GIALLO PASOLINI / IL MURO DI GOMMA DELLE ARCHIVIAZIONI

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L’ultimo insulto alla memoria di Pier Paolo Pasolini risale a cinque anni fa, quando la procura di Roma archivia per l’ennesima volta la richiesta di riaprire il caso avanzata dall’avvocato della famiglia, Stefano Maccioni.

Ci sono nuovi elementi  e, soprattutto, c’è il test del DNA che può essere di fondamentale aiuto per individuare gli altri (almeno due quelli identificabili) protagonisti sulla scena del crimine (oltre a Pino Pelosi).

Ma il pm, Francesco Minisci, ancora una volta, impedisce che verità e giustizia possano farsi luce, pur a tanti decenni di distanza da quella tragica notte all’idroscalo di Ostia.

La Voce ha scritto decine di articoli e inchieste, nell’ultimo decennio, per contribuire alla ricerca di quella verità, individuando nella pista “Petrolio” quella più attendibile, e suffragata da una considerevole mole di prove e di riscontri. Pista che porta ai grandi affari di Stato targati soprattutto ENI, all’epoca di quella ‘Razza Padrona’ impersonificata dal numero uno, all’epoca, del cane a sei zampe, Eugenio Cefis. Guai a toccare quei fili, come invece aveva osato fare, non solo da grande scrittore, ma anche da giornalista investigativo di razza, Pier Paolo. Che, a quel punto, “Doveva Morire”….

Potete rileggere articoli e inchieste della Voce sul giallo Pasolini – uno dei misteri di Stato più dolorosi, uno dei buchi neri più profondi – cliccando sui link in basso.

Intanto, vi proponiamo una breve intervista con l’avvocato Maccioni.

“Ho cominciato a lavorare per la riapertura del caso nel 2007. Nel corso degli anni abbiamo raccolto una serie di elementi, che portano soprattutto a suffragare la pista tracciata nel libro  ‘Petrolio’, di cui, non va dimenticato, sparirono una ventina di pagine basilari, l’intero capitolo dedicato all’ente petrolifero (e titolato ‘Lampi di Eni’, ndr)”.

“Nel 2015 abbiamo chiesto ufficialmente la riapertura del caso, basandoci anche su delle importanti acquisizioni che derivavano da approfondimenti e test effettuati da una genetista forense molto in gamba. In sostanza, prove del DNA che permettevano di tracciare il profilo di Ignoto 3 (e forse anche diIgnoto 4, ndr). Ma la nostra richiesta di riapertura è stata archiviata”.

“E lo stesso è successo due anni dopo, nel 2017, quando lo studio della genetista è stato ulteriormente approfondito e non c’era bisogno di uno sforzo sovrumano per confrontare le tracce di DNA da noi segnalato con quelli di altri soggetti, come viene ormai fatto da anni in tutta Italia”.

“Ma in questo caso il confronto è stato effettuato solo con 30 profili di DNA. Mentre, per fare un solo esempio, nel caso di Garlasco i confronti sono stati almeno 1.600”.

“E non sarebbe stato difficile, comunque, delimitare con oculatezza il perimetro delle indagini, contenendo il numero dei raffronti entro le 400-500 unità. Perché le indagini si sarebbero dovute indirizzare verso la criminalità neofascista e gli ambienti della banda della Magliana”.

“Ma così non è successo. Perché è passato troppo tempo? Perché la cosa non interessa più nessuno? Perché si sarebbe potuto comunque arrivare ancora molto in alto? Non lo so, comunque so che tutto è stato archiviato”.

“Non è stata neanche costituita una commissione parlamentare d’inchiesta, come aveva per primo chiesto Enrico Berlinguer. Nel 2015 ci si era andati vicino, ma poi tutto è naufragato con il referendum sulla Costituzione voluto da Renzi”.

Maccioni è coautore (con Valter Rizzo e Simona Ruffini) di “Nessuna Pietà per Pasolini”, uscito nel 2014. Mentre sta per essere pubblicato (l’uscita è prevista per inizio maggio) un altro volume sulla ricostruzione aggiornata del caso, firmato dal solo Maccioni. Il titolo è ancora in fase di studio, e sarà edito da ‘Round Robin’, la casa editrice indipendente votata alla denuncia sociale e al giornalismo investigativo, nata vent’anni fa come sito di controinformazione costituito da un gruppo di universitari di Roma Tre.

 

 

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