Perché Web3 e Blockchain non cambieranno il mondo

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Se tu che leggi hai vissuto negli ultimi dieci anni al di sotto di un grosso masso allora c’è una vaga probabilità che tu non conosca a pieno il significato di termini come Blockchain, Web3, Bitcoin, Ethereum, Fork e così via.

 

Al contrario, se conosci questi termini ed hai aperto questo articolo sarai curioso di sapere perché pensiamo che queste tecnologie non saranno in grado di cambiare il mondo. Ora cerchiamo di spiegarlo nella maniera più comprensibile e rapida possibile.

 

L’hype del web3 è un perfetto promemoria per ricordare a tutto il mondo un fatto ben preciso: l’industria tecnologica ha la memoria corta.
Sono più di dieci anni che gli esperti di tutto il mondo cercano di parlare e teorizzare come una blockchain possa cambiare effettivamente il mondo e solo ora che il dibattito è diventato pubblico gli evangelisti cercano di vendere aria fritta per portare acqua al proprio mulino.

 

Il mondo che questi desiderano è molto semplice: invece di trovare i dati centralizzati all’interno di server posseduti da colossi come Amazon, Google, Facebook o Apple, tutto quanto sarà contenuto all’interno della blockchain, al di fuori del controllo di ogni singola persona o organizzazione.

 

Un programma del genere è oggettivamente interessante se soltanto evitassimo di considerare i “ma” che questo genere di operazione si porta dietro.

 

 

Versatilità o presunta tale.

La blockchain non è altro che una specie di gigantesco database distribuito, aperto al pubblico e immutabile. Questa tecnologia ha può essere applicata in maniera molto specifica a delle operazioni e funzionare in maniera perfetta ma non è versatile come la si vuole far credere.

 

A meno che non si stia cercando di creare una criptovaluta, di acquistare oggetti poco raccomandabili o di mettere in piedi un ecosistema per gli NFT (o per dei siti di scommesse stranieri che accettano giocatori italiani dotati di criptovaluta propria) non c’è motivo di usare un database del genere per i propri scopi.

 

Le motivazioni, in realtà,  sono abbastanza semplici. Distribuire un database (quello che fa la blockchain) richiede un quantitativo di spazio ed energie crescente in base alla sue dimensioni; poiché ogni database deve essere copiato in maniera perfetta parliamo di un processo particolarmente esoso sotto entrambi i punti di vista. Al giorno d’oggi non è raro trovare persone con bitcoin che non hanno una copia personale della blockchain, visto che questa pesa la modica cifra di oltre 400 gigabyte.

 

Sempre parlando di database c’è un secondo punto da tenere in considerazione: avere un database pubblico non per forza di cose è la scelta migliore che si può fare. Se qualcuno, privato o azienda che sia, ha la necessità di immagazzinare dati sensibili non utilizzerà per alcun motivo la blockchain. Si, esistono le blockchain private ma perché, a questo punto, non sfruttare un classico database SQL?

E l’ambiente?

 

Terzo ed ultimo punto: come abbiamo detto sopra i vari blocchi che compongono la catena della blockchain sono immutabili. Questo significa che, in caso di errore, non c’è molto alcuno per tornare indietro e sistemare l’errore. All’atto pratico, quindi, potremmo semplicemente vedere aziende di servizi pubblici che si rifiutano di spostare un utenza da casa 1 a casa 2 per la sopracitata immutabilità della blockchain.

 

A tutto questo bisogna aggiungere un corollario triste ma dovuto: la blockchain, con i suoi consumi energetici spropositati, al momento sta distruggendo il mondo almeno quanto il consumo di carne rossa. Per tenere attiva la blockchain e per permettere ai computer di risolvere i complessi calcoli che sono dietro le proof of work è necessaria una quantità di energia pari a quella di una piccola nazione come i paesi bassi. Non esattamente gli ingredienti più interessanti per una tecnologia che prometteva di rendere il mondo un posto migliore.

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