UGO PISCOPO E IL FUTURISMO IN IRPINIA

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Una scoperta fondamentale dello studioso e poeta irpino appena scomparso.

 

Dal “Corriere dell’Irpinia”, anno 1938, dall’articolo Il razzismo, pagina 3: “È, infatti, semplicemente frutto di una mentalità marxista, in stretta una mentalità marxista, in stretta parentela con le teorie darwiniane, il credere un livellamento in atto o in potenza di tutte le razze. Come tra gli uomini, così tra le razze esistono inflessibili gerarchie”. Per essere più precisi: “Con la politica razzista il Fascismo difende quei valori essenziali di Roma, che noi trasvalutiamo nel nostro tempo”.

E più avanti, nel ’41, a guerra in corso, lo stesso autore ribadisce: “Dobbiamo prepararci per il totale rinnovamento del mondo sorgente: Italia e Germania sono impegnate nell’opera di palingenesi”.

Da brividi. Che si sovrappongono allo sbigottimento non appena si scopre l’identità dl giovane giornalista irpino imbevuto di violenta retorica mussoliniana: Dante Troisi. Sì, proprio l’alunno modello del Liceo “Colletta”, destinato a una brillante carriera di giudice e di scrittore, a quel tempo non ancora “rigenerato” dall’ esperienza drammatica della guerra, quella vera, che lo porterà a maturare l’adesione convinta agli ideali democratici ed ai valori della giustizia e della tolleranza, sui quali fonderà l’opera sua più riuscita: Diario di un giudice.

Troisi non sarà solo, del resto. Negli anni Trenta, quelli del consenso di massa al fascismo, anche la “gioventù dorata” di Avellino, tranne rare eccezioni, marcia in camicia nera, si esalta alle imprese coloniali, e addirittura scenderà in piazza per invocare, nella primavera del ’40, l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista. È la giovane “intellighenzia” che si cimenta nelle attività del Guf, la Gioventù Universitaria Fascista, e sulle colonne di “L’Irpinia fascista”, del “Corriere dell’Irpinia” (che sotto la direzione di Alfonso Carpentieri ha cancellato ogni traccia dell’eredità giornalistica di Dorso) e di una rivista culturale di tutto rispetto, “Irpinia”, promossa dal noto avvocato e dirigente fascista della prima ora Alfredo De Marsico e affidata alle cure redazionali di un altro promettente ingegno avellinese: Carlo Muscetta.

Politica e giornalismo, per i brillanti universitari fascisteggianti (fra i quali ritroveremo tanti protagonisti dell’Irpinia democratica e repubblicana) sono un binomio naturale e irresistibile, nel segno di D’Annunzio ma anche, ed è questa una novità di rilievo, di Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del movimento futurista e presidente degli accademici d’Italia.

Un capitolo davvero inedito, e di estremo interesse, a cui dedicò un numero monografico il periodico “Civiltà Altirpina”, diretto da Romualdo Marandino, a cura di Ugo Piscopo, studioso e docente universitario irpino trapiantato a Napoli (è stato anche uno dei collaboratori più assidui e prestigiosi de “La Voce della Campania”), dove la sua scomparsa ha suscitato un profondo compianto.

Con Il Futurismo in Irpinia si aggiunge un tassello assolutamente nuovo e prezioso al mosaico piuttosto frammentario della storia e della cultura irpina del Novecento l’accurata ricerca di Piscopo restituisce alla provincia di Avellino un ruolo non marginale nel panorama del Futurismo in Campania, e non solo, sottraendo a una cinquantennale “damnatio memoriae” i testi, i documenti, le interessanti elaborazioni grafiche (manifesti, disegni, vignette) di una stagione culturale breve ma intensa, contraddittoria e tuttavia creativa.

La ricca, e finora inedita, produzione futurista in Irpinia, commenta Piscopo, ebbe comunque il merito “…di introdurre in Irpinia un’ avventata innovatrice sul piano del gusto e degli atteggiamenti mentali, di suggerire a coetanei e a giovanissimi moduli di provincializzazione…” che faranno sentire gli effetti più benefici sui tempi lunghi, dopo la rinascita politica e morale del dopoguerra. Sarà allora che i giovani del Guf (non tutti), ripudiato il culto della forza, della retorica nazionalista e parolaia, della superiorità intellettuale, esprimeranno il meglio di sé nella letteratura (Troisi) e nel giornalismo, con Carlo Barbieri, senza dimenticare la portata davvero rivoluzionaria del Futurismo nella musica e nelle arti visive.

L’esperienza artistica e letteraria, non diversamente che nel resto d’Italia, attraverso le riviste e i concorsi, rappresentò in ogni caso l’unica valvola di creatività e di sfogo per i ventenni di allora, presunti protagonisti di una stagione eroica e invece complici inconsapevoli e vittime anch’essi di un regime totalitario e di un indottrinamento ideologico che li spingeva al fanatismo e, dal ’40, alla morte. Solo per i precursori del Futurismo in Irpinia, come Giovanni De Feo, Francesco Forgione, Enzo Galdi, dei quali Piscopo presenta un interessante profilo, si può infatti parlare di nazionalisti convinti e di fascisti della prima ora.

Ideologia a parte, la monografia di “Civiltà Altirpina” ci restituisce soprattutto il contatto diretto con la poesia futurista, la prosa creativa (racconti, satire, drammi brevi), gli scritti critici, ridondanti di esperimenti linguistici, paradossi, giochi di parole, specchio di un’immaginazione potenzialmente esplosiva ma limitata e compressa entro i limiti ferrei dello stile e dei virtuosismi verbali, e di un pensiero non libero e dunque povero e confuso.

L’influsso marinettiano permea, tutt’intera, la produzione futurista d’Irpinia: anche nella provincia povera e contadina, dominata da una borghesia tutt’altro che dinamica, si afferma “il mito del macchinismo e dell’industrialismo” per dirla con Piscopo. Se ne ha un riscontro immediato negli pseudonimi degli autori, da Kappa a Marhascka, da Hermann a Kodak, e nei titoli delle poesie e dei racconti: Amore: fenomeno elettrico, Il Canto delle Motociclette, Il libro elettrico, Radio, Anno Duemila, Sola, nello spazio!, testimonianze preziose di un gusto ingenuo e datato ma al tempo stesso di una vitalità giovanile incredibilmente moderna ed attuale.

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