Mal di Tv

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Forse non c’è il quadro statistico delle gravi disfunzioni mentali indotte prima dalla pandemia e ora dalla tragedia dell’Ucraina ma, ad intuito e per educazione professionale alla lettura degli eventi della vita, è lecito non eccedere nel contare i casi di gravi danni mentali, come la depressione, l’aggressività gratuita e incontrollata. Ben più diffusi sono i disagi minori, il sonno disturbato, il rifiuto di subire ad ogni ora di un’intera giornata l’inarrestabile valanga di notizie, immagini, interviste, dissertazioni di opinionisti e presunti tali, pareri e il loro contrario, prima di rifugiarsi in sé stessi nel tentativo di esorcizzare la ‘paura della guerra’. Aggravante di non poco conto è il funambolico presenzialismo di giornalisti o comunque di conduttori/conduttrici di Tg, annessi e connessi, ma soprattutto di ospiti globetrotter, che saltellano da un canale all’altro sdoppiandosi a velocità come Fregoli non saprebbe emulare. Un nome su tutti, l’‘americano’ Rampini, che in camicia e bretelle di ordinanza occupa come una trottola tutti i canali e più del solito ora che deve promuovere la vendita di un suo libro. Gli manca solo si intrufolarsi in ‘Ulisse, il piacere della scoperta’ di Alberto Angela, nell’intervallo tra un atto il successivo della Bohème, nel notiziario del traffico sul raccordo anulare di Roma.

Amputano gambe e mani, ammazzano soldati e civili. Si chiamano ‘mine’, sono ordigni di morte, sepolti sotto terra per essere invisibili. L’Italia è tutt’altro che estranea alla loro produzione. Ma è anche il Paese di Vito Alfieri Fontana, che ne ha fabbricate e vendute in quantità. Comproprietario della Tecnovar, dava lavoro a 350 dipendenti per la produzione che includeva mine antiuomo, primo acquirente l’Egitto.

Vito, ripudia il ruolo di imprenditore della morte e mette la sua esperienza al servizio della vita, chiude l’attività e diventa sminatore, per restituire futuro a bambini, uomini e donne nell’Est europeo, in Africa, in quei paesi dove rovine, campi, colline, sono coperte di ordigni inesplosi. Rispondere al figlio più piccolo che gli ha chiesto “Papà ma tu sei un assassino? Perché proprio tu?” La svolta è frutto dell’incontro illuminante con un sacerdote: “Fabbricavo mine anti-uomo, ora semino pace”. In lui, così si racconta, convivono da tempo fede, coerenza, consapevolezza che il passato non si può cancellare, ma riscattare sì. Chiusa l’attività, Fontana lavora per Intersos, organizzazione umanitaria che aiuta le vittime di guerre. Nel ‘99 è in Kosovo come sminatore.  In vent’anni sono state disinnescate 300 mila mine. Tra Iran e Iraq ce ne sono tra 30 e 40 milioni, molte sono vicine a sorgenti d’acqua, ad acquedotti. La Croce Rossa parla di 150 milioni di mine. Tra le zone bonificate da Vito le piste delle Olimpiadi invernali a Sarajevo. Oggi da sminare è specialmente la Libia. Vito: “Penso che i prossimi fronti di lavoro dovrebbero essere la Siria (dove hanno utilizzato le mine degli ex arsenali di Saddam) e la Libia, dove si impiegano mine fabbricate in Belgio”.

Se non c’è, Mattarella dovrebbe commissionare il conio di una medaglia molto speciale da appuntare sul petto di questo eroe del nostro tempo. Ecco la natura delle storie da raccontare per far bene alla salute mentale dei teleutenti a compensare l’angoscia per i massacri di Bucha e Kramatorsk, lo spettro di un conflitto mondiale con la Russia, che gli Stati Uniti che non escludono.

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