo) che di Draghi era la firma in calce alla famosa lettera indirizzata dalla BCE all’Italia nel 2011. In quella lettera, Draghi, chiedeva: a) la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali, attraverso privatizzazioni su larga scala; b) di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende; c) una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (demolizione dell’art.18 n.d.r.); d) di intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico; e) di valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, riducendo gli stipendi.

Nello stesso periodo è stato colui il quale ha condotto i lavori della troika in Grecia, che sono costati migliaia di vite umane: quell’intervento ha ucciso, letteralmente ucciso, migliaia di persone lasciandole morire di fame.

E veniamo però ai giorni nostri perché qualcuno potrebbe dire che il passato è passato e che oggi Draghi sia la risposta migliore alle sfide del presente, anche dal punto di vista dei lavoratori e della parte più fragile del paese.

È bene dunque citare qualche intervento, realizzato o ambito, dall’attuale Presidente del consiglio per comprendere bene se possa giustificarsi o meno la deferenza di Landini. Landini che, solo qualche giorno fa (vale la pena ricordarlo) ha organizzato una sorta di talk, “ted talk” lo chiamano, nel quale ha pensato bene di confrontarsi con Letta, Rosato (Italia Viva, partito del Jobs Act), Speranza (Mr. senza green pass non lavori e crepi di fame) e Calenda. Abbiamo detto tutto.

Ebbene, nel giugno 2021, Draghi si è impegnato per rimuovere il blocco dei licenziamenti tanto richiesto da Bonomi di Confindustria. In quella circostanza fu sottoscritto un accordo rispetto al quale Landini aveva espresso pubblicamente grande soddisfazione. Solo poche ore dopo scoppiò il caso GKN, seguito dai tanti altri episodi di macelleria sociale notificati alle donne e agli uomini del lavoro mediante sms e WhatsApp.

Ad agosto 2021 il banchiere è andato oltre – demolendo i limiti che il vecchio decreto dignità (di quando Di Maio faceva quello di sinistra) poneva al ricorso ai contratti a tempo determinato – lasciando alla contrattazione collettiva (aziendale, più debole di quella nazionale) la possibilità di prevedere diversamente dalle disposizioni di legge. Curioso, se si considerano le dichiarazioni roboanti da parte di tutte le forze politiche contro il precariato: ricordiamo che in questo momento siamo ben oltre i tre milioni di precari nel paese, superando abbondantemente i nostri massimi storici.

Lo stesso decreto dignità (sempre di Luigi Di Maio che faceva finta di avercela con Renzi) poneva forti limiti al ricorso al lavoro in somministrazione. A Natale, Draghi ha regalato alle multinazionali un’altra grande possibilità, quella di ricorrere al lavoro interinale, in talune circostanze non difficili da realizzare, senza alcuna limitazione. Si consideri che il lavoro in somministrazione è probabilmente il più precario di tutti.

Non basta, ovviamente, perché a maggio di quest’anno si è risolto quello che poteva essere il macello del secolo: Draghi provava a rimuovere la clausola sociale in materia di appalti. Passando da un appaltatore all’altro, i lavoratori (milioni di lavoratori!) rischiavano con questo tentativo del banchiere di perdere il lavoro.

Qualcuno di voi ha letto quanto stanno patendo in questo momento i lavoratori della logistica? Fino ad oggi si prevedeva questo: tu lavoravi per una cooperativa la quale presta servizio per un committente finale (tipo Bartolini, SDA, questi qui…) e, se la cooperativa non ti pagava parte del salario o dei contributi, il committente finale sarebbe subentrato a coprire (in solido si dice) quanto dovuto al lavoratore. Bene, il governo Draghi sta provando a rimuovere questo obbligo.

Senza parlare dell’attacco frontale ai tassisti (loro ricevuti dalla Bellanova, la sindacalista di Renzi e del Jobs Act, mentre l’amministratore delegato di Uber viene ricevuto direttamente da Draghi) e ai balneari. Tutto a vantaggio delle grandi multinazionali ansiose di spolparsi un paese in svendita.

A fronte di questi esempi, quali sarebbero le riforme che la CGIL (meglio, Landini e la sua Segreteria) non vuole assolutamente arrestare e, soprattutto, in che modo queste sarebbero nell’interesse dei lavoratori? Parliamo dei nove euro lordi di salario minimo legale (con l’inflazione all’8%) che si vorrebbero riconoscere ai lavoratori più poveri d’Europa? Semplicemente risibile.

Ci sarebbe da ridere, se non fossimo tanto delusi e depressi nel vedere quanto sta accadendo nel paese, quanto gli ultimi continuino a soffrire nella loro solitudine, quanto il sindacato si venda e si svenda tradendo la Costituzione. Il pesce puzza dalla testa, vero, ma adesso è il momento che la coda dica qualcosa e che qualcuno (politicamente) voli fuori dalla finestra.

 

Savino Balzano, nato a Cerignola nel 1987, ha studiato Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Perugia. Autore di “Contro lo Smart Working” (Laterza, 2021) e di “Pretendi il Lavoro! L’alienazione ai tempi degli algoritmi” (GOG, 2019). Sindacalista, si occupa di diritto del lavoro, collabora con diverse riviste.

 

FONTE

La Fionda

 

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