Il mistero Feltrinelli cinquant’anni dopo

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Intervista a Ferruccio Pinotti

Di Pierluigi Mele

 

La vita e la morte di Feltrinelli rappresentano uno dei più grandi misteri italiani irrisolti. A cinquant’anni dalla sua morte è appena uscito un libro inchiesta sulla sua figura,  scritto dal giornalista del Corriere della Sera Ferruccio Pinotti. Untold*, questo il titolo del lungo saggio di Pinotti, cerca di fare luce su tutta la vicenda. In questa intervista approfondiamo alcuni aspetti del libro.

 

 

Ferruccio, tu sei il giornalista dei casi difficili e “scabrosi’. Hai indagato sulla Massoneria, sull’Opus Dei, sul mondo della finanza, per citare solo alcune delle tue inchieste. Ora esci con un poderoso libro, più di 800 pagine, sul caso Feltrinelli. Quali sono le ragioni che ti hanno portato ad affrontare questo caso? 

La vita e la morte di Feltrinelli rappresentano uno dei più grandi misteri italiani irrisolti. Un groviglio di vicende intrecciate tra loro che toccano snodi delicati come i legami internazionali del terrorismo nostrano, i rapporti segreti tra le “estreme”, piazza Fontana, il caso Calabresi, il terrorismo palestinese, i rischi di involuzione autoritarie, il potere delle intelligence straniere sul nostro Paese. Tutto questo si intrecci attraverso la vicenda personale di Feltrinelli, uno dei personaggi più enigmatici della Storia italiana.

Incominciano dal titolo: perché questo titolo “Untold”?

“Untold”, ovvero “ciò che non è stato detto e scritto, è il titolo che meglio rappresenta questo libro perché troppe cose nei libri che si sono occupati di questo “cold case” sono state taciute: a volte per legittimi motivi personali – prendiamo il memoir Senior Service” scritto nel ’99 (e ripubblicato nel 2022) dal figlio di Feltrinelli, Carlo, che è stupendo sul piano narrativo ma che sorvola volutamente su molti aspetti delicati; per continuare con i libri di altri autori, che sono carenti in materia di ricerca stoica e documentale, di intervista alle fonti ancora disponibili che sono molte. O peggio, i libri che puntano su facili complottismi.

Tu hai lavorato per dieci anni al caso Feltrinelli. Consultando decine di migliaia di atti giudiziari, fonti di ogni tipo ( dalle spie ai terroristi), ti chiedo: la controversa (molto controversa) figura di Feltrinelli come esce fuori dalla tua inchiesta? 

Dalla mia inchiesta condotta insieme al bravo collaboratore e collega Roberto Valtolina, Feltrinelli esce come un brillante intellettuale dotato di enorme carisma culturale, capace di costruire una grande realtà editoriale ma anche determinato a divenire il “regista del terrore”, a portare a termine un grande progetto eversivo di carattere nazionale e internazionale del quale egli voleva essere il leader. Lo spessore rivoluzionario di Feltrinelli, i suoi legami internazionali, la portata delle sue azioni sono state finora ampiamente sottovalutate. E questo da un lato illumina la sua vita di una fosca luce nuova, dall’altro illumina le possibili ragioni di una sua eliminazione, in quanto la portata del suo disegno era tale da renderlo un target di servizi di intelligence e di apparati dello stato, sia italiani che stranieri.

Approfondiamo alcuni elementi della tua inchiesta. Dalle carte che hai consultato sappiamo che Feltrinelli voleva mettersi a capo della sovversione internazionale, di stampo marxista leninista, per contrastare le derive autoritarie dei primi anni ‘70. Non trovi un po’ velleitario e megalomane questo disegno? 

