GUERRA / FATTO A PEZZI L’ARTICOLO 11 DELLA COSTITUZIONE

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Il nostro governo prende a calci la Costituzione e fa a pezzi l’articolo 11, secondo cui “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Non succedeva da quasi vent’anni, ossia da quel periodo di ‘fuoco’ a cavallo del millennio, caratterizzato dalla partecipazione italica a bombe & invasioni griffate NATO in Serbia (1999), Afghanistan (2001) e Iraq (2003).

Ora, il nostro Consiglio di guerra dei ministri ha appena battezzato il decreto legge per “garantire sostegno e assistenza al popolo ucraino attraverso la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative di Kiev”.

Ecco il menù militare pronto per l’invio: “armi anticarro, armi antiaeree, mitragliatrici, giubbotti in kevlar, elmetti in kevlar, metaldetector portabili, robot per lo sminamento”.

E a quanto ammonta il contingente militare? 4 mila unità, di cui “1.300 sono già pronti a partire e fanno parte dei nuclei speciali: lagunari, paracadutisti, alpini, incursori del Comsubin”.

Uomini che andranno a potenziare la ‘Baltic Guardian’ in Lettonia, dove li aspettano altri 240 nostri militari; in Romania, già dotata di 12 nostri velivoli e 130 uomini; nel Mediterraneo orientale, con due navi, un aereo e 235 militari.

Questi i ‘nostri’ numeri, questa la forza che l’esecutivo Draghi mette subito sul piatto, tanto per gradire e far sentire la nostra presenza nello schema-NATO.

Ci rendiamo conto di quanto stiamo facendo?

Incredibile ma vero. I venti di guerra in arrivo dall’Ucraina hanno compattato, anzi letteralmente cementificato, in un unico blocco il governo, fino a due settimane fa in preda alle convulsioni post Mattarella 2 e in procinto per implodere. Ora, addirittura, c’è una

Maggioranza-Opposizione (pur rappresentata solo dai meloniani) che più unita non si può, a prova di fiamma ossidrica. O a prova di bomba, con i venti che tirano.

Solo qualche sommesso pigolio s’ode nel più totale deserto.

La voce del Papa, quella sì, ma flebile, sommersa dallo tsunami guerrafondaio.

Hanno osato dire qualche parola di pace e di invito a ‘leggere’ la storia i partigiani dell’ANPI, subito zittiti dalle cannonate renziane. Cercano di farsi sentire i pacifisti di ‘Alfateresa’, da sempre impegnati per salvare migranti, oppure gli animatori della comunità di Sant’Egidio, alcuni blog e siti di contro informazione: ma sono sibili in un mare di omologazione, in una totale pandemia disinformativa.

Quasi una voglia collettiva di buttarsi alle spalle due anni di guerra al Covid, ora sparito nel nulla quasi per incanto, e tuffarsi subito, senza soluzione di continuità, in un’altra guerra, con un nemico subito individuato dal blocco governo-mainstream nel diavolo russo, nel satanasso Putin.

Dopo un nemico invisibile, finalmente in pasto quello in carne ed ossa, da non credere!

Subito e tutto bianco e nero, non c’è spazio per i dubbi, impossibile un’analisi ragionata sui bollenti temi in campo.

Perché, solo per fare due esempi, non guardare cosa succede in Germania e in Giappone? Due paesi lontanissimi ma che hanno vissuto tragicamente le distruzioni e i massacri della guerra.

Il più importante settimanale tedesco, il conservatore ‘Der Spiegel’, lo abbiamo ricordato nei giorni scorsi, invita a leggere i documenti (non le chiacchiere) di trent’anni fa, gli accordi raggiunti da 4 grandi potente (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania) di non oltrepassare la linea dell’Oder, di non passare neanche di “un centimetro” i confini ad est con le truppe NATO.

Tutti sanno cosa è poi, invece, successo.

Ma pochi, pochissimi conoscono quegli accordi, calpestati in modo vergognoso.

Eccoci in Giappone. Dove tra i media si registra, sì, una forte condanna verso Putin, ma al tempo stesso si cerca, sul serio, di capire le ragioni della storia, della Russia, per diffondere tra i cittadini la consapevolezza di come si deve e si può evitare un’escalation: non attraverso l’invio di bombe & missili, ma la conoscenza di ciò che è successo dal 1991 in poi.

Ne è un esempio emblematico una lunga intervista rilasciata al più rinomato quotidiano, ‘The Japan News’, dal docente di letteratura russa e presidente dell’Università di Studi Esteri a Nagoya, Ikuo Kameyama. Che parla con cognizione di causa di Crimea e di Dombass, di identità russa e ucraina, di fili rossi identitari euro-asiatici e anche delle colossali violazioni ‘legali’ NATO di tutti gli accordi presi nel ’91. E rammenta le parole del grande Gorbacev.

Da noi ogni dibattito di un livello simile è precluso, perché i media – lo sottolineava profeticamente Giulietto Chiesa nel 2015 – sono totalmente cloroformizzati e asserviti al Potere, quello reale.

Ed anche perché da noi la gran parte della kasta politica (corruzioni e servilismi a parte) non sa neanche dove stanno il Dombass e il mar d’Azov.

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