The day after, il giorno dopo

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Bollicine di spumante, italiano ‘rigorosamente’ (l’avverbio è un tormentone di Claudia Gerini che pubblicizzare gli spaghetti) e pioggia di coriandoli multicolori come si festeggiano i migliori concorrenti del ‘talent show’ di Sky; abbracci e baci, cori da stadio, euforia campanilistica: così Parma e Catanzaro nelle immagini televisive a scrutino quasi ultimato dei rispettivi ballottaggi. Che differenza con i toni sobri di Danilo Tommasi. Il neo sindaco di centrosinistra ha traslato la gloria sportiva di calciatore modello (correttezza, discrezione) nell’impresa di sottrarre Verona alla storica roccaforte della destra razzista. Che in generale ci sia molto poco da far festa, anche per chi ha vinto i ballottaggi, lo esplicitano i numeri degli italiani ‘affezionati’ al caposaldo della democrazia partecipata, al dovere di scegliere con il voto parlamentari e amministratori. Il dato sconfortante racconta che quattro elettori su dieci hanno esercitato il diritto-dovere e anche se episodio  marginale conferma la denuncia del livello di disaffezione il ‘caso Sicilia’, dei seggi disertati dai presidenti, distolti dal compito per non perdere lo spettacolo domenicale del Palermo calcio. I conti si fanno senza contare sulle dita vittorie e sconfitte. Meglio, molto meglio il centro sinistra, ma sul gradino più alto del podio sale la medaglia d’oro dell’astensionismo. Diverte, per chi di Berlusconi nutre disistima antica e moderna, l’idea che sia mal riuscita la ciambella di trasferire sul Monza calcio l’endorsement dei calciofili e insediare nel palazzo comunale un uomo di Forza Italia. Diverte, meglio è appassionante per la democrazia, che Catanzaro, città quasi impossibile da governare, in antitesi con le patologie della corruzione e di ingerenze ‘ndranghetare, abbia voltato pagina, come dicono i ‘bravi’ conduttori dei Tg.  Incuriosisce osservare l’esame di coscienza (ma ci sarà?) della partitocrazia, che decenni di malgoverno impunito ha buggerato gli italiani anteponendo alla domanda di etica, di giustizia sociale, di lavoro per tutti, beghe, risse, inerzie di casta.

Gli interessi personali, settoriali, di partiti, partitini, gruppi e gruppuscoli che affollano il Parlamento, il caos di scissioni, alleanze a tempo, correnti, individualismi, sono il vistoso deterrente che motiva il rifiuto più o meno esplicito a riconoscere il prestigioso appellativo di ‘onorevole’ a deputati e senatori. L’emiciclo di Montecitorio è sede di violenze verbali e non solo, luogo della democrazia affollato se c’è da difendere privilegi parlamentari, da auto-promuoversi in vista di tornate elettorali, ma deserto se in discussione c’è l’interesse collettivo per leggi e riforme. Sullo sfondo si rinnova a cicli seriali il camaleontismo di personaggi che custodiscono le bandiere di ogni colore da sventolare in sintonia con l’aria che spira nel Paese. Recitano nel ruolo di improvvisati progressisti, di conservatori ad oltranza, di No VAX-Si VAx, pro Zelensky-pro Putin, “Io sono Giorgia” o “Salvini premier”, di centro destristi, centristi, destristi, di ex moderati in machera Pd.

Sorpresa per il misero 40 percento di italiani elettori? Macché. C’è da scommetterci: passato il ’santo’ (i ballottaggi), passata la festa, avanti così, con il gas raccattato in giro per il mondo, l’economia agricola in ginocchio e per fortuna il ritorno di tanti giovani alla terra, a cui hanno capito di dove affidare il loro futuro e parte dei miliardi dell’Europa che purtroppo fanno gola alle mafie e ai loro complici palesi o nascosti. Eccesso di pessimismo? Probabile, ma è pessimismo della ragione. In parentesi, ma che piacevole notizia! la valanga Pd che ha sommerso ‘Io sono Giorgia’ e il compare ‘Salvini premier”.

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