Feltrinelli incarna uno snodo delicato, nel quale si congiungono filamenti rivelatori e solidi che formano la prima trama del terrorismo internazionale. I rapporti internazionali di Feltrinelli, quelli sussistenti fra i suoi Gap, le Br e Potop (Potere Operaio), le coperture e le complicità politico-culturali operanti fra i gruppi suddetti e non solo, impongono di negare la tesi che vede Feltrinelli come un solitario ossessionato dal pericolo di un golpe, “solamente” preoccupato del colpo di Stato di destra: una prospettiva falsa, che confonde le idee, banalmente rassicurante e che stende una cortina oscurante sulle origini del terrorismo. Feltrinelli può essere considerato in parte velleitario ideologicamente, visto che la sua elaborazione teorica marxista-leninista era meno strutturata e meno al passo coi tempi rispetto alla visione propugnata da un Toni Negri in particolare e da Potere Operaio in generale. Se è vero che, inoltre, la sua analisi della situazione sarda fu completamente errata, visto che scambiò un personaggio come Graziano Mesina per un potenziale rivoluzionario, ci sono però alcuni punti fermi altrettanto innegabili. Primo, Feltrinelli concepisce la lotta armata nella prospettiva di una strategia globale comunista e antimperialista e per questo coinvolge la sua attività editoriale come strumento fondamentale del disegno eversivo.

Secondo, l’editore propugna apertamente il passaggio alla lotta armata ed è il primo a metterla in pratica. Si pone come “esempio”: i Gap da lui costituiti e diretti precedono la formazione delle Br.

Terzo, Feltrinelli svolge un’intensa attività di collegamento fra diverse formazioni terroristiche europee e mediterranee, italiane, ma anche tedesche, francesi, svizzere e palestinesi. Questo suo infaticabile lavoro di networking fu efficace, visto che Habash e Haddad prima e Carlos “lo Sciacallo” poi erediteranno buona parte di questa filiera.

Fu  il miliardario rivoluzionario, già latitante dopo gli attentati a Milano e Roma del dicembre 1969, a fornire alla guerrigliera tedesco-boliviana Monika Ertl la pistola per assassinare ad Amburgo, nella primavera 1971, il console Quintanilla, considerato responsabile della morte di Che Guevara.

E sappiamo, leggendo il tuo libro, anche che aveva rapporti con elementi di estrema destra. Che finalità avevano questi rapporti?

Questi rapporti, mi riferisco in particolare a quelli con l’estrema destra veneta di Ordine Nuovo, nacquero con un unico e preciso obiettivo: la distruzione dell’ordine borghese e liberale. Evidenzio subito che in un suo scritto programmatico poco conosciuto del 1968, Guerriglia politica. Tesi e proposte per un’avanguardia politica (1968), Feltrinelli incitava la sinistra rivoluzionaria a mettere da parte le riserve «che, in quanto militanti comunisti, possiamo e dobbiamo esprimere sulle forze, a volte di destra, che rappresentano l’avanguardia di queste aspirazioni [rivoluzionarie] (e sui mezzi che usano e che rischiano di colpire indiscriminatamente viaggiatori di un treno)». Lo stesso intento era allora proprio dell’ ordinovista Franco Freda, le cui idee collimavano, da questo punto di vista, con quelle di Feltrinelli, entrambi convinti della necessità di una forza rivoluzionaria in grado di attingere a «tutte le disponibilità che vi sono in questa o quella matrice». Lo stesso Freda, che siamo riusciti a intervistare, ci ha esternato la sua delusione per il fatto che questo intento comune fra estreme non si sia realizzato.

I movimenti e certe enigmatiche frequentazioni di Feltrinelli in ambienti neofascisti sono ora maggiormente spiegabili. Con Untold questi rapporti si possono quindi interpretare al di là della tematica, di cui pure nel libro rendo conto, dell’infiltrazione reciproca. Lo stesso Franco Freda in persona ci ha confermato queste indicazioni.

Sappiamo che Feltrinelli, per la sua attività, era attenzionato e infiltrato dalle maggiori agenzie di intelligence dell’est e dell’ovest: dalla CIA al KGB, dal MOSSAD alla STASI , dai servizi francesi a quelli italiani. Ha collaborato con qualcuno? Era un agente sovietico?

Innanzitutto ci sono tre fattori che formano una premessa, con la quale il lettore di Untold è in grado di comprendere e accomunare le “attenzioni” delle varie intelligence verso Feltrinelli: l’editore disponeva di un impero economico con risorse finanziarie pressoché illimitate, parlava cinque lingue ed era animato da un’intenzione progettuale-rivoluzionaria instancabile. Generalmente queste ragioni spiegano perché Feltrinelli fosse sempre sotto la lente d’ingrandimento delle varie Agenzie.

