Il Primo Maggio nell’arte di de Conciliis – Il lavoro e la “memoria militante” nell’opera dell’artista

Condividi questo articolo

“U me cori doppu tant’anni è a Portedda, enta petri, ento sangui di cumpagni ammazzati”, recitano i versi della poesia di Ignazio Buttitta scolpiti su uno dei menhir del Memoriale di Portella della Ginestra di Ettore de Conciliis. Parole scarne e solenni, indelebili nella mente di chi le ha scritte e nell’animo di chi oggi e in futuro potrà leggerle lì, in quella piana vasta e silenziosa nel cuore della Sicilia, teatro del Primo Maggio più tragico della storia d’Italia.

Oggi sono passati settantacinque anni dalla strage di lavoratori e contadini inermi compiuta dalla banda di Salvatore Giuliano su istigazione di mandanti ancora oscuri ma ferocemente determinati a spegnere i moti e le speranze di rinnovamento democratico e sociale dell’isola e dell’Italia intera.

Da artista partecipe del suo tempo, Ettore de Conciliis non ha dovuto attendere questo anniversario per lasciare – nel 1980 – la sua impronta (insieme all’amico pittore Rocco Falciano e all’architetto Giorgio Strockel) in uno dei luoghi-simbolo del Quarto Stato in cammino. Portella come il borgo Trappeto della Partinico di Danilo Dolci, la Cerignola di Giuseppe Di Vittorio, persino la sua Avellino storicamente moderata ma capace di esprimere un intellettuale coraggioso come Dorso, di abbracciare cordialmente il “maledetto” Pasolini, di avvertire l’eco delle vicine occupazioni di terre incolte nella Puglia e in Alta Irpinia: storie, volti e fenomeni che s’intrecciano nello straordinario Murale della Pace nella chiesa del borgo Ferrovia.

In questo diffuso e coerente percorso artistico nella memoria e nei luoghi, che fa di de Conciliis un artista unico del nostro tempo (grazie alla capacità di elaborare con uno stile personale le molteplici e proficue influenze della grande arte sociale del Novecento: da Carlo Levi a Guttuso, dal muralista messicano Siqueros ad Ernesto Treccani), il valore simbolico del Primo Maggio, benchè non espresso in un’opera specifica, è ricorrente e centrale. E fortemente calato nella realtà e nella storia.

Proviamo ad osservare l’iconografia dei contadini a cavallo con le bandiere rosse che si staglia, alla destra di San Francesco, nel Murale della Pace: è una visione di tono nobile e solenne, evocativa di una stagione di riscatto che de Conciliis scopre nel ricordo dei protagonisti e nelle pagine ingiallite dei giornali del dopoguerra.

E il Murale di Cerignola, distrutto da una mano infame e ancora non adeguatamente ricostruito e salvaguardato? Chi, più degnamente di Giuseppe Di Vittorio, il bracciante povero del Sud diventato il leggendario capo dei lavoratori italiani, può rappresentare l’icona del Primo Maggio nella dimensione possente ma al tempo stesso rassicurante e fraterna del suo volto impresso nel Murale di de Conciliis?

Suggestioni che rivivono ancora più a Sud, nel Murale di Borgo Trappeto, a poche miglia da quella Partinico dove il triestino Danilo Dolci, particolarissima figura di apostolo laico e mite combattente, insegnò ai contadini lo “sciopero a rovescio” e soprattutto la cultura della dignità.

“Quando Ettore e Rocco hanno dipinto – scrive Dolci nella poesia Il limone lunare, nel ’71 – nel Borgo le pareti all’auditoriun / – pareti come vomeri alla gente / nel chiarire problemi sofferti / dal mondo per secoli e secoli – / ho imparato tra l’altro che una linea / basta a variare tutte le altre linee, / cambi un colore, e gli altri son diversi”.

