JULIEN ASSANGE / L’ALTA CORTE DI LONDRA DA’ l’OK PER L’ESTRADIZIONE NEGLI USA

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L’Alta Corte di Londra (‘Westminster Magistrates’ Court’) ha concesso l’estradizione negli Stati Uniti di Julien Assange, il fondatore di Wikileaks.

Esilissime le probabilità che venga accolto il ricorso. Per cui, a questo punto, la palla passa alla ministra degli interni del governo britannico, Priti Pratel, che avrà due mesi di tempo per ‘riflettere’ prima di concedere il via libera finale. La decisione pare ormai scontata: ma potranno ancora contare non poco le mobilitazioni e le prese di posizioni, soprattutto a livello internazionale, per far capire al governo guidato dal ‘guerrafondaio’ Boris Johnson l’estrema gravità della decisione finale.

Governo che fino ad oggi si è mostrato ben poco propenso a tutelare i diritti di Assange.

Il quale, nei tanto democratici Stati Uniti, sempre più paladini della libertà (sic), rischia una condanna da Guinness dei primati: 175 anni di galera, per via dei 17 capi d’accusa da 10 anni ciascuno. 17 capi che ruotano tutti intorno ad una fondamentale accusa: aver rivelato alla pubblica opinione mondiale i tanti crimini compiuti dagli Usa in mezzo mondo, attraverso le guerre ‘esportate’ per far nascere, in quei martoriati paesi, il seme della democrazia. Comodo paravento per esportare invece morte & terrore, condurre una politica di spiegato imperialismo, far realizzare giganteschi profitti all’industria bellica e militare.

Attraverso la piattaforma Wikileaks, infatti, Assange e i suoi collaboratori riuscirono a mostrare i più bollenti documenti supersegreti del Pentagono e del Dipartimento di Stato, mettendo così a nudo tutti i crimini compiuti dall’Occidente contro l’umanità.

E proprio quei paesi, Stati Uniti e Gran Bretagna in pole position,

hanno la faccia di bronzo di denunciare – loro – i crimini perpetrati in Ucraina: per la serie, da quale pulpito grondante di sangue viene la predica?

Sono dieci anni, ormai, che Assange vive in modo totalmente precario e la sua salute ha subito durissimi colpi. Dopo aver   passato sette anni nell’ambasciata dell’Ecuador, che prima gli ha concesso e poi revocato la cittadinanza, è stato consegnato alla polizia inglese, e da tre anni è ristretto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, “la Guantanamo britannica”.

Avrebbe meritato quanto meno il premio Pulitzer per il suo coraggioso giornalismo d’inchiesta, Assange, un esempio per tutti i reporter, la gran parte dei quali oggi, invece, produce quotidianamente fake news (gli esempi della pandemia e del conflitto ucraino sono lì a dimostrarlo) e pascola tra bufale d’ogni stazza. Ed invece è costretto ad una (non)vita d’inferno con la concreta prospettiva di finire i suoi giorni in una delle tanto ospitali galere a stelle e strisce.

Commenta Agnès Gallimard, componente della segreteria generale di ‘Amnesty International’: “L’estradizione di Assange avrebbe conseguenze devastanti per la libertà di stampa e per l’opinione pubblica, che ha il diritto di sapere cosa fanno i governi in suo nome. Diffondere notizie di pubblico interesse è una pietra angolare della libertà di stampa. Estradare Assange ed esporlo ad accuse di spionaggio per aver pubblicato informazioni riservate rappresenterebbe un pericoloso precedente e costringerebbe i giornalisti di ogni parte del mondo a guardarsi le spalle”.

E aggiunge: “Il Regno Unito è obbligato a non trasferire alcuna persona in un luogo in cui la sua vita o la sua salute sarebbe in pericolo. Il governo di Londra non deve venir meno a questa responsabilità. Gli Stati Uniti hanno palesemente dichiarato che cambieranno le condizioni di detenzione di Assange quando lo riterranno opportuno. Questa ammissione rischia di procurare ad Assange danni irreversibili alla sua condizione fisica e psicologica”.

 

 

Nella foto Julien Assange

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