I suoi movimenti e convincimenti ideologico-rivoluzionari e i destinatari dei suoi finanziamenti spiegano le singole specificità di queste “attenzioni” a lui rivolte: la Cia era preoccupata dei suoi persistenti rapporti cubani e del suo tentativo di replicare l’esperienza guevarista in Sardegna, regione dove allora c’erano basi nucleari statunitensi e Gladio; il Mossad temeva i suoi finanziamenti e il suo apporto logistico in favore dei palestinesi, senza contare che i Servizi greci erano perennemente impegnati in ottica anticomunista. Per quanto riguarda i Servizi dell’Est, la Stasi e il Kgb erano ben consci del suo ruolo di “destabilizzatore organico” di Feltrinelli e, in proposito, anche su questo la lettura del libro riserverà sorprese al lettore. Sicuramente l’editore esercitò un’attività che fu tipica di un agente di influenza sovietico, sussumibile sotto i profili ideologico-attuativi del Patto di Varsavia, una contestualizzazione imprescindibile per comprendere i rapporti fra Feltrinelli e la galassia sovietica.

Se ai francesi non sfuggiva il suo impegno filo-algerino, all’Uar nostrano (Ufficio affari riservati del Ministero degli Interni) non sfuggiva il suo tentativo di porsi come federatore dell’intero circuito extraparlamentare di sinistra: La superspia Umberto Federico D’Amato era ossessionato da Feltrinelli fino al punto di commissionare un libello provocatorio per stanarlo, provocarlo e indurlo a passi falsi.

Il suo “inner circle” era certamente non solo monitorato, ma pure infiltrato. Lo stesso Feltrinelli ne era consapevole e confidò sia all’ultima moglie Sibilla Melega che a Valerio Riva il suo timore che «a uccidermi sarà qualcuno a me vicino», mostrando l’esatta percezione di essere nell’occhio del ciclone.

C’è una cosa che mi ha colpito nel tuo libro: perché la Cia ti ha negato l’accesso ai documenti? Cosa teme? 

Un punto fermo, innanzitutto: la bussola della ricostruzione operata da Untold è la dimensione internazionale di Feltrinelli, la sua “cifra” autentica; essa era ben nota alla Cia fin dalla vicenda Pasternak. Nella seconda metà degli anni ’50 l’editore era infatti ben visto dall’ Agenzia a stelle e strisce. La situazione però muta con l’impegno guevarista di Feltrinelli e conseguentemente si aggrava ancora di più quando l’editore tenta di replicare l’esperienza guevarista in Sardegna. Ora, rapportiamo tutto questo alle parole di Victor Marchetti, ex agente Usa, che nel suo Cia. Culto e mistica del servizio segreto, riassunse benissimo l’atteggiamento – figlio di Yalta – dell’intelligence statunitense nei confronti del nostro Paese ai tempi di Feltrinelli: «L’Italia è sempre stata un obiettivo primario per azioni clandestine. Esistevano piani per evitare che i comunisti arrivassero al governo. Si trattava di creare provocazioni per cui elementi comunisti causassero disordini e il governo potesse così adottare una linea dura. In questo senso i terroristi dei primi anni Settanta hanno svolto involontariamente un ruolo a noi molto gradito (…)».

Alla luce di ciò, si potrebbero fare alcune verosimili ipotesi – tre – in merito al rifiuto della Cia (nonostante io abbia presentato per ben due volte una richiesta basata sul Foia, il Freedom of Information Act) a desecretare i documenti sulla vicenda in suo possesso: può essere che gli americani vogliano nascondere alcuni rapporti da loro eventualmente intessuti con l’editore ai tempi della vicenda dello Zivago, di cui non ci sarebbe da stupirsi vista la disponibilità pressoché illimitata di Feltrinelli ad approcciarsi con i mondi anche ideologicamente meno affini. Può darsi anche che le carte Cia dimostrino un’effettiva appartenenza del misterioso Corrado Simioni – assiduo frequentatore di Feltrinelli ai tempi dell’esplosione del ’68 e nell’organizzazione del primo embrione brigatista – alla struttura, sospetto che molti protagonisti ed osservatori, anche autorevoli, hanno esternato. Oppure è possibile che si voglia occultare un possibile coinvolgimento della Cia nei preparativi di eliminazione dell’editore, visti i rapporti simbiotici fra la Cia e il Mossad e fra il “cacciatore” par excellence di Feltrinelli Umberto Federico D’Amato e il geniale paranoico James Jesus Angleton, capo del controspionaggio americano; senza contare che il misterioso Carlo Fumagalli, capo del Mar e proprietario di un’ autodemolizione distante appena 300 metri dal traliccio di Segrate, era uomo degli americani, da loro decorato con la Bronze Star per suoi meriti risalenti al secondo conflitto mondiale. Se Feltrinelli voleva, togliendo la corrente dal traliccio di Segrate, spegnere simbolicamente la luce del capitalismo, è verosimile che i documenti Cia possano contribuire a riaccendere, tutt’altro che simbolicamente, la luce sulla morte dell’editore. Eì anche curioso che Carlo Feltrinelli pur avendomi detto personalmente di avere gli atti della Ci su suo padre, non li abbia mai voluto pubblicatl, nemmeno nella riedizione del 2022. Come mai? Contenevano qualcosa di scomodo o di indicibile?