È lo sguardo dell’artista, ci ricorda Dolci, a creare il senso di un evento e della sua memoria. Sublimandosi, nel caso dell’arte civile di de Conciliis, nel Memoriale di Portella della Ginestra, in questo caso grazie alle linee forti dello scultore ed al linguaggio dell’architettura, arte sempre rispettosa (quando si esprime ai livelli più alti) della natura dei luoghi e dei valori della comunità che vi abita. Quella Spoon River in pietra, in apparenza lì disseminata in maniera casuale, è invece il frutto di una rigorosa ricerca storico-artistica, che grazie all’impronta di de Conciliis fa rivivere a quei luoghi un “fascino antico e solenne”, per riprendere una definizione dello storico dell’arte Enrico Crispolti, tra i primi e più autorevoli esegeti di questo mirabile esempio di “arte ambientale” che ha pochi eguali in Europa.

Per un artista “cristiano socialista”, secondo la recente definizione di Vittorio Sgarbi, la giornata del Primo Maggio è assolutamente congeniale: “Pur essendo la festività laica per eccellenza, al tempo stesso esprime una profonda sacralità in quel riunirsi delle persone, in quell’afflato di fratellanza che la profonda sensibilità umana ed artistica di Ettore sa percepire in tutta la sua portata rituale e antropologica”, conferma Carlo Laurenti, regista e scrittore romano e attivo collaboratore di de Conciliis, al quale ha dedicato quattro documentari. Il più conosciuto, Il riflesso dipinto, diretto con Augusto Marchetti, introdusse la cerimonia della cittadinanza onoraria attribuita il 5 giugno dello scorso anno ad Ettore de Conciliis dal Comune di Piana degli Albanesi e dall’associazione dei familiari e dei sopravvissuti alla strage di Portella della Ginestra del Primo Maggio 1947, in collaborazione con Libera.

“In quella occasione – testimonia Laurenti – ho potuto avvertire l’intensa commozione e insieme la fierezza della comunità locale, e la gratitudine sincera all’artista avellinese per aver riempito un vuoto, che stava facendo calare l’oblio sulla memoria dell’evento e degli stessi luoghi”.

Sensibilità, lungimiranza, passione civile, sono le parole-chiave che hanno guidato il percorso artistico di Ettore de Conciliis, che soprattutto sui temi del lavoro e della dignità dell’uomo unisce mirabilmente la visione epica all’empito lirico, l’una e l’altro sostenuti da una spiritualità limpida e partecipe. E ancora, forse più di tutte: rispetto. Delle persone: prima di realizzare il Memoriale “vi è stato un dialogo continuo con la popolazione in varie riunioni prima della formulazione del progetto e della sua presentazione, per cercare di evitare soluzioni meramente celebrative o populiste o legate a forme e materiali lontani dal gusto e dalla cultura locali”, ricorda de Conciliis nel suo diario di lavoro. Del contesto sociale: l’estrema povertà materiale del Memoriale, fa rilevare Crispolti, “è consona alla situazione sociale ancestrale di cui ricorda una tragedia”. Dei luoghi: “L’opera di de Conciliis a Portella fa risaltare la sacralità del posto senza retorica”, osserva Laurenti, e il ricordo di un evento tragico “si coniuga con un messaggio di speranza e di vita”.

Presentando nel ’99 l’elegante catalogo sul Memoriale di Portella di Fabrizio Fabbri Editore, Sergio Cofferati ribadiva la forte carica evocativa e civile dell’opera dell’artista irpino: “…per tutte queste ragioni è indispensabile tenere vivo il ricordo di quel tragico Primo Maggio 1947, ognuno per la sua parte (…) e gli intellettuali, gli artisti, destinando una parte della loro capacità creativa a stimolare l’avversione per quell’orrore. Come ha fatto Ettore de Conciliis con il suo emozionante “memorial” per Portella della Ginestra”.

 

 

Nella foto un’opera di de Conciliis: il Murale della Pace

 

 

Condividi questo articolo

Lascia un commento