I sepolti vivi di Azovstal

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Quanto si può resistere nel sottosuolo di un bunker antiatomico dotato per quel che è possibile di riserve alimentari, di acqua, prima o poi privo di aria respirabile, invivibile, come ha mostrato qualche reportage per l’umidità che trasuda ovunque, debilitante per la salute mentale di adulti e soprattutto dei bambini, prigionieri di spazi angusti, privati della luce naturale, stressati dalla paura? Anche un neolaureato in psicologia comportamentale risponderebbe senza alcuna esitazione “Poco, certamente non settimane, non mesi”. Domanda conseguente: “Perché i ‘sepolti vivi’ non lasciano l’acciaieria?” Si tenta di rispondere con la logica, ma la ragione non abita nella guerra e men che mai il ‘caso Ucraina’. Comunque, si alternano due ipotesi: che gli ucraini asserragliati nelle viscere dell’acciaieria non si fidano dei russi  e temono che uscendo dal bunker rischierebbero di essere uccisi; l’altra spiegazione si affida ai comportamenti delle donne, che avrebbero scelto di rimanere, con i figli, al fianco di mariti, fratelli, fidanzati, soldati che tengono sotto scacco gli aggressori e impediscono di usare armi chimiche (impiegate farebbero una strage di civili), ultima violenza per aver ragione della resistenza. Forse una via d’uscita ci sarebbe, se l’Ucraina fosse in grado di difendere i loro droni che sorvolando l’acciaieria potrebbero documentare tragiche trasgressioni dei russi alla promessa di far evacuare i civili in un ampio, protetto corridoio umanitario. In alternativa l’Alta Corte internazionale di giustizia dell’Aja, potrebbe inviare osservatori che assistano all’esodo senza vittime dal bunker. Putin non oserebbe impedirlo con la violenza, pena la condanna di tutto il mondo e serie conseguenze.

Potrebbe apparire riduttivo riflettere in particolare sul caso di Mariupol, dell’acciaieria Azovstal, dove avviene una catastrofe umanitaria, ma quanto accade in quell’improvvisato rifugio è il punto estremo di una guerra che rivela ogni giorno la degenerazione disumana di un’aggressione omicida. Centinaia di persone, anche tanti bambini, il più piccolo ha quattro mesi, di là dall’insostenibile disagio per la prolungata clausura, in condizioni disastrose, deve fare i conti con i bombardamenti dei russi. Uno, recente, ha colpito l’ospedale allestito all’interno, ha distrutto i presidi sanitari, quanto occorre per la sala operatoria, i farmaci, ha reso impossibile curare i feriti (600 dopo il bombardamento). Nei dizionari di ogni lingua, la parola disumanità dovrebbe lasciare il posto a Azovstal (Mariupol, Ucraina).

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