IL CARRO ARMATO DI UN MAGISTRATO / QUELLA ‘VOCE’ DEVE MORIRE

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Un magistrato, Massimo Marasca, è sceso in campo, da anni, con il preciso intento di massacrare la ‘Voce’.

Di annientarla.

Di zittirla per sempre.

Lo ha fatto, nel 2014, condannando la Voce ad una stratosferica sanzione, oltre 100 mila euro, per un articolo nel quale osavamo mettere in dubbio le doti – e la maturità – di Cristiano Di Pietro, figlio del famoso pm di Mani Pulite, Antonio Di Pietro.

Torna sul luogo del delitto adesso, Marasca, denunciando la Voce per un’inchiesta sul giallo-Vannini pubblicata meno di tre anni fa, nella primavera 2019.

Siamo stati rinviati a giudizio, per la sua querela, e il processo comincia al tribunale di Napoli il prossimo 10 febbraio.

Storie di ordinaria giustizia.

Servirà il monito del neo ri-Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a svegliare finalmente gli italiani su un bubbone che più bollente – e purulento – non si può? Come del resto lo testimonia il Palamaragate, che continua impunemente, ogni giorno, sulla pelle dei cittadini.

Ma ricostruiamo i fatti.

Davvero ai confini della realtà.

 

L’INCHIESTA VANNINI

Partiamo dalla querela di Massimo Marasca contro la Voce per il caso Vannini. Un giallo che tutti gli italiani hanno seguito, per la tragica morte – uccisione – di Marco Vannini.

Nel nostro articolo, ricostruiamo le vicende di quel 9 febbraio 2016, quando il tribunale di Civitavecchia è chiamato a pronunciarsi sul rinvio a giudizio di Antonio Ciontoli, richiesto dal pm Alessandra D’Amore.

Antonio Ciontoli. Nel montaggio in apertura, Massimo Marasca e Antonio Di Pietro. Sullo sfondo, Marco Vannini

Un atto praticamente scontato, per la mole di prove che l’accusa è riuscita in modo meticoloso a raccogliere.

Ed infatti il gup, Marasca, non può far altro che accogliere la richiesta del pm D’Amore.

Ma c’è un… ma.

Perché il gup Marasca deve decidere, al tempo stesso, su un altro fatto di fondamentale importanza. Se, cioè, accogliere la richiesta formulata dal legale della famiglia Vannini, Celestino Gnazi, affinchè venga ammessa la responsabilità del Ministero della Difesa, da cui dipende l’arma dei Carabinieri, dal momento che l’imputato Ciontoli è un carabiniere e, addirittura, ha fatto parte dei Servizi segreti.

Una richiesta ovvia, normale, come è successo tante volte in casi giudiziari anche di minore rilevanza.

Ma stavolta no. La richiesta viene bocciata. Rispedita al mittente dal gup Marasca. Che alza, quindi, un muro di gomma.

E’ lesa maestà scriverlo?

E’ un’offesa alla reputazione raccontarlo ai lettori?

E offensivo farlo sapere ai cittadini italiani?

Sì, secondo Marasca. Che inforca carta e penna e ci querela.

La querela arriva alla procura di Napoli.

Quella sbagliata.

Perché, per ovvi motivi di competenza, la destinazione doveva essere quella di Perugia, dal momento che Marasca è un magistrato in servizio a Roma: quindi il distretto giudiziario di riferimento non può certo essere quello partenopeo, ma quello umbro.

Prima anomalia.

Il fascicolo, quindi, approda a Napoli. E il pm, Francesca De Renzis, non fa altro che realizzare un perfetto copia-incolla della querela presentata contro di noi da Marasca e ci rinvia a giudizio.

Senza sentirci.

Infatti, il lungo capo di imputazione, che potete leggere cliccando sul link in basso, non fa altro che riportare i passaggi della nostra inchiesta sul caso Vannini dedicati alla anomala decisione di Marasca, quella cioè di non ammettere il Ministero della Difesa come responsabile nel processo Vannini.

 

UNA ‘VOCE’ RIDOTTA SUL LASTRICO. MA VIVA

Sorgono subito spontanei alcuni interrogativi.