Veniamo al punto cruciale del tuo libro: la morte di Feltrinelli. A cinquant’anni da quella esplosione di Segrate quali elementi di verità sono emersi e cosa rimane oscuro ? Qualcuno ha parlato di un “false flag”, è così? 

Parto dalla tua seconda domanda. Sì, è stata la collega Stefania Limiti a parlare, in suo intervento, di “false flag”: con questo termine si indicano azioni “sotto falsa bandiera”, quello che nell’arte dell’intelligence si definisce un “falso d’autore”. L’onestà intellettuale non può portare a sposare con certezza inequivocabile la tesi omicidiaria. Ma emergono precisi elementi, convergenti nel confutare in molti punti la tesi ufficiale. C’è solo l’imbarazzo della scelta, ne citerò alcuni.

Il commando di Feltrinelli era diviso in due, una “squadra” a Segrate – dove c’era anche l’editore – e una a San Vito di Gaggiano: a San Vito gli attentatori disponevano di un timer con la lancetta delle ore, mentre Feltrinelli e gli altri, a Segrate, avevano un timer con la stessa lancetta, ma tranciata. Possibile che l’editore abbia sbagliato a preparare il proprio? Sul Logan di San Vito fu rinvenuta una striscia di isolante atta a impedire un casuale innesco dell’esplosivo, mentre il Lucerne rinvenuto a Segrate non presentava la stessa striscia. Le mani dell’editore rimasero intatte a seguito della morte. Come fu possibile dopo un’esplosione di quel tipo?

Ed è anche per questi motivi – e innumerevoli altri a disposizione dei lettori – che lascio parlare la precisissima relazione di consulenza medico-legale firmata da due luminari dell’epoca, Gilberto Marrubini e Antonio Fornari (quest’ultimo dimostrò indubitabilmente che Roberto Calvi fu fu strangolato sotto il Blackfriar’s bridge di Londra). I periti rilevarono che sul cadavere di Feltrinelli erano riscontrabili lesioni desincronizzate temporalmente rispetto al momento dell’esplosione, in particolare una cavità orbitale che pareva essere stata colpita da un pugno e una ferita sul cranio, dalle quali si può legittimamente ipotizzare che Feltrinelli sia stato prima aggredito e poi fatto esplodere sul traliccio.

Ecco perchè sono convinto che – in virtù delle infiltrazioni nel circuito feltrinelliano di cui ho detto e delle carenze e incongruenze investigative in merito a Segrate che Untold evidenzia – trasformare l’attentato in un incidente sarebbe stato tutt’altro che impossibile per specialisti in “false flag”.

Ci sono elementi, allora, per riaprire ìl caso?

 Assolutamente sì, nel senso che l’abbondanza delle carte giudiziarie (ivi incluse quelle di processi successivi dove sono emersi elementi illuminanti sulla vicenda Feltrinelli, come nel caso degli atti su Piazza della Loggia) e delle testimonianze inedite (Il generale Maletti dal Sudafrica ci ha rivelato, prima di morire, che Feltrinelli morì per un “booby trapping” organizzato dal Mossad) raccolte legittimerebbero la riapertura di un caso su cui colpevolmente non si è voluto fare luce.

*Ferruccio Pinotti , Untold. La vera storia di Giangiacomo Feltrinelli, 

 

FONTE

RAINEWS

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