Di zar in zar

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Noi c’eravamo. Guerra, il peggio della disumanità, il torto del sommo poeta di non aver concesso spazio a gironi del suo inferno dove tra fiamme e altri strumenti di punizione, i più dolorosi, veder soffrire in eterno chi ha usurpato l’altrui diritto alla libertà, alla pace.

Cosa c’è nella memoria di figli di una maledetta guerra, nel labirinto del nostro scosso subcosciente, in mille notti abitate dall’incubo, nelle ricorrenti crisi di panico, nel rifiuto purtroppo inascoltato a ripiombare nel vortice spaventoso dei conflitti, cosa nell’ostilità addossata a giovani tedeschi, pacifisti, colpevoli senza colpa di nipoti del nazismo?

Roma, 1940, noi in trasferta bellica. Gigi, dopo aver comandato a Tropea la postazione calabrese della Marina Militare, esentato dal navigare per incompatibilità con una dolorosa ulcera duodenale, che a quel tempo o la subivi o finivi sotto i ferri del chirurgo, è destinato al ministero di settore. Nel 43, congedato, rinviamo il rientro a Napoli. In quelle fasi turbolente della guerra era davvero impossibile da raggiungere. Ho visto piangere Gigi, come fosse colpa sua non poter mettere un piatto in tavola per la sua famiglia. L’unica certezza dipendeva dagli otto chilometri che Marcella affrontava ogni giorno per tornare a casa con un litro di latte appena munto, comprato a peso d’oro nella campagna confinante con Monteverde Vecchio, dove abitavamo come accampati in un mini appartamento.  Nella saletta, all’ingresso, uno sull’altro, i nostri cappotti, presi al volo al suono notturno della sirena che segnalava nei cieli della città la presenza di aerei americani e inglesi spediti su Roma per distruggere arsenali e insediamenti tedeschi. Dalla casa di via Bonelli la stazione di un importante snodo ferroviario distava circa cinquecento metri di una ripida discesa. La percorrevano di corsa per raggiungere un grande il rifugio, una grotta, a pochi passi dalla stazione. Fibrilla ancora il cuore se ricordo l’incursione a bassa quota di un aereo che mitragliava il pendio della ‘salvezza’, da cui siamo usciti miracolosamente illesi.

Alle 22 del primo marzo si spalancano le finestre e lo spostamento d’aria ci fa stramazzare a terra. Una bomba, inesplosa, si è conficcata nelle fondamenta della nostra abitazione. A pericolo scampato assistiamo alla ‘retata’ di una ronda tedesca che trascina via un partigiano, Marcella annuncia con un sorriso, che avevamo dimenticato, di aver portato a casa mezzo chilo di pasta ottenuta con la tessera annonaria.

“Primo aprile del ‘45: su un catorchio di camion, che procede a stento su strade malandate, entriamo nella Napoli devastata da mille incursioni aeree: macerie ovunque, facce scure, emaciate, sguardi smarriti, donne in lutto, orfani, miseria, lo spettro della fame, aria greve di paura non destrutturata, nessun’ idea di futuro, bambini malvestiti, ad ogni angolo richieste di carità e un tufo al cuore per il rombo di un aereo.  La pace ancora ha il sapore della guerra e non andrà più via. Rivive, terrorizzante, in questo febbraio del terzo millennio e minaccia l’umanità per la spinta megalomane, ignobile, di uno zar del nostro tempo politicamente malato.

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