I passaggi riportati, come del resto tutto l’articolo che potete ugualmente leggere cliccando sul link in basso, rispondono pienamente alle regole previste dalla legge in tema di informazione e diritto di cronaca: la verità dei fatti, l’interesse pubblico e la continenza nell’esposizione.

Ora: la verità dei fatti è pienamente rispettata, perché l’inchiesta della Voce ha riprodotto, fedelmente, quanto è successo al tribunale di Civitavecchia ed è stato, del resto, raccontato da non pochi siti; i quali, tra l’altro, hanno rammentato la ‘fiaccolata’ davanti al tribunale di Civitavecchia promossa per appoggiare le istanze della famiglia Vannini.

L’interesse pubblico a quei fatti è di evidenza palmare, vista l’attenzione nazionale al caso.

Lasciamo giudicare a voi la ‘continenza’ nell’esposizione. Non ci siamo persi in commenti di sorta: perché quei fatti si commentano da soli.

Nella seconda parte dell’inchiesta querelata non facciamo altro che fornire ai lettori un nostro identikit di Marasca.

‘Nostro’ perché raccontiamo la kafkiana esperienza giudiziaria che ci ha visti protagonisti, anzi vittime, di un giudice che risponde al nome di Massimo Marasca.

Il quale – lo abbiamo descritto cento volte, basta consultare l’archivio della Voce – ci ha inflitto la più folle condanna che mai tribunale italiano abbia conosciuto, nella storia delle diffamazioni.

Soprattutto a carico di una piccola testata autogestita, certo non una corazzata dell’editoria: rammentiamo solo en passant che Mondadori, per un grave errore di Roberto Saviano nell’attribuire la patente di camorrista ad un innocente, venne condannata ad un risarcimento di appena 30 mila euro…

Il giornalista RAI Alberico Giostra

Lo abbiamo scritto, appunto, cento volte, lo ribadiamo e lo ripeteremo fin che avremo ‘Voce’, è proprio il caso di dirlo.

Perché una condanna a 92 mila euro per un breve articolo, come quello su Cristiano Di Pietro, non sta né in cielo né in terra.

Poche righe, una ventina in tutto, firmate da un giornalista Rai, Alberico Giostra, con uno pseudonimo: il quale non ha subito alcuna conseguenza, né mai il magistrato (Marasca) si è sognato di identificarlo, come sempre avviene in questi casi.

La querela ha colpito solo e unicamente la piccola cooperativa che editava la Voce, e il suo direttore personalmente, Andrea Cinquegrani.

Come conseguenza concreta, la cooperativa ha chiuso, l’edizione cartacea della Voce è stata sospesa, sequestrato quel contributo annuale ‘carta’   ‘Dipartimento Editoria’ della presidenza del consiglio che era l’unico ossigeno rimasto, cessate dopo 30 anni esatti le pubblicazioni, Cinquegrani da allora non ha più un conto corrente.

Fondi e sostanze, sia del giornale che personali, totalmente prosciugati.

Ed è per questo motivo che, all’udienza del 10 febbraio contro Marasca, la Voce si presenta da sola, senza alcun avvocato di fiducia.

Perché non può sostenerne le spese. Ci verrà assegnato, come di prassi, un legale d’ufficio.

Vi sembra normale tutto ciò?

E’ una giustizia normale in un paese normale?

Normale che l’informazione impegnata per dare notizie – non confezionare fake news o genuflettersi davanti al Potere – venga ridotta così da lorsignori?

 

 

 

 

NEI PDF QUI SOTTO:

 

L’articolo del quotidiano locale Civonline che per primo, riportando le notizie sul processo a Civitavecchia, evidenziava il ruolo del giudice Marasca:

-CIVONLINE – Omicidio Vannini_ una marcia per la giustizia copia

 

 

 Il link dell’articolo della Voce querelato dal giudice Marasca:

VANNINI – IMPUNITA’ E FAVORI PER ASSASSINI E MINISTERO DELLA DIFESA

 

 

Il rinvio a giudizio della Voce:

-MARASCA rinvio a giudizio

 

 

 

